XIII.LA CAPITALE MORALE
La ricerca sommaria sinora eseguita sarebbe bastevole per provare che in Italia esistono tutte le condizioni politiche per rendere intelligibile qualunque moto — anche improvviso, impulsivo e senza scopo preciso — inteso a modificare uno stato di cose dichiarato addirittura intollerabile dagli uomini eminenti che contribuirono a crearlo. È chiaro, del pari, che se in Italia c’è una città o una regione che per le condizioni politiche, morali, intellettuali ed economiche si differenzia dal resto del regno — in questa città o in questa regione più vivo e più intenso deve sentirsi il desiderio o meglio il bisogno di un mutamento radicale. E deve sentirsi urgente questo bisogno, se avvertite le disastrose condizioni delle altre regioni, perchè deve sorgere spontaneo il timore che a lungo andare il male comune intacchi anche le parti sane o meno ammalate. La differenza constatata e la paura del male prossimo danno pureragione di una tendenza vaga ed indeterminata al separatismo o al rimpianto di una riunione che si crede verificata a proprio danno.
Questa città, che riflette nelle linee generali le condizioni di tutta la regione di cui geograficamente e storicamente è il centro, c’è: Milano; Milano, da tempo chiamata lacapitale moraled’Italia, ora con senso di ammirazione e d’invidia — ora con una ironia che nasconde male la poca sincerità di chi la manifesta.
Ho avuto agio di deplorare che Milano soverchiamente si sia inorgoglita della sua prosperità e che abbia misconosciuto quanto essa deve alle altre regioni d’Italia, che apportano il loro contingente per crearla[96]. Mentirei a me stesso se non riconoscessi cheMilanomerita sul serio la fama buona di cui gode e il titolo dicapitale morale.
Le sue condizioni forse saranno inferiori a quelle di parecchie altre grandi città del mondo civile; per lo insieme sono di gran lunga superiori a quelle del resto d’Italia — non esclusa Torino che in qualche cosa la supera.
Gli elementi giustificatori del buon nome di Milano sono numerosi; ma prima di esporli sommariamente giova fermarsi sulla condizione economica sua ed esaminare se cause d’indole strettamente economica, quali furono quelle che determinaronoi tumulti nel resto d’Italia, potevano commuoverla.
La miseria generale ed intensa della penisola ha fatto comparire maggiore la prosperità economica di Milano. Epperò di fronte agli ultimi dolorosi avvenimenti parecchie cose sono da osservare:
1. Non è esatto che il benessere nella capitale lombarda sia così grande e diffuso come si vuole far credere; la miseria vi è soltanto minore, meno estesa che altrove. I salari degli operai della Ditta Pirelli esposti dal cav. Calcagno innanzi al Tribunale militare (udienza del 18 Giugno) provano che per la massa essi sono di gran lunga inferiori a quelli delle grandi industrie europee, mentre gli operai della Ditta Pirelli sono tra i meglio pagati d’Italia[97].
2. A Milano, per la minore miseria e per la fama di grassa e ricca di cui gode e per le ristrettezze delle altre parti d’Italia, è supponibile che in ogni tempo siano accorsi operai e spostati dalle altre parti d’Italia a costituirvi l’armata di riserva degli affamati e dei disoccupati. Non si dimentichi che la condizione dei contadini dei dintorni è miserissima. Sicchè si deve prestar fede allaPerseveranza(9 Maggio) quando dei tumultuanti scrive: «Le campagne dettero un contingente di contadini laceri, scalzi, senza cappelli, dalle facce stravolte...»
Che tra i tumultuanti il massimo contingente sia stato fornito da elementi senza lavoro e residenza stabile, ce lo prova all’evidenza una nota di cronaca delCorriere della Serache all’indomani della breccia di Porta Monforte constatò che negli stabilimenti industrialiquasi tuttigli operai il giorno 10 Maggio erano tornati al lavoro[98]. Sarebbe stata impossibile questa generale ripresa del lavoro cogli 80 morti, col migliaio di feriti e coi 2000 arresti praticati, se ai morti, ai feriti e agli arrestati avessero dato il loro contingente gli operai che stanno relativamente bene e che lavorano regolarmente.
3. Infine si dimentica un canone di psicologia popolare, indiscutibile oramai, ch’è questo: le influenze dei perturbamenti economici regressivi si risentono più rapidamente e più intensamente dove maggiore è il benessere; invece l’adattamento all’ambiente sociale è tale tra i popoli caduti nell’abbiezione della miseria e della ignoranza, ch’essi divengono insensibili a qualunque male nuovo e a qualunque peggioramento di quelli esistenti. Inversamente cresce il desiderio di benessere, di coltura e di libertà, in ragione diretta dei miglioramenti conseguiti. L’osservazione è di Buckle e fu ripetuta da Spencer e da Lombroso[99].
Perciò si mossero la Sicilia nel 1893 e la Puglia nel 1898 e rimasero tranquille la Calabria e la Sardegna. Qui la miseria dura ininterrotta da anni ed anni e le popolazioni che le abitano si sono adattate ad un regime inferiore. Il passaggio rapido da un relativo benessere ad un certo grado di miseria spingea a ribellione le prime. Questi principî di psicologia collettiva, che trovarono la loro applicazione ripetute volte, poterono agire a Milano comein varie altre contrade[100]. Milano, che aveva tumultuato il 1 Aprile 1886 per il dazio sul pane e per le angherie degli agenti daziari, non poteva rimanere insensibile quando il prezzo del pane subì nel 1898 un aumento di quasi il 50%[101].
A Milano, inoltre, come si disse, dovettero intensamente agire altre cause, perchè Milano è lacapitale morale. Che lo sia lo dicono le cifre, che bisogna lasciar parlare. Cominciamo da quelle relative alla base biologica, che con qualche confronto con quelle della maggiore città del mezzogiorno, Napoli, serviranno a fare apprezzare più al giusto la costituzione bio-sociologica della metropoli del Nord e di quella del Sud[102].
L’aumento della popolazione nella capitale della Lombardia, se non è vertiginoso come quello di alcune grandi città dell’Europa settentrionale o degli Stati Uniti, è assai considerevole. Contava 351,941abitanti nel 1885 ed arrivò a 441 nel 1895. L’aumento fu più rapido tra il 1881 e il 1891 — da 314 a 414 mila abitanti; mentre Napoli nello stesso tempo da 493 salì a 527 mila. In media a Milano l’aumento fu di circa 10,000 abitanti all’anno, mentre a Napoli non arrivò a 3000.
Questa prima ed enorme differenza acquista un significato economico sociale interessantissimo quando si saprà che la natalità di Milano nel 1895 era molto ai disotto di quella media del regno: rispettivamente di 28,21 e di 38,67 per mille abitanti.
Questa natalità arriva alla cifra dei popoli orientali meno avanzati in civiltà in Napoli: nel 1891 di 41,4 nel quartiere S. Lorenzo, dove nel 1881 mantenevasi a 49,8. Questi altri dati, oltre l’influenza esercitata dalla diversità delle condizioni economiche degli abitanti delle due città, danno ragione in parte della differente mortalità: a Milano, per l’igiene, la pulizia e il rinnovamento edilizio, si spendono Lire 1318,80 per 100 abitanti; a Napoli si arriva a poco più della metà, a L. 693.85.
L’aumento della popolazione, dunque, a Milano, come nelle altre città civili, non è determinato da forte natalità, ma dalla sua minore mortalità ridotta a 24,52 nel 1895 colla media del regno di circa 26 e di Napoli, che mantenevasi a 30,6 nel 1893. L’aumento dovuto alla minore mortalità viene accresciuto dalla immigrazione, che fu di 10,511 nel 1885 e discese a 9545 nel 1895; inversamente l’emigrazione tra gli stessi anni salì da 2944 a 3194. Queste ultime cifre sono interessantissime, perchè dimostrano: 1º la quantità considerevole di persone nate fuori di Milano, che nella riccacittà vanno a prendere dimora; 2º che il movimento ascenzionale della prosperità, a giudicarne dalla diminuita immigrazione e dall’aumentata emigrazione, aveva già cominciato a subire un arresto nel 1895.
Occorrerebbe una speciale monografia per illustrare la vita economica industriale di Milano, che non è uguagliata da quella di verun’altra città italiana; vi sarà agio di accennarvi un poco più in là, e qui basta ricordare che laCassa di Risparmiocostituisce l’indice migliore della ricchezza della Lombardia. Gli ottocento milioni all’incirca di depositi e risparmi della Lombardia rappresentano oltre due terzi del totale spettante alle provincie meridionali come si è visto in uno dei capitoli precedenti.
La superiorità di Milano è indiscutibile e considerevole dal punto di vista intellettuale e morale. Milano spende L. 655,20 per istruzione e L. 1,23 per culto ogni 100 abitanti; Napoli invece presenta queste cifre: L. 354 e L. 19,67. Alle due spese corrispondono rigorosamente i dati dell’analfabetismo e quei della superstizione, dimostrabili colla statistica per la prima parte e riconoscibili soltanto dalla cronaca per la seconda. A Milano, infatti, su 100 sposi, un poco più di 16 non sanno sottoscrivere; più di 50 a Napoli. Quasi tutti i ragazzi che hanno l’obbligo della scuola — 96 su 100 — la frequentarono in Lombardia negli anni 1894-95; arrivarono a 63 nella Campania. Aggiungasi che mancarono qui tutte, o quasi, le scuole e le istituzioni complementari, che rendono meno illusoria l’istruzione obbligatoria.
In perfetta armonia coi dati economici e morali sono quelli morali come si può rilevare da questospecchietto che si riferisce al triennio 1893-95. Per 100,000 abitanti:
Milano supera tutto il mezzogiorno nel numero delle nascite illegittime (10,2 per 100 nascite); ma si sa che questo è l’indice meno significante della moralità pubblica; tanto che Torino, la quale nell’insieme sta innanzi a Milano per la istruzione e pei reati, la supera nelle quote degli illegittimi, con 14,1. Milano anche in uno degli elementi più dolorosi, si rivela a livello delle regioni più colte di Europa: nel 1895 ebbe 90 suicidi; non furono che 53 a Napoli, con circa 90 mila abitanti in più.
Se dal lato negativo della statistica morale si passa a quello positivo, in qualche modo rappresentato dalla beneficenza e dalla previdenza, riscontriamo dati che armonizzano coi precedenti e li spiegano. A Napoli si spendono L. 118,72 per 100 abitanti per beneficenza pubblica ed a Milano 185,15. Ma queste cifre non danno che una pallidissima idea dello spirito filantropico di Milano, in tutte le sue classi sociali. Chi volesse rendersene conto, legga inAppendiceciò che brevemente ci scrisse persona che conosce lacapitale moralee non potrà fare a meno di sentire per essa una viva ammirazione.
Accanto alla beneficenza sta la previdenza. Oltre il Monte di Pietà e la Cassa di Risparmio, a Milanovivono o meglio vivevano, prima che la raffica reazionaria le devastasse, oltre 160 associazioni di mutuo soccorso tra professionisti ed operai di ogni specie. Si può assicurare che i più umili mestieri e i più vari hanno la loro associazione di mutuo soccorso; prima fra tutte l’Associazione generale, che ha un capitale di oltre 600,000 lire e che per potenza economica e numero di soci gareggia con quella di Torino; entrambi sono tra le pochissime in Italia che reggono al paragone delle inglesi. Milano, colle sue diverse opere di beneficenza e di previdenza, spende la bella somma di circa otto milioni e duecento mila lire all’anno.
Floridissima e bene organizzata era la Camera del Lavoro, cui il municipio aveva accordato un sussidio annuo di L. 10,000 e la sede gratuita in via Crocefisso ed a cui facevano capo circa 120 sodalizi che rappresentavano tutto il lavoro manuale e parte di quello intellettuale — associazioni tra insegnanti, ecc. — Serviva come intermediaria tra capitale e lavoro, tra l’offerta e la domanda di lavoro e patrocinava gli interessi dei lavoratori.
L’opera sua fu sempre efficacissima e spesso compose degli scioperi o li evitò; lo stesso Municipio in qualche occasione si rivolse ad essa. L’ultima sua buona opera compiuta fu nello sciopero dei tramvieri, che durò un sol giorno e terminò colla vittoria dei lavoratori contro il Municipio e contro la società Edison. L’ira della reazione non la risparmiò, non ostante che non avesse carattere politico.
E colla Camera del Lavoro possiamo passare alle associazioni schiettamente politiche. Quelle dimutuo soccorso hanno ciascuna una prevalente tendenza politica; l’Associazione generale, ad esempio, è nelle mani dei monarchici moderati che se ne avvalgono ed acquistano una influenza superiore alla loro forza reale. La norma delle associazioni monarchiche è laCostituzionalepresieduta dal nobile G. Visconti Venosta e dove si raccolgono i reazionari più feroci, reclutati nell’aristocrazia e nella grassa borghesia: le sue idee vengono rappresentate nella stampa dellaPerseveranza. Sono monarchiche varie società fra militari ed alcuni circoli elettorali — tra i quali un Comitato elettorale permanente nel terzo collegio, che tra i principali capi di accusa contro i suoi avversari enumera quello di essere appartenenti alla massoneria. Merita menzione speciale ilCircolo popolare, che vorrebbe un partito conservatore moderno ben distinto dal reazionario, a cui appartengono Prinetti e Ambrosoli, tra gli altri deputati; ma che sinora non è riuscito ad avere molta fortuna; non ne ha avuto una maggiore l’Associazione monarchica fra gli studenti milanesi.
Un tempo era potentissimo il Consolato Operaio schiettamente democratico e che fu lo strumento della vittoria clamorosa della lista democratica e repubblicana alla prima elezione generale a suffragio allargato nel 1882. Fu battuto in breccia dai socialisti, che gradatamente gli sottrassero molti importanti sodalizi e gli era stato sostituito ilTribunato dei lavoratori, ch’era schiettamente repubblicano[103];e repubblicani erano molti circoli elettorali ed altre società — compresa una d’irredenti ed altre fra gli studenti raccolti nelFascio Carlo Cattaneo. Repubblicani e democratici potevano contare su di alcune società di mutuo soccorso, sullaSocietà democratica tra i Reduci dalle Patrie battagliee sulleSocietà Reduci volontari garibaldini.
Erano oltre venticinque le società e trenta gli oratorii cattolici, nei quali stava la forza disciplinata del partito clericale. Alcune organizzazioni avevano scopo esclusivamente elettorale e riuscirono utilissime ai moderati nelle elezioni amministrative.
I sodalizi socialisti sembravano scarsi di numero; ma erano mirabilmente organizzati e di una sorprendente attività. AllaFederazione socialista, all’Associazione elettorale socialista, alCircolo di studi socialifacevano capo molti circoli — alcuni prevalentemente elettorali — ed altre utili istituzioni, come il Ristorante cooperativo di Ponte Seveso che riusciva efficacissimo per la propaganda. L’organizzazione socialista era la più disciplinata e la più forte: la sola che poteva competere col partito clericale. Nè la disciplina veniva rotta dalle diversità della corrente che cominciava a designarsi trai moderati guidati da Turati e dalla Koulischoff, che volevano accordi coi partiti affini, e gli intransigenti che di accordi non volevano sapere in alcun modo. Gli uni e gli altri — moderati e intransigenti — erano decisamente avversi a qualunque tentativo rivoluzionario, almeno tra gli elementi direttivi e tra gli oratori delle frequenti e frequentate conferenze.
Con un cenno allaMassoneria— scissa durante il governo Crispi, perchè a lui si riteneva troppo ligio il Gran Maestro del tempo — allaSocietà internazionale per la pace, dove trovano posto uomini di tutti i colori — dal conservatore Albasini-Scrosati ai repubblicani Maffi e Premoli — e alCircolo per la solidarietà internazionale, ch’è una emanazione della precedente, con intendimenti più larghi e più pratici, pongo termine alla rapidissima rassegna delle associazioni di Milano, che possono già dare un adeguato concetto della sua vivace attività politica, che meglio risalterebbe dalla storia dei suoi singoli collegi fatta al lume dei risultati elettorali. Le ultime elezioni, ad esempio, insegnano che nel solo VI collegio, tra socialisti e repubblicani, gli antidinastici sono oltre 3000.
Questi dati politici e intellettuali vengono completati dalle seguenti notizie sulla stampa. Milano ha i giornali più diffusi in Italia, se non i meglio compilati.
Comincio dall’Italia del Popoloche non risorgerà più nellacapitale moralee che rivivrà a Roma sotto il semplice titolo:Italia. Benchè intransigentemente repubblicana — talvolta bigotta — e non ben fatta dal lato tecnico e deficientissima pel servizio telegrafico, era riuscita ad avere quattromilaabbonati. Era grande il valore morale dei suoi collaboratori — oggi quasi tutti in carcere — ma era maggiore la diffusione delle idee repubblicane; tale da consentirle una tiratura di oltre 15 mila copie, quale non l’ebbero maiL’Unità Italiana, Il Dovere, La Lega della democrazia, non ostante la direzione di uomini che si chiamavano Maurizio Quadrio, F. Campanella, Alberto Mario. E l’Italia del Popolo, per le deficienze indicate, non oltrepassava i confini dell’Emilia.
Tra i quotidiani, il primo posto per la diffusione lo tiene a Milano e in tutta ItaliaIl Secolo, la cui tiratura oscilla attorno alle 100 mila copie e che esercita una grande e benefica influenza in senso democratico in tutto il regno. E per questa sua azione venne soppresso dal generale Bava Beccaris. Viene dopoIl Corriere della sera, che col volteggiare accorto del Torelli-Viollier, che sapeva a tempo debito secondare l’opinione pubblica e colla grande cura posta nella compilazione, aveva ottenuto una considerevole diffusione. Coll’uscita dell’antico direttore, cui parvero enormi i fasti reazionari dello stato di assedio, si è avvicinato politicamente allaPerseveranza— l’organo più sfacciato della reazione, ma che per fortuna esercita scarsissima influenza, per la sua scarsa diffusione. Non arrivò a guadagnare neppure durante lo stato di assedio, quando ridusse democraticamente il prezzo di vendita da 10 a 5 centesimi.
LaLombardiaera un giornale alquanto democratico, non bene definito, ma che per le sue imparzialità godeva di molte simpatie tra la borghesia che non vuole arrivare alSecolo, ma che non può acconciarsiagli organi della reazione; ora ha mutato indirizzo, come è pure mutato tutto il personale di redazione, volontariamente dimessosi per atto di solidarietà con il suo direttore, non avendo voluto il direttore Gianderini acconciarsi a fare un giornale reazionario. Invece è discretamente diffusaLa Sera, sempre — almeno sinora — ministeriale, per l’ora tarda in cui si pubblica e che la fa ricercare per le notizie ultime. L’Osservatore Cattolicodi Don Albertario e laLega Lombardasono i due quotidiani cattolici: la seconda fornica coi moderati e qualche volta assume intonazione conciliazionista.
La Lotta di Classe— risorta sotto il titolo di:Lottacon un valoroso direttore — Claudio Treves —Il Socialista, L’elettore cattolico milanese, il Popolo cattolico, Il lavoratore italiano, clericale, eL’Idea liberalesono settimanali: sarebbe fortuna per tutti se le idee temperate dell’ultima prevalessero tra i monarchici milanesi.
Milano ha inoltre: 23 pubblicazioni commerciali e industriali — tra i qualiIl Solee ilCommercioquotidiano; 22 di medicina; 5 giornali giuridici —I Tribunalidivennero quotidiani durante i processi politici ultimi; 16 agricole; 22 di moda; 14 strettamente religiose; 29 letterarie, educative, scolastiche, ecc.; 13 per le famiglie ed umoristiche — argutissimoIl Guerrino Meschinoe assai popolareL’Uomo di Pietra; 13 teatrali; 3 di viaggi; 5 di pubblicità; 9 di sport, caccia e scherma; 15 di genere diverso; 12 scientifiche — tra le qualiIl Pensiero italianodi Pirro Aporti. E chiudo questa eloquentissima enumerazione con un cenno speciale alla soppressaCritica Sociale, che mercè l’operaassidua, intelligente ed amorevole di Filippo Turati aveva acquistato fama grande e meritata in Italia e fuori e che tutti si augurano di vedere risorgere presto e rigogliosa e battagliera, non appena il suo valoroso direttore avrà riacquistata la libertà.
Da tutto ciò si può già concludere che Milano è città essenzialmente politica e intellettuale; e chi conosce la vivacità delle discussioni nei caffè, nei ritrovi familiari, nelle piazze; la frequenza e varietà delle conferenze pubbliche — molte delle quali, naturalmente con diversità d’intenti, organizzate dal floridoCircolo Filologicoe dallaSocietà internazionale per la pace— tutte affollate e parecchie tenute nella stessa ora, potrà ancora più agevolmente ricostruire mentalmente l’ambiente psichico di Milano.
Questo ambiente, è naturale, non si formò in un giorno, nè in un anno. Degli anni ce ne vollero perchè quello descritto da Parini si mutasse radicalmente.
Non è qui il luogo per dimostrare quali fattori naturali e sociali abbiano contribuito a preparare e maturare il mutamento facendone un centro attivissimo di vita economica e intellettuale; certamente l’Austria colla sua cura di forche, di piombo e di galera ne ricostituì sano e vigoroso il carattere politico; ne formò la tradizione fiera, indipendente, indomita.
In un solo anno — dall’agosto 1848 all’agosto 1849 — furono eseguite non meno di novecento sessanta sentenze di morte sopra individui accusati o semplicemente sospettati autori di reati politici, compresi taluni pei quali non esisteva neppure il sospetto, ma che vennero giustiziati sol perchè trattiaccidentalmente in arresto. Alcune esecuzioni acquistarono celebrità per alcuni episodi eccezionali.
È così che i milanesi vanno orgogliosi del:Tiremm innanz!di Sciesa (1850).
«Il trattamento dei bruti a cittadini che insultati risentono l’insulto, dice il Senatore Piolti de’ Bianchi, segnò tra Milano e l’Austria una macchia indelebile, una pagina d’odio, che nessuno mai straccerà».
E quest’odio spiega come, perchè Milanopacificae umana fra le città italiane, abbia manifestato un entusiasmo come per una vittoria nazionale all’annunzio dell’assassinio del D.rVandoni (1851) reo di aver denunziato alla polizia il suo amico Dottor Ciceri[104].
Il moto del 6 Febbraio 1853 — nel quale ebbero parte Visconti Venosta e Depretis — e tutte le successive cospirazioni e impiccagioni consecutive, sino alla liberazione del 1859, non fecero che rinvigoriree rendere adamantino questo carattere politico della Lombardia e della sua capitale.
Una nuova vita avrebbe dovuto cominciare colla cacciata degli Austriaci; e lombardi e milanesi vi credettero tanto a questa nuova vita, che essi, nei primi anni della costituzione del regno, sembrarono tra i più devoti alla dinastia sabauda; tanto devoti, che Enrico Cernuschi, indignato, preferì alla cittadinanza italiana la francese. — Le elezioni politiche erano l’indice migliore dei sentimenti della massa che godeva del diritto di voto. C’erano già dei brontoloni, disgustati che Vittorio Emmanuele non avesse mantenuto l’antico impegno di convocare la Costituente; ma i più erano soddisfatti della liberazione dal giogo austriaco e preoccupati e distolti da altre aspirazioni, dal desiderio ardente di compiere l’unità e l’indipendenza della nazione, sino a tanto che lo odiato e antico oppressore rimaneva accampato nel Veneto. Qualche elezione — quelle di Giuseppe Ferrari, di G. Mussi, e più tardi di Carlo Cattaneo — più che alla influenza della corrente politica che rappresentavano gli eletti — era un omaggio alla eminenza della persona o l’effetto di condizioni locali.
La reazione contro il sentimento monarchico-moderato andavasi maturando man mano che i governanti discreditavansi per errori politici e per immoralità delle quali non potevansi vittoriosamente difendere.
Era divenuta vigorosa all’epoca delGazzettino Rosa— che potè fare di più per la demolizione delle istituzioni coi duelli de’ suoi redattori viventien bohemiens, che non gli articoli logici e serratidell’Unità Italiana— ed esplose colle infamie del processo Lobbia[105].
Passò inosservata, o quasi, la cospirazione repubblicana del 1869 — per la quale venne arrestato sulla Piazza del Duomo il Dott. Pantano, tradito da un ufficiale; ma suscitò maggiore interessamento il tentativo insurrezionale della Caserma di Pavia colla conseguente fucilazione di Barsanti.
I sotterfugi miserevoli di Lanza per negare la grazia del povero caporale, chiesta in nome delle donne italiane da una Pallavicini, al cui consorte grazia non era stata negata dall’Imperatore d’Austria, produsse la più penosa impressione nella pubblica opinione. E la Lombardia cominciò a divenire un semenzaio di deputati schiettamente repubblicani — Sonzogno, Billia, Ghinosi, Mussi, Cavallotti — molti dei quali forniti dalGazzettino Rosa, divenuto popolare perchè battagliero ed anticesareo. 1 fatti di Via Moscova — 23 Marzo 1879[106]— e tanti altri fastidella polizia, che non lasciava passare occasione per agire austriacamente, accelerarono l’evoluzione di Milano e della Lombardia in senso democratico e repubblicano: evoluzione che trovava il suo terreno ben preparato nella tradizione storica e nella influenza che dovevano esercitare legittimamente, sopra tutti gli elementi intellettuali e sani, un gigante come Carlo Cattaneo, uomini come Giuseppe Ferrari e Gabriele Rosa; evoluzione che divenne ufficialmente palese colle elezioni generali del 1882.
In tal modo si andò preparando in Milano e in Lombardia un ambiente non solo repubblicano, ma schiettamente federalista, con questo in più: che la tendenza federalista non era esclusiva dei repubblicani, ma invadeva più o meno apertamente su tutti gli altri partiti e su tutte le classi sociali, percorrendo una gamma al cui centro stava l’Italia del Popolocoll’indimenticabile Dario Papa, e, agli estremi, da un lato Filippo Turati e dall’altro Giuseppe Colombo.
Date le condizioni tristi del resto d’Italia e data la coscienza della superiorità economica, intellettuale e morale di Milano e della Lombardia, coloro che si sapevano superiori e vedevansi legalmente accoppati da una forte maggioranza avversa, non potevano che riconfermarsi nel sentimento e nell’aspirazione federalista nella quale vedevano una nuova liberazione daibarbaridel mezzogiorno. Così formossi la leggenda delloStato di Milano, in fondo della quale c’era e c’è un assieme di verità, che non dovette rimanere del tutto estranea negli ultimi moti di Maggio[107].
Milano e la Lombardia si credettero addirittura sottoposti ad un dominio odioso sotto il secondo ministero Crispi: il quale ricambiava i lombardi di cordialissima antipatia e designavali comeGalli cisalpini. Antipatia scambievole, sottolineata dai solenni fischi di Milano al Presidente del Consiglio, tanto più significante in quanto che la rottura colla Francia accentuata da Crispi, più che alle altre, economicamente, riusciva profittevole alle industrie lombarde.
Lo spirito lombardo, in ultimo, parve impersonato in Cavallotti che alla sua tenace e meravigliosa opposizione dette il profumo che veniva dallaquestione morale; sicchè le manifestazioni violente di Milano e di Pavia dopo Abba Carima e la successiva caduta di Crispi parvero una vittoria, una rivincita del bardo glorioso della democrazia e dei suoi rappresentati.
Questo l’ambiente politico-morale di Milano; che a buon diritto può essere chiamata lacapitale moraled’Italia per lo insieme armonico delle sue condizioni. Torino che l’uguaglia, le sta dappresso o la supera nella vita economica, nell’alfabetismo e nella minore delinquenza, non ha la vivacità e l’energia politica di Milano. E si spiega la calma di Torino durante gli ultimi moti non solo col desiderio di non nuocere al successo della sua Esposizione e colla forte organizzazione del suo socialismo intransigente, ma anche col suo temperamento e colla influenza della tradizione dinastica ancora tanto viva su di un Edmondo De Amicis che manifesta un sacro orrore per l’idea repubblicana innanzi al Tribunale militare, che doveva condannare a dodici anni di reclusione il suo amico e compagno di fede Filippo Turati!
L’ambiente politico-morale di Milano, sovraccitato già in modo straordinario dalla morte e dai funerali di Cavallotti e dalla rassegna delle forze repubblicane e socialiste fatte nella commemorazione solenne del cinquantesimo anniversario delle Cinque Giornate — era tale che sarebbe stato miracolo se i moti per la fame del resto d’Italia non vi avessero ottenuto una forte ripercussione. Sarebbe bastatoil contagio psichico, tanto più facile dove il terreno è adatto, a determinarla[108]; l’uccisione di Mussi doveva renderla inevitabile. L’imprudenza — altri forse dirà il calcolo, se la reazione era realmentesospirata— delle autorità politiche e militari dovevano necessariamente riuscire agli episodi sanguinosi di Maggio 1898. Nei quali, per quante ricerche abbia fatte, non sono riuscito a convincermi che vi abbia avuto parte principale la teppa, come da qualcuno, che ha voluto erroneamente scagionare Milano dei tumulti avvenuti, è stato asserito[109].
La manifestazione primitiva del 6 Maggio fu essenzialmente politica e tali rimasero le successive. Così doveva essere. Se le condizioni d’Italia sono tali che a giudizio di Saracco destano ildisgusto del presente regime— e testè gli fecero dire che per salvare l’Italia si dovrebbericondurre il senso chiaro, esatto della moralità nella coscienza pubblica, in basso e in alto[110]— non era evidente, non era logico, che questo disgusto prorompesse in pubbliche manifestazioni nellacapitale morale,dove identiche esplosioni, per cause minori, c’erano state altre volte? Se questa volta si arriva alle barricate, che nessuno, però, difende, la colpa è tutta delle autorità politiche e militari, che agirono in guisa da far sospettare che abbiano voluto le barricate per arrivare alla reazione.
Per parte mia non esito ad aggiungere che se le barricate rimasero indifese, se i moti non furono più gravi ciò si deve al fatto che mancò assolutamente ogni preparazione ed ogni direzione e sopratutto al dissidio tra i socialisti e una borghesia colta e repubblicana, che ha un obbiettivo determinato, ma che ebbe tagliati i garretti dal socialismo, che le sottrasse le masse. In queste poi poterono più la tradizione, il temperamento, che non poteva essere modificato in pochi anni, anzichè la propagandasinceramente e costantemente antirivoluzionaria dei socialisti; ed esplosero[111].
La protesta di Milano fu essenzialmente politica e morale; ma credo di avere dimostrato ad esuberanza che non ebbe il menomo carattere di un vero tentativo insurrezionale. Se a Milano, come alcuni, a torto, pretendono, mancò l’influenza economica nella determinazione della protesta, ciò tornerebbe sempre a suo grandissimo onore. I socialisti non deridono a sangue ogni giorno la quistione sociale perchè alcuni socialisti la riducono a semplicequistione di stomaco?Ebbene, diano tutta la loro ammirazione a Milano che si leva in nome delle più sante ed alte idealità!
In quanto alle sozze calunnie di chi disse i moti di Milano e del resto d’Italia voluti e preparati dai socialisti e repubblicani agliordini ed agli stipendidel Papa e della Francia, esse non meritano che il più profondo disprezzo[112].
Quattro mesi di reazione non poterono modificare l’ambiente politico e morale di Milano.
Lacapitale moralerimane uno scandalo per alcune parti d’Italia ed un pericolo — se non si vorrà trarre ammaestramento dagli avvenimenti — per le istituzioni; si capisce perciò che ci sia qualche nuovo Barbarossa, come venne chiamato chi ebbe la triste ventura di spegnere Cavallotti, che la vorrebbe annientata; si capisce ancora che ci sia chi vorrebbe metterla sotto latutela affettuosadell’Italia.
Oh! il momento per togliere di mezzo questa minaccia permanente alla tranquillità dello Stato, di porre sotto tutela.... lacapitale moraleè veramente opportuno! Quando all’estero, per nostra incancellabile vergogna, si discute sulla convenienza di porre l’Italia sotto la tutela dell’Europa perchè non sa guarirsi dalla miseria e dall’analfabetismo, che generarono il pericolo anarchico[113], è giustoche ci sia all’interno chi voglia spento il focolaio di benessere, di sana energia, di vera civiltà che risiede in Milano!
Se i nuovi Barbarossa esprimessero il sentimento della maggioranza degli italiani sarebbe segno che l’Italia non potrebbe tollerare che una sua grande città venisse chiamata lacapitale morale....