IXPiù tardi nella silenziosa notte, Elena mi aveva raccontato la storia della sua vita. Ed era una storia ben triste per una così bella creatura.Mi narrava con malinconia le memorie dell'infanzia felice, nella tranquillità un po' severa d'un castello ungherese, dov'erano accolte le ricchezze di una lunga discendenza.Per quanto lontano ella tornasse con la memoria, non poteva rivedere la madre se non sotto le sembianze di una giovine signora dagli occhi soavemente pensierosi, che, muta, con libro su le ginocchia, passava lunghe ore solitarie in una sala troppo vasta per lei, o succinta in abito d'amazzone scendeva presso i cancelli d'un grande parco secolare, mentre gli staffieri le imbrigliavano un cavallo grigio, dalle narici vive come lo scarlatto, con la criniera e la coda simili a due copiosi rami carichi di neve.Il padre dimorava raramente nel castello, ed aveva per la moglie una devozione che pareva nascere da un profondo rimorso, anzi aveva per lei una specie di religioso amore. Ma ogni volta ch'egli tornava dalle frequenti assenze, avveniva molto spesso ad Elena di trovar sua madre tutta in lacrime nell'angolo di una sala, più spesso, poichè dormivano accanto, di udirla piangere nel silenzio della notte.Egli amava con passione la musica, e suonava divinamente il violino, la sera, in una stanza chiusa, per lunghe ore continue.Ella e sua madre lo ascoltavano dalla sala vicina, in silenzio.[pg!69] Un giorno, dopo una sua più lunga assenza, lo portarono morto al castello due grandi uomini sconosciuti, che tristemente accarezzarono la sua testolina di fanciulla.Sua madre la condusse a baciare il cadavere, poi mise un abito nero, e da quel giorno, per lunghi mesi, non parlò quasi mai, divenendo malata. Le disse ch'era morto in viaggio; ma più tardi ella seppe, nell'ascoltare i discorsi dei domestici, ch'era stato ucciso in duello.Poco tempo dopo il castello era venduto. Vennero genti nuove, che portaron via i mobili, i quadri, gli arazzi, le armerie, i cavalli: tutto. Una mattina sua madre, pallida e pur sorridente, la condusse per tutte le stanze, per i piantereni e per le scuderie, le mostrò l'intero dominio, quasi per bene imprimere nel suo cuore la memoria d'ogni cosa, poi, quando furono in fondo al giardino, presso una fontana, ch'ella rivedeva sempre, le disse con voce tranquilla:— Tutto questo non ci appartiene più, Elena. Siamo povere adesso e dovremo partire.Un signore le accompagnò, che veniva sovente al castello.Si chiamava Franz von Hohenfels ed era prussiano. Andarono a Parigi; con l'ultimo denaro arredarono tre piccole stanze in un quartiere eccentrico; vissero nei primi tempi di quello che la madre guadagnava traducendo novelle, romanzi e poesie dall'ungherese, o copiando, se il bisogno urgeva, le tesi dei medici ed i memoriali degli avvocati.Allora quella donna malata, che pareva solamente reggersi per un miracolo di energia, si rivelò agli occhi della figlia sotto una luce quasi eroica. In lei viveva un'anima nascosta, capace delle più grandi rassegnazioni.Elena, a quel tempo, non aveva che sedici anni, e curava le cose domestiche, aiutando la madre, leggendo a voce alta i suoi libri e ricopiando i suoi manoscritti quando i poveri occhi stanchi non vedevano più. Talvolta la madre dettava, e dettando le spiegava ogni cosa, la iniziava lentamente alla sua vasta cultura, dandole [pg!70] un piacere caldissimo per le cose dell'arte. Quando i guadagni divennero più lauti, ella fece seguire ad Elena qualche lezione alle cattedre pubbliche, preparandola man mano ella stessa per un esame d'istitutrice che il suo pronto ingegno superò senza fatica.Alcuni amici venivano a visitarla talvolta e spesso quel Franz von Hohenfels che alla morte del padre assunse la tutela di Elena.Innamoratissimo della madre, aveva tentato per lungo tempo d'indurla suo malgrado a seconde nozze; ma Elena preferiva la miseria, purchè sua madre rimanesse a lei, a lei sola, in quella piccola casa di Montmartre, di fronte alla chiesa del Sacro Cuore, dove i tramonti su l'apoteosi della città incendiata erano così divinamente belli.Dopo qualche tempo l'Hohenfels finì con rinunziare a questo progetto e le sue visite a Parigi furon meno frequenti, finchè cessarono del tutto. S'era più tardi ammogliato in Germania, e solo scriveva di quando in quando per domandare notizie con freddissima urbanità.Ma vennero i tempi tristi; la madre ammalò, fors'anche di stanchezza; il lavoro le divenne impossibile, il denaro mancò. Era d'inverno e tutto scarseggiava, la luce, il fuoco, il pane, in quelle tre camere taciturne dove una donna di trentasette anni ed una fanciulla di diciotto erano sole a difendersi contro la vita.Allora fu per Elena una corsa pazza lungo le vie di Parigi, ad ogni porta, ad ogni scala, in cerca di lavoro, di un qualsiasi lavoro che desse una tazza di brodo per la madre malata, che desse la legna per accendere un po' di fuoco la notte, quand'ella tremava, scarna, sotto la coltre, vaneggiando.Per molte settimane, perchè non le portassero la madre all'ospedale, Elena fece ogni umile mestiere: praticò le scuole delle sarte, ricamò le iniziali delle biancherie, vendette nei negozi, assistette malati, rispose agli annunzi dei giornali, si trascinò per ogni agenzia, fu da ultimo la modella di un pittore.[pg!71] E questo giovine che la vide così bella e così triste, invece di offenderla, ebbe del suo dolore una fraterna pietà. Povero, volle offrirle qualche soccorso, la confortò, venne a visitare la madre. Ungherese di nascita egli pure, — (e per questo Elena v'era andata) — si chiamava Mathias Bunko ed era minato da una inguaribile malattia.Tacitamente il giovine si accese di un disperato amore per lei; quell'amore sublime delle anime che sentono la morte vicina.Mathias andava in cerca di lavoro per lei come per una sorella; poi, la sera, non potendo recare di meglio, portava un cordiale per la malata, un succo di carne per sostentarla, un giornale che la divertisse, un fiore. Aveva una bella fronte pallida, la bocca femminea, la voce soave. Parlava dell'Ungheria lontana, de' suoi giorni d'infanzia, de' suoi sogni d'arte; voleva, quando la madre fosse guarita, fare un grande quadro di Elena, esporlo, giungere rapidamente alla fama, — rapidamente poich'egli aveva dinnanzi a sè una vita breve.Invece la malattia peggiorò ed il medico fece trasportare l'inferma all'ospedale. Furono giorni di disperazione, che nessuna gioia della vita potrebbe mai compensare.Oh, l'ultima sera in quella nuda stanza d'ospedale presso il letto già solenne come un feretro! Una monaca piangeva in silenzio presso il capezzale, ferma, rigida. Ed Elena rivedeva sempre quella mano di morente levarsi ancora stanca e fredda fino alla sua fronte, per darle una benedizione suprema; udiva quella voce ormai lontana dirle ancora, diminuendo, fuggendo:— Elena... sii buona, sii forte... Vivi con fede, con fierezza... Elena, mio amore, addio...Poi, tosto, nella luce livida, un Crocifisso scenderle sul petto, gli occhi della moribonda volgere verso di lei l'ultimo sguardo umano, e lentamente svanire, finire, in una specie di stupefazione, serbando il loro inestinguibile sorriso...[pg!72] — Mamma, mamma mia!... — aveva ella gridato, cadendo sul cuore della morta. E Mathias la raccolse nelle sue braccia, Mathias, il pallido fratello, il suo povero amico.Per molti mesi ella fu ricoverata in un monastero, finchè un giorno le venne da Berlino una lettera di Franz von Hohenfels, che le mandava denaro, invitandola a partire per la Germania, dov'egli le avrebbe ottenuto un posto d'istitutrice.L'ultimo giorno andarono insieme al camposanto, Mathias e lei, per salutare la morta. Elena vide ch'egli barcollava, quel giorno.— Andate proprio via? — le disse il giovine con una voce che non era più la sua, una voce spenta.— Sì, — ella rispose — domani.— Mi scriverete qualche volta?— Sempre, sempre, Mathias! E poi ci rivedremo un giorno...Egli ebbe un sorriso incredulo:— No, Elena, forse mai...Ed erano caduti entrambi a ginocchi, nel camposanto dei poveri, dinanzi a quella croce nuda.————Il tutore l'accolse nella casa dov'egli abitava con la moglie e con due bambini.Il terzo giorno dopo il suo arrivo l'Hohenfels la condusse nel suo studio e vi fece portare dai domestici un grande baule polveroso. Cercò nella cassaforte un libretto di risparmi, alcuni astucci di gioielli, aperse il baule, poi disse:— Tutte queste cose vi appartengono, Elena; mi furono consegnate per voi.Ella se ne meravigliava, ma il tutore prese a dire:— Quando vostra madre lasciò l'Ungheria mi diede in custodia questi ultimi residui del suo patrimonio, ch'ella [pg!73] aveva ridotto al nulla per pagare i molti debiti della famiglia o piuttosto — poichè forse già lo saprete — i debiti di suo marito. Mi lasciò queste cose con l'obbligo giurato di non consegnarle che a voi, dopo la sua morte, o, qualora me lo domandasse, alla vostra maggiore età. Vostra madre fu una santa ed una vera martire: non dimenticatelo mai, Elena. Oggi obbedisco alla sua volontà.V'era il corredo da sposa della madre, pochi oggetti preziosi ch'ella si rammentava di aver veduti al castello ed alcuni gioielli antichissimi della famiglia.Tutto ciò le parve l'ultimo sorriso, l'ultimo bacio della sua mamma per sempre lontana, e questa lieve ricchezza la fece piangere di malinconia. Era la sua tragica e santa eredità; bisognava non dimenticare quell'esempio di fortezza. Ed Elena serenamente si dispose a vivere la sua vita nuova, poichè il tutore le aveva trovato un posto d'istitutrice in una scuola privata.Passarono mesi di tristezza e di solitudine. Mathias le scriveva quasi ogni giorno; ella rispondeva sempre, e, come ad un fratello, tutto gli raccontava: la grande aridità della sua vita, i bui pensieri, lo sconforto, i libri che leggeva, le persone che frequentava, le memorie della povera morta, il gran desiderio che aveva ella stessa di morire. Una volta, ricordandosi ch'egli era così povero, andò alla Banca, prese una piccola somma e gliela spedì. Ma egli la rimandò con una lettera squisita, in cui vagamente, per la prima volta, le confessava la sua passione.Questo pensiero le dette un grande smarrimento; non aveva mai creduto ch'egli potesse amarla, e considerava Mathias veramente come un fratello. Ebbe vergogna, ebbe paura, ebbe pietà; gli rispose pregandolo di non volerle bene, di non pensare a lei, di lavorare a' suoi quadri.L'Hohenfels la visitava qualche volta e più spesso l'invitava nella sua casa, mostrandosi ora diverso che non per il passato, e cioè troppo familiare, quasi ambiguo.In quei giorni, per uno scandalo che fece assai rumore, l'Hohenfels si separò dalla moglie e tenne seco [pg!74] uno dei due figlioli. Circa un mese dopo questo fatto egli venne a proporle di dare lezioni al suo bimbo ed ella consentì.L'Hohenfels assisteva regolarmente a queste lezioni, seduto presso la tavola, sorridendo e guardandola sempre. Voleva sovente che rimanesse a pranzo; un giorno le passò la mano sui capelli, dicendole:— Sapete, Elena, che vi siete fatta una magnifica ragazza?Ella divenne di porpora, ma non osò rispondere, perchè di lui aveva una incomprensibile paura.Era un uomo sui quarantacinque anni, ancor giovanile d'aspetto, che nel discorrere usava gesti compassati ed autorevoli; aveva i baffi castanei, rudi, la bocca un po' sardonica, il naso diritto, gli occhi d'un color glauco-verde, pieni di volontà.Frattanto era trascorso più di un anno, e la sua tristezza non guariva; ogni cosa le dava un senso di profonda mediocrità, e sognava di andare per il mondo alla ventura, fin quando, in una terra lontana, improvvisamente, come schiuse da un prodigio, davanti a lei si aprissero le porte meravigliose della vita.Trovò, sul finire di quel Settembre, una vecchia signora senza parenti, ch'era solita viaggiare quasi tutto l'anno, la quale accettò di prenderla seco e farne la sua dama di compagnia. Sùbito, e nonostante le preghiere dell'Hohenfels, lasciò la Germania e vide un gran numero di paesi.Fu durante uno di questi viaggi ch'io la conobbi.Ma la vecchia signora finì con accorgersi ch'era molto incomodo avere per dama di compagnia una ragazza così bella, poichè dappertutto gli uomini la corteggiavano e l'inseguivano con soverchia insistenza. Di nuovo Elena si trovò sperduta, senza desideri, senza meta. Fece venire una parte del suo denaro e viaggiò sola per qualche tempo, inebbriandosi di sogni che non si sarebbero avverati mai.Passava, senza conoscere ancora la sua bellezza, con tutta [pg!75] l'anima negli occhi, per le città straniere, perdendosi fra le folle rumorose, aggirandosi per i musei, per le biblioteche, nei giardini, fermandosi la sera, verso il crepuscolo, su le arcate dei ponti a guardare i fiumi trascorrere, i laghi oscillare, splendere il sole sui vetri delle case, che balenavano come lamine d'oro. Guardava le folle dissimili mutarsi di frontiera in frontiera, parlando linguaggi diversi e con diversi destini; guardava ed era negli occhi attonita, come chi dalla spiaggia di un mare veda correre sulle opposte onde infiniti velieri e non sappia qual destino li guidi nè a quali porti vadano, per l'interminato azzurro, in cerca d'approdo.Per lei tutto nel mondo era un pericolo, tranne le parole di Mathias, che la vegliava di lontano scrivendole alcune lettere sublimi.Allora, fra le città straniere, qua chiamata e là respinta, fra gli usi e le persone più varie, con il coraggio dei vent'anni, con l'intelligenza versatile che nasce dalle difficoltà, imparando a fingere, a destreggiarsi fra gli uomini, cominciò per lei quella corsa randagia, infaticabile, ch'era la sua battaglia per la vita.A poco a poco amò quella sfrenata indipendenza, quel vagabondaggio alla ricerca dell'ignoto, quel rinnovarsi dell'anima in un perpetuo fuggire.Un giorno ella imparò a conoscere i libri di Massimo Gorki: glieli aveva dati un professore paralitico, il quale abitava una soffitta al di sopra della sua, in una città danubiana.Questi libri l'accesero, le parvero il poema eroico della miseria, il vangelo dei diseredati. S'innamorò di quei naufraghi alteri che non volevano arrendersi alla nemica vita, e discutevano fra i loro cenci una filosofia nuova della società umana, come dottori all'Accademia, essi, fra le caraffe d'acquavite.Allora pensò ch'ella pure, come quei caduti, come quegli ex-uomini, aveva un passato di luce, un avvenire d'ombra. Com'essi era caduta sotto l'invincibile furore della fortuna e più non le rimaneva che una forza: [pg!76] quella di considerare la vita come una catena di avvenimenti provvisori, cioè dall'oggi al domani, con instabilità seguendo l'alea dei nomadi, e senza perdere mai la coscienza di rimanere un «essere umano».Pochi centesimi bastarono alla sua vita, qualche libro, qualche fiore.E visse di sè, chiudendo nell'anima sua di fanciulla un infinito mondo; vide ciò che ha nome il bene e il male, ciò che gli uomini hanno pensato di giusto e d'ingiusto, ciò che una creatura deve compiere per insignorirsi del proprio destino.Libera e sola, continuò quel suo pellegrinaggio, fin quando, in una città sul Reno, essendosi gravemente ammalata, fu accolta in un Asilo Evangelico. Dopo la guarigione, le suore che avevan preso ad amarla vollero rimanesse con loro e le affidarono alcuni bimbi da educare, quand'ella ebbe loro promesso di convertirsi al protestantesimo.Quella pace ora la riposava; le pareva di amare il convento, le preghiere lunghe, le fervide meditazioni; un fondo di misticismo innato le si ridestava nei recessi dell'anima.Il pastore che l'istruiva per la conversione s'innamorò di lei. Non glielo disse dapprima, forse non osò; ma ogni giorno le portava un libro di fede o di evangelica meditazione, avendone prima sottolineate alcune frasi di amore castissimo. E talvolta, partendo, serrava lungamente una mano della fanciulla tra le sue.Finalmente un giorno si fece coraggio; le confessò di volerle bene, le domandò se avrebbe mai consentito a sposarlo. Elena, dopo averlo guardato un momento, si mise a ridere come una pazza, e rise così forte che il povero giovine, tutto vergognoso, fuggì.Ma poi, quando lo rivide, così pallido e serio, così turbato davanti a lei, quasi le spiacque di avergli fatto male e gli usò molte piccole cortesie. Ora il giovine le impartiva la sua lezione rigidamente, senza guardarla, e solo di quando in quando le portava un libro, ancora con le parole segnate.[pg!77] Un giorno, — eran nel giardino dell'Asilo, d'autunno, quando i fiori appassivano tra l'ingiallire delle foglie, — il pastore venne di nuovo, più turbato, e le camminò lungamente a fianco, senza parlare.Per la prima volta Elena lo guardò come si guarda un uomo. Il pastore si chiamava Miller; forse non aveva più di venticinque anni. I suoi capelli spiovevano biondi e ben pettinati fino alla piegatura della nuca, facendo come uno scalino sopra le spalle, un po' esili nella solennità dell'abito nero. Due chiari occhi morbidi gli splendevano sotto la fronte vasta, mitigando l'ardore della sua bocca troppo sensuale, che in alcuni sorrisi tradiva i segni di una forte volontà repressa.D'un tratto il pastore, fermandosi davanti a lei, rigido, con il capo scoperto, mentre il sole gli dorava la fronte, ripetè la sua domanda:— Non vorreste voi, Elena, dividere con me, nella mia casa e nella mia vita, quella missione di carità umana che mi è concessa da Dio?Era un pomeriggio di sole; tutte le finestre del convento splendevano come raggiere; dal vivaio, le rose inclaustrate mandavano per l'aria dorata un profumo inebbriante.Ed ella, forse perchè il turbamento di quella voce la invase, forse perchè il giovine era bello così, con la fronte nel sole, forse perchè il luogo, l'autunno, le foglie cadute, le infondevano un senso di commozione mistica, ella, senza riflettere un momento, promise di sì....Ma tre giorni dopo lasciava l'asilo e la città ed il fidanzato, per correre lontano, in cerca d'altri destini. Ella compiva queste crudeltà involontariamente, senza più ripensarvi, perchè nella sua vita si era fatta un'anima di avventuriera e non sapeva bene intendere nè definire cosa mai fosse quel comune desiderio degli uomini, che li spingeva tutti a volerla, fosser anche d'animo puro e dolce come il pastore Miller o come l'amico Mathias, del quale aveva ora migliori notizie. Non era più così povero; un quadro esposto l'anno prima lo aveva reso [pg!78] noto, ed anzi, nei giornali parigini, aveva letti grandi elogi su di lui. Nell'ultima sua lettera egli le scriveva che si sarebbe recato presto a Berlino, perchè gli avevano data la commissione di un ritratto, e sperava di rivederla, dopo così lungo tempo. Rivedere Mathias!... Oh, certo, anch'ella vi sarebbe andata!————Quando arrivò il suo treno, egli l'attendeva sotto l'atrio della stazione. Dopo tre anni, com'erano entrambi mutati! Ma parve ad entrambi che non fosse trascorso nemmeno un giorno. Si abbracciarono e non osarono baciarsi.Mathias non vestiva più quegli abiti così dimessi; era più elegante assai, ma conservava sempre la medesima fronte pensierosa e quegli occhi un po' esaltati, quel suo triste pallore. Anzi era più pallido, e, camminando, una invincibile stanchezza gli traspariva da tutte le membra. Elena ebbe quasi vergogna di ritrovarsi così piena di forze, accanto a quel giovine che pareva estremamente sfiorito. Abitarono vicino; egli prese in affitto uno studio vasto, luminoso; ella, due piccolissime stanze ad un terzo piano. Elena in quei giorni non aveva denaro e non voleva certo vendere i pochi gioielli della madre. Allora Mathias gliene prestò; ma ella poi lo costrinse a riprenderlo quando appena potè ottenere alcune lezioni di lingue straniere. Mathias le disse tristemente: — Voi non mi considerate più come il vostro amico.... Gli altri uomini vi hanno insegnato a diffidare anche di me.Qualche volta egli si atterriva nell'udirla parlare; allora la guardava con un lungo rimprovero silenzioso ed una specie di affanno contraeva la sua faccia dimagrata. Passò l'inverno. Egli andava ogni giorno a prenderla, quando moriva la luce su le tele de' suoi quadri, ed uscivano insieme per la città rumorosa, per i viali dei grandi parchi, simili a foreste addormentate, ove la primavera destava tra il verde il canto nuovo delle fontane.[pg!79] Mathias non le parlava quasi mai; solamente l'ascoltava, camminandole a fianco un po' curvo, e qualche volta scuotendo il capo, quando Elena faceva ad alta voce un sogno d'avvenire.— Se io facessi un quadro di voi? — le disse un giorno.— Si? Volete? — Elena rispose.Ed una felicità subitanea splendette nella faccia del pittore.Tosto vi si accinse. Tutta l'anima del giovine si trasfuse nel quadro, l'anima che voleva tutta esprimere quella pura bellezza in una luminosa magnificenza di colori. Elena non poteva concedergli molte ore della sua giornata e l'opera si compiva lentamente.Dopo alcuni mesi dall'arrivo, un giorno ella si recò a visitare l'Hohenfels, al quale aveva scritto di quando in quando lungo le sue peregrinazioni. Un sentimento strano la guidava ora verso di lui, verso quell'uomo del quale aveva sempre avuta una irragionevole paura. Ed era il desiderio di apparirgli davanti, nel fiore della sua bellezza, un po' altera, un po' beffarda, ora che si sentiva sicura della propria forza e sapeva di non tremare davanti a quegli occhi. Voleva quasi dirgli con uno sguardo:— Ecco, vedete: sono qui. Non ho avuto bisogno di voi, non vi debbo nulla!Egli era forse un po' invecchiato, ma conservava sempre una grande vivacità nella fisionomia, nei gesti, ed un sorriso leggermente sardonico su l'orlo della bocca fine. Al vederla, ne rimase attonito; s'informò dove abitasse, che facesse, quali fossero i suoi disegni. Una settimana dopo l'andò a visitare nelle sue piccole stanze, e giudicando il luogo inadatto, disse che per il medesimo prezzo avrebbe potuto trovare assai meglio a Berlino, se gli concedeva di far ricerche per lei. Ella se ne schermì più volte, ma le sue preghiere la vinsero, perch'egli sapeva essere persuasivo, cortese, discreto.Tornò, dicendole di aver trovato per lo stesso prezzo una grande camera, quasi elegante, presso una famiglia [pg!80] borghese che teneva pigione; insieme andarono a visitarla. Una donna piacevole d'aspetto, con una sola figlia quattordicenne, governava la casa, ed il luogo era davvero lindo, messo con leggiadria. Elena quasi non poteva credere di avere una così bella camera per un prezzo così mite; allo scader del mese vi si trasferì. Solo, per una specie di delicatezza, non disse a Mathias ch'era stato il suo tutore a trovarle questa camera.Egli si rammaricò perchè andava più lontana, e le disse:— Le vostre lezioni vi prendono quasi tutta la giornata; avete così poche ore per me!Ella, per fargli piacere, si levava la mattina di buon'ora e vi andava quando la luce era più limpida.Ma egli sfioriva ogni giorno, intento sopra quella tela che assorbiva la sua vita. La tosse lo martoriava con maggior insistenza e gli occhi suoi parevano sempre più accendersi di una fiamma latente.— Dove andrete mai, Elena, quando sarete stanca di vivere qui? — Mathias le domandò una volta.— Ora ho fatto un sogno, — ella rispose. — Voglio diventare attrice. Quando avrò denaro, tornerò a Parigi per studiare.Gli occhi di Mathias ebbero uno sguardo di smarrimento, il suo pallore divenne più cereo, ma non disse parola.Questo infatti era il suo grande sogno. Divenire attrice, interpretare le anime, apparire su la scena, ella sola, davanti a mille, dire una frase, inebbriare una platea! Quante volte, nei giorni più neri della sua vita, si era cullata in questo sogno, si era sentita la virtù di esprimere, di raffigurare, di commuovere!... Perchè Mathias non ammirava questa idea? Non l'ammirava, eppure le aveva detto:— Tutto quello che possiedo ve l'offro, se vi può servire.Ma ella naturalmente aveva rifiutato, commossa dalla sua bontà. Per un momento ebbe l'idea di parlarne all'Hohenfels, ma sùbito l'abbandonò. Sebbene paresse mutato, [pg!81] pure a lei non garbava di avere un debito con quell'uomo. Seguitò invece a lavorare, con la speranza secreta.La signora Gräfe, la sua padrona di casa, era una donna estremamente cortese. Non più giovane, un po' manierata, con due grosse trecce di capelli finti, doveva essere stata molto bella in gioventù. A lei mostrava una tenerezza quasi materna e si accapparrava la sua fiducia dandole molti ottimi consigli. La sera, quando pranzavano insieme, le teneva certi discorsi allegri ed un po' salaci.... Veniva spesso a visitarla un uomo di mezza età, un sottufficiale in congedo, ch'era il suo amante. Ella parlava di ciò con naturalezza; un giorno anzi, nel mezzo d'un discorso, le aveva domandato:— E tu, non hai ancora avuto un amante?— Io no, signora Gräfe, — le aveva risposto Elena, chinando gli occhi. Dopo tre giorni appena la sua padrona di casa le aveva dato sùbito del tu.— Ebbene sei una scioccherella! — rispose costei. — Quando sarai vecchia e brutta non ti servirà davvero a nulla d'essere stata più o meno onesta, mentre ti pentirai amaramente d'aver sciupata la tua giovinezza. Perchè siamo al mondo noi? Par gli uomini. E gli uomini? Per noi.— Ma io non l'ho mai desiderato, — Elena disse, confusa.— Non c'è bisogno di desiderarlo, anzi, non si deve. Tu aspetti l'amore, piccina mia?... Bada a te! Questo è il grande pericolo. Invece si prende un amante perch'è necessario, è utile, qualche volta è anche piacevole. Ma, dimmi: tu che sei bella come un fiore, quale vantaggio ricavi dall'aver fatta la vita che fai e dal lavorare tutto il giorno per pochi centesimi, quando, con un bacio che tu volessi dare, potresti esser vestita di seta e coperta di gioielli da capo a piedi, potresti pagarti ogni capriccio e menar la vita che più ti conviene? Perchè ti sacrifichi? per rimanere onesta? Bel merito! Se ci ragioni sopra un momento, vedrai che questa è una [pg!82] parola, null'altro che una parola. Poi, chi ti crede? Pensi forse che una sola persona, vedendoti così bella, s'immagini che tu sia una ragazza tuttora illibata? Macchè! nemmeno per sogno! E la persona che lo potesse credere, se fosse una donna ti direbbe quello che ti dico io, se poi fosse un uomo penserebbe sùbito: «Via, non è possibile che lo faccia per onestà.... Si vede che aspetta il suo tipo, che aspetta me: proviamo!» Questa è la vita, bambina mia. Ti parlo così, come parlerei ad una figlia.E tali discorsi ogni giorno si ripetevano con maggiore frequenza. Elena da prima se n'era offesa, poi vi si era assuefatta, finchè, da ultimo, quelle cose madornali che diceva la signora Gräfe riuscirono a divertirla.Di tutto questo ella non fe' cenno a Mathias, perchè ne avrebbe sentita troppa vergogna davanti a quell'anima così lontana dalla vita. E nemmeno gli raccontò come un giorno la signora Gräfe le avesse fatta un'allusione anche più precisa.«Perchè mai, — diceva, — Elena eviterebbe di accordare qualche favore a quel ricchissimo von Hohenfels che le usava tante cortesie? Non aveva ella compreso che l'uomo avrebbe commessa per lei qualsiasi follìa? Non avrebbe certo esitato a prenderle una villetta verso il Thiergarten, o forse intorno al Wannsee, donandole abiti, gioie, carrozze, cavalli. Certo ella non aveva che una parola a dire... Credesse a lei: l'esperienza sua di donna pratica non la poteva ingannare!...»Fu invece Mathias che osò per primo fare un accenno a questo argomento.— Cosa pensate voi di quell'Hohenfels? — le domandò un giorno. Elena, subitamente, si fece rossa.— È stato il mio tutore, — rispose. — Ora cerca d'aiutarmi perchè si pente forse d'avermi sempre abbandonata.— Lo credete sincero?— Chissà? E d'altronde che me ne importa?Egli non insistette oltre; la dolcezza di quell'anima era il silenzio.[pg!83] Intanto le sue mani scarne suscitavano un miracolo di colori. Egli poteva ora veder Elena meno sovente, perchè aveva un'altra Elena, più sua, e l'adorava creandola. In lui si compiva una rinunzia suprema; il tacito sogno della sua vita moriva.L'Hohenfels aveva presa l'abitudine di venire ogni giorno in casa della signora Gräfe e talvolta vi rimaneva per il pranzo, dicendo ch'era solo e s'annoiava. I discorsi più frequenti cadevano su l'avvenire di Elena, poichè non gli sembrava possibile ch'ella volesse continuare una vita simile.Dopo aver molto meditato, Elena gli confessò che la sua speranza era quella di essere un giorno attrice.L'Hohenfels accolse l'idea con calore, la felicitò, si offerse di rendere la cosa possibile. Occorrevano studi molto ben guidati, ed egli poteva, nella sua qualità di vecchio amico, farle un prestito, che poi la ricca e fortunatissima attrice gli avrebbe rimborsato. Ma non bisognava tardare oltre. La via dell'arte è faticosa e lunga. Egli era da molti anni amico d'un impresario parigino, il quale avrebbe semplificate le cose con la grande autorità di cui godeva fra persone di teatro. Quest'uomo sarebbe anzi venuto a Berlino qualche settimana più tardi: l'occasione era dunque propizia.Elena ormai non si dissimulava più le intenzioni palesi dell'Hohenfels, ma questo le riusciva indifferente, fin quando almeno la sua cortesia non eccedesse i limiti onesti.Una sera, ch'egli aveva pranzato in casa della signora Gräfe, curiosità lo prese di accompagnar Elena fino alla soglia della sua camera «per vedere — disse — con qual gusto ell'avesse ordinato il suo mobilio e dove si potessero meglio collocare certe stampe inglesi ch'egli voleva donarle». Dalla soglia, come per inavvertenza, entrò; e poi ch'Elena gli diceva un po' turbata: — Ma, non vedete? c'è un gran disordine... lasciatemi, signor Franz!... — egli, con somma naturalezza, si diede ad osservar minutamente ogni cosa, a toccar gli oggetti ch'erano sui [pg!84] tavolini, a carezzar le gonne che pendevano dagli attaccapanni, e passò vicino al letto, facendo scorrere una mano sul cuscino, su la coltre; poi disse:— Mi ricordo ancora quand'eravate piccina e dormivate in un lettuccio da bambola. I vostri piedini allora non sarebbero arrivati fin qui... — Soggiunse: — Ora che grande letto avete!Infatti nella casa della provvida signora Gräfe i letti erano vasti assai.L'Hohenfels, con la fronte accesa, le venne vicino e cominciò a parlare ambiguamente, carezzandole un braccio. Intimidita, ella fece un movimento brusco, si ritrasse fino alla soglia ed uscì.— Che avete? Vi faccio paura? — egli domandò ridendo.— No... ma, sapete, sono gelosissima della mia camera; non mi piace che nessuno vi entri.E fu tutto per quella sera.Dopo alcune settimane l'Hohenfels le annunziò che l'amico parigino, un certo Ernest Duvally, era giunto, ch'era informato già d'ogni cosa e desiderava solamente conoscerla. Per questo era opportuno ch'ell'andasse a pranzo da lui, dove lo avrebbe incontrato quella sera stessa.Il Duvally approvò con fervore l'idea di farne un'attrice; spiegò ad Elena qual fosse la più rapida via per iniziarsi a quell'arte, anzi promise di guidarla egli stesso nei difficili esordi parigini, mentre si riprometteva di farle ottenere un'ammissione immediata su le scene, tosto che avesse compiuti gli studi necessari.La repentina felicità tratteneva Elena da ulteriori considerazioni. D'altronde non temeva l'uomo, e l'ebbrezza di poter riuscire valeva ogni rischio. Con Mathias tenne secreta la sua decisione per non affliggerlo sino all'ora della partenza. Egli non era venuto una sola volta nella sua casa, e quand'Elena gli domandò la ragione di questo suo riserbo egli rispose in modo evasivo, cercando pretesti, poi confessandole che tutta quella casa, ed in [pg!85] particolar modo la signora Gräfe, non gli piacevano affatto. Ma Elena ormai non viveva più che per la sua nuova speranza.Quel Duvally era un uomo giocondo, garbato, salace, ricco di aneddoti; la corteggiava in modo amabile, con quella galanteria francese che piace alla donna, poichè la lusinga nella sua femminilità. Era inoltre un bell'uomo, con la bocca fresca, il labbro raso, i denti minuti e bianchissimi.— Sapete, — le aveva detto un giorno, parlandole dell'Hohenfels, — questo Gambrinus è buono per cominciare. Ma poi ci vuole di meglio! D'altronde che bisogno avete di lui? Quando vi sarete risolta, basterà scrivermi una parola.E con lui non era possibile offendersi, perchè aveva sempre una trovata spiritosa, una celia bizzarra, e pareva non ammettere alcun valore a coteste sue frasi. Egli diceva inoltre:— Avete anche un pittore che vi fa il ritratto? Nulla di più opportuno. Bisognerà farvelo dare, perchè un bel quadro non è l'ultimo argomento di buon successo per un'attrice bella. Solo, mi raccomando, non troppo vestito, per Parigi... I pittori, qui, amano la stoffa; noi amiamo il nudo. Contraddizioni di razza, diversità di scuola: ecco tutto!E partì su questa mezza intesa, mentre l'Hohenfels per proprio conto credeva prossimo il trionfo della sua laboriosa pazienza.Fu la signora Gräfe ad annunziarle una sera, di punto in bianco, che l'Hohenfels le aveva dato incarico di condurla da una buona sarta, perch'ella si comandasse in tempo tutti gli abiti che occorrevano prima della imminente loro partenza.Elena fece le sue maggiori maraviglie.— Capirai, — le spiegò la Gräfe, — dovendo vivere a Parigi con un signore come l'Hohenfels, i tuoi abiti non sono abbastanza eleganti.— Dovendo vivere?... con chi? — Elena interruppe, [pg!86] dando in uno scoppio di riso. — No, no! Ringraziatelo pure, ma ditegli che alla sarta provvedo io stessa! Credo, in verità, che ci siamo intesi male...Questa volta la signora Gräfe perdette la pazienza.— Ma senti, bambina mia, — le disse, — che intenzioni hai finalmente? Perchè qui si tratta di venirne in chiaro!E nel suo gergo fiorito prese a magnificarle tutte le delicate cortesie dell'Hohenfels, i sacrifizi, anche di denaro, ch'egli faceva per lei, non volendo che «la si andasse a rovinar la salute nelle stamberghe umide, tra i filosofi ed i cenciaiuoli dei quarti piani».— Te ne faccio la confidenza, ma non lo dire a lui, per l'amore di Dio!... per l'amore di Dio! — le andava ripetendo ad ogni tratto.Allora Elena ebbe uno scatto di vergogna e d'ira, dolendosi per quel denaro che non poteva sùbito rendere all'obliquo insidiatore.La mattina seguente lasciava quella casa, prima che l'Hohenfels avesse il tempo di rivederla. Qualche giorno dopo, recandosi a visitare Mathias, egli, che ormai le parlava con un triste riserbo, le porse una lettera dicendo: — È venuto ieri da me un domestico e mi ha lasciata questa lettera per voi. Diceva di non conoscere il vostro nuovo indirizzo, ed anzi me lo domandò. Io credetti bene di rispondere che non lo sapevo.E si rivolse alla sua tela, in silenzio.Povero Mathias!... Com'egli la guardò, quand'ella gli ebbe raccontata quella storia! Perchè non avergliene parlato prima? Egli vedeva il male, ma non osava darle consigli, poichè gli sembrava ch'ella non volesse più considerarsi come una vera sorella per lui. E sùbito le offerse il denaro da rendere a quell'uomo.— Grazie, Mathias, ma non voglio. Egli è ricco, voi no.— Che importa, visto che ve lo posso dare?— Ve ne ringrazio di tutto cuore, ma non voglio. Lo renderò io stessa quando potrò. D'altronde il piacere che egli ebbe nel desiderarmi vale assai più di quanto ha speso.[pg!87] Mathias non potè trattenersi dall'osservarle che questa frase non era degna di lei.— Che volete mai? Fra queste indegnità s'impara finalmente cosa la nostra bellezza vale!Il quadro intanto appariva ogni giorno più maraviglioso, ed il pittore si dimenticava davanti alla sua tela. Una volta Elena gli domandò:— Quando sarà finito il mio quadro?— Mai, — rispose Mathias, con tristezza. — Questi quadri non si finiscono mai. Ogni giorno viene un pensiero nuovo, perchè ad essi manca sempre qualcosa.— E cosa?— Non so, — egli disse, turbandosi; — la vita, forse, per essere come voi.Elena chinò la faccia.— Non lo esporrete, Mathias?— No. Il quadro mi appartiene. Vi ho dipinta per avervi con me quando andrete via.— Credete ch'io partirò di nuovo?— Lo credo; sì, lo credo. Anzi m'immagino che vi pensiate ogni giorno. Voi avete il destino degli erranti e non potete far altro che passare.— È così, Mathias. Forse andrò via di fatti...Aveva pochissime lezioni a quel tempo. Era il finir dell'estate; molte allieve indugiavano ancora nei luoghi di cura e di campagna. Faceva un calore insopportabile nelle vie di Berlino ed Elena si annoiava mortalmente.Un giorno, con una risoluzione subitanea, scrisse al Duvally. Scrisse una lettera evasiva, raccontandogli ad un dipresso com'erano andate le cose con l'Hohenfels. Questi non tardò a rispondere, dicendo fra l'altro che, tempo addietro, egli pure le aveva scritto, ma senza ottener risposta. Ed Elena comprese che la lettera doveva essere caduta nelle mani dell'Hohenfels per mezzo della signora Gräfe. Il Duvally la incitava inoltre a perseverare ne' suoi propositi, e soggiungeva che presto avrebbe avuta occasione di recarsi a Francoforte. Perchè dunque non si vedrebbero? S'ella consentisse, avrebbe allungato il viaggio fino [pg!88] a Berlino per venirla a prendere, poi sarebbero tornati a Parigi insieme. — Ora, come rispondergli?Certo nelle parole della ineffabile signora Gräfe c'era qualcosa di estremamente logico, di estremamente vero... Perchè sprecare la vita così? Era giovine, bella, desiderosa di vivere, l'avvenire poteva serbare per lei molte fortune imprevedibili. Tutta una sera ella rimase nella sua camera a sognare. Si guardò le mani: erano piccole, delicate, bianche... Certo si sarebbero sciupate, fra qualche anno, a forza di scribacchiar manoscritti e dover talvolta prepararsi la cucina da sè. Peccato! Si guardò anche nello specchio, attentamente, come non si era guardata mai. Sorrise a quel sorriso che dallo specchio la guardava. Si sciolse i capelli, e vide scendere una pioggia d'oro, di quell'oro delle medaglie antiche, trovate negli scavi, simile quasi al bronzo. Vi passò dentro le mani, a lungo, indugiandovi con voluttà. Si scoverse la gola, e rovesciando la testa all'indietro, le parve di sognare la bocca d'un amante che l'avesse baciata, lì, su la sua turgida gola... Di fatti era bella, bella come il quadro di Mathias! Le venne un pensiero fatuo, per la prima volta: «Perchè nessun uomo l'avrebbe mai veduta così, nessuno, tranne Mathias, ch'era per lei un fratello?» Ecco: la giovinezza passerà vanamente nell'insegnare le parole straniere ai bimbi cocciuti, le sue mani non saranno più così bianche, la sua bocca non più così fresca, nemmeno la gola così limpida... e tutto finirà senz'avere avuta un'ora di trionfo, come una rosa inutile che sfiorisse nell'eremo, dietro una rupe.E di contro, la scena, il teatro, l'applauso, l'ora in cui tutti si leverebbero verso lei per gridarle ancora: «Parla!» Invece di pensare ogni giorno faticosamente al pane, d'improvviso, ecco l'ammirazione, il fasto, quasi la potenza; invece di andar nomade per tutte le strade, come in fuga davanti a sè stessa, ecco la possibilità di ascendere per una via trionfale...Da ultimo non seppe che risolvere; scrisse al Duvally poche parole, dicendogli che lo avrebbe riveduto con piacere.[pg!89] Ma quando fu la vigilia della partenza, poichè il Duvally sarebbe arrivato il domani o il doman l'altro, ella non potè più mantenere il secreto verso Mathias, e risolse di narrargli finalmente ogni cosa. Andavano, camminando a lato, verso le consuete solitudini. Era la prima sera di Settembre. Per l'aria quasi bionda navigavano larghe strisce di vapori turchini, d'una tenuità luminosa, che lentamente mutavano colore, salendo nel bianco firmamento, lassù, dove la festa del novilunio autunnale stava per essere celebrata con una magnificenza di stelle.— Questa è l'ultima sera, Mathias... — ella disse lentamente, appoggiandosi al braccio dell'amico. — Domani vado via.Erano per un grande viale deserto e nelle oscure lontananze del parco si udiva cantare una voce solitaria. Mathias non rispose nulla, non potè rispondere; solo accelerò il passo con un'andatura insaccata. Poi d'un tratto, senza ragione, dette in una grande risata convulsa, che risonò sinistramente nell'ombra delle volte arboree. Ella n'ebbe un senso di fastidio e di paura.— Mathias, — domandò con una voce umile, — mi volete ancora bene?Egli si fermò a fissarla, con uno sguardo fra il disprezzo e la commiserazione, poi rise di nuovo, con maggiore asprezza, scotendo le spalle.Ora, nel verde, si udivano correre alcuni brividi prolungati, come un respiro di foglie nel refrigerio della notte imminente. Passando sotto un lampione Elena guardò il viso dell'amico e n'ebbe un'impressione indicibile, ma non potè commuoversi; fu piuttosto un moto di collera contro la debolezza di quell'uomo, che aveva per lei un sentimento così umile, così tacito, così folle. Per lei Mathias era un delicato inseguitore, anzi un tiranno mansueto, che invece di usarle violenza si vestiva d'un'apparenza miserrima per commuovere la sua pietà. Allora non ebbe compassione; provò quasi un piacere crudele nel raccontare a quel triste innamorato i pensieri che da qualche tempo l'assediavano, le decisioni estreme cui s'era man mano risolta, per giungere alla fine de' suoi tormenti.[pg!90] Prima ch'egli potesse interromperla, e volendo piuttosto convincere sè stessa che l'ascoltatore, gli svolse le teorie speciose della signora Gräfe, opponendosi tutte le contraddizioni e discutendole a priori, come se facesse dinanzi al giudice una impeccabile arringa.— Oh, Elena! — egli balbettò, contorcendosi le dita fino al dolore, — Elena, io non credevo ancora che un simile momento potesse giungere per noi!...E si chiuse nel silenzio del suo dolore, ch'era il più rassegnato, il più soave, tra i martirii delle anime innamorate.Ma ne divenne ancor più malato; la tosse convulsa lo soffocò giorno e notte; il suo petto parve interiormente schiantarsi per la furia del male.— Elena, — diceva sommessamente a lei che lo andava curando, — se partirete con quell'uomo, sento che non mi alzerò più.Ella non ebbe l'animo di abbandonarlo, ed ancora una volta il Duvally dovette ripartir solo.Ma quando egli fu lontano, ed ella pensò che avrebbe dovuta ricominciare la sua lotta inutile, dall'alba fino alla sera, un senso inenarrabile d'angoscia le strinse il cuore, come se avesse compiuta la rinunzia maggiore al più bel sogno della sua vita.E v'era in quella tristezza un piccolo rancore contro Mathias, che l'aveva costretta, pur senza chiederlo, a ricadere sotto il giogo della perpetua mediocrità.Verso l'autunno le si offerse l'occasione di accompagnare la vedova baronessa von Ritzner, che soffriva di un latente mal di cuore, in lunghi viaggi di svago attraverso l'Europa. Era una signora di quarant'anni, ricca e senza figli, già presso allo sfiorire di un'avventurosissima vita, condotta nei circoli della Corte Imperiale. In tutto gran dama, ed ancor ricercata per il suo brio, per la sua raffinata eleganza, la baronessa von Ritzner non poteva trovare in Elena miglior compagna, nè Elena in lei.Il commiato da Berlino fu triste.Mathias aveva il presentimento di non rivederla più, [pg!91] e quell'ultimo giorno la sua povera faccia devastata dal male ispirò anche ad Elena questo vago timore.Mathias era venuto a salutarla nella sua camera, si era seduto curvo e tacito in un angolo, sopra un baule chiuso, appoggiandosi col dosso al muro. E pareva che di lì stesse immobilmente a guardare la visione della propria morte. I suoi occhi non abbandonavano mai Elena, ma parevano inseguire con una specie d'ansia ogni suo piccolo gesto, mentr'ella si affaccendava intorno, raccogliendo i vari oggetti e riponendoli ad uno ad uno, anch'ella tacendo, anch'ella impallidita, compiendo ciascun atto con una lentezza grave, senza volgere gli occhi verso di lui. Mathias guardava le singole cose ch'ella deponeva entro le valige, come si guarda una persona estremamente cara che sparisce per sempre, e andava curvandosi ancor più sul petto esausto, non potendo alle volte frenare un lievissimo tremito, che gli appariva negli angoli delle labbra o nel segno profondo che aveva in mezzo ai sopraccigli.Egli le aveva portato un mazzo di fiori; Elena prese i fiori, li avvolse con infinita cura e li posò vicino al suo mantello. Quando la camera fu sguarnita, Mathias si levò, chiuse le borse, la cesta di vimini, camminando dall'una all'altra con un passo affranto; poi le dette le chiavi.Un guanto di Elena, ch'era sul letto, cadde a terra; Mathias lo raccolse, lo tenne a lungo fra le sue mani, lo guardò, vi fece scorrere sopra le dita. Poi lo ripose sul letto e volse per la camera uno sguardo quasi attonito, come volesse accogliere negli occhi e nell'anima tutto quello che vi rimaneva di lei, per sempre.Andò verso la finestra; esausto, inerte, si accasciò contro il davanzale, guardando fuori, mentre la signora Bergmann, la padrona della casa, faceva trasportare i bauli. Egli l'intese domandare ad Elena:— Tornerà, signorina?Senz'ascoltare la risposta, egli fece col capo un movimento brusco, e si cacciò le mani entro i capelli.Di fronte, nella casa di fronte, una ragazza cuciva i panni alla finestra, e cantava. Un gran sole giocondo invadeva [pg!92] le contrade, le verande, i tetti delle case, le chiese lontane, le foreste più lontane, l'aria, il cielo, infinitamente... Allora si volse. Davanti allo specchio, Elena ritta si appuntava il cappello: teneva uno spillone fra i denti, un velo sul braccio e le due mani alzate dietro la nuca. Egli fece qualche passo, barcollando, fin contro uno stipite, poi, con un movimento macchinale, guardò l'ora. Forse non vide le sfere; ma intese negli orecchi solamente un ronzìo, lungo, inscindibile, come un rombar d'ali nel buio, un crescere d'acque nascoste, qualcosa che venga, poi vada, poi torni, e sia come il nulla: un dolore. Gli occhi gli si oscurarono per quella chiarità che avevano guardata, là fuori, a lungo; rivide il sole, i tetti, le chiese, le foreste, il cielo, confusamente, come in un barbaglio d'ombra e di luce; poi, quando potè discernere, vide Elena, in piedi, che si annodava il velo. Osservò nello specchio il dorso della sua mano bianchissima, ch'ella si passava su gli occhi ripetutamente, come per tergersi una lacrima, e rimase lì, trasognato, a guardarla, quasi non vedesse più lei, ma il fantasma di lei, partita.Allora ella si volse, gli tese ambe le mani, e pronunziò il suo nome, pianissimo, quasi con paura:— Mathias...Egli si battè la fronte, volle sorridere ma non potè, volle parlare ma non ebbe voce: prese quelle due mani e se le portò congiunte sul cuore. Le due mani fecero una croce, come sopra una cosa morta. E restò a lungo in tal guisa, mentre un nodo gli saliva entro la gola, irresistibile.— Addio, Elena... addio... — balbettò, premendosi quelle due mani sul cuore, che martellava impetuosamente, producendo la strana impressione di un organo troppo vitale in quel petto così fragile.— Addio! addio!... Ricòrdati di me, Elena... Forse non ci rivedremo mai più...E rise e pianse, ed ella chinò la fronte, con la faccia solcata di lacrime, sotto il lungo velo. Dopo un attimo di perplessità s'abbracciarono, confondendo le anime fraterne, quella rosa che se n'andava, tutta in fiore, e quel povero sterpo che rimaneva per intisichire.[pg!93] Veniva un gran sole da quel pomeriggio d'autunno, e lì, nella camera sgombrata, i mobili di noce mandavano luccicori fermi; la coltre disfatta era traversata in lungo da una striscia di sole, che sopra vi poltriva come una pigra e scintillante nudità. Tutte le cose lucenti, la specchiera, le maniglie delle porte, l'acqua in una brocca piena, e, sovra tutto, come una fiamma oscura, la foltezza de' suoi capelli biondi, si accendevano di bagliori continui, quasi avessero dentro di sè una viva gioia e volessero comunicarla, per offendere lui, quel buio, doloroso innamorato.Tacitamente allora egli si tolse un anello, adorno d'una pietra pallida, che portava sempre in un dito della mano femminea, e lo passò in dito ad Elena, prendendola per il polso, dove il colore delle sue vene minute somigliava un poco alla trasparenza turchina di quella pietra.Ella fece una mossa di rifiuto, e Mathias le chiuse la mano perchè non si potesse togliere l'anello.— Conservalo, ti prego; l'ho portato io per tanti anni, anche tu pórtalo per tanti anni, sempre, se puoi....E rise. Gli venne su dal petto una gran risata, simile ad un urlo convulso. Le disse:— Va... sii felice. Io non ti rivedrò più. Che la vita per te sia buona, quanto è stata perfida con me....Poi guardò in alto: gli occhi del giovine s'illuminarono; sorrise.— Mi rimane ancora il mio quadro... — mormorò. E tremava.Ella cercò di baciargli una mano, volle promettergli sommessamente:— Ma tornerò presto, Mathias....Egli ebbe un gesto come d'incredulità, poi rimase a fissarla, toccando le piume del suo cappello, i pizzi che aveva intorno ai polsi, e disse, con un'altra voce:— Per me sarà sempre troppo tardi, anima mia....E soggiunse:— Promettimi solo una cosa....— Parla Mathias.[pg!94] — Se ti facessi chiamare... dovunque tu sia, promettimi che verrai.Ella comprese; chinò la faccia sul petto, gli rispose con un alito:— Sì....Allora egli ebbe negli occhi un sorriso di morte, poi vide trascolorare ogni cosa all'intorno, tutto si confuse: la stanza, la luce, quel viso di donna ch'egli aveva dipinto, ch'egli aveva amato, per tanti anni, senza nulla sperare, in silenzio... Ancora una volta la cercò supremamente, con le labbra, con le mani, con l'anima... ebbe nella faccia il suo respiro, le sue lacrime, udì la sua voce ancora, come in un sogno, gridargli: — Addio! addio!... — poi non comprese più nulla, non vide più nulla, non sentì che l'enorme rombo del vuoto, e in sè, fuori di sè, la tenebra, la distruzione.Quando si ridestò, la stanza era deserta, e di fronte, nella casa di fronte, una ragazza cuciva i panni alla finestra e cantava.————La baronessa von Ritzner si era tosto presa di una caldissima simpatia per Elena e la considerava come un'amica. Viaggiarono insieme da Franzenbad a Ginevra, da Ginevra ad Aix les Bains, a Luchon, a Biarritz, a Pau, finchè, al sopraggiungere dell'inverno, andarono ad abitare una leggiadrissima villa su la Riviera di Cannes.La baronessa le parlava spesso d'uomini e d'amanti, e non si dava nessuna pena per nascondere ad Elena le proprie avventure. Solo era gelosissima di lei; ne allontanava i corteggiatori con maggior severità che una madre ed era molto curiosa di conoscere le sue trascorse vicende.Una volta le disse anzi, per celia:— Bisognerà trovarvi un marito, Elena, perchè, la mia vigilanza non basta più a difendervi dall'assalto!Ed Elena rise. Un marito? Ecco una cosa cui non aveva [pg!95] pensato ancora nella sua vita di zingara. E, meditandovi sopra, le tornava nella mente il buon pastore Miller, co' suoi capelli biondi e ben lisciati, con la sua bocca un po' femminea, che parlava così gravemente. Allora si figurava la propria vita, s'ella fosse divenuta la moglie di quel pastore luterano, e si vedeva in una linda casa tedesca, con indosso un bel grembiule bianco, non sapendo come nascondere l'abbondanza eccessiva de' suoi capelli per parere più semplice; e si vedeva intenta nel rammendare il bucato, nel badare alle cose della cucina, mentre, davanti al fuoco, il pastore leggerebbe ad alta voce la Bibbia e due o tre marmocchi evangelici ascolterebbero attoniti, senza comprendervi nulla. Povero pastore Miller!... Egli era così dolce, ma questo pensiero la faceva nondimeno ridere!La baronessa aveva ora presa l'abitudine di tenerla sempre sotto braccio, la trovava bella e glielo diceva, con una voce strana, carezzandola.S'era innamorata de' suoi capelli; entrava la mattina nella sua camera per guardarla quando si pettinava, e, standole presso, le faceva scorrere le dita gioiosamente nella capigliatura, come un fino pettine; poi ne formava un grosso nodo involuto, pieno di luccicori, e vi tuffava dentro la gola ignuda, poi la bocca, poi l'intera faccia, con voluttà.Elena tuttavia non sapeva rendersi conto di queste ambiguità e vi si prestava a malincuore, fra stupita e lusingata, con un senso insieme di curiosa paura.Avevano le camere uscio ad uscio e la baronessa entrava la sera in quella di Elena mentr'ella stava spogliandosi; con bizzarri pretesti voleva ella stessa fare la sua treccia, legarle i nastri della camicia; toccava con un specie di insidia i lini ch'ella andava smettendo, le parlava di cose d'amore come il più delicato amante...E allora, simulando capricci repentini, le baciava la gola scoperta, la fronte, i capelli, narrandole con parole accese la sua tristezza di rimaner sola, in quelle notti così lunghe...Trascorsero in tal modo il mite inverno, e Febbraio venne, che, tra quel sole, odorava di primavera.[pg!96] Mathias le scriveva sovente, ma le sue lettere suscitavano in lei un senso di grande malinconia. Erano parole sfiduciate, pensieri pieni di una stanchezza estrema, riflessioni amare di un'anima che sente ogni giorno impallidire il fuoco della vita.A poco a poco le sue notizie diradarono; ella rimase varie settimane senza ricevere alcun cenno, finchè, da una lettera della signora Bergmann, seppe che Mathias versava in condizioni gravissime, e che, non avendo alcuno per assisterlo, si era fatto ricoverare all'ospedale. Pochi giorni dopo un telegramma di firma ignota la pregava d'accorrere tosto a Berlino per salutare un'ultima volta il pittore morente.Sentì nel cuore che lo avrebbe trovato spento, pure senza indugio si mise in viaggio.Povero Mathias! Povero triste amico! Le parve a tutta prima impossibile di non rivederlo più, di non ascoltare più la sua voce un poco lenta e pure così dolce. Per la prima volta, dopo la morte della madre, conobbe un dolore profondo, e dietro il velo delle sue lacrime rivide come in un lontano sogno quell'ultima scena del loro commiato, nella camera disadorna, che il sole giocondamente incendiava. E rivide la pallida sembianza, in un angolo, accasciata sopra un baule, con gli occhi sperduti, che la inseguivano senza posa, come per esprimerle in un disperato silenzio tutta l'angoscia che passava nell'anima del morituro. Poi se lo figurò morto, immobile sopra una coltre, senza lacrime accanto nè ghirlande, solo nel trapasso come in vita fu solo, con le labbra suggellate nello sforzo di chiamarla per nome. Immaginò il dramma di quell'ultima ora, quando il rantolo affannò la sua gola e negli occhi evadenti fu adunata in perpetuo la visione finale del mondo, come un baleno inconoscibile di sole, mentre l'anima varcava nell'assoluto nulla, verso la pace inconsumabile di tutte le miserie umane. Allora le parve che in quel punto egli avesse dovuto maledirla, e ne tremò. Volle correre, correre, per salvarlo ancora...Oh, quel viaggio lungo, per giornate senza sole e notti [pg!97] senza sonno, avvolta in una ridda spaventosa d'ombre, come nell'incubo di una vigilia funebre... Poi quell'arrivo, nella mattinata piovigginosa, con la visione man mano più certa, più prossima del cadavere; la corsa per le strade, la facciata impassibile dell'ospedale, il domandar concitato ai medici, e la risposta breve, recisa... il passaggio per lunghi anditi ove i malati gemevano confusi, e per ultimo, in una stanza paurosa, fra il vacillar de' cerei, un grande lenzuolo bianco sopra una forma irrigidita, e lo scoprirsi di un volto che più nulla conservava di umano, tranne l'orribile segno dell'agonìa.Povero Mathias!... La sua tragedia era finita: in quel morto cuore ella non palpitava più. E lo baciò su la fronte raggelata, e camminò dietro il suo feretro quando lo portarono a riposare per sempre, a scomparire per sempre, a distruggersi per sempre nella tacita solennità della terra.Le diedero una lettera, ch'egli aveva scritta per lei negli ultimi giorni, quando fu conscio della sua fine. Era quasi un poema d'amore dall'oltrevita, nelle ultime pagine diceva:«Tu non puoi figurarti, Elena, la dolcezza che io proverò nel chiudere gli occhi per sempre; poichè nella morte finiscono i desiderii assurdi, finisce la necessità umana di credere, di pensare, di amare... Viene un riposo per il quale non si è fatta la parola, e sembra che si godrà in perpetuo quella gioia che nel mondo consiste in un solo attimo incosciente: la gioia del dimenticare. Ma vorrei, se mi fosse lecito, portare con me il quadro dove ti ho dipinta. Elena, per guardarti ancora e sempre, anche dopo la vita. È la sola felicità che mi venne concessa, e morendo mi rammento come in un sogno tutte le ore così dolci nelle quali ti ho potuta guardare. La mia memoria umana comincia e finisce con te...»Elena chiuse gli occhi e non potè legger oltre. Ora il morto le stava presso, a ripeterle con una voce lenta il suo triste poema d'amore.In un'altra lettera Mathias le lasciava in eredità i suoi quadri ed il suo piccolo avere, pregandola di vender ogni [pg!98] cosa, tranne il suo ritratto, perchè potesse imprendere finalmente la via sognata e nulla dovesse ad alcuno, fuorchè all'amico scomparso.Per molti giorni ella rimase in balìa d'una sconsolatezza profonda, e passò lunghe ore in lacrime su la tomba dov'egli dormiva. Solamente allora si accorse di averlo veramente amato, come un fratello, più che un fratello, ed il rimorso non le dette mai pace.Da ultimo Elena fece donare i quadri ad un Museo, tornò ad abitare presso la signora Bergmann, ed appese il gran ritratto che le aveva dipinto Mathias alla parete della camera ove s'erano abbracciati per l'ultima volta, rifiutando le somme vistose che i mercanti offrivano per quella tela, mentre i giornali, encomiando la donatrice dell'altre opere, parlavano assai dell'artista ch'era morto su l'inizio della celebrità.Verso quel tempo il Duvally venne a Berlino, e l'andò a trovare. Sempre gaio, frivolo, sicuro di sè, diceva di non averla mai dimenticata un momento, e gli pareva «di ritrovarla più bella ancora, più matura per i trionfi della scena».Raccontò ch'era in discordia con l'Hohenfels appunto per causa di lei; tessè molti epigrammi, ne risero insieme.Da Berlino egli doveva recarsi a Vienna, indi a Roma ed altrove, per essere di ritorno a Parigi sul principio della nuova stagione teatrale. Voleva, per quel tempo, che vi andasse ella pure.— Non tardate oltre, — soggiunse, — perchè un mese di gioventù perduto è più difficile a ricuperarsi che molti anni di vecchiaia.E partì. Veniva l'estate. L'Hohenfels andò in campagna, dopo averla invitata seco più volte; la baronessa von Ritzner era su le montagne dell'Engadina, malata di cuore: le scriveva le sue sofferenze, pregandola di tornare con lei. Allora Elena si comandò molti abiti, rifece i bauli, coperse gelosamente il quadro di Mathias, lasciandolo in custodia della signora Bergmann, e partì per l'Alta Engadina.[pg!99] La baronessa era deperita molto; le crisi al cuore in pochi mesi l'avevano sensibilmente invecchiata. Il riveder Elena le dette una grande gioia, e parve che traverso il dolore nascesse nel suo sentimento una purità quasi materna.Fra gli amici della baronessa era un giovane ufficiale austriaco, Max von Schillenheim, ch'era il più temerario alpinista ed il più famoso guidatore di quadriglie che annoverasse in quella stagione la società cosmopolita di Saint-Moritz-Bad. Poco più che ventiquattrenne, alto, smilzo, con i capelli d'un biondo brunito, gli occhi limpidi, piaceva subitamente per la grazia del sorridere e per la spigliatezza de' suoi modi. Parlava con brio, corteggiava molto le signore, i suoi modi eran fini ed attraenti, aveva nella sua maschia bellezza quasi un'ingenuità di fanciullo.Anche ad Elena faceva la corte, in modo piacevole. Da prima ella ne rise, poi se ne compiacque. Non era nè irriverente nè sciocco; le parlava d'amore fra un discorso e l'altro, facendola molte volte arrossire.Poi avvennero varie cose.Avvenne ch'egli entrava sempre nella sala di lettura quand'ella scriveva o leggeva; ch'ella prese amore al tennis, ed ogni mattina per lunghe ore giocarono insieme; che v'eran nel giardino molti viali profondi, e pinete di là dal giardino, dove ci si perdeva... che ogni giorno egli era più timido e più ardente insieme; che avevano le camere, quelle pericolose camere d'albergo, sul medesimo piano, ed eran quasi di fronte...E molte cose avvennero inoltre, anche nel cuore di questa errante fanciulla, cui troppi desiderii altrui, torbidi e tenaci, avevano già irritato i sensi; ed avvenne che le due bocche giovini, più volte, con stordimento, s'incontrarono, ed una notte che il cielo terso dell'alta montagna brillava d'infinite stelle, nell'ombra, nell'oblìo d'un'ora, ella imparò paurosamente l'amore.[pg!100]————La stagione finì. Max von Schillenheim tornò al suo reggimento; Elena e la baronessa, che peggiorava sempre, andarono a Bad-Homburg, dove i medici le consigliarono di tornare a Berlino per affidarsi ad uno scienziato di grande fama, che le avrebbe forse dato ricovero nel proprio Istituto. Così fecero. Per un mese ancora Elena l'assistette, indi, poichè le sue cure non bastavano più, medici ed infermiere presero il suo posto, e la baronessa si risolse a lasciarla partire, colmandola di benefici e di doni.Allora Elena decise finalmente d'essere attrice. L'Hohenfels le offerse di patrocinar la sua carriera, però a patto che non dovesse mai, per alcun motivo, rivolgersi al Duvally; ed ella, senz'accettare nè rifiutare, partì frattanto per Parigi; dicendogli che in séguito gli avrebbe scritto.I luoghi della sua giovinezza le dettero al cuore una commozione profonda; ma ora vedeva sotto una luce nuova questa libera e splendida città del piacere, dove nell'aria stessa trema una vibrazione di vita che assilla i desiderii ed esalta i sogni fino al tormento. Cercò, sola dapprima, d'iniziarsi al teatro; ma tosto vide quanto la cosa era difficile, impossibile forse.Allora si ricordò dell'uomo che poteva, egli solo, prestarle un aiuto molteplice o divenirle il più forte nemico, e presa l'ultima risoluzione, un giorno l'andò a cercare.Le fu risposto che il Duvally erasi di nuovo recato a Roma, la settimana innanzi, e che vi sarebbe rimasto alcuni mesi, per faccende che aveva laggiù.Ella non conosceva Roma: il nome stesso d'una città ignota rappresentava, per il suo cuore di errante, una bellezza più luminosa della vita, una più grande anima da indovinare.[pg!101] Allora una mattina partì col treno che di Francia vàlica le gloriose Alpi, e scese verso Roma incoricabile, Roma dalle cento basiliche, Roma la regina dei secoli, che brilla e canta sul divino Tevere...————L'alba era già bianca dietro i vetri, quand'ella finiva di raccontare. [pg!102][pg!103]
IXPiù tardi nella silenziosa notte, Elena mi aveva raccontato la storia della sua vita. Ed era una storia ben triste per una così bella creatura.Mi narrava con malinconia le memorie dell'infanzia felice, nella tranquillità un po' severa d'un castello ungherese, dov'erano accolte le ricchezze di una lunga discendenza.Per quanto lontano ella tornasse con la memoria, non poteva rivedere la madre se non sotto le sembianze di una giovine signora dagli occhi soavemente pensierosi, che, muta, con libro su le ginocchia, passava lunghe ore solitarie in una sala troppo vasta per lei, o succinta in abito d'amazzone scendeva presso i cancelli d'un grande parco secolare, mentre gli staffieri le imbrigliavano un cavallo grigio, dalle narici vive come lo scarlatto, con la criniera e la coda simili a due copiosi rami carichi di neve.Il padre dimorava raramente nel castello, ed aveva per la moglie una devozione che pareva nascere da un profondo rimorso, anzi aveva per lei una specie di religioso amore. Ma ogni volta ch'egli tornava dalle frequenti assenze, avveniva molto spesso ad Elena di trovar sua madre tutta in lacrime nell'angolo di una sala, più spesso, poichè dormivano accanto, di udirla piangere nel silenzio della notte.Egli amava con passione la musica, e suonava divinamente il violino, la sera, in una stanza chiusa, per lunghe ore continue.Ella e sua madre lo ascoltavano dalla sala vicina, in silenzio.[pg!69] Un giorno, dopo una sua più lunga assenza, lo portarono morto al castello due grandi uomini sconosciuti, che tristemente accarezzarono la sua testolina di fanciulla.Sua madre la condusse a baciare il cadavere, poi mise un abito nero, e da quel giorno, per lunghi mesi, non parlò quasi mai, divenendo malata. Le disse ch'era morto in viaggio; ma più tardi ella seppe, nell'ascoltare i discorsi dei domestici, ch'era stato ucciso in duello.Poco tempo dopo il castello era venduto. Vennero genti nuove, che portaron via i mobili, i quadri, gli arazzi, le armerie, i cavalli: tutto. Una mattina sua madre, pallida e pur sorridente, la condusse per tutte le stanze, per i piantereni e per le scuderie, le mostrò l'intero dominio, quasi per bene imprimere nel suo cuore la memoria d'ogni cosa, poi, quando furono in fondo al giardino, presso una fontana, ch'ella rivedeva sempre, le disse con voce tranquilla:— Tutto questo non ci appartiene più, Elena. Siamo povere adesso e dovremo partire.Un signore le accompagnò, che veniva sovente al castello.Si chiamava Franz von Hohenfels ed era prussiano. Andarono a Parigi; con l'ultimo denaro arredarono tre piccole stanze in un quartiere eccentrico; vissero nei primi tempi di quello che la madre guadagnava traducendo novelle, romanzi e poesie dall'ungherese, o copiando, se il bisogno urgeva, le tesi dei medici ed i memoriali degli avvocati.Allora quella donna malata, che pareva solamente reggersi per un miracolo di energia, si rivelò agli occhi della figlia sotto una luce quasi eroica. In lei viveva un'anima nascosta, capace delle più grandi rassegnazioni.Elena, a quel tempo, non aveva che sedici anni, e curava le cose domestiche, aiutando la madre, leggendo a voce alta i suoi libri e ricopiando i suoi manoscritti quando i poveri occhi stanchi non vedevano più. Talvolta la madre dettava, e dettando le spiegava ogni cosa, la iniziava lentamente alla sua vasta cultura, dandole [pg!70] un piacere caldissimo per le cose dell'arte. Quando i guadagni divennero più lauti, ella fece seguire ad Elena qualche lezione alle cattedre pubbliche, preparandola man mano ella stessa per un esame d'istitutrice che il suo pronto ingegno superò senza fatica.Alcuni amici venivano a visitarla talvolta e spesso quel Franz von Hohenfels che alla morte del padre assunse la tutela di Elena.Innamoratissimo della madre, aveva tentato per lungo tempo d'indurla suo malgrado a seconde nozze; ma Elena preferiva la miseria, purchè sua madre rimanesse a lei, a lei sola, in quella piccola casa di Montmartre, di fronte alla chiesa del Sacro Cuore, dove i tramonti su l'apoteosi della città incendiata erano così divinamente belli.Dopo qualche tempo l'Hohenfels finì con rinunziare a questo progetto e le sue visite a Parigi furon meno frequenti, finchè cessarono del tutto. S'era più tardi ammogliato in Germania, e solo scriveva di quando in quando per domandare notizie con freddissima urbanità.Ma vennero i tempi tristi; la madre ammalò, fors'anche di stanchezza; il lavoro le divenne impossibile, il denaro mancò. Era d'inverno e tutto scarseggiava, la luce, il fuoco, il pane, in quelle tre camere taciturne dove una donna di trentasette anni ed una fanciulla di diciotto erano sole a difendersi contro la vita.Allora fu per Elena una corsa pazza lungo le vie di Parigi, ad ogni porta, ad ogni scala, in cerca di lavoro, di un qualsiasi lavoro che desse una tazza di brodo per la madre malata, che desse la legna per accendere un po' di fuoco la notte, quand'ella tremava, scarna, sotto la coltre, vaneggiando.Per molte settimane, perchè non le portassero la madre all'ospedale, Elena fece ogni umile mestiere: praticò le scuole delle sarte, ricamò le iniziali delle biancherie, vendette nei negozi, assistette malati, rispose agli annunzi dei giornali, si trascinò per ogni agenzia, fu da ultimo la modella di un pittore.[pg!71] E questo giovine che la vide così bella e così triste, invece di offenderla, ebbe del suo dolore una fraterna pietà. Povero, volle offrirle qualche soccorso, la confortò, venne a visitare la madre. Ungherese di nascita egli pure, — (e per questo Elena v'era andata) — si chiamava Mathias Bunko ed era minato da una inguaribile malattia.Tacitamente il giovine si accese di un disperato amore per lei; quell'amore sublime delle anime che sentono la morte vicina.Mathias andava in cerca di lavoro per lei come per una sorella; poi, la sera, non potendo recare di meglio, portava un cordiale per la malata, un succo di carne per sostentarla, un giornale che la divertisse, un fiore. Aveva una bella fronte pallida, la bocca femminea, la voce soave. Parlava dell'Ungheria lontana, de' suoi giorni d'infanzia, de' suoi sogni d'arte; voleva, quando la madre fosse guarita, fare un grande quadro di Elena, esporlo, giungere rapidamente alla fama, — rapidamente poich'egli aveva dinnanzi a sè una vita breve.Invece la malattia peggiorò ed il medico fece trasportare l'inferma all'ospedale. Furono giorni di disperazione, che nessuna gioia della vita potrebbe mai compensare.Oh, l'ultima sera in quella nuda stanza d'ospedale presso il letto già solenne come un feretro! Una monaca piangeva in silenzio presso il capezzale, ferma, rigida. Ed Elena rivedeva sempre quella mano di morente levarsi ancora stanca e fredda fino alla sua fronte, per darle una benedizione suprema; udiva quella voce ormai lontana dirle ancora, diminuendo, fuggendo:— Elena... sii buona, sii forte... Vivi con fede, con fierezza... Elena, mio amore, addio...Poi, tosto, nella luce livida, un Crocifisso scenderle sul petto, gli occhi della moribonda volgere verso di lei l'ultimo sguardo umano, e lentamente svanire, finire, in una specie di stupefazione, serbando il loro inestinguibile sorriso...[pg!72] — Mamma, mamma mia!... — aveva ella gridato, cadendo sul cuore della morta. E Mathias la raccolse nelle sue braccia, Mathias, il pallido fratello, il suo povero amico.Per molti mesi ella fu ricoverata in un monastero, finchè un giorno le venne da Berlino una lettera di Franz von Hohenfels, che le mandava denaro, invitandola a partire per la Germania, dov'egli le avrebbe ottenuto un posto d'istitutrice.L'ultimo giorno andarono insieme al camposanto, Mathias e lei, per salutare la morta. Elena vide ch'egli barcollava, quel giorno.— Andate proprio via? — le disse il giovine con una voce che non era più la sua, una voce spenta.— Sì, — ella rispose — domani.— Mi scriverete qualche volta?— Sempre, sempre, Mathias! E poi ci rivedremo un giorno...Egli ebbe un sorriso incredulo:— No, Elena, forse mai...Ed erano caduti entrambi a ginocchi, nel camposanto dei poveri, dinanzi a quella croce nuda.————Il tutore l'accolse nella casa dov'egli abitava con la moglie e con due bambini.Il terzo giorno dopo il suo arrivo l'Hohenfels la condusse nel suo studio e vi fece portare dai domestici un grande baule polveroso. Cercò nella cassaforte un libretto di risparmi, alcuni astucci di gioielli, aperse il baule, poi disse:— Tutte queste cose vi appartengono, Elena; mi furono consegnate per voi.Ella se ne meravigliava, ma il tutore prese a dire:— Quando vostra madre lasciò l'Ungheria mi diede in custodia questi ultimi residui del suo patrimonio, ch'ella [pg!73] aveva ridotto al nulla per pagare i molti debiti della famiglia o piuttosto — poichè forse già lo saprete — i debiti di suo marito. Mi lasciò queste cose con l'obbligo giurato di non consegnarle che a voi, dopo la sua morte, o, qualora me lo domandasse, alla vostra maggiore età. Vostra madre fu una santa ed una vera martire: non dimenticatelo mai, Elena. Oggi obbedisco alla sua volontà.V'era il corredo da sposa della madre, pochi oggetti preziosi ch'ella si rammentava di aver veduti al castello ed alcuni gioielli antichissimi della famiglia.Tutto ciò le parve l'ultimo sorriso, l'ultimo bacio della sua mamma per sempre lontana, e questa lieve ricchezza la fece piangere di malinconia. Era la sua tragica e santa eredità; bisognava non dimenticare quell'esempio di fortezza. Ed Elena serenamente si dispose a vivere la sua vita nuova, poichè il tutore le aveva trovato un posto d'istitutrice in una scuola privata.Passarono mesi di tristezza e di solitudine. Mathias le scriveva quasi ogni giorno; ella rispondeva sempre, e, come ad un fratello, tutto gli raccontava: la grande aridità della sua vita, i bui pensieri, lo sconforto, i libri che leggeva, le persone che frequentava, le memorie della povera morta, il gran desiderio che aveva ella stessa di morire. Una volta, ricordandosi ch'egli era così povero, andò alla Banca, prese una piccola somma e gliela spedì. Ma egli la rimandò con una lettera squisita, in cui vagamente, per la prima volta, le confessava la sua passione.Questo pensiero le dette un grande smarrimento; non aveva mai creduto ch'egli potesse amarla, e considerava Mathias veramente come un fratello. Ebbe vergogna, ebbe paura, ebbe pietà; gli rispose pregandolo di non volerle bene, di non pensare a lei, di lavorare a' suoi quadri.L'Hohenfels la visitava qualche volta e più spesso l'invitava nella sua casa, mostrandosi ora diverso che non per il passato, e cioè troppo familiare, quasi ambiguo.In quei giorni, per uno scandalo che fece assai rumore, l'Hohenfels si separò dalla moglie e tenne seco [pg!74] uno dei due figlioli. Circa un mese dopo questo fatto egli venne a proporle di dare lezioni al suo bimbo ed ella consentì.L'Hohenfels assisteva regolarmente a queste lezioni, seduto presso la tavola, sorridendo e guardandola sempre. Voleva sovente che rimanesse a pranzo; un giorno le passò la mano sui capelli, dicendole:— Sapete, Elena, che vi siete fatta una magnifica ragazza?Ella divenne di porpora, ma non osò rispondere, perchè di lui aveva una incomprensibile paura.Era un uomo sui quarantacinque anni, ancor giovanile d'aspetto, che nel discorrere usava gesti compassati ed autorevoli; aveva i baffi castanei, rudi, la bocca un po' sardonica, il naso diritto, gli occhi d'un color glauco-verde, pieni di volontà.Frattanto era trascorso più di un anno, e la sua tristezza non guariva; ogni cosa le dava un senso di profonda mediocrità, e sognava di andare per il mondo alla ventura, fin quando, in una terra lontana, improvvisamente, come schiuse da un prodigio, davanti a lei si aprissero le porte meravigliose della vita.Trovò, sul finire di quel Settembre, una vecchia signora senza parenti, ch'era solita viaggiare quasi tutto l'anno, la quale accettò di prenderla seco e farne la sua dama di compagnia. Sùbito, e nonostante le preghiere dell'Hohenfels, lasciò la Germania e vide un gran numero di paesi.Fu durante uno di questi viaggi ch'io la conobbi.Ma la vecchia signora finì con accorgersi ch'era molto incomodo avere per dama di compagnia una ragazza così bella, poichè dappertutto gli uomini la corteggiavano e l'inseguivano con soverchia insistenza. Di nuovo Elena si trovò sperduta, senza desideri, senza meta. Fece venire una parte del suo denaro e viaggiò sola per qualche tempo, inebbriandosi di sogni che non si sarebbero avverati mai.Passava, senza conoscere ancora la sua bellezza, con tutta [pg!75] l'anima negli occhi, per le città straniere, perdendosi fra le folle rumorose, aggirandosi per i musei, per le biblioteche, nei giardini, fermandosi la sera, verso il crepuscolo, su le arcate dei ponti a guardare i fiumi trascorrere, i laghi oscillare, splendere il sole sui vetri delle case, che balenavano come lamine d'oro. Guardava le folle dissimili mutarsi di frontiera in frontiera, parlando linguaggi diversi e con diversi destini; guardava ed era negli occhi attonita, come chi dalla spiaggia di un mare veda correre sulle opposte onde infiniti velieri e non sappia qual destino li guidi nè a quali porti vadano, per l'interminato azzurro, in cerca d'approdo.Per lei tutto nel mondo era un pericolo, tranne le parole di Mathias, che la vegliava di lontano scrivendole alcune lettere sublimi.Allora, fra le città straniere, qua chiamata e là respinta, fra gli usi e le persone più varie, con il coraggio dei vent'anni, con l'intelligenza versatile che nasce dalle difficoltà, imparando a fingere, a destreggiarsi fra gli uomini, cominciò per lei quella corsa randagia, infaticabile, ch'era la sua battaglia per la vita.A poco a poco amò quella sfrenata indipendenza, quel vagabondaggio alla ricerca dell'ignoto, quel rinnovarsi dell'anima in un perpetuo fuggire.Un giorno ella imparò a conoscere i libri di Massimo Gorki: glieli aveva dati un professore paralitico, il quale abitava una soffitta al di sopra della sua, in una città danubiana.Questi libri l'accesero, le parvero il poema eroico della miseria, il vangelo dei diseredati. S'innamorò di quei naufraghi alteri che non volevano arrendersi alla nemica vita, e discutevano fra i loro cenci una filosofia nuova della società umana, come dottori all'Accademia, essi, fra le caraffe d'acquavite.Allora pensò ch'ella pure, come quei caduti, come quegli ex-uomini, aveva un passato di luce, un avvenire d'ombra. Com'essi era caduta sotto l'invincibile furore della fortuna e più non le rimaneva che una forza: [pg!76] quella di considerare la vita come una catena di avvenimenti provvisori, cioè dall'oggi al domani, con instabilità seguendo l'alea dei nomadi, e senza perdere mai la coscienza di rimanere un «essere umano».Pochi centesimi bastarono alla sua vita, qualche libro, qualche fiore.E visse di sè, chiudendo nell'anima sua di fanciulla un infinito mondo; vide ciò che ha nome il bene e il male, ciò che gli uomini hanno pensato di giusto e d'ingiusto, ciò che una creatura deve compiere per insignorirsi del proprio destino.Libera e sola, continuò quel suo pellegrinaggio, fin quando, in una città sul Reno, essendosi gravemente ammalata, fu accolta in un Asilo Evangelico. Dopo la guarigione, le suore che avevan preso ad amarla vollero rimanesse con loro e le affidarono alcuni bimbi da educare, quand'ella ebbe loro promesso di convertirsi al protestantesimo.Quella pace ora la riposava; le pareva di amare il convento, le preghiere lunghe, le fervide meditazioni; un fondo di misticismo innato le si ridestava nei recessi dell'anima.Il pastore che l'istruiva per la conversione s'innamorò di lei. Non glielo disse dapprima, forse non osò; ma ogni giorno le portava un libro di fede o di evangelica meditazione, avendone prima sottolineate alcune frasi di amore castissimo. E talvolta, partendo, serrava lungamente una mano della fanciulla tra le sue.Finalmente un giorno si fece coraggio; le confessò di volerle bene, le domandò se avrebbe mai consentito a sposarlo. Elena, dopo averlo guardato un momento, si mise a ridere come una pazza, e rise così forte che il povero giovine, tutto vergognoso, fuggì.Ma poi, quando lo rivide, così pallido e serio, così turbato davanti a lei, quasi le spiacque di avergli fatto male e gli usò molte piccole cortesie. Ora il giovine le impartiva la sua lezione rigidamente, senza guardarla, e solo di quando in quando le portava un libro, ancora con le parole segnate.[pg!77] Un giorno, — eran nel giardino dell'Asilo, d'autunno, quando i fiori appassivano tra l'ingiallire delle foglie, — il pastore venne di nuovo, più turbato, e le camminò lungamente a fianco, senza parlare.Per la prima volta Elena lo guardò come si guarda un uomo. Il pastore si chiamava Miller; forse non aveva più di venticinque anni. I suoi capelli spiovevano biondi e ben pettinati fino alla piegatura della nuca, facendo come uno scalino sopra le spalle, un po' esili nella solennità dell'abito nero. Due chiari occhi morbidi gli splendevano sotto la fronte vasta, mitigando l'ardore della sua bocca troppo sensuale, che in alcuni sorrisi tradiva i segni di una forte volontà repressa.D'un tratto il pastore, fermandosi davanti a lei, rigido, con il capo scoperto, mentre il sole gli dorava la fronte, ripetè la sua domanda:— Non vorreste voi, Elena, dividere con me, nella mia casa e nella mia vita, quella missione di carità umana che mi è concessa da Dio?Era un pomeriggio di sole; tutte le finestre del convento splendevano come raggiere; dal vivaio, le rose inclaustrate mandavano per l'aria dorata un profumo inebbriante.Ed ella, forse perchè il turbamento di quella voce la invase, forse perchè il giovine era bello così, con la fronte nel sole, forse perchè il luogo, l'autunno, le foglie cadute, le infondevano un senso di commozione mistica, ella, senza riflettere un momento, promise di sì....Ma tre giorni dopo lasciava l'asilo e la città ed il fidanzato, per correre lontano, in cerca d'altri destini. Ella compiva queste crudeltà involontariamente, senza più ripensarvi, perchè nella sua vita si era fatta un'anima di avventuriera e non sapeva bene intendere nè definire cosa mai fosse quel comune desiderio degli uomini, che li spingeva tutti a volerla, fosser anche d'animo puro e dolce come il pastore Miller o come l'amico Mathias, del quale aveva ora migliori notizie. Non era più così povero; un quadro esposto l'anno prima lo aveva reso [pg!78] noto, ed anzi, nei giornali parigini, aveva letti grandi elogi su di lui. Nell'ultima sua lettera egli le scriveva che si sarebbe recato presto a Berlino, perchè gli avevano data la commissione di un ritratto, e sperava di rivederla, dopo così lungo tempo. Rivedere Mathias!... Oh, certo, anch'ella vi sarebbe andata!————Quando arrivò il suo treno, egli l'attendeva sotto l'atrio della stazione. Dopo tre anni, com'erano entrambi mutati! Ma parve ad entrambi che non fosse trascorso nemmeno un giorno. Si abbracciarono e non osarono baciarsi.Mathias non vestiva più quegli abiti così dimessi; era più elegante assai, ma conservava sempre la medesima fronte pensierosa e quegli occhi un po' esaltati, quel suo triste pallore. Anzi era più pallido, e, camminando, una invincibile stanchezza gli traspariva da tutte le membra. Elena ebbe quasi vergogna di ritrovarsi così piena di forze, accanto a quel giovine che pareva estremamente sfiorito. Abitarono vicino; egli prese in affitto uno studio vasto, luminoso; ella, due piccolissime stanze ad un terzo piano. Elena in quei giorni non aveva denaro e non voleva certo vendere i pochi gioielli della madre. Allora Mathias gliene prestò; ma ella poi lo costrinse a riprenderlo quando appena potè ottenere alcune lezioni di lingue straniere. Mathias le disse tristemente: — Voi non mi considerate più come il vostro amico.... Gli altri uomini vi hanno insegnato a diffidare anche di me.Qualche volta egli si atterriva nell'udirla parlare; allora la guardava con un lungo rimprovero silenzioso ed una specie di affanno contraeva la sua faccia dimagrata. Passò l'inverno. Egli andava ogni giorno a prenderla, quando moriva la luce su le tele de' suoi quadri, ed uscivano insieme per la città rumorosa, per i viali dei grandi parchi, simili a foreste addormentate, ove la primavera destava tra il verde il canto nuovo delle fontane.[pg!79] Mathias non le parlava quasi mai; solamente l'ascoltava, camminandole a fianco un po' curvo, e qualche volta scuotendo il capo, quando Elena faceva ad alta voce un sogno d'avvenire.— Se io facessi un quadro di voi? — le disse un giorno.— Si? Volete? — Elena rispose.Ed una felicità subitanea splendette nella faccia del pittore.Tosto vi si accinse. Tutta l'anima del giovine si trasfuse nel quadro, l'anima che voleva tutta esprimere quella pura bellezza in una luminosa magnificenza di colori. Elena non poteva concedergli molte ore della sua giornata e l'opera si compiva lentamente.Dopo alcuni mesi dall'arrivo, un giorno ella si recò a visitare l'Hohenfels, al quale aveva scritto di quando in quando lungo le sue peregrinazioni. Un sentimento strano la guidava ora verso di lui, verso quell'uomo del quale aveva sempre avuta una irragionevole paura. Ed era il desiderio di apparirgli davanti, nel fiore della sua bellezza, un po' altera, un po' beffarda, ora che si sentiva sicura della propria forza e sapeva di non tremare davanti a quegli occhi. Voleva quasi dirgli con uno sguardo:— Ecco, vedete: sono qui. Non ho avuto bisogno di voi, non vi debbo nulla!Egli era forse un po' invecchiato, ma conservava sempre una grande vivacità nella fisionomia, nei gesti, ed un sorriso leggermente sardonico su l'orlo della bocca fine. Al vederla, ne rimase attonito; s'informò dove abitasse, che facesse, quali fossero i suoi disegni. Una settimana dopo l'andò a visitare nelle sue piccole stanze, e giudicando il luogo inadatto, disse che per il medesimo prezzo avrebbe potuto trovare assai meglio a Berlino, se gli concedeva di far ricerche per lei. Ella se ne schermì più volte, ma le sue preghiere la vinsero, perch'egli sapeva essere persuasivo, cortese, discreto.Tornò, dicendole di aver trovato per lo stesso prezzo una grande camera, quasi elegante, presso una famiglia [pg!80] borghese che teneva pigione; insieme andarono a visitarla. Una donna piacevole d'aspetto, con una sola figlia quattordicenne, governava la casa, ed il luogo era davvero lindo, messo con leggiadria. Elena quasi non poteva credere di avere una così bella camera per un prezzo così mite; allo scader del mese vi si trasferì. Solo, per una specie di delicatezza, non disse a Mathias ch'era stato il suo tutore a trovarle questa camera.Egli si rammaricò perchè andava più lontana, e le disse:— Le vostre lezioni vi prendono quasi tutta la giornata; avete così poche ore per me!Ella, per fargli piacere, si levava la mattina di buon'ora e vi andava quando la luce era più limpida.Ma egli sfioriva ogni giorno, intento sopra quella tela che assorbiva la sua vita. La tosse lo martoriava con maggior insistenza e gli occhi suoi parevano sempre più accendersi di una fiamma latente.— Dove andrete mai, Elena, quando sarete stanca di vivere qui? — Mathias le domandò una volta.— Ora ho fatto un sogno, — ella rispose. — Voglio diventare attrice. Quando avrò denaro, tornerò a Parigi per studiare.Gli occhi di Mathias ebbero uno sguardo di smarrimento, il suo pallore divenne più cereo, ma non disse parola.Questo infatti era il suo grande sogno. Divenire attrice, interpretare le anime, apparire su la scena, ella sola, davanti a mille, dire una frase, inebbriare una platea! Quante volte, nei giorni più neri della sua vita, si era cullata in questo sogno, si era sentita la virtù di esprimere, di raffigurare, di commuovere!... Perchè Mathias non ammirava questa idea? Non l'ammirava, eppure le aveva detto:— Tutto quello che possiedo ve l'offro, se vi può servire.Ma ella naturalmente aveva rifiutato, commossa dalla sua bontà. Per un momento ebbe l'idea di parlarne all'Hohenfels, ma sùbito l'abbandonò. Sebbene paresse mutato, [pg!81] pure a lei non garbava di avere un debito con quell'uomo. Seguitò invece a lavorare, con la speranza secreta.La signora Gräfe, la sua padrona di casa, era una donna estremamente cortese. Non più giovane, un po' manierata, con due grosse trecce di capelli finti, doveva essere stata molto bella in gioventù. A lei mostrava una tenerezza quasi materna e si accapparrava la sua fiducia dandole molti ottimi consigli. La sera, quando pranzavano insieme, le teneva certi discorsi allegri ed un po' salaci.... Veniva spesso a visitarla un uomo di mezza età, un sottufficiale in congedo, ch'era il suo amante. Ella parlava di ciò con naturalezza; un giorno anzi, nel mezzo d'un discorso, le aveva domandato:— E tu, non hai ancora avuto un amante?— Io no, signora Gräfe, — le aveva risposto Elena, chinando gli occhi. Dopo tre giorni appena la sua padrona di casa le aveva dato sùbito del tu.— Ebbene sei una scioccherella! — rispose costei. — Quando sarai vecchia e brutta non ti servirà davvero a nulla d'essere stata più o meno onesta, mentre ti pentirai amaramente d'aver sciupata la tua giovinezza. Perchè siamo al mondo noi? Par gli uomini. E gli uomini? Per noi.— Ma io non l'ho mai desiderato, — Elena disse, confusa.— Non c'è bisogno di desiderarlo, anzi, non si deve. Tu aspetti l'amore, piccina mia?... Bada a te! Questo è il grande pericolo. Invece si prende un amante perch'è necessario, è utile, qualche volta è anche piacevole. Ma, dimmi: tu che sei bella come un fiore, quale vantaggio ricavi dall'aver fatta la vita che fai e dal lavorare tutto il giorno per pochi centesimi, quando, con un bacio che tu volessi dare, potresti esser vestita di seta e coperta di gioielli da capo a piedi, potresti pagarti ogni capriccio e menar la vita che più ti conviene? Perchè ti sacrifichi? per rimanere onesta? Bel merito! Se ci ragioni sopra un momento, vedrai che questa è una [pg!82] parola, null'altro che una parola. Poi, chi ti crede? Pensi forse che una sola persona, vedendoti così bella, s'immagini che tu sia una ragazza tuttora illibata? Macchè! nemmeno per sogno! E la persona che lo potesse credere, se fosse una donna ti direbbe quello che ti dico io, se poi fosse un uomo penserebbe sùbito: «Via, non è possibile che lo faccia per onestà.... Si vede che aspetta il suo tipo, che aspetta me: proviamo!» Questa è la vita, bambina mia. Ti parlo così, come parlerei ad una figlia.E tali discorsi ogni giorno si ripetevano con maggiore frequenza. Elena da prima se n'era offesa, poi vi si era assuefatta, finchè, da ultimo, quelle cose madornali che diceva la signora Gräfe riuscirono a divertirla.Di tutto questo ella non fe' cenno a Mathias, perchè ne avrebbe sentita troppa vergogna davanti a quell'anima così lontana dalla vita. E nemmeno gli raccontò come un giorno la signora Gräfe le avesse fatta un'allusione anche più precisa.«Perchè mai, — diceva, — Elena eviterebbe di accordare qualche favore a quel ricchissimo von Hohenfels che le usava tante cortesie? Non aveva ella compreso che l'uomo avrebbe commessa per lei qualsiasi follìa? Non avrebbe certo esitato a prenderle una villetta verso il Thiergarten, o forse intorno al Wannsee, donandole abiti, gioie, carrozze, cavalli. Certo ella non aveva che una parola a dire... Credesse a lei: l'esperienza sua di donna pratica non la poteva ingannare!...»Fu invece Mathias che osò per primo fare un accenno a questo argomento.— Cosa pensate voi di quell'Hohenfels? — le domandò un giorno. Elena, subitamente, si fece rossa.— È stato il mio tutore, — rispose. — Ora cerca d'aiutarmi perchè si pente forse d'avermi sempre abbandonata.— Lo credete sincero?— Chissà? E d'altronde che me ne importa?Egli non insistette oltre; la dolcezza di quell'anima era il silenzio.[pg!83] Intanto le sue mani scarne suscitavano un miracolo di colori. Egli poteva ora veder Elena meno sovente, perchè aveva un'altra Elena, più sua, e l'adorava creandola. In lui si compiva una rinunzia suprema; il tacito sogno della sua vita moriva.L'Hohenfels aveva presa l'abitudine di venire ogni giorno in casa della signora Gräfe e talvolta vi rimaneva per il pranzo, dicendo ch'era solo e s'annoiava. I discorsi più frequenti cadevano su l'avvenire di Elena, poichè non gli sembrava possibile ch'ella volesse continuare una vita simile.Dopo aver molto meditato, Elena gli confessò che la sua speranza era quella di essere un giorno attrice.L'Hohenfels accolse l'idea con calore, la felicitò, si offerse di rendere la cosa possibile. Occorrevano studi molto ben guidati, ed egli poteva, nella sua qualità di vecchio amico, farle un prestito, che poi la ricca e fortunatissima attrice gli avrebbe rimborsato. Ma non bisognava tardare oltre. La via dell'arte è faticosa e lunga. Egli era da molti anni amico d'un impresario parigino, il quale avrebbe semplificate le cose con la grande autorità di cui godeva fra persone di teatro. Quest'uomo sarebbe anzi venuto a Berlino qualche settimana più tardi: l'occasione era dunque propizia.Elena ormai non si dissimulava più le intenzioni palesi dell'Hohenfels, ma questo le riusciva indifferente, fin quando almeno la sua cortesia non eccedesse i limiti onesti.Una sera, ch'egli aveva pranzato in casa della signora Gräfe, curiosità lo prese di accompagnar Elena fino alla soglia della sua camera «per vedere — disse — con qual gusto ell'avesse ordinato il suo mobilio e dove si potessero meglio collocare certe stampe inglesi ch'egli voleva donarle». Dalla soglia, come per inavvertenza, entrò; e poi ch'Elena gli diceva un po' turbata: — Ma, non vedete? c'è un gran disordine... lasciatemi, signor Franz!... — egli, con somma naturalezza, si diede ad osservar minutamente ogni cosa, a toccar gli oggetti ch'erano sui [pg!84] tavolini, a carezzar le gonne che pendevano dagli attaccapanni, e passò vicino al letto, facendo scorrere una mano sul cuscino, su la coltre; poi disse:— Mi ricordo ancora quand'eravate piccina e dormivate in un lettuccio da bambola. I vostri piedini allora non sarebbero arrivati fin qui... — Soggiunse: — Ora che grande letto avete!Infatti nella casa della provvida signora Gräfe i letti erano vasti assai.L'Hohenfels, con la fronte accesa, le venne vicino e cominciò a parlare ambiguamente, carezzandole un braccio. Intimidita, ella fece un movimento brusco, si ritrasse fino alla soglia ed uscì.— Che avete? Vi faccio paura? — egli domandò ridendo.— No... ma, sapete, sono gelosissima della mia camera; non mi piace che nessuno vi entri.E fu tutto per quella sera.Dopo alcune settimane l'Hohenfels le annunziò che l'amico parigino, un certo Ernest Duvally, era giunto, ch'era informato già d'ogni cosa e desiderava solamente conoscerla. Per questo era opportuno ch'ell'andasse a pranzo da lui, dove lo avrebbe incontrato quella sera stessa.Il Duvally approvò con fervore l'idea di farne un'attrice; spiegò ad Elena qual fosse la più rapida via per iniziarsi a quell'arte, anzi promise di guidarla egli stesso nei difficili esordi parigini, mentre si riprometteva di farle ottenere un'ammissione immediata su le scene, tosto che avesse compiuti gli studi necessari.La repentina felicità tratteneva Elena da ulteriori considerazioni. D'altronde non temeva l'uomo, e l'ebbrezza di poter riuscire valeva ogni rischio. Con Mathias tenne secreta la sua decisione per non affliggerlo sino all'ora della partenza. Egli non era venuto una sola volta nella sua casa, e quand'Elena gli domandò la ragione di questo suo riserbo egli rispose in modo evasivo, cercando pretesti, poi confessandole che tutta quella casa, ed in [pg!85] particolar modo la signora Gräfe, non gli piacevano affatto. Ma Elena ormai non viveva più che per la sua nuova speranza.Quel Duvally era un uomo giocondo, garbato, salace, ricco di aneddoti; la corteggiava in modo amabile, con quella galanteria francese che piace alla donna, poichè la lusinga nella sua femminilità. Era inoltre un bell'uomo, con la bocca fresca, il labbro raso, i denti minuti e bianchissimi.— Sapete, — le aveva detto un giorno, parlandole dell'Hohenfels, — questo Gambrinus è buono per cominciare. Ma poi ci vuole di meglio! D'altronde che bisogno avete di lui? Quando vi sarete risolta, basterà scrivermi una parola.E con lui non era possibile offendersi, perchè aveva sempre una trovata spiritosa, una celia bizzarra, e pareva non ammettere alcun valore a coteste sue frasi. Egli diceva inoltre:— Avete anche un pittore che vi fa il ritratto? Nulla di più opportuno. Bisognerà farvelo dare, perchè un bel quadro non è l'ultimo argomento di buon successo per un'attrice bella. Solo, mi raccomando, non troppo vestito, per Parigi... I pittori, qui, amano la stoffa; noi amiamo il nudo. Contraddizioni di razza, diversità di scuola: ecco tutto!E partì su questa mezza intesa, mentre l'Hohenfels per proprio conto credeva prossimo il trionfo della sua laboriosa pazienza.Fu la signora Gräfe ad annunziarle una sera, di punto in bianco, che l'Hohenfels le aveva dato incarico di condurla da una buona sarta, perch'ella si comandasse in tempo tutti gli abiti che occorrevano prima della imminente loro partenza.Elena fece le sue maggiori maraviglie.— Capirai, — le spiegò la Gräfe, — dovendo vivere a Parigi con un signore come l'Hohenfels, i tuoi abiti non sono abbastanza eleganti.— Dovendo vivere?... con chi? — Elena interruppe, [pg!86] dando in uno scoppio di riso. — No, no! Ringraziatelo pure, ma ditegli che alla sarta provvedo io stessa! Credo, in verità, che ci siamo intesi male...Questa volta la signora Gräfe perdette la pazienza.— Ma senti, bambina mia, — le disse, — che intenzioni hai finalmente? Perchè qui si tratta di venirne in chiaro!E nel suo gergo fiorito prese a magnificarle tutte le delicate cortesie dell'Hohenfels, i sacrifizi, anche di denaro, ch'egli faceva per lei, non volendo che «la si andasse a rovinar la salute nelle stamberghe umide, tra i filosofi ed i cenciaiuoli dei quarti piani».— Te ne faccio la confidenza, ma non lo dire a lui, per l'amore di Dio!... per l'amore di Dio! — le andava ripetendo ad ogni tratto.Allora Elena ebbe uno scatto di vergogna e d'ira, dolendosi per quel denaro che non poteva sùbito rendere all'obliquo insidiatore.La mattina seguente lasciava quella casa, prima che l'Hohenfels avesse il tempo di rivederla. Qualche giorno dopo, recandosi a visitare Mathias, egli, che ormai le parlava con un triste riserbo, le porse una lettera dicendo: — È venuto ieri da me un domestico e mi ha lasciata questa lettera per voi. Diceva di non conoscere il vostro nuovo indirizzo, ed anzi me lo domandò. Io credetti bene di rispondere che non lo sapevo.E si rivolse alla sua tela, in silenzio.Povero Mathias!... Com'egli la guardò, quand'ella gli ebbe raccontata quella storia! Perchè non avergliene parlato prima? Egli vedeva il male, ma non osava darle consigli, poichè gli sembrava ch'ella non volesse più considerarsi come una vera sorella per lui. E sùbito le offerse il denaro da rendere a quell'uomo.— Grazie, Mathias, ma non voglio. Egli è ricco, voi no.— Che importa, visto che ve lo posso dare?— Ve ne ringrazio di tutto cuore, ma non voglio. Lo renderò io stessa quando potrò. D'altronde il piacere che egli ebbe nel desiderarmi vale assai più di quanto ha speso.[pg!87] Mathias non potè trattenersi dall'osservarle che questa frase non era degna di lei.— Che volete mai? Fra queste indegnità s'impara finalmente cosa la nostra bellezza vale!Il quadro intanto appariva ogni giorno più maraviglioso, ed il pittore si dimenticava davanti alla sua tela. Una volta Elena gli domandò:— Quando sarà finito il mio quadro?— Mai, — rispose Mathias, con tristezza. — Questi quadri non si finiscono mai. Ogni giorno viene un pensiero nuovo, perchè ad essi manca sempre qualcosa.— E cosa?— Non so, — egli disse, turbandosi; — la vita, forse, per essere come voi.Elena chinò la faccia.— Non lo esporrete, Mathias?— No. Il quadro mi appartiene. Vi ho dipinta per avervi con me quando andrete via.— Credete ch'io partirò di nuovo?— Lo credo; sì, lo credo. Anzi m'immagino che vi pensiate ogni giorno. Voi avete il destino degli erranti e non potete far altro che passare.— È così, Mathias. Forse andrò via di fatti...Aveva pochissime lezioni a quel tempo. Era il finir dell'estate; molte allieve indugiavano ancora nei luoghi di cura e di campagna. Faceva un calore insopportabile nelle vie di Berlino ed Elena si annoiava mortalmente.Un giorno, con una risoluzione subitanea, scrisse al Duvally. Scrisse una lettera evasiva, raccontandogli ad un dipresso com'erano andate le cose con l'Hohenfels. Questi non tardò a rispondere, dicendo fra l'altro che, tempo addietro, egli pure le aveva scritto, ma senza ottener risposta. Ed Elena comprese che la lettera doveva essere caduta nelle mani dell'Hohenfels per mezzo della signora Gräfe. Il Duvally la incitava inoltre a perseverare ne' suoi propositi, e soggiungeva che presto avrebbe avuta occasione di recarsi a Francoforte. Perchè dunque non si vedrebbero? S'ella consentisse, avrebbe allungato il viaggio fino [pg!88] a Berlino per venirla a prendere, poi sarebbero tornati a Parigi insieme. — Ora, come rispondergli?Certo nelle parole della ineffabile signora Gräfe c'era qualcosa di estremamente logico, di estremamente vero... Perchè sprecare la vita così? Era giovine, bella, desiderosa di vivere, l'avvenire poteva serbare per lei molte fortune imprevedibili. Tutta una sera ella rimase nella sua camera a sognare. Si guardò le mani: erano piccole, delicate, bianche... Certo si sarebbero sciupate, fra qualche anno, a forza di scribacchiar manoscritti e dover talvolta prepararsi la cucina da sè. Peccato! Si guardò anche nello specchio, attentamente, come non si era guardata mai. Sorrise a quel sorriso che dallo specchio la guardava. Si sciolse i capelli, e vide scendere una pioggia d'oro, di quell'oro delle medaglie antiche, trovate negli scavi, simile quasi al bronzo. Vi passò dentro le mani, a lungo, indugiandovi con voluttà. Si scoverse la gola, e rovesciando la testa all'indietro, le parve di sognare la bocca d'un amante che l'avesse baciata, lì, su la sua turgida gola... Di fatti era bella, bella come il quadro di Mathias! Le venne un pensiero fatuo, per la prima volta: «Perchè nessun uomo l'avrebbe mai veduta così, nessuno, tranne Mathias, ch'era per lei un fratello?» Ecco: la giovinezza passerà vanamente nell'insegnare le parole straniere ai bimbi cocciuti, le sue mani non saranno più così bianche, la sua bocca non più così fresca, nemmeno la gola così limpida... e tutto finirà senz'avere avuta un'ora di trionfo, come una rosa inutile che sfiorisse nell'eremo, dietro una rupe.E di contro, la scena, il teatro, l'applauso, l'ora in cui tutti si leverebbero verso lei per gridarle ancora: «Parla!» Invece di pensare ogni giorno faticosamente al pane, d'improvviso, ecco l'ammirazione, il fasto, quasi la potenza; invece di andar nomade per tutte le strade, come in fuga davanti a sè stessa, ecco la possibilità di ascendere per una via trionfale...Da ultimo non seppe che risolvere; scrisse al Duvally poche parole, dicendogli che lo avrebbe riveduto con piacere.[pg!89] Ma quando fu la vigilia della partenza, poichè il Duvally sarebbe arrivato il domani o il doman l'altro, ella non potè più mantenere il secreto verso Mathias, e risolse di narrargli finalmente ogni cosa. Andavano, camminando a lato, verso le consuete solitudini. Era la prima sera di Settembre. Per l'aria quasi bionda navigavano larghe strisce di vapori turchini, d'una tenuità luminosa, che lentamente mutavano colore, salendo nel bianco firmamento, lassù, dove la festa del novilunio autunnale stava per essere celebrata con una magnificenza di stelle.— Questa è l'ultima sera, Mathias... — ella disse lentamente, appoggiandosi al braccio dell'amico. — Domani vado via.Erano per un grande viale deserto e nelle oscure lontananze del parco si udiva cantare una voce solitaria. Mathias non rispose nulla, non potè rispondere; solo accelerò il passo con un'andatura insaccata. Poi d'un tratto, senza ragione, dette in una grande risata convulsa, che risonò sinistramente nell'ombra delle volte arboree. Ella n'ebbe un senso di fastidio e di paura.— Mathias, — domandò con una voce umile, — mi volete ancora bene?Egli si fermò a fissarla, con uno sguardo fra il disprezzo e la commiserazione, poi rise di nuovo, con maggiore asprezza, scotendo le spalle.Ora, nel verde, si udivano correre alcuni brividi prolungati, come un respiro di foglie nel refrigerio della notte imminente. Passando sotto un lampione Elena guardò il viso dell'amico e n'ebbe un'impressione indicibile, ma non potè commuoversi; fu piuttosto un moto di collera contro la debolezza di quell'uomo, che aveva per lei un sentimento così umile, così tacito, così folle. Per lei Mathias era un delicato inseguitore, anzi un tiranno mansueto, che invece di usarle violenza si vestiva d'un'apparenza miserrima per commuovere la sua pietà. Allora non ebbe compassione; provò quasi un piacere crudele nel raccontare a quel triste innamorato i pensieri che da qualche tempo l'assediavano, le decisioni estreme cui s'era man mano risolta, per giungere alla fine de' suoi tormenti.[pg!90] Prima ch'egli potesse interromperla, e volendo piuttosto convincere sè stessa che l'ascoltatore, gli svolse le teorie speciose della signora Gräfe, opponendosi tutte le contraddizioni e discutendole a priori, come se facesse dinanzi al giudice una impeccabile arringa.— Oh, Elena! — egli balbettò, contorcendosi le dita fino al dolore, — Elena, io non credevo ancora che un simile momento potesse giungere per noi!...E si chiuse nel silenzio del suo dolore, ch'era il più rassegnato, il più soave, tra i martirii delle anime innamorate.Ma ne divenne ancor più malato; la tosse convulsa lo soffocò giorno e notte; il suo petto parve interiormente schiantarsi per la furia del male.— Elena, — diceva sommessamente a lei che lo andava curando, — se partirete con quell'uomo, sento che non mi alzerò più.Ella non ebbe l'animo di abbandonarlo, ed ancora una volta il Duvally dovette ripartir solo.Ma quando egli fu lontano, ed ella pensò che avrebbe dovuta ricominciare la sua lotta inutile, dall'alba fino alla sera, un senso inenarrabile d'angoscia le strinse il cuore, come se avesse compiuta la rinunzia maggiore al più bel sogno della sua vita.E v'era in quella tristezza un piccolo rancore contro Mathias, che l'aveva costretta, pur senza chiederlo, a ricadere sotto il giogo della perpetua mediocrità.Verso l'autunno le si offerse l'occasione di accompagnare la vedova baronessa von Ritzner, che soffriva di un latente mal di cuore, in lunghi viaggi di svago attraverso l'Europa. Era una signora di quarant'anni, ricca e senza figli, già presso allo sfiorire di un'avventurosissima vita, condotta nei circoli della Corte Imperiale. In tutto gran dama, ed ancor ricercata per il suo brio, per la sua raffinata eleganza, la baronessa von Ritzner non poteva trovare in Elena miglior compagna, nè Elena in lei.Il commiato da Berlino fu triste.Mathias aveva il presentimento di non rivederla più, [pg!91] e quell'ultimo giorno la sua povera faccia devastata dal male ispirò anche ad Elena questo vago timore.Mathias era venuto a salutarla nella sua camera, si era seduto curvo e tacito in un angolo, sopra un baule chiuso, appoggiandosi col dosso al muro. E pareva che di lì stesse immobilmente a guardare la visione della propria morte. I suoi occhi non abbandonavano mai Elena, ma parevano inseguire con una specie d'ansia ogni suo piccolo gesto, mentr'ella si affaccendava intorno, raccogliendo i vari oggetti e riponendoli ad uno ad uno, anch'ella tacendo, anch'ella impallidita, compiendo ciascun atto con una lentezza grave, senza volgere gli occhi verso di lui. Mathias guardava le singole cose ch'ella deponeva entro le valige, come si guarda una persona estremamente cara che sparisce per sempre, e andava curvandosi ancor più sul petto esausto, non potendo alle volte frenare un lievissimo tremito, che gli appariva negli angoli delle labbra o nel segno profondo che aveva in mezzo ai sopraccigli.Egli le aveva portato un mazzo di fiori; Elena prese i fiori, li avvolse con infinita cura e li posò vicino al suo mantello. Quando la camera fu sguarnita, Mathias si levò, chiuse le borse, la cesta di vimini, camminando dall'una all'altra con un passo affranto; poi le dette le chiavi.Un guanto di Elena, ch'era sul letto, cadde a terra; Mathias lo raccolse, lo tenne a lungo fra le sue mani, lo guardò, vi fece scorrere sopra le dita. Poi lo ripose sul letto e volse per la camera uno sguardo quasi attonito, come volesse accogliere negli occhi e nell'anima tutto quello che vi rimaneva di lei, per sempre.Andò verso la finestra; esausto, inerte, si accasciò contro il davanzale, guardando fuori, mentre la signora Bergmann, la padrona della casa, faceva trasportare i bauli. Egli l'intese domandare ad Elena:— Tornerà, signorina?Senz'ascoltare la risposta, egli fece col capo un movimento brusco, e si cacciò le mani entro i capelli.Di fronte, nella casa di fronte, una ragazza cuciva i panni alla finestra, e cantava. Un gran sole giocondo invadeva [pg!92] le contrade, le verande, i tetti delle case, le chiese lontane, le foreste più lontane, l'aria, il cielo, infinitamente... Allora si volse. Davanti allo specchio, Elena ritta si appuntava il cappello: teneva uno spillone fra i denti, un velo sul braccio e le due mani alzate dietro la nuca. Egli fece qualche passo, barcollando, fin contro uno stipite, poi, con un movimento macchinale, guardò l'ora. Forse non vide le sfere; ma intese negli orecchi solamente un ronzìo, lungo, inscindibile, come un rombar d'ali nel buio, un crescere d'acque nascoste, qualcosa che venga, poi vada, poi torni, e sia come il nulla: un dolore. Gli occhi gli si oscurarono per quella chiarità che avevano guardata, là fuori, a lungo; rivide il sole, i tetti, le chiese, le foreste, il cielo, confusamente, come in un barbaglio d'ombra e di luce; poi, quando potè discernere, vide Elena, in piedi, che si annodava il velo. Osservò nello specchio il dorso della sua mano bianchissima, ch'ella si passava su gli occhi ripetutamente, come per tergersi una lacrima, e rimase lì, trasognato, a guardarla, quasi non vedesse più lei, ma il fantasma di lei, partita.Allora ella si volse, gli tese ambe le mani, e pronunziò il suo nome, pianissimo, quasi con paura:— Mathias...Egli si battè la fronte, volle sorridere ma non potè, volle parlare ma non ebbe voce: prese quelle due mani e se le portò congiunte sul cuore. Le due mani fecero una croce, come sopra una cosa morta. E restò a lungo in tal guisa, mentre un nodo gli saliva entro la gola, irresistibile.— Addio, Elena... addio... — balbettò, premendosi quelle due mani sul cuore, che martellava impetuosamente, producendo la strana impressione di un organo troppo vitale in quel petto così fragile.— Addio! addio!... Ricòrdati di me, Elena... Forse non ci rivedremo mai più...E rise e pianse, ed ella chinò la fronte, con la faccia solcata di lacrime, sotto il lungo velo. Dopo un attimo di perplessità s'abbracciarono, confondendo le anime fraterne, quella rosa che se n'andava, tutta in fiore, e quel povero sterpo che rimaneva per intisichire.[pg!93] Veniva un gran sole da quel pomeriggio d'autunno, e lì, nella camera sgombrata, i mobili di noce mandavano luccicori fermi; la coltre disfatta era traversata in lungo da una striscia di sole, che sopra vi poltriva come una pigra e scintillante nudità. Tutte le cose lucenti, la specchiera, le maniglie delle porte, l'acqua in una brocca piena, e, sovra tutto, come una fiamma oscura, la foltezza de' suoi capelli biondi, si accendevano di bagliori continui, quasi avessero dentro di sè una viva gioia e volessero comunicarla, per offendere lui, quel buio, doloroso innamorato.Tacitamente allora egli si tolse un anello, adorno d'una pietra pallida, che portava sempre in un dito della mano femminea, e lo passò in dito ad Elena, prendendola per il polso, dove il colore delle sue vene minute somigliava un poco alla trasparenza turchina di quella pietra.Ella fece una mossa di rifiuto, e Mathias le chiuse la mano perchè non si potesse togliere l'anello.— Conservalo, ti prego; l'ho portato io per tanti anni, anche tu pórtalo per tanti anni, sempre, se puoi....E rise. Gli venne su dal petto una gran risata, simile ad un urlo convulso. Le disse:— Va... sii felice. Io non ti rivedrò più. Che la vita per te sia buona, quanto è stata perfida con me....Poi guardò in alto: gli occhi del giovine s'illuminarono; sorrise.— Mi rimane ancora il mio quadro... — mormorò. E tremava.Ella cercò di baciargli una mano, volle promettergli sommessamente:— Ma tornerò presto, Mathias....Egli ebbe un gesto come d'incredulità, poi rimase a fissarla, toccando le piume del suo cappello, i pizzi che aveva intorno ai polsi, e disse, con un'altra voce:— Per me sarà sempre troppo tardi, anima mia....E soggiunse:— Promettimi solo una cosa....— Parla Mathias.[pg!94] — Se ti facessi chiamare... dovunque tu sia, promettimi che verrai.Ella comprese; chinò la faccia sul petto, gli rispose con un alito:— Sì....Allora egli ebbe negli occhi un sorriso di morte, poi vide trascolorare ogni cosa all'intorno, tutto si confuse: la stanza, la luce, quel viso di donna ch'egli aveva dipinto, ch'egli aveva amato, per tanti anni, senza nulla sperare, in silenzio... Ancora una volta la cercò supremamente, con le labbra, con le mani, con l'anima... ebbe nella faccia il suo respiro, le sue lacrime, udì la sua voce ancora, come in un sogno, gridargli: — Addio! addio!... — poi non comprese più nulla, non vide più nulla, non sentì che l'enorme rombo del vuoto, e in sè, fuori di sè, la tenebra, la distruzione.Quando si ridestò, la stanza era deserta, e di fronte, nella casa di fronte, una ragazza cuciva i panni alla finestra e cantava.————La baronessa von Ritzner si era tosto presa di una caldissima simpatia per Elena e la considerava come un'amica. Viaggiarono insieme da Franzenbad a Ginevra, da Ginevra ad Aix les Bains, a Luchon, a Biarritz, a Pau, finchè, al sopraggiungere dell'inverno, andarono ad abitare una leggiadrissima villa su la Riviera di Cannes.La baronessa le parlava spesso d'uomini e d'amanti, e non si dava nessuna pena per nascondere ad Elena le proprie avventure. Solo era gelosissima di lei; ne allontanava i corteggiatori con maggior severità che una madre ed era molto curiosa di conoscere le sue trascorse vicende.Una volta le disse anzi, per celia:— Bisognerà trovarvi un marito, Elena, perchè, la mia vigilanza non basta più a difendervi dall'assalto!Ed Elena rise. Un marito? Ecco una cosa cui non aveva [pg!95] pensato ancora nella sua vita di zingara. E, meditandovi sopra, le tornava nella mente il buon pastore Miller, co' suoi capelli biondi e ben lisciati, con la sua bocca un po' femminea, che parlava così gravemente. Allora si figurava la propria vita, s'ella fosse divenuta la moglie di quel pastore luterano, e si vedeva in una linda casa tedesca, con indosso un bel grembiule bianco, non sapendo come nascondere l'abbondanza eccessiva de' suoi capelli per parere più semplice; e si vedeva intenta nel rammendare il bucato, nel badare alle cose della cucina, mentre, davanti al fuoco, il pastore leggerebbe ad alta voce la Bibbia e due o tre marmocchi evangelici ascolterebbero attoniti, senza comprendervi nulla. Povero pastore Miller!... Egli era così dolce, ma questo pensiero la faceva nondimeno ridere!La baronessa aveva ora presa l'abitudine di tenerla sempre sotto braccio, la trovava bella e glielo diceva, con una voce strana, carezzandola.S'era innamorata de' suoi capelli; entrava la mattina nella sua camera per guardarla quando si pettinava, e, standole presso, le faceva scorrere le dita gioiosamente nella capigliatura, come un fino pettine; poi ne formava un grosso nodo involuto, pieno di luccicori, e vi tuffava dentro la gola ignuda, poi la bocca, poi l'intera faccia, con voluttà.Elena tuttavia non sapeva rendersi conto di queste ambiguità e vi si prestava a malincuore, fra stupita e lusingata, con un senso insieme di curiosa paura.Avevano le camere uscio ad uscio e la baronessa entrava la sera in quella di Elena mentr'ella stava spogliandosi; con bizzarri pretesti voleva ella stessa fare la sua treccia, legarle i nastri della camicia; toccava con un specie di insidia i lini ch'ella andava smettendo, le parlava di cose d'amore come il più delicato amante...E allora, simulando capricci repentini, le baciava la gola scoperta, la fronte, i capelli, narrandole con parole accese la sua tristezza di rimaner sola, in quelle notti così lunghe...Trascorsero in tal modo il mite inverno, e Febbraio venne, che, tra quel sole, odorava di primavera.[pg!96] Mathias le scriveva sovente, ma le sue lettere suscitavano in lei un senso di grande malinconia. Erano parole sfiduciate, pensieri pieni di una stanchezza estrema, riflessioni amare di un'anima che sente ogni giorno impallidire il fuoco della vita.A poco a poco le sue notizie diradarono; ella rimase varie settimane senza ricevere alcun cenno, finchè, da una lettera della signora Bergmann, seppe che Mathias versava in condizioni gravissime, e che, non avendo alcuno per assisterlo, si era fatto ricoverare all'ospedale. Pochi giorni dopo un telegramma di firma ignota la pregava d'accorrere tosto a Berlino per salutare un'ultima volta il pittore morente.Sentì nel cuore che lo avrebbe trovato spento, pure senza indugio si mise in viaggio.Povero Mathias! Povero triste amico! Le parve a tutta prima impossibile di non rivederlo più, di non ascoltare più la sua voce un poco lenta e pure così dolce. Per la prima volta, dopo la morte della madre, conobbe un dolore profondo, e dietro il velo delle sue lacrime rivide come in un lontano sogno quell'ultima scena del loro commiato, nella camera disadorna, che il sole giocondamente incendiava. E rivide la pallida sembianza, in un angolo, accasciata sopra un baule, con gli occhi sperduti, che la inseguivano senza posa, come per esprimerle in un disperato silenzio tutta l'angoscia che passava nell'anima del morituro. Poi se lo figurò morto, immobile sopra una coltre, senza lacrime accanto nè ghirlande, solo nel trapasso come in vita fu solo, con le labbra suggellate nello sforzo di chiamarla per nome. Immaginò il dramma di quell'ultima ora, quando il rantolo affannò la sua gola e negli occhi evadenti fu adunata in perpetuo la visione finale del mondo, come un baleno inconoscibile di sole, mentre l'anima varcava nell'assoluto nulla, verso la pace inconsumabile di tutte le miserie umane. Allora le parve che in quel punto egli avesse dovuto maledirla, e ne tremò. Volle correre, correre, per salvarlo ancora...Oh, quel viaggio lungo, per giornate senza sole e notti [pg!97] senza sonno, avvolta in una ridda spaventosa d'ombre, come nell'incubo di una vigilia funebre... Poi quell'arrivo, nella mattinata piovigginosa, con la visione man mano più certa, più prossima del cadavere; la corsa per le strade, la facciata impassibile dell'ospedale, il domandar concitato ai medici, e la risposta breve, recisa... il passaggio per lunghi anditi ove i malati gemevano confusi, e per ultimo, in una stanza paurosa, fra il vacillar de' cerei, un grande lenzuolo bianco sopra una forma irrigidita, e lo scoprirsi di un volto che più nulla conservava di umano, tranne l'orribile segno dell'agonìa.Povero Mathias!... La sua tragedia era finita: in quel morto cuore ella non palpitava più. E lo baciò su la fronte raggelata, e camminò dietro il suo feretro quando lo portarono a riposare per sempre, a scomparire per sempre, a distruggersi per sempre nella tacita solennità della terra.Le diedero una lettera, ch'egli aveva scritta per lei negli ultimi giorni, quando fu conscio della sua fine. Era quasi un poema d'amore dall'oltrevita, nelle ultime pagine diceva:«Tu non puoi figurarti, Elena, la dolcezza che io proverò nel chiudere gli occhi per sempre; poichè nella morte finiscono i desiderii assurdi, finisce la necessità umana di credere, di pensare, di amare... Viene un riposo per il quale non si è fatta la parola, e sembra che si godrà in perpetuo quella gioia che nel mondo consiste in un solo attimo incosciente: la gioia del dimenticare. Ma vorrei, se mi fosse lecito, portare con me il quadro dove ti ho dipinta. Elena, per guardarti ancora e sempre, anche dopo la vita. È la sola felicità che mi venne concessa, e morendo mi rammento come in un sogno tutte le ore così dolci nelle quali ti ho potuta guardare. La mia memoria umana comincia e finisce con te...»Elena chiuse gli occhi e non potè legger oltre. Ora il morto le stava presso, a ripeterle con una voce lenta il suo triste poema d'amore.In un'altra lettera Mathias le lasciava in eredità i suoi quadri ed il suo piccolo avere, pregandola di vender ogni [pg!98] cosa, tranne il suo ritratto, perchè potesse imprendere finalmente la via sognata e nulla dovesse ad alcuno, fuorchè all'amico scomparso.Per molti giorni ella rimase in balìa d'una sconsolatezza profonda, e passò lunghe ore in lacrime su la tomba dov'egli dormiva. Solamente allora si accorse di averlo veramente amato, come un fratello, più che un fratello, ed il rimorso non le dette mai pace.Da ultimo Elena fece donare i quadri ad un Museo, tornò ad abitare presso la signora Bergmann, ed appese il gran ritratto che le aveva dipinto Mathias alla parete della camera ove s'erano abbracciati per l'ultima volta, rifiutando le somme vistose che i mercanti offrivano per quella tela, mentre i giornali, encomiando la donatrice dell'altre opere, parlavano assai dell'artista ch'era morto su l'inizio della celebrità.Verso quel tempo il Duvally venne a Berlino, e l'andò a trovare. Sempre gaio, frivolo, sicuro di sè, diceva di non averla mai dimenticata un momento, e gli pareva «di ritrovarla più bella ancora, più matura per i trionfi della scena».Raccontò ch'era in discordia con l'Hohenfels appunto per causa di lei; tessè molti epigrammi, ne risero insieme.Da Berlino egli doveva recarsi a Vienna, indi a Roma ed altrove, per essere di ritorno a Parigi sul principio della nuova stagione teatrale. Voleva, per quel tempo, che vi andasse ella pure.— Non tardate oltre, — soggiunse, — perchè un mese di gioventù perduto è più difficile a ricuperarsi che molti anni di vecchiaia.E partì. Veniva l'estate. L'Hohenfels andò in campagna, dopo averla invitata seco più volte; la baronessa von Ritzner era su le montagne dell'Engadina, malata di cuore: le scriveva le sue sofferenze, pregandola di tornare con lei. Allora Elena si comandò molti abiti, rifece i bauli, coperse gelosamente il quadro di Mathias, lasciandolo in custodia della signora Bergmann, e partì per l'Alta Engadina.[pg!99] La baronessa era deperita molto; le crisi al cuore in pochi mesi l'avevano sensibilmente invecchiata. Il riveder Elena le dette una grande gioia, e parve che traverso il dolore nascesse nel suo sentimento una purità quasi materna.Fra gli amici della baronessa era un giovane ufficiale austriaco, Max von Schillenheim, ch'era il più temerario alpinista ed il più famoso guidatore di quadriglie che annoverasse in quella stagione la società cosmopolita di Saint-Moritz-Bad. Poco più che ventiquattrenne, alto, smilzo, con i capelli d'un biondo brunito, gli occhi limpidi, piaceva subitamente per la grazia del sorridere e per la spigliatezza de' suoi modi. Parlava con brio, corteggiava molto le signore, i suoi modi eran fini ed attraenti, aveva nella sua maschia bellezza quasi un'ingenuità di fanciullo.Anche ad Elena faceva la corte, in modo piacevole. Da prima ella ne rise, poi se ne compiacque. Non era nè irriverente nè sciocco; le parlava d'amore fra un discorso e l'altro, facendola molte volte arrossire.Poi avvennero varie cose.Avvenne ch'egli entrava sempre nella sala di lettura quand'ella scriveva o leggeva; ch'ella prese amore al tennis, ed ogni mattina per lunghe ore giocarono insieme; che v'eran nel giardino molti viali profondi, e pinete di là dal giardino, dove ci si perdeva... che ogni giorno egli era più timido e più ardente insieme; che avevano le camere, quelle pericolose camere d'albergo, sul medesimo piano, ed eran quasi di fronte...E molte cose avvennero inoltre, anche nel cuore di questa errante fanciulla, cui troppi desiderii altrui, torbidi e tenaci, avevano già irritato i sensi; ed avvenne che le due bocche giovini, più volte, con stordimento, s'incontrarono, ed una notte che il cielo terso dell'alta montagna brillava d'infinite stelle, nell'ombra, nell'oblìo d'un'ora, ella imparò paurosamente l'amore.[pg!100]————La stagione finì. Max von Schillenheim tornò al suo reggimento; Elena e la baronessa, che peggiorava sempre, andarono a Bad-Homburg, dove i medici le consigliarono di tornare a Berlino per affidarsi ad uno scienziato di grande fama, che le avrebbe forse dato ricovero nel proprio Istituto. Così fecero. Per un mese ancora Elena l'assistette, indi, poichè le sue cure non bastavano più, medici ed infermiere presero il suo posto, e la baronessa si risolse a lasciarla partire, colmandola di benefici e di doni.Allora Elena decise finalmente d'essere attrice. L'Hohenfels le offerse di patrocinar la sua carriera, però a patto che non dovesse mai, per alcun motivo, rivolgersi al Duvally; ed ella, senz'accettare nè rifiutare, partì frattanto per Parigi; dicendogli che in séguito gli avrebbe scritto.I luoghi della sua giovinezza le dettero al cuore una commozione profonda; ma ora vedeva sotto una luce nuova questa libera e splendida città del piacere, dove nell'aria stessa trema una vibrazione di vita che assilla i desiderii ed esalta i sogni fino al tormento. Cercò, sola dapprima, d'iniziarsi al teatro; ma tosto vide quanto la cosa era difficile, impossibile forse.Allora si ricordò dell'uomo che poteva, egli solo, prestarle un aiuto molteplice o divenirle il più forte nemico, e presa l'ultima risoluzione, un giorno l'andò a cercare.Le fu risposto che il Duvally erasi di nuovo recato a Roma, la settimana innanzi, e che vi sarebbe rimasto alcuni mesi, per faccende che aveva laggiù.Ella non conosceva Roma: il nome stesso d'una città ignota rappresentava, per il suo cuore di errante, una bellezza più luminosa della vita, una più grande anima da indovinare.[pg!101] Allora una mattina partì col treno che di Francia vàlica le gloriose Alpi, e scese verso Roma incoricabile, Roma dalle cento basiliche, Roma la regina dei secoli, che brilla e canta sul divino Tevere...————L'alba era già bianca dietro i vetri, quand'ella finiva di raccontare. [pg!102][pg!103]
Più tardi nella silenziosa notte, Elena mi aveva raccontato la storia della sua vita. Ed era una storia ben triste per una così bella creatura.
Mi narrava con malinconia le memorie dell'infanzia felice, nella tranquillità un po' severa d'un castello ungherese, dov'erano accolte le ricchezze di una lunga discendenza.
Per quanto lontano ella tornasse con la memoria, non poteva rivedere la madre se non sotto le sembianze di una giovine signora dagli occhi soavemente pensierosi, che, muta, con libro su le ginocchia, passava lunghe ore solitarie in una sala troppo vasta per lei, o succinta in abito d'amazzone scendeva presso i cancelli d'un grande parco secolare, mentre gli staffieri le imbrigliavano un cavallo grigio, dalle narici vive come lo scarlatto, con la criniera e la coda simili a due copiosi rami carichi di neve.
Il padre dimorava raramente nel castello, ed aveva per la moglie una devozione che pareva nascere da un profondo rimorso, anzi aveva per lei una specie di religioso amore. Ma ogni volta ch'egli tornava dalle frequenti assenze, avveniva molto spesso ad Elena di trovar sua madre tutta in lacrime nell'angolo di una sala, più spesso, poichè dormivano accanto, di udirla piangere nel silenzio della notte.
Egli amava con passione la musica, e suonava divinamente il violino, la sera, in una stanza chiusa, per lunghe ore continue.
Ella e sua madre lo ascoltavano dalla sala vicina, in silenzio.
[pg!69] Un giorno, dopo una sua più lunga assenza, lo portarono morto al castello due grandi uomini sconosciuti, che tristemente accarezzarono la sua testolina di fanciulla.
Sua madre la condusse a baciare il cadavere, poi mise un abito nero, e da quel giorno, per lunghi mesi, non parlò quasi mai, divenendo malata. Le disse ch'era morto in viaggio; ma più tardi ella seppe, nell'ascoltare i discorsi dei domestici, ch'era stato ucciso in duello.
Poco tempo dopo il castello era venduto. Vennero genti nuove, che portaron via i mobili, i quadri, gli arazzi, le armerie, i cavalli: tutto. Una mattina sua madre, pallida e pur sorridente, la condusse per tutte le stanze, per i piantereni e per le scuderie, le mostrò l'intero dominio, quasi per bene imprimere nel suo cuore la memoria d'ogni cosa, poi, quando furono in fondo al giardino, presso una fontana, ch'ella rivedeva sempre, le disse con voce tranquilla:
— Tutto questo non ci appartiene più, Elena. Siamo povere adesso e dovremo partire.
Un signore le accompagnò, che veniva sovente al castello.
Si chiamava Franz von Hohenfels ed era prussiano. Andarono a Parigi; con l'ultimo denaro arredarono tre piccole stanze in un quartiere eccentrico; vissero nei primi tempi di quello che la madre guadagnava traducendo novelle, romanzi e poesie dall'ungherese, o copiando, se il bisogno urgeva, le tesi dei medici ed i memoriali degli avvocati.
Allora quella donna malata, che pareva solamente reggersi per un miracolo di energia, si rivelò agli occhi della figlia sotto una luce quasi eroica. In lei viveva un'anima nascosta, capace delle più grandi rassegnazioni.
Elena, a quel tempo, non aveva che sedici anni, e curava le cose domestiche, aiutando la madre, leggendo a voce alta i suoi libri e ricopiando i suoi manoscritti quando i poveri occhi stanchi non vedevano più. Talvolta la madre dettava, e dettando le spiegava ogni cosa, la iniziava lentamente alla sua vasta cultura, dandole [pg!70] un piacere caldissimo per le cose dell'arte. Quando i guadagni divennero più lauti, ella fece seguire ad Elena qualche lezione alle cattedre pubbliche, preparandola man mano ella stessa per un esame d'istitutrice che il suo pronto ingegno superò senza fatica.
Alcuni amici venivano a visitarla talvolta e spesso quel Franz von Hohenfels che alla morte del padre assunse la tutela di Elena.
Innamoratissimo della madre, aveva tentato per lungo tempo d'indurla suo malgrado a seconde nozze; ma Elena preferiva la miseria, purchè sua madre rimanesse a lei, a lei sola, in quella piccola casa di Montmartre, di fronte alla chiesa del Sacro Cuore, dove i tramonti su l'apoteosi della città incendiata erano così divinamente belli.
Dopo qualche tempo l'Hohenfels finì con rinunziare a questo progetto e le sue visite a Parigi furon meno frequenti, finchè cessarono del tutto. S'era più tardi ammogliato in Germania, e solo scriveva di quando in quando per domandare notizie con freddissima urbanità.
Ma vennero i tempi tristi; la madre ammalò, fors'anche di stanchezza; il lavoro le divenne impossibile, il denaro mancò. Era d'inverno e tutto scarseggiava, la luce, il fuoco, il pane, in quelle tre camere taciturne dove una donna di trentasette anni ed una fanciulla di diciotto erano sole a difendersi contro la vita.
Allora fu per Elena una corsa pazza lungo le vie di Parigi, ad ogni porta, ad ogni scala, in cerca di lavoro, di un qualsiasi lavoro che desse una tazza di brodo per la madre malata, che desse la legna per accendere un po' di fuoco la notte, quand'ella tremava, scarna, sotto la coltre, vaneggiando.
Per molte settimane, perchè non le portassero la madre all'ospedale, Elena fece ogni umile mestiere: praticò le scuole delle sarte, ricamò le iniziali delle biancherie, vendette nei negozi, assistette malati, rispose agli annunzi dei giornali, si trascinò per ogni agenzia, fu da ultimo la modella di un pittore.
[pg!71] E questo giovine che la vide così bella e così triste, invece di offenderla, ebbe del suo dolore una fraterna pietà. Povero, volle offrirle qualche soccorso, la confortò, venne a visitare la madre. Ungherese di nascita egli pure, — (e per questo Elena v'era andata) — si chiamava Mathias Bunko ed era minato da una inguaribile malattia.
Tacitamente il giovine si accese di un disperato amore per lei; quell'amore sublime delle anime che sentono la morte vicina.
Mathias andava in cerca di lavoro per lei come per una sorella; poi, la sera, non potendo recare di meglio, portava un cordiale per la malata, un succo di carne per sostentarla, un giornale che la divertisse, un fiore. Aveva una bella fronte pallida, la bocca femminea, la voce soave. Parlava dell'Ungheria lontana, de' suoi giorni d'infanzia, de' suoi sogni d'arte; voleva, quando la madre fosse guarita, fare un grande quadro di Elena, esporlo, giungere rapidamente alla fama, — rapidamente poich'egli aveva dinnanzi a sè una vita breve.
Invece la malattia peggiorò ed il medico fece trasportare l'inferma all'ospedale. Furono giorni di disperazione, che nessuna gioia della vita potrebbe mai compensare.
Oh, l'ultima sera in quella nuda stanza d'ospedale presso il letto già solenne come un feretro! Una monaca piangeva in silenzio presso il capezzale, ferma, rigida. Ed Elena rivedeva sempre quella mano di morente levarsi ancora stanca e fredda fino alla sua fronte, per darle una benedizione suprema; udiva quella voce ormai lontana dirle ancora, diminuendo, fuggendo:
— Elena... sii buona, sii forte... Vivi con fede, con fierezza... Elena, mio amore, addio...
Poi, tosto, nella luce livida, un Crocifisso scenderle sul petto, gli occhi della moribonda volgere verso di lei l'ultimo sguardo umano, e lentamente svanire, finire, in una specie di stupefazione, serbando il loro inestinguibile sorriso...
[pg!72] — Mamma, mamma mia!... — aveva ella gridato, cadendo sul cuore della morta. E Mathias la raccolse nelle sue braccia, Mathias, il pallido fratello, il suo povero amico.
Per molti mesi ella fu ricoverata in un monastero, finchè un giorno le venne da Berlino una lettera di Franz von Hohenfels, che le mandava denaro, invitandola a partire per la Germania, dov'egli le avrebbe ottenuto un posto d'istitutrice.
L'ultimo giorno andarono insieme al camposanto, Mathias e lei, per salutare la morta. Elena vide ch'egli barcollava, quel giorno.
— Andate proprio via? — le disse il giovine con una voce che non era più la sua, una voce spenta.
— Sì, — ella rispose — domani.
— Mi scriverete qualche volta?
— Sempre, sempre, Mathias! E poi ci rivedremo un giorno...
Egli ebbe un sorriso incredulo:
— No, Elena, forse mai...
Ed erano caduti entrambi a ginocchi, nel camposanto dei poveri, dinanzi a quella croce nuda.
————
————
Il tutore l'accolse nella casa dov'egli abitava con la moglie e con due bambini.
Il terzo giorno dopo il suo arrivo l'Hohenfels la condusse nel suo studio e vi fece portare dai domestici un grande baule polveroso. Cercò nella cassaforte un libretto di risparmi, alcuni astucci di gioielli, aperse il baule, poi disse:
— Tutte queste cose vi appartengono, Elena; mi furono consegnate per voi.
Ella se ne meravigliava, ma il tutore prese a dire:
— Quando vostra madre lasciò l'Ungheria mi diede in custodia questi ultimi residui del suo patrimonio, ch'ella [pg!73] aveva ridotto al nulla per pagare i molti debiti della famiglia o piuttosto — poichè forse già lo saprete — i debiti di suo marito. Mi lasciò queste cose con l'obbligo giurato di non consegnarle che a voi, dopo la sua morte, o, qualora me lo domandasse, alla vostra maggiore età. Vostra madre fu una santa ed una vera martire: non dimenticatelo mai, Elena. Oggi obbedisco alla sua volontà.
V'era il corredo da sposa della madre, pochi oggetti preziosi ch'ella si rammentava di aver veduti al castello ed alcuni gioielli antichissimi della famiglia.
Tutto ciò le parve l'ultimo sorriso, l'ultimo bacio della sua mamma per sempre lontana, e questa lieve ricchezza la fece piangere di malinconia. Era la sua tragica e santa eredità; bisognava non dimenticare quell'esempio di fortezza. Ed Elena serenamente si dispose a vivere la sua vita nuova, poichè il tutore le aveva trovato un posto d'istitutrice in una scuola privata.
Passarono mesi di tristezza e di solitudine. Mathias le scriveva quasi ogni giorno; ella rispondeva sempre, e, come ad un fratello, tutto gli raccontava: la grande aridità della sua vita, i bui pensieri, lo sconforto, i libri che leggeva, le persone che frequentava, le memorie della povera morta, il gran desiderio che aveva ella stessa di morire. Una volta, ricordandosi ch'egli era così povero, andò alla Banca, prese una piccola somma e gliela spedì. Ma egli la rimandò con una lettera squisita, in cui vagamente, per la prima volta, le confessava la sua passione.
Questo pensiero le dette un grande smarrimento; non aveva mai creduto ch'egli potesse amarla, e considerava Mathias veramente come un fratello. Ebbe vergogna, ebbe paura, ebbe pietà; gli rispose pregandolo di non volerle bene, di non pensare a lei, di lavorare a' suoi quadri.
L'Hohenfels la visitava qualche volta e più spesso l'invitava nella sua casa, mostrandosi ora diverso che non per il passato, e cioè troppo familiare, quasi ambiguo.
In quei giorni, per uno scandalo che fece assai rumore, l'Hohenfels si separò dalla moglie e tenne seco [pg!74] uno dei due figlioli. Circa un mese dopo questo fatto egli venne a proporle di dare lezioni al suo bimbo ed ella consentì.
L'Hohenfels assisteva regolarmente a queste lezioni, seduto presso la tavola, sorridendo e guardandola sempre. Voleva sovente che rimanesse a pranzo; un giorno le passò la mano sui capelli, dicendole:
— Sapete, Elena, che vi siete fatta una magnifica ragazza?
Ella divenne di porpora, ma non osò rispondere, perchè di lui aveva una incomprensibile paura.
Era un uomo sui quarantacinque anni, ancor giovanile d'aspetto, che nel discorrere usava gesti compassati ed autorevoli; aveva i baffi castanei, rudi, la bocca un po' sardonica, il naso diritto, gli occhi d'un color glauco-verde, pieni di volontà.
Frattanto era trascorso più di un anno, e la sua tristezza non guariva; ogni cosa le dava un senso di profonda mediocrità, e sognava di andare per il mondo alla ventura, fin quando, in una terra lontana, improvvisamente, come schiuse da un prodigio, davanti a lei si aprissero le porte meravigliose della vita.
Trovò, sul finire di quel Settembre, una vecchia signora senza parenti, ch'era solita viaggiare quasi tutto l'anno, la quale accettò di prenderla seco e farne la sua dama di compagnia. Sùbito, e nonostante le preghiere dell'Hohenfels, lasciò la Germania e vide un gran numero di paesi.
Fu durante uno di questi viaggi ch'io la conobbi.
Ma la vecchia signora finì con accorgersi ch'era molto incomodo avere per dama di compagnia una ragazza così bella, poichè dappertutto gli uomini la corteggiavano e l'inseguivano con soverchia insistenza. Di nuovo Elena si trovò sperduta, senza desideri, senza meta. Fece venire una parte del suo denaro e viaggiò sola per qualche tempo, inebbriandosi di sogni che non si sarebbero avverati mai.
Passava, senza conoscere ancora la sua bellezza, con tutta [pg!75] l'anima negli occhi, per le città straniere, perdendosi fra le folle rumorose, aggirandosi per i musei, per le biblioteche, nei giardini, fermandosi la sera, verso il crepuscolo, su le arcate dei ponti a guardare i fiumi trascorrere, i laghi oscillare, splendere il sole sui vetri delle case, che balenavano come lamine d'oro. Guardava le folle dissimili mutarsi di frontiera in frontiera, parlando linguaggi diversi e con diversi destini; guardava ed era negli occhi attonita, come chi dalla spiaggia di un mare veda correre sulle opposte onde infiniti velieri e non sappia qual destino li guidi nè a quali porti vadano, per l'interminato azzurro, in cerca d'approdo.
Per lei tutto nel mondo era un pericolo, tranne le parole di Mathias, che la vegliava di lontano scrivendole alcune lettere sublimi.
Allora, fra le città straniere, qua chiamata e là respinta, fra gli usi e le persone più varie, con il coraggio dei vent'anni, con l'intelligenza versatile che nasce dalle difficoltà, imparando a fingere, a destreggiarsi fra gli uomini, cominciò per lei quella corsa randagia, infaticabile, ch'era la sua battaglia per la vita.
A poco a poco amò quella sfrenata indipendenza, quel vagabondaggio alla ricerca dell'ignoto, quel rinnovarsi dell'anima in un perpetuo fuggire.
Un giorno ella imparò a conoscere i libri di Massimo Gorki: glieli aveva dati un professore paralitico, il quale abitava una soffitta al di sopra della sua, in una città danubiana.
Questi libri l'accesero, le parvero il poema eroico della miseria, il vangelo dei diseredati. S'innamorò di quei naufraghi alteri che non volevano arrendersi alla nemica vita, e discutevano fra i loro cenci una filosofia nuova della società umana, come dottori all'Accademia, essi, fra le caraffe d'acquavite.
Allora pensò ch'ella pure, come quei caduti, come quegli ex-uomini, aveva un passato di luce, un avvenire d'ombra. Com'essi era caduta sotto l'invincibile furore della fortuna e più non le rimaneva che una forza: [pg!76] quella di considerare la vita come una catena di avvenimenti provvisori, cioè dall'oggi al domani, con instabilità seguendo l'alea dei nomadi, e senza perdere mai la coscienza di rimanere un «essere umano».
Pochi centesimi bastarono alla sua vita, qualche libro, qualche fiore.
E visse di sè, chiudendo nell'anima sua di fanciulla un infinito mondo; vide ciò che ha nome il bene e il male, ciò che gli uomini hanno pensato di giusto e d'ingiusto, ciò che una creatura deve compiere per insignorirsi del proprio destino.
Libera e sola, continuò quel suo pellegrinaggio, fin quando, in una città sul Reno, essendosi gravemente ammalata, fu accolta in un Asilo Evangelico. Dopo la guarigione, le suore che avevan preso ad amarla vollero rimanesse con loro e le affidarono alcuni bimbi da educare, quand'ella ebbe loro promesso di convertirsi al protestantesimo.
Quella pace ora la riposava; le pareva di amare il convento, le preghiere lunghe, le fervide meditazioni; un fondo di misticismo innato le si ridestava nei recessi dell'anima.
Il pastore che l'istruiva per la conversione s'innamorò di lei. Non glielo disse dapprima, forse non osò; ma ogni giorno le portava un libro di fede o di evangelica meditazione, avendone prima sottolineate alcune frasi di amore castissimo. E talvolta, partendo, serrava lungamente una mano della fanciulla tra le sue.
Finalmente un giorno si fece coraggio; le confessò di volerle bene, le domandò se avrebbe mai consentito a sposarlo. Elena, dopo averlo guardato un momento, si mise a ridere come una pazza, e rise così forte che il povero giovine, tutto vergognoso, fuggì.
Ma poi, quando lo rivide, così pallido e serio, così turbato davanti a lei, quasi le spiacque di avergli fatto male e gli usò molte piccole cortesie. Ora il giovine le impartiva la sua lezione rigidamente, senza guardarla, e solo di quando in quando le portava un libro, ancora con le parole segnate.
[pg!77] Un giorno, — eran nel giardino dell'Asilo, d'autunno, quando i fiori appassivano tra l'ingiallire delle foglie, — il pastore venne di nuovo, più turbato, e le camminò lungamente a fianco, senza parlare.
Per la prima volta Elena lo guardò come si guarda un uomo. Il pastore si chiamava Miller; forse non aveva più di venticinque anni. I suoi capelli spiovevano biondi e ben pettinati fino alla piegatura della nuca, facendo come uno scalino sopra le spalle, un po' esili nella solennità dell'abito nero. Due chiari occhi morbidi gli splendevano sotto la fronte vasta, mitigando l'ardore della sua bocca troppo sensuale, che in alcuni sorrisi tradiva i segni di una forte volontà repressa.
D'un tratto il pastore, fermandosi davanti a lei, rigido, con il capo scoperto, mentre il sole gli dorava la fronte, ripetè la sua domanda:
— Non vorreste voi, Elena, dividere con me, nella mia casa e nella mia vita, quella missione di carità umana che mi è concessa da Dio?
Era un pomeriggio di sole; tutte le finestre del convento splendevano come raggiere; dal vivaio, le rose inclaustrate mandavano per l'aria dorata un profumo inebbriante.
Ed ella, forse perchè il turbamento di quella voce la invase, forse perchè il giovine era bello così, con la fronte nel sole, forse perchè il luogo, l'autunno, le foglie cadute, le infondevano un senso di commozione mistica, ella, senza riflettere un momento, promise di sì....
Ma tre giorni dopo lasciava l'asilo e la città ed il fidanzato, per correre lontano, in cerca d'altri destini. Ella compiva queste crudeltà involontariamente, senza più ripensarvi, perchè nella sua vita si era fatta un'anima di avventuriera e non sapeva bene intendere nè definire cosa mai fosse quel comune desiderio degli uomini, che li spingeva tutti a volerla, fosser anche d'animo puro e dolce come il pastore Miller o come l'amico Mathias, del quale aveva ora migliori notizie. Non era più così povero; un quadro esposto l'anno prima lo aveva reso [pg!78] noto, ed anzi, nei giornali parigini, aveva letti grandi elogi su di lui. Nell'ultima sua lettera egli le scriveva che si sarebbe recato presto a Berlino, perchè gli avevano data la commissione di un ritratto, e sperava di rivederla, dopo così lungo tempo. Rivedere Mathias!... Oh, certo, anch'ella vi sarebbe andata!
————
————
Quando arrivò il suo treno, egli l'attendeva sotto l'atrio della stazione. Dopo tre anni, com'erano entrambi mutati! Ma parve ad entrambi che non fosse trascorso nemmeno un giorno. Si abbracciarono e non osarono baciarsi.
Mathias non vestiva più quegli abiti così dimessi; era più elegante assai, ma conservava sempre la medesima fronte pensierosa e quegli occhi un po' esaltati, quel suo triste pallore. Anzi era più pallido, e, camminando, una invincibile stanchezza gli traspariva da tutte le membra. Elena ebbe quasi vergogna di ritrovarsi così piena di forze, accanto a quel giovine che pareva estremamente sfiorito. Abitarono vicino; egli prese in affitto uno studio vasto, luminoso; ella, due piccolissime stanze ad un terzo piano. Elena in quei giorni non aveva denaro e non voleva certo vendere i pochi gioielli della madre. Allora Mathias gliene prestò; ma ella poi lo costrinse a riprenderlo quando appena potè ottenere alcune lezioni di lingue straniere. Mathias le disse tristemente: — Voi non mi considerate più come il vostro amico.... Gli altri uomini vi hanno insegnato a diffidare anche di me.
Qualche volta egli si atterriva nell'udirla parlare; allora la guardava con un lungo rimprovero silenzioso ed una specie di affanno contraeva la sua faccia dimagrata. Passò l'inverno. Egli andava ogni giorno a prenderla, quando moriva la luce su le tele de' suoi quadri, ed uscivano insieme per la città rumorosa, per i viali dei grandi parchi, simili a foreste addormentate, ove la primavera destava tra il verde il canto nuovo delle fontane.
[pg!79] Mathias non le parlava quasi mai; solamente l'ascoltava, camminandole a fianco un po' curvo, e qualche volta scuotendo il capo, quando Elena faceva ad alta voce un sogno d'avvenire.
— Se io facessi un quadro di voi? — le disse un giorno.
— Si? Volete? — Elena rispose.
Ed una felicità subitanea splendette nella faccia del pittore.
Tosto vi si accinse. Tutta l'anima del giovine si trasfuse nel quadro, l'anima che voleva tutta esprimere quella pura bellezza in una luminosa magnificenza di colori. Elena non poteva concedergli molte ore della sua giornata e l'opera si compiva lentamente.
Dopo alcuni mesi dall'arrivo, un giorno ella si recò a visitare l'Hohenfels, al quale aveva scritto di quando in quando lungo le sue peregrinazioni. Un sentimento strano la guidava ora verso di lui, verso quell'uomo del quale aveva sempre avuta una irragionevole paura. Ed era il desiderio di apparirgli davanti, nel fiore della sua bellezza, un po' altera, un po' beffarda, ora che si sentiva sicura della propria forza e sapeva di non tremare davanti a quegli occhi. Voleva quasi dirgli con uno sguardo:
— Ecco, vedete: sono qui. Non ho avuto bisogno di voi, non vi debbo nulla!
Egli era forse un po' invecchiato, ma conservava sempre una grande vivacità nella fisionomia, nei gesti, ed un sorriso leggermente sardonico su l'orlo della bocca fine. Al vederla, ne rimase attonito; s'informò dove abitasse, che facesse, quali fossero i suoi disegni. Una settimana dopo l'andò a visitare nelle sue piccole stanze, e giudicando il luogo inadatto, disse che per il medesimo prezzo avrebbe potuto trovare assai meglio a Berlino, se gli concedeva di far ricerche per lei. Ella se ne schermì più volte, ma le sue preghiere la vinsero, perch'egli sapeva essere persuasivo, cortese, discreto.
Tornò, dicendole di aver trovato per lo stesso prezzo una grande camera, quasi elegante, presso una famiglia [pg!80] borghese che teneva pigione; insieme andarono a visitarla. Una donna piacevole d'aspetto, con una sola figlia quattordicenne, governava la casa, ed il luogo era davvero lindo, messo con leggiadria. Elena quasi non poteva credere di avere una così bella camera per un prezzo così mite; allo scader del mese vi si trasferì. Solo, per una specie di delicatezza, non disse a Mathias ch'era stato il suo tutore a trovarle questa camera.
Egli si rammaricò perchè andava più lontana, e le disse:
— Le vostre lezioni vi prendono quasi tutta la giornata; avete così poche ore per me!
Ella, per fargli piacere, si levava la mattina di buon'ora e vi andava quando la luce era più limpida.
Ma egli sfioriva ogni giorno, intento sopra quella tela che assorbiva la sua vita. La tosse lo martoriava con maggior insistenza e gli occhi suoi parevano sempre più accendersi di una fiamma latente.
— Dove andrete mai, Elena, quando sarete stanca di vivere qui? — Mathias le domandò una volta.
— Ora ho fatto un sogno, — ella rispose. — Voglio diventare attrice. Quando avrò denaro, tornerò a Parigi per studiare.
Gli occhi di Mathias ebbero uno sguardo di smarrimento, il suo pallore divenne più cereo, ma non disse parola.
Questo infatti era il suo grande sogno. Divenire attrice, interpretare le anime, apparire su la scena, ella sola, davanti a mille, dire una frase, inebbriare una platea! Quante volte, nei giorni più neri della sua vita, si era cullata in questo sogno, si era sentita la virtù di esprimere, di raffigurare, di commuovere!... Perchè Mathias non ammirava questa idea? Non l'ammirava, eppure le aveva detto:
— Tutto quello che possiedo ve l'offro, se vi può servire.
Ma ella naturalmente aveva rifiutato, commossa dalla sua bontà. Per un momento ebbe l'idea di parlarne all'Hohenfels, ma sùbito l'abbandonò. Sebbene paresse mutato, [pg!81] pure a lei non garbava di avere un debito con quell'uomo. Seguitò invece a lavorare, con la speranza secreta.
La signora Gräfe, la sua padrona di casa, era una donna estremamente cortese. Non più giovane, un po' manierata, con due grosse trecce di capelli finti, doveva essere stata molto bella in gioventù. A lei mostrava una tenerezza quasi materna e si accapparrava la sua fiducia dandole molti ottimi consigli. La sera, quando pranzavano insieme, le teneva certi discorsi allegri ed un po' salaci.... Veniva spesso a visitarla un uomo di mezza età, un sottufficiale in congedo, ch'era il suo amante. Ella parlava di ciò con naturalezza; un giorno anzi, nel mezzo d'un discorso, le aveva domandato:
— E tu, non hai ancora avuto un amante?
— Io no, signora Gräfe, — le aveva risposto Elena, chinando gli occhi. Dopo tre giorni appena la sua padrona di casa le aveva dato sùbito del tu.
— Ebbene sei una scioccherella! — rispose costei. — Quando sarai vecchia e brutta non ti servirà davvero a nulla d'essere stata più o meno onesta, mentre ti pentirai amaramente d'aver sciupata la tua giovinezza. Perchè siamo al mondo noi? Par gli uomini. E gli uomini? Per noi.
— Ma io non l'ho mai desiderato, — Elena disse, confusa.
— Non c'è bisogno di desiderarlo, anzi, non si deve. Tu aspetti l'amore, piccina mia?... Bada a te! Questo è il grande pericolo. Invece si prende un amante perch'è necessario, è utile, qualche volta è anche piacevole. Ma, dimmi: tu che sei bella come un fiore, quale vantaggio ricavi dall'aver fatta la vita che fai e dal lavorare tutto il giorno per pochi centesimi, quando, con un bacio che tu volessi dare, potresti esser vestita di seta e coperta di gioielli da capo a piedi, potresti pagarti ogni capriccio e menar la vita che più ti conviene? Perchè ti sacrifichi? per rimanere onesta? Bel merito! Se ci ragioni sopra un momento, vedrai che questa è una [pg!82] parola, null'altro che una parola. Poi, chi ti crede? Pensi forse che una sola persona, vedendoti così bella, s'immagini che tu sia una ragazza tuttora illibata? Macchè! nemmeno per sogno! E la persona che lo potesse credere, se fosse una donna ti direbbe quello che ti dico io, se poi fosse un uomo penserebbe sùbito: «Via, non è possibile che lo faccia per onestà.... Si vede che aspetta il suo tipo, che aspetta me: proviamo!» Questa è la vita, bambina mia. Ti parlo così, come parlerei ad una figlia.
E tali discorsi ogni giorno si ripetevano con maggiore frequenza. Elena da prima se n'era offesa, poi vi si era assuefatta, finchè, da ultimo, quelle cose madornali che diceva la signora Gräfe riuscirono a divertirla.
Di tutto questo ella non fe' cenno a Mathias, perchè ne avrebbe sentita troppa vergogna davanti a quell'anima così lontana dalla vita. E nemmeno gli raccontò come un giorno la signora Gräfe le avesse fatta un'allusione anche più precisa.
«Perchè mai, — diceva, — Elena eviterebbe di accordare qualche favore a quel ricchissimo von Hohenfels che le usava tante cortesie? Non aveva ella compreso che l'uomo avrebbe commessa per lei qualsiasi follìa? Non avrebbe certo esitato a prenderle una villetta verso il Thiergarten, o forse intorno al Wannsee, donandole abiti, gioie, carrozze, cavalli. Certo ella non aveva che una parola a dire... Credesse a lei: l'esperienza sua di donna pratica non la poteva ingannare!...»
Fu invece Mathias che osò per primo fare un accenno a questo argomento.
— Cosa pensate voi di quell'Hohenfels? — le domandò un giorno. Elena, subitamente, si fece rossa.
— È stato il mio tutore, — rispose. — Ora cerca d'aiutarmi perchè si pente forse d'avermi sempre abbandonata.
— Lo credete sincero?
— Chissà? E d'altronde che me ne importa?
Egli non insistette oltre; la dolcezza di quell'anima era il silenzio.
[pg!83] Intanto le sue mani scarne suscitavano un miracolo di colori. Egli poteva ora veder Elena meno sovente, perchè aveva un'altra Elena, più sua, e l'adorava creandola. In lui si compiva una rinunzia suprema; il tacito sogno della sua vita moriva.
L'Hohenfels aveva presa l'abitudine di venire ogni giorno in casa della signora Gräfe e talvolta vi rimaneva per il pranzo, dicendo ch'era solo e s'annoiava. I discorsi più frequenti cadevano su l'avvenire di Elena, poichè non gli sembrava possibile ch'ella volesse continuare una vita simile.
Dopo aver molto meditato, Elena gli confessò che la sua speranza era quella di essere un giorno attrice.
L'Hohenfels accolse l'idea con calore, la felicitò, si offerse di rendere la cosa possibile. Occorrevano studi molto ben guidati, ed egli poteva, nella sua qualità di vecchio amico, farle un prestito, che poi la ricca e fortunatissima attrice gli avrebbe rimborsato. Ma non bisognava tardare oltre. La via dell'arte è faticosa e lunga. Egli era da molti anni amico d'un impresario parigino, il quale avrebbe semplificate le cose con la grande autorità di cui godeva fra persone di teatro. Quest'uomo sarebbe anzi venuto a Berlino qualche settimana più tardi: l'occasione era dunque propizia.
Elena ormai non si dissimulava più le intenzioni palesi dell'Hohenfels, ma questo le riusciva indifferente, fin quando almeno la sua cortesia non eccedesse i limiti onesti.
Una sera, ch'egli aveva pranzato in casa della signora Gräfe, curiosità lo prese di accompagnar Elena fino alla soglia della sua camera «per vedere — disse — con qual gusto ell'avesse ordinato il suo mobilio e dove si potessero meglio collocare certe stampe inglesi ch'egli voleva donarle». Dalla soglia, come per inavvertenza, entrò; e poi ch'Elena gli diceva un po' turbata: — Ma, non vedete? c'è un gran disordine... lasciatemi, signor Franz!... — egli, con somma naturalezza, si diede ad osservar minutamente ogni cosa, a toccar gli oggetti ch'erano sui [pg!84] tavolini, a carezzar le gonne che pendevano dagli attaccapanni, e passò vicino al letto, facendo scorrere una mano sul cuscino, su la coltre; poi disse:
— Mi ricordo ancora quand'eravate piccina e dormivate in un lettuccio da bambola. I vostri piedini allora non sarebbero arrivati fin qui... — Soggiunse: — Ora che grande letto avete!
Infatti nella casa della provvida signora Gräfe i letti erano vasti assai.
L'Hohenfels, con la fronte accesa, le venne vicino e cominciò a parlare ambiguamente, carezzandole un braccio. Intimidita, ella fece un movimento brusco, si ritrasse fino alla soglia ed uscì.
— Che avete? Vi faccio paura? — egli domandò ridendo.
— No... ma, sapete, sono gelosissima della mia camera; non mi piace che nessuno vi entri.
E fu tutto per quella sera.
Dopo alcune settimane l'Hohenfels le annunziò che l'amico parigino, un certo Ernest Duvally, era giunto, ch'era informato già d'ogni cosa e desiderava solamente conoscerla. Per questo era opportuno ch'ell'andasse a pranzo da lui, dove lo avrebbe incontrato quella sera stessa.
Il Duvally approvò con fervore l'idea di farne un'attrice; spiegò ad Elena qual fosse la più rapida via per iniziarsi a quell'arte, anzi promise di guidarla egli stesso nei difficili esordi parigini, mentre si riprometteva di farle ottenere un'ammissione immediata su le scene, tosto che avesse compiuti gli studi necessari.
La repentina felicità tratteneva Elena da ulteriori considerazioni. D'altronde non temeva l'uomo, e l'ebbrezza di poter riuscire valeva ogni rischio. Con Mathias tenne secreta la sua decisione per non affliggerlo sino all'ora della partenza. Egli non era venuto una sola volta nella sua casa, e quand'Elena gli domandò la ragione di questo suo riserbo egli rispose in modo evasivo, cercando pretesti, poi confessandole che tutta quella casa, ed in [pg!85] particolar modo la signora Gräfe, non gli piacevano affatto. Ma Elena ormai non viveva più che per la sua nuova speranza.
Quel Duvally era un uomo giocondo, garbato, salace, ricco di aneddoti; la corteggiava in modo amabile, con quella galanteria francese che piace alla donna, poichè la lusinga nella sua femminilità. Era inoltre un bell'uomo, con la bocca fresca, il labbro raso, i denti minuti e bianchissimi.
— Sapete, — le aveva detto un giorno, parlandole dell'Hohenfels, — questo Gambrinus è buono per cominciare. Ma poi ci vuole di meglio! D'altronde che bisogno avete di lui? Quando vi sarete risolta, basterà scrivermi una parola.
E con lui non era possibile offendersi, perchè aveva sempre una trovata spiritosa, una celia bizzarra, e pareva non ammettere alcun valore a coteste sue frasi. Egli diceva inoltre:
— Avete anche un pittore che vi fa il ritratto? Nulla di più opportuno. Bisognerà farvelo dare, perchè un bel quadro non è l'ultimo argomento di buon successo per un'attrice bella. Solo, mi raccomando, non troppo vestito, per Parigi... I pittori, qui, amano la stoffa; noi amiamo il nudo. Contraddizioni di razza, diversità di scuola: ecco tutto!
E partì su questa mezza intesa, mentre l'Hohenfels per proprio conto credeva prossimo il trionfo della sua laboriosa pazienza.
Fu la signora Gräfe ad annunziarle una sera, di punto in bianco, che l'Hohenfels le aveva dato incarico di condurla da una buona sarta, perch'ella si comandasse in tempo tutti gli abiti che occorrevano prima della imminente loro partenza.
Elena fece le sue maggiori maraviglie.
— Capirai, — le spiegò la Gräfe, — dovendo vivere a Parigi con un signore come l'Hohenfels, i tuoi abiti non sono abbastanza eleganti.
— Dovendo vivere?... con chi? — Elena interruppe, [pg!86] dando in uno scoppio di riso. — No, no! Ringraziatelo pure, ma ditegli che alla sarta provvedo io stessa! Credo, in verità, che ci siamo intesi male...
Questa volta la signora Gräfe perdette la pazienza.
— Ma senti, bambina mia, — le disse, — che intenzioni hai finalmente? Perchè qui si tratta di venirne in chiaro!
E nel suo gergo fiorito prese a magnificarle tutte le delicate cortesie dell'Hohenfels, i sacrifizi, anche di denaro, ch'egli faceva per lei, non volendo che «la si andasse a rovinar la salute nelle stamberghe umide, tra i filosofi ed i cenciaiuoli dei quarti piani».
— Te ne faccio la confidenza, ma non lo dire a lui, per l'amore di Dio!... per l'amore di Dio! — le andava ripetendo ad ogni tratto.
Allora Elena ebbe uno scatto di vergogna e d'ira, dolendosi per quel denaro che non poteva sùbito rendere all'obliquo insidiatore.
La mattina seguente lasciava quella casa, prima che l'Hohenfels avesse il tempo di rivederla. Qualche giorno dopo, recandosi a visitare Mathias, egli, che ormai le parlava con un triste riserbo, le porse una lettera dicendo: — È venuto ieri da me un domestico e mi ha lasciata questa lettera per voi. Diceva di non conoscere il vostro nuovo indirizzo, ed anzi me lo domandò. Io credetti bene di rispondere che non lo sapevo.
E si rivolse alla sua tela, in silenzio.
Povero Mathias!... Com'egli la guardò, quand'ella gli ebbe raccontata quella storia! Perchè non avergliene parlato prima? Egli vedeva il male, ma non osava darle consigli, poichè gli sembrava ch'ella non volesse più considerarsi come una vera sorella per lui. E sùbito le offerse il denaro da rendere a quell'uomo.
— Grazie, Mathias, ma non voglio. Egli è ricco, voi no.
— Che importa, visto che ve lo posso dare?
— Ve ne ringrazio di tutto cuore, ma non voglio. Lo renderò io stessa quando potrò. D'altronde il piacere che egli ebbe nel desiderarmi vale assai più di quanto ha speso.
[pg!87] Mathias non potè trattenersi dall'osservarle che questa frase non era degna di lei.
— Che volete mai? Fra queste indegnità s'impara finalmente cosa la nostra bellezza vale!
Il quadro intanto appariva ogni giorno più maraviglioso, ed il pittore si dimenticava davanti alla sua tela. Una volta Elena gli domandò:
— Quando sarà finito il mio quadro?
— Mai, — rispose Mathias, con tristezza. — Questi quadri non si finiscono mai. Ogni giorno viene un pensiero nuovo, perchè ad essi manca sempre qualcosa.
— E cosa?
— Non so, — egli disse, turbandosi; — la vita, forse, per essere come voi.
Elena chinò la faccia.
— Non lo esporrete, Mathias?
— No. Il quadro mi appartiene. Vi ho dipinta per avervi con me quando andrete via.
— Credete ch'io partirò di nuovo?
— Lo credo; sì, lo credo. Anzi m'immagino che vi pensiate ogni giorno. Voi avete il destino degli erranti e non potete far altro che passare.
— È così, Mathias. Forse andrò via di fatti...
Aveva pochissime lezioni a quel tempo. Era il finir dell'estate; molte allieve indugiavano ancora nei luoghi di cura e di campagna. Faceva un calore insopportabile nelle vie di Berlino ed Elena si annoiava mortalmente.
Un giorno, con una risoluzione subitanea, scrisse al Duvally. Scrisse una lettera evasiva, raccontandogli ad un dipresso com'erano andate le cose con l'Hohenfels. Questi non tardò a rispondere, dicendo fra l'altro che, tempo addietro, egli pure le aveva scritto, ma senza ottener risposta. Ed Elena comprese che la lettera doveva essere caduta nelle mani dell'Hohenfels per mezzo della signora Gräfe. Il Duvally la incitava inoltre a perseverare ne' suoi propositi, e soggiungeva che presto avrebbe avuta occasione di recarsi a Francoforte. Perchè dunque non si vedrebbero? S'ella consentisse, avrebbe allungato il viaggio fino [pg!88] a Berlino per venirla a prendere, poi sarebbero tornati a Parigi insieme. — Ora, come rispondergli?
Certo nelle parole della ineffabile signora Gräfe c'era qualcosa di estremamente logico, di estremamente vero... Perchè sprecare la vita così? Era giovine, bella, desiderosa di vivere, l'avvenire poteva serbare per lei molte fortune imprevedibili. Tutta una sera ella rimase nella sua camera a sognare. Si guardò le mani: erano piccole, delicate, bianche... Certo si sarebbero sciupate, fra qualche anno, a forza di scribacchiar manoscritti e dover talvolta prepararsi la cucina da sè. Peccato! Si guardò anche nello specchio, attentamente, come non si era guardata mai. Sorrise a quel sorriso che dallo specchio la guardava. Si sciolse i capelli, e vide scendere una pioggia d'oro, di quell'oro delle medaglie antiche, trovate negli scavi, simile quasi al bronzo. Vi passò dentro le mani, a lungo, indugiandovi con voluttà. Si scoverse la gola, e rovesciando la testa all'indietro, le parve di sognare la bocca d'un amante che l'avesse baciata, lì, su la sua turgida gola... Di fatti era bella, bella come il quadro di Mathias! Le venne un pensiero fatuo, per la prima volta: «Perchè nessun uomo l'avrebbe mai veduta così, nessuno, tranne Mathias, ch'era per lei un fratello?» Ecco: la giovinezza passerà vanamente nell'insegnare le parole straniere ai bimbi cocciuti, le sue mani non saranno più così bianche, la sua bocca non più così fresca, nemmeno la gola così limpida... e tutto finirà senz'avere avuta un'ora di trionfo, come una rosa inutile che sfiorisse nell'eremo, dietro una rupe.
E di contro, la scena, il teatro, l'applauso, l'ora in cui tutti si leverebbero verso lei per gridarle ancora: «Parla!» Invece di pensare ogni giorno faticosamente al pane, d'improvviso, ecco l'ammirazione, il fasto, quasi la potenza; invece di andar nomade per tutte le strade, come in fuga davanti a sè stessa, ecco la possibilità di ascendere per una via trionfale...
Da ultimo non seppe che risolvere; scrisse al Duvally poche parole, dicendogli che lo avrebbe riveduto con piacere.
[pg!89] Ma quando fu la vigilia della partenza, poichè il Duvally sarebbe arrivato il domani o il doman l'altro, ella non potè più mantenere il secreto verso Mathias, e risolse di narrargli finalmente ogni cosa. Andavano, camminando a lato, verso le consuete solitudini. Era la prima sera di Settembre. Per l'aria quasi bionda navigavano larghe strisce di vapori turchini, d'una tenuità luminosa, che lentamente mutavano colore, salendo nel bianco firmamento, lassù, dove la festa del novilunio autunnale stava per essere celebrata con una magnificenza di stelle.
— Questa è l'ultima sera, Mathias... — ella disse lentamente, appoggiandosi al braccio dell'amico. — Domani vado via.
Erano per un grande viale deserto e nelle oscure lontananze del parco si udiva cantare una voce solitaria. Mathias non rispose nulla, non potè rispondere; solo accelerò il passo con un'andatura insaccata. Poi d'un tratto, senza ragione, dette in una grande risata convulsa, che risonò sinistramente nell'ombra delle volte arboree. Ella n'ebbe un senso di fastidio e di paura.
— Mathias, — domandò con una voce umile, — mi volete ancora bene?
Egli si fermò a fissarla, con uno sguardo fra il disprezzo e la commiserazione, poi rise di nuovo, con maggiore asprezza, scotendo le spalle.
Ora, nel verde, si udivano correre alcuni brividi prolungati, come un respiro di foglie nel refrigerio della notte imminente. Passando sotto un lampione Elena guardò il viso dell'amico e n'ebbe un'impressione indicibile, ma non potè commuoversi; fu piuttosto un moto di collera contro la debolezza di quell'uomo, che aveva per lei un sentimento così umile, così tacito, così folle. Per lei Mathias era un delicato inseguitore, anzi un tiranno mansueto, che invece di usarle violenza si vestiva d'un'apparenza miserrima per commuovere la sua pietà. Allora non ebbe compassione; provò quasi un piacere crudele nel raccontare a quel triste innamorato i pensieri che da qualche tempo l'assediavano, le decisioni estreme cui s'era man mano risolta, per giungere alla fine de' suoi tormenti.
[pg!90] Prima ch'egli potesse interromperla, e volendo piuttosto convincere sè stessa che l'ascoltatore, gli svolse le teorie speciose della signora Gräfe, opponendosi tutte le contraddizioni e discutendole a priori, come se facesse dinanzi al giudice una impeccabile arringa.
— Oh, Elena! — egli balbettò, contorcendosi le dita fino al dolore, — Elena, io non credevo ancora che un simile momento potesse giungere per noi!...
E si chiuse nel silenzio del suo dolore, ch'era il più rassegnato, il più soave, tra i martirii delle anime innamorate.
Ma ne divenne ancor più malato; la tosse convulsa lo soffocò giorno e notte; il suo petto parve interiormente schiantarsi per la furia del male.
— Elena, — diceva sommessamente a lei che lo andava curando, — se partirete con quell'uomo, sento che non mi alzerò più.
Ella non ebbe l'animo di abbandonarlo, ed ancora una volta il Duvally dovette ripartir solo.
Ma quando egli fu lontano, ed ella pensò che avrebbe dovuta ricominciare la sua lotta inutile, dall'alba fino alla sera, un senso inenarrabile d'angoscia le strinse il cuore, come se avesse compiuta la rinunzia maggiore al più bel sogno della sua vita.
E v'era in quella tristezza un piccolo rancore contro Mathias, che l'aveva costretta, pur senza chiederlo, a ricadere sotto il giogo della perpetua mediocrità.
Verso l'autunno le si offerse l'occasione di accompagnare la vedova baronessa von Ritzner, che soffriva di un latente mal di cuore, in lunghi viaggi di svago attraverso l'Europa. Era una signora di quarant'anni, ricca e senza figli, già presso allo sfiorire di un'avventurosissima vita, condotta nei circoli della Corte Imperiale. In tutto gran dama, ed ancor ricercata per il suo brio, per la sua raffinata eleganza, la baronessa von Ritzner non poteva trovare in Elena miglior compagna, nè Elena in lei.
Il commiato da Berlino fu triste.
Mathias aveva il presentimento di non rivederla più, [pg!91] e quell'ultimo giorno la sua povera faccia devastata dal male ispirò anche ad Elena questo vago timore.
Mathias era venuto a salutarla nella sua camera, si era seduto curvo e tacito in un angolo, sopra un baule chiuso, appoggiandosi col dosso al muro. E pareva che di lì stesse immobilmente a guardare la visione della propria morte. I suoi occhi non abbandonavano mai Elena, ma parevano inseguire con una specie d'ansia ogni suo piccolo gesto, mentr'ella si affaccendava intorno, raccogliendo i vari oggetti e riponendoli ad uno ad uno, anch'ella tacendo, anch'ella impallidita, compiendo ciascun atto con una lentezza grave, senza volgere gli occhi verso di lui. Mathias guardava le singole cose ch'ella deponeva entro le valige, come si guarda una persona estremamente cara che sparisce per sempre, e andava curvandosi ancor più sul petto esausto, non potendo alle volte frenare un lievissimo tremito, che gli appariva negli angoli delle labbra o nel segno profondo che aveva in mezzo ai sopraccigli.
Egli le aveva portato un mazzo di fiori; Elena prese i fiori, li avvolse con infinita cura e li posò vicino al suo mantello. Quando la camera fu sguarnita, Mathias si levò, chiuse le borse, la cesta di vimini, camminando dall'una all'altra con un passo affranto; poi le dette le chiavi.
Un guanto di Elena, ch'era sul letto, cadde a terra; Mathias lo raccolse, lo tenne a lungo fra le sue mani, lo guardò, vi fece scorrere sopra le dita. Poi lo ripose sul letto e volse per la camera uno sguardo quasi attonito, come volesse accogliere negli occhi e nell'anima tutto quello che vi rimaneva di lei, per sempre.
Andò verso la finestra; esausto, inerte, si accasciò contro il davanzale, guardando fuori, mentre la signora Bergmann, la padrona della casa, faceva trasportare i bauli. Egli l'intese domandare ad Elena:
— Tornerà, signorina?
Senz'ascoltare la risposta, egli fece col capo un movimento brusco, e si cacciò le mani entro i capelli.
Di fronte, nella casa di fronte, una ragazza cuciva i panni alla finestra, e cantava. Un gran sole giocondo invadeva [pg!92] le contrade, le verande, i tetti delle case, le chiese lontane, le foreste più lontane, l'aria, il cielo, infinitamente... Allora si volse. Davanti allo specchio, Elena ritta si appuntava il cappello: teneva uno spillone fra i denti, un velo sul braccio e le due mani alzate dietro la nuca. Egli fece qualche passo, barcollando, fin contro uno stipite, poi, con un movimento macchinale, guardò l'ora. Forse non vide le sfere; ma intese negli orecchi solamente un ronzìo, lungo, inscindibile, come un rombar d'ali nel buio, un crescere d'acque nascoste, qualcosa che venga, poi vada, poi torni, e sia come il nulla: un dolore. Gli occhi gli si oscurarono per quella chiarità che avevano guardata, là fuori, a lungo; rivide il sole, i tetti, le chiese, le foreste, il cielo, confusamente, come in un barbaglio d'ombra e di luce; poi, quando potè discernere, vide Elena, in piedi, che si annodava il velo. Osservò nello specchio il dorso della sua mano bianchissima, ch'ella si passava su gli occhi ripetutamente, come per tergersi una lacrima, e rimase lì, trasognato, a guardarla, quasi non vedesse più lei, ma il fantasma di lei, partita.
Allora ella si volse, gli tese ambe le mani, e pronunziò il suo nome, pianissimo, quasi con paura:
— Mathias...
Egli si battè la fronte, volle sorridere ma non potè, volle parlare ma non ebbe voce: prese quelle due mani e se le portò congiunte sul cuore. Le due mani fecero una croce, come sopra una cosa morta. E restò a lungo in tal guisa, mentre un nodo gli saliva entro la gola, irresistibile.
— Addio, Elena... addio... — balbettò, premendosi quelle due mani sul cuore, che martellava impetuosamente, producendo la strana impressione di un organo troppo vitale in quel petto così fragile.
— Addio! addio!... Ricòrdati di me, Elena... Forse non ci rivedremo mai più...
E rise e pianse, ed ella chinò la fronte, con la faccia solcata di lacrime, sotto il lungo velo. Dopo un attimo di perplessità s'abbracciarono, confondendo le anime fraterne, quella rosa che se n'andava, tutta in fiore, e quel povero sterpo che rimaneva per intisichire.
[pg!93] Veniva un gran sole da quel pomeriggio d'autunno, e lì, nella camera sgombrata, i mobili di noce mandavano luccicori fermi; la coltre disfatta era traversata in lungo da una striscia di sole, che sopra vi poltriva come una pigra e scintillante nudità. Tutte le cose lucenti, la specchiera, le maniglie delle porte, l'acqua in una brocca piena, e, sovra tutto, come una fiamma oscura, la foltezza de' suoi capelli biondi, si accendevano di bagliori continui, quasi avessero dentro di sè una viva gioia e volessero comunicarla, per offendere lui, quel buio, doloroso innamorato.
Tacitamente allora egli si tolse un anello, adorno d'una pietra pallida, che portava sempre in un dito della mano femminea, e lo passò in dito ad Elena, prendendola per il polso, dove il colore delle sue vene minute somigliava un poco alla trasparenza turchina di quella pietra.
Ella fece una mossa di rifiuto, e Mathias le chiuse la mano perchè non si potesse togliere l'anello.
— Conservalo, ti prego; l'ho portato io per tanti anni, anche tu pórtalo per tanti anni, sempre, se puoi....
E rise. Gli venne su dal petto una gran risata, simile ad un urlo convulso. Le disse:
— Va... sii felice. Io non ti rivedrò più. Che la vita per te sia buona, quanto è stata perfida con me....
Poi guardò in alto: gli occhi del giovine s'illuminarono; sorrise.
— Mi rimane ancora il mio quadro... — mormorò. E tremava.
Ella cercò di baciargli una mano, volle promettergli sommessamente:
— Ma tornerò presto, Mathias....
Egli ebbe un gesto come d'incredulità, poi rimase a fissarla, toccando le piume del suo cappello, i pizzi che aveva intorno ai polsi, e disse, con un'altra voce:
— Per me sarà sempre troppo tardi, anima mia....
E soggiunse:
— Promettimi solo una cosa....
— Parla Mathias.
[pg!94] — Se ti facessi chiamare... dovunque tu sia, promettimi che verrai.
Ella comprese; chinò la faccia sul petto, gli rispose con un alito:
— Sì....
Allora egli ebbe negli occhi un sorriso di morte, poi vide trascolorare ogni cosa all'intorno, tutto si confuse: la stanza, la luce, quel viso di donna ch'egli aveva dipinto, ch'egli aveva amato, per tanti anni, senza nulla sperare, in silenzio... Ancora una volta la cercò supremamente, con le labbra, con le mani, con l'anima... ebbe nella faccia il suo respiro, le sue lacrime, udì la sua voce ancora, come in un sogno, gridargli: — Addio! addio!... — poi non comprese più nulla, non vide più nulla, non sentì che l'enorme rombo del vuoto, e in sè, fuori di sè, la tenebra, la distruzione.
Quando si ridestò, la stanza era deserta, e di fronte, nella casa di fronte, una ragazza cuciva i panni alla finestra e cantava.
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La baronessa von Ritzner si era tosto presa di una caldissima simpatia per Elena e la considerava come un'amica. Viaggiarono insieme da Franzenbad a Ginevra, da Ginevra ad Aix les Bains, a Luchon, a Biarritz, a Pau, finchè, al sopraggiungere dell'inverno, andarono ad abitare una leggiadrissima villa su la Riviera di Cannes.
La baronessa le parlava spesso d'uomini e d'amanti, e non si dava nessuna pena per nascondere ad Elena le proprie avventure. Solo era gelosissima di lei; ne allontanava i corteggiatori con maggior severità che una madre ed era molto curiosa di conoscere le sue trascorse vicende.
Una volta le disse anzi, per celia:
— Bisognerà trovarvi un marito, Elena, perchè, la mia vigilanza non basta più a difendervi dall'assalto!
Ed Elena rise. Un marito? Ecco una cosa cui non aveva [pg!95] pensato ancora nella sua vita di zingara. E, meditandovi sopra, le tornava nella mente il buon pastore Miller, co' suoi capelli biondi e ben lisciati, con la sua bocca un po' femminea, che parlava così gravemente. Allora si figurava la propria vita, s'ella fosse divenuta la moglie di quel pastore luterano, e si vedeva in una linda casa tedesca, con indosso un bel grembiule bianco, non sapendo come nascondere l'abbondanza eccessiva de' suoi capelli per parere più semplice; e si vedeva intenta nel rammendare il bucato, nel badare alle cose della cucina, mentre, davanti al fuoco, il pastore leggerebbe ad alta voce la Bibbia e due o tre marmocchi evangelici ascolterebbero attoniti, senza comprendervi nulla. Povero pastore Miller!... Egli era così dolce, ma questo pensiero la faceva nondimeno ridere!
La baronessa aveva ora presa l'abitudine di tenerla sempre sotto braccio, la trovava bella e glielo diceva, con una voce strana, carezzandola.
S'era innamorata de' suoi capelli; entrava la mattina nella sua camera per guardarla quando si pettinava, e, standole presso, le faceva scorrere le dita gioiosamente nella capigliatura, come un fino pettine; poi ne formava un grosso nodo involuto, pieno di luccicori, e vi tuffava dentro la gola ignuda, poi la bocca, poi l'intera faccia, con voluttà.
Elena tuttavia non sapeva rendersi conto di queste ambiguità e vi si prestava a malincuore, fra stupita e lusingata, con un senso insieme di curiosa paura.
Avevano le camere uscio ad uscio e la baronessa entrava la sera in quella di Elena mentr'ella stava spogliandosi; con bizzarri pretesti voleva ella stessa fare la sua treccia, legarle i nastri della camicia; toccava con un specie di insidia i lini ch'ella andava smettendo, le parlava di cose d'amore come il più delicato amante...
E allora, simulando capricci repentini, le baciava la gola scoperta, la fronte, i capelli, narrandole con parole accese la sua tristezza di rimaner sola, in quelle notti così lunghe...
Trascorsero in tal modo il mite inverno, e Febbraio venne, che, tra quel sole, odorava di primavera.
[pg!96] Mathias le scriveva sovente, ma le sue lettere suscitavano in lei un senso di grande malinconia. Erano parole sfiduciate, pensieri pieni di una stanchezza estrema, riflessioni amare di un'anima che sente ogni giorno impallidire il fuoco della vita.
A poco a poco le sue notizie diradarono; ella rimase varie settimane senza ricevere alcun cenno, finchè, da una lettera della signora Bergmann, seppe che Mathias versava in condizioni gravissime, e che, non avendo alcuno per assisterlo, si era fatto ricoverare all'ospedale. Pochi giorni dopo un telegramma di firma ignota la pregava d'accorrere tosto a Berlino per salutare un'ultima volta il pittore morente.
Sentì nel cuore che lo avrebbe trovato spento, pure senza indugio si mise in viaggio.
Povero Mathias! Povero triste amico! Le parve a tutta prima impossibile di non rivederlo più, di non ascoltare più la sua voce un poco lenta e pure così dolce. Per la prima volta, dopo la morte della madre, conobbe un dolore profondo, e dietro il velo delle sue lacrime rivide come in un lontano sogno quell'ultima scena del loro commiato, nella camera disadorna, che il sole giocondamente incendiava. E rivide la pallida sembianza, in un angolo, accasciata sopra un baule, con gli occhi sperduti, che la inseguivano senza posa, come per esprimerle in un disperato silenzio tutta l'angoscia che passava nell'anima del morituro. Poi se lo figurò morto, immobile sopra una coltre, senza lacrime accanto nè ghirlande, solo nel trapasso come in vita fu solo, con le labbra suggellate nello sforzo di chiamarla per nome. Immaginò il dramma di quell'ultima ora, quando il rantolo affannò la sua gola e negli occhi evadenti fu adunata in perpetuo la visione finale del mondo, come un baleno inconoscibile di sole, mentre l'anima varcava nell'assoluto nulla, verso la pace inconsumabile di tutte le miserie umane. Allora le parve che in quel punto egli avesse dovuto maledirla, e ne tremò. Volle correre, correre, per salvarlo ancora...
Oh, quel viaggio lungo, per giornate senza sole e notti [pg!97] senza sonno, avvolta in una ridda spaventosa d'ombre, come nell'incubo di una vigilia funebre... Poi quell'arrivo, nella mattinata piovigginosa, con la visione man mano più certa, più prossima del cadavere; la corsa per le strade, la facciata impassibile dell'ospedale, il domandar concitato ai medici, e la risposta breve, recisa... il passaggio per lunghi anditi ove i malati gemevano confusi, e per ultimo, in una stanza paurosa, fra il vacillar de' cerei, un grande lenzuolo bianco sopra una forma irrigidita, e lo scoprirsi di un volto che più nulla conservava di umano, tranne l'orribile segno dell'agonìa.
Povero Mathias!... La sua tragedia era finita: in quel morto cuore ella non palpitava più. E lo baciò su la fronte raggelata, e camminò dietro il suo feretro quando lo portarono a riposare per sempre, a scomparire per sempre, a distruggersi per sempre nella tacita solennità della terra.
Le diedero una lettera, ch'egli aveva scritta per lei negli ultimi giorni, quando fu conscio della sua fine. Era quasi un poema d'amore dall'oltrevita, nelle ultime pagine diceva:
«Tu non puoi figurarti, Elena, la dolcezza che io proverò nel chiudere gli occhi per sempre; poichè nella morte finiscono i desiderii assurdi, finisce la necessità umana di credere, di pensare, di amare... Viene un riposo per il quale non si è fatta la parola, e sembra che si godrà in perpetuo quella gioia che nel mondo consiste in un solo attimo incosciente: la gioia del dimenticare. Ma vorrei, se mi fosse lecito, portare con me il quadro dove ti ho dipinta. Elena, per guardarti ancora e sempre, anche dopo la vita. È la sola felicità che mi venne concessa, e morendo mi rammento come in un sogno tutte le ore così dolci nelle quali ti ho potuta guardare. La mia memoria umana comincia e finisce con te...»
Elena chiuse gli occhi e non potè legger oltre. Ora il morto le stava presso, a ripeterle con una voce lenta il suo triste poema d'amore.
In un'altra lettera Mathias le lasciava in eredità i suoi quadri ed il suo piccolo avere, pregandola di vender ogni [pg!98] cosa, tranne il suo ritratto, perchè potesse imprendere finalmente la via sognata e nulla dovesse ad alcuno, fuorchè all'amico scomparso.
Per molti giorni ella rimase in balìa d'una sconsolatezza profonda, e passò lunghe ore in lacrime su la tomba dov'egli dormiva. Solamente allora si accorse di averlo veramente amato, come un fratello, più che un fratello, ed il rimorso non le dette mai pace.
Da ultimo Elena fece donare i quadri ad un Museo, tornò ad abitare presso la signora Bergmann, ed appese il gran ritratto che le aveva dipinto Mathias alla parete della camera ove s'erano abbracciati per l'ultima volta, rifiutando le somme vistose che i mercanti offrivano per quella tela, mentre i giornali, encomiando la donatrice dell'altre opere, parlavano assai dell'artista ch'era morto su l'inizio della celebrità.
Verso quel tempo il Duvally venne a Berlino, e l'andò a trovare. Sempre gaio, frivolo, sicuro di sè, diceva di non averla mai dimenticata un momento, e gli pareva «di ritrovarla più bella ancora, più matura per i trionfi della scena».
Raccontò ch'era in discordia con l'Hohenfels appunto per causa di lei; tessè molti epigrammi, ne risero insieme.
Da Berlino egli doveva recarsi a Vienna, indi a Roma ed altrove, per essere di ritorno a Parigi sul principio della nuova stagione teatrale. Voleva, per quel tempo, che vi andasse ella pure.
— Non tardate oltre, — soggiunse, — perchè un mese di gioventù perduto è più difficile a ricuperarsi che molti anni di vecchiaia.
E partì. Veniva l'estate. L'Hohenfels andò in campagna, dopo averla invitata seco più volte; la baronessa von Ritzner era su le montagne dell'Engadina, malata di cuore: le scriveva le sue sofferenze, pregandola di tornare con lei. Allora Elena si comandò molti abiti, rifece i bauli, coperse gelosamente il quadro di Mathias, lasciandolo in custodia della signora Bergmann, e partì per l'Alta Engadina.
[pg!99] La baronessa era deperita molto; le crisi al cuore in pochi mesi l'avevano sensibilmente invecchiata. Il riveder Elena le dette una grande gioia, e parve che traverso il dolore nascesse nel suo sentimento una purità quasi materna.
Fra gli amici della baronessa era un giovane ufficiale austriaco, Max von Schillenheim, ch'era il più temerario alpinista ed il più famoso guidatore di quadriglie che annoverasse in quella stagione la società cosmopolita di Saint-Moritz-Bad. Poco più che ventiquattrenne, alto, smilzo, con i capelli d'un biondo brunito, gli occhi limpidi, piaceva subitamente per la grazia del sorridere e per la spigliatezza de' suoi modi. Parlava con brio, corteggiava molto le signore, i suoi modi eran fini ed attraenti, aveva nella sua maschia bellezza quasi un'ingenuità di fanciullo.
Anche ad Elena faceva la corte, in modo piacevole. Da prima ella ne rise, poi se ne compiacque. Non era nè irriverente nè sciocco; le parlava d'amore fra un discorso e l'altro, facendola molte volte arrossire.
Poi avvennero varie cose.
Avvenne ch'egli entrava sempre nella sala di lettura quand'ella scriveva o leggeva; ch'ella prese amore al tennis, ed ogni mattina per lunghe ore giocarono insieme; che v'eran nel giardino molti viali profondi, e pinete di là dal giardino, dove ci si perdeva... che ogni giorno egli era più timido e più ardente insieme; che avevano le camere, quelle pericolose camere d'albergo, sul medesimo piano, ed eran quasi di fronte...
E molte cose avvennero inoltre, anche nel cuore di questa errante fanciulla, cui troppi desiderii altrui, torbidi e tenaci, avevano già irritato i sensi; ed avvenne che le due bocche giovini, più volte, con stordimento, s'incontrarono, ed una notte che il cielo terso dell'alta montagna brillava d'infinite stelle, nell'ombra, nell'oblìo d'un'ora, ella imparò paurosamente l'amore.
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La stagione finì. Max von Schillenheim tornò al suo reggimento; Elena e la baronessa, che peggiorava sempre, andarono a Bad-Homburg, dove i medici le consigliarono di tornare a Berlino per affidarsi ad uno scienziato di grande fama, che le avrebbe forse dato ricovero nel proprio Istituto. Così fecero. Per un mese ancora Elena l'assistette, indi, poichè le sue cure non bastavano più, medici ed infermiere presero il suo posto, e la baronessa si risolse a lasciarla partire, colmandola di benefici e di doni.
Allora Elena decise finalmente d'essere attrice. L'Hohenfels le offerse di patrocinar la sua carriera, però a patto che non dovesse mai, per alcun motivo, rivolgersi al Duvally; ed ella, senz'accettare nè rifiutare, partì frattanto per Parigi; dicendogli che in séguito gli avrebbe scritto.
I luoghi della sua giovinezza le dettero al cuore una commozione profonda; ma ora vedeva sotto una luce nuova questa libera e splendida città del piacere, dove nell'aria stessa trema una vibrazione di vita che assilla i desiderii ed esalta i sogni fino al tormento. Cercò, sola dapprima, d'iniziarsi al teatro; ma tosto vide quanto la cosa era difficile, impossibile forse.
Allora si ricordò dell'uomo che poteva, egli solo, prestarle un aiuto molteplice o divenirle il più forte nemico, e presa l'ultima risoluzione, un giorno l'andò a cercare.
Le fu risposto che il Duvally erasi di nuovo recato a Roma, la settimana innanzi, e che vi sarebbe rimasto alcuni mesi, per faccende che aveva laggiù.
Ella non conosceva Roma: il nome stesso d'una città ignota rappresentava, per il suo cuore di errante, una bellezza più luminosa della vita, una più grande anima da indovinare.
[pg!101] Allora una mattina partì col treno che di Francia vàlica le gloriose Alpi, e scese verso Roma incoricabile, Roma dalle cento basiliche, Roma la regina dei secoli, che brilla e canta sul divino Tevere...
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L'alba era già bianca dietro i vetri, quand'ella finiva di raccontare. [pg!102]
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