I.Ogni mattina, con una puntualità irritante, giungeva a Torre Guelfa il procaccia, portando una lettera di Edoarda, e tutti i giorni, alla stessa ora, con lo stesso tono di voce, Marta, la figlia di Lazzaro, battendo all'uscio della nostra camera mi annunziava dalla soglia:— Una lettera per il signore.— Bene: méttila nel mio studio.I giornali e l'altra corrispondenza venivan per consueto nel pomeriggio; ma essa, quella busta cinerina, con un suggello di ceralacca violetta, con l'indirizzo che pareva sempre ricalcato sul medesimo stampo, metteva quasi uno studio particolare nel giunger sola, immancabilmente sola, come se mai non la ferissero i disguidi postali nè le traversìe del viaggio. Di quella lettera tutto mi affliggeva: la forma, la scrittura, lo stile, il senso, la monotona tristezza.Prima di leggerla, quasi ne sapevo a mente il contenuto, e l'odiavo sopra tutto per quella oscurità che, al suo giungere, si diffondeva nel viso di Elena, l'odiavo per quella tristezza momentanea ch'essa faceva scendere sul nostro amore.Frattanto, per giustificare il mio lungo soggiorno a Torre Guelfa, avevo intessuta una storia così complessa di menzogne, ch'io stesso non mi raccapezzavo più. Qualche volta i pretesti erano grossolani ed in ogni mia lettera non v'era che lo sforzo continuo, man mano più palese, di preparare all'imminente risoluzione l'animo ed il pensiero di Edoarda.Già da qualche tempo avevo scritto al Capuano la lettera [pg!104] concertata ed egli s'era più volte recato a visitar Edoarda, senz'avere a sua volta il coraggio di affrontare quel temibile discorso.«Ho meglio riflettuto, — egli mi rispose, — e sempre più credo che tu agisca sotto l'impulso d'una esaltazione momentanea, dopo la quale il pentimento non tarderebbe a sopraggiungere. Vorrei farti ancora un ultimo ragionamento, prima di mantenere la triste promessa che ti ho data. Ecco: e parliamo di te solo, consideriamo la cosa dal lato della tua sola utilità. L'amore finisce in tutte le anime; ciò che non finisce mai, in uno spirito come il tuo, è il bisogno della ricchezza, del piacere, la smania di soddisfare la tua grande ambizione, poichè non riesco a figurarmi quale uomo saresti nella miseria. Ora, il gesto che vuoi compiere su l'orlo del precipizio è straordinariamente assurdo. Siamo pratici, siamo brutali! C è una fanciulla che ti può rendere il denaro disperso in tanti anni, che ti può d'un colpo ricollocare in quel patriziato dal quale decadi per necessità; ebbene, fa una cosa: prendi tempo, rifletti, esaurisci prima questo nuovo amore. Hai trovata una simulazione felice: la nevrastenìa. Non sarai forse creduto, ma in ogni modo insisti. Poi cerca un altro argomento specioso, per esempio: la dignità. Secondo quanto mi scrivi, non hai trovato ancora il modo di prorogar l'ipoteca su le terre di Monte S. Biagio. Lo stesso Piero Capponi, quel mansueto cannibale, subodorando il vento infido, non ne ha voluto sapere. Io non sono tanto ricco da poterti aiutare in questa contingenza, quindi, fra poco tempo, la tua rovina sarà pubblica e l'asta delle tue terre solleverà grande rumore in Roma. Fatte queste premesse, credo che, a forza di cavilli e di sofismi, non ti sarebbe difficile far intendere a Edoarda come tu, «da uomo dignitoso», non possa permettere che la rovina ed il matrimonio, due avvenimenti così opposti — o, se vuoi, così rassomiglianti — vengano proprio a coincidere. È un tema che si può svolgere con molto vantaggio e con molta elasticità.... Chiedi allora una lunga dilazione; rendi la promessa che hai ricevuta, senza ridomandare la tua.[pg!105] Il gesto è meno ruvido, e il rimanente verrà da sè. Partirai da Roma per qualche tempo, e guarirai se ti piacerà guarire.... Io penso che questa cura farà molto bene alla tua salute.»————Questa lettera di Fabio mi aveva irritato assai. Gli risposi, ammettendo in parte le sue considerazioni di opportunità, ma dichiarandogli che non intendevo affatto scegliere una strada obliqua nè frapporre un ulteriore indugio. Lo pregavo inoltre di non ritogliermi l'aiuto promesso, ed anzi di venire a Torre Guelfa, onde potessimo concertare insieme un piano definitivo. Egli rispose che sarebbe giunto alcuni giorni più tardi.La nostra vita scorreva intanto in un soave oblìo. Ella era insieme la più delicata e la più incomprensibile amante. Il suo fresco viso empiva le stanze del castello taciturno e pareva, tra quel silenzio di cose decrepite, suscitare improvvise giovinezze.Torre Guelfa, la rocca dei Materdomini, difesa un tempo con molta rupe e molto ferro, non era più che una confortevole casa di campagna, sorgente in mezzo a prospere fattorie, sovra un alto colle, presso le cascatelle del fiume. Corridoi profondi e stanze vaste, con tapezzerie sbiadite, con vasti mobili tutelari, foggiati alla guisa che amarono gli uomini rudi, usi alle fatiche delle armi, per gli ozi dei loro ben custoditi castelli; v'erano tendami grevi, che parevano spiovere assecondando quasi un desiderio di silenzio, e camini alti, pavimenti a mosaico, letti profondi, e per tutto quell'odor diffuso del buon legno antico, della immateriale polvere che lascia il tempo nelle abitazioni chiuse.Elena ed io spesso non osavamo interrompere quella specie di raccoglimento che piegava sotto il peso delle memorie la solenne anima della casa, e, taciturni, stavamo ad ascoltare lo scricchiolìo delle porte sui cardini o quel tremore inesplicabile che assaliva talvolta i vetri degli armadi monumentali, percorrendo anche le racchiuse argenterie, le porcellane, i vasi di cristallo. Amavamo che [pg!106] le serrature fossero un poco arruginite e gli scaffali avessero accolta nelle invisibili tarlature quasi una polvere divenute colore, ed alcuni specchi rimanessero velati dietro una cortina di mussola, ed anche le cornici dei quadri mostrassero, fra le dorature offuscate, qualche macchia verdognola, come licheni su le rupi asciutte.V'era, per esempio, nella sala grande, legato all'intarsio d'uno stipo con un nastro senza più colore, un calendario di vent'anni addietro, il quale, sopra un foglio giallo, segnava il giorno ventidue di Novembre — Santa Cecilia Vergine — un venerdì.Oh, com'era pieno di mistero quel calendario vecchio di vent'anni, fermatosi ad una estate di San Martino! E, chissà mai per qual motivo, dopo quel giorno così remoto la mano calma dell'abitatrice non aveva potuto sfogliarlo più....Così pure, in un angolo, dal braccio proteso di una statua moresca d'ebano dipinto, pendeva una borsa da lavoro, fatta di una stoffa che pareva broccato, a fiorami verdi e oro, con molta polvere nelle sue pieghe. Di fianco al pianoforte erano fasci di spartiti ammucchiati negli scaffali da chissà quanti anni, e lì presso, da un vaso di maiolica, fioriva pomposamente un grande mazzo di penne di pavone. Tutte queste cose parevano essere le abitatrici del luogo taciturno e maravigliarsi della luce, infastidirsi del rumore.Non avevo mai voluto che gli operai ponessero mano a rinnovar questa dimora, in cui facevo per il consueto brevi e radi soggiorni al tempo dei raccolti.Il giardino era vasto, invaso dall'esuberanza dei fiori selvatici, tra le piante coltivate che ornavano le serre, i prati, le aiuole. Un ponte di legno rustico varcava un torrentello sotto l'arco d'un padiglione arboreo, ed il giardino continuava di là, perdendosi nella sùbita foresta. Da un lato lo chiudeva il fiume, suscitando un acciottolìo continuo sotto le dense capigliature dei rami; l'acqua corrente alimentava le molteplici fontane. Dall'altro lato era il frutteto, chiuso per intorno da una folta siepe, nella quale s'arrampicava il caprifoglio selvatico.[pg!107] E i galli, dall'uno all'altro pollaio, prolungavano il loro canto con impetuosa emulazione.I miei contadini avevano sparsa per le campagne quasi una leggenda su la bellezza di Elena, e tutte le fanciulle, passando, si affacciavano ai cancelli, parlavano e ridevano forte per farsi guardare, quand'ella usciva nel giardino.La nostra vita era semplice, buona, satura di gioia; talora non conoscevo più limiti alla mia felicità. Mi pareva di riavvicinarmi alla terra, di ritrovare una poesia nuova ne' miracoli della primavera, e spesso mi pervadeva con esaltazione il bisogno di ammirare, di ringraziare, di accogliere più sensi dentro l'anima, di espandere tutte le mie forze fino all'esaurimento. I giorni passavano per noi con una rapidità incredibile, così da farci perdere la nozione del tempo. Avevamo quasi paura di guardar lontano, ed entrambi, come per una concordia pattuita in silenzio, indugiavamo inerti nella delizia dell'ora fugace. Una vita sovrabbondante si agitava in noi, prostrandoci a volte sotto l'eccesso della sua violenza e rendendoci soavemente neghittosi ad ogni sforzo morale.Invece le nostre virtù comunicative si erano estremamente affinate: un gesto di Elena mi faceva comprendere il suo pensiero, come una mia parola sapeva esprimerle tutto il mio mondo interiore. La sua vita intima cadeva sotto il dominio vigile de' miei sensi, ed il mio spirito non faceva che ardere nel maraviglioso e continuo desiderio di lei.Elena veramente aveva compiuto il miracolo di rendermi la mia giovinezza, come un fresco dono, e tutto il mio sopito essere in lei si rigenerava.Alle volte mi pareva che le fosse rimasta una inguaribile nostalgia della sua vita vagabonda, un bisogno intimo di tornare all'avventura, di riaffrontare il pericolo, e paventavo il giorno in cui avrebbe ricominciato il suo cammino, mossa da una forza incontrastabile, considerando anche l'amore come un episodio del suo viaggio, come un incontro necessario fatto per via.[pg!108] Ella passava tutto il giorno per lo più nel giardino, a cucire o leggere sotto la pergola di vite americana, che si partiva da un fianco della casa e radendo il muro di confine scendeva sino al cancello con un lento pendìo. Fuori si vedeva la strada fare una svolta rapida e serpeggiare per la breve collina verso le case del villaggio, che si raggruppavano adagiate su la falda.L'aria della campagna inebbriava Elena; le forze della natura si comunicavano entro il suo corpo vibrante, aumentavano i battiti delle sue vene, moltiplicavano le vibrazioni del suo pensiero.— Tu non sai quanto sono felice qui! — mi diceva talora, con un atto fervido, come per abbracciare in sè tutta la gioia che le rideva intorno. Ed in quell'atto ella pareva comprendere la libertà, la luce, i fiori, le canzoni che venivano per l'aria, le musiche delle fontane pullulanti da un nascondiglio inaccessibile nella montagna, il belar delle mandrie abbeverate al fiume, lo squittire, le gorgheggiate, i frulli che animavano il verde, il sapore di biade giovini e di polle feraci che si esprimeva dalla potenza originaria della terra, e più lontano, più in alto, nel sole, nel vuoto, nel vento, lo smisurato arco di trionfo che formavano all'orizzonte le torme di nubi fuggiasche, raggiando l'apoteosi d'un incendio su la invisibile magnificenza del mare.In lei vivevano tutte le seduzioni raccolte. Così, per un'arte inconsapevole, i suoi gesti, la sua pettinatura, la foggia ed il colore degli abiti che vestiva, la guisa di allacciarsi un nastro intorno alla gola o di mettersi un fiore nei capelli, tutte le cose infine che appartenevano a lei, non eran che segni diversi d'un'armonia sola, e la sua bellezza le continuava intorno, rimanendo come un solco nell'aria dov'era passata.Un giorno mi avvenne di comparare la sua vita molteplice alla fioritura di un melo possente che prosperava nel mezzo del frutteto, parendo esaudire un sogno di eterna dionisiaca primavera.Il suo tronco basso e nodoso cresceva dal margine del [pg!109] prato sopra un quadrivio di sentieri, ed all'altezza d'una fronte d'uomo si fendeva in due bracci minori, che poi divergevano alquanto e s'innalzavano, prolificando una alberatura vasta, intricatissima, sovrabbondevole, dando quasi l'immagine di un serpaio gigantesco pervaso da una follìa di contorsione.Appena, fra gli interstizi, appariva il tenue verdeggiare delle foglie novelle, ma sopra, ma dentro, ma intorno, su la vetta dei rami e nel loro spessore, a ciuffi, a pennacchi, a mazzi, a stelle, a rose, a ghirlande, con una profusione inverosimile, con una densità più folta che non sia l'erba nelle campagne selvagge o nei prati maggesi, la rosea fioritura del melo esercitava su la pianta madre una specie di soffocazione, con uno sfoggio ed uno sperpero di colore così eccessivo, ch'esso pareva comunicarsi anche all'aria circostante, all'ombra delineata sul terreno, a tutte le cose che poi si guardavano, ritogliendo le pupille un po' ebbre da quella magnificenza floreale.Avevano per l'aria, quelle innumerevoli corolle, un'apparenza di filigrane delicatissime, una leggerezza d'ali di farfalle, che il vento faceva palpitare con frequenza mettendo in quel roseo fiorire una specie di scolorimento, un'improvvisa oscillazione bianca. E tutto, per una zona intorno al melo, era invaso da quella esuberanza di fiori. Cadendo, ingombravano il fogliame, pendevano dalle congiunture dei rami, si addensavano entro le cavità del tronco, ne aderivano alla corteccia muscosa, oscillavano sui ragnateli, coprivano di un tappeto soffice la terra, l'erba, le siepi, spandendo nell'aria soave una balsamica fragranza di miele.[pg!110]
I.Ogni mattina, con una puntualità irritante, giungeva a Torre Guelfa il procaccia, portando una lettera di Edoarda, e tutti i giorni, alla stessa ora, con lo stesso tono di voce, Marta, la figlia di Lazzaro, battendo all'uscio della nostra camera mi annunziava dalla soglia:— Una lettera per il signore.— Bene: méttila nel mio studio.I giornali e l'altra corrispondenza venivan per consueto nel pomeriggio; ma essa, quella busta cinerina, con un suggello di ceralacca violetta, con l'indirizzo che pareva sempre ricalcato sul medesimo stampo, metteva quasi uno studio particolare nel giunger sola, immancabilmente sola, come se mai non la ferissero i disguidi postali nè le traversìe del viaggio. Di quella lettera tutto mi affliggeva: la forma, la scrittura, lo stile, il senso, la monotona tristezza.Prima di leggerla, quasi ne sapevo a mente il contenuto, e l'odiavo sopra tutto per quella oscurità che, al suo giungere, si diffondeva nel viso di Elena, l'odiavo per quella tristezza momentanea ch'essa faceva scendere sul nostro amore.Frattanto, per giustificare il mio lungo soggiorno a Torre Guelfa, avevo intessuta una storia così complessa di menzogne, ch'io stesso non mi raccapezzavo più. Qualche volta i pretesti erano grossolani ed in ogni mia lettera non v'era che lo sforzo continuo, man mano più palese, di preparare all'imminente risoluzione l'animo ed il pensiero di Edoarda.Già da qualche tempo avevo scritto al Capuano la lettera [pg!104] concertata ed egli s'era più volte recato a visitar Edoarda, senz'avere a sua volta il coraggio di affrontare quel temibile discorso.«Ho meglio riflettuto, — egli mi rispose, — e sempre più credo che tu agisca sotto l'impulso d'una esaltazione momentanea, dopo la quale il pentimento non tarderebbe a sopraggiungere. Vorrei farti ancora un ultimo ragionamento, prima di mantenere la triste promessa che ti ho data. Ecco: e parliamo di te solo, consideriamo la cosa dal lato della tua sola utilità. L'amore finisce in tutte le anime; ciò che non finisce mai, in uno spirito come il tuo, è il bisogno della ricchezza, del piacere, la smania di soddisfare la tua grande ambizione, poichè non riesco a figurarmi quale uomo saresti nella miseria. Ora, il gesto che vuoi compiere su l'orlo del precipizio è straordinariamente assurdo. Siamo pratici, siamo brutali! C è una fanciulla che ti può rendere il denaro disperso in tanti anni, che ti può d'un colpo ricollocare in quel patriziato dal quale decadi per necessità; ebbene, fa una cosa: prendi tempo, rifletti, esaurisci prima questo nuovo amore. Hai trovata una simulazione felice: la nevrastenìa. Non sarai forse creduto, ma in ogni modo insisti. Poi cerca un altro argomento specioso, per esempio: la dignità. Secondo quanto mi scrivi, non hai trovato ancora il modo di prorogar l'ipoteca su le terre di Monte S. Biagio. Lo stesso Piero Capponi, quel mansueto cannibale, subodorando il vento infido, non ne ha voluto sapere. Io non sono tanto ricco da poterti aiutare in questa contingenza, quindi, fra poco tempo, la tua rovina sarà pubblica e l'asta delle tue terre solleverà grande rumore in Roma. Fatte queste premesse, credo che, a forza di cavilli e di sofismi, non ti sarebbe difficile far intendere a Edoarda come tu, «da uomo dignitoso», non possa permettere che la rovina ed il matrimonio, due avvenimenti così opposti — o, se vuoi, così rassomiglianti — vengano proprio a coincidere. È un tema che si può svolgere con molto vantaggio e con molta elasticità.... Chiedi allora una lunga dilazione; rendi la promessa che hai ricevuta, senza ridomandare la tua.[pg!105] Il gesto è meno ruvido, e il rimanente verrà da sè. Partirai da Roma per qualche tempo, e guarirai se ti piacerà guarire.... Io penso che questa cura farà molto bene alla tua salute.»————Questa lettera di Fabio mi aveva irritato assai. Gli risposi, ammettendo in parte le sue considerazioni di opportunità, ma dichiarandogli che non intendevo affatto scegliere una strada obliqua nè frapporre un ulteriore indugio. Lo pregavo inoltre di non ritogliermi l'aiuto promesso, ed anzi di venire a Torre Guelfa, onde potessimo concertare insieme un piano definitivo. Egli rispose che sarebbe giunto alcuni giorni più tardi.La nostra vita scorreva intanto in un soave oblìo. Ella era insieme la più delicata e la più incomprensibile amante. Il suo fresco viso empiva le stanze del castello taciturno e pareva, tra quel silenzio di cose decrepite, suscitare improvvise giovinezze.Torre Guelfa, la rocca dei Materdomini, difesa un tempo con molta rupe e molto ferro, non era più che una confortevole casa di campagna, sorgente in mezzo a prospere fattorie, sovra un alto colle, presso le cascatelle del fiume. Corridoi profondi e stanze vaste, con tapezzerie sbiadite, con vasti mobili tutelari, foggiati alla guisa che amarono gli uomini rudi, usi alle fatiche delle armi, per gli ozi dei loro ben custoditi castelli; v'erano tendami grevi, che parevano spiovere assecondando quasi un desiderio di silenzio, e camini alti, pavimenti a mosaico, letti profondi, e per tutto quell'odor diffuso del buon legno antico, della immateriale polvere che lascia il tempo nelle abitazioni chiuse.Elena ed io spesso non osavamo interrompere quella specie di raccoglimento che piegava sotto il peso delle memorie la solenne anima della casa, e, taciturni, stavamo ad ascoltare lo scricchiolìo delle porte sui cardini o quel tremore inesplicabile che assaliva talvolta i vetri degli armadi monumentali, percorrendo anche le racchiuse argenterie, le porcellane, i vasi di cristallo. Amavamo che [pg!106] le serrature fossero un poco arruginite e gli scaffali avessero accolta nelle invisibili tarlature quasi una polvere divenute colore, ed alcuni specchi rimanessero velati dietro una cortina di mussola, ed anche le cornici dei quadri mostrassero, fra le dorature offuscate, qualche macchia verdognola, come licheni su le rupi asciutte.V'era, per esempio, nella sala grande, legato all'intarsio d'uno stipo con un nastro senza più colore, un calendario di vent'anni addietro, il quale, sopra un foglio giallo, segnava il giorno ventidue di Novembre — Santa Cecilia Vergine — un venerdì.Oh, com'era pieno di mistero quel calendario vecchio di vent'anni, fermatosi ad una estate di San Martino! E, chissà mai per qual motivo, dopo quel giorno così remoto la mano calma dell'abitatrice non aveva potuto sfogliarlo più....Così pure, in un angolo, dal braccio proteso di una statua moresca d'ebano dipinto, pendeva una borsa da lavoro, fatta di una stoffa che pareva broccato, a fiorami verdi e oro, con molta polvere nelle sue pieghe. Di fianco al pianoforte erano fasci di spartiti ammucchiati negli scaffali da chissà quanti anni, e lì presso, da un vaso di maiolica, fioriva pomposamente un grande mazzo di penne di pavone. Tutte queste cose parevano essere le abitatrici del luogo taciturno e maravigliarsi della luce, infastidirsi del rumore.Non avevo mai voluto che gli operai ponessero mano a rinnovar questa dimora, in cui facevo per il consueto brevi e radi soggiorni al tempo dei raccolti.Il giardino era vasto, invaso dall'esuberanza dei fiori selvatici, tra le piante coltivate che ornavano le serre, i prati, le aiuole. Un ponte di legno rustico varcava un torrentello sotto l'arco d'un padiglione arboreo, ed il giardino continuava di là, perdendosi nella sùbita foresta. Da un lato lo chiudeva il fiume, suscitando un acciottolìo continuo sotto le dense capigliature dei rami; l'acqua corrente alimentava le molteplici fontane. Dall'altro lato era il frutteto, chiuso per intorno da una folta siepe, nella quale s'arrampicava il caprifoglio selvatico.[pg!107] E i galli, dall'uno all'altro pollaio, prolungavano il loro canto con impetuosa emulazione.I miei contadini avevano sparsa per le campagne quasi una leggenda su la bellezza di Elena, e tutte le fanciulle, passando, si affacciavano ai cancelli, parlavano e ridevano forte per farsi guardare, quand'ella usciva nel giardino.La nostra vita era semplice, buona, satura di gioia; talora non conoscevo più limiti alla mia felicità. Mi pareva di riavvicinarmi alla terra, di ritrovare una poesia nuova ne' miracoli della primavera, e spesso mi pervadeva con esaltazione il bisogno di ammirare, di ringraziare, di accogliere più sensi dentro l'anima, di espandere tutte le mie forze fino all'esaurimento. I giorni passavano per noi con una rapidità incredibile, così da farci perdere la nozione del tempo. Avevamo quasi paura di guardar lontano, ed entrambi, come per una concordia pattuita in silenzio, indugiavamo inerti nella delizia dell'ora fugace. Una vita sovrabbondante si agitava in noi, prostrandoci a volte sotto l'eccesso della sua violenza e rendendoci soavemente neghittosi ad ogni sforzo morale.Invece le nostre virtù comunicative si erano estremamente affinate: un gesto di Elena mi faceva comprendere il suo pensiero, come una mia parola sapeva esprimerle tutto il mio mondo interiore. La sua vita intima cadeva sotto il dominio vigile de' miei sensi, ed il mio spirito non faceva che ardere nel maraviglioso e continuo desiderio di lei.Elena veramente aveva compiuto il miracolo di rendermi la mia giovinezza, come un fresco dono, e tutto il mio sopito essere in lei si rigenerava.Alle volte mi pareva che le fosse rimasta una inguaribile nostalgia della sua vita vagabonda, un bisogno intimo di tornare all'avventura, di riaffrontare il pericolo, e paventavo il giorno in cui avrebbe ricominciato il suo cammino, mossa da una forza incontrastabile, considerando anche l'amore come un episodio del suo viaggio, come un incontro necessario fatto per via.[pg!108] Ella passava tutto il giorno per lo più nel giardino, a cucire o leggere sotto la pergola di vite americana, che si partiva da un fianco della casa e radendo il muro di confine scendeva sino al cancello con un lento pendìo. Fuori si vedeva la strada fare una svolta rapida e serpeggiare per la breve collina verso le case del villaggio, che si raggruppavano adagiate su la falda.L'aria della campagna inebbriava Elena; le forze della natura si comunicavano entro il suo corpo vibrante, aumentavano i battiti delle sue vene, moltiplicavano le vibrazioni del suo pensiero.— Tu non sai quanto sono felice qui! — mi diceva talora, con un atto fervido, come per abbracciare in sè tutta la gioia che le rideva intorno. Ed in quell'atto ella pareva comprendere la libertà, la luce, i fiori, le canzoni che venivano per l'aria, le musiche delle fontane pullulanti da un nascondiglio inaccessibile nella montagna, il belar delle mandrie abbeverate al fiume, lo squittire, le gorgheggiate, i frulli che animavano il verde, il sapore di biade giovini e di polle feraci che si esprimeva dalla potenza originaria della terra, e più lontano, più in alto, nel sole, nel vuoto, nel vento, lo smisurato arco di trionfo che formavano all'orizzonte le torme di nubi fuggiasche, raggiando l'apoteosi d'un incendio su la invisibile magnificenza del mare.In lei vivevano tutte le seduzioni raccolte. Così, per un'arte inconsapevole, i suoi gesti, la sua pettinatura, la foggia ed il colore degli abiti che vestiva, la guisa di allacciarsi un nastro intorno alla gola o di mettersi un fiore nei capelli, tutte le cose infine che appartenevano a lei, non eran che segni diversi d'un'armonia sola, e la sua bellezza le continuava intorno, rimanendo come un solco nell'aria dov'era passata.Un giorno mi avvenne di comparare la sua vita molteplice alla fioritura di un melo possente che prosperava nel mezzo del frutteto, parendo esaudire un sogno di eterna dionisiaca primavera.Il suo tronco basso e nodoso cresceva dal margine del [pg!109] prato sopra un quadrivio di sentieri, ed all'altezza d'una fronte d'uomo si fendeva in due bracci minori, che poi divergevano alquanto e s'innalzavano, prolificando una alberatura vasta, intricatissima, sovrabbondevole, dando quasi l'immagine di un serpaio gigantesco pervaso da una follìa di contorsione.Appena, fra gli interstizi, appariva il tenue verdeggiare delle foglie novelle, ma sopra, ma dentro, ma intorno, su la vetta dei rami e nel loro spessore, a ciuffi, a pennacchi, a mazzi, a stelle, a rose, a ghirlande, con una profusione inverosimile, con una densità più folta che non sia l'erba nelle campagne selvagge o nei prati maggesi, la rosea fioritura del melo esercitava su la pianta madre una specie di soffocazione, con uno sfoggio ed uno sperpero di colore così eccessivo, ch'esso pareva comunicarsi anche all'aria circostante, all'ombra delineata sul terreno, a tutte le cose che poi si guardavano, ritogliendo le pupille un po' ebbre da quella magnificenza floreale.Avevano per l'aria, quelle innumerevoli corolle, un'apparenza di filigrane delicatissime, una leggerezza d'ali di farfalle, che il vento faceva palpitare con frequenza mettendo in quel roseo fiorire una specie di scolorimento, un'improvvisa oscillazione bianca. E tutto, per una zona intorno al melo, era invaso da quella esuberanza di fiori. Cadendo, ingombravano il fogliame, pendevano dalle congiunture dei rami, si addensavano entro le cavità del tronco, ne aderivano alla corteccia muscosa, oscillavano sui ragnateli, coprivano di un tappeto soffice la terra, l'erba, le siepi, spandendo nell'aria soave una balsamica fragranza di miele.[pg!110]
Ogni mattina, con una puntualità irritante, giungeva a Torre Guelfa il procaccia, portando una lettera di Edoarda, e tutti i giorni, alla stessa ora, con lo stesso tono di voce, Marta, la figlia di Lazzaro, battendo all'uscio della nostra camera mi annunziava dalla soglia:
— Una lettera per il signore.
— Bene: méttila nel mio studio.
I giornali e l'altra corrispondenza venivan per consueto nel pomeriggio; ma essa, quella busta cinerina, con un suggello di ceralacca violetta, con l'indirizzo che pareva sempre ricalcato sul medesimo stampo, metteva quasi uno studio particolare nel giunger sola, immancabilmente sola, come se mai non la ferissero i disguidi postali nè le traversìe del viaggio. Di quella lettera tutto mi affliggeva: la forma, la scrittura, lo stile, il senso, la monotona tristezza.
Prima di leggerla, quasi ne sapevo a mente il contenuto, e l'odiavo sopra tutto per quella oscurità che, al suo giungere, si diffondeva nel viso di Elena, l'odiavo per quella tristezza momentanea ch'essa faceva scendere sul nostro amore.
Frattanto, per giustificare il mio lungo soggiorno a Torre Guelfa, avevo intessuta una storia così complessa di menzogne, ch'io stesso non mi raccapezzavo più. Qualche volta i pretesti erano grossolani ed in ogni mia lettera non v'era che lo sforzo continuo, man mano più palese, di preparare all'imminente risoluzione l'animo ed il pensiero di Edoarda.
Già da qualche tempo avevo scritto al Capuano la lettera [pg!104] concertata ed egli s'era più volte recato a visitar Edoarda, senz'avere a sua volta il coraggio di affrontare quel temibile discorso.
«Ho meglio riflettuto, — egli mi rispose, — e sempre più credo che tu agisca sotto l'impulso d'una esaltazione momentanea, dopo la quale il pentimento non tarderebbe a sopraggiungere. Vorrei farti ancora un ultimo ragionamento, prima di mantenere la triste promessa che ti ho data. Ecco: e parliamo di te solo, consideriamo la cosa dal lato della tua sola utilità. L'amore finisce in tutte le anime; ciò che non finisce mai, in uno spirito come il tuo, è il bisogno della ricchezza, del piacere, la smania di soddisfare la tua grande ambizione, poichè non riesco a figurarmi quale uomo saresti nella miseria. Ora, il gesto che vuoi compiere su l'orlo del precipizio è straordinariamente assurdo. Siamo pratici, siamo brutali! C è una fanciulla che ti può rendere il denaro disperso in tanti anni, che ti può d'un colpo ricollocare in quel patriziato dal quale decadi per necessità; ebbene, fa una cosa: prendi tempo, rifletti, esaurisci prima questo nuovo amore. Hai trovata una simulazione felice: la nevrastenìa. Non sarai forse creduto, ma in ogni modo insisti. Poi cerca un altro argomento specioso, per esempio: la dignità. Secondo quanto mi scrivi, non hai trovato ancora il modo di prorogar l'ipoteca su le terre di Monte S. Biagio. Lo stesso Piero Capponi, quel mansueto cannibale, subodorando il vento infido, non ne ha voluto sapere. Io non sono tanto ricco da poterti aiutare in questa contingenza, quindi, fra poco tempo, la tua rovina sarà pubblica e l'asta delle tue terre solleverà grande rumore in Roma. Fatte queste premesse, credo che, a forza di cavilli e di sofismi, non ti sarebbe difficile far intendere a Edoarda come tu, «da uomo dignitoso», non possa permettere che la rovina ed il matrimonio, due avvenimenti così opposti — o, se vuoi, così rassomiglianti — vengano proprio a coincidere. È un tema che si può svolgere con molto vantaggio e con molta elasticità.... Chiedi allora una lunga dilazione; rendi la promessa che hai ricevuta, senza ridomandare la tua.
[pg!105] Il gesto è meno ruvido, e il rimanente verrà da sè. Partirai da Roma per qualche tempo, e guarirai se ti piacerà guarire.... Io penso che questa cura farà molto bene alla tua salute.»
————
————
Questa lettera di Fabio mi aveva irritato assai. Gli risposi, ammettendo in parte le sue considerazioni di opportunità, ma dichiarandogli che non intendevo affatto scegliere una strada obliqua nè frapporre un ulteriore indugio. Lo pregavo inoltre di non ritogliermi l'aiuto promesso, ed anzi di venire a Torre Guelfa, onde potessimo concertare insieme un piano definitivo. Egli rispose che sarebbe giunto alcuni giorni più tardi.
La nostra vita scorreva intanto in un soave oblìo. Ella era insieme la più delicata e la più incomprensibile amante. Il suo fresco viso empiva le stanze del castello taciturno e pareva, tra quel silenzio di cose decrepite, suscitare improvvise giovinezze.
Torre Guelfa, la rocca dei Materdomini, difesa un tempo con molta rupe e molto ferro, non era più che una confortevole casa di campagna, sorgente in mezzo a prospere fattorie, sovra un alto colle, presso le cascatelle del fiume. Corridoi profondi e stanze vaste, con tapezzerie sbiadite, con vasti mobili tutelari, foggiati alla guisa che amarono gli uomini rudi, usi alle fatiche delle armi, per gli ozi dei loro ben custoditi castelli; v'erano tendami grevi, che parevano spiovere assecondando quasi un desiderio di silenzio, e camini alti, pavimenti a mosaico, letti profondi, e per tutto quell'odor diffuso del buon legno antico, della immateriale polvere che lascia il tempo nelle abitazioni chiuse.
Elena ed io spesso non osavamo interrompere quella specie di raccoglimento che piegava sotto il peso delle memorie la solenne anima della casa, e, taciturni, stavamo ad ascoltare lo scricchiolìo delle porte sui cardini o quel tremore inesplicabile che assaliva talvolta i vetri degli armadi monumentali, percorrendo anche le racchiuse argenterie, le porcellane, i vasi di cristallo. Amavamo che [pg!106] le serrature fossero un poco arruginite e gli scaffali avessero accolta nelle invisibili tarlature quasi una polvere divenute colore, ed alcuni specchi rimanessero velati dietro una cortina di mussola, ed anche le cornici dei quadri mostrassero, fra le dorature offuscate, qualche macchia verdognola, come licheni su le rupi asciutte.
V'era, per esempio, nella sala grande, legato all'intarsio d'uno stipo con un nastro senza più colore, un calendario di vent'anni addietro, il quale, sopra un foglio giallo, segnava il giorno ventidue di Novembre — Santa Cecilia Vergine — un venerdì.
Oh, com'era pieno di mistero quel calendario vecchio di vent'anni, fermatosi ad una estate di San Martino! E, chissà mai per qual motivo, dopo quel giorno così remoto la mano calma dell'abitatrice non aveva potuto sfogliarlo più....
Così pure, in un angolo, dal braccio proteso di una statua moresca d'ebano dipinto, pendeva una borsa da lavoro, fatta di una stoffa che pareva broccato, a fiorami verdi e oro, con molta polvere nelle sue pieghe. Di fianco al pianoforte erano fasci di spartiti ammucchiati negli scaffali da chissà quanti anni, e lì presso, da un vaso di maiolica, fioriva pomposamente un grande mazzo di penne di pavone. Tutte queste cose parevano essere le abitatrici del luogo taciturno e maravigliarsi della luce, infastidirsi del rumore.
Non avevo mai voluto che gli operai ponessero mano a rinnovar questa dimora, in cui facevo per il consueto brevi e radi soggiorni al tempo dei raccolti.
Il giardino era vasto, invaso dall'esuberanza dei fiori selvatici, tra le piante coltivate che ornavano le serre, i prati, le aiuole. Un ponte di legno rustico varcava un torrentello sotto l'arco d'un padiglione arboreo, ed il giardino continuava di là, perdendosi nella sùbita foresta. Da un lato lo chiudeva il fiume, suscitando un acciottolìo continuo sotto le dense capigliature dei rami; l'acqua corrente alimentava le molteplici fontane. Dall'altro lato era il frutteto, chiuso per intorno da una folta siepe, nella quale s'arrampicava il caprifoglio selvatico.
[pg!107] E i galli, dall'uno all'altro pollaio, prolungavano il loro canto con impetuosa emulazione.
I miei contadini avevano sparsa per le campagne quasi una leggenda su la bellezza di Elena, e tutte le fanciulle, passando, si affacciavano ai cancelli, parlavano e ridevano forte per farsi guardare, quand'ella usciva nel giardino.
La nostra vita era semplice, buona, satura di gioia; talora non conoscevo più limiti alla mia felicità. Mi pareva di riavvicinarmi alla terra, di ritrovare una poesia nuova ne' miracoli della primavera, e spesso mi pervadeva con esaltazione il bisogno di ammirare, di ringraziare, di accogliere più sensi dentro l'anima, di espandere tutte le mie forze fino all'esaurimento. I giorni passavano per noi con una rapidità incredibile, così da farci perdere la nozione del tempo. Avevamo quasi paura di guardar lontano, ed entrambi, come per una concordia pattuita in silenzio, indugiavamo inerti nella delizia dell'ora fugace. Una vita sovrabbondante si agitava in noi, prostrandoci a volte sotto l'eccesso della sua violenza e rendendoci soavemente neghittosi ad ogni sforzo morale.
Invece le nostre virtù comunicative si erano estremamente affinate: un gesto di Elena mi faceva comprendere il suo pensiero, come una mia parola sapeva esprimerle tutto il mio mondo interiore. La sua vita intima cadeva sotto il dominio vigile de' miei sensi, ed il mio spirito non faceva che ardere nel maraviglioso e continuo desiderio di lei.
Elena veramente aveva compiuto il miracolo di rendermi la mia giovinezza, come un fresco dono, e tutto il mio sopito essere in lei si rigenerava.
Alle volte mi pareva che le fosse rimasta una inguaribile nostalgia della sua vita vagabonda, un bisogno intimo di tornare all'avventura, di riaffrontare il pericolo, e paventavo il giorno in cui avrebbe ricominciato il suo cammino, mossa da una forza incontrastabile, considerando anche l'amore come un episodio del suo viaggio, come un incontro necessario fatto per via.
[pg!108] Ella passava tutto il giorno per lo più nel giardino, a cucire o leggere sotto la pergola di vite americana, che si partiva da un fianco della casa e radendo il muro di confine scendeva sino al cancello con un lento pendìo. Fuori si vedeva la strada fare una svolta rapida e serpeggiare per la breve collina verso le case del villaggio, che si raggruppavano adagiate su la falda.
L'aria della campagna inebbriava Elena; le forze della natura si comunicavano entro il suo corpo vibrante, aumentavano i battiti delle sue vene, moltiplicavano le vibrazioni del suo pensiero.
— Tu non sai quanto sono felice qui! — mi diceva talora, con un atto fervido, come per abbracciare in sè tutta la gioia che le rideva intorno. Ed in quell'atto ella pareva comprendere la libertà, la luce, i fiori, le canzoni che venivano per l'aria, le musiche delle fontane pullulanti da un nascondiglio inaccessibile nella montagna, il belar delle mandrie abbeverate al fiume, lo squittire, le gorgheggiate, i frulli che animavano il verde, il sapore di biade giovini e di polle feraci che si esprimeva dalla potenza originaria della terra, e più lontano, più in alto, nel sole, nel vuoto, nel vento, lo smisurato arco di trionfo che formavano all'orizzonte le torme di nubi fuggiasche, raggiando l'apoteosi d'un incendio su la invisibile magnificenza del mare.
In lei vivevano tutte le seduzioni raccolte. Così, per un'arte inconsapevole, i suoi gesti, la sua pettinatura, la foggia ed il colore degli abiti che vestiva, la guisa di allacciarsi un nastro intorno alla gola o di mettersi un fiore nei capelli, tutte le cose infine che appartenevano a lei, non eran che segni diversi d'un'armonia sola, e la sua bellezza le continuava intorno, rimanendo come un solco nell'aria dov'era passata.
Un giorno mi avvenne di comparare la sua vita molteplice alla fioritura di un melo possente che prosperava nel mezzo del frutteto, parendo esaudire un sogno di eterna dionisiaca primavera.
Il suo tronco basso e nodoso cresceva dal margine del [pg!109] prato sopra un quadrivio di sentieri, ed all'altezza d'una fronte d'uomo si fendeva in due bracci minori, che poi divergevano alquanto e s'innalzavano, prolificando una alberatura vasta, intricatissima, sovrabbondevole, dando quasi l'immagine di un serpaio gigantesco pervaso da una follìa di contorsione.
Appena, fra gli interstizi, appariva il tenue verdeggiare delle foglie novelle, ma sopra, ma dentro, ma intorno, su la vetta dei rami e nel loro spessore, a ciuffi, a pennacchi, a mazzi, a stelle, a rose, a ghirlande, con una profusione inverosimile, con una densità più folta che non sia l'erba nelle campagne selvagge o nei prati maggesi, la rosea fioritura del melo esercitava su la pianta madre una specie di soffocazione, con uno sfoggio ed uno sperpero di colore così eccessivo, ch'esso pareva comunicarsi anche all'aria circostante, all'ombra delineata sul terreno, a tutte le cose che poi si guardavano, ritogliendo le pupille un po' ebbre da quella magnificenza floreale.
Avevano per l'aria, quelle innumerevoli corolle, un'apparenza di filigrane delicatissime, una leggerezza d'ali di farfalle, che il vento faceva palpitare con frequenza mettendo in quel roseo fiorire una specie di scolorimento, un'improvvisa oscillazione bianca. E tutto, per una zona intorno al melo, era invaso da quella esuberanza di fiori. Cadendo, ingombravano il fogliame, pendevano dalle congiunture dei rami, si addensavano entro le cavità del tronco, ne aderivano alla corteccia muscosa, oscillavano sui ragnateli, coprivano di un tappeto soffice la terra, l'erba, le siepi, spandendo nell'aria soave una balsamica fragranza di miele.
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