III

IIIElena, semivestita, versava gocce d'essenza di rosa nei catini pieni; poi si passava il pettine nei capelli sciolti, e andava, trascinando le pianelle, a comporre in leggiadrissime gale i nastri delle biancherie che aveva preparate sul letto. Portava una vestaglia di color roseo, quasi trasparente, ornata di trine; le finestre erano aperte, ella era fresca come la primavera.Camminava per la camera, qua e là, facendo mille cose minute; ogni volta, nel passarmi accanto, mi dava un bacio su la bocca.— Senti, — mi disse piano, abbracciandomi, — vorrei che di nuovo rimanessimo qui soli, noi due.— Forse domani Fabio partirà, — le risposi.— Te lo ha detto?No, ma lo immàgino: ha portato solamente una borsa.— Eh!... non hai veduto com'è grande?Io risi; ella si raccolse in ciascuna mano una grossa treccia dei capelli che le cadevano partitamente sul petto, e me ne ricinse il collo, in tal guisa, che le sue braccia ed i suoi capelli profumati formavano insieme una sola catena. Rideva, con le labbra rosse, la gola turgida, gli occhi pieni di chiarità; la sua persona tutta non era che morbidezza e profumo.Dai poggioli aperti entrava un sole giocondo; i glicini assalivano le ringhiere, il letto pareva riscintillasse d'aurora, i suoi capelli splendevano, la sua pelle sapeva d'essenza di rose.Ed ecco, dal giardino, la voce di Fabio mi chiamò:[pg!121] — Eh, lassù!... buongiorno! Ancora non sei pronto?— Buon dì, — gli risposi affacciandomi. — Ora scendo sùbito. Come hai dormito?— Magnificamente. Oh, questi letti antichi!... — egli fece, stirandosi con voluttà.Appena fui pronto scesi, e lo trovai occupato a discorrere con Lazzaro, che lì presso, con un paio di forbici, coglieva tutti i fiori delle aiuole gettandoli dentro un paniere.— Che fai, Lazzaro? Mi devasti il giardino?— Oggi è la Festa. Bisogna coglierli, signore.— Che santo è oggi?— Tutti i santi, signore. A Fondi è la Festa dei Fiori. Si fa un apparato grande per la benedizione dei raccolti. La costumanza è nuova di qualche anno. Quando è in pieno la stagione dei fiori, si fanno mazzi a centinaia e si portano in voto alla Chiesa per la intercessione dei frutti. Le donne vengono da tutti i dintorni, e molte scendono anche dalla montagna, recando i canestri pieni, che poi rovesciano davanti all'altare. Danno alla Vergine la primavera per chiedere l'estate. Voi dovreste condurvi la signora vostra, perchè la chiesa è come un giardino quando le donne hanno rovesciati i canestri.— Dura parecchi giorni? — domandai.— Un solo giorno, signore. Questa sera la Festa finisce con musiche e luminarie. Di qui se ne vedranno i fuochi. Domani poi rimarranno su la piazza solo i giardinieri ed i mercanti per vendere i fiori fini, le pianticelle di serra e le semenze nuove. Andátevi, signore; vedrete quante maraviglie produce la terra nostra.— Bene, — risposi; — tieni pronta la cavalla.E prendendo Fabio sottobraccio, m'inoltrai per i viali profondi.— Dunque, — gli domandai, — cosa pensi di Elena?— È una stupenda creatura e penso che ti voglia bene.— Sì; è l'amante più perfetta che possa desiderare un uomo.— E tu l'ami?[pg!122] — È il primo, il solo sentimento della mia vita.Egli mi sogguardò con una espressione particolare, avvolgendomi d'uno sguardo che pareva insieme incredulo indulgente e beffardo. Poi si chiuse in un freddo silenzio, aspettando ch'io parlassi.Ora costeggiavamo il fiumicello, camminando sotto volte arboree che stormivano sommessamente. Un'erma biancheggiava tra un viluppo di folta edera; Fabio, con un ramoscello divelto, fustigava l'alta erba selvatica su l'orlo del sentiero.— Come sembri diffidare di me! — gli dissi. — . Non ne capisco la ragione. Speravo invece che ti rallegreresti nel vedermi così felice.— Non devi badare alle idee che mi frullano per il capo, senza, in fondo, una causa ben definita. Io penso al dopo, amico mio... e questo mi fa paura.— Chi mai comincerebbe un amore se dovesse pensare al dopo? Del resto, non vorrei farti ridere, ma Elena mi è divenuta necessaria, e sento che l'amerò per sempre.Fabio si allontanò di qualche passo, fischiettando il motivo d'una gaia canzone di Piedigrotta.— Poi, — ripresi, — non la devi giudicare come si giudicano tutte le altre: è una donna fuori dal comune. Anche a me pare talvolta una donna incomprensibile.Il fiumicello con allegre spume precipitava per quattro gradini, simili ad un frammento di scalinata sepolta sott'acqua, e scivolando fra le due rive tortuose piegava nel suo decorrere la lunga erba selvatica, pettinandola come una criniera. Qua e là, per i meandri degli alberi, si vedeva il sole tessere un gioco molteplice sui tappeti muscosi, quando il vento s'inoltrava nei rami con folate improvvise.— Vedi, — riprese Fabio, — non la giudico affatto; anzi l'ammiro, e t'inganni se credi ch'io non sappia essere imparziale verso di lei. Però la considero, forse ingiustamente, per la donna che impedisce a te, mio amico, di riparare a' tuoi disordini e rimanere in quella società ove sei nato, vissuto finora, ed alla quale devi appartenere. [pg!123] Dinne quello che vuoi, ma tu avresti finito con sposar Edoarda. Invece ti ficchi a fronte bassa nella rovina. Poichè, se finora trovavi da ogni parte il denaro che ti bastava per vivere di ripieghi, ciò accadeva in grazia del tuo fidanzamento. La prova è questa: che ora, corsa intorno la voce il dubbio che il matrimonio non si faccia più, tutto il tuo credito è cessato e non ti rimane che attendere gli uscieri al primo protesto.— Bah! — risposi con millanteria, — la vita è una avventura di tutti i giorni: qualche santo provvederà!— Bene, spera nei santi, se hai fede. Quello che intanto non so capire, è come mai Elena abbia potuto accettare di unirsi a te, conoscendo i legami che ti stringevano.— Ma non li conosceva, o per lo meno ha saputa la cosa quando già era troppo tardi per rimediare.— Non è mai troppo tardi: basta volere.— Ebbene, se preferisci, non avrà voluto. I sacrifizi di questo genere si compiono piuttosto nei romanzi che nella vita.Fabio fece un atto singolarissimo con le labbra, poi subitamente mi prese per un braccio.— Lo credi? — esclamò, con voce ambigua.— Certo, lo credo.— Ebbene, senti... — egli proseguì, ridendo di un riso ambiguo. — Voglio farti una confessione, proprio ora, per dimostrarti come t'inganni. Anzi, una confessione grave.Fece una pausa e d'un tratto si fermò. Le sue pupille splendevano, la sua faccia era di sùbito impallidita.— Io, — disse, battendosi le due mani sul petto, — io stesso, vedi, ho amata un giorno Edoarda....— Tu? — esclamai, pieno di stupore. — Via!... non è possibile!— Si, l'ho amata, — egli rispose, ridendo di un riso beffardo. — Certo non lo avrai nemmeno sospettato, e questa è la mia fierezza.— Oh, Fabio, che strana cosa mi dici...[pg!124] E chinai la faccia, sentendomi quasi umiliato. Egli si avvicinò di nuovo, sorridente:— Vedi che questi sacrifizi, alle volte, si fanno anche nella vita. — E, dopo una pausa, con voce tranquilla:— Ma ormai è cosa passata. Non fu che una sciocca mia debolezza... Ora ne sono guarito interamente. Via non prendere quell'aria tragica! Ridi! Ne rido io stesso!— Perchè non me ne hai parlato prima? — gli domandai dopo un silenzio.— Mi parve inutile, com'era inutile in fondo che te lo dicessi ora.— Ma quando avvenne?— Oh, fu nei primi tempi... — egli accennò quasi con vergogna. — Ti ricordi il mio viaggio al Cairo, quel mio viaggio misterioso?— Me ne ricordo. E fu per questo?— Già: per guarirne. Il proverbio dice: Lontan dagli occhi...E scoppiò in una risata piena d'amarezza.Afferrai una sua mano e la strinsi con vera commozione.— Ora, — egli soggiunse, — non parliamone più.Colse un fiore, lo sfogliò sbadatamente.— È stato un episodio ridicolo! — ripetè, alzando le spalle.— No. Conosco la delicatezza del tuo sentimento e indovino quel che non dici. Forse hai sofferto, e chissà... forse ne soffri ancora.— Ho dovuto lottare un poco... è tutto! Adesso non ci penso più.Fra le sue sopracciglia virili s'incideva un solco profondo. Per qualche minuto camminammo in silenzio, turbati, assorti ambedue.— Certo — egli riprese, — ho fatto male a parlartene. Ma tu promettimi, Germano, che fingerai di non saperlo nemmeno. Te lo chiedo come un favore. Me lo prometti?— Se vuoi, — risposi tristemente.[pg!125] — Sì, te ne prego: altrimenti mi farei quasi uno scrupolo di pronunziare con te il nome d'Edoarda. Oh, se tu vedessi com'è ora! Sono stato a trovarla pochi giorni or sono... Distrutta, povera figliuola! Che pietà mi fece!Una lenta e fredda paura corse per le mie vene. Chiusi gli occhi e rividi come in sogno la piccola sala di Edoarda, quale mi apparve nell'ultimo giorno, con quella striscia di sole che pertugiava dalle cortine, movendo la sua palpitazione luminosa intorno alle pareti, ai mobili ed ai cuscini, ch'erano foderati d'una stoffa delicatissima dal colore un po' languido della rosa di gruogo. Rividi quel caminetto, con gli alari di bronzo, così minuscolo da parere costrutto per i piedi minuscoli d'una bambola di Norimberga, ed i bagliori delle coppe fiorentine che traboccavano di lilla profumato, e quel divano dov'ella era stesa, inerte, come per un supremo desiderio di pace. Mi parve ancora che dalle sue labbra uscisse il tremore di quell'ultima domanda: «Mi scriverai da Torre Guelfa?...»E scossi il capo con violenza per allontanare quel pensiero molesto.— Ti ha parlato di me? — domandai a Fabio.— Sì, vagamente.— Cosa ti ha detto?— Mi ha detto: Germano è malato. Lo sapete anche voi?— Sì, — risposi per consolarla. — Da qualche tempo si è fatto scontroso, pare alla ricerca di sè medesimo, soffre.— E che diceva Edoarda?— Edoarda scoteva il capo, forse indovinando la mia compassione. Si torceva le dita e pareva che avesse pianto ormai tutte le sue lagrime. Poi mi raccontò che le scrivevi quasi ogni giorno, che le parlavi molto a lungo della campagna... e non saresti ritornato per qualche tempo.— Infatti, non potrò tornare... — profferii a bassa voce, quasi arrendendomi ad una certezza intima.Lì presso era un sedile di corrosa pietra che i licheni [pg!126] macchiavano di segni bizzarri, simili a fiori verdastri. Fabio vi sedette con indolenza e volse lo sguardo in alto, per entro le foglie. Poi, dopo una lunga meditazione, prese a dirmi:— Tu m'hai chiesto un aiuto, che io non ti seppi rifiutare. Tuttavia, quando mi giunse a Roma la tua prima lettera, il coraggio mi venne meno. Pensai di frapporre ancora un indugio, nella speranza che dopo qualche tempo di convivenza con Elena, la tua passione fosse un poco scemata e forse tu potessi ragionare più freddamente. Sono partito da Roma, te lo confesso, cullandomi ancora in una vaga speranza. Invece ti ritrovo immutato, più pazzo che mai di questa donna, e vedo come finora tu non abbia rimediato a nulla, ma invece ti sii perduto nell'irriflessione di un amore che ti rovinerà.— Che vuoi? — gli risposi; — la mia volontà non può mutare; il resto non mi spaventa affatto.— Insomma cosa decidi? — egli domandò, guardandomi con una specie di affettuosa paura.— Quello che ti ho detto, Fabio. Se vuoi salvarmi non c'è che una strada.— Ma Edoarda potrebbe anche morirne! — egli mi suggerì, con la voce piena d'angoscia.Mi coversi la faccia istintivamente, e tacqui, parendomi che ogni risposta in quel momento fosse troppo crudele.— Tu non hai pensato a questo! — egli esclamò nervosamente.— L'amore, — balbettai dopo una pausa, — l'amore ha qualche volta fatto vivere, non credo abbia ucciso mai. Sono cose che si dicono!Egli mi fissò con uno sguardo lungo, senza rispondere.— Poi non c'è rimedio, ti ho detto. Non c'è rimedio! — ribattei con eccitazione. — Ecco: immagina di aver sete, una sete rabbiosa, e di vedere una bella fontana, limpida, là, dinanzi a te. E che tu voglia corrervi, ma [pg!127] ci sia frammezzo un campo di sterpi tenaci, i quali s'aggroviglino al tuo piede, t'inceppino e non ti lascino camminare, mentre la tua sete cresce, diventa un'angoscia, un furore... Ecco, mi trovo appunto così, non riesco a muovermi, vorrei con una falce farmi strada e passare.— Povero amico! — egli esclamò tristemente. — Anche tu mi fai pena.— Vedi, — continuai, ansimando forte, — io non sono un eroe: sono anzi un uomo comune, volgare, se preferisci. Queste rinunzie, questi grandi sacrifizi sono maggiori di me. Poi, si può commettere un errore nella vita, e portarne anche la pena; ma che si debba scontarlo con un supplizio di tutte le ore, senza rimedio e senza fine, questo non è ammissibile, non è neanche umano!...Un riso amaro gli contrasse la bocca sardonica, la sua fronte si rabbuiò, ma non rispose.— Ascoltami, — gli dissi andandogli più presso e parlandogli con voce affettuosa; — tu sei troppo sensibile, hai l'anima d'una suora di carità. Eppure, dimmi: se l'amore vero è quello che sa compiere un vero sacrifizio, perchè mai Edoarda non avrebbe questo coraggio per me? Quale gioia potrebbe ormai darle un amore ottenuto come un'elemosina?— Io credo infatti che avrà il coraggio di perderti, — rispose Fabio; — ma forse non troverà poi la forza per sopportare questo abbandono.— Ma no, Fabio: non credere! Io la conosco bene. L'amore di Edoarda è semplicemente una specie di manìa sentimentale. Io non sono per lei un amante, nè un fidanzato, nè un amico: sono semplicemente l'essere che la sua fantasia, per una scelta incomprensibile, ha voluto collocare al di sopra di tutte le cose. Edoarda non mi desidera nè coi sensi nè forse col cuore: mi desidera con l'immaginazione. Tutto il suo grande amore non è che una specie di ostinata e gelosa immaginazione. Tu la ritieni capace di compiere per me un vero sacrifizio? No, Fabio! Mai, se non costretta. Edoarda sa benissimo che non l'amo più. Mi conosce troppo e non s'inganna; credimi, [pg!128] non si può ingannare. Vede con esattezza quello che soffro da molti mesi e legge qualche volta nell'animo mio con una penetrazione che mi spaventa. L'amore che avevo per lei, Edoarda lo ha veduto spegnersi ora per ora. Ebbene, che farebbe un'altra donna, più fiera ed anche, lasciamelo dire, più generosa di lei? Certo si vergognerebbe d'accettare questa mia fredda pietà e, forse per ribellione, mi saprebbe odiare. Ma Edoarda no. Il suo tormento e la sua gioia son quelli di potermi dire ogni giorno: «Tu non mi ami più!...» e costringermi a contare le sue lacrime, od opprimermi con una infinità di cose meschine, o sedersi ancora su le mie ginocchia, per parlarmi di una volta, di una volta, di una volta... come si recita una tediosa litania. No, Fabio! Che l'amore possa talvolta essere crudele, brutale, iniquo, lo ammetto; ma che l'amore debba mostrarsi vile, mai!— E più crudele, secondo me, quest'analisi che ora tu fai, — rispose Fabio. — Del resto è naturale: contro il rimorso non v'è che l'ironia. Nessuno ha il coraggio di dire a sè medesimo: «Io sto compiendo un'azione davvero disonesta.»Su la faccia dell'erma lontana un occhio di sole rideva mutevolmente; un canto spiegato volava e trillava nel verde, mentre, vicini all'ora di mezzodì, gli sciami addensavano i loro turbinii su l'acqua iridata. Un lungo silenzio cadde fra noi, mentre tutto il mio mondo interiore pareva sopirsi e lentamente sperdersi nella grande pace meridiana.— Germano, — egli mi disse infine, con una voce in cui pareva tremasse il dolore di occulte lacrime, — tornerò domani a Roma per dire a Edoarda Laurenzano che non ti aspetti più. Le cose, gli uomini ed i sentimenti hanno tutti un loro inevitabile destino.— Grazie, Fabio, — gli risposi, tendendogli la mano.— Non ringraziarmi. Germano. Vado a portare la tua condanna e forse a distruggere un'anima. Pensa che nella vita potrebbe venire un'ora simile anche per te....Per la prima volta sentii nella mia mano tremar la mano di quest'uomo forte, e vidi cadere una lacrima dalle sue ciglia ferme.[pg!129] Lì, nell'antica ombra di quella foresta, nel solenne patto concluso, finiva certamente un tempo irrevocabile della mia vita, e sentii con paura, nel recesso dell'anima, tremare vagamente il presagio di una sventura lontana. Camminammo ancora qualche tempo senza levare gli occhi, tacendo. Poi tornammo indietro, verso il coltivato bosco nel quale si promulgava il giardino. Allora Fabio si scosse, raddrizzò la bella persona e di nuovo il suo dolore si nascose dietro la maschera della sua costante ironia.— E tu che farai? — mi domandò, fermandosi ad un bivio di sentieri, ove con grande impeto il caprifoglio fioriva.— Chissà mai?... E del resto cosa importa? Non ho paura, Fabio! Non ho avuta mai paura della vita, io!— Sarai felice almeno? — egli domandò ancora, mentre con attenzione attorcigliava un ramo d'edera che aveva strappato camminando.— Sì! — esclamai con ardore. — Ne sono certo. I miei desideri sono ormai tanto semplici; Elena sola mi colma di una totale felicità.In quel mentre, di là dai cedri che nascondevano la casa, una voce chiamò più volte:— Germano! Germano, dove sei?E subitamente, fra le aiuole che ostentavano al meriggio le meraviglie dei lor mille colori, vidi Elena venirci incontro, simile ad una creatura che portasse, nella sua limpida voce, ne' suoi chiari occhi d'amante, nell'anima sua d'innamorata, un divino soffio della splendente primavera.[pg!130]

IIIElena, semivestita, versava gocce d'essenza di rosa nei catini pieni; poi si passava il pettine nei capelli sciolti, e andava, trascinando le pianelle, a comporre in leggiadrissime gale i nastri delle biancherie che aveva preparate sul letto. Portava una vestaglia di color roseo, quasi trasparente, ornata di trine; le finestre erano aperte, ella era fresca come la primavera.Camminava per la camera, qua e là, facendo mille cose minute; ogni volta, nel passarmi accanto, mi dava un bacio su la bocca.— Senti, — mi disse piano, abbracciandomi, — vorrei che di nuovo rimanessimo qui soli, noi due.— Forse domani Fabio partirà, — le risposi.— Te lo ha detto?No, ma lo immàgino: ha portato solamente una borsa.— Eh!... non hai veduto com'è grande?Io risi; ella si raccolse in ciascuna mano una grossa treccia dei capelli che le cadevano partitamente sul petto, e me ne ricinse il collo, in tal guisa, che le sue braccia ed i suoi capelli profumati formavano insieme una sola catena. Rideva, con le labbra rosse, la gola turgida, gli occhi pieni di chiarità; la sua persona tutta non era che morbidezza e profumo.Dai poggioli aperti entrava un sole giocondo; i glicini assalivano le ringhiere, il letto pareva riscintillasse d'aurora, i suoi capelli splendevano, la sua pelle sapeva d'essenza di rose.Ed ecco, dal giardino, la voce di Fabio mi chiamò:[pg!121] — Eh, lassù!... buongiorno! Ancora non sei pronto?— Buon dì, — gli risposi affacciandomi. — Ora scendo sùbito. Come hai dormito?— Magnificamente. Oh, questi letti antichi!... — egli fece, stirandosi con voluttà.Appena fui pronto scesi, e lo trovai occupato a discorrere con Lazzaro, che lì presso, con un paio di forbici, coglieva tutti i fiori delle aiuole gettandoli dentro un paniere.— Che fai, Lazzaro? Mi devasti il giardino?— Oggi è la Festa. Bisogna coglierli, signore.— Che santo è oggi?— Tutti i santi, signore. A Fondi è la Festa dei Fiori. Si fa un apparato grande per la benedizione dei raccolti. La costumanza è nuova di qualche anno. Quando è in pieno la stagione dei fiori, si fanno mazzi a centinaia e si portano in voto alla Chiesa per la intercessione dei frutti. Le donne vengono da tutti i dintorni, e molte scendono anche dalla montagna, recando i canestri pieni, che poi rovesciano davanti all'altare. Danno alla Vergine la primavera per chiedere l'estate. Voi dovreste condurvi la signora vostra, perchè la chiesa è come un giardino quando le donne hanno rovesciati i canestri.— Dura parecchi giorni? — domandai.— Un solo giorno, signore. Questa sera la Festa finisce con musiche e luminarie. Di qui se ne vedranno i fuochi. Domani poi rimarranno su la piazza solo i giardinieri ed i mercanti per vendere i fiori fini, le pianticelle di serra e le semenze nuove. Andátevi, signore; vedrete quante maraviglie produce la terra nostra.— Bene, — risposi; — tieni pronta la cavalla.E prendendo Fabio sottobraccio, m'inoltrai per i viali profondi.— Dunque, — gli domandai, — cosa pensi di Elena?— È una stupenda creatura e penso che ti voglia bene.— Sì; è l'amante più perfetta che possa desiderare un uomo.— E tu l'ami?[pg!122] — È il primo, il solo sentimento della mia vita.Egli mi sogguardò con una espressione particolare, avvolgendomi d'uno sguardo che pareva insieme incredulo indulgente e beffardo. Poi si chiuse in un freddo silenzio, aspettando ch'io parlassi.Ora costeggiavamo il fiumicello, camminando sotto volte arboree che stormivano sommessamente. Un'erma biancheggiava tra un viluppo di folta edera; Fabio, con un ramoscello divelto, fustigava l'alta erba selvatica su l'orlo del sentiero.— Come sembri diffidare di me! — gli dissi. — . Non ne capisco la ragione. Speravo invece che ti rallegreresti nel vedermi così felice.— Non devi badare alle idee che mi frullano per il capo, senza, in fondo, una causa ben definita. Io penso al dopo, amico mio... e questo mi fa paura.— Chi mai comincerebbe un amore se dovesse pensare al dopo? Del resto, non vorrei farti ridere, ma Elena mi è divenuta necessaria, e sento che l'amerò per sempre.Fabio si allontanò di qualche passo, fischiettando il motivo d'una gaia canzone di Piedigrotta.— Poi, — ripresi, — non la devi giudicare come si giudicano tutte le altre: è una donna fuori dal comune. Anche a me pare talvolta una donna incomprensibile.Il fiumicello con allegre spume precipitava per quattro gradini, simili ad un frammento di scalinata sepolta sott'acqua, e scivolando fra le due rive tortuose piegava nel suo decorrere la lunga erba selvatica, pettinandola come una criniera. Qua e là, per i meandri degli alberi, si vedeva il sole tessere un gioco molteplice sui tappeti muscosi, quando il vento s'inoltrava nei rami con folate improvvise.— Vedi, — riprese Fabio, — non la giudico affatto; anzi l'ammiro, e t'inganni se credi ch'io non sappia essere imparziale verso di lei. Però la considero, forse ingiustamente, per la donna che impedisce a te, mio amico, di riparare a' tuoi disordini e rimanere in quella società ove sei nato, vissuto finora, ed alla quale devi appartenere. [pg!123] Dinne quello che vuoi, ma tu avresti finito con sposar Edoarda. Invece ti ficchi a fronte bassa nella rovina. Poichè, se finora trovavi da ogni parte il denaro che ti bastava per vivere di ripieghi, ciò accadeva in grazia del tuo fidanzamento. La prova è questa: che ora, corsa intorno la voce il dubbio che il matrimonio non si faccia più, tutto il tuo credito è cessato e non ti rimane che attendere gli uscieri al primo protesto.— Bah! — risposi con millanteria, — la vita è una avventura di tutti i giorni: qualche santo provvederà!— Bene, spera nei santi, se hai fede. Quello che intanto non so capire, è come mai Elena abbia potuto accettare di unirsi a te, conoscendo i legami che ti stringevano.— Ma non li conosceva, o per lo meno ha saputa la cosa quando già era troppo tardi per rimediare.— Non è mai troppo tardi: basta volere.— Ebbene, se preferisci, non avrà voluto. I sacrifizi di questo genere si compiono piuttosto nei romanzi che nella vita.Fabio fece un atto singolarissimo con le labbra, poi subitamente mi prese per un braccio.— Lo credi? — esclamò, con voce ambigua.— Certo, lo credo.— Ebbene, senti... — egli proseguì, ridendo di un riso ambiguo. — Voglio farti una confessione, proprio ora, per dimostrarti come t'inganni. Anzi, una confessione grave.Fece una pausa e d'un tratto si fermò. Le sue pupille splendevano, la sua faccia era di sùbito impallidita.— Io, — disse, battendosi le due mani sul petto, — io stesso, vedi, ho amata un giorno Edoarda....— Tu? — esclamai, pieno di stupore. — Via!... non è possibile!— Si, l'ho amata, — egli rispose, ridendo di un riso beffardo. — Certo non lo avrai nemmeno sospettato, e questa è la mia fierezza.— Oh, Fabio, che strana cosa mi dici...[pg!124] E chinai la faccia, sentendomi quasi umiliato. Egli si avvicinò di nuovo, sorridente:— Vedi che questi sacrifizi, alle volte, si fanno anche nella vita. — E, dopo una pausa, con voce tranquilla:— Ma ormai è cosa passata. Non fu che una sciocca mia debolezza... Ora ne sono guarito interamente. Via non prendere quell'aria tragica! Ridi! Ne rido io stesso!— Perchè non me ne hai parlato prima? — gli domandai dopo un silenzio.— Mi parve inutile, com'era inutile in fondo che te lo dicessi ora.— Ma quando avvenne?— Oh, fu nei primi tempi... — egli accennò quasi con vergogna. — Ti ricordi il mio viaggio al Cairo, quel mio viaggio misterioso?— Me ne ricordo. E fu per questo?— Già: per guarirne. Il proverbio dice: Lontan dagli occhi...E scoppiò in una risata piena d'amarezza.Afferrai una sua mano e la strinsi con vera commozione.— Ora, — egli soggiunse, — non parliamone più.Colse un fiore, lo sfogliò sbadatamente.— È stato un episodio ridicolo! — ripetè, alzando le spalle.— No. Conosco la delicatezza del tuo sentimento e indovino quel che non dici. Forse hai sofferto, e chissà... forse ne soffri ancora.— Ho dovuto lottare un poco... è tutto! Adesso non ci penso più.Fra le sue sopracciglia virili s'incideva un solco profondo. Per qualche minuto camminammo in silenzio, turbati, assorti ambedue.— Certo — egli riprese, — ho fatto male a parlartene. Ma tu promettimi, Germano, che fingerai di non saperlo nemmeno. Te lo chiedo come un favore. Me lo prometti?— Se vuoi, — risposi tristemente.[pg!125] — Sì, te ne prego: altrimenti mi farei quasi uno scrupolo di pronunziare con te il nome d'Edoarda. Oh, se tu vedessi com'è ora! Sono stato a trovarla pochi giorni or sono... Distrutta, povera figliuola! Che pietà mi fece!Una lenta e fredda paura corse per le mie vene. Chiusi gli occhi e rividi come in sogno la piccola sala di Edoarda, quale mi apparve nell'ultimo giorno, con quella striscia di sole che pertugiava dalle cortine, movendo la sua palpitazione luminosa intorno alle pareti, ai mobili ed ai cuscini, ch'erano foderati d'una stoffa delicatissima dal colore un po' languido della rosa di gruogo. Rividi quel caminetto, con gli alari di bronzo, così minuscolo da parere costrutto per i piedi minuscoli d'una bambola di Norimberga, ed i bagliori delle coppe fiorentine che traboccavano di lilla profumato, e quel divano dov'ella era stesa, inerte, come per un supremo desiderio di pace. Mi parve ancora che dalle sue labbra uscisse il tremore di quell'ultima domanda: «Mi scriverai da Torre Guelfa?...»E scossi il capo con violenza per allontanare quel pensiero molesto.— Ti ha parlato di me? — domandai a Fabio.— Sì, vagamente.— Cosa ti ha detto?— Mi ha detto: Germano è malato. Lo sapete anche voi?— Sì, — risposi per consolarla. — Da qualche tempo si è fatto scontroso, pare alla ricerca di sè medesimo, soffre.— E che diceva Edoarda?— Edoarda scoteva il capo, forse indovinando la mia compassione. Si torceva le dita e pareva che avesse pianto ormai tutte le sue lagrime. Poi mi raccontò che le scrivevi quasi ogni giorno, che le parlavi molto a lungo della campagna... e non saresti ritornato per qualche tempo.— Infatti, non potrò tornare... — profferii a bassa voce, quasi arrendendomi ad una certezza intima.Lì presso era un sedile di corrosa pietra che i licheni [pg!126] macchiavano di segni bizzarri, simili a fiori verdastri. Fabio vi sedette con indolenza e volse lo sguardo in alto, per entro le foglie. Poi, dopo una lunga meditazione, prese a dirmi:— Tu m'hai chiesto un aiuto, che io non ti seppi rifiutare. Tuttavia, quando mi giunse a Roma la tua prima lettera, il coraggio mi venne meno. Pensai di frapporre ancora un indugio, nella speranza che dopo qualche tempo di convivenza con Elena, la tua passione fosse un poco scemata e forse tu potessi ragionare più freddamente. Sono partito da Roma, te lo confesso, cullandomi ancora in una vaga speranza. Invece ti ritrovo immutato, più pazzo che mai di questa donna, e vedo come finora tu non abbia rimediato a nulla, ma invece ti sii perduto nell'irriflessione di un amore che ti rovinerà.— Che vuoi? — gli risposi; — la mia volontà non può mutare; il resto non mi spaventa affatto.— Insomma cosa decidi? — egli domandò, guardandomi con una specie di affettuosa paura.— Quello che ti ho detto, Fabio. Se vuoi salvarmi non c'è che una strada.— Ma Edoarda potrebbe anche morirne! — egli mi suggerì, con la voce piena d'angoscia.Mi coversi la faccia istintivamente, e tacqui, parendomi che ogni risposta in quel momento fosse troppo crudele.— Tu non hai pensato a questo! — egli esclamò nervosamente.— L'amore, — balbettai dopo una pausa, — l'amore ha qualche volta fatto vivere, non credo abbia ucciso mai. Sono cose che si dicono!Egli mi fissò con uno sguardo lungo, senza rispondere.— Poi non c'è rimedio, ti ho detto. Non c'è rimedio! — ribattei con eccitazione. — Ecco: immagina di aver sete, una sete rabbiosa, e di vedere una bella fontana, limpida, là, dinanzi a te. E che tu voglia corrervi, ma [pg!127] ci sia frammezzo un campo di sterpi tenaci, i quali s'aggroviglino al tuo piede, t'inceppino e non ti lascino camminare, mentre la tua sete cresce, diventa un'angoscia, un furore... Ecco, mi trovo appunto così, non riesco a muovermi, vorrei con una falce farmi strada e passare.— Povero amico! — egli esclamò tristemente. — Anche tu mi fai pena.— Vedi, — continuai, ansimando forte, — io non sono un eroe: sono anzi un uomo comune, volgare, se preferisci. Queste rinunzie, questi grandi sacrifizi sono maggiori di me. Poi, si può commettere un errore nella vita, e portarne anche la pena; ma che si debba scontarlo con un supplizio di tutte le ore, senza rimedio e senza fine, questo non è ammissibile, non è neanche umano!...Un riso amaro gli contrasse la bocca sardonica, la sua fronte si rabbuiò, ma non rispose.— Ascoltami, — gli dissi andandogli più presso e parlandogli con voce affettuosa; — tu sei troppo sensibile, hai l'anima d'una suora di carità. Eppure, dimmi: se l'amore vero è quello che sa compiere un vero sacrifizio, perchè mai Edoarda non avrebbe questo coraggio per me? Quale gioia potrebbe ormai darle un amore ottenuto come un'elemosina?— Io credo infatti che avrà il coraggio di perderti, — rispose Fabio; — ma forse non troverà poi la forza per sopportare questo abbandono.— Ma no, Fabio: non credere! Io la conosco bene. L'amore di Edoarda è semplicemente una specie di manìa sentimentale. Io non sono per lei un amante, nè un fidanzato, nè un amico: sono semplicemente l'essere che la sua fantasia, per una scelta incomprensibile, ha voluto collocare al di sopra di tutte le cose. Edoarda non mi desidera nè coi sensi nè forse col cuore: mi desidera con l'immaginazione. Tutto il suo grande amore non è che una specie di ostinata e gelosa immaginazione. Tu la ritieni capace di compiere per me un vero sacrifizio? No, Fabio! Mai, se non costretta. Edoarda sa benissimo che non l'amo più. Mi conosce troppo e non s'inganna; credimi, [pg!128] non si può ingannare. Vede con esattezza quello che soffro da molti mesi e legge qualche volta nell'animo mio con una penetrazione che mi spaventa. L'amore che avevo per lei, Edoarda lo ha veduto spegnersi ora per ora. Ebbene, che farebbe un'altra donna, più fiera ed anche, lasciamelo dire, più generosa di lei? Certo si vergognerebbe d'accettare questa mia fredda pietà e, forse per ribellione, mi saprebbe odiare. Ma Edoarda no. Il suo tormento e la sua gioia son quelli di potermi dire ogni giorno: «Tu non mi ami più!...» e costringermi a contare le sue lacrime, od opprimermi con una infinità di cose meschine, o sedersi ancora su le mie ginocchia, per parlarmi di una volta, di una volta, di una volta... come si recita una tediosa litania. No, Fabio! Che l'amore possa talvolta essere crudele, brutale, iniquo, lo ammetto; ma che l'amore debba mostrarsi vile, mai!— E più crudele, secondo me, quest'analisi che ora tu fai, — rispose Fabio. — Del resto è naturale: contro il rimorso non v'è che l'ironia. Nessuno ha il coraggio di dire a sè medesimo: «Io sto compiendo un'azione davvero disonesta.»Su la faccia dell'erma lontana un occhio di sole rideva mutevolmente; un canto spiegato volava e trillava nel verde, mentre, vicini all'ora di mezzodì, gli sciami addensavano i loro turbinii su l'acqua iridata. Un lungo silenzio cadde fra noi, mentre tutto il mio mondo interiore pareva sopirsi e lentamente sperdersi nella grande pace meridiana.— Germano, — egli mi disse infine, con una voce in cui pareva tremasse il dolore di occulte lacrime, — tornerò domani a Roma per dire a Edoarda Laurenzano che non ti aspetti più. Le cose, gli uomini ed i sentimenti hanno tutti un loro inevitabile destino.— Grazie, Fabio, — gli risposi, tendendogli la mano.— Non ringraziarmi. Germano. Vado a portare la tua condanna e forse a distruggere un'anima. Pensa che nella vita potrebbe venire un'ora simile anche per te....Per la prima volta sentii nella mia mano tremar la mano di quest'uomo forte, e vidi cadere una lacrima dalle sue ciglia ferme.[pg!129] Lì, nell'antica ombra di quella foresta, nel solenne patto concluso, finiva certamente un tempo irrevocabile della mia vita, e sentii con paura, nel recesso dell'anima, tremare vagamente il presagio di una sventura lontana. Camminammo ancora qualche tempo senza levare gli occhi, tacendo. Poi tornammo indietro, verso il coltivato bosco nel quale si promulgava il giardino. Allora Fabio si scosse, raddrizzò la bella persona e di nuovo il suo dolore si nascose dietro la maschera della sua costante ironia.— E tu che farai? — mi domandò, fermandosi ad un bivio di sentieri, ove con grande impeto il caprifoglio fioriva.— Chissà mai?... E del resto cosa importa? Non ho paura, Fabio! Non ho avuta mai paura della vita, io!— Sarai felice almeno? — egli domandò ancora, mentre con attenzione attorcigliava un ramo d'edera che aveva strappato camminando.— Sì! — esclamai con ardore. — Ne sono certo. I miei desideri sono ormai tanto semplici; Elena sola mi colma di una totale felicità.In quel mentre, di là dai cedri che nascondevano la casa, una voce chiamò più volte:— Germano! Germano, dove sei?E subitamente, fra le aiuole che ostentavano al meriggio le meraviglie dei lor mille colori, vidi Elena venirci incontro, simile ad una creatura che portasse, nella sua limpida voce, ne' suoi chiari occhi d'amante, nell'anima sua d'innamorata, un divino soffio della splendente primavera.[pg!130]

Elena, semivestita, versava gocce d'essenza di rosa nei catini pieni; poi si passava il pettine nei capelli sciolti, e andava, trascinando le pianelle, a comporre in leggiadrissime gale i nastri delle biancherie che aveva preparate sul letto. Portava una vestaglia di color roseo, quasi trasparente, ornata di trine; le finestre erano aperte, ella era fresca come la primavera.

Camminava per la camera, qua e là, facendo mille cose minute; ogni volta, nel passarmi accanto, mi dava un bacio su la bocca.

— Senti, — mi disse piano, abbracciandomi, — vorrei che di nuovo rimanessimo qui soli, noi due.

— Forse domani Fabio partirà, — le risposi.

— Te lo ha detto?

No, ma lo immàgino: ha portato solamente una borsa.

— Eh!... non hai veduto com'è grande?

Io risi; ella si raccolse in ciascuna mano una grossa treccia dei capelli che le cadevano partitamente sul petto, e me ne ricinse il collo, in tal guisa, che le sue braccia ed i suoi capelli profumati formavano insieme una sola catena. Rideva, con le labbra rosse, la gola turgida, gli occhi pieni di chiarità; la sua persona tutta non era che morbidezza e profumo.

Dai poggioli aperti entrava un sole giocondo; i glicini assalivano le ringhiere, il letto pareva riscintillasse d'aurora, i suoi capelli splendevano, la sua pelle sapeva d'essenza di rose.

Ed ecco, dal giardino, la voce di Fabio mi chiamò:

[pg!121] — Eh, lassù!... buongiorno! Ancora non sei pronto?

— Buon dì, — gli risposi affacciandomi. — Ora scendo sùbito. Come hai dormito?

— Magnificamente. Oh, questi letti antichi!... — egli fece, stirandosi con voluttà.

Appena fui pronto scesi, e lo trovai occupato a discorrere con Lazzaro, che lì presso, con un paio di forbici, coglieva tutti i fiori delle aiuole gettandoli dentro un paniere.

— Che fai, Lazzaro? Mi devasti il giardino?

— Oggi è la Festa. Bisogna coglierli, signore.

— Che santo è oggi?

— Tutti i santi, signore. A Fondi è la Festa dei Fiori. Si fa un apparato grande per la benedizione dei raccolti. La costumanza è nuova di qualche anno. Quando è in pieno la stagione dei fiori, si fanno mazzi a centinaia e si portano in voto alla Chiesa per la intercessione dei frutti. Le donne vengono da tutti i dintorni, e molte scendono anche dalla montagna, recando i canestri pieni, che poi rovesciano davanti all'altare. Danno alla Vergine la primavera per chiedere l'estate. Voi dovreste condurvi la signora vostra, perchè la chiesa è come un giardino quando le donne hanno rovesciati i canestri.

— Dura parecchi giorni? — domandai.

— Un solo giorno, signore. Questa sera la Festa finisce con musiche e luminarie. Di qui se ne vedranno i fuochi. Domani poi rimarranno su la piazza solo i giardinieri ed i mercanti per vendere i fiori fini, le pianticelle di serra e le semenze nuove. Andátevi, signore; vedrete quante maraviglie produce la terra nostra.

— Bene, — risposi; — tieni pronta la cavalla.

E prendendo Fabio sottobraccio, m'inoltrai per i viali profondi.

— Dunque, — gli domandai, — cosa pensi di Elena?

— È una stupenda creatura e penso che ti voglia bene.

— Sì; è l'amante più perfetta che possa desiderare un uomo.

— E tu l'ami?

[pg!122] — È il primo, il solo sentimento della mia vita.

Egli mi sogguardò con una espressione particolare, avvolgendomi d'uno sguardo che pareva insieme incredulo indulgente e beffardo. Poi si chiuse in un freddo silenzio, aspettando ch'io parlassi.

Ora costeggiavamo il fiumicello, camminando sotto volte arboree che stormivano sommessamente. Un'erma biancheggiava tra un viluppo di folta edera; Fabio, con un ramoscello divelto, fustigava l'alta erba selvatica su l'orlo del sentiero.

— Come sembri diffidare di me! — gli dissi. — . Non ne capisco la ragione. Speravo invece che ti rallegreresti nel vedermi così felice.

— Non devi badare alle idee che mi frullano per il capo, senza, in fondo, una causa ben definita. Io penso al dopo, amico mio... e questo mi fa paura.

— Chi mai comincerebbe un amore se dovesse pensare al dopo? Del resto, non vorrei farti ridere, ma Elena mi è divenuta necessaria, e sento che l'amerò per sempre.

Fabio si allontanò di qualche passo, fischiettando il motivo d'una gaia canzone di Piedigrotta.

— Poi, — ripresi, — non la devi giudicare come si giudicano tutte le altre: è una donna fuori dal comune. Anche a me pare talvolta una donna incomprensibile.

Il fiumicello con allegre spume precipitava per quattro gradini, simili ad un frammento di scalinata sepolta sott'acqua, e scivolando fra le due rive tortuose piegava nel suo decorrere la lunga erba selvatica, pettinandola come una criniera. Qua e là, per i meandri degli alberi, si vedeva il sole tessere un gioco molteplice sui tappeti muscosi, quando il vento s'inoltrava nei rami con folate improvvise.

— Vedi, — riprese Fabio, — non la giudico affatto; anzi l'ammiro, e t'inganni se credi ch'io non sappia essere imparziale verso di lei. Però la considero, forse ingiustamente, per la donna che impedisce a te, mio amico, di riparare a' tuoi disordini e rimanere in quella società ove sei nato, vissuto finora, ed alla quale devi appartenere. [pg!123] Dinne quello che vuoi, ma tu avresti finito con sposar Edoarda. Invece ti ficchi a fronte bassa nella rovina. Poichè, se finora trovavi da ogni parte il denaro che ti bastava per vivere di ripieghi, ciò accadeva in grazia del tuo fidanzamento. La prova è questa: che ora, corsa intorno la voce il dubbio che il matrimonio non si faccia più, tutto il tuo credito è cessato e non ti rimane che attendere gli uscieri al primo protesto.

— Bah! — risposi con millanteria, — la vita è una avventura di tutti i giorni: qualche santo provvederà!

— Bene, spera nei santi, se hai fede. Quello che intanto non so capire, è come mai Elena abbia potuto accettare di unirsi a te, conoscendo i legami che ti stringevano.

— Ma non li conosceva, o per lo meno ha saputa la cosa quando già era troppo tardi per rimediare.

— Non è mai troppo tardi: basta volere.

— Ebbene, se preferisci, non avrà voluto. I sacrifizi di questo genere si compiono piuttosto nei romanzi che nella vita.

Fabio fece un atto singolarissimo con le labbra, poi subitamente mi prese per un braccio.

— Lo credi? — esclamò, con voce ambigua.

— Certo, lo credo.

— Ebbene, senti... — egli proseguì, ridendo di un riso ambiguo. — Voglio farti una confessione, proprio ora, per dimostrarti come t'inganni. Anzi, una confessione grave.

Fece una pausa e d'un tratto si fermò. Le sue pupille splendevano, la sua faccia era di sùbito impallidita.

— Io, — disse, battendosi le due mani sul petto, — io stesso, vedi, ho amata un giorno Edoarda....

— Tu? — esclamai, pieno di stupore. — Via!... non è possibile!

— Si, l'ho amata, — egli rispose, ridendo di un riso beffardo. — Certo non lo avrai nemmeno sospettato, e questa è la mia fierezza.

— Oh, Fabio, che strana cosa mi dici...

[pg!124] E chinai la faccia, sentendomi quasi umiliato. Egli si avvicinò di nuovo, sorridente:

— Vedi che questi sacrifizi, alle volte, si fanno anche nella vita. — E, dopo una pausa, con voce tranquilla:

— Ma ormai è cosa passata. Non fu che una sciocca mia debolezza... Ora ne sono guarito interamente. Via non prendere quell'aria tragica! Ridi! Ne rido io stesso!

— Perchè non me ne hai parlato prima? — gli domandai dopo un silenzio.

— Mi parve inutile, com'era inutile in fondo che te lo dicessi ora.

— Ma quando avvenne?

— Oh, fu nei primi tempi... — egli accennò quasi con vergogna. — Ti ricordi il mio viaggio al Cairo, quel mio viaggio misterioso?

— Me ne ricordo. E fu per questo?

— Già: per guarirne. Il proverbio dice: Lontan dagli occhi...

E scoppiò in una risata piena d'amarezza.

Afferrai una sua mano e la strinsi con vera commozione.

— Ora, — egli soggiunse, — non parliamone più.

Colse un fiore, lo sfogliò sbadatamente.

— È stato un episodio ridicolo! — ripetè, alzando le spalle.

— No. Conosco la delicatezza del tuo sentimento e indovino quel che non dici. Forse hai sofferto, e chissà... forse ne soffri ancora.

— Ho dovuto lottare un poco... è tutto! Adesso non ci penso più.

Fra le sue sopracciglia virili s'incideva un solco profondo. Per qualche minuto camminammo in silenzio, turbati, assorti ambedue.

— Certo — egli riprese, — ho fatto male a parlartene. Ma tu promettimi, Germano, che fingerai di non saperlo nemmeno. Te lo chiedo come un favore. Me lo prometti?

— Se vuoi, — risposi tristemente.

[pg!125] — Sì, te ne prego: altrimenti mi farei quasi uno scrupolo di pronunziare con te il nome d'Edoarda. Oh, se tu vedessi com'è ora! Sono stato a trovarla pochi giorni or sono... Distrutta, povera figliuola! Che pietà mi fece!

Una lenta e fredda paura corse per le mie vene. Chiusi gli occhi e rividi come in sogno la piccola sala di Edoarda, quale mi apparve nell'ultimo giorno, con quella striscia di sole che pertugiava dalle cortine, movendo la sua palpitazione luminosa intorno alle pareti, ai mobili ed ai cuscini, ch'erano foderati d'una stoffa delicatissima dal colore un po' languido della rosa di gruogo. Rividi quel caminetto, con gli alari di bronzo, così minuscolo da parere costrutto per i piedi minuscoli d'una bambola di Norimberga, ed i bagliori delle coppe fiorentine che traboccavano di lilla profumato, e quel divano dov'ella era stesa, inerte, come per un supremo desiderio di pace. Mi parve ancora che dalle sue labbra uscisse il tremore di quell'ultima domanda: «Mi scriverai da Torre Guelfa?...»

E scossi il capo con violenza per allontanare quel pensiero molesto.

— Ti ha parlato di me? — domandai a Fabio.

— Sì, vagamente.

— Cosa ti ha detto?

— Mi ha detto: Germano è malato. Lo sapete anche voi?

— Sì, — risposi per consolarla. — Da qualche tempo si è fatto scontroso, pare alla ricerca di sè medesimo, soffre.

— E che diceva Edoarda?

— Edoarda scoteva il capo, forse indovinando la mia compassione. Si torceva le dita e pareva che avesse pianto ormai tutte le sue lagrime. Poi mi raccontò che le scrivevi quasi ogni giorno, che le parlavi molto a lungo della campagna... e non saresti ritornato per qualche tempo.

— Infatti, non potrò tornare... — profferii a bassa voce, quasi arrendendomi ad una certezza intima.

Lì presso era un sedile di corrosa pietra che i licheni [pg!126] macchiavano di segni bizzarri, simili a fiori verdastri. Fabio vi sedette con indolenza e volse lo sguardo in alto, per entro le foglie. Poi, dopo una lunga meditazione, prese a dirmi:

— Tu m'hai chiesto un aiuto, che io non ti seppi rifiutare. Tuttavia, quando mi giunse a Roma la tua prima lettera, il coraggio mi venne meno. Pensai di frapporre ancora un indugio, nella speranza che dopo qualche tempo di convivenza con Elena, la tua passione fosse un poco scemata e forse tu potessi ragionare più freddamente. Sono partito da Roma, te lo confesso, cullandomi ancora in una vaga speranza. Invece ti ritrovo immutato, più pazzo che mai di questa donna, e vedo come finora tu non abbia rimediato a nulla, ma invece ti sii perduto nell'irriflessione di un amore che ti rovinerà.

— Che vuoi? — gli risposi; — la mia volontà non può mutare; il resto non mi spaventa affatto.

— Insomma cosa decidi? — egli domandò, guardandomi con una specie di affettuosa paura.

— Quello che ti ho detto, Fabio. Se vuoi salvarmi non c'è che una strada.

— Ma Edoarda potrebbe anche morirne! — egli mi suggerì, con la voce piena d'angoscia.

Mi coversi la faccia istintivamente, e tacqui, parendomi che ogni risposta in quel momento fosse troppo crudele.

— Tu non hai pensato a questo! — egli esclamò nervosamente.

— L'amore, — balbettai dopo una pausa, — l'amore ha qualche volta fatto vivere, non credo abbia ucciso mai. Sono cose che si dicono!

Egli mi fissò con uno sguardo lungo, senza rispondere.

— Poi non c'è rimedio, ti ho detto. Non c'è rimedio! — ribattei con eccitazione. — Ecco: immagina di aver sete, una sete rabbiosa, e di vedere una bella fontana, limpida, là, dinanzi a te. E che tu voglia corrervi, ma [pg!127] ci sia frammezzo un campo di sterpi tenaci, i quali s'aggroviglino al tuo piede, t'inceppino e non ti lascino camminare, mentre la tua sete cresce, diventa un'angoscia, un furore... Ecco, mi trovo appunto così, non riesco a muovermi, vorrei con una falce farmi strada e passare.

— Povero amico! — egli esclamò tristemente. — Anche tu mi fai pena.

— Vedi, — continuai, ansimando forte, — io non sono un eroe: sono anzi un uomo comune, volgare, se preferisci. Queste rinunzie, questi grandi sacrifizi sono maggiori di me. Poi, si può commettere un errore nella vita, e portarne anche la pena; ma che si debba scontarlo con un supplizio di tutte le ore, senza rimedio e senza fine, questo non è ammissibile, non è neanche umano!...

Un riso amaro gli contrasse la bocca sardonica, la sua fronte si rabbuiò, ma non rispose.

— Ascoltami, — gli dissi andandogli più presso e parlandogli con voce affettuosa; — tu sei troppo sensibile, hai l'anima d'una suora di carità. Eppure, dimmi: se l'amore vero è quello che sa compiere un vero sacrifizio, perchè mai Edoarda non avrebbe questo coraggio per me? Quale gioia potrebbe ormai darle un amore ottenuto come un'elemosina?

— Io credo infatti che avrà il coraggio di perderti, — rispose Fabio; — ma forse non troverà poi la forza per sopportare questo abbandono.

— Ma no, Fabio: non credere! Io la conosco bene. L'amore di Edoarda è semplicemente una specie di manìa sentimentale. Io non sono per lei un amante, nè un fidanzato, nè un amico: sono semplicemente l'essere che la sua fantasia, per una scelta incomprensibile, ha voluto collocare al di sopra di tutte le cose. Edoarda non mi desidera nè coi sensi nè forse col cuore: mi desidera con l'immaginazione. Tutto il suo grande amore non è che una specie di ostinata e gelosa immaginazione. Tu la ritieni capace di compiere per me un vero sacrifizio? No, Fabio! Mai, se non costretta. Edoarda sa benissimo che non l'amo più. Mi conosce troppo e non s'inganna; credimi, [pg!128] non si può ingannare. Vede con esattezza quello che soffro da molti mesi e legge qualche volta nell'animo mio con una penetrazione che mi spaventa. L'amore che avevo per lei, Edoarda lo ha veduto spegnersi ora per ora. Ebbene, che farebbe un'altra donna, più fiera ed anche, lasciamelo dire, più generosa di lei? Certo si vergognerebbe d'accettare questa mia fredda pietà e, forse per ribellione, mi saprebbe odiare. Ma Edoarda no. Il suo tormento e la sua gioia son quelli di potermi dire ogni giorno: «Tu non mi ami più!...» e costringermi a contare le sue lacrime, od opprimermi con una infinità di cose meschine, o sedersi ancora su le mie ginocchia, per parlarmi di una volta, di una volta, di una volta... come si recita una tediosa litania. No, Fabio! Che l'amore possa talvolta essere crudele, brutale, iniquo, lo ammetto; ma che l'amore debba mostrarsi vile, mai!

— E più crudele, secondo me, quest'analisi che ora tu fai, — rispose Fabio. — Del resto è naturale: contro il rimorso non v'è che l'ironia. Nessuno ha il coraggio di dire a sè medesimo: «Io sto compiendo un'azione davvero disonesta.»

Su la faccia dell'erma lontana un occhio di sole rideva mutevolmente; un canto spiegato volava e trillava nel verde, mentre, vicini all'ora di mezzodì, gli sciami addensavano i loro turbinii su l'acqua iridata. Un lungo silenzio cadde fra noi, mentre tutto il mio mondo interiore pareva sopirsi e lentamente sperdersi nella grande pace meridiana.

— Germano, — egli mi disse infine, con una voce in cui pareva tremasse il dolore di occulte lacrime, — tornerò domani a Roma per dire a Edoarda Laurenzano che non ti aspetti più. Le cose, gli uomini ed i sentimenti hanno tutti un loro inevitabile destino.

— Grazie, Fabio, — gli risposi, tendendogli la mano.

— Non ringraziarmi. Germano. Vado a portare la tua condanna e forse a distruggere un'anima. Pensa che nella vita potrebbe venire un'ora simile anche per te....

Per la prima volta sentii nella mia mano tremar la mano di quest'uomo forte, e vidi cadere una lacrima dalle sue ciglia ferme.

[pg!129] Lì, nell'antica ombra di quella foresta, nel solenne patto concluso, finiva certamente un tempo irrevocabile della mia vita, e sentii con paura, nel recesso dell'anima, tremare vagamente il presagio di una sventura lontana. Camminammo ancora qualche tempo senza levare gli occhi, tacendo. Poi tornammo indietro, verso il coltivato bosco nel quale si promulgava il giardino. Allora Fabio si scosse, raddrizzò la bella persona e di nuovo il suo dolore si nascose dietro la maschera della sua costante ironia.

— E tu che farai? — mi domandò, fermandosi ad un bivio di sentieri, ove con grande impeto il caprifoglio fioriva.

— Chissà mai?... E del resto cosa importa? Non ho paura, Fabio! Non ho avuta mai paura della vita, io!

— Sarai felice almeno? — egli domandò ancora, mentre con attenzione attorcigliava un ramo d'edera che aveva strappato camminando.

— Sì! — esclamai con ardore. — Ne sono certo. I miei desideri sono ormai tanto semplici; Elena sola mi colma di una totale felicità.

In quel mentre, di là dai cedri che nascondevano la casa, una voce chiamò più volte:

— Germano! Germano, dove sei?

E subitamente, fra le aiuole che ostentavano al meriggio le meraviglie dei lor mille colori, vidi Elena venirci incontro, simile ad una creatura che portasse, nella sua limpida voce, ne' suoi chiari occhi d'amante, nell'anima sua d'innamorata, un divino soffio della splendente primavera.

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