XII.LE CAUSE POLITICHE E MORALI
Ebbi occasione di avvertirlo: i tumulti, appena risalgono dal mezzogiorno verso il nord e si ripetono a Milano, avviene un perturbamento profondo nell’animo e nella mente dei monarchici tutti. Essi non sanno o non vogliono rendersene ragione e mutano linguaggio e dopo essersi confessati rei, perchè autori del malgoverno fatto dall’Italia per quarant’anni, si fanno accusatori degli avversari politici, alla cui propaganda sovversiva attribuiscono in Milano ciò che in tutto il resto della penisola avevano attribuito all’azione della collettività governante.
Spiegano e giustificano — spesso in buona fede — il mutamento dell’attitudine colle condizioni economiche di Milano: non intendono che Milano ricca e prospera possa abbandonarsi a quelle sommosse, che altrove scoppiarono improvvisamente per fame.
Questo mutamento, che — è bene ripeterlo — non sempre è suggerito dalla mala fede, più che ignoranza della storia e della scienza politica, indica l’accecamento, cui tutti andiamo soggetti di fronte a certi avvenimenti che ci scuotono profondamente e ci producono un risveglio doloroso. La paura, il dispetto, la sorpresa, allora riescono all’amnesia più o meno completa; pare che subiamo un improvviso tuffo nel fiume Lete e così dimentichiamo ciò che la storia di tutti i tempi e di tutti i paesi, a qualunque grado di civiltà, ci ha insegnato; e il suo insegnamento chiaro e costante è questo: tumulti, sommosse, insurrezioni, rivoluzioni spesso non traggono origine immediata da cause economiche; e tumulti sommosse e risurrezioni precedono e preparano quasi sempre le rivoluzioni. Sicchè governi e classi dirigenti, che hanno interesse ad impedire le rivoluzioni, nei tumulti dovrebbero scorgere degli avvertimenti salutari.
Riguardo all’etiologia di questi perturbamenti politico-sociali, senza voler fare dell’ecletismo comodo, ma per semplice ossequio alle realtà, ci si deve tener lontani tanto dalle esagerazioni del Loria, che nei medesimi sempre scorge ilsubstratumeconomico se non l’azione diretta ed immediata delle cause economiche; quanto delle altre di Lombroso, che soverchiamente riduce l’influenza del fattore economico contraddicendo alle teorie del determinismo economico.[77]La verità è che i vari fattori sociali — economici,politici, morali, intellettuali, ecc. — alternano la loro azione nella determinazione dei perturbamenti politici di vario grado; e che tutti, poi, essendo tra loro intimamente connessi, non riesce agevole scinderli ed assegnare a ciascuno di essi l’efficienza precisa ed esclusiva.
Queste considerazioni si applicano a rigore di termini ai tumulti di Milano; i quali inducono a ricercare se nellacapitale moraled’Italia, in mancanza delle cause economiche, non avessero potuto agire le cause politiche e morali.
La ricerca sulle condizioni politiche e morali del regno va preceduta da qualche osservazione che ha speciale importanza tra noi.
L’influenza delle condizioni politiche e morali, alcuni, a torto, vorrebbero deriderla e metterla in cattiva luce sotto il nome d’idealismo politico; certo è che tutti, anche i derisori, s’inchinano riverenti verso le manifestazioni di questo idealismo, quando si constatano in casa altrui o si riferiscono a tempi remoti. Così tutti leggono ammirando ciò che Louis Blanc scrisse nella sua magnificaStoria dei dieci annisulle cause essenzialmente politiche e morali, che determinarono in Francia le due rivoluzioni del 1830 e del 1848. Giuseppe Zanardelli, con parola elevata ed opportuna, nella Camera dei Deputati,onde stigmatizzare le violazioni dello Statuto perpretate da Crispi nel 1895 ricordò, per lodarla, la resistenza del Parlamento e del popolo francese agli arbitri di Carlo X e del suo ministro Polignac, resistenza che doveva fatalmente condurre alle barricate di Luglio. Ed è caratteristico, che le barricate di Febbraio 1848 in Parigi ebbero a pretesto la proibizione dei banchetti elettorali, in risposta sdegnosa al materialismo volgare di Guizot, che da Lisieux aveva gridato ai francesi:arricchitevi!quasi a distorli da ogni preoccupazione di ordine politico e morale.
Non basta. Quanto più le rivoluzioni sembrano sottrarsi alla influenza delle cause economiche, dei disprezzati impulsi partiti dalle contrazioni dello stomaco, tanto più esse vennero esaltate e glorificate da poeti e da storici, da romanzieri e da politici come la espressione ideale dei più nobili sentimenti umani. Questa esaltazione per oltre cinquant’anni formò specialmente tutta la educazione politica e intellettuale degli italiani; e ad essa consacrarono le forze i migliori ingegni del paese, che fecero fiere campagne contro coloro che, immemori delle origini e delle vicende dello Stato italiano, i precedenti rivoluzionarî, con tutti gli annessi martiri ed eroismi, non tennero abbastanza in onore. Chi lo crederebbe? Anche oggi alcuni contro i socialisti non sanno scagliare altra accusa se non quella di sacrificare tutto al culto della materia!
«Se una suggestione più vicina ha potuto favorire l’irreparabile esplosione di malcontento, scrive il Ciccotti, lo si può e deve cercare altrove che non nella propaganda socialista.
«I fasti della rivoluzione borghese italiana rigurgitano di congiure, di rivolte, di resistenze continue e violente: e il trionfo di quel movimento rivoluzionario ha portato all’apoteosi di tutti questi episodi.
«In ogni città d’Italia si trovano lapidi e monumenti eretti per glorificare quei fatti. Lo stesso regicidio è glorificato nella persona di Agesilao Milano, e una forma di attentato, che in altri casi destò tanta indignazione, ha avuto anch’esso il battesimo della gloria nei nomi di Monti e Tognetti, cantati da poeti di grido (Carducci), raccomandati all’ammirazione dei venturi perfino su mura di pubblici edifici.
Il cinquantesimo anniversario del 1848 ha riportato quest’anno, in folla, la rievocazione e il riconoscimento ufficiale del diritto di rivolta.
«Già, parecchi anni addietro, il re aveva contribuito all’erezione di un monumento a Giuseppe Mazzini, condannato a morte un tempo sotto la monarchia[78].
«Quest’anno le barricate del quarantotto sono state commemorate, festeggiate, ribenedette, in adunanze ufficiali da senatori e conservatori di ogni calibro.
«Un senatore, già ministro e vice presidente del Consiglio superiore dell’istruzione, ha pubblicato con accompagnamento di parole laudative e pietose in una rivista le memorie dell’ex deputato Polti dei Bianchi, che organizzò il moto abortito del 6 febbraio 1853: e quella congiura segreta si proponeva — come lo stesso Polti dice — di pugnalare all’impensata sulle vie i soldati austriaci, di sterminarli con bombe, di fomentare la diserzione e i tradimenti nella loro fila»[79].
Nulla c’è adunque di più illogico in Italia quanto il biasimo inflitto dalle attuali classi dirigenti a coloro che cercano nella violenza la soluzione dei problemi politico-sociali, la via per porre termine ai tormenti che subiscono. Si risponde dai rivoluzionari antichi, chiamati volgarmentequarantottisti, che bisogna sempre saper distinguere; ed è giusto infatti, che respingendo l’assoluto, si esamini se le condizioni che giustificarono la rivoluzione contro gli antichi regimi sussistano ancora per ispiegare i moti contro l’attuale. È l’esame cui si procederà ora.
Ci è nota la condizione economica degli italiani odierni; la quale certamente non è peggiore di quella di cinquant’anni or sono, ma è più avvertita e resa più penosa dai cresciuti bisogni da soddisfare, dai contatti più frequenti tra classi e classi, tra popoli e popoli che suscitano maggior numero di desiderie che accrescono l’invidia e l’aspirazione al meglio, che sono le grandi molle di ogni progresso. L’istruzione maggiormente diffusa dà più chiara coscienza dei torti che si subiscono e delle iniquità sociali esistenti e lo stesso senso morale più evoluto spinge a proteste ed a tentativi per eliminare le più stridenti ingiustizie.
Il criterio relativo, adunque, che s’invoca per le opportune descriminazioni tra rivoluzioni e rivoluzioni, induce a ritenere che psicologicamente oggi la rivoluzione dovrebbe essere più facile e più giustificata.
Ciò dal lato economico. Il risultato non è diverso procedendo alle constatazioni delle condizioni politiche e morali.
C’è un punto in cui la condizione economica stessa è il prodotto della vita e delle condizioni politiche. La pressione tributaria schiacciante ch’è tanta parte della miseria italiana è filiata dalla pessima politica e dall’amministrazione ora pazza, ora disonesta. Le inchieste, che rimontano se non erro, al 1865, assodarono tale sperpero del pubblico denaro, che sarebbe stato sufficiente a gettare il discredito e la diffidenza sullo Stato, che lo permise o meglio che ne fu l’autore principale.
Il carattere generale precipuo della politica italiana nei suoi rapporti colla finanza fu il difetto assoluto di coordinazione della politica all’economia, della spesa alla ricchezza razionale; sul quale non è uopo insistere perchè venne lumeggiato dai teorici dell’economia — ultimi Pareto Flora e Conigliani — e dai politici non sospetti per idee sovversive da Carmine e Colombo risalendo al marchese Alfieridi Sostegno, a Stefano Iacini, che primo tale politica combattè come megalomaniaca.
Questa politica disastrosa ha i suoi capisaldi: le pensioni, le ferrovie, le spese militari. Le pensioni sono divenute un cancro roditore; rappresentano oltre ottanta milioni all’anno nel bilancio; e crescono dando luogo a scandali grossi e piccini — sia che si riferiscono a cittadini che se la pappano nel fiore degli anni; sia che si accumulino indebitamente su di una stessa persona.
Conseguenze più gravi sul bilancio ebbero le costruzioni ferroviarie. I molti miliardi che costarono furono causa d’ira e di sdegno, più che di critica obbiettivamente economica, tra gli economisti della scuola ortodossa — e sopratutto da parte del Pareto e del De Viti; spesso si dimenticò, però, che le spese ferroviarie che gravano sul bilancio dello Stato, furono causa di risveglio e di prosperità per la nazione. Il compenso vale la pena di essere messo in evidenza; nè può dimenticarsi che la configurazione geografica dell’Italia è tale che necessariamente rende poco remunerative alcune linee — sempre indispensabili per debito di giustizia distributiva — le quali però danno il loro contributo per rendere proficue le altre. Dove la critica si appunta bene e mai abbastanza severa è nella quantità della spesa e nei modi per procurarsi i mezzi per farla. Fra tanti, un discorso parlamentare dell’on. Rava, dimostrò che coi metodi adoperati dai finanzieri italiani per ferrovie e per altre spese si assunsero prestiti che ci fanno pagare l’interesse su 100 mentre s’incassò poco più di 50!
Come si siano spesi i quattrini che lo Stato ottenne a condizioni di minorenne che fa cambiali ababbo morto, si apprenderà da queste poche cifre: il preventivo della Novara-Pino da 20 milioni salì a 44: della succursale dei Giovi dai 21 ai 78: della Cuneo-Ventimiglia da 38 a 91; della Faenza-Firenze da 40 a 77; della Parma Spezia da 46 a 119... La litania potrebbe continuare e i commenti potrebbero essere più pepati ricordando che alcune di queste linee non sono ancora complete. Queste cifre dicono che le nostre ferrovie avrebbero potuto costare un terzo di meno seonestamentecostruite; e che la spesa avrebbe potuto ridursi ulteriormente, se alla medesima si fosse provveduto con intelligenza e prudenza. Non la spesa ferroviaria in sè, dunque, va condannata — perchè se anche sproporzionata produsse e produce del bene — ma il modo dello spendere.
La spesa militare sorpassa di gran lungo quella ferroviaria e con minori risultati: gliottoe piùmiliardiassorbiti dall’esercito e dalla marina dal 1871 al 1897 hanno lasciato indifeso lo Stato e non gli hanno procurato nemmeno il conforto illusorio della gloria: esercito e marina non possono ricordare che Custoza, Lissa e Abba Carima — tre date, che rendono acutissimo il dolore della miseria economica prodotta dalla loro preparazione; dolore che non può essere lenito in alcun modo dallevittorieottenute contro i contadini inermi di Sicilia e di Molinella, contro gli operai del pari inermi di Molinella o di Milano![80]
Era il Generale La Marmora, poi, che raccomandava di respingere i consigli di coloro che credono o fanno credere che all’Italia non deve bastare la sua indipendenza e la sua libertà e vanno predicando ch’essa ha bisogno digloria militare, perchè essi sonoscelleratie più che scellerati,assurdi.... (De Viti De Marco).
Questa enorme sproporzione tra la potenzialità economica della Nazione, la spesa militare e i risultati suoi fu messa in evidenza centinaia di volte da scrittori ed oratori d’ogni colore; ma per ragioni facili ad intendersi mi piace soltanto di far menzione del Jacini, del Carmine, del Colombo — autentici ed eminenti conservatori lombardi; l’ultimo, con coerenza che altamente l’onora, due volte abbandonò il ministero del tesoro perchè si volle continuare nelle follie militari connesse allatriplicealleanza, aggravate dalle follie coloniali. Affinchè, poi, non si dica che la grettezza e la micromania del Colombo non possono essere adottate a criteri direttivi della politica di una grande nazione — stigmatizzata a varie riprese da sinceri amici dell’Italia nuova, quali Gladstone, De-Laceluy, Castelar, soccorre opportuno il giudizio di chi fu compagno di ministero del megalomane tipico: Crispi.
Nel cennato articolo —Siamo poveri o non siamo?— l’on. Saracco scriveva: «non possiamo sovra tutto non dobbiamo dimenticare questo vero, chequalunque svolgimento di militare potenza che uno Stato intende fare per il mantenimento della sua preponderanza politica, affinchè non risulti precario ed artificiale, deve essere in armonia colle forze economiche della nazione».
La citazione non potrebbe essere più opportuna nel momento in cui si parladi 500 milionida spendere per la marina!
Il popolo italiano, benchè incolto, avvertì le conseguenze economiche delle spese militari: d’onde germogliarono sentimenti politici, ch’è bene, a scanso di equivoci e di allarmi del Fisco, esporre colle parole d’un monarchico convinto. «Si pensa che la monarchia costituzionale da noi o diventa civile sul modello della ingleseo manca alla sua missione nella terza Italia; la monarchia civile sarebbe all’unissono con l’interesse della gran massa dei contribuenti e porrebbe radici profonde nel sentimento del popolo ch’è sempre monarchico;la monarchia militare si mette contro l’interesse della nazione. Due crisi extra parlamentari, che hanno eliminato dal governo, primauno e poi due ministri lombardi favorevoli alla riduzione delle spese militari, hanno personificato e drammatizzato nella fantasia popolare il contrasto tra la Corona e il Popolo.Così il sentimento antimilitare è divenuto poco alla voltaantimonarchico». (De Viti De Marco).
Pensioni, spese ferroviarie, spese militari, che ballano sinistramente sullo sfondo cupo dello sperpero abituale e della malversazione generale, hanno generato rapidamente l’enorme debito pubblico — i cuiquattordici miliardiassorbono per interessi gran parte del bilancio italiano, togliendogli ogni elasticità — sino ad impedirgli per molti mesi la sospensione del dazio sul grano, reso inevitabile dalla fame, — circoscrivendolo entro un cerchio di ferro, che costituisce la corona di spine della nazione, la pompa perennemente aspirante delle sue risorse. Così queste condizioni economiche generate dalla politica hanno rigenerato il più profondo e giustificato malcontento politico.
Meno male se l’azione dello Stato avesse trovato un correttivo in quella delle amministrazioni locali; ma queste hanno creduto bene di modellarsi sul primo e ne hanno anche esagerato i difetti e gli errori in tutto e per tutto, aggravando, rispetto ai Contribuenti, le disastrose condizioni create dallo Stato[81]. Con questo in più: che le malversazionilocali più note hanno suscitato maggiore risentimento; che i balzelli si sono resi odiosi; che le passioni locali hanno inasprito tutte le ferite antiche e recenti.
Che cosa fossero e quanto contribuissero a generare il generale malessere economico, politico e morale, le amministrazioni locali fu detto ripetutamente in Parlamento; e più di recente in occasione dei moti di Sicilia del 1893-94 e della legge pel Regio Commissario straordinario civile per la stessa isola in Luglio 1896[82]. Ma nessuno con sintesi mirabile poteva e con maggiore autorità ne scrisse meglio dell’attuale ministro dell’Interno. Proprio il Generale Pelloux in una circolare ai Prefetti del Settem. 1898, rubando il mestiere ai sobillatori, dice:
«Ho potuto nel mio breve soggiorno nelle Puglie nella scorsa primavera e nei pochi mesi dacchè mi trovo alla direzione del ministero dell’interno, rilevare che, in parecchie località, lo stato delle cose lascia a desiderare.... La disonestà nella amministrazione va colpita subito, senza misericordia, con tutta la severità delle leggi.... E la disonestà nelle amministrazioni, bisogna pur dirlo, si può manifestare e si manifesta sotto le forme più svariate: con ogni sorta di abusi, a cominciare talvolta col colpevole favorire gli amici e i congiuntimediante la creazione per essi d’impieghi non necessari; colle destinazioni abusive di essi a posti che non potrebbero coprire; col fare eseguire lavori, e permettere spese non necessarie, a solo scopo partigiano, andando fino alle alterazioni delle liste elettorali comunali; alle falsificazioni dei ruoli d’imposte a danno degli altri (pur troppo anche talvolta a danno dai meno abbienti); al non esigere i pagamenti dovuti alla amministrazione dai proprii amici; al creare così contabilità artificiali che diventano presto indecifrabili e permettono poi ogni specie d’inganni e di frodi; rasentando o toccando persino talvolta l’appropriazione indebita collo storno dei mezzi destinati al servizio pubblico, impiegandoli invece a scopo ben diverso. Se ciò non si frena con tutto il rigore, con tutta l’energia che è del caso,invano si può tentare di sperare di fare argine alle dottrine sovversive alle propagande ostili, le quali diventano tanto più facili in quanto che trovano un terreno preparato a far germogliare le loro idee».
Meglio e più onestamente non si potrebbe dire; in quanto al fare è un altra cosa. Si sa che tra il dire e il fare c’è il mare!
Ma rimane d’importanza capitale l’esplicita confessione del ministro che sta a capo della feroce reazione contro i partiti avanzati: che i veri e diretti responsabili dei tumulti non sono le vittime colpite.
Sta pure in fatto che i più volgari appetiti, le ambizioni più sfrenate, i rancori più profondi in tutto il mezzogiorno soffiarono e soffiano nel fuoco per fare divampare incendi dai quali tutti, disonestamentesperano trarre profitto. E questi sciagurati provocatori di tumulti sono stati quasi sempre i più insistenti nell’invocare misure di rigore contro isovversivi, che spesso furono soltanto imprudenti e ciechi perchè non si avvidero che servirono di strumento ai biechi fini altrui[83].
Intanto i veri colpevoli rimasero impuniti — talora premiati colla conquista del municipio; le masse incoscienti furono massacrate; i repubblicani, e i socialisti innocenti condannati alla reclusione per discorsi o scritti di data remota e che non potevano esercitare influenza diretta sugli avvenimenti.
Questa vita comunale e provinciale, che da se stessa — dati gli stretti rapporti col potere centrale — deve reagire sulla vita nazionale, per la grande ignoranza delle masse ha fatto accumulare odî contro il governo; poichè tali masse per lo appunto tutte le sofferenze, che loro vengono da cause locali, per la impossibilità in cui si trovano di discernere con esattezza, le hanno addossate allo Stato. Nell’errore sono state dolorosamente confermate dalle repressioni largamente ordinate ed eseguite dalle autorità che lo rappresentano; e in questa guisa,anche tutte le anomalie più o meno criminose di indole locale sono andate ad accrescere il torrente impetuoso del malcontento politico.
A frenarlo, ad inalvearlo per renderlo meno rovinoso, sarebbero occorsi uomini di Stato di grande levatura al centro ed alla periferia; ma certamente se l’Italia li avesse avuti, non sarebbe stata ridotta così a mal partito come si trova oggi. I politici italiani, senza distinzione di partiti — e sarei disposto ad aggravare la mano più su quelli disinistrache didestra— si sono chiariti impulsivi, impreveggenti, preoccupati degli interessi individuali o di un minuscolo gruppetto — che non diviene partito — senza alcuna grande direttiva d’interesse collettivo, nazionale. Quando hanno sacrificato se stessi ed hanno compiuto qualche atto di abnegazione — caso, del resto, assai raro — il sacrifizio avvenne a beneficio della dinastia; giammai della patria. Gli interessi veri dello Stato, quelli superiori delle Società quasi mai ebbero il sopravvento nelle determinazioni dei politici nelle cui mani rimase il governo per circa quarant’anni; e quando gli interessi individuali furono posposti, giova ripeterlo, non prevalsero che quelli dinastici[84].
Non faccio entrare nel novero dei fattori politici del malcontento le violazioni ripetute, sistematiche dello statuto, l’adulterazione sfacciata del regime rappresentativo e la riduzione al minimo delle pubbliche libertà: sono notissimi, qui stesso vi si è accennato più volte e basta a proposito di esse rammentare cheda solideterminarono in Italia e fuori rivoluzioni, che furono lodate ed esaltate. Giova invece chiudere questa serie di considerazioni con un cenno fugacissimo sulla politica ecclesiastica.
In quasi tutti gli Stati c’è un clero e c’è una religione, che servono di cemento e che quasi sempre funzionano come strumenti di conservazione. Ben diversa è la situazione in Italia; nè c’è duopo rammentare per quali cause lo Stato si trovi in conflitto colla Chiesa dominante. Ora è precisamente in questo conflitto, che si è mostrata — fatta eccezione, è notevolissima, della sapientelegge delle guarentigiedel 1871 — tutta l’insipienza e la bestiale indiscrezione della politica italiana, che ha oscillato continuamente tra principî cari a Zanardelli a quelli sottolineati da Prinetti colla sua visita al cardinale Ferrari; contraddizione impersonata talora ed esplicatesi clamorosamente a piccoli intervalli in uno stesso individuo, che ora invoca Dio colla formula del più schietto legittimismo clericale ed ora si affida a Crisostomo per dare consigli al Papato dopo avere inneggiato alla Dea Ragione. Egli è così che clero e religione, che altrove sono fattori di stabilità e di conservazione sui quali lo Stato può contare, tra noi sono divenuti massimi elementi di perturbamento. E meno male che in Italia èfiacco il sentimento religioso, e sono timidi i clericali![85].
Il disagio economico, che arriva alla miseria vera, il dispotismo e l’insipienza dei governanti talora si tollerano e si subiscono in pace quando un soffio di moralità lambisce gli uomini e le istituzionie in qualche guisa li vivifica e li sorregge. Invece tra noi un fermento putrido virulentissimo s’infiltra dappertutto e spinge alla dissoluzione.
Il fermento putrido nulla ha risparmiato; dalla vita privata si è riversato nella vita pubblica — che per comodità di molti lojolescamente si vollero staccare; e quando nella seconda la sua azione virulenta ha raggiunto il massimo d’intensificazione, è tornata a devastare la compagine sociale.
Egli è così che nella delinquenza abbiamo il tristissimo primato che in Europa nessun altro popolo ci può contendere[86]; e che questa delinquenza, sotto forma larvata talora e tal altra più imprudente e sovvertitrice perchè sicura dell’impunità, ha conquistato i municipi, le provincie, gli uffici pubblici, tutto il complesso organismo dello Stato. Le cifre delle statistiche penali documentano il primato della criminalità; la storia di ogni giorno dei cassieri che scappano; degli istituti che falliscono fraudolentemente; dei commendatori tratti in arresto.... la storia della inchiesta sulle ferrovie meridionali nel 1864 — inchiesta misteriosamente scomparsa —, delle inchieste sulla Regia interessata dei tabacchi e del relativo processo Lobbia.... delle inchieste sulla Banca Romana con relativi amminicoli; lastoria meravigliosasulla influenza che può esercitare unCostanzo Chauvet; i discorsi da ministri e le relazioni parlamentari — per citare i più recenti — di Saracco, di Prinetti, di Brunicardi sui lavori pubblici, ecc., ecc., costituiscono il più doloroso pendant della delinquenza privata e completano il quadro cupo della pubblica moralità che a larghe pennellate, per quanto in forma solennemente ufficiale, ci fece conoscere la circolare del Generale Pelloux sulle amministrazioni locali[87].
Chi vuole avere un quadro rassomigliante al vero, ma sempre più bello del vero, legga sulladegenerazione politica in Italia ciò che scrisse Ruggero Bonghi per commemorare la breccia di Porta Pia[88]. E vorrei possedere tutta l’autorità di cui godeva Ruggero Bonghi e vorrei che in Italia si godesse quella poca libertà di cui si godeva ancora nel 1893, per esporre altre considerazioni importantissime che egli allora espose, rivolgendosi a chi di dovere, in quei famosi articoli sull’Ufficio e sul diritto del Principe in uno Stato liberoe che gli valsero la punizione per lui più dolorosa: l’ostracismo dal Palazzo del Quirinale[89].
Ma se certi tasti oggi non è più lecito toccare senza riportare gravi scottature, sarà lecito, però, ripetere ciò che opportunamente disse testè Giulio Prinetti, togliendolo a prestito da Guizot:nelle monarchie moderne, che non discendono da Dio, la sovranità risiede nellagiustizia[90]. Or bene, ciò che manca assolutamente tra noi è la giustizia!
Questa mancanza cominciò ad essere avvertita più di venti anni or sono da Marco Minghetti in un libro, che rimase classico; ora non è più da alcuno negata o attenuata e se ne discorre come del fenomeno più pericoloso e meglio constatato. Sin dal principio della XIV legislatura, il Re, nel discorso inaugurale dei lavori parlamentari, promise provvedimenti per ristaurare il regno della giustizia; ma ancora non c’è stato il tempo di prenderli. Esenza la giustizia non si sorregge alcuna società civile![91].
Il popolo, che conosce queste condizioni deplorevoli, diffida sempre della giustizia legale e crede spesso di esercitare un sacrosanto diritto facendosela da sè ed a modo suo:more barbarico.
È questo l’ultimo fattore di ordine politico-morale del presente perturbamento italiano su cui ho creduto di dovermi fermare; ed esso solo è tale da rendere possibile qualunque movimento violento inteso a provvedere. Ed il popolo da gran tempo avrebbe provveduto, se in esso la coscienza dei mali e del loro esatto rapporto colle cause vere che li hanno generati non fosse ottenebrata dalla ignoranza crassa e dalla deficentissima educazione politica; avrebbe provveduto, se ogni energia non fosse stata fiaccata dalla lunga servitù ed esaurita da oltre settant’anni di lotta per conquistare l’unità e la indipendenza della nazione.
L’insieme di queste condizioni economiche, politiche, intellettuali e morali quale è stato riconosciuto ed esposto dagli scrittori di ogni colore politico in occasione degli ultimi tumulti,[92]spiega esaurientementela genesi di questi fenomeni, che mi piace segnalare colla parola di tre uomini, dei quali nessuno metterà in dubbio la devozione all’Italia, alla dinastia, alle presenti istituzioni.
1. Coloro che amano le istituzioni e vogliono conservarle in Italia hanno poca fiducia in se stessi; e questa poca fiducia ne turba le menti. La confessione amara è dell’on. Di Rudinì in una circolare del Maggio 1898 a tutte le Autorità del Regno, in cui deplorava il malvezzo delle continue richieste di truppa, nella quale soltanto scorgevasi la salute.
2. Nel disagio pubblico, nel disordine delle istituzioni liberali e nello aumento della immoralità si trovano le propizie condizioni della cresciuta forza del brigantaggio e del clericalismo e delladiminuzionedelsentimento unitario. Ciò riconobbe Ruggiero Bonghi[93].
3. «Le nostre popolazioni sonomalcontente e sentono disgusto di un regime, che le condanna ad una vita di privazioni e di stenti, che possono talvolta apparire incomportabili». Questo è il giudizio del Senatore Giuseppe Saracco, che viene ribadito da cento altri pareri, altrettanto espliciti, e tutti di monarchici che constatano con infinito dolore la diminuzione o la scomparsa della fede nelle istituzioni[94].
Per dire come e perchè gli errori e le colpe degli uomini possano far perdere la fede nelle istituzioni buone — le nostre sono eccellenti! — occorrerebbe lungo discorso. Dal quale mi dispensa il parere autorevole.... di Vittorio Emmanuele II. Fu ilgran reper lo appunto che in uno dei discorsi della Corona saviamente ammonì:I popoli apprezzano le istituzioni in ragione dei risultati che danno.
Che cosa abbiano dato le istituzioni sinora in Italia abbiamo visto: i loro prodotti si assommano nel tumulto e nel delitto anarchico. Questi risultati si devono all’opera costantemente sovvertitrice degli uomini che ebbero in mano la cosa pubblica da quarant’anni in qua;[95]e questi uomini meritevoli di gogna o di galera si sono eretti a giustizieri ed hanno punito negli altri le colpe proprie: hanno mandato alla reclusione coloro che altro reato non commisero se non quello di denunziare e di stigmatizzare l’opera di sovvertimento delle istituzioni da loro compiuta!