IIFinalmente venne il giorno dell'arrivo di Fabio. Per incontrarlo noi dovevamo scendere alla stazione di Terracina ed Elena era impaziente di conoscere questo mio vecchio amico del quale sovente le avevo parlato.Di buon mattino feci chiamare Lazzaro, il gastaldo, e gli dissi:— Tu mi farai condurre verso un'ora del mezzodì quel tuo barroccio grande, attaccato con la cavalla migliore, la balzana; e spòlvera bene i cuscini, e lustra la briglia, perchè la signora scende con me a Terracina.Un'ora scoccava, quando la cavalla balzana scalpitò su lo sterrato, di fronte alla casa.Lazzaro non ristava dall'ammirarla e dal girarle intorno, mentre un ragazzotto robusto la reggeva per il morso, a due mani.— Guardate un po', signore, la groppa e l'arcatura del collo! — mi diceva, inorgoglito. — Sta su le zampe così d'appiombo che pare voglia dire a tutti: La strada è mia. Non ha quattr'anni, signore. La dentatura parla. Io l'ho pagata quaranta marenghi d'oro, ma non la vorrei dare per il doppio. E la briglia, vedete, rispecchia come nuova.La balzana, stelleggiata in fronte, annaspava con nervosità la terra, facendo sonare le campanelle. Portava una briglia bellissima, con la guardia lustra, i fiori adorni ed i voltoi bruniti. Lazzaro continuava:— Mi raccomando, signore: la cavalla è fresca di scuderia: non l'attacco da molti giorni e forse potrebbe farvi qualche volata.[pg!111] — Non darti pensiero, Lazzaro; n'ho portati altri ch'erano ben più focosi.— Eh, lo credo, signore! Ma i vostri cavalli hanno sempre una certa educazione; i nostri sono più rustici e qualche volta prendono la mano.Elena intanto sopraggiungeva, fresca e magnifica sotto l'ala di un grande cappello primaverile. Teneva qualche gran di zucchero nel palmo della mano inguantata e li voleva porgere alla cavalla.— Piano a guardarla negli occhi, signora mia! — esclamò Lazzaro, interponendosi. — Poi è tutta schiuma e vi sbaverà sui guanti. Date a me, signora.Elena, che non poteva ben intendere quel parlare di Lazzaro, mi guardò sorridendo; poi si tolse il guanto e porse il palmo nudo alla froge della balzana, che allungava il collo golosamente.— Ecco, signore, — disse il gastaldo; — se voi salite, io la tengo ben forte. Quando avrete in mano le redini, salirà la signora vostra.Diede un urto al ragazzotto e prese la briglia in sua vece, continuando a scuotere il morso e parlar sottovoce per ammansire la cavalla impaziente.— Brava, la bella! Non le fate vedere la frusta, signore. Brava, la bella! Oh, la bella!...Quando fui salito, lasciò la briglia, si tolse il cappello di feltro piumato e porse la mano ad Elena perchè vi si appoggiasse nel mettere il piede sul montatoio.— A rivederci, Lazzaro! — salutai, quand'ella fu seduta.— Buon viaggio, signore. Andrete come il vento. Non le fate vedere la frusta. Buon viaggio!E scendemmo verso il cancello aperto, per il viale a pergolato. Il barroccio era senza freno, la strada molto ripida sul declivio della collina; dovevo tendere tutti i muscoli delle braccia per contenere la foga della cavalla, che sentiva il veicolo troppo leggero per la sua possa impetuosa.Quando fummo nella pianura, oltre il villaggio, e la strada comparve sgombra per una lunga dirittura fra le [pg!112] campagne abbondevoli di frumento ancor verde, le concessi le redini, e la cavalla, con la testa al vento, la criniera ondeggiante, prese una corsa immoderata, fendendo l'aria sonora e comunicando al barroccio i suoi trabalzi.— Hai paura? — domandai ad Elena, guardandola sotto il vento che fischiava.— No, no, — ella fece, posandomi una mano su le ginocchia, mentre con l'altra si teneva l'ala del cappello. — Mi piace volare così! — E gentilmente sorrideva dalla faccia china.Non si udiva intorno alcun altro rumore che lo scalpitar precipitoso delle zampe gagliarde sul terreno battuto e l'ansito della cavalla che scattava inebbriandosi di rapidità. Passavano via le campagne vedute a volo; i pioppi equidistanti parevano inseguirsi l'un l'altro in una fuga opposta, come sbarre di un enorme cancello.— Gesummaria! — udimmo gridare da tre donne, che sbigottite insieparono. Più oltre, nell'incrociare un immenso carro di erbe falciate, gli uomini che v'eran sopra coricati gridarono e risero. Fu, nel vento, un'eco.Giunti ad una svolta, rattenni e dominai forte la cavalla, che prese un'andatura meno veloce, mandando fumo dalle narici e dal pelo trasudato.— Che fuga! — esclamò Elena, traendo un lungo respiro. E si volse a guardare indietro.La strada passava ora per mezzo ad un terreno alluvionale, onduloso da un lato di leggerissime colline, che infinitamente si perdevano allo sguardo, laggiù, verso il promontorio di Monte Circello, dove un lontano semaforo si delineava nella trasparenza del cielo.Poi comparve, tra i due canali di Torre Sant'Anastasia e di Torre Canneto, il paludoso eremitico lago di Fondi, memore delle materne Pontine, e dietro il lago vedevamo le gole selvose delle montagne addossarsi, per scendere parallelamente incontro al mare. Poi comparve, sul versante d'una collina bianca di sole, il convento francescano dei Frati Zoccolanti, e d'un tratto, all'uscir da una folta [pg!113] cortina di boscaglie, il Tirreno indolente, che oscillava davanti a noi, radioso e glauco sotto la curva del cielo.Di fronte si apriva l'anfiteatro delle isole di Palmarola Ponza e Ventotene, constellate all'intorno da un navigar lentissimo di vele, che, adagiando il fianco su la brezza, ad una ad una si perdevano verso i remoti valichi dell'orizzonte.Magnifica e piena di sole, su la roccia calcarea che Orazio vide «brillar da lunge», Terracina di San Cesareo dalle dieci colonne sedeva sotto il poggio falciato, soreggendo i rovinosi archi del suo Tempio a Venere, dove, nella cella votiva, rimane un piedestallo senza dea.La città marmorea, sotto la luce del pomeriggio primaverile, splendeva sollevata nella gloria di un incendio immateriale, come se la sua pietra esalasse un respiro fatto di luce, un vapore impalpabile, quasi un velo pieno di scintillamenti, che andasse man mano rarefacendosi, attenuandosi, diventando azzurro come l'aria o verde come l'acqua, in lenti circoli spaziosi verso il cielo e verso il mare.— Guarda, — io dissi ad Elena, segnando nella distante onda l'apparir confuso di Ventotene, — vedi quella piccola isola, nel fondo, laggiù?— Vedo, — ella rispose, facendo schermo della mano agli occhi per meglio discernere.— Quello scoglio — ripresi, — è sorto dal mare con un tragico destino. Divenuto ai nostri tempi un'isola di ergastolani, fu, nella storia di Roma, l'esilio e la tomba delle Imperatrici.— Raccòntami, — ella fece, tornando a guardare verso la raggiante isola.— La più bella Imperatrice di Roma, ed anche la più dissoluta fra le cortigiane, Giulia, figlia d'Augusto, vi è morta di fame. Agrippina d'esilio, e più tardi Nerone, invaghitosi di Poppea, vi rinchiuse la moglie Ottavia e la fece pugnalare, a vent'anni...— Che sorte! — profferì Elena, contemplando l'isola maledetta.[pg!114] — Immàgina, — esclamai, — immàgina l'agonia di quelle tre anime imperiali, quando, nell'ultima sera, videro forse, o credettero vedere, oltre i vapori del Tirreno, lo spettacolo di Roma signora del mondo, che celebrava le orgie de' suoi Cesari ed assisteva nei circhi ai combattimenti delle fiere, dimentica delle Imperatrici come di schiave barbare, mentre qui, davanti ai lor occhi, su quel terrazzo che tu vedi, l'ultimo sole incendiava i marmi del Tempio di Venere, splendeva sui mosaici del Tempio d'Augusto e raggiava su le pietre milliari della fatale via Appia, la via di Roma...— Che grande storia possiedono tutte le pietre del tuo paese! — ella esclamò, volgendo intorno lo sguardo un poco trasognato.La vecchia città vescovile ora si spiegava intera dinanzi a noi, sul pendio della montagna, mentre passavamo per la zona dei canali, attraverso una specie di villaggio primitivo, composto da un aggruppamento di catapecchie, ove in taluni mesi dell'anno scendono dal lor Abruzzo selvoso i contadini aquilani per intendere alle fatiche della terra.— Eccoci arrivati ormai, — dissi ad Elena, sorpassando gli ultimi abituri e toccando le prime case di Terracina.— Ti ricordi quando venimmo? — ella domandò con tenerezza.La guardai, sorrisi, e mi sentii felice.— Ecco, — ella riprese; — io mi ricordo ancora tutto, fin le più piccole cose. Le parole che mi dicesti alla stazione di Roma, il viaggio, le persone ch'erano con noi nel treno, dove scesero, e quando rimanemmo soli. Poi quello strano spettacolo delle paludi, la sera; l'arrivo, il chiasso dei vetturini per offrirci le loro vetture, e Lazzaro alla stazione, che mi guardò attonito. Indi la salita un po' lenta, per la strada oscura: il vetturino, che faceva schioccare la frusta emettendo un suo bizzarro grido per eccitare il cavallo, io che ridevo, tu anche. Poi quelle foreste paurose, quel magnifico lago, immobile sotto la [pg!115] luna, e più oltre i villaggi addormentati, senza una luce, senza un rumore, come in un paese di morti, con davanti la Montagna delle Fate, bianca, limpida, sola. E intorno, quel passare invisibile del vento nelle siepi, che dava una impressione singolare, come se alcuno ci venisse dietro, continuamente; io che mi stringevo contro di te, avevo quasi paura, e tu che mi baciavi, piano, perchè l'uomo non udisse.... Poi, d'improvviso, in alto, la torre di Torre Guelfa nel cielo, e finalmente l'ultima salita, il cancello, il giardino, la grande casa con le finestre illuminate, quella ragazza con un grembiule bianco, ferma su la scalinata, e poco dopo Lazzaro che sopraggiungeva coi nostri bauli.... Vedi come rammento bene?Io l'avvolsi d'uno sguardo innamorato e riconoscente.— Pare già così lontano, — dissi, — ed invece....— Ma il tempo vola, e non si può nulla contro il tempo.— Sì, una cosa... — osservai.— Quale?— Amarsi, amarsi. Elena!Eravamo giunti. Tre o quattro vagabondi che oziavano accorsero insieme, ingiuriandosi, per tenere la briglia.Siccome a Terracina era giorno di mercato, molte persone, quasi tutti mercanti e sensali, ingombravano l'atrio della stazione. Alcuni d'essi mi salutarono, guardandoci maravigliati. Una comitiva d'Inglesi accampava tra i suoi molteplici bagagli, di ritorno forse da una gita a Monte Circello.— Quanti giorni rimarrà quel tuo amico? — Elena mi domandò, appoggiandosi al mio braccio.— Due giorni al massimo, — risposi. — Almeno lo spero; è un uomo discreto.Un campanello squillò, senza interrompersi, tra i viluppi dei fili elettrici, sotto la tettoia; l'arrivo del treno era imminente.In quel mentre un giovine alto, bruno, vestito con una giubba di frustagno, passò davanti a noi, salutandomi con [pg!116] un sorriso dal quale traspariva una specie di sottile derisione.— Buon giorno, signor conte, — egli disse fermandosi e buttando via il sigaro che masticava tra i denti. — Le annunzio la visita di mio padre per dopodomani.— Che vuole vostro padre? — gli domandai, un po' tediato.— Non so. Credo sia per la solita faccenda... l'ipoteca.— Ah!... bene. Ditegli che non venga prima di giovedì, perchè aspetto un amico e non sarò libero fino allora.— Glielo dirò, signor conte, — rispose il giovine con una ironia garbata.Fece un altro saluto, e se ne andò a discorrere fra i mercanti.— È uno dei Rossengo, — spiegai ad Elena sottovoce.— In quell'abito? — ella esclamò, incredula.— Ti pare strano, è vero? Ma son usurai di campagna; il vecchio è milionario.Mentre camminavano avanti e indietro, il gruppo dei campagnoli, con il Rossengo fra essi, ci osservava e ciarlava di noi curiosamente. Immaginavo le parole ch'essi dicevano fra quello strepito di risa grossolane, mi pareva di udirli ragionare de' miei dissesti e della donna ch'era meco. Mi prese una collera sorda, pensando che forse, fra qualche tempo, quei Rossengo, sensali e mercanti di bestiame, i quali avevano un nonno ciabattino ed una madre guattera, sarebbero divenuti padroni delle terre che da tanti secoli appartenevano alla mia famiglia. E per la prima volta, io, che avevo portato con tanta fierezza il mio nome, sentii quasi l'imperioso bisogno di nascondermi davanti a quei servi.Sopraggiunse il treno, troncando i miei pensieri; Fabio, tra i primi, saltò giù da una vettura, bestemmiando contro i ritardi dei treni e la canzonatura degli orari. Portava una borsa foderata d'una tela greggia, di colore identico a quella della sua spolverina da viaggio. Lo presentai ad Elena.— Veramente, signora, — egli disse con un leggero [pg!117] inchino, — io vi conosco e voi conoscete me da lungo tempo. Siamo due stranieri, amici d'un comune amico intimo.E sorrise di quel sorriso arguto, che illuminava simpaticamente la sua faccia un po' rude.Usciti su la piazza, ci serrammo tutti e tre nel barroccio angusto; quando la borsa fu legata dietro, diedi un colpo di frusta e la cavalla partì di buon trotto.— Che delizia poter fumare! — esclamò Fabio, accendendo una sigaretta. E spiegò:— A Cisterna è salita una signora la quale non poteva sopportare il fumo. Poverina! Ed era uno scompartimento per fumatori.— Fumate molto anche voi? Come Germano? — Elena gli domandò.— Più di Germano, signora. Io possiedo tutti i vizi al massimo grado. Fumo enormemente, bevo molto vino, molti liquori, amo le rarità gastronomiche tanto quanto le rarità femminili, giuoco a tutti i giuochi, bestemmio per abitudine come ogni buon napoletano, son pigro, maligno, dispettoso, impaziente... una vera persona insopportabile, signora mia!— E null'altro? — esclamò Elena, ridendo.— Sì, ancora una cosa, — io dissi. — E un cuore da monachella sotto le spoglie d'un tiranno da commedia.— Ahimè!... — egli fece traendo un gran sospiro, — come sono triste qui! Terracina mi evoca tante belle memorie! Non vi accorgete, signora, della mia tristezza?— Me ne accorgo adesso che voi me lo dite, — ella rispose con allegria.— Lassù, in alto, sopra il Taglio di Prisco Montano, c'è un eremo che io ben conosco, il quale mi ricorda un mio grande amore... — disse Fabio pateticamente, accennando con una mano al valico della via Appia.— Ma quando sei stato qui? — gli domandai.— Sette anni or sono, ai tempi di Emilia Gonzales; ti ricordi?— Oh, mi ricordo! È stata forse la più seria delle sue [pg!118] molte avventure, — spiegai ad Elena. — Era un'attrice, bellissima.— Povera Emilia, com'è finita male! — esclamò il Capuano.— L'hanno uccisa, è vero?— Sì, al Messico, un primo attore, per gelosia.— E come mai siete capitati a Terracina?— Dopo la sua malattia girammo un po' dappertutto, alla ventura. Diceva di avere la nostalgia dell'antico, del rovinoso, la nostalgia delle cose cadenti....— Era una buona compagna, — io rammentai, — quantunque avesse il difetto di essere troppo sentimentale e troppo intellettuale.— Oh, ne aveva molti altri... però moltissimi pregi anche. Non posso mai dimenticare la sua voce: pareva un suono d'arpa, delizioso. Parlava un dolcissimo fiorentino, per quanto fosse padovana; quando non discuteva di belle arti era una donna incantevole.— E quell'altra sua manìa... te ne ricordi?— Già, la manìa dell'isterismo. Si era fatta uno sguardo isterico, dava la mano, camminava, baciava, con una languidezza di moribonda... e mi faceva spendere il denaro con un furore veramente isterico!Elena dette una risata per questa imprevedibile sua conclusione.— Voi siete un giudice molto imparziale dei vostri amori, — disse al Capuano.— Che volete mai? Sto diventando bianco.Ora si andava tra le gole di montagne, alte e scoscese, per mezzo inselvate, per mezzo scabre. Nell'aria color di cenere passavano i primi brividi della sera.— Pensa! — io dissi a Fabio; — più di duemil'anni or sono, fra queste gole di monte, un uomo che portava il tuo nome sbarrò il passo al grande Annibale. Tu non sei Fabio Massimo, sei però Fabio il Temporeggiatore.Egli sorrise dell'allusione velata, ma cercò di eludere il discorso.— Duemil'anni di storia!... — esclamò. — E noi qualche volta troviamo lunga un'ora![pg!119] Immobile, fra la corona delle sue folte boscaglie, apparve il lago di Fondi, cupo e taciturno come una palude stregata, che alitava in quell'ora d'innumerevoli sciami. E finalmente la Torre del Canneto, la Torre dell'Epitaffio, la Torre dei Confini, il villaggio di Monte San Biagio, e di fronte, con la vetta in gloria per un'apoteosi di sole, unica, possente, splendida, la Montagna delle Fate.— Guardate ora! — esclamò Elena, tendendo il braccio verso il declivio della montagna. — Guardate: Torre Guelfa è là![pg!120]
IIFinalmente venne il giorno dell'arrivo di Fabio. Per incontrarlo noi dovevamo scendere alla stazione di Terracina ed Elena era impaziente di conoscere questo mio vecchio amico del quale sovente le avevo parlato.Di buon mattino feci chiamare Lazzaro, il gastaldo, e gli dissi:— Tu mi farai condurre verso un'ora del mezzodì quel tuo barroccio grande, attaccato con la cavalla migliore, la balzana; e spòlvera bene i cuscini, e lustra la briglia, perchè la signora scende con me a Terracina.Un'ora scoccava, quando la cavalla balzana scalpitò su lo sterrato, di fronte alla casa.Lazzaro non ristava dall'ammirarla e dal girarle intorno, mentre un ragazzotto robusto la reggeva per il morso, a due mani.— Guardate un po', signore, la groppa e l'arcatura del collo! — mi diceva, inorgoglito. — Sta su le zampe così d'appiombo che pare voglia dire a tutti: La strada è mia. Non ha quattr'anni, signore. La dentatura parla. Io l'ho pagata quaranta marenghi d'oro, ma non la vorrei dare per il doppio. E la briglia, vedete, rispecchia come nuova.La balzana, stelleggiata in fronte, annaspava con nervosità la terra, facendo sonare le campanelle. Portava una briglia bellissima, con la guardia lustra, i fiori adorni ed i voltoi bruniti. Lazzaro continuava:— Mi raccomando, signore: la cavalla è fresca di scuderia: non l'attacco da molti giorni e forse potrebbe farvi qualche volata.[pg!111] — Non darti pensiero, Lazzaro; n'ho portati altri ch'erano ben più focosi.— Eh, lo credo, signore! Ma i vostri cavalli hanno sempre una certa educazione; i nostri sono più rustici e qualche volta prendono la mano.Elena intanto sopraggiungeva, fresca e magnifica sotto l'ala di un grande cappello primaverile. Teneva qualche gran di zucchero nel palmo della mano inguantata e li voleva porgere alla cavalla.— Piano a guardarla negli occhi, signora mia! — esclamò Lazzaro, interponendosi. — Poi è tutta schiuma e vi sbaverà sui guanti. Date a me, signora.Elena, che non poteva ben intendere quel parlare di Lazzaro, mi guardò sorridendo; poi si tolse il guanto e porse il palmo nudo alla froge della balzana, che allungava il collo golosamente.— Ecco, signore, — disse il gastaldo; — se voi salite, io la tengo ben forte. Quando avrete in mano le redini, salirà la signora vostra.Diede un urto al ragazzotto e prese la briglia in sua vece, continuando a scuotere il morso e parlar sottovoce per ammansire la cavalla impaziente.— Brava, la bella! Non le fate vedere la frusta, signore. Brava, la bella! Oh, la bella!...Quando fui salito, lasciò la briglia, si tolse il cappello di feltro piumato e porse la mano ad Elena perchè vi si appoggiasse nel mettere il piede sul montatoio.— A rivederci, Lazzaro! — salutai, quand'ella fu seduta.— Buon viaggio, signore. Andrete come il vento. Non le fate vedere la frusta. Buon viaggio!E scendemmo verso il cancello aperto, per il viale a pergolato. Il barroccio era senza freno, la strada molto ripida sul declivio della collina; dovevo tendere tutti i muscoli delle braccia per contenere la foga della cavalla, che sentiva il veicolo troppo leggero per la sua possa impetuosa.Quando fummo nella pianura, oltre il villaggio, e la strada comparve sgombra per una lunga dirittura fra le [pg!112] campagne abbondevoli di frumento ancor verde, le concessi le redini, e la cavalla, con la testa al vento, la criniera ondeggiante, prese una corsa immoderata, fendendo l'aria sonora e comunicando al barroccio i suoi trabalzi.— Hai paura? — domandai ad Elena, guardandola sotto il vento che fischiava.— No, no, — ella fece, posandomi una mano su le ginocchia, mentre con l'altra si teneva l'ala del cappello. — Mi piace volare così! — E gentilmente sorrideva dalla faccia china.Non si udiva intorno alcun altro rumore che lo scalpitar precipitoso delle zampe gagliarde sul terreno battuto e l'ansito della cavalla che scattava inebbriandosi di rapidità. Passavano via le campagne vedute a volo; i pioppi equidistanti parevano inseguirsi l'un l'altro in una fuga opposta, come sbarre di un enorme cancello.— Gesummaria! — udimmo gridare da tre donne, che sbigottite insieparono. Più oltre, nell'incrociare un immenso carro di erbe falciate, gli uomini che v'eran sopra coricati gridarono e risero. Fu, nel vento, un'eco.Giunti ad una svolta, rattenni e dominai forte la cavalla, che prese un'andatura meno veloce, mandando fumo dalle narici e dal pelo trasudato.— Che fuga! — esclamò Elena, traendo un lungo respiro. E si volse a guardare indietro.La strada passava ora per mezzo ad un terreno alluvionale, onduloso da un lato di leggerissime colline, che infinitamente si perdevano allo sguardo, laggiù, verso il promontorio di Monte Circello, dove un lontano semaforo si delineava nella trasparenza del cielo.Poi comparve, tra i due canali di Torre Sant'Anastasia e di Torre Canneto, il paludoso eremitico lago di Fondi, memore delle materne Pontine, e dietro il lago vedevamo le gole selvose delle montagne addossarsi, per scendere parallelamente incontro al mare. Poi comparve, sul versante d'una collina bianca di sole, il convento francescano dei Frati Zoccolanti, e d'un tratto, all'uscir da una folta [pg!113] cortina di boscaglie, il Tirreno indolente, che oscillava davanti a noi, radioso e glauco sotto la curva del cielo.Di fronte si apriva l'anfiteatro delle isole di Palmarola Ponza e Ventotene, constellate all'intorno da un navigar lentissimo di vele, che, adagiando il fianco su la brezza, ad una ad una si perdevano verso i remoti valichi dell'orizzonte.Magnifica e piena di sole, su la roccia calcarea che Orazio vide «brillar da lunge», Terracina di San Cesareo dalle dieci colonne sedeva sotto il poggio falciato, soreggendo i rovinosi archi del suo Tempio a Venere, dove, nella cella votiva, rimane un piedestallo senza dea.La città marmorea, sotto la luce del pomeriggio primaverile, splendeva sollevata nella gloria di un incendio immateriale, come se la sua pietra esalasse un respiro fatto di luce, un vapore impalpabile, quasi un velo pieno di scintillamenti, che andasse man mano rarefacendosi, attenuandosi, diventando azzurro come l'aria o verde come l'acqua, in lenti circoli spaziosi verso il cielo e verso il mare.— Guarda, — io dissi ad Elena, segnando nella distante onda l'apparir confuso di Ventotene, — vedi quella piccola isola, nel fondo, laggiù?— Vedo, — ella rispose, facendo schermo della mano agli occhi per meglio discernere.— Quello scoglio — ripresi, — è sorto dal mare con un tragico destino. Divenuto ai nostri tempi un'isola di ergastolani, fu, nella storia di Roma, l'esilio e la tomba delle Imperatrici.— Raccòntami, — ella fece, tornando a guardare verso la raggiante isola.— La più bella Imperatrice di Roma, ed anche la più dissoluta fra le cortigiane, Giulia, figlia d'Augusto, vi è morta di fame. Agrippina d'esilio, e più tardi Nerone, invaghitosi di Poppea, vi rinchiuse la moglie Ottavia e la fece pugnalare, a vent'anni...— Che sorte! — profferì Elena, contemplando l'isola maledetta.[pg!114] — Immàgina, — esclamai, — immàgina l'agonia di quelle tre anime imperiali, quando, nell'ultima sera, videro forse, o credettero vedere, oltre i vapori del Tirreno, lo spettacolo di Roma signora del mondo, che celebrava le orgie de' suoi Cesari ed assisteva nei circhi ai combattimenti delle fiere, dimentica delle Imperatrici come di schiave barbare, mentre qui, davanti ai lor occhi, su quel terrazzo che tu vedi, l'ultimo sole incendiava i marmi del Tempio di Venere, splendeva sui mosaici del Tempio d'Augusto e raggiava su le pietre milliari della fatale via Appia, la via di Roma...— Che grande storia possiedono tutte le pietre del tuo paese! — ella esclamò, volgendo intorno lo sguardo un poco trasognato.La vecchia città vescovile ora si spiegava intera dinanzi a noi, sul pendio della montagna, mentre passavamo per la zona dei canali, attraverso una specie di villaggio primitivo, composto da un aggruppamento di catapecchie, ove in taluni mesi dell'anno scendono dal lor Abruzzo selvoso i contadini aquilani per intendere alle fatiche della terra.— Eccoci arrivati ormai, — dissi ad Elena, sorpassando gli ultimi abituri e toccando le prime case di Terracina.— Ti ricordi quando venimmo? — ella domandò con tenerezza.La guardai, sorrisi, e mi sentii felice.— Ecco, — ella riprese; — io mi ricordo ancora tutto, fin le più piccole cose. Le parole che mi dicesti alla stazione di Roma, il viaggio, le persone ch'erano con noi nel treno, dove scesero, e quando rimanemmo soli. Poi quello strano spettacolo delle paludi, la sera; l'arrivo, il chiasso dei vetturini per offrirci le loro vetture, e Lazzaro alla stazione, che mi guardò attonito. Indi la salita un po' lenta, per la strada oscura: il vetturino, che faceva schioccare la frusta emettendo un suo bizzarro grido per eccitare il cavallo, io che ridevo, tu anche. Poi quelle foreste paurose, quel magnifico lago, immobile sotto la [pg!115] luna, e più oltre i villaggi addormentati, senza una luce, senza un rumore, come in un paese di morti, con davanti la Montagna delle Fate, bianca, limpida, sola. E intorno, quel passare invisibile del vento nelle siepi, che dava una impressione singolare, come se alcuno ci venisse dietro, continuamente; io che mi stringevo contro di te, avevo quasi paura, e tu che mi baciavi, piano, perchè l'uomo non udisse.... Poi, d'improvviso, in alto, la torre di Torre Guelfa nel cielo, e finalmente l'ultima salita, il cancello, il giardino, la grande casa con le finestre illuminate, quella ragazza con un grembiule bianco, ferma su la scalinata, e poco dopo Lazzaro che sopraggiungeva coi nostri bauli.... Vedi come rammento bene?Io l'avvolsi d'uno sguardo innamorato e riconoscente.— Pare già così lontano, — dissi, — ed invece....— Ma il tempo vola, e non si può nulla contro il tempo.— Sì, una cosa... — osservai.— Quale?— Amarsi, amarsi. Elena!Eravamo giunti. Tre o quattro vagabondi che oziavano accorsero insieme, ingiuriandosi, per tenere la briglia.Siccome a Terracina era giorno di mercato, molte persone, quasi tutti mercanti e sensali, ingombravano l'atrio della stazione. Alcuni d'essi mi salutarono, guardandoci maravigliati. Una comitiva d'Inglesi accampava tra i suoi molteplici bagagli, di ritorno forse da una gita a Monte Circello.— Quanti giorni rimarrà quel tuo amico? — Elena mi domandò, appoggiandosi al mio braccio.— Due giorni al massimo, — risposi. — Almeno lo spero; è un uomo discreto.Un campanello squillò, senza interrompersi, tra i viluppi dei fili elettrici, sotto la tettoia; l'arrivo del treno era imminente.In quel mentre un giovine alto, bruno, vestito con una giubba di frustagno, passò davanti a noi, salutandomi con [pg!116] un sorriso dal quale traspariva una specie di sottile derisione.— Buon giorno, signor conte, — egli disse fermandosi e buttando via il sigaro che masticava tra i denti. — Le annunzio la visita di mio padre per dopodomani.— Che vuole vostro padre? — gli domandai, un po' tediato.— Non so. Credo sia per la solita faccenda... l'ipoteca.— Ah!... bene. Ditegli che non venga prima di giovedì, perchè aspetto un amico e non sarò libero fino allora.— Glielo dirò, signor conte, — rispose il giovine con una ironia garbata.Fece un altro saluto, e se ne andò a discorrere fra i mercanti.— È uno dei Rossengo, — spiegai ad Elena sottovoce.— In quell'abito? — ella esclamò, incredula.— Ti pare strano, è vero? Ma son usurai di campagna; il vecchio è milionario.Mentre camminavano avanti e indietro, il gruppo dei campagnoli, con il Rossengo fra essi, ci osservava e ciarlava di noi curiosamente. Immaginavo le parole ch'essi dicevano fra quello strepito di risa grossolane, mi pareva di udirli ragionare de' miei dissesti e della donna ch'era meco. Mi prese una collera sorda, pensando che forse, fra qualche tempo, quei Rossengo, sensali e mercanti di bestiame, i quali avevano un nonno ciabattino ed una madre guattera, sarebbero divenuti padroni delle terre che da tanti secoli appartenevano alla mia famiglia. E per la prima volta, io, che avevo portato con tanta fierezza il mio nome, sentii quasi l'imperioso bisogno di nascondermi davanti a quei servi.Sopraggiunse il treno, troncando i miei pensieri; Fabio, tra i primi, saltò giù da una vettura, bestemmiando contro i ritardi dei treni e la canzonatura degli orari. Portava una borsa foderata d'una tela greggia, di colore identico a quella della sua spolverina da viaggio. Lo presentai ad Elena.— Veramente, signora, — egli disse con un leggero [pg!117] inchino, — io vi conosco e voi conoscete me da lungo tempo. Siamo due stranieri, amici d'un comune amico intimo.E sorrise di quel sorriso arguto, che illuminava simpaticamente la sua faccia un po' rude.Usciti su la piazza, ci serrammo tutti e tre nel barroccio angusto; quando la borsa fu legata dietro, diedi un colpo di frusta e la cavalla partì di buon trotto.— Che delizia poter fumare! — esclamò Fabio, accendendo una sigaretta. E spiegò:— A Cisterna è salita una signora la quale non poteva sopportare il fumo. Poverina! Ed era uno scompartimento per fumatori.— Fumate molto anche voi? Come Germano? — Elena gli domandò.— Più di Germano, signora. Io possiedo tutti i vizi al massimo grado. Fumo enormemente, bevo molto vino, molti liquori, amo le rarità gastronomiche tanto quanto le rarità femminili, giuoco a tutti i giuochi, bestemmio per abitudine come ogni buon napoletano, son pigro, maligno, dispettoso, impaziente... una vera persona insopportabile, signora mia!— E null'altro? — esclamò Elena, ridendo.— Sì, ancora una cosa, — io dissi. — E un cuore da monachella sotto le spoglie d'un tiranno da commedia.— Ahimè!... — egli fece traendo un gran sospiro, — come sono triste qui! Terracina mi evoca tante belle memorie! Non vi accorgete, signora, della mia tristezza?— Me ne accorgo adesso che voi me lo dite, — ella rispose con allegria.— Lassù, in alto, sopra il Taglio di Prisco Montano, c'è un eremo che io ben conosco, il quale mi ricorda un mio grande amore... — disse Fabio pateticamente, accennando con una mano al valico della via Appia.— Ma quando sei stato qui? — gli domandai.— Sette anni or sono, ai tempi di Emilia Gonzales; ti ricordi?— Oh, mi ricordo! È stata forse la più seria delle sue [pg!118] molte avventure, — spiegai ad Elena. — Era un'attrice, bellissima.— Povera Emilia, com'è finita male! — esclamò il Capuano.— L'hanno uccisa, è vero?— Sì, al Messico, un primo attore, per gelosia.— E come mai siete capitati a Terracina?— Dopo la sua malattia girammo un po' dappertutto, alla ventura. Diceva di avere la nostalgia dell'antico, del rovinoso, la nostalgia delle cose cadenti....— Era una buona compagna, — io rammentai, — quantunque avesse il difetto di essere troppo sentimentale e troppo intellettuale.— Oh, ne aveva molti altri... però moltissimi pregi anche. Non posso mai dimenticare la sua voce: pareva un suono d'arpa, delizioso. Parlava un dolcissimo fiorentino, per quanto fosse padovana; quando non discuteva di belle arti era una donna incantevole.— E quell'altra sua manìa... te ne ricordi?— Già, la manìa dell'isterismo. Si era fatta uno sguardo isterico, dava la mano, camminava, baciava, con una languidezza di moribonda... e mi faceva spendere il denaro con un furore veramente isterico!Elena dette una risata per questa imprevedibile sua conclusione.— Voi siete un giudice molto imparziale dei vostri amori, — disse al Capuano.— Che volete mai? Sto diventando bianco.Ora si andava tra le gole di montagne, alte e scoscese, per mezzo inselvate, per mezzo scabre. Nell'aria color di cenere passavano i primi brividi della sera.— Pensa! — io dissi a Fabio; — più di duemil'anni or sono, fra queste gole di monte, un uomo che portava il tuo nome sbarrò il passo al grande Annibale. Tu non sei Fabio Massimo, sei però Fabio il Temporeggiatore.Egli sorrise dell'allusione velata, ma cercò di eludere il discorso.— Duemil'anni di storia!... — esclamò. — E noi qualche volta troviamo lunga un'ora![pg!119] Immobile, fra la corona delle sue folte boscaglie, apparve il lago di Fondi, cupo e taciturno come una palude stregata, che alitava in quell'ora d'innumerevoli sciami. E finalmente la Torre del Canneto, la Torre dell'Epitaffio, la Torre dei Confini, il villaggio di Monte San Biagio, e di fronte, con la vetta in gloria per un'apoteosi di sole, unica, possente, splendida, la Montagna delle Fate.— Guardate ora! — esclamò Elena, tendendo il braccio verso il declivio della montagna. — Guardate: Torre Guelfa è là![pg!120]
Finalmente venne il giorno dell'arrivo di Fabio. Per incontrarlo noi dovevamo scendere alla stazione di Terracina ed Elena era impaziente di conoscere questo mio vecchio amico del quale sovente le avevo parlato.
Di buon mattino feci chiamare Lazzaro, il gastaldo, e gli dissi:
— Tu mi farai condurre verso un'ora del mezzodì quel tuo barroccio grande, attaccato con la cavalla migliore, la balzana; e spòlvera bene i cuscini, e lustra la briglia, perchè la signora scende con me a Terracina.
Un'ora scoccava, quando la cavalla balzana scalpitò su lo sterrato, di fronte alla casa.
Lazzaro non ristava dall'ammirarla e dal girarle intorno, mentre un ragazzotto robusto la reggeva per il morso, a due mani.
— Guardate un po', signore, la groppa e l'arcatura del collo! — mi diceva, inorgoglito. — Sta su le zampe così d'appiombo che pare voglia dire a tutti: La strada è mia. Non ha quattr'anni, signore. La dentatura parla. Io l'ho pagata quaranta marenghi d'oro, ma non la vorrei dare per il doppio. E la briglia, vedete, rispecchia come nuova.
La balzana, stelleggiata in fronte, annaspava con nervosità la terra, facendo sonare le campanelle. Portava una briglia bellissima, con la guardia lustra, i fiori adorni ed i voltoi bruniti. Lazzaro continuava:
— Mi raccomando, signore: la cavalla è fresca di scuderia: non l'attacco da molti giorni e forse potrebbe farvi qualche volata.
[pg!111] — Non darti pensiero, Lazzaro; n'ho portati altri ch'erano ben più focosi.
— Eh, lo credo, signore! Ma i vostri cavalli hanno sempre una certa educazione; i nostri sono più rustici e qualche volta prendono la mano.
Elena intanto sopraggiungeva, fresca e magnifica sotto l'ala di un grande cappello primaverile. Teneva qualche gran di zucchero nel palmo della mano inguantata e li voleva porgere alla cavalla.
— Piano a guardarla negli occhi, signora mia! — esclamò Lazzaro, interponendosi. — Poi è tutta schiuma e vi sbaverà sui guanti. Date a me, signora.
Elena, che non poteva ben intendere quel parlare di Lazzaro, mi guardò sorridendo; poi si tolse il guanto e porse il palmo nudo alla froge della balzana, che allungava il collo golosamente.
— Ecco, signore, — disse il gastaldo; — se voi salite, io la tengo ben forte. Quando avrete in mano le redini, salirà la signora vostra.
Diede un urto al ragazzotto e prese la briglia in sua vece, continuando a scuotere il morso e parlar sottovoce per ammansire la cavalla impaziente.
— Brava, la bella! Non le fate vedere la frusta, signore. Brava, la bella! Oh, la bella!...
Quando fui salito, lasciò la briglia, si tolse il cappello di feltro piumato e porse la mano ad Elena perchè vi si appoggiasse nel mettere il piede sul montatoio.
— A rivederci, Lazzaro! — salutai, quand'ella fu seduta.
— Buon viaggio, signore. Andrete come il vento. Non le fate vedere la frusta. Buon viaggio!
E scendemmo verso il cancello aperto, per il viale a pergolato. Il barroccio era senza freno, la strada molto ripida sul declivio della collina; dovevo tendere tutti i muscoli delle braccia per contenere la foga della cavalla, che sentiva il veicolo troppo leggero per la sua possa impetuosa.
Quando fummo nella pianura, oltre il villaggio, e la strada comparve sgombra per una lunga dirittura fra le [pg!112] campagne abbondevoli di frumento ancor verde, le concessi le redini, e la cavalla, con la testa al vento, la criniera ondeggiante, prese una corsa immoderata, fendendo l'aria sonora e comunicando al barroccio i suoi trabalzi.
— Hai paura? — domandai ad Elena, guardandola sotto il vento che fischiava.
— No, no, — ella fece, posandomi una mano su le ginocchia, mentre con l'altra si teneva l'ala del cappello. — Mi piace volare così! — E gentilmente sorrideva dalla faccia china.
Non si udiva intorno alcun altro rumore che lo scalpitar precipitoso delle zampe gagliarde sul terreno battuto e l'ansito della cavalla che scattava inebbriandosi di rapidità. Passavano via le campagne vedute a volo; i pioppi equidistanti parevano inseguirsi l'un l'altro in una fuga opposta, come sbarre di un enorme cancello.
— Gesummaria! — udimmo gridare da tre donne, che sbigottite insieparono. Più oltre, nell'incrociare un immenso carro di erbe falciate, gli uomini che v'eran sopra coricati gridarono e risero. Fu, nel vento, un'eco.
Giunti ad una svolta, rattenni e dominai forte la cavalla, che prese un'andatura meno veloce, mandando fumo dalle narici e dal pelo trasudato.
— Che fuga! — esclamò Elena, traendo un lungo respiro. E si volse a guardare indietro.
La strada passava ora per mezzo ad un terreno alluvionale, onduloso da un lato di leggerissime colline, che infinitamente si perdevano allo sguardo, laggiù, verso il promontorio di Monte Circello, dove un lontano semaforo si delineava nella trasparenza del cielo.
Poi comparve, tra i due canali di Torre Sant'Anastasia e di Torre Canneto, il paludoso eremitico lago di Fondi, memore delle materne Pontine, e dietro il lago vedevamo le gole selvose delle montagne addossarsi, per scendere parallelamente incontro al mare. Poi comparve, sul versante d'una collina bianca di sole, il convento francescano dei Frati Zoccolanti, e d'un tratto, all'uscir da una folta [pg!113] cortina di boscaglie, il Tirreno indolente, che oscillava davanti a noi, radioso e glauco sotto la curva del cielo.
Di fronte si apriva l'anfiteatro delle isole di Palmarola Ponza e Ventotene, constellate all'intorno da un navigar lentissimo di vele, che, adagiando il fianco su la brezza, ad una ad una si perdevano verso i remoti valichi dell'orizzonte.
Magnifica e piena di sole, su la roccia calcarea che Orazio vide «brillar da lunge», Terracina di San Cesareo dalle dieci colonne sedeva sotto il poggio falciato, soreggendo i rovinosi archi del suo Tempio a Venere, dove, nella cella votiva, rimane un piedestallo senza dea.
La città marmorea, sotto la luce del pomeriggio primaverile, splendeva sollevata nella gloria di un incendio immateriale, come se la sua pietra esalasse un respiro fatto di luce, un vapore impalpabile, quasi un velo pieno di scintillamenti, che andasse man mano rarefacendosi, attenuandosi, diventando azzurro come l'aria o verde come l'acqua, in lenti circoli spaziosi verso il cielo e verso il mare.
— Guarda, — io dissi ad Elena, segnando nella distante onda l'apparir confuso di Ventotene, — vedi quella piccola isola, nel fondo, laggiù?
— Vedo, — ella rispose, facendo schermo della mano agli occhi per meglio discernere.
— Quello scoglio — ripresi, — è sorto dal mare con un tragico destino. Divenuto ai nostri tempi un'isola di ergastolani, fu, nella storia di Roma, l'esilio e la tomba delle Imperatrici.
— Raccòntami, — ella fece, tornando a guardare verso la raggiante isola.
— La più bella Imperatrice di Roma, ed anche la più dissoluta fra le cortigiane, Giulia, figlia d'Augusto, vi è morta di fame. Agrippina d'esilio, e più tardi Nerone, invaghitosi di Poppea, vi rinchiuse la moglie Ottavia e la fece pugnalare, a vent'anni...
— Che sorte! — profferì Elena, contemplando l'isola maledetta.
[pg!114] — Immàgina, — esclamai, — immàgina l'agonia di quelle tre anime imperiali, quando, nell'ultima sera, videro forse, o credettero vedere, oltre i vapori del Tirreno, lo spettacolo di Roma signora del mondo, che celebrava le orgie de' suoi Cesari ed assisteva nei circhi ai combattimenti delle fiere, dimentica delle Imperatrici come di schiave barbare, mentre qui, davanti ai lor occhi, su quel terrazzo che tu vedi, l'ultimo sole incendiava i marmi del Tempio di Venere, splendeva sui mosaici del Tempio d'Augusto e raggiava su le pietre milliari della fatale via Appia, la via di Roma...
— Che grande storia possiedono tutte le pietre del tuo paese! — ella esclamò, volgendo intorno lo sguardo un poco trasognato.
La vecchia città vescovile ora si spiegava intera dinanzi a noi, sul pendio della montagna, mentre passavamo per la zona dei canali, attraverso una specie di villaggio primitivo, composto da un aggruppamento di catapecchie, ove in taluni mesi dell'anno scendono dal lor Abruzzo selvoso i contadini aquilani per intendere alle fatiche della terra.
— Eccoci arrivati ormai, — dissi ad Elena, sorpassando gli ultimi abituri e toccando le prime case di Terracina.
— Ti ricordi quando venimmo? — ella domandò con tenerezza.
La guardai, sorrisi, e mi sentii felice.
— Ecco, — ella riprese; — io mi ricordo ancora tutto, fin le più piccole cose. Le parole che mi dicesti alla stazione di Roma, il viaggio, le persone ch'erano con noi nel treno, dove scesero, e quando rimanemmo soli. Poi quello strano spettacolo delle paludi, la sera; l'arrivo, il chiasso dei vetturini per offrirci le loro vetture, e Lazzaro alla stazione, che mi guardò attonito. Indi la salita un po' lenta, per la strada oscura: il vetturino, che faceva schioccare la frusta emettendo un suo bizzarro grido per eccitare il cavallo, io che ridevo, tu anche. Poi quelle foreste paurose, quel magnifico lago, immobile sotto la [pg!115] luna, e più oltre i villaggi addormentati, senza una luce, senza un rumore, come in un paese di morti, con davanti la Montagna delle Fate, bianca, limpida, sola. E intorno, quel passare invisibile del vento nelle siepi, che dava una impressione singolare, come se alcuno ci venisse dietro, continuamente; io che mi stringevo contro di te, avevo quasi paura, e tu che mi baciavi, piano, perchè l'uomo non udisse.... Poi, d'improvviso, in alto, la torre di Torre Guelfa nel cielo, e finalmente l'ultima salita, il cancello, il giardino, la grande casa con le finestre illuminate, quella ragazza con un grembiule bianco, ferma su la scalinata, e poco dopo Lazzaro che sopraggiungeva coi nostri bauli.... Vedi come rammento bene?
Io l'avvolsi d'uno sguardo innamorato e riconoscente.
— Pare già così lontano, — dissi, — ed invece....
— Ma il tempo vola, e non si può nulla contro il tempo.
— Sì, una cosa... — osservai.
— Quale?
— Amarsi, amarsi. Elena!
Eravamo giunti. Tre o quattro vagabondi che oziavano accorsero insieme, ingiuriandosi, per tenere la briglia.
Siccome a Terracina era giorno di mercato, molte persone, quasi tutti mercanti e sensali, ingombravano l'atrio della stazione. Alcuni d'essi mi salutarono, guardandoci maravigliati. Una comitiva d'Inglesi accampava tra i suoi molteplici bagagli, di ritorno forse da una gita a Monte Circello.
— Quanti giorni rimarrà quel tuo amico? — Elena mi domandò, appoggiandosi al mio braccio.
— Due giorni al massimo, — risposi. — Almeno lo spero; è un uomo discreto.
Un campanello squillò, senza interrompersi, tra i viluppi dei fili elettrici, sotto la tettoia; l'arrivo del treno era imminente.
In quel mentre un giovine alto, bruno, vestito con una giubba di frustagno, passò davanti a noi, salutandomi con [pg!116] un sorriso dal quale traspariva una specie di sottile derisione.
— Buon giorno, signor conte, — egli disse fermandosi e buttando via il sigaro che masticava tra i denti. — Le annunzio la visita di mio padre per dopodomani.
— Che vuole vostro padre? — gli domandai, un po' tediato.
— Non so. Credo sia per la solita faccenda... l'ipoteca.
— Ah!... bene. Ditegli che non venga prima di giovedì, perchè aspetto un amico e non sarò libero fino allora.
— Glielo dirò, signor conte, — rispose il giovine con una ironia garbata.
Fece un altro saluto, e se ne andò a discorrere fra i mercanti.
— È uno dei Rossengo, — spiegai ad Elena sottovoce.
— In quell'abito? — ella esclamò, incredula.
— Ti pare strano, è vero? Ma son usurai di campagna; il vecchio è milionario.
Mentre camminavano avanti e indietro, il gruppo dei campagnoli, con il Rossengo fra essi, ci osservava e ciarlava di noi curiosamente. Immaginavo le parole ch'essi dicevano fra quello strepito di risa grossolane, mi pareva di udirli ragionare de' miei dissesti e della donna ch'era meco. Mi prese una collera sorda, pensando che forse, fra qualche tempo, quei Rossengo, sensali e mercanti di bestiame, i quali avevano un nonno ciabattino ed una madre guattera, sarebbero divenuti padroni delle terre che da tanti secoli appartenevano alla mia famiglia. E per la prima volta, io, che avevo portato con tanta fierezza il mio nome, sentii quasi l'imperioso bisogno di nascondermi davanti a quei servi.
Sopraggiunse il treno, troncando i miei pensieri; Fabio, tra i primi, saltò giù da una vettura, bestemmiando contro i ritardi dei treni e la canzonatura degli orari. Portava una borsa foderata d'una tela greggia, di colore identico a quella della sua spolverina da viaggio. Lo presentai ad Elena.
— Veramente, signora, — egli disse con un leggero [pg!117] inchino, — io vi conosco e voi conoscete me da lungo tempo. Siamo due stranieri, amici d'un comune amico intimo.
E sorrise di quel sorriso arguto, che illuminava simpaticamente la sua faccia un po' rude.
Usciti su la piazza, ci serrammo tutti e tre nel barroccio angusto; quando la borsa fu legata dietro, diedi un colpo di frusta e la cavalla partì di buon trotto.
— Che delizia poter fumare! — esclamò Fabio, accendendo una sigaretta. E spiegò:
— A Cisterna è salita una signora la quale non poteva sopportare il fumo. Poverina! Ed era uno scompartimento per fumatori.
— Fumate molto anche voi? Come Germano? — Elena gli domandò.
— Più di Germano, signora. Io possiedo tutti i vizi al massimo grado. Fumo enormemente, bevo molto vino, molti liquori, amo le rarità gastronomiche tanto quanto le rarità femminili, giuoco a tutti i giuochi, bestemmio per abitudine come ogni buon napoletano, son pigro, maligno, dispettoso, impaziente... una vera persona insopportabile, signora mia!
— E null'altro? — esclamò Elena, ridendo.
— Sì, ancora una cosa, — io dissi. — E un cuore da monachella sotto le spoglie d'un tiranno da commedia.
— Ahimè!... — egli fece traendo un gran sospiro, — come sono triste qui! Terracina mi evoca tante belle memorie! Non vi accorgete, signora, della mia tristezza?
— Me ne accorgo adesso che voi me lo dite, — ella rispose con allegria.
— Lassù, in alto, sopra il Taglio di Prisco Montano, c'è un eremo che io ben conosco, il quale mi ricorda un mio grande amore... — disse Fabio pateticamente, accennando con una mano al valico della via Appia.
— Ma quando sei stato qui? — gli domandai.
— Sette anni or sono, ai tempi di Emilia Gonzales; ti ricordi?
— Oh, mi ricordo! È stata forse la più seria delle sue [pg!118] molte avventure, — spiegai ad Elena. — Era un'attrice, bellissima.
— Povera Emilia, com'è finita male! — esclamò il Capuano.
— L'hanno uccisa, è vero?
— Sì, al Messico, un primo attore, per gelosia.
— E come mai siete capitati a Terracina?
— Dopo la sua malattia girammo un po' dappertutto, alla ventura. Diceva di avere la nostalgia dell'antico, del rovinoso, la nostalgia delle cose cadenti....
— Era una buona compagna, — io rammentai, — quantunque avesse il difetto di essere troppo sentimentale e troppo intellettuale.
— Oh, ne aveva molti altri... però moltissimi pregi anche. Non posso mai dimenticare la sua voce: pareva un suono d'arpa, delizioso. Parlava un dolcissimo fiorentino, per quanto fosse padovana; quando non discuteva di belle arti era una donna incantevole.
— E quell'altra sua manìa... te ne ricordi?
— Già, la manìa dell'isterismo. Si era fatta uno sguardo isterico, dava la mano, camminava, baciava, con una languidezza di moribonda... e mi faceva spendere il denaro con un furore veramente isterico!
Elena dette una risata per questa imprevedibile sua conclusione.
— Voi siete un giudice molto imparziale dei vostri amori, — disse al Capuano.
— Che volete mai? Sto diventando bianco.
Ora si andava tra le gole di montagne, alte e scoscese, per mezzo inselvate, per mezzo scabre. Nell'aria color di cenere passavano i primi brividi della sera.
— Pensa! — io dissi a Fabio; — più di duemil'anni or sono, fra queste gole di monte, un uomo che portava il tuo nome sbarrò il passo al grande Annibale. Tu non sei Fabio Massimo, sei però Fabio il Temporeggiatore.
Egli sorrise dell'allusione velata, ma cercò di eludere il discorso.
— Duemil'anni di storia!... — esclamò. — E noi qualche volta troviamo lunga un'ora!
[pg!119] Immobile, fra la corona delle sue folte boscaglie, apparve il lago di Fondi, cupo e taciturno come una palude stregata, che alitava in quell'ora d'innumerevoli sciami. E finalmente la Torre del Canneto, la Torre dell'Epitaffio, la Torre dei Confini, il villaggio di Monte San Biagio, e di fronte, con la vetta in gloria per un'apoteosi di sole, unica, possente, splendida, la Montagna delle Fate.
— Guardate ora! — esclamò Elena, tendendo il braccio verso il declivio della montagna. — Guardate: Torre Guelfa è là!
[pg!120]