IV

IVAndò a finire che l'agente di cambio mi fece credito, e la bionda Claudia mi concesse qualche privilegio. La sera, naturalmente, mi recavo spesso a teatro per incontrarla, e mi ricordo di una volta ch'ella sedeva in un palco di prima fila, bellissima, provocante, ammirata. La mia poltrona era dall'altro lato della platea, e durante un intermezzo ella mi fe' segno di salire. Vi andai. C'era il Wendel al parapetto, di fronte a lei, mentre il povero Mariani stava rincantucciato in fondo al palco, vergognoso di avere una moglie così fulgida, un agente di cambio così ricco. Tutti e tre furon meco di una cortesia squisita e mi domandai se al mondo val qualche volta la pena di avere scrupoli, visto che, nei rispetti sociali, l'onestà e la disonestà, il sentimento e la commedia del sentimento, son cose che in fondo non presentano alcun divario ben definito. Poco dopo il Mariani colse l'occasione di andarsene a fumare un sigaro, ed alla fine dell'atto anche il Wendel uscì.Allora mi posi al parapetto. La sala pettegola, irrequieta, scintillava di luce, di gioielli, di spalle nude; i canocchiali curiosamente incrociavano per ogni verso i loro fuochi. Questa bellissima Claudia, che aveva il nome ed il seno di una liberta romana, mi prodigava i suoi sorrisi e — cosa inaspettata, — di fronte a noi, ma in un palco di seconda fila, c'era Edoarda De Luca insieme con suo marito. In quel momento vidi Fabio Capuano entrar nel suo palco.— Temo che il Wendel sia rimasto un po' male, — mi disse Claudia sottovoce, nascondendo la faccia dietro il ventaglio di piume.[pg!328] — Di che?— Ha veduto quando ti ho fatto cenno di salire.— Bah! son malumori che passano...Intanto i miei sguardi correvano curiosamente verso quel palco di seconda fila. Edoarda portava quella sera un abito nero, scollato, e su le spalle un boa dichinchillache morbidamente le ricadeva indietro. Aveva cambiata pettinatura; non portava più il suo gran nodo su la nuca, ma un'acconciatura di moda, con ondulazioni, crespi e riccioli sfuggenti, la treccia ravvolta sul vertice della testa, e, fra i capelli, un'orchidea di brillanti, splendidissima. Le sue spalle, il suo petto, biancheggiavano nella penombra del palco ed avevano in sè qualcosa di rigogliosamente maturo: il fiorire della fanciulla ch'è divenuta donna e conosce ormai tutti i secreti voluttuosi dell'amore. Anche il suo volto raggiava, e mi parve trasfigurata. I miei sguardi non fecero che volgersi tra lei e Pietro De Luca, cercando quasi d'indovinare le vicende intime della lor vita, e meravigliandomi che un altro uomo avesse potuto aprire a così piena bellezza quella fanciulla un po' schiva, che dai grandi suoi occhi, pieni di pensiero e di trasparente anima, guardava nella vita con un senso di naturale malinconia.V'è sempre in fondo al nostro cuore una religione occulta che torna verso il passato. Quello ch'è stato nostro ha per noi qualcosa d'indimenticabile, e credo che i sentimenti più vivi non si distruggano mai del tutto nello spirito nostro, ma s'addormentino in fondo al cuore nell'attesa d'un lontano risveglio. Poi, da quegli esseri crudeli e bizzarri che siamo, è sempre irritante il veder consolata, e non da noi, un'anima che per noi soffriva. L'amore infatti è per sua natura un sentimento che sempre, o nasca o muoia, o si trasmuti o si perverta, o segua pure un suo decorrere quieto, abbisogna, per essere tale, d'un altro sentimento, d'un'altra causa, che l'aiuti a vivere: così la gelosia, il timore, la lontananza, l'abbandono, la sciagura, la morte.Esso è come uno specchio, il qual lentamente assorba [pg!329] e consumi l'immagine che riflette, ma poi d'improvviso la rimandi mille volte più fulgida. Poichè in tutte le anime l'amore vive di sogno e d'irrealità.Ora la bella Claudia m'interessava meno; le sue parole artifiziose non mi davano più alcun turbamento. Uscii dal palco, e, tornato nella mia poltrona, rimasi lungamente a guardare lassù, in alto, verso quella donna vestita di nero, che aveva un'orchidea di brillanti tra i capelli oscuri.«Vedi, — mi andava mormorando nelle orecchie un piccolo demone beffardo, — vedi, o grullo!... d'amore non si muore. Anche tu non morrai!»E nel gran palazzo marmoreo vedevo intanto passare il barone De Luca, tronfio della dote carpita, e lo vedevo, dopo lo spettacolo, con una sua bella veste da camera, entrar nell'alcova nuziale, quella stessa forse ch'io rammentavo tappezzata d'una stoffa color d'indaco pallido, con un baldacchino a larghi drappeggi.Edoarda mi aveva certo notato e pareva che ostentasse, per offendermi, una scherzosa fatuità. Al termine dello spettacolo andai nell'atrio per vederla uscire.Gli uomini, accendendo le sigarette e rialzando i baveri dei soprabiti, facevano ala dal termine dello scalone sino alla porta d'uscita. Mi posi con le spalle contro una colonna ed aspettai. Quando apparve giù dagli ultimi scalini, e mi vide, sembrò che il suo volto si coprisse d'una bianca e mal dominata paura. Con lei era Fabio, erano altre persone; ella volse altrove la faccia, e parlò, parlò... Ma camminando barcollava un poco. Pietro De Luca, nel passarmi accanto, salutò per primo. In fondo era naturale ch'egli mi salutasse, ma sarebbe stato altrettanto naturale che avesse finto di non vedermi.Il barone, certo, era un uomo di spirito e veramente cortese! Io, quella sera, mi sentii d'umore pessimo; camminai a casaccio per le strade; verso le due mi trovai davanti al palazzo Laurenzano; guardai su: buio. Andai al Circolo e giocai fino al mattino.M'era venuto un capriccio veemente, insensato; riaver [pg!330] Edoarda, foss'anche per una volta sola, pur di conoscere la nuova donna ch'era sbocciata in lei. La mia vita infatti non era più che una ricerca ed una soddisfazione di capricci continui, per lenire quel desiderio inestinguibile che dentro mi torturava.Passò l'inverno. Mi fu proposto in quel tempo di andare al Congo insieme con una compagnia di speculatori stranieri, uomini risoluti a tutto, e fui sul punto di accettare; ma siccome in quel momento la Borsa traversava un periodo di floridezza e tutte le fortune arridevano agli audaci, preferii, per mezzo del Mariani e del Wendel, tentar l'alea su certi valori che ascendevano vertiginosamente, ed ebbi il senno di liquidarli prima dell'inevitabile rovescio. Questa fortuna mi fece riflettere che il Congo è una terra inospitale, molto lontana, infetta dalla malaria e dalla malattia del sonno, cosicchè restai. Naturalmente a Claudia volli far credere d'esser rimasto per lei.Era fra quelle donne che non acquistano e non perdon nulla quando si giunge a conoscerle intimamente, perchè la loro bellezza le salva dall'essere insipide e la loro fatuità dall'innamorare. Son queste le amanti che piacciono agli uomini di Borsa, gente pratica e spedita, che all'amore pensano quando ne hanno tempo e vogliono avventure saporite ma scevre di complicazioni sentimentali. Noi, dopo alcuni mesi, litigammo per varie futilissime ragioni. Voleva, per esempio, che trovassi modo di presentarla alla duchessa di Loano, la quale dava in quella stagione ambitissime feste. Non ne venni a capo, e se ne offese. Poi mi trovava poco espansivo, troppo indolente; spesso irritabile; diceva che la trattavo come un'amante vecchia e superflua, che non avevo per lei alcuna di quelle delicatezze, un po' romantiche forse, ma che sono tanto necessarie ai piccoli amori. S'ingelosì anche d'una miss Americana, che in quell'anno accivettava mezza Roma, ed io, sebbene per mio conto non soffrissi d'alcuna gelosia, nondimeno mi stizzii un poco nel vederle intessere con tutti gli uomini quelle frivole galanterie che aveva, sin dal primo giorno, intraprese con me. Tranquillamente l'avventura finì.[pg!331] Durante l'inverno mi si eran offerte varie occasioni di veder Edoarda, in istrada o nei teatri, ma raramente sola. Nonostante il mio desiderio, m'ero prefisso di non andar nelle case o nelle feste ove supponevo di poterla incontrare, poichè non sapevo in qual modo ell'avrebbe subìto quest'incontro. Una sola volta, recandomi a visitare la contessa di Casciano, l'incrociai mentr'ella passava con un'amica per l'anticamera. Entravo, ella usciva: ebbe, nel vedermi, un piccolo movimento di perplessità, poi entrambe passarono, chinando leggermente il capo al mio saluto. Su l'uscio, donna Eufemia Lanti, ch'era la sua compagna, si volse e mi sorrise. Edoarda portava quel giorno una pelliccia di martora; su le sue scarpine finissime brillavano due fibbie d'argento: questo solo ricordo. Dietro lei rimase un solco del suo leggero profumo, un profumo che le avevo scelto io: soave.Al Pincio qualche volta la sua carrozza ed il mio cavallo s'incrociarono; in istrada molto spesso la vidi uscir dai negozi. Se l'incontravo durante una passeggiata, la seguivo per un tratto, discretamente, senza darle noia.Intanto la studiavo. Quando s'accorgeva della mia presenza, il suo passo diveniva un po' incerto ed insieme più rapido; non guardava mai dalla mia parte, non sostava, e tuttavia c'era nel suo modo di camminare qualcosa d'indefinibile, come la compiacenza di sentirsi bella sotto la vigilanza del mio sguardo. Poi, frettolosa, entrava in un negozio; io non spingevo la temerità fino ad attendere che uscisse.Il mio capriccio di giorno in giorno si faceva più forte; era una curiosità malsana e torbida, era come il desiderio d'un peccato insolito, che mi accendeva e mi sollevava un poco dalle mie tristezze. Ogni giorno cercavo un mezzo nuovo per poterla incontrare.Il Capuano mi dava molte notizie su la sua vita intima e spesso lo istigavo abilmente perchè soddisfacesse qualche mia curiosità. Vicino a Edoarda egli stava per divenire un di que' cocciuti e fidi cavalieri serventi che spesseggiano intorno alle belle signore, le seguono dappertutto, nella [pg!332] intimità della famiglia e nei ritrovi della vita mondana. Per lo più costoro furono amanti, od anche solo amici amorosi; poi tramonta il regno loro ed altri li soppianta nel cuore della bella infedele. Ma ebbero il favore di qualche confidenza, resero alcuno di que' servigi che si rammentano, o, per la loro professione, s'immischiarono nelle faccende patrimoniali, o furon amici strettissimi del marito; intanto, man mano, i capelli si fanno grigi, l'intimità li vizia, l'umore divien geloso, permaloso, irascibile, e degradano giù giù, fino ad essere l'invitato necessario d'ogni pranzo, il compagno su gli «stages», nelle villeggiature, al mare, in montagna. Rassegnati e bisbetici, fanno da supplente o da superfluo, e son gli uomini a cui volentieri i mariti confidan le lor mogli, perchè possiedono tutte le virtù maritali, mentre non si ritengon pericolosi; cicisbei di gran corte, che il troppo donneare o il troppo amoreggiare ha finalmente ridotti a non destar paura.Fabio, senz'essere tra costoro, stava per assumerne l'abito e gli attributi. Quell'amore per Edoarda, ch'egli aveva nutrito nell'anima silenziosamente, ora gli si commutava in una di quelle caparbie sentimentalità, che spesso divampano all'avvicinarsi della vecchiaia. Passioni che conservano dell'amore tutto il furor triste, l'amara gelosia, con un senso penoso di rinunzia e senza quella bellissima temerità che distingue l'amore, cioè la pretesa del possesso.Era il secondo abbandono che faceva di lei, forse il più doloroso. Dopo averla adorata senza mai dirglielo, aveva saputo compiere la più alta rinunzia per vederla felice, per darla a me; invece se l'era presa Piero De Luca, vagheggino facile di morale, di lingua e di spada, ex ufficiale di cavalleria, notissimo nelle cacce, negli ippodromi, giuocatore sregolato, uomo avventuroso, destro, pieno di coraggio e di fede in sè stesso. Dicevano che la generosità d'un amante gli avesse più volte salvata l'uniforme, quell'uniforme attillata ch'egli portava con tanta spavalderia. Ora, da qualche anno, aveva lasciato l'esercito; non lo si vedeva [pg!333] più pavoneggiarsi di quella sua lunga sciabola rumorosa, o danzare a tutti i balli con eleganza compiuta; ma si dava interamente ai cavalli, ora sopra tutto che il denaro dei Laurenzano gli permetteva di nutrire una scuderia da corse, oltre una decina di cavalli per concorsi ippici e per le cacce nella campagna.Il Capuano lo aveva sempre avversato, prima e dopo il matrimonio, nè si tratteneva dal farlo comprendere a Edoarda. Senonchè il De Luca era un marito come ve ne sono molti, fra quelli che han sposata una dote, e dei quali si crede, per questo solo, che debban esser pessima gente. Il De Luca, — e Fabio doveva pur convenirne, — era gaio in famiglia, non molesto, cortese; accompagnava sua moglie volentieri, le usava un'infinità di premure, la colmava di regali, questo, beninteso, con il denaro di lei. Ancora non gli si conoscevano amanti; con le antiche — le quali eran molte — si mostrava d'una correttezza irreprensibile: non era inoltre geloso, non scontroso, di belle maniere e liberale: «pareva che in quel denaro egli ci avesse guazzato fin dall'infanzia»; — e questa era una frase del Capuano.Aveva in addietro appartenuto al nostro Circolo, poi se n'era dimesso. Ora lo avevano ripresentato ed accolto a pieni voti. Uno dei proponenti, s'intende, fu il Capuano. Ma il De Luca non veniva che ad intervalli; dopo il matrimonio aveva lasciato il gioco e passava la vita fra le scuderie, gli ippodromi, gli allevatori e gli allenatori di cavalli.Mi ero domandato sovente se Edoarda lo amasse. Fabio pretendeva di no. S'egli amasse Edoarda? Forse.Ora le carrozze dei Laurenzano erano stemmate; sul portone del palazzo era uscito un grande scudo marmoreo con le armi dei De Luca, ch'eran tre stelle sopra un mare, con un torchio ed una chiave. «Nostra cum vi».La vecchia zia era morta da tempo; ne avevano già smesso il lutto. Un giorno, che si parlava di tutte queste cose, Fabio mi domandò improvvisamente:— Infine, sei dunque pentito della tua pazzia?[pg!334] — Pentito?... Ma neanche per sogno! — risposi bruscamente, alzando le spalle. Poi, siccome volevo sapere molte cose, presi a domandargli con somma naturalezza: — Edoarda non ti ha mai parlato di me?— Sì, qualche volta, in principio; ma ora, da che sei tornato, evita manifestamente questo discorso.— Ah!— Però conosce tutte le tue prodezze.— Quali?— Oh Dio... tutte!— E naturalmente gliele avrai raccontate tu.— Un po' io, un po' gli altri. Perchè? ti spiace?— Figùrati!... Mi è del tutto indifferente. Volevo soltanto sapere cosa dice di me. Forse mi compiange?— No; anzi non esprime alcun giudizio. Solo, una volta, m'ha detto di averti veduto, credo in teatro, e di aver notato che avevi l'aria un po' mutata... da quel tempo.— Mutata? E come?— Che so io? lo sguardo più duro, l'espressione d'un uomo che sia molto vissuto in poco tempo, l'aspetto un po' patito... Non ha detto di più.— E non hanno bimbi?— Finora no.— Come mai?— E cosa vuoi che ne sappia io! — esclamò egli, con il suo solito malumore sorridente.— Senti: e se per caso l'incontrassi una volta, in società o in altro luogo dove fosse indispensabile parlarci?Gli feci di proposito questa domanda, sapendo ch'egli l'avrebbe ripetuta.— Mah?... — rispose Fabio, — non saprei. Il marito come si dimostra con te?— Cortesissimo.— Vi parlate?— Al Circolo, qualche volta; poche parole.— Bah! Potresti al caso rivolgerle accademicamente un saluto: buon giorno, buona sera... Questo non conta.— E mi risponderà?[pg!335] — Per forza.— Senti: è una domanda stupida, oziosa la mia... Ma credi che sia tutto passato in lei?— Ah... non so. — E soggiunse con la sua voce burbera: — Le donne, sai, chi le indovina è bravo!Sapevo che tutte le mattine ella passava per Piazza di Spagna, e vi passai; sapevo che la domenica andava alla Trinità dei Monti con altre signore, e la domenica passeggiai verso la Trinità dei Monti.Solevo portare nello sparato della camicia una goccia di rubino ch'era il castone d'un antico anello; Edoarda me lo aveva regalato, non so più in quale ricorrenza. Ogni sera, quando supponevo di poterla incontrare in un teatro, portavo quel rubino. M'era pur rimasto, nella casa di Roma, un gran mazzo di cravatte ch'ella mi aveva comperate, perchè a quel tempo amava occuparsi d'ogni cosa mia. Ed allora, ogni mattina, per andare in Piazza di Spagna, ne misi una: conoscevo la sua memoria tenace, forse le avrebbe riconosciute. Facevo queste cose puerili e mi pareva di non amarla; per lei non provavo che un senso di gelosa inimicizia, una curiosità piena d'irritazione. La cercavo tuttavia, con il pensiero assiduo, mentre il desiderio di rivederla diveniva per me un bisogno assillante.Pensavo: «Ella sa che ogni mattina l'attendo in Piazza di Spagna. Perchè ogni mattina la rivedo? Perchè non sceglie un diverso cammino?»E la lentezza di questa insidia mi tentava. Quando la primavera fu tutta sbocciata, le fioraie scesero su la piazza con canestre riboccanti. Allora, ogni giorno, ella si fermò a comperare qualche mazzo. Talora, essendomi coricato all'alba, duravo gran fatica nel trarmi dalle coltri; pur mi levavo, poichè ogni altra cosa mi sarebbe sembrata priva di uno scopo, il giorno che tra quei fiori non l'avessi incontrata.Veniva pure i giorni di pioggia, e le fioraie nascoste sotto grandi ombrelli la salutavano al suo passare. Pensavo: «Come avvicinarla? come dirle o scriverle una parola?» E mille infantilità, mille vecchie astuzie da innamorati [pg!336] mi si affacciavano alla mente; ma sùbito le respingevo, non volendo sciupare in un modo così comune la mia tortura delicata.Tutto di lei mi piaceva, e sommamente le cose che un tempo m'erano dispiaciute; il mio desiderio s'inaspriva d'una torbida sensualità. Una mattina, insensatamente, mentr'ella si era fermata per comprar fiori, m'avvicinai. Ma quando le fui presso, e mi vide, si fece bianca più dei mughetti che teneva in mano, e lasciandoli cadere s'allontanò rapida. Non la rividi per tre giorni; poi tornò.Giunse Paderewsky a Roma per dare tre concerti, e sapevo da Fabio ch'ella vi sarebbe andata. Anzi egli aveva l'incarico di fissare i posti, ch'erano assai contesi; uno per lei, l'altro per la viscontessa d'Andrassy, moglie d'un segretario dell'Ambasciata Belga. Fabio mi disse che il barone De Luca non amava la musica da camera. Accompagnai Fabio per vedere quali posti prendesse, e tornatovi tosto, fissai per me una poltrona dietro l'altre due, nella fila consecutiva.Il giorno del primo concerto, quando entrai nella sala gremita, il grande Paderewsky già suonava; la sua testa d'angelo, placida e pura, sembrava sognasse le note che le sue mani andavano suscitando con un prodigio di maestria. Per non disturbare gli ascoltatori attesi l'intermezzo, appoggiandomi contro una colonna, quasi nascosto nella penombra, e fissando Edoarda, che istintivamente si volse.La settima sinfonia di Beethoven volava sopra l'uditorio, che la commozione teneva sospeso in una specie di estatica immobilità; qualcosa di magico e di possente sollevava gli spiriti, come fiaccole accese, in una sfera paradisiaca di ebbrietà. E in quel momento, su l'ala delle note volanti, nella religiosa paura che incutono le grandi rivelazioni, quell'amore che non si dice, che fu, e poi morì, e poi risorse, quell'amore che divien umile dopo esser stato violento e si appaga di nulla dopo aver tutto sprezzato, si comunicò fra noi come una cosa tangibile, divenne materia, bacio, carezze, parola e sospiro fra le anime nostre, che ritornavano entrambe da un lontano esilio, portandosi [pg!337] fiori di rimembranza e di poesia, primavere di sogno e di musica dimenticata.L'orchestra tacque; m'andai a sedere. La pelliccia di Edoarda, rovesciata su la spalliera della poltrona, toccava quasi le mie ginocchia, e, se mi fossi chinato in avanti, i suoi capelli m'avrebbero sfiorata la fronte. Intesi ciò che diceva, intesi la sua voce ancora, dopo tanti anni che più non la udivo. Il suo profumo mi veniva in faccia, qualcosa di lei fasciava i miei sensi nascostamente. Nel manicotto, semiappassiti, aveva i mughetti comperati la mattina in Piazza di Spagna.Mille volte mi venne la tentazione di toccarla, in un modo qualsiasi, fuggevolmente; ma non osai. Solo, durante l'intermezzo, un amico il quale sedeva due file più avanti, si volse, mi vide e prese a parlarmi. Allora, per rispondergli, mi chinai un poco su la poltrona di Edoarda e le fui così vicino che mi pareva quasi di toccarla. Certo la mia voce dovette darle quel medesimo senso che a me dette la sua, perchè la vidi trasalir leggermente. Quando ci levammo entrambi per uscire, ella mi guardò in viso, pallidissima, piena d'un'estatica paura. Ed io, rimasto solo, mi scossi, come per cacciar dalle vene il turbamento che vi serpeggiava, e risi, e pensai a quella che aveva inaridito il mio cuore. Mi trovai puerilmente perverso; non l'amavo, e, sopra tutto, non la volevo amare.Edoarda ritornò l'altre volte ai concerti, con la baronessa d'Andrassy, ma sedeva lontana e fu solo negli intermezzi che, levandomi, la potei vedere. Tutte le ambizioni della mia vita nuova convergevano in questa sola: possedere la donna che avrei dovuto sposare, contro la quale m'ero esasperato fin quasi all'odio. Un mio cuore fittizio mi faceva rivivere ad uno ad uno tutti gli episodi del legame spezzato, e, come s'ella non fosse più la stessa, mi tornavano alla mente i suoi gesti, i suoi baci, le inflessioni della sua voce, i sorrisi e le lacrime che avevano intessuta la storia del nostro lontano amore. Andavo per curiosità rileggendo alcune sue lettere, che m'erano rimaste per caso, e pur dicendomi che il tempo [pg!338] muta e travolge tutto, le somme felicità come i più acerbi dolori, tuttavia non potevo riconoscere nella sua nova bellezza di donna un poco altera, la timida fanciulla di un tempo, ch'era stata, nelle mie mani, quasi un trastullo fragile. Quel mio cuore fittizio la desiderava ora intensamente, la desiderava come un delicato vizio che potesse ancora infondere un po' di vita nella sua mortale aridità.A poco a poco scordai qualsiasi prudenza; mi recai nelle case ove speravo di vederla, ed in una visita presso la contessa di Casciano finalmente l'incontrai. V'era un numeroso crocchio di signore, qualche uomo solamente; fra questi l'ambasciatore Palazzo, il contino Rainieri e l'onorevole Albizzi-Cerda, amante allora della contessa di Casciano. Era costei una signora più che trentenne, ancora piacente, per quanto non fosse mai stata bella; suo marito, arditissimo esploratore, era morto di febbre gialla durante un viaggio. Aveva due figlie cordialmente brutte, ma educate a Londra, il che significa professare una libertà di costumi a tutta oltranza dietro un'apparenza impeccabilmente puritana. Quando entrai nella sala, gli occhi di tutti corsero involontariamente da Edoarda a me, poi sùbito le conversazioni si spensero in uno di que' bisbigli curiosi, che sono il commento subdolo del pubblico ai colpi di scena così frequenti nella commedia mondana.Alcune signore m'erano sconosciute; la padrona di casa mi presentò. Giunti che fummo davanti alla poltrona ove sedeva Edoarda, fingendo di conversare animatamente con una vecchia nobildonna ch'era mezzo sorda, la contessa di Casciano con la più soave ingenuità:— Tu, cara, — le disse — conosci, credo, il conte Guelfo...Edoarda, confusa, piegò il capo come per dire di sì. Le feci un inchino, rapido, e passai oltre. Ebbi la prudenza di non guardare nessuno, ma mi sentivo addosso gli occhi di tutti, molesti e beffardi. Senonchè la disinvoltura di Edoarda mi dette un grande stupore. Lungi dal cogliere sùbito un pretesto per andar via, o dal mostrarsi punto in imbarazzo, continuò a discorrere animatamente, come [pg!339] se nulla fosse accaduto, mettendo nelle sue parole un sale, una briosità, che non le conoscevo ancora. Di riflesso, mi trovai molto impacciato, e poichè la contessa di Casciano, in tutto squisita, ci teneva a farmi parlare, studiandosi di provocare il caso ch'io dovessi rispondere a Edoarda, o Edoarda a me, durai gran pena a non smentire quella fama che avevo di gaio e facile parlatore.Dopo una ventina di minuti venne il Capuano. La sua faccia strabiliata, quando ci vide, per poco non fece ridere anche me. Non appena gli fu possibile avvicinarsi a me, che gli sfuggivo, mi trasse in disparte per sibilarmi sottovoce:— Che novità son queste? Sei pazzo ora?Io feci con le labbra un atto d'indifferenza e risposi leggermente:— Perchè mai?Lo vidi poi che diceva qualcosa misteriosamente anche a Edoarda. Poco dopo, cogliendo l'occasione che la nobildonna mezzo sorda se n'andava, Edoarda pure si levò. Strinse la mano a tutte le signore, a noi uomini fece solamente un cenno del capo.Questa mia prodezza non ebbe che due conseguenze: la prima, che per una settimana ella non passò più per Piazza di Spagna, e l'altra fu una gran diatriba fattami dal Capuano.La sera stessa me lo vidi giungere in casa, fuori di sè. Ancor prima di togliersi il soprabito, e senza nemmeno darmi la buona sera, cominciò a sciogliere i freni del suo sdegno.— Insomma, insomma, io non capisco più in che mondo si vive! I gentiluomini, o quelli che dovrebbero esser tali, mancano ai riguardi più elementari dell'educazione! In verità!...— Puoi dire, puoi dire!... Tanto, sai che non m'offendo.— Ma vieni un po' qui, ragazzo mio! Spiégami: cosa ti sei fitto in capo? Forse di far la corte a Edoarda?— Eh, via!... tu scherzi!— Ti avverto che si comincia col dirlo in giro. E in [pg!340] fede mia tu fai proprio tutto quello che ci vuole per lasciarlo credere.Mi stavo infilando i pantaloni dell'abito da sera; egli camminava per la stanza, con il suo gestire da caratterista.— Sai, Fabio? Se tu avessi fatto il predicatore, chissà quanta gente sarebbe accorsa per udire i tuoi quaresimali!— Bah!... se vuoi scherzare è un altro conto.— Insomma: ti manda lei, per caso, a farmi questa ambasceria?— Ah, no! Ecco non devi credere questo! D'altronde non l'ho ancora veduta.— Ebbene, che colpa ne ho io, se, andando a visitare la contessa di Casciano, v'incontrai Edoarda?— Ma le smanie di società, di visite, di balli, di pranzi, ti son dunque venute tutte in un colpo?— M'annoio e cerco di svagarmi. Poi faccio il possibile per non perdere il mio posto nell'Olimpo. Sai... a questi chiari di luna!— Va bene. E le passeggiate in Piazza di Spagna? E la Trinità dei Monti? E quel canocchiale che in teatro non abbassi un momento? Tutto questo è sempre per l'Olimpo, è vero? Ma, già!... tu non ti curi di niente! In fondo non hai mai avuto nè cuore nè senno; il tuo capriccio innanzi a tutto, e il resto... al diavolo!— Ah, bene, senti... ora vai oltre i limiti! Fammi un santo piacere: parliamo d'altro!Egli mi sogguardò con occhi obliqui, accese una sigaretta, si pose a cavalcioni d'una sedia e non parlò più.Io mi feci con somma cura il nodo della cravatta, chiamai Ludovico perchè mi spazzolasse ben bene l'abito, misi un fiore all'occhiello, profumai il fazzoletto e presi da un tavolino le chiavi di casa.— Dunque vieni o resti? — gli domandai.— Usciamo pure! — fece, tragicamente.Quand'ebbimo camminato un po' per la strada, visto ch'egli non parlava, lo presi sottobraccio.— Di'... non sarai mica offeso per caso?[pg!341] Bastava una frase amichevole per rimetterlo di buon umore.— Ci mancherebbe altro! — esclamò allegramente.— Sai, — gli dissi, — che il tuo isterismo peggiora ogni giorno?— E sai, — rispose con una perfidia sorridente, — che la tua balordaggine è divenuta cronica? Sapevo che con questi occhi avrei vedute ancora le cose più stravaganti, più inverosimili che possano accadere al mondo; ma di vederti un'altra volta innamorato d'Edoarda... questo poi no!— Siamo da capo?— Calma! Non ti voglio dire che una cosa sola. Non sei cattivo, tutte le sciocchezze che fai si devono solamente alla tua gran leggerezza... Ma, guarda: se ora ti figgessi nel capo di scompigliare un'altra volta la vita di quella creatura, m'incuteresti un così grande ribrezzo, che avrei per sempre vergogna di stringere la tua mano.— Su, dammela quella mano, e vieni a pranzo con me!— Grazie, non posso.— Perchè? hai forse un altro invito? Vedo che infatti hai una stupenda cravatta bianca.— Sì, sono invitato.— E dove, se è lecito?— Dai De Luca, — egli convenne, quasi a malincuore.— Ah... buon appetito![pg!342]

IVAndò a finire che l'agente di cambio mi fece credito, e la bionda Claudia mi concesse qualche privilegio. La sera, naturalmente, mi recavo spesso a teatro per incontrarla, e mi ricordo di una volta ch'ella sedeva in un palco di prima fila, bellissima, provocante, ammirata. La mia poltrona era dall'altro lato della platea, e durante un intermezzo ella mi fe' segno di salire. Vi andai. C'era il Wendel al parapetto, di fronte a lei, mentre il povero Mariani stava rincantucciato in fondo al palco, vergognoso di avere una moglie così fulgida, un agente di cambio così ricco. Tutti e tre furon meco di una cortesia squisita e mi domandai se al mondo val qualche volta la pena di avere scrupoli, visto che, nei rispetti sociali, l'onestà e la disonestà, il sentimento e la commedia del sentimento, son cose che in fondo non presentano alcun divario ben definito. Poco dopo il Mariani colse l'occasione di andarsene a fumare un sigaro, ed alla fine dell'atto anche il Wendel uscì.Allora mi posi al parapetto. La sala pettegola, irrequieta, scintillava di luce, di gioielli, di spalle nude; i canocchiali curiosamente incrociavano per ogni verso i loro fuochi. Questa bellissima Claudia, che aveva il nome ed il seno di una liberta romana, mi prodigava i suoi sorrisi e — cosa inaspettata, — di fronte a noi, ma in un palco di seconda fila, c'era Edoarda De Luca insieme con suo marito. In quel momento vidi Fabio Capuano entrar nel suo palco.— Temo che il Wendel sia rimasto un po' male, — mi disse Claudia sottovoce, nascondendo la faccia dietro il ventaglio di piume.[pg!328] — Di che?— Ha veduto quando ti ho fatto cenno di salire.— Bah! son malumori che passano...Intanto i miei sguardi correvano curiosamente verso quel palco di seconda fila. Edoarda portava quella sera un abito nero, scollato, e su le spalle un boa dichinchillache morbidamente le ricadeva indietro. Aveva cambiata pettinatura; non portava più il suo gran nodo su la nuca, ma un'acconciatura di moda, con ondulazioni, crespi e riccioli sfuggenti, la treccia ravvolta sul vertice della testa, e, fra i capelli, un'orchidea di brillanti, splendidissima. Le sue spalle, il suo petto, biancheggiavano nella penombra del palco ed avevano in sè qualcosa di rigogliosamente maturo: il fiorire della fanciulla ch'è divenuta donna e conosce ormai tutti i secreti voluttuosi dell'amore. Anche il suo volto raggiava, e mi parve trasfigurata. I miei sguardi non fecero che volgersi tra lei e Pietro De Luca, cercando quasi d'indovinare le vicende intime della lor vita, e meravigliandomi che un altro uomo avesse potuto aprire a così piena bellezza quella fanciulla un po' schiva, che dai grandi suoi occhi, pieni di pensiero e di trasparente anima, guardava nella vita con un senso di naturale malinconia.V'è sempre in fondo al nostro cuore una religione occulta che torna verso il passato. Quello ch'è stato nostro ha per noi qualcosa d'indimenticabile, e credo che i sentimenti più vivi non si distruggano mai del tutto nello spirito nostro, ma s'addormentino in fondo al cuore nell'attesa d'un lontano risveglio. Poi, da quegli esseri crudeli e bizzarri che siamo, è sempre irritante il veder consolata, e non da noi, un'anima che per noi soffriva. L'amore infatti è per sua natura un sentimento che sempre, o nasca o muoia, o si trasmuti o si perverta, o segua pure un suo decorrere quieto, abbisogna, per essere tale, d'un altro sentimento, d'un'altra causa, che l'aiuti a vivere: così la gelosia, il timore, la lontananza, l'abbandono, la sciagura, la morte.Esso è come uno specchio, il qual lentamente assorba [pg!329] e consumi l'immagine che riflette, ma poi d'improvviso la rimandi mille volte più fulgida. Poichè in tutte le anime l'amore vive di sogno e d'irrealità.Ora la bella Claudia m'interessava meno; le sue parole artifiziose non mi davano più alcun turbamento. Uscii dal palco, e, tornato nella mia poltrona, rimasi lungamente a guardare lassù, in alto, verso quella donna vestita di nero, che aveva un'orchidea di brillanti tra i capelli oscuri.«Vedi, — mi andava mormorando nelle orecchie un piccolo demone beffardo, — vedi, o grullo!... d'amore non si muore. Anche tu non morrai!»E nel gran palazzo marmoreo vedevo intanto passare il barone De Luca, tronfio della dote carpita, e lo vedevo, dopo lo spettacolo, con una sua bella veste da camera, entrar nell'alcova nuziale, quella stessa forse ch'io rammentavo tappezzata d'una stoffa color d'indaco pallido, con un baldacchino a larghi drappeggi.Edoarda mi aveva certo notato e pareva che ostentasse, per offendermi, una scherzosa fatuità. Al termine dello spettacolo andai nell'atrio per vederla uscire.Gli uomini, accendendo le sigarette e rialzando i baveri dei soprabiti, facevano ala dal termine dello scalone sino alla porta d'uscita. Mi posi con le spalle contro una colonna ed aspettai. Quando apparve giù dagli ultimi scalini, e mi vide, sembrò che il suo volto si coprisse d'una bianca e mal dominata paura. Con lei era Fabio, erano altre persone; ella volse altrove la faccia, e parlò, parlò... Ma camminando barcollava un poco. Pietro De Luca, nel passarmi accanto, salutò per primo. In fondo era naturale ch'egli mi salutasse, ma sarebbe stato altrettanto naturale che avesse finto di non vedermi.Il barone, certo, era un uomo di spirito e veramente cortese! Io, quella sera, mi sentii d'umore pessimo; camminai a casaccio per le strade; verso le due mi trovai davanti al palazzo Laurenzano; guardai su: buio. Andai al Circolo e giocai fino al mattino.M'era venuto un capriccio veemente, insensato; riaver [pg!330] Edoarda, foss'anche per una volta sola, pur di conoscere la nuova donna ch'era sbocciata in lei. La mia vita infatti non era più che una ricerca ed una soddisfazione di capricci continui, per lenire quel desiderio inestinguibile che dentro mi torturava.Passò l'inverno. Mi fu proposto in quel tempo di andare al Congo insieme con una compagnia di speculatori stranieri, uomini risoluti a tutto, e fui sul punto di accettare; ma siccome in quel momento la Borsa traversava un periodo di floridezza e tutte le fortune arridevano agli audaci, preferii, per mezzo del Mariani e del Wendel, tentar l'alea su certi valori che ascendevano vertiginosamente, ed ebbi il senno di liquidarli prima dell'inevitabile rovescio. Questa fortuna mi fece riflettere che il Congo è una terra inospitale, molto lontana, infetta dalla malaria e dalla malattia del sonno, cosicchè restai. Naturalmente a Claudia volli far credere d'esser rimasto per lei.Era fra quelle donne che non acquistano e non perdon nulla quando si giunge a conoscerle intimamente, perchè la loro bellezza le salva dall'essere insipide e la loro fatuità dall'innamorare. Son queste le amanti che piacciono agli uomini di Borsa, gente pratica e spedita, che all'amore pensano quando ne hanno tempo e vogliono avventure saporite ma scevre di complicazioni sentimentali. Noi, dopo alcuni mesi, litigammo per varie futilissime ragioni. Voleva, per esempio, che trovassi modo di presentarla alla duchessa di Loano, la quale dava in quella stagione ambitissime feste. Non ne venni a capo, e se ne offese. Poi mi trovava poco espansivo, troppo indolente; spesso irritabile; diceva che la trattavo come un'amante vecchia e superflua, che non avevo per lei alcuna di quelle delicatezze, un po' romantiche forse, ma che sono tanto necessarie ai piccoli amori. S'ingelosì anche d'una miss Americana, che in quell'anno accivettava mezza Roma, ed io, sebbene per mio conto non soffrissi d'alcuna gelosia, nondimeno mi stizzii un poco nel vederle intessere con tutti gli uomini quelle frivole galanterie che aveva, sin dal primo giorno, intraprese con me. Tranquillamente l'avventura finì.[pg!331] Durante l'inverno mi si eran offerte varie occasioni di veder Edoarda, in istrada o nei teatri, ma raramente sola. Nonostante il mio desiderio, m'ero prefisso di non andar nelle case o nelle feste ove supponevo di poterla incontrare, poichè non sapevo in qual modo ell'avrebbe subìto quest'incontro. Una sola volta, recandomi a visitare la contessa di Casciano, l'incrociai mentr'ella passava con un'amica per l'anticamera. Entravo, ella usciva: ebbe, nel vedermi, un piccolo movimento di perplessità, poi entrambe passarono, chinando leggermente il capo al mio saluto. Su l'uscio, donna Eufemia Lanti, ch'era la sua compagna, si volse e mi sorrise. Edoarda portava quel giorno una pelliccia di martora; su le sue scarpine finissime brillavano due fibbie d'argento: questo solo ricordo. Dietro lei rimase un solco del suo leggero profumo, un profumo che le avevo scelto io: soave.Al Pincio qualche volta la sua carrozza ed il mio cavallo s'incrociarono; in istrada molto spesso la vidi uscir dai negozi. Se l'incontravo durante una passeggiata, la seguivo per un tratto, discretamente, senza darle noia.Intanto la studiavo. Quando s'accorgeva della mia presenza, il suo passo diveniva un po' incerto ed insieme più rapido; non guardava mai dalla mia parte, non sostava, e tuttavia c'era nel suo modo di camminare qualcosa d'indefinibile, come la compiacenza di sentirsi bella sotto la vigilanza del mio sguardo. Poi, frettolosa, entrava in un negozio; io non spingevo la temerità fino ad attendere che uscisse.Il mio capriccio di giorno in giorno si faceva più forte; era una curiosità malsana e torbida, era come il desiderio d'un peccato insolito, che mi accendeva e mi sollevava un poco dalle mie tristezze. Ogni giorno cercavo un mezzo nuovo per poterla incontrare.Il Capuano mi dava molte notizie su la sua vita intima e spesso lo istigavo abilmente perchè soddisfacesse qualche mia curiosità. Vicino a Edoarda egli stava per divenire un di que' cocciuti e fidi cavalieri serventi che spesseggiano intorno alle belle signore, le seguono dappertutto, nella [pg!332] intimità della famiglia e nei ritrovi della vita mondana. Per lo più costoro furono amanti, od anche solo amici amorosi; poi tramonta il regno loro ed altri li soppianta nel cuore della bella infedele. Ma ebbero il favore di qualche confidenza, resero alcuno di que' servigi che si rammentano, o, per la loro professione, s'immischiarono nelle faccende patrimoniali, o furon amici strettissimi del marito; intanto, man mano, i capelli si fanno grigi, l'intimità li vizia, l'umore divien geloso, permaloso, irascibile, e degradano giù giù, fino ad essere l'invitato necessario d'ogni pranzo, il compagno su gli «stages», nelle villeggiature, al mare, in montagna. Rassegnati e bisbetici, fanno da supplente o da superfluo, e son gli uomini a cui volentieri i mariti confidan le lor mogli, perchè possiedono tutte le virtù maritali, mentre non si ritengon pericolosi; cicisbei di gran corte, che il troppo donneare o il troppo amoreggiare ha finalmente ridotti a non destar paura.Fabio, senz'essere tra costoro, stava per assumerne l'abito e gli attributi. Quell'amore per Edoarda, ch'egli aveva nutrito nell'anima silenziosamente, ora gli si commutava in una di quelle caparbie sentimentalità, che spesso divampano all'avvicinarsi della vecchiaia. Passioni che conservano dell'amore tutto il furor triste, l'amara gelosia, con un senso penoso di rinunzia e senza quella bellissima temerità che distingue l'amore, cioè la pretesa del possesso.Era il secondo abbandono che faceva di lei, forse il più doloroso. Dopo averla adorata senza mai dirglielo, aveva saputo compiere la più alta rinunzia per vederla felice, per darla a me; invece se l'era presa Piero De Luca, vagheggino facile di morale, di lingua e di spada, ex ufficiale di cavalleria, notissimo nelle cacce, negli ippodromi, giuocatore sregolato, uomo avventuroso, destro, pieno di coraggio e di fede in sè stesso. Dicevano che la generosità d'un amante gli avesse più volte salvata l'uniforme, quell'uniforme attillata ch'egli portava con tanta spavalderia. Ora, da qualche anno, aveva lasciato l'esercito; non lo si vedeva [pg!333] più pavoneggiarsi di quella sua lunga sciabola rumorosa, o danzare a tutti i balli con eleganza compiuta; ma si dava interamente ai cavalli, ora sopra tutto che il denaro dei Laurenzano gli permetteva di nutrire una scuderia da corse, oltre una decina di cavalli per concorsi ippici e per le cacce nella campagna.Il Capuano lo aveva sempre avversato, prima e dopo il matrimonio, nè si tratteneva dal farlo comprendere a Edoarda. Senonchè il De Luca era un marito come ve ne sono molti, fra quelli che han sposata una dote, e dei quali si crede, per questo solo, che debban esser pessima gente. Il De Luca, — e Fabio doveva pur convenirne, — era gaio in famiglia, non molesto, cortese; accompagnava sua moglie volentieri, le usava un'infinità di premure, la colmava di regali, questo, beninteso, con il denaro di lei. Ancora non gli si conoscevano amanti; con le antiche — le quali eran molte — si mostrava d'una correttezza irreprensibile: non era inoltre geloso, non scontroso, di belle maniere e liberale: «pareva che in quel denaro egli ci avesse guazzato fin dall'infanzia»; — e questa era una frase del Capuano.Aveva in addietro appartenuto al nostro Circolo, poi se n'era dimesso. Ora lo avevano ripresentato ed accolto a pieni voti. Uno dei proponenti, s'intende, fu il Capuano. Ma il De Luca non veniva che ad intervalli; dopo il matrimonio aveva lasciato il gioco e passava la vita fra le scuderie, gli ippodromi, gli allevatori e gli allenatori di cavalli.Mi ero domandato sovente se Edoarda lo amasse. Fabio pretendeva di no. S'egli amasse Edoarda? Forse.Ora le carrozze dei Laurenzano erano stemmate; sul portone del palazzo era uscito un grande scudo marmoreo con le armi dei De Luca, ch'eran tre stelle sopra un mare, con un torchio ed una chiave. «Nostra cum vi».La vecchia zia era morta da tempo; ne avevano già smesso il lutto. Un giorno, che si parlava di tutte queste cose, Fabio mi domandò improvvisamente:— Infine, sei dunque pentito della tua pazzia?[pg!334] — Pentito?... Ma neanche per sogno! — risposi bruscamente, alzando le spalle. Poi, siccome volevo sapere molte cose, presi a domandargli con somma naturalezza: — Edoarda non ti ha mai parlato di me?— Sì, qualche volta, in principio; ma ora, da che sei tornato, evita manifestamente questo discorso.— Ah!— Però conosce tutte le tue prodezze.— Quali?— Oh Dio... tutte!— E naturalmente gliele avrai raccontate tu.— Un po' io, un po' gli altri. Perchè? ti spiace?— Figùrati!... Mi è del tutto indifferente. Volevo soltanto sapere cosa dice di me. Forse mi compiange?— No; anzi non esprime alcun giudizio. Solo, una volta, m'ha detto di averti veduto, credo in teatro, e di aver notato che avevi l'aria un po' mutata... da quel tempo.— Mutata? E come?— Che so io? lo sguardo più duro, l'espressione d'un uomo che sia molto vissuto in poco tempo, l'aspetto un po' patito... Non ha detto di più.— E non hanno bimbi?— Finora no.— Come mai?— E cosa vuoi che ne sappia io! — esclamò egli, con il suo solito malumore sorridente.— Senti: e se per caso l'incontrassi una volta, in società o in altro luogo dove fosse indispensabile parlarci?Gli feci di proposito questa domanda, sapendo ch'egli l'avrebbe ripetuta.— Mah?... — rispose Fabio, — non saprei. Il marito come si dimostra con te?— Cortesissimo.— Vi parlate?— Al Circolo, qualche volta; poche parole.— Bah! Potresti al caso rivolgerle accademicamente un saluto: buon giorno, buona sera... Questo non conta.— E mi risponderà?[pg!335] — Per forza.— Senti: è una domanda stupida, oziosa la mia... Ma credi che sia tutto passato in lei?— Ah... non so. — E soggiunse con la sua voce burbera: — Le donne, sai, chi le indovina è bravo!Sapevo che tutte le mattine ella passava per Piazza di Spagna, e vi passai; sapevo che la domenica andava alla Trinità dei Monti con altre signore, e la domenica passeggiai verso la Trinità dei Monti.Solevo portare nello sparato della camicia una goccia di rubino ch'era il castone d'un antico anello; Edoarda me lo aveva regalato, non so più in quale ricorrenza. Ogni sera, quando supponevo di poterla incontrare in un teatro, portavo quel rubino. M'era pur rimasto, nella casa di Roma, un gran mazzo di cravatte ch'ella mi aveva comperate, perchè a quel tempo amava occuparsi d'ogni cosa mia. Ed allora, ogni mattina, per andare in Piazza di Spagna, ne misi una: conoscevo la sua memoria tenace, forse le avrebbe riconosciute. Facevo queste cose puerili e mi pareva di non amarla; per lei non provavo che un senso di gelosa inimicizia, una curiosità piena d'irritazione. La cercavo tuttavia, con il pensiero assiduo, mentre il desiderio di rivederla diveniva per me un bisogno assillante.Pensavo: «Ella sa che ogni mattina l'attendo in Piazza di Spagna. Perchè ogni mattina la rivedo? Perchè non sceglie un diverso cammino?»E la lentezza di questa insidia mi tentava. Quando la primavera fu tutta sbocciata, le fioraie scesero su la piazza con canestre riboccanti. Allora, ogni giorno, ella si fermò a comperare qualche mazzo. Talora, essendomi coricato all'alba, duravo gran fatica nel trarmi dalle coltri; pur mi levavo, poichè ogni altra cosa mi sarebbe sembrata priva di uno scopo, il giorno che tra quei fiori non l'avessi incontrata.Veniva pure i giorni di pioggia, e le fioraie nascoste sotto grandi ombrelli la salutavano al suo passare. Pensavo: «Come avvicinarla? come dirle o scriverle una parola?» E mille infantilità, mille vecchie astuzie da innamorati [pg!336] mi si affacciavano alla mente; ma sùbito le respingevo, non volendo sciupare in un modo così comune la mia tortura delicata.Tutto di lei mi piaceva, e sommamente le cose che un tempo m'erano dispiaciute; il mio desiderio s'inaspriva d'una torbida sensualità. Una mattina, insensatamente, mentr'ella si era fermata per comprar fiori, m'avvicinai. Ma quando le fui presso, e mi vide, si fece bianca più dei mughetti che teneva in mano, e lasciandoli cadere s'allontanò rapida. Non la rividi per tre giorni; poi tornò.Giunse Paderewsky a Roma per dare tre concerti, e sapevo da Fabio ch'ella vi sarebbe andata. Anzi egli aveva l'incarico di fissare i posti, ch'erano assai contesi; uno per lei, l'altro per la viscontessa d'Andrassy, moglie d'un segretario dell'Ambasciata Belga. Fabio mi disse che il barone De Luca non amava la musica da camera. Accompagnai Fabio per vedere quali posti prendesse, e tornatovi tosto, fissai per me una poltrona dietro l'altre due, nella fila consecutiva.Il giorno del primo concerto, quando entrai nella sala gremita, il grande Paderewsky già suonava; la sua testa d'angelo, placida e pura, sembrava sognasse le note che le sue mani andavano suscitando con un prodigio di maestria. Per non disturbare gli ascoltatori attesi l'intermezzo, appoggiandomi contro una colonna, quasi nascosto nella penombra, e fissando Edoarda, che istintivamente si volse.La settima sinfonia di Beethoven volava sopra l'uditorio, che la commozione teneva sospeso in una specie di estatica immobilità; qualcosa di magico e di possente sollevava gli spiriti, come fiaccole accese, in una sfera paradisiaca di ebbrietà. E in quel momento, su l'ala delle note volanti, nella religiosa paura che incutono le grandi rivelazioni, quell'amore che non si dice, che fu, e poi morì, e poi risorse, quell'amore che divien umile dopo esser stato violento e si appaga di nulla dopo aver tutto sprezzato, si comunicò fra noi come una cosa tangibile, divenne materia, bacio, carezze, parola e sospiro fra le anime nostre, che ritornavano entrambe da un lontano esilio, portandosi [pg!337] fiori di rimembranza e di poesia, primavere di sogno e di musica dimenticata.L'orchestra tacque; m'andai a sedere. La pelliccia di Edoarda, rovesciata su la spalliera della poltrona, toccava quasi le mie ginocchia, e, se mi fossi chinato in avanti, i suoi capelli m'avrebbero sfiorata la fronte. Intesi ciò che diceva, intesi la sua voce ancora, dopo tanti anni che più non la udivo. Il suo profumo mi veniva in faccia, qualcosa di lei fasciava i miei sensi nascostamente. Nel manicotto, semiappassiti, aveva i mughetti comperati la mattina in Piazza di Spagna.Mille volte mi venne la tentazione di toccarla, in un modo qualsiasi, fuggevolmente; ma non osai. Solo, durante l'intermezzo, un amico il quale sedeva due file più avanti, si volse, mi vide e prese a parlarmi. Allora, per rispondergli, mi chinai un poco su la poltrona di Edoarda e le fui così vicino che mi pareva quasi di toccarla. Certo la mia voce dovette darle quel medesimo senso che a me dette la sua, perchè la vidi trasalir leggermente. Quando ci levammo entrambi per uscire, ella mi guardò in viso, pallidissima, piena d'un'estatica paura. Ed io, rimasto solo, mi scossi, come per cacciar dalle vene il turbamento che vi serpeggiava, e risi, e pensai a quella che aveva inaridito il mio cuore. Mi trovai puerilmente perverso; non l'amavo, e, sopra tutto, non la volevo amare.Edoarda ritornò l'altre volte ai concerti, con la baronessa d'Andrassy, ma sedeva lontana e fu solo negli intermezzi che, levandomi, la potei vedere. Tutte le ambizioni della mia vita nuova convergevano in questa sola: possedere la donna che avrei dovuto sposare, contro la quale m'ero esasperato fin quasi all'odio. Un mio cuore fittizio mi faceva rivivere ad uno ad uno tutti gli episodi del legame spezzato, e, come s'ella non fosse più la stessa, mi tornavano alla mente i suoi gesti, i suoi baci, le inflessioni della sua voce, i sorrisi e le lacrime che avevano intessuta la storia del nostro lontano amore. Andavo per curiosità rileggendo alcune sue lettere, che m'erano rimaste per caso, e pur dicendomi che il tempo [pg!338] muta e travolge tutto, le somme felicità come i più acerbi dolori, tuttavia non potevo riconoscere nella sua nova bellezza di donna un poco altera, la timida fanciulla di un tempo, ch'era stata, nelle mie mani, quasi un trastullo fragile. Quel mio cuore fittizio la desiderava ora intensamente, la desiderava come un delicato vizio che potesse ancora infondere un po' di vita nella sua mortale aridità.A poco a poco scordai qualsiasi prudenza; mi recai nelle case ove speravo di vederla, ed in una visita presso la contessa di Casciano finalmente l'incontrai. V'era un numeroso crocchio di signore, qualche uomo solamente; fra questi l'ambasciatore Palazzo, il contino Rainieri e l'onorevole Albizzi-Cerda, amante allora della contessa di Casciano. Era costei una signora più che trentenne, ancora piacente, per quanto non fosse mai stata bella; suo marito, arditissimo esploratore, era morto di febbre gialla durante un viaggio. Aveva due figlie cordialmente brutte, ma educate a Londra, il che significa professare una libertà di costumi a tutta oltranza dietro un'apparenza impeccabilmente puritana. Quando entrai nella sala, gli occhi di tutti corsero involontariamente da Edoarda a me, poi sùbito le conversazioni si spensero in uno di que' bisbigli curiosi, che sono il commento subdolo del pubblico ai colpi di scena così frequenti nella commedia mondana.Alcune signore m'erano sconosciute; la padrona di casa mi presentò. Giunti che fummo davanti alla poltrona ove sedeva Edoarda, fingendo di conversare animatamente con una vecchia nobildonna ch'era mezzo sorda, la contessa di Casciano con la più soave ingenuità:— Tu, cara, — le disse — conosci, credo, il conte Guelfo...Edoarda, confusa, piegò il capo come per dire di sì. Le feci un inchino, rapido, e passai oltre. Ebbi la prudenza di non guardare nessuno, ma mi sentivo addosso gli occhi di tutti, molesti e beffardi. Senonchè la disinvoltura di Edoarda mi dette un grande stupore. Lungi dal cogliere sùbito un pretesto per andar via, o dal mostrarsi punto in imbarazzo, continuò a discorrere animatamente, come [pg!339] se nulla fosse accaduto, mettendo nelle sue parole un sale, una briosità, che non le conoscevo ancora. Di riflesso, mi trovai molto impacciato, e poichè la contessa di Casciano, in tutto squisita, ci teneva a farmi parlare, studiandosi di provocare il caso ch'io dovessi rispondere a Edoarda, o Edoarda a me, durai gran pena a non smentire quella fama che avevo di gaio e facile parlatore.Dopo una ventina di minuti venne il Capuano. La sua faccia strabiliata, quando ci vide, per poco non fece ridere anche me. Non appena gli fu possibile avvicinarsi a me, che gli sfuggivo, mi trasse in disparte per sibilarmi sottovoce:— Che novità son queste? Sei pazzo ora?Io feci con le labbra un atto d'indifferenza e risposi leggermente:— Perchè mai?Lo vidi poi che diceva qualcosa misteriosamente anche a Edoarda. Poco dopo, cogliendo l'occasione che la nobildonna mezzo sorda se n'andava, Edoarda pure si levò. Strinse la mano a tutte le signore, a noi uomini fece solamente un cenno del capo.Questa mia prodezza non ebbe che due conseguenze: la prima, che per una settimana ella non passò più per Piazza di Spagna, e l'altra fu una gran diatriba fattami dal Capuano.La sera stessa me lo vidi giungere in casa, fuori di sè. Ancor prima di togliersi il soprabito, e senza nemmeno darmi la buona sera, cominciò a sciogliere i freni del suo sdegno.— Insomma, insomma, io non capisco più in che mondo si vive! I gentiluomini, o quelli che dovrebbero esser tali, mancano ai riguardi più elementari dell'educazione! In verità!...— Puoi dire, puoi dire!... Tanto, sai che non m'offendo.— Ma vieni un po' qui, ragazzo mio! Spiégami: cosa ti sei fitto in capo? Forse di far la corte a Edoarda?— Eh, via!... tu scherzi!— Ti avverto che si comincia col dirlo in giro. E in [pg!340] fede mia tu fai proprio tutto quello che ci vuole per lasciarlo credere.Mi stavo infilando i pantaloni dell'abito da sera; egli camminava per la stanza, con il suo gestire da caratterista.— Sai, Fabio? Se tu avessi fatto il predicatore, chissà quanta gente sarebbe accorsa per udire i tuoi quaresimali!— Bah!... se vuoi scherzare è un altro conto.— Insomma: ti manda lei, per caso, a farmi questa ambasceria?— Ah, no! Ecco non devi credere questo! D'altronde non l'ho ancora veduta.— Ebbene, che colpa ne ho io, se, andando a visitare la contessa di Casciano, v'incontrai Edoarda?— Ma le smanie di società, di visite, di balli, di pranzi, ti son dunque venute tutte in un colpo?— M'annoio e cerco di svagarmi. Poi faccio il possibile per non perdere il mio posto nell'Olimpo. Sai... a questi chiari di luna!— Va bene. E le passeggiate in Piazza di Spagna? E la Trinità dei Monti? E quel canocchiale che in teatro non abbassi un momento? Tutto questo è sempre per l'Olimpo, è vero? Ma, già!... tu non ti curi di niente! In fondo non hai mai avuto nè cuore nè senno; il tuo capriccio innanzi a tutto, e il resto... al diavolo!— Ah, bene, senti... ora vai oltre i limiti! Fammi un santo piacere: parliamo d'altro!Egli mi sogguardò con occhi obliqui, accese una sigaretta, si pose a cavalcioni d'una sedia e non parlò più.Io mi feci con somma cura il nodo della cravatta, chiamai Ludovico perchè mi spazzolasse ben bene l'abito, misi un fiore all'occhiello, profumai il fazzoletto e presi da un tavolino le chiavi di casa.— Dunque vieni o resti? — gli domandai.— Usciamo pure! — fece, tragicamente.Quand'ebbimo camminato un po' per la strada, visto ch'egli non parlava, lo presi sottobraccio.— Di'... non sarai mica offeso per caso?[pg!341] Bastava una frase amichevole per rimetterlo di buon umore.— Ci mancherebbe altro! — esclamò allegramente.— Sai, — gli dissi, — che il tuo isterismo peggiora ogni giorno?— E sai, — rispose con una perfidia sorridente, — che la tua balordaggine è divenuta cronica? Sapevo che con questi occhi avrei vedute ancora le cose più stravaganti, più inverosimili che possano accadere al mondo; ma di vederti un'altra volta innamorato d'Edoarda... questo poi no!— Siamo da capo?— Calma! Non ti voglio dire che una cosa sola. Non sei cattivo, tutte le sciocchezze che fai si devono solamente alla tua gran leggerezza... Ma, guarda: se ora ti figgessi nel capo di scompigliare un'altra volta la vita di quella creatura, m'incuteresti un così grande ribrezzo, che avrei per sempre vergogna di stringere la tua mano.— Su, dammela quella mano, e vieni a pranzo con me!— Grazie, non posso.— Perchè? hai forse un altro invito? Vedo che infatti hai una stupenda cravatta bianca.— Sì, sono invitato.— E dove, se è lecito?— Dai De Luca, — egli convenne, quasi a malincuore.— Ah... buon appetito![pg!342]

Andò a finire che l'agente di cambio mi fece credito, e la bionda Claudia mi concesse qualche privilegio. La sera, naturalmente, mi recavo spesso a teatro per incontrarla, e mi ricordo di una volta ch'ella sedeva in un palco di prima fila, bellissima, provocante, ammirata. La mia poltrona era dall'altro lato della platea, e durante un intermezzo ella mi fe' segno di salire. Vi andai. C'era il Wendel al parapetto, di fronte a lei, mentre il povero Mariani stava rincantucciato in fondo al palco, vergognoso di avere una moglie così fulgida, un agente di cambio così ricco. Tutti e tre furon meco di una cortesia squisita e mi domandai se al mondo val qualche volta la pena di avere scrupoli, visto che, nei rispetti sociali, l'onestà e la disonestà, il sentimento e la commedia del sentimento, son cose che in fondo non presentano alcun divario ben definito. Poco dopo il Mariani colse l'occasione di andarsene a fumare un sigaro, ed alla fine dell'atto anche il Wendel uscì.

Allora mi posi al parapetto. La sala pettegola, irrequieta, scintillava di luce, di gioielli, di spalle nude; i canocchiali curiosamente incrociavano per ogni verso i loro fuochi. Questa bellissima Claudia, che aveva il nome ed il seno di una liberta romana, mi prodigava i suoi sorrisi e — cosa inaspettata, — di fronte a noi, ma in un palco di seconda fila, c'era Edoarda De Luca insieme con suo marito. In quel momento vidi Fabio Capuano entrar nel suo palco.

— Temo che il Wendel sia rimasto un po' male, — mi disse Claudia sottovoce, nascondendo la faccia dietro il ventaglio di piume.

[pg!328] — Di che?

— Ha veduto quando ti ho fatto cenno di salire.

— Bah! son malumori che passano...

Intanto i miei sguardi correvano curiosamente verso quel palco di seconda fila. Edoarda portava quella sera un abito nero, scollato, e su le spalle un boa dichinchillache morbidamente le ricadeva indietro. Aveva cambiata pettinatura; non portava più il suo gran nodo su la nuca, ma un'acconciatura di moda, con ondulazioni, crespi e riccioli sfuggenti, la treccia ravvolta sul vertice della testa, e, fra i capelli, un'orchidea di brillanti, splendidissima. Le sue spalle, il suo petto, biancheggiavano nella penombra del palco ed avevano in sè qualcosa di rigogliosamente maturo: il fiorire della fanciulla ch'è divenuta donna e conosce ormai tutti i secreti voluttuosi dell'amore. Anche il suo volto raggiava, e mi parve trasfigurata. I miei sguardi non fecero che volgersi tra lei e Pietro De Luca, cercando quasi d'indovinare le vicende intime della lor vita, e meravigliandomi che un altro uomo avesse potuto aprire a così piena bellezza quella fanciulla un po' schiva, che dai grandi suoi occhi, pieni di pensiero e di trasparente anima, guardava nella vita con un senso di naturale malinconia.

V'è sempre in fondo al nostro cuore una religione occulta che torna verso il passato. Quello ch'è stato nostro ha per noi qualcosa d'indimenticabile, e credo che i sentimenti più vivi non si distruggano mai del tutto nello spirito nostro, ma s'addormentino in fondo al cuore nell'attesa d'un lontano risveglio. Poi, da quegli esseri crudeli e bizzarri che siamo, è sempre irritante il veder consolata, e non da noi, un'anima che per noi soffriva. L'amore infatti è per sua natura un sentimento che sempre, o nasca o muoia, o si trasmuti o si perverta, o segua pure un suo decorrere quieto, abbisogna, per essere tale, d'un altro sentimento, d'un'altra causa, che l'aiuti a vivere: così la gelosia, il timore, la lontananza, l'abbandono, la sciagura, la morte.

Esso è come uno specchio, il qual lentamente assorba [pg!329] e consumi l'immagine che riflette, ma poi d'improvviso la rimandi mille volte più fulgida. Poichè in tutte le anime l'amore vive di sogno e d'irrealità.

Ora la bella Claudia m'interessava meno; le sue parole artifiziose non mi davano più alcun turbamento. Uscii dal palco, e, tornato nella mia poltrona, rimasi lungamente a guardare lassù, in alto, verso quella donna vestita di nero, che aveva un'orchidea di brillanti tra i capelli oscuri.

«Vedi, — mi andava mormorando nelle orecchie un piccolo demone beffardo, — vedi, o grullo!... d'amore non si muore. Anche tu non morrai!»

E nel gran palazzo marmoreo vedevo intanto passare il barone De Luca, tronfio della dote carpita, e lo vedevo, dopo lo spettacolo, con una sua bella veste da camera, entrar nell'alcova nuziale, quella stessa forse ch'io rammentavo tappezzata d'una stoffa color d'indaco pallido, con un baldacchino a larghi drappeggi.

Edoarda mi aveva certo notato e pareva che ostentasse, per offendermi, una scherzosa fatuità. Al termine dello spettacolo andai nell'atrio per vederla uscire.

Gli uomini, accendendo le sigarette e rialzando i baveri dei soprabiti, facevano ala dal termine dello scalone sino alla porta d'uscita. Mi posi con le spalle contro una colonna ed aspettai. Quando apparve giù dagli ultimi scalini, e mi vide, sembrò che il suo volto si coprisse d'una bianca e mal dominata paura. Con lei era Fabio, erano altre persone; ella volse altrove la faccia, e parlò, parlò... Ma camminando barcollava un poco. Pietro De Luca, nel passarmi accanto, salutò per primo. In fondo era naturale ch'egli mi salutasse, ma sarebbe stato altrettanto naturale che avesse finto di non vedermi.

Il barone, certo, era un uomo di spirito e veramente cortese! Io, quella sera, mi sentii d'umore pessimo; camminai a casaccio per le strade; verso le due mi trovai davanti al palazzo Laurenzano; guardai su: buio. Andai al Circolo e giocai fino al mattino.

M'era venuto un capriccio veemente, insensato; riaver [pg!330] Edoarda, foss'anche per una volta sola, pur di conoscere la nuova donna ch'era sbocciata in lei. La mia vita infatti non era più che una ricerca ed una soddisfazione di capricci continui, per lenire quel desiderio inestinguibile che dentro mi torturava.

Passò l'inverno. Mi fu proposto in quel tempo di andare al Congo insieme con una compagnia di speculatori stranieri, uomini risoluti a tutto, e fui sul punto di accettare; ma siccome in quel momento la Borsa traversava un periodo di floridezza e tutte le fortune arridevano agli audaci, preferii, per mezzo del Mariani e del Wendel, tentar l'alea su certi valori che ascendevano vertiginosamente, ed ebbi il senno di liquidarli prima dell'inevitabile rovescio. Questa fortuna mi fece riflettere che il Congo è una terra inospitale, molto lontana, infetta dalla malaria e dalla malattia del sonno, cosicchè restai. Naturalmente a Claudia volli far credere d'esser rimasto per lei.

Era fra quelle donne che non acquistano e non perdon nulla quando si giunge a conoscerle intimamente, perchè la loro bellezza le salva dall'essere insipide e la loro fatuità dall'innamorare. Son queste le amanti che piacciono agli uomini di Borsa, gente pratica e spedita, che all'amore pensano quando ne hanno tempo e vogliono avventure saporite ma scevre di complicazioni sentimentali. Noi, dopo alcuni mesi, litigammo per varie futilissime ragioni. Voleva, per esempio, che trovassi modo di presentarla alla duchessa di Loano, la quale dava in quella stagione ambitissime feste. Non ne venni a capo, e se ne offese. Poi mi trovava poco espansivo, troppo indolente; spesso irritabile; diceva che la trattavo come un'amante vecchia e superflua, che non avevo per lei alcuna di quelle delicatezze, un po' romantiche forse, ma che sono tanto necessarie ai piccoli amori. S'ingelosì anche d'una miss Americana, che in quell'anno accivettava mezza Roma, ed io, sebbene per mio conto non soffrissi d'alcuna gelosia, nondimeno mi stizzii un poco nel vederle intessere con tutti gli uomini quelle frivole galanterie che aveva, sin dal primo giorno, intraprese con me. Tranquillamente l'avventura finì.

[pg!331] Durante l'inverno mi si eran offerte varie occasioni di veder Edoarda, in istrada o nei teatri, ma raramente sola. Nonostante il mio desiderio, m'ero prefisso di non andar nelle case o nelle feste ove supponevo di poterla incontrare, poichè non sapevo in qual modo ell'avrebbe subìto quest'incontro. Una sola volta, recandomi a visitare la contessa di Casciano, l'incrociai mentr'ella passava con un'amica per l'anticamera. Entravo, ella usciva: ebbe, nel vedermi, un piccolo movimento di perplessità, poi entrambe passarono, chinando leggermente il capo al mio saluto. Su l'uscio, donna Eufemia Lanti, ch'era la sua compagna, si volse e mi sorrise. Edoarda portava quel giorno una pelliccia di martora; su le sue scarpine finissime brillavano due fibbie d'argento: questo solo ricordo. Dietro lei rimase un solco del suo leggero profumo, un profumo che le avevo scelto io: soave.

Al Pincio qualche volta la sua carrozza ed il mio cavallo s'incrociarono; in istrada molto spesso la vidi uscir dai negozi. Se l'incontravo durante una passeggiata, la seguivo per un tratto, discretamente, senza darle noia.

Intanto la studiavo. Quando s'accorgeva della mia presenza, il suo passo diveniva un po' incerto ed insieme più rapido; non guardava mai dalla mia parte, non sostava, e tuttavia c'era nel suo modo di camminare qualcosa d'indefinibile, come la compiacenza di sentirsi bella sotto la vigilanza del mio sguardo. Poi, frettolosa, entrava in un negozio; io non spingevo la temerità fino ad attendere che uscisse.

Il mio capriccio di giorno in giorno si faceva più forte; era una curiosità malsana e torbida, era come il desiderio d'un peccato insolito, che mi accendeva e mi sollevava un poco dalle mie tristezze. Ogni giorno cercavo un mezzo nuovo per poterla incontrare.

Il Capuano mi dava molte notizie su la sua vita intima e spesso lo istigavo abilmente perchè soddisfacesse qualche mia curiosità. Vicino a Edoarda egli stava per divenire un di que' cocciuti e fidi cavalieri serventi che spesseggiano intorno alle belle signore, le seguono dappertutto, nella [pg!332] intimità della famiglia e nei ritrovi della vita mondana. Per lo più costoro furono amanti, od anche solo amici amorosi; poi tramonta il regno loro ed altri li soppianta nel cuore della bella infedele. Ma ebbero il favore di qualche confidenza, resero alcuno di que' servigi che si rammentano, o, per la loro professione, s'immischiarono nelle faccende patrimoniali, o furon amici strettissimi del marito; intanto, man mano, i capelli si fanno grigi, l'intimità li vizia, l'umore divien geloso, permaloso, irascibile, e degradano giù giù, fino ad essere l'invitato necessario d'ogni pranzo, il compagno su gli «stages», nelle villeggiature, al mare, in montagna. Rassegnati e bisbetici, fanno da supplente o da superfluo, e son gli uomini a cui volentieri i mariti confidan le lor mogli, perchè possiedono tutte le virtù maritali, mentre non si ritengon pericolosi; cicisbei di gran corte, che il troppo donneare o il troppo amoreggiare ha finalmente ridotti a non destar paura.

Fabio, senz'essere tra costoro, stava per assumerne l'abito e gli attributi. Quell'amore per Edoarda, ch'egli aveva nutrito nell'anima silenziosamente, ora gli si commutava in una di quelle caparbie sentimentalità, che spesso divampano all'avvicinarsi della vecchiaia. Passioni che conservano dell'amore tutto il furor triste, l'amara gelosia, con un senso penoso di rinunzia e senza quella bellissima temerità che distingue l'amore, cioè la pretesa del possesso.

Era il secondo abbandono che faceva di lei, forse il più doloroso. Dopo averla adorata senza mai dirglielo, aveva saputo compiere la più alta rinunzia per vederla felice, per darla a me; invece se l'era presa Piero De Luca, vagheggino facile di morale, di lingua e di spada, ex ufficiale di cavalleria, notissimo nelle cacce, negli ippodromi, giuocatore sregolato, uomo avventuroso, destro, pieno di coraggio e di fede in sè stesso. Dicevano che la generosità d'un amante gli avesse più volte salvata l'uniforme, quell'uniforme attillata ch'egli portava con tanta spavalderia. Ora, da qualche anno, aveva lasciato l'esercito; non lo si vedeva [pg!333] più pavoneggiarsi di quella sua lunga sciabola rumorosa, o danzare a tutti i balli con eleganza compiuta; ma si dava interamente ai cavalli, ora sopra tutto che il denaro dei Laurenzano gli permetteva di nutrire una scuderia da corse, oltre una decina di cavalli per concorsi ippici e per le cacce nella campagna.

Il Capuano lo aveva sempre avversato, prima e dopo il matrimonio, nè si tratteneva dal farlo comprendere a Edoarda. Senonchè il De Luca era un marito come ve ne sono molti, fra quelli che han sposata una dote, e dei quali si crede, per questo solo, che debban esser pessima gente. Il De Luca, — e Fabio doveva pur convenirne, — era gaio in famiglia, non molesto, cortese; accompagnava sua moglie volentieri, le usava un'infinità di premure, la colmava di regali, questo, beninteso, con il denaro di lei. Ancora non gli si conoscevano amanti; con le antiche — le quali eran molte — si mostrava d'una correttezza irreprensibile: non era inoltre geloso, non scontroso, di belle maniere e liberale: «pareva che in quel denaro egli ci avesse guazzato fin dall'infanzia»; — e questa era una frase del Capuano.

Aveva in addietro appartenuto al nostro Circolo, poi se n'era dimesso. Ora lo avevano ripresentato ed accolto a pieni voti. Uno dei proponenti, s'intende, fu il Capuano. Ma il De Luca non veniva che ad intervalli; dopo il matrimonio aveva lasciato il gioco e passava la vita fra le scuderie, gli ippodromi, gli allevatori e gli allenatori di cavalli.

Mi ero domandato sovente se Edoarda lo amasse. Fabio pretendeva di no. S'egli amasse Edoarda? Forse.

Ora le carrozze dei Laurenzano erano stemmate; sul portone del palazzo era uscito un grande scudo marmoreo con le armi dei De Luca, ch'eran tre stelle sopra un mare, con un torchio ed una chiave. «Nostra cum vi».

La vecchia zia era morta da tempo; ne avevano già smesso il lutto. Un giorno, che si parlava di tutte queste cose, Fabio mi domandò improvvisamente:

— Infine, sei dunque pentito della tua pazzia?

[pg!334] — Pentito?... Ma neanche per sogno! — risposi bruscamente, alzando le spalle. Poi, siccome volevo sapere molte cose, presi a domandargli con somma naturalezza: — Edoarda non ti ha mai parlato di me?

— Sì, qualche volta, in principio; ma ora, da che sei tornato, evita manifestamente questo discorso.

— Ah!

— Però conosce tutte le tue prodezze.

— Quali?

— Oh Dio... tutte!

— E naturalmente gliele avrai raccontate tu.

— Un po' io, un po' gli altri. Perchè? ti spiace?

— Figùrati!... Mi è del tutto indifferente. Volevo soltanto sapere cosa dice di me. Forse mi compiange?

— No; anzi non esprime alcun giudizio. Solo, una volta, m'ha detto di averti veduto, credo in teatro, e di aver notato che avevi l'aria un po' mutata... da quel tempo.

— Mutata? E come?

— Che so io? lo sguardo più duro, l'espressione d'un uomo che sia molto vissuto in poco tempo, l'aspetto un po' patito... Non ha detto di più.

— E non hanno bimbi?

— Finora no.

— Come mai?

— E cosa vuoi che ne sappia io! — esclamò egli, con il suo solito malumore sorridente.

— Senti: e se per caso l'incontrassi una volta, in società o in altro luogo dove fosse indispensabile parlarci?

Gli feci di proposito questa domanda, sapendo ch'egli l'avrebbe ripetuta.

— Mah?... — rispose Fabio, — non saprei. Il marito come si dimostra con te?

— Cortesissimo.

— Vi parlate?

— Al Circolo, qualche volta; poche parole.

— Bah! Potresti al caso rivolgerle accademicamente un saluto: buon giorno, buona sera... Questo non conta.

— E mi risponderà?

[pg!335] — Per forza.

— Senti: è una domanda stupida, oziosa la mia... Ma credi che sia tutto passato in lei?

— Ah... non so. — E soggiunse con la sua voce burbera: — Le donne, sai, chi le indovina è bravo!

Sapevo che tutte le mattine ella passava per Piazza di Spagna, e vi passai; sapevo che la domenica andava alla Trinità dei Monti con altre signore, e la domenica passeggiai verso la Trinità dei Monti.

Solevo portare nello sparato della camicia una goccia di rubino ch'era il castone d'un antico anello; Edoarda me lo aveva regalato, non so più in quale ricorrenza. Ogni sera, quando supponevo di poterla incontrare in un teatro, portavo quel rubino. M'era pur rimasto, nella casa di Roma, un gran mazzo di cravatte ch'ella mi aveva comperate, perchè a quel tempo amava occuparsi d'ogni cosa mia. Ed allora, ogni mattina, per andare in Piazza di Spagna, ne misi una: conoscevo la sua memoria tenace, forse le avrebbe riconosciute. Facevo queste cose puerili e mi pareva di non amarla; per lei non provavo che un senso di gelosa inimicizia, una curiosità piena d'irritazione. La cercavo tuttavia, con il pensiero assiduo, mentre il desiderio di rivederla diveniva per me un bisogno assillante.

Pensavo: «Ella sa che ogni mattina l'attendo in Piazza di Spagna. Perchè ogni mattina la rivedo? Perchè non sceglie un diverso cammino?»

E la lentezza di questa insidia mi tentava. Quando la primavera fu tutta sbocciata, le fioraie scesero su la piazza con canestre riboccanti. Allora, ogni giorno, ella si fermò a comperare qualche mazzo. Talora, essendomi coricato all'alba, duravo gran fatica nel trarmi dalle coltri; pur mi levavo, poichè ogni altra cosa mi sarebbe sembrata priva di uno scopo, il giorno che tra quei fiori non l'avessi incontrata.

Veniva pure i giorni di pioggia, e le fioraie nascoste sotto grandi ombrelli la salutavano al suo passare. Pensavo: «Come avvicinarla? come dirle o scriverle una parola?» E mille infantilità, mille vecchie astuzie da innamorati [pg!336] mi si affacciavano alla mente; ma sùbito le respingevo, non volendo sciupare in un modo così comune la mia tortura delicata.

Tutto di lei mi piaceva, e sommamente le cose che un tempo m'erano dispiaciute; il mio desiderio s'inaspriva d'una torbida sensualità. Una mattina, insensatamente, mentr'ella si era fermata per comprar fiori, m'avvicinai. Ma quando le fui presso, e mi vide, si fece bianca più dei mughetti che teneva in mano, e lasciandoli cadere s'allontanò rapida. Non la rividi per tre giorni; poi tornò.

Giunse Paderewsky a Roma per dare tre concerti, e sapevo da Fabio ch'ella vi sarebbe andata. Anzi egli aveva l'incarico di fissare i posti, ch'erano assai contesi; uno per lei, l'altro per la viscontessa d'Andrassy, moglie d'un segretario dell'Ambasciata Belga. Fabio mi disse che il barone De Luca non amava la musica da camera. Accompagnai Fabio per vedere quali posti prendesse, e tornatovi tosto, fissai per me una poltrona dietro l'altre due, nella fila consecutiva.

Il giorno del primo concerto, quando entrai nella sala gremita, il grande Paderewsky già suonava; la sua testa d'angelo, placida e pura, sembrava sognasse le note che le sue mani andavano suscitando con un prodigio di maestria. Per non disturbare gli ascoltatori attesi l'intermezzo, appoggiandomi contro una colonna, quasi nascosto nella penombra, e fissando Edoarda, che istintivamente si volse.

La settima sinfonia di Beethoven volava sopra l'uditorio, che la commozione teneva sospeso in una specie di estatica immobilità; qualcosa di magico e di possente sollevava gli spiriti, come fiaccole accese, in una sfera paradisiaca di ebbrietà. E in quel momento, su l'ala delle note volanti, nella religiosa paura che incutono le grandi rivelazioni, quell'amore che non si dice, che fu, e poi morì, e poi risorse, quell'amore che divien umile dopo esser stato violento e si appaga di nulla dopo aver tutto sprezzato, si comunicò fra noi come una cosa tangibile, divenne materia, bacio, carezze, parola e sospiro fra le anime nostre, che ritornavano entrambe da un lontano esilio, portandosi [pg!337] fiori di rimembranza e di poesia, primavere di sogno e di musica dimenticata.

L'orchestra tacque; m'andai a sedere. La pelliccia di Edoarda, rovesciata su la spalliera della poltrona, toccava quasi le mie ginocchia, e, se mi fossi chinato in avanti, i suoi capelli m'avrebbero sfiorata la fronte. Intesi ciò che diceva, intesi la sua voce ancora, dopo tanti anni che più non la udivo. Il suo profumo mi veniva in faccia, qualcosa di lei fasciava i miei sensi nascostamente. Nel manicotto, semiappassiti, aveva i mughetti comperati la mattina in Piazza di Spagna.

Mille volte mi venne la tentazione di toccarla, in un modo qualsiasi, fuggevolmente; ma non osai. Solo, durante l'intermezzo, un amico il quale sedeva due file più avanti, si volse, mi vide e prese a parlarmi. Allora, per rispondergli, mi chinai un poco su la poltrona di Edoarda e le fui così vicino che mi pareva quasi di toccarla. Certo la mia voce dovette darle quel medesimo senso che a me dette la sua, perchè la vidi trasalir leggermente. Quando ci levammo entrambi per uscire, ella mi guardò in viso, pallidissima, piena d'un'estatica paura. Ed io, rimasto solo, mi scossi, come per cacciar dalle vene il turbamento che vi serpeggiava, e risi, e pensai a quella che aveva inaridito il mio cuore. Mi trovai puerilmente perverso; non l'amavo, e, sopra tutto, non la volevo amare.

Edoarda ritornò l'altre volte ai concerti, con la baronessa d'Andrassy, ma sedeva lontana e fu solo negli intermezzi che, levandomi, la potei vedere. Tutte le ambizioni della mia vita nuova convergevano in questa sola: possedere la donna che avrei dovuto sposare, contro la quale m'ero esasperato fin quasi all'odio. Un mio cuore fittizio mi faceva rivivere ad uno ad uno tutti gli episodi del legame spezzato, e, come s'ella non fosse più la stessa, mi tornavano alla mente i suoi gesti, i suoi baci, le inflessioni della sua voce, i sorrisi e le lacrime che avevano intessuta la storia del nostro lontano amore. Andavo per curiosità rileggendo alcune sue lettere, che m'erano rimaste per caso, e pur dicendomi che il tempo [pg!338] muta e travolge tutto, le somme felicità come i più acerbi dolori, tuttavia non potevo riconoscere nella sua nova bellezza di donna un poco altera, la timida fanciulla di un tempo, ch'era stata, nelle mie mani, quasi un trastullo fragile. Quel mio cuore fittizio la desiderava ora intensamente, la desiderava come un delicato vizio che potesse ancora infondere un po' di vita nella sua mortale aridità.

A poco a poco scordai qualsiasi prudenza; mi recai nelle case ove speravo di vederla, ed in una visita presso la contessa di Casciano finalmente l'incontrai. V'era un numeroso crocchio di signore, qualche uomo solamente; fra questi l'ambasciatore Palazzo, il contino Rainieri e l'onorevole Albizzi-Cerda, amante allora della contessa di Casciano. Era costei una signora più che trentenne, ancora piacente, per quanto non fosse mai stata bella; suo marito, arditissimo esploratore, era morto di febbre gialla durante un viaggio. Aveva due figlie cordialmente brutte, ma educate a Londra, il che significa professare una libertà di costumi a tutta oltranza dietro un'apparenza impeccabilmente puritana. Quando entrai nella sala, gli occhi di tutti corsero involontariamente da Edoarda a me, poi sùbito le conversazioni si spensero in uno di que' bisbigli curiosi, che sono il commento subdolo del pubblico ai colpi di scena così frequenti nella commedia mondana.

Alcune signore m'erano sconosciute; la padrona di casa mi presentò. Giunti che fummo davanti alla poltrona ove sedeva Edoarda, fingendo di conversare animatamente con una vecchia nobildonna ch'era mezzo sorda, la contessa di Casciano con la più soave ingenuità:

— Tu, cara, — le disse — conosci, credo, il conte Guelfo...

Edoarda, confusa, piegò il capo come per dire di sì. Le feci un inchino, rapido, e passai oltre. Ebbi la prudenza di non guardare nessuno, ma mi sentivo addosso gli occhi di tutti, molesti e beffardi. Senonchè la disinvoltura di Edoarda mi dette un grande stupore. Lungi dal cogliere sùbito un pretesto per andar via, o dal mostrarsi punto in imbarazzo, continuò a discorrere animatamente, come [pg!339] se nulla fosse accaduto, mettendo nelle sue parole un sale, una briosità, che non le conoscevo ancora. Di riflesso, mi trovai molto impacciato, e poichè la contessa di Casciano, in tutto squisita, ci teneva a farmi parlare, studiandosi di provocare il caso ch'io dovessi rispondere a Edoarda, o Edoarda a me, durai gran pena a non smentire quella fama che avevo di gaio e facile parlatore.

Dopo una ventina di minuti venne il Capuano. La sua faccia strabiliata, quando ci vide, per poco non fece ridere anche me. Non appena gli fu possibile avvicinarsi a me, che gli sfuggivo, mi trasse in disparte per sibilarmi sottovoce:

— Che novità son queste? Sei pazzo ora?

Io feci con le labbra un atto d'indifferenza e risposi leggermente:

— Perchè mai?

Lo vidi poi che diceva qualcosa misteriosamente anche a Edoarda. Poco dopo, cogliendo l'occasione che la nobildonna mezzo sorda se n'andava, Edoarda pure si levò. Strinse la mano a tutte le signore, a noi uomini fece solamente un cenno del capo.

Questa mia prodezza non ebbe che due conseguenze: la prima, che per una settimana ella non passò più per Piazza di Spagna, e l'altra fu una gran diatriba fattami dal Capuano.

La sera stessa me lo vidi giungere in casa, fuori di sè. Ancor prima di togliersi il soprabito, e senza nemmeno darmi la buona sera, cominciò a sciogliere i freni del suo sdegno.

— Insomma, insomma, io non capisco più in che mondo si vive! I gentiluomini, o quelli che dovrebbero esser tali, mancano ai riguardi più elementari dell'educazione! In verità!...

— Puoi dire, puoi dire!... Tanto, sai che non m'offendo.

— Ma vieni un po' qui, ragazzo mio! Spiégami: cosa ti sei fitto in capo? Forse di far la corte a Edoarda?

— Eh, via!... tu scherzi!

— Ti avverto che si comincia col dirlo in giro. E in [pg!340] fede mia tu fai proprio tutto quello che ci vuole per lasciarlo credere.

Mi stavo infilando i pantaloni dell'abito da sera; egli camminava per la stanza, con il suo gestire da caratterista.

— Sai, Fabio? Se tu avessi fatto il predicatore, chissà quanta gente sarebbe accorsa per udire i tuoi quaresimali!

— Bah!... se vuoi scherzare è un altro conto.

— Insomma: ti manda lei, per caso, a farmi questa ambasceria?

— Ah, no! Ecco non devi credere questo! D'altronde non l'ho ancora veduta.

— Ebbene, che colpa ne ho io, se, andando a visitare la contessa di Casciano, v'incontrai Edoarda?

— Ma le smanie di società, di visite, di balli, di pranzi, ti son dunque venute tutte in un colpo?

— M'annoio e cerco di svagarmi. Poi faccio il possibile per non perdere il mio posto nell'Olimpo. Sai... a questi chiari di luna!

— Va bene. E le passeggiate in Piazza di Spagna? E la Trinità dei Monti? E quel canocchiale che in teatro non abbassi un momento? Tutto questo è sempre per l'Olimpo, è vero? Ma, già!... tu non ti curi di niente! In fondo non hai mai avuto nè cuore nè senno; il tuo capriccio innanzi a tutto, e il resto... al diavolo!

— Ah, bene, senti... ora vai oltre i limiti! Fammi un santo piacere: parliamo d'altro!

Egli mi sogguardò con occhi obliqui, accese una sigaretta, si pose a cavalcioni d'una sedia e non parlò più.

Io mi feci con somma cura il nodo della cravatta, chiamai Ludovico perchè mi spazzolasse ben bene l'abito, misi un fiore all'occhiello, profumai il fazzoletto e presi da un tavolino le chiavi di casa.

— Dunque vieni o resti? — gli domandai.

— Usciamo pure! — fece, tragicamente.

Quand'ebbimo camminato un po' per la strada, visto ch'egli non parlava, lo presi sottobraccio.

— Di'... non sarai mica offeso per caso?

[pg!341] Bastava una frase amichevole per rimetterlo di buon umore.

— Ci mancherebbe altro! — esclamò allegramente.

— Sai, — gli dissi, — che il tuo isterismo peggiora ogni giorno?

— E sai, — rispose con una perfidia sorridente, — che la tua balordaggine è divenuta cronica? Sapevo che con questi occhi avrei vedute ancora le cose più stravaganti, più inverosimili che possano accadere al mondo; ma di vederti un'altra volta innamorato d'Edoarda... questo poi no!

— Siamo da capo?

— Calma! Non ti voglio dire che una cosa sola. Non sei cattivo, tutte le sciocchezze che fai si devono solamente alla tua gran leggerezza... Ma, guarda: se ora ti figgessi nel capo di scompigliare un'altra volta la vita di quella creatura, m'incuteresti un così grande ribrezzo, che avrei per sempre vergogna di stringere la tua mano.

— Su, dammela quella mano, e vieni a pranzo con me!

— Grazie, non posso.

— Perchè? hai forse un altro invito? Vedo che infatti hai una stupenda cravatta bianca.

— Sì, sono invitato.

— E dove, se è lecito?

— Dai De Luca, — egli convenne, quasi a malincuore.

— Ah... buon appetito!

[pg!342]


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