IXTre giorni appresso, lasciata Edoarda poco dopo le cinque del pomeriggio, m'affrettai verso casa, dove sapevo che il d'Hermòs sarebbe venuto a salutarmi, dovendo egli nella serata ripartire per Milano e Parigi. Lo trovai difatti che m'aspettava su la terrazza, fumando.— Sono in ritardo; scusa. È molto che sei qui?— Dieci minuti appena.— E parti proprio stasera?— Sì, alle otto e quaranta.— Allora, senti: mi cambio in cinque minuti e vengo a pranzo con te.— Non voglio che ti disturbi; tu non sei uso a pranzare così presto.— Che importa? Ho quasi fame. Vieni di là, così non perdo tempo.Ludovico mi aveva tutto apparecchiato, e mi spogliai rapidamente.— Dunque, — disse il d'Hermòs, — prima che si parli d'altro, ricordati che ho la tua promessa per la fine d'Agosto.— Puoi contarvi. Nell'ultima settimana d'Agosto verrò ad incontrarti ove sarai, e passeremo un mesetto insieme.Edoarda in quel tempo sarebbe stata in viaggio col marito e, senza dubbio, con il Capuano.— Guai a te se manchi di parola!— Se mancassi... al diavolo queste camìce stirate così male!... dunque, se mancassi, ti do il diritto di venirmi a prendere con la forza. Ludovico! Ludovico!— Via! non ti affannare così. Abbiamo tutto il tempo necessario. E, dimmi: per Elena nessuna commissione?[pg!382] — Nulla, nulla! È cosa finita. La vedrai?— Probabilmente, se non ha lasciato Parigi.— Qualora tu le parlassi, non raccontarle nulla di me. Se poi ti chiedesse mie notizie, — cosa improbabile, — dille semplicemente che vivo una vita tranquilla.— Era necessario che tu me ne avvertissi perchè le avrei detto proprio il contrario, e cioè che impieghi molto bene il tuo tempo, — esclamò con intendimento.— Che vuoi dire? — obbiettai sorridendo.— Eh, via! Posso ammirare il tuo riserbo senza lasciarmi però ingannare. Poi, francamente, non ci vuole molta penetrazione; credo anche di sapere con chi...— Forse te l'ho lasciato supporre io stesso: ma tu, per fortuna, sei un uomo discreto.— E guai se non lo fossi! Hai cambiato colore: una bruna. C'è la legge dell'equilibrio anche in questo. Era del resto inevitabile. Si torna sempre. Tutta la vita è un ritorno verso quello che poteva essere, mentre invece non fu. Che vuoi?... l'uomo è un bizzarro animale pieno di controsensi! Del resto io non posso che invidiarti. Una deliziosa creatura, un tipo diverso dal comune; poi, quella sensualità romana...— Scusa, dove l'hai veduta?— Non ti ricordi d'avermi una sera mostrato in teatro una signora, nel terzo palco a destra, in seconda fila? Era vestita di velluto nero.— Ah, sì! Ma tu arguisci troppo!...— Ebbene, se mi sbaglio, pazienza!Io lasciai cadere il discorso ed invece gli dissi:— Mi sembri oggi un uomo soddisfatto; devi certo aver condotto a buon termine gli affari che ti conducevano a Roma.— Quali?— Questo poi lo ignoro. Chi mai può sapere qualcosa di te? Gli affari che ti premevano, insomma.— Era una perlustrazione, credimi, e nulla più.— Su che terreno?— Oh, su tutti! Ogni terreno è buono per chi sappia scavare.[pg!383] — A Roma poi gli scavi dànno sempre qualcosa...— Già, dicono. Ma dovevo anche trovare due persone: una di queste ora è assente; ma tornerà fra poco, ed anzi t'incaricherò di farle una commissione.— Volentieri; purchè non si tratti d'una commissione, come direi? troppo delicata!— Tutt'altro; sai che le indelicate non uso affidarle a te.— D'accordo. E ora usciamo; sono pronto. Vedi come ho fatto presto?— Un lampo! E sei tuttavia d'una eleganza irreprensibile. Hai quell'aria «grand seigneur» tanto necessaria all'uomo che non lo è più. Non so davvero perchè ti ostini a voler trascinare questa mediocre vita del gentiluomo decaduto. È un lusso, mio caro! Il gentiluomo si fa quando se ne hanno i mezzi.— Via, buffone!Scendemmo le scale chiacchierando. Stavamo per uscir dal portone, quando una carrozza, che veniva impetuosa, si fermò di colpo, lo sportello s'aperse e ne balzò fuori il Capuano, ansante, col viso terreo, esterrefatto.— Eh, non sai!... — mi gridò.— No, cosa? — esclamai trasalendo.— S'è ammazzato Piero De Luca!Tutto il mio sangue si rimescolò.— Ammazzato?... ma come? dove?...— Oggi, a Torino, al Concorso Ippico. È caduto, è rimasto sul colpo. Lo hanno telefonato or ora al Circolo perchè si avverta la moglie. Sono corso a casa sua: non c'è. Giro da mezz'ora per cercarla, e non la trovo... Che non glielo dicano in istrada, per l'amor di Dio! Sai dov'è?— Non so, — balbettai, tutto agghiadato e fuor di me stesso.— Via, non fare commedie! Se lo sai, dillo.— Non lo so...— Bene, va, cercala tu pure. Io corro di nuovo al palazzo.Saltò nella vettura e scomparve.[pg!384] Rimasi lì, sul marciapiedi, inebetito, intontito. Alcuni passanti, all'udir quello scambio di parole, si erano fermati all'intorno, ed Elia d'Hermòs, che non aveva compreso bene, mi prese per un braccio domandandomi:— Cos'è accaduto? Chi è quel tale che s'è ammazzato?Mi passai le mani sugli occhi come per riprendere conoscenza, e poggiandomi al suo braccio lo trassi via.— Andiamo, andiamo...La mia voce usciva in esclamazioni di maraviglia, confuse, interrotte.— S'è ammazzato... capisci!... il marito... è caduto sotto il cavallo...— Ma di chi?— Di lei... di lei!... Oh, Dio santo, che notizia! Ma sì, ne parlavamo poco fa, di sopra... non ti ricordi?...— Ah... pazienza! E tutto lì? — egli fece candidamente. — Avevo paura che fosse accaduta una disgrazia a te.— Come, è tutto lì?... Ma tu non comprendi allora?...— Ma sì comprendo benissimo! Anche troppo!— Allora, senti, fammi un piacere: tu non partire questa sera; puoi?— Oh, Dio... veramente non mi è comodo, ma insomma, se è per farti piacere... se proprio hai bisogno di me?— Sì, rimani, ti prego. Ed ora, ch'io la cerchi è inutile: rincaserà. Prendiamo una vettura e corriamo al Circolo per aver notizie.— È inteso: non parto e andiamo dove tu vuoi. Ma prima riméttiti un poco, perchè mi hai l'aria d'un uomo bastonato, e con quel viso farai molto ridere.— Sì, hai ragione. Ma è stato un colpo sai!...— Che colpo, ragazzo mio!... Sono cose che capitano a chi monta a cavallo. N'ho vedute io d'assai peggiori nella mia vita. Fin che toccano agli altri... pazienza! Che ci vuoi fare?— Eh, via!... Tu scherzeresti anche dinanzi ad una bara!— Caro Guelfo, sii giusto. Io non lo conosco nemmeno! [pg!385] Me ne duole, se vuoi, ma non posso piangerne. A me questo caso provoca invece un'ordine d'idee del tutto diverso, che mi sembra inutile spiegarti ora.— Ma, sai, la cosa ha dell'inverosimile... Io non me ne capàcito! E dire che oggi stesso, un'ora fa...— La vita, mio caro!... E c'è chi la prende sul serio!— Pover'uomo!... — balbettavo a me stesso; — cade da cavallo, s'ammazza sul colpo... È una cosa orrenda! E lei? Ora certo partirà sùbito. Io dovrei parlarle, vederla, scriverle almeno; ma come fare? S'è ammazzato... non c'è più!... poveretto!... non c'è più... all'età sua!— Scusa, — fece il d'Hermòs con una voce piena di candore, — ma non riesco ad intendere bene se la cosa proprio ti addolori, o se invece, in un certo qual modo...— Via, non essere così cinico! M'indisponi. E vedo bene che lo fai apposta. Capirai: ho qualche rimorso...— Ma che colpa ne hai tu?— Nessuna; questo però non toglie...— Ah, baie! Tu sei nato con quattro camice indosso! Ecco quel che vedo io.Mi fermai di schianto:— Perchè dici questo?— Eh... perchè... lo so io il perchè! Inutile per ora dedurre troppe conseguenze. Ma in fondo mi stupivo già che non capitasse qualcosa per mettere la fortuna dalla tua.— Su, via, sei pazzo! Prendiamo piuttosto una vettura e andiamo al Circolo.— Volentieri, ma fatti animo, perchè, ti ripeto, se vi entri a quel modo farai ridere.Salimmo in vettura; mi prese un senso di vertigine, sentii che nel petto il cuore mi batteva con veemenza e più non potei disuggellare la bocca.Dietro le palpebre, in una visione rossa, vedevo il corpo del barone giacere a terra, esanime, sotto il suo cavallo; mi pareva che i suoi occhi spenti si fissassero ancora ne' miei.Al Circolo v'era un tumulto insolito; si parlava concitatamente; stavano tutti in piedi. Quando entrai, ammutolirono. [pg!386] Poi nacque un bisbiglio, e tutti mi guardarono.— Dunque che è stato? — domandai a' primi che vidi.— Il povero De Luca... — disse uno.— Ma è vero?— Eh, purtroppo! La notizia è confermata. Siamo stati al telefono sinora.— È proprio morto? — E mi lasciai cadere sopra una seggiola, non riuscendo a vincere il mio turbamento.— Morto immediatamente, senza dire una parola.— E come fu?Si fece innanzi Camillo Ainardi:— Mah?... il destino! MontavaCalifourchon, quel magnifico saltatore, ma caparbio. All'ultima altezza del muro gli si rifiutò tre volte. Sai che bel cavaliere, intrepido, era il De Luca! Piuttosto che cedere avrebbe stroncato il cavallo.Califourchon, quando si rifiuta, si mette su le difese e ci vuol fegato per tenergli testa. Aveva saltato splendidamente fino allora, ed erano rimasti nella gara in tre. A forza di sproni, di braccia, lo buttò sotto l'ostacolo: il cavallo prese male il salto, inciampò contro un sasso e rotolarono giù tutti e due: lui sotto. Pare che abbia battuta la testa proprio su lo spigolo d'una pietra, ed è rimasto lì, povero Piero!... a trent'anni... è una cosa orrenda.— Una vera fatalità! Me lo ha gridato il Capuano per istrada... Sono rimasto come un ebete; poi ho sperato che non fosse così grave, e sono corso qui.Tacqui, perchè tutti mi osservavano con quello sguardo che pare un sorriso, con quell'attenzione fredda e scrutatrice che vi si figge addosso e vi penetra come una lama, quando c'è, fra molti amici, un secreto ambiguo che non possa dirsi per rispetto a voi solo.— Chissà la moglie!... — fece uno, vicino a me, malignamente.Cosa fu risposto non so: vedevo sempre, dietro le palpebre, in una visione rossa, il corpo del barone giacere a terra, esanime, sotto il suo cavallo, e mi pareva che i suoi occhi spenti si fissassero ancora ne' miei.[pg!387] Intorno seguitavano i commenti, le discussioni, le parole d'orrore dei sopraggiunti, lo squillo d'altre telefonate; poi uno, credo il marchese della Pergola, si fece avanti e parlò della corona da ordinarsi e di quelli che sarebbero andati a Torino per portarla.A me pareva che tutti nascostamente pensassero: «Proponiamo Guelfo!... Sarebbe il più adatto!» — e sconciamente ne ridessero.Mi premeva intanto saper qualcosa di Edoarda, sicchè, scelto il momento opportuno, feci un segno ad Elia perchè mi seguisse, ed uscimmo.— Debbo trovare un modo per sapere qualcosa di lei, — gli dissi quando fummo in istrada. — Andiamo verso il palazzo; non è lontano.— Frequentavi la sua casa? — egli domandò.— No, ma vorrei almeno vedere il Capuano, sapere se parte stasera.— Certamente sì.— Ma vi sono ancora treni?... Ah sì!... c'è quello che dovevi prendere tu.— Fa dunque una cosa: trovati alla stazione.— Alla stazione? Certo ve l'accompagneranno, e forse non potrò nemmeno avvicinarmi a lei. Poi bisogna che sappia se parte proprio a quell'ora.— Non v'è dubbio.— Andiamo dunque fin là; forse qualcuno, uscendo, mi potrà informare.— Credo che tu faccia male mostrandoti là intorno. Vi sarà certo un grandissimo andirivieni di gente.— Hai ragione, — dissi fermandomi. — Allora, senti, fa una cosa: vuoi andar tu?— Io?... Se non conosco nessuno?— Che importa? Lascia il tuo nome, un biglietto da visita, o nulla, se preferisci. Ma fingi di non saper bene la cosa e domanda notizie in portineria, od in anticamera; informati se la signora è stata avvertita interamente o solo in parte; se poi vedessi il Capuano, cerca di parlare con lui.[pg!388] Egli pensò un momento, poi disse:— Va bene, ora vado. E tu?— Io passeggio qui e t'aspetto. Prendi una vettura per far più presto. — Gli diedi l'indirizzo ed egli andò.Il turbine della mia mente a poco a poco si calmava; la mia vita, in quel momento, per quel caso fortuito, si volgeva necessariamente verso un altro destino. Quale? Non me lo chiedevo, non osavo chiederlo a me stesso. E di quando in quando mi appariva la faccia pallida, supina su le zolle arrossate, per fissarmi con i suoi occhi pieni di morte.Era già quell'ora di requie nella vita febbrile delle grandi città, quando i bottegai chiudono i negozi, e per le vie spopolate passano carrozze vuote, giornalai ciarlieri, sartine che si lasciano inseguire da corteggiatori insolenti, pedine che scodinzolano via, rosse di fresco belletto, in cerca d'una cena. Fluttuava in alto una chiarità serena, che orlava le lustre grondaie, riverberava su le finestre delle case, traeva dai selciati balenanti una specie di aurora crepuscolare. In quella luce ambigua, in quell'aria tepida, ventilata da qualche alito intermittente, come soffi di primavera nell'estate, sotto il cielo ancor rosso e tra la pallidezza dei lampioni, tutte le forme, tutti gli avvenimenti mi si vestirono d'irrealità.Poi, man mano, si fece buio; la vita serale ricominciò, gaia e rumorosa; ricominciò la baraonda che mesce, travolge, disperde, confonde in un solo turbine il frastuono della eterna spensieratezza umana, dell'eterno passare, benchè ognuno singolarmente si affatichi a credersi qualcosa e dia soverchio peso alle sue piccole tragedie da burattini.Si vive, si muore; si va in basso, in alto; si vince, si perde; si ama, non si ama più... Ebbene, tutto ciò che importa? Grotteschi ed effimeri passiamo: con noi mille altri passano; dopo noi vengon altri mille, a perpetuare la nostra mediocrità... E la folla irridente, insolente, ci ascolta un momento curiosa, poi si volge altrove, piena di rumore, trascinando con lievità e con fatica il peso delle sue mille catene.[pg!389] Mi pareva d'esser caduto in mezzo ad un mondo d'automi, ove tutto fosse imprecisione, fugacità, fantasma, sogno. Camminavo in su, in giù per il popoloso marciapiede, sostando di tratto in tratto.Ricordo che un vecchio lacero s'era fermato contro il muro ad accendere la pipa, e le sue mani si movevano lente, quasichè sollevassero invisibili pesi. Accese tre zolfanelli e tre volte l'aria li spense. Alla luce della fiammella il suo volto rugoso e barbuto s'illuminava d'un giallor di cartapecora, la pipa carica gli tremava tra i denti. Passò un monello e prese a schernirlo; il vecchio borbottava, minacciandolo con la mazza.Più in là due bimbe mangiavano una mela, mordendone a volta a volta un boccone ciascuna, e quand'ebbero solo il tòrsolo, se lo presero fra i denti, ambedue, con le bocche vicine, mettendosi così a girare come trottole intorno ad un perno.Tutto questo io rammento con singolar precisione, quasi fosser memorie intimamente confuse nell'angoscia di quella sera.Finalmente il d'Hermòs arrivò. Tutto scomparve, la realtà riprese il sopravvento.— Ebbene, — domandai ansioso, mentr'egli pagava il vetturino, — hai saputo nulla?— Sì, ma non è stato così facile. Nessuno poteva comprendere il mio italiano; poi c'era una tale confusione in quella casa!... La portineria e l'anticamera sono assediate; finalmente trovai un maggiordomo dal quale mi son potuto far intendere. Dunque: la signora sarebbe stata informata esattamente della cosa dal Capuano, e parte alle otto e quaranta, come si prevedeva.— Grazie. Non hai potuto sapere altro?— Null'altro. C'era troppa gente; le persone di casa parevano impazzite.— Ed il Capuano?— L'ho veduto passare in anticamera un momento; correva, tutto stravolto in viso. L'ho chiamato, ma non rispose; [pg!390] non rispondeva a nessuno. Ho inteso che andava a preparar la borsa perchè accompagna la signora.— Grazie ancora, — risposi stringendogli la mano. E guardai l'orologio. — Senti, Elia, sono quasi le otto; va tu a pranzare; io mi dirigo verso la stazione.— E perchè mai? Preferisco attendere il tuo ritorno.— Dove m'aspetterai?— Al Circolo, se poi vi pranzeremo.— Questa sera è meglio di no, ti pare? Aspéttami al Colonne. Sai dov'è?— Sì, press'a poco. Del resto ti accompagno qualche passo ancora, poi prenderò una vettura.— Dunque dicevi che v'era molta gente?— Moltissima: ne arrivava ogni momento.— E non ti fu possibile sapere come la moglie abbia ricevuta la notizia?— Questo non ti saprei dire. L'ho anzi domandato al maggiordomo: egli mi rispose due volte: — «Eh, capirà!... capirà!...» In tal modo non ho capito niente.Poi soggiunse, con un sorriso ambiguo:— Ho teso l'orecchio per ascoltare se arrivassero gridi, ma nulla mi giunse. Può darsi che fosse in una stanza lontana... Scendendo, vidi il cocchiere attaccare i cavalli; sul portone intesi un giovinetto, che usciva davanti a me, dire al compagno: — Chissà l'altro!... — L'altro dovevi esser tu; ma il séguito mi è sfuggito.— Questi chiacchieroni, per Dio! non rispettan nulla.— Che vuoi? È involontario. Un'associazione d'idee, null'altro. Anch'io penso a te.— Cosa pensi, se è lecito?— Oh, molte cose! Intanto che trovo splendido quell'antico palazzo...— Via, finiscila dunque! A rivederci: prendo una vettura perchè voglio giunger prima di lei. Ci rivedremo al Colonne.— C'è un proverbio che dice: — «Mors tua, vita mea». Sai il latino? A rivederci.Giunto alla stazione, mi fermai davanti all'entrata per attender Edoarda.[pg!391] Lì, davanti a quella piazza folle di lumi, dove, nel fondo, biancheggiava la fontana come uno straordinario fiore, mentre per l'aria solcavano i fischi delle impazienti locomotive, e la gente frettolosa e le vetture pigre si confondevano in una specie di affaccendata ridda, mi rammentai tutte le partenze, tutti gli arrivi che per me si erano variamente compiuti, lì, su quella piazza medesima, durante la mia così diversa vita. Ricordai una mattina di sole, splendidissima, ed una sera quasi tragica, nel chiarore dell'autunno, quando la città neroniana esalava nell'aria pesante il lezzo della sua grave antichità, e la patria mi suonava esilio, poichè avevo sacrificato per sempre ad una donna straniera tutto ciò che nel mondo può essere poesia.Mentre mi smarrivo in questi pensieri, d'un tratto vidi sbucar nella piazza la pariglia dei De Luca, ed appena la carrozza fu giunta, m'avvicinai, tenendomi rispettosamente a qualche passo dallo sportello. Sùbito ne saltò fuori il Capuano, e dietro lui una cameriera già vestita a lutto. Fabio dette qualche ordine alla donna, parlò rapidamente allo sportello e mi passò davanti frettoloso, borbottando:— Ah, sei qui?... Bravo! Ci rivedremo fra un paio di giorni... — E si allontanò.Mentre il domestico ed il facchino scaricavano le valige, la cameriera si pose accanto allo sportello, mentre appoggiandosi al suo braccio Edoarda ne uscì.Era vestita di nero, con un velo di crespo su la faccia pallida. Il cocchiere si scoverse il capo, e, curvatosi, le mormorò qualche sillaba, cui ella rispose con un cenno. Forse il buon uomo le affidava un saluto per il padrone morto.Un po' tremando, anch'io m'avvicinai; le tesi la mano: ella strinse le mie dita, forte, forte, senza guardarmi, e sùbito ritrasse la mano, quasi con paura. Non seppi cosa dirle, o troppe frasi, che non osai profferire, mi vennero insieme alle labbra. Ella rimase perplessa un attimo, poi si mise a camminare.L'accompagnai fin nell'atrio della stazione; vidi allora, nella piena luce, che il suo viso era straordinariamente bianco e negli occhi aridi le sue pupille splendevano con [pg!392] una fissità quasi d'allucinata; i suoi lineamenti eran fermi nella tensione di uno sforzo visibile; coi denti si teneva l'orlo del labbro inferiore, quasi per frenarne il tremito.Fabio, ad uno sportello, stava comperando i biglietti.— Volevo almeno vederti... — le dissi piano. — Ora ti lascio.— Sì, lasciami; è una cosa orrenda... — ella rispose con una voce priva d'accento, senza quasi muovere le labbra. E chinando ancor più la fronte soggiunse, in un modo appena intelligibile:— Ti scriverò poi...Mi strinse di nuovo la mano, a lungo, più forte... Un pensiero mi venne, subitaneo, brutale: «Quella stessa mano, poche ore innanzi, mi aveva prodigate le carezze più folli, e certo le sue labbra smorte sapevano ancora de' miei baci...» — Tutto nella vita è così: un'irrisione, un gioco; ed il peccato, il dovere, la volontà, il ribrezzo, l'amore, la morte, si mescon necessariamente insieme, come nell'intreccio di una commedia imprevedibile.A capo scoperto mi ritrassi, ed ella rimase nel mezzo della sala, immobile come un'erma, sotto il velo nero.Andai vicino a Fabio con un po' di titubanza e gli dissi:— Posso aiutarti a far qualcosa?Egli aveva due biglietti fra i denti, un altro in mano, i guanti, il portafogli ed una borsetta posati davanti allo sportello.— No, no, grazie — rispose mordendo i biglietti; — faccio tutto da me. — Dopo essersi bisticciato non so a qual proposito con l'impiegato, cacciò tutto alla rinfusa in una tasca, e con la spolverina da viaggio aperta, che gli sventolava intorno alle gambe, corse a spedire il bagaglio. Lo seguii con una specie di obbediente umiltà.Gridò al domestico, ai facchini:— Su dunque, fate presto! portate qui la roba!— Ma spedisce anche questo, il signore? — obbiettò il domestico, mostrando una sacca di tela grezza.— Sì, tutto si spedisce! Tutto, meno la borsa della signora. [pg!393] E tu, — disse alla donna, — stalle vicino! Cosa fai qui?Edoarda era sempre nella medesima positura, con la fronte china, la borsetta che le pendeva dal polso, le mani congiunte, immobile. Alcune persone, ferme, l'osservavano bisbigliando.Quando il Capuano ebbe terminata la sua faccenda, si volse a me rapidamente:— Cosa ne dici dunque? Nulla, è vero? Sono i casi della vita. Bah!... fammi un piacere: va tu dall'amministratore dei De Luca — sai, l'Agostini — e digli che provveda per le partecipazioni sui giornali. Combina tu stesso l'annunzio, ti prego. Me ne è mancato il tempo. Credo che torneremo sùbito, portando il morto con noi. A rivederci.E corse vicino a Edoarda, la prese dolcemente sotto braccio, come un padre, parlandole piano. Io rimasi finchè il treno fischiò, e non ebbi l'ardire di seguirli dentro la stazione.Ma dovunque mi volgessi, m'appariva la faccia pallida, supina su le zolle arrossate, che nell'ánsito estremo cercava di fissarmi con i suoi occhi pieni di morte.[pg!394]
IXTre giorni appresso, lasciata Edoarda poco dopo le cinque del pomeriggio, m'affrettai verso casa, dove sapevo che il d'Hermòs sarebbe venuto a salutarmi, dovendo egli nella serata ripartire per Milano e Parigi. Lo trovai difatti che m'aspettava su la terrazza, fumando.— Sono in ritardo; scusa. È molto che sei qui?— Dieci minuti appena.— E parti proprio stasera?— Sì, alle otto e quaranta.— Allora, senti: mi cambio in cinque minuti e vengo a pranzo con te.— Non voglio che ti disturbi; tu non sei uso a pranzare così presto.— Che importa? Ho quasi fame. Vieni di là, così non perdo tempo.Ludovico mi aveva tutto apparecchiato, e mi spogliai rapidamente.— Dunque, — disse il d'Hermòs, — prima che si parli d'altro, ricordati che ho la tua promessa per la fine d'Agosto.— Puoi contarvi. Nell'ultima settimana d'Agosto verrò ad incontrarti ove sarai, e passeremo un mesetto insieme.Edoarda in quel tempo sarebbe stata in viaggio col marito e, senza dubbio, con il Capuano.— Guai a te se manchi di parola!— Se mancassi... al diavolo queste camìce stirate così male!... dunque, se mancassi, ti do il diritto di venirmi a prendere con la forza. Ludovico! Ludovico!— Via! non ti affannare così. Abbiamo tutto il tempo necessario. E, dimmi: per Elena nessuna commissione?[pg!382] — Nulla, nulla! È cosa finita. La vedrai?— Probabilmente, se non ha lasciato Parigi.— Qualora tu le parlassi, non raccontarle nulla di me. Se poi ti chiedesse mie notizie, — cosa improbabile, — dille semplicemente che vivo una vita tranquilla.— Era necessario che tu me ne avvertissi perchè le avrei detto proprio il contrario, e cioè che impieghi molto bene il tuo tempo, — esclamò con intendimento.— Che vuoi dire? — obbiettai sorridendo.— Eh, via! Posso ammirare il tuo riserbo senza lasciarmi però ingannare. Poi, francamente, non ci vuole molta penetrazione; credo anche di sapere con chi...— Forse te l'ho lasciato supporre io stesso: ma tu, per fortuna, sei un uomo discreto.— E guai se non lo fossi! Hai cambiato colore: una bruna. C'è la legge dell'equilibrio anche in questo. Era del resto inevitabile. Si torna sempre. Tutta la vita è un ritorno verso quello che poteva essere, mentre invece non fu. Che vuoi?... l'uomo è un bizzarro animale pieno di controsensi! Del resto io non posso che invidiarti. Una deliziosa creatura, un tipo diverso dal comune; poi, quella sensualità romana...— Scusa, dove l'hai veduta?— Non ti ricordi d'avermi una sera mostrato in teatro una signora, nel terzo palco a destra, in seconda fila? Era vestita di velluto nero.— Ah, sì! Ma tu arguisci troppo!...— Ebbene, se mi sbaglio, pazienza!Io lasciai cadere il discorso ed invece gli dissi:— Mi sembri oggi un uomo soddisfatto; devi certo aver condotto a buon termine gli affari che ti conducevano a Roma.— Quali?— Questo poi lo ignoro. Chi mai può sapere qualcosa di te? Gli affari che ti premevano, insomma.— Era una perlustrazione, credimi, e nulla più.— Su che terreno?— Oh, su tutti! Ogni terreno è buono per chi sappia scavare.[pg!383] — A Roma poi gli scavi dànno sempre qualcosa...— Già, dicono. Ma dovevo anche trovare due persone: una di queste ora è assente; ma tornerà fra poco, ed anzi t'incaricherò di farle una commissione.— Volentieri; purchè non si tratti d'una commissione, come direi? troppo delicata!— Tutt'altro; sai che le indelicate non uso affidarle a te.— D'accordo. E ora usciamo; sono pronto. Vedi come ho fatto presto?— Un lampo! E sei tuttavia d'una eleganza irreprensibile. Hai quell'aria «grand seigneur» tanto necessaria all'uomo che non lo è più. Non so davvero perchè ti ostini a voler trascinare questa mediocre vita del gentiluomo decaduto. È un lusso, mio caro! Il gentiluomo si fa quando se ne hanno i mezzi.— Via, buffone!Scendemmo le scale chiacchierando. Stavamo per uscir dal portone, quando una carrozza, che veniva impetuosa, si fermò di colpo, lo sportello s'aperse e ne balzò fuori il Capuano, ansante, col viso terreo, esterrefatto.— Eh, non sai!... — mi gridò.— No, cosa? — esclamai trasalendo.— S'è ammazzato Piero De Luca!Tutto il mio sangue si rimescolò.— Ammazzato?... ma come? dove?...— Oggi, a Torino, al Concorso Ippico. È caduto, è rimasto sul colpo. Lo hanno telefonato or ora al Circolo perchè si avverta la moglie. Sono corso a casa sua: non c'è. Giro da mezz'ora per cercarla, e non la trovo... Che non glielo dicano in istrada, per l'amor di Dio! Sai dov'è?— Non so, — balbettai, tutto agghiadato e fuor di me stesso.— Via, non fare commedie! Se lo sai, dillo.— Non lo so...— Bene, va, cercala tu pure. Io corro di nuovo al palazzo.Saltò nella vettura e scomparve.[pg!384] Rimasi lì, sul marciapiedi, inebetito, intontito. Alcuni passanti, all'udir quello scambio di parole, si erano fermati all'intorno, ed Elia d'Hermòs, che non aveva compreso bene, mi prese per un braccio domandandomi:— Cos'è accaduto? Chi è quel tale che s'è ammazzato?Mi passai le mani sugli occhi come per riprendere conoscenza, e poggiandomi al suo braccio lo trassi via.— Andiamo, andiamo...La mia voce usciva in esclamazioni di maraviglia, confuse, interrotte.— S'è ammazzato... capisci!... il marito... è caduto sotto il cavallo...— Ma di chi?— Di lei... di lei!... Oh, Dio santo, che notizia! Ma sì, ne parlavamo poco fa, di sopra... non ti ricordi?...— Ah... pazienza! E tutto lì? — egli fece candidamente. — Avevo paura che fosse accaduta una disgrazia a te.— Come, è tutto lì?... Ma tu non comprendi allora?...— Ma sì comprendo benissimo! Anche troppo!— Allora, senti, fammi un piacere: tu non partire questa sera; puoi?— Oh, Dio... veramente non mi è comodo, ma insomma, se è per farti piacere... se proprio hai bisogno di me?— Sì, rimani, ti prego. Ed ora, ch'io la cerchi è inutile: rincaserà. Prendiamo una vettura e corriamo al Circolo per aver notizie.— È inteso: non parto e andiamo dove tu vuoi. Ma prima riméttiti un poco, perchè mi hai l'aria d'un uomo bastonato, e con quel viso farai molto ridere.— Sì, hai ragione. Ma è stato un colpo sai!...— Che colpo, ragazzo mio!... Sono cose che capitano a chi monta a cavallo. N'ho vedute io d'assai peggiori nella mia vita. Fin che toccano agli altri... pazienza! Che ci vuoi fare?— Eh, via!... Tu scherzeresti anche dinanzi ad una bara!— Caro Guelfo, sii giusto. Io non lo conosco nemmeno! [pg!385] Me ne duole, se vuoi, ma non posso piangerne. A me questo caso provoca invece un'ordine d'idee del tutto diverso, che mi sembra inutile spiegarti ora.— Ma, sai, la cosa ha dell'inverosimile... Io non me ne capàcito! E dire che oggi stesso, un'ora fa...— La vita, mio caro!... E c'è chi la prende sul serio!— Pover'uomo!... — balbettavo a me stesso; — cade da cavallo, s'ammazza sul colpo... È una cosa orrenda! E lei? Ora certo partirà sùbito. Io dovrei parlarle, vederla, scriverle almeno; ma come fare? S'è ammazzato... non c'è più!... poveretto!... non c'è più... all'età sua!— Scusa, — fece il d'Hermòs con una voce piena di candore, — ma non riesco ad intendere bene se la cosa proprio ti addolori, o se invece, in un certo qual modo...— Via, non essere così cinico! M'indisponi. E vedo bene che lo fai apposta. Capirai: ho qualche rimorso...— Ma che colpa ne hai tu?— Nessuna; questo però non toglie...— Ah, baie! Tu sei nato con quattro camice indosso! Ecco quel che vedo io.Mi fermai di schianto:— Perchè dici questo?— Eh... perchè... lo so io il perchè! Inutile per ora dedurre troppe conseguenze. Ma in fondo mi stupivo già che non capitasse qualcosa per mettere la fortuna dalla tua.— Su, via, sei pazzo! Prendiamo piuttosto una vettura e andiamo al Circolo.— Volentieri, ma fatti animo, perchè, ti ripeto, se vi entri a quel modo farai ridere.Salimmo in vettura; mi prese un senso di vertigine, sentii che nel petto il cuore mi batteva con veemenza e più non potei disuggellare la bocca.Dietro le palpebre, in una visione rossa, vedevo il corpo del barone giacere a terra, esanime, sotto il suo cavallo; mi pareva che i suoi occhi spenti si fissassero ancora ne' miei.Al Circolo v'era un tumulto insolito; si parlava concitatamente; stavano tutti in piedi. Quando entrai, ammutolirono. [pg!386] Poi nacque un bisbiglio, e tutti mi guardarono.— Dunque che è stato? — domandai a' primi che vidi.— Il povero De Luca... — disse uno.— Ma è vero?— Eh, purtroppo! La notizia è confermata. Siamo stati al telefono sinora.— È proprio morto? — E mi lasciai cadere sopra una seggiola, non riuscendo a vincere il mio turbamento.— Morto immediatamente, senza dire una parola.— E come fu?Si fece innanzi Camillo Ainardi:— Mah?... il destino! MontavaCalifourchon, quel magnifico saltatore, ma caparbio. All'ultima altezza del muro gli si rifiutò tre volte. Sai che bel cavaliere, intrepido, era il De Luca! Piuttosto che cedere avrebbe stroncato il cavallo.Califourchon, quando si rifiuta, si mette su le difese e ci vuol fegato per tenergli testa. Aveva saltato splendidamente fino allora, ed erano rimasti nella gara in tre. A forza di sproni, di braccia, lo buttò sotto l'ostacolo: il cavallo prese male il salto, inciampò contro un sasso e rotolarono giù tutti e due: lui sotto. Pare che abbia battuta la testa proprio su lo spigolo d'una pietra, ed è rimasto lì, povero Piero!... a trent'anni... è una cosa orrenda.— Una vera fatalità! Me lo ha gridato il Capuano per istrada... Sono rimasto come un ebete; poi ho sperato che non fosse così grave, e sono corso qui.Tacqui, perchè tutti mi osservavano con quello sguardo che pare un sorriso, con quell'attenzione fredda e scrutatrice che vi si figge addosso e vi penetra come una lama, quando c'è, fra molti amici, un secreto ambiguo che non possa dirsi per rispetto a voi solo.— Chissà la moglie!... — fece uno, vicino a me, malignamente.Cosa fu risposto non so: vedevo sempre, dietro le palpebre, in una visione rossa, il corpo del barone giacere a terra, esanime, sotto il suo cavallo, e mi pareva che i suoi occhi spenti si fissassero ancora ne' miei.[pg!387] Intorno seguitavano i commenti, le discussioni, le parole d'orrore dei sopraggiunti, lo squillo d'altre telefonate; poi uno, credo il marchese della Pergola, si fece avanti e parlò della corona da ordinarsi e di quelli che sarebbero andati a Torino per portarla.A me pareva che tutti nascostamente pensassero: «Proponiamo Guelfo!... Sarebbe il più adatto!» — e sconciamente ne ridessero.Mi premeva intanto saper qualcosa di Edoarda, sicchè, scelto il momento opportuno, feci un segno ad Elia perchè mi seguisse, ed uscimmo.— Debbo trovare un modo per sapere qualcosa di lei, — gli dissi quando fummo in istrada. — Andiamo verso il palazzo; non è lontano.— Frequentavi la sua casa? — egli domandò.— No, ma vorrei almeno vedere il Capuano, sapere se parte stasera.— Certamente sì.— Ma vi sono ancora treni?... Ah sì!... c'è quello che dovevi prendere tu.— Fa dunque una cosa: trovati alla stazione.— Alla stazione? Certo ve l'accompagneranno, e forse non potrò nemmeno avvicinarmi a lei. Poi bisogna che sappia se parte proprio a quell'ora.— Non v'è dubbio.— Andiamo dunque fin là; forse qualcuno, uscendo, mi potrà informare.— Credo che tu faccia male mostrandoti là intorno. Vi sarà certo un grandissimo andirivieni di gente.— Hai ragione, — dissi fermandomi. — Allora, senti, fa una cosa: vuoi andar tu?— Io?... Se non conosco nessuno?— Che importa? Lascia il tuo nome, un biglietto da visita, o nulla, se preferisci. Ma fingi di non saper bene la cosa e domanda notizie in portineria, od in anticamera; informati se la signora è stata avvertita interamente o solo in parte; se poi vedessi il Capuano, cerca di parlare con lui.[pg!388] Egli pensò un momento, poi disse:— Va bene, ora vado. E tu?— Io passeggio qui e t'aspetto. Prendi una vettura per far più presto. — Gli diedi l'indirizzo ed egli andò.Il turbine della mia mente a poco a poco si calmava; la mia vita, in quel momento, per quel caso fortuito, si volgeva necessariamente verso un altro destino. Quale? Non me lo chiedevo, non osavo chiederlo a me stesso. E di quando in quando mi appariva la faccia pallida, supina su le zolle arrossate, per fissarmi con i suoi occhi pieni di morte.Era già quell'ora di requie nella vita febbrile delle grandi città, quando i bottegai chiudono i negozi, e per le vie spopolate passano carrozze vuote, giornalai ciarlieri, sartine che si lasciano inseguire da corteggiatori insolenti, pedine che scodinzolano via, rosse di fresco belletto, in cerca d'una cena. Fluttuava in alto una chiarità serena, che orlava le lustre grondaie, riverberava su le finestre delle case, traeva dai selciati balenanti una specie di aurora crepuscolare. In quella luce ambigua, in quell'aria tepida, ventilata da qualche alito intermittente, come soffi di primavera nell'estate, sotto il cielo ancor rosso e tra la pallidezza dei lampioni, tutte le forme, tutti gli avvenimenti mi si vestirono d'irrealità.Poi, man mano, si fece buio; la vita serale ricominciò, gaia e rumorosa; ricominciò la baraonda che mesce, travolge, disperde, confonde in un solo turbine il frastuono della eterna spensieratezza umana, dell'eterno passare, benchè ognuno singolarmente si affatichi a credersi qualcosa e dia soverchio peso alle sue piccole tragedie da burattini.Si vive, si muore; si va in basso, in alto; si vince, si perde; si ama, non si ama più... Ebbene, tutto ciò che importa? Grotteschi ed effimeri passiamo: con noi mille altri passano; dopo noi vengon altri mille, a perpetuare la nostra mediocrità... E la folla irridente, insolente, ci ascolta un momento curiosa, poi si volge altrove, piena di rumore, trascinando con lievità e con fatica il peso delle sue mille catene.[pg!389] Mi pareva d'esser caduto in mezzo ad un mondo d'automi, ove tutto fosse imprecisione, fugacità, fantasma, sogno. Camminavo in su, in giù per il popoloso marciapiede, sostando di tratto in tratto.Ricordo che un vecchio lacero s'era fermato contro il muro ad accendere la pipa, e le sue mani si movevano lente, quasichè sollevassero invisibili pesi. Accese tre zolfanelli e tre volte l'aria li spense. Alla luce della fiammella il suo volto rugoso e barbuto s'illuminava d'un giallor di cartapecora, la pipa carica gli tremava tra i denti. Passò un monello e prese a schernirlo; il vecchio borbottava, minacciandolo con la mazza.Più in là due bimbe mangiavano una mela, mordendone a volta a volta un boccone ciascuna, e quand'ebbero solo il tòrsolo, se lo presero fra i denti, ambedue, con le bocche vicine, mettendosi così a girare come trottole intorno ad un perno.Tutto questo io rammento con singolar precisione, quasi fosser memorie intimamente confuse nell'angoscia di quella sera.Finalmente il d'Hermòs arrivò. Tutto scomparve, la realtà riprese il sopravvento.— Ebbene, — domandai ansioso, mentr'egli pagava il vetturino, — hai saputo nulla?— Sì, ma non è stato così facile. Nessuno poteva comprendere il mio italiano; poi c'era una tale confusione in quella casa!... La portineria e l'anticamera sono assediate; finalmente trovai un maggiordomo dal quale mi son potuto far intendere. Dunque: la signora sarebbe stata informata esattamente della cosa dal Capuano, e parte alle otto e quaranta, come si prevedeva.— Grazie. Non hai potuto sapere altro?— Null'altro. C'era troppa gente; le persone di casa parevano impazzite.— Ed il Capuano?— L'ho veduto passare in anticamera un momento; correva, tutto stravolto in viso. L'ho chiamato, ma non rispose; [pg!390] non rispondeva a nessuno. Ho inteso che andava a preparar la borsa perchè accompagna la signora.— Grazie ancora, — risposi stringendogli la mano. E guardai l'orologio. — Senti, Elia, sono quasi le otto; va tu a pranzare; io mi dirigo verso la stazione.— E perchè mai? Preferisco attendere il tuo ritorno.— Dove m'aspetterai?— Al Circolo, se poi vi pranzeremo.— Questa sera è meglio di no, ti pare? Aspéttami al Colonne. Sai dov'è?— Sì, press'a poco. Del resto ti accompagno qualche passo ancora, poi prenderò una vettura.— Dunque dicevi che v'era molta gente?— Moltissima: ne arrivava ogni momento.— E non ti fu possibile sapere come la moglie abbia ricevuta la notizia?— Questo non ti saprei dire. L'ho anzi domandato al maggiordomo: egli mi rispose due volte: — «Eh, capirà!... capirà!...» In tal modo non ho capito niente.Poi soggiunse, con un sorriso ambiguo:— Ho teso l'orecchio per ascoltare se arrivassero gridi, ma nulla mi giunse. Può darsi che fosse in una stanza lontana... Scendendo, vidi il cocchiere attaccare i cavalli; sul portone intesi un giovinetto, che usciva davanti a me, dire al compagno: — Chissà l'altro!... — L'altro dovevi esser tu; ma il séguito mi è sfuggito.— Questi chiacchieroni, per Dio! non rispettan nulla.— Che vuoi? È involontario. Un'associazione d'idee, null'altro. Anch'io penso a te.— Cosa pensi, se è lecito?— Oh, molte cose! Intanto che trovo splendido quell'antico palazzo...— Via, finiscila dunque! A rivederci: prendo una vettura perchè voglio giunger prima di lei. Ci rivedremo al Colonne.— C'è un proverbio che dice: — «Mors tua, vita mea». Sai il latino? A rivederci.Giunto alla stazione, mi fermai davanti all'entrata per attender Edoarda.[pg!391] Lì, davanti a quella piazza folle di lumi, dove, nel fondo, biancheggiava la fontana come uno straordinario fiore, mentre per l'aria solcavano i fischi delle impazienti locomotive, e la gente frettolosa e le vetture pigre si confondevano in una specie di affaccendata ridda, mi rammentai tutte le partenze, tutti gli arrivi che per me si erano variamente compiuti, lì, su quella piazza medesima, durante la mia così diversa vita. Ricordai una mattina di sole, splendidissima, ed una sera quasi tragica, nel chiarore dell'autunno, quando la città neroniana esalava nell'aria pesante il lezzo della sua grave antichità, e la patria mi suonava esilio, poichè avevo sacrificato per sempre ad una donna straniera tutto ciò che nel mondo può essere poesia.Mentre mi smarrivo in questi pensieri, d'un tratto vidi sbucar nella piazza la pariglia dei De Luca, ed appena la carrozza fu giunta, m'avvicinai, tenendomi rispettosamente a qualche passo dallo sportello. Sùbito ne saltò fuori il Capuano, e dietro lui una cameriera già vestita a lutto. Fabio dette qualche ordine alla donna, parlò rapidamente allo sportello e mi passò davanti frettoloso, borbottando:— Ah, sei qui?... Bravo! Ci rivedremo fra un paio di giorni... — E si allontanò.Mentre il domestico ed il facchino scaricavano le valige, la cameriera si pose accanto allo sportello, mentre appoggiandosi al suo braccio Edoarda ne uscì.Era vestita di nero, con un velo di crespo su la faccia pallida. Il cocchiere si scoverse il capo, e, curvatosi, le mormorò qualche sillaba, cui ella rispose con un cenno. Forse il buon uomo le affidava un saluto per il padrone morto.Un po' tremando, anch'io m'avvicinai; le tesi la mano: ella strinse le mie dita, forte, forte, senza guardarmi, e sùbito ritrasse la mano, quasi con paura. Non seppi cosa dirle, o troppe frasi, che non osai profferire, mi vennero insieme alle labbra. Ella rimase perplessa un attimo, poi si mise a camminare.L'accompagnai fin nell'atrio della stazione; vidi allora, nella piena luce, che il suo viso era straordinariamente bianco e negli occhi aridi le sue pupille splendevano con [pg!392] una fissità quasi d'allucinata; i suoi lineamenti eran fermi nella tensione di uno sforzo visibile; coi denti si teneva l'orlo del labbro inferiore, quasi per frenarne il tremito.Fabio, ad uno sportello, stava comperando i biglietti.— Volevo almeno vederti... — le dissi piano. — Ora ti lascio.— Sì, lasciami; è una cosa orrenda... — ella rispose con una voce priva d'accento, senza quasi muovere le labbra. E chinando ancor più la fronte soggiunse, in un modo appena intelligibile:— Ti scriverò poi...Mi strinse di nuovo la mano, a lungo, più forte... Un pensiero mi venne, subitaneo, brutale: «Quella stessa mano, poche ore innanzi, mi aveva prodigate le carezze più folli, e certo le sue labbra smorte sapevano ancora de' miei baci...» — Tutto nella vita è così: un'irrisione, un gioco; ed il peccato, il dovere, la volontà, il ribrezzo, l'amore, la morte, si mescon necessariamente insieme, come nell'intreccio di una commedia imprevedibile.A capo scoperto mi ritrassi, ed ella rimase nel mezzo della sala, immobile come un'erma, sotto il velo nero.Andai vicino a Fabio con un po' di titubanza e gli dissi:— Posso aiutarti a far qualcosa?Egli aveva due biglietti fra i denti, un altro in mano, i guanti, il portafogli ed una borsetta posati davanti allo sportello.— No, no, grazie — rispose mordendo i biglietti; — faccio tutto da me. — Dopo essersi bisticciato non so a qual proposito con l'impiegato, cacciò tutto alla rinfusa in una tasca, e con la spolverina da viaggio aperta, che gli sventolava intorno alle gambe, corse a spedire il bagaglio. Lo seguii con una specie di obbediente umiltà.Gridò al domestico, ai facchini:— Su dunque, fate presto! portate qui la roba!— Ma spedisce anche questo, il signore? — obbiettò il domestico, mostrando una sacca di tela grezza.— Sì, tutto si spedisce! Tutto, meno la borsa della signora. [pg!393] E tu, — disse alla donna, — stalle vicino! Cosa fai qui?Edoarda era sempre nella medesima positura, con la fronte china, la borsetta che le pendeva dal polso, le mani congiunte, immobile. Alcune persone, ferme, l'osservavano bisbigliando.Quando il Capuano ebbe terminata la sua faccenda, si volse a me rapidamente:— Cosa ne dici dunque? Nulla, è vero? Sono i casi della vita. Bah!... fammi un piacere: va tu dall'amministratore dei De Luca — sai, l'Agostini — e digli che provveda per le partecipazioni sui giornali. Combina tu stesso l'annunzio, ti prego. Me ne è mancato il tempo. Credo che torneremo sùbito, portando il morto con noi. A rivederci.E corse vicino a Edoarda, la prese dolcemente sotto braccio, come un padre, parlandole piano. Io rimasi finchè il treno fischiò, e non ebbi l'ardire di seguirli dentro la stazione.Ma dovunque mi volgessi, m'appariva la faccia pallida, supina su le zolle arrossate, che nell'ánsito estremo cercava di fissarmi con i suoi occhi pieni di morte.[pg!394]
Tre giorni appresso, lasciata Edoarda poco dopo le cinque del pomeriggio, m'affrettai verso casa, dove sapevo che il d'Hermòs sarebbe venuto a salutarmi, dovendo egli nella serata ripartire per Milano e Parigi. Lo trovai difatti che m'aspettava su la terrazza, fumando.
— Sono in ritardo; scusa. È molto che sei qui?
— Dieci minuti appena.
— E parti proprio stasera?
— Sì, alle otto e quaranta.
— Allora, senti: mi cambio in cinque minuti e vengo a pranzo con te.
— Non voglio che ti disturbi; tu non sei uso a pranzare così presto.
— Che importa? Ho quasi fame. Vieni di là, così non perdo tempo.
Ludovico mi aveva tutto apparecchiato, e mi spogliai rapidamente.
— Dunque, — disse il d'Hermòs, — prima che si parli d'altro, ricordati che ho la tua promessa per la fine d'Agosto.
— Puoi contarvi. Nell'ultima settimana d'Agosto verrò ad incontrarti ove sarai, e passeremo un mesetto insieme.
Edoarda in quel tempo sarebbe stata in viaggio col marito e, senza dubbio, con il Capuano.
— Guai a te se manchi di parola!
— Se mancassi... al diavolo queste camìce stirate così male!... dunque, se mancassi, ti do il diritto di venirmi a prendere con la forza. Ludovico! Ludovico!
— Via! non ti affannare così. Abbiamo tutto il tempo necessario. E, dimmi: per Elena nessuna commissione?
[pg!382] — Nulla, nulla! È cosa finita. La vedrai?
— Probabilmente, se non ha lasciato Parigi.
— Qualora tu le parlassi, non raccontarle nulla di me. Se poi ti chiedesse mie notizie, — cosa improbabile, — dille semplicemente che vivo una vita tranquilla.
— Era necessario che tu me ne avvertissi perchè le avrei detto proprio il contrario, e cioè che impieghi molto bene il tuo tempo, — esclamò con intendimento.
— Che vuoi dire? — obbiettai sorridendo.
— Eh, via! Posso ammirare il tuo riserbo senza lasciarmi però ingannare. Poi, francamente, non ci vuole molta penetrazione; credo anche di sapere con chi...
— Forse te l'ho lasciato supporre io stesso: ma tu, per fortuna, sei un uomo discreto.
— E guai se non lo fossi! Hai cambiato colore: una bruna. C'è la legge dell'equilibrio anche in questo. Era del resto inevitabile. Si torna sempre. Tutta la vita è un ritorno verso quello che poteva essere, mentre invece non fu. Che vuoi?... l'uomo è un bizzarro animale pieno di controsensi! Del resto io non posso che invidiarti. Una deliziosa creatura, un tipo diverso dal comune; poi, quella sensualità romana...
— Scusa, dove l'hai veduta?
— Non ti ricordi d'avermi una sera mostrato in teatro una signora, nel terzo palco a destra, in seconda fila? Era vestita di velluto nero.
— Ah, sì! Ma tu arguisci troppo!...
— Ebbene, se mi sbaglio, pazienza!
Io lasciai cadere il discorso ed invece gli dissi:
— Mi sembri oggi un uomo soddisfatto; devi certo aver condotto a buon termine gli affari che ti conducevano a Roma.
— Quali?
— Questo poi lo ignoro. Chi mai può sapere qualcosa di te? Gli affari che ti premevano, insomma.
— Era una perlustrazione, credimi, e nulla più.
— Su che terreno?
— Oh, su tutti! Ogni terreno è buono per chi sappia scavare.
[pg!383] — A Roma poi gli scavi dànno sempre qualcosa...
— Già, dicono. Ma dovevo anche trovare due persone: una di queste ora è assente; ma tornerà fra poco, ed anzi t'incaricherò di farle una commissione.
— Volentieri; purchè non si tratti d'una commissione, come direi? troppo delicata!
— Tutt'altro; sai che le indelicate non uso affidarle a te.
— D'accordo. E ora usciamo; sono pronto. Vedi come ho fatto presto?
— Un lampo! E sei tuttavia d'una eleganza irreprensibile. Hai quell'aria «grand seigneur» tanto necessaria all'uomo che non lo è più. Non so davvero perchè ti ostini a voler trascinare questa mediocre vita del gentiluomo decaduto. È un lusso, mio caro! Il gentiluomo si fa quando se ne hanno i mezzi.
— Via, buffone!
Scendemmo le scale chiacchierando. Stavamo per uscir dal portone, quando una carrozza, che veniva impetuosa, si fermò di colpo, lo sportello s'aperse e ne balzò fuori il Capuano, ansante, col viso terreo, esterrefatto.
— Eh, non sai!... — mi gridò.
— No, cosa? — esclamai trasalendo.
— S'è ammazzato Piero De Luca!
Tutto il mio sangue si rimescolò.
— Ammazzato?... ma come? dove?...
— Oggi, a Torino, al Concorso Ippico. È caduto, è rimasto sul colpo. Lo hanno telefonato or ora al Circolo perchè si avverta la moglie. Sono corso a casa sua: non c'è. Giro da mezz'ora per cercarla, e non la trovo... Che non glielo dicano in istrada, per l'amor di Dio! Sai dov'è?
— Non so, — balbettai, tutto agghiadato e fuor di me stesso.
— Via, non fare commedie! Se lo sai, dillo.
— Non lo so...
— Bene, va, cercala tu pure. Io corro di nuovo al palazzo.
Saltò nella vettura e scomparve.
[pg!384] Rimasi lì, sul marciapiedi, inebetito, intontito. Alcuni passanti, all'udir quello scambio di parole, si erano fermati all'intorno, ed Elia d'Hermòs, che non aveva compreso bene, mi prese per un braccio domandandomi:
— Cos'è accaduto? Chi è quel tale che s'è ammazzato?
Mi passai le mani sugli occhi come per riprendere conoscenza, e poggiandomi al suo braccio lo trassi via.
— Andiamo, andiamo...
La mia voce usciva in esclamazioni di maraviglia, confuse, interrotte.
— S'è ammazzato... capisci!... il marito... è caduto sotto il cavallo...
— Ma di chi?
— Di lei... di lei!... Oh, Dio santo, che notizia! Ma sì, ne parlavamo poco fa, di sopra... non ti ricordi?...
— Ah... pazienza! E tutto lì? — egli fece candidamente. — Avevo paura che fosse accaduta una disgrazia a te.
— Come, è tutto lì?... Ma tu non comprendi allora?...
— Ma sì comprendo benissimo! Anche troppo!
— Allora, senti, fammi un piacere: tu non partire questa sera; puoi?
— Oh, Dio... veramente non mi è comodo, ma insomma, se è per farti piacere... se proprio hai bisogno di me?
— Sì, rimani, ti prego. Ed ora, ch'io la cerchi è inutile: rincaserà. Prendiamo una vettura e corriamo al Circolo per aver notizie.
— È inteso: non parto e andiamo dove tu vuoi. Ma prima riméttiti un poco, perchè mi hai l'aria d'un uomo bastonato, e con quel viso farai molto ridere.
— Sì, hai ragione. Ma è stato un colpo sai!...
— Che colpo, ragazzo mio!... Sono cose che capitano a chi monta a cavallo. N'ho vedute io d'assai peggiori nella mia vita. Fin che toccano agli altri... pazienza! Che ci vuoi fare?
— Eh, via!... Tu scherzeresti anche dinanzi ad una bara!
— Caro Guelfo, sii giusto. Io non lo conosco nemmeno! [pg!385] Me ne duole, se vuoi, ma non posso piangerne. A me questo caso provoca invece un'ordine d'idee del tutto diverso, che mi sembra inutile spiegarti ora.
— Ma, sai, la cosa ha dell'inverosimile... Io non me ne capàcito! E dire che oggi stesso, un'ora fa...
— La vita, mio caro!... E c'è chi la prende sul serio!
— Pover'uomo!... — balbettavo a me stesso; — cade da cavallo, s'ammazza sul colpo... È una cosa orrenda! E lei? Ora certo partirà sùbito. Io dovrei parlarle, vederla, scriverle almeno; ma come fare? S'è ammazzato... non c'è più!... poveretto!... non c'è più... all'età sua!
— Scusa, — fece il d'Hermòs con una voce piena di candore, — ma non riesco ad intendere bene se la cosa proprio ti addolori, o se invece, in un certo qual modo...
— Via, non essere così cinico! M'indisponi. E vedo bene che lo fai apposta. Capirai: ho qualche rimorso...
— Ma che colpa ne hai tu?
— Nessuna; questo però non toglie...
— Ah, baie! Tu sei nato con quattro camice indosso! Ecco quel che vedo io.
Mi fermai di schianto:
— Perchè dici questo?
— Eh... perchè... lo so io il perchè! Inutile per ora dedurre troppe conseguenze. Ma in fondo mi stupivo già che non capitasse qualcosa per mettere la fortuna dalla tua.
— Su, via, sei pazzo! Prendiamo piuttosto una vettura e andiamo al Circolo.
— Volentieri, ma fatti animo, perchè, ti ripeto, se vi entri a quel modo farai ridere.
Salimmo in vettura; mi prese un senso di vertigine, sentii che nel petto il cuore mi batteva con veemenza e più non potei disuggellare la bocca.
Dietro le palpebre, in una visione rossa, vedevo il corpo del barone giacere a terra, esanime, sotto il suo cavallo; mi pareva che i suoi occhi spenti si fissassero ancora ne' miei.
Al Circolo v'era un tumulto insolito; si parlava concitatamente; stavano tutti in piedi. Quando entrai, ammutolirono. [pg!386] Poi nacque un bisbiglio, e tutti mi guardarono.
— Dunque che è stato? — domandai a' primi che vidi.
— Il povero De Luca... — disse uno.
— Ma è vero?
— Eh, purtroppo! La notizia è confermata. Siamo stati al telefono sinora.
— È proprio morto? — E mi lasciai cadere sopra una seggiola, non riuscendo a vincere il mio turbamento.
— Morto immediatamente, senza dire una parola.
— E come fu?
Si fece innanzi Camillo Ainardi:
— Mah?... il destino! MontavaCalifourchon, quel magnifico saltatore, ma caparbio. All'ultima altezza del muro gli si rifiutò tre volte. Sai che bel cavaliere, intrepido, era il De Luca! Piuttosto che cedere avrebbe stroncato il cavallo.Califourchon, quando si rifiuta, si mette su le difese e ci vuol fegato per tenergli testa. Aveva saltato splendidamente fino allora, ed erano rimasti nella gara in tre. A forza di sproni, di braccia, lo buttò sotto l'ostacolo: il cavallo prese male il salto, inciampò contro un sasso e rotolarono giù tutti e due: lui sotto. Pare che abbia battuta la testa proprio su lo spigolo d'una pietra, ed è rimasto lì, povero Piero!... a trent'anni... è una cosa orrenda.
— Una vera fatalità! Me lo ha gridato il Capuano per istrada... Sono rimasto come un ebete; poi ho sperato che non fosse così grave, e sono corso qui.
Tacqui, perchè tutti mi osservavano con quello sguardo che pare un sorriso, con quell'attenzione fredda e scrutatrice che vi si figge addosso e vi penetra come una lama, quando c'è, fra molti amici, un secreto ambiguo che non possa dirsi per rispetto a voi solo.
— Chissà la moglie!... — fece uno, vicino a me, malignamente.
Cosa fu risposto non so: vedevo sempre, dietro le palpebre, in una visione rossa, il corpo del barone giacere a terra, esanime, sotto il suo cavallo, e mi pareva che i suoi occhi spenti si fissassero ancora ne' miei.
[pg!387] Intorno seguitavano i commenti, le discussioni, le parole d'orrore dei sopraggiunti, lo squillo d'altre telefonate; poi uno, credo il marchese della Pergola, si fece avanti e parlò della corona da ordinarsi e di quelli che sarebbero andati a Torino per portarla.
A me pareva che tutti nascostamente pensassero: «Proponiamo Guelfo!... Sarebbe il più adatto!» — e sconciamente ne ridessero.
Mi premeva intanto saper qualcosa di Edoarda, sicchè, scelto il momento opportuno, feci un segno ad Elia perchè mi seguisse, ed uscimmo.
— Debbo trovare un modo per sapere qualcosa di lei, — gli dissi quando fummo in istrada. — Andiamo verso il palazzo; non è lontano.
— Frequentavi la sua casa? — egli domandò.
— No, ma vorrei almeno vedere il Capuano, sapere se parte stasera.
— Certamente sì.
— Ma vi sono ancora treni?... Ah sì!... c'è quello che dovevi prendere tu.
— Fa dunque una cosa: trovati alla stazione.
— Alla stazione? Certo ve l'accompagneranno, e forse non potrò nemmeno avvicinarmi a lei. Poi bisogna che sappia se parte proprio a quell'ora.
— Non v'è dubbio.
— Andiamo dunque fin là; forse qualcuno, uscendo, mi potrà informare.
— Credo che tu faccia male mostrandoti là intorno. Vi sarà certo un grandissimo andirivieni di gente.
— Hai ragione, — dissi fermandomi. — Allora, senti, fa una cosa: vuoi andar tu?
— Io?... Se non conosco nessuno?
— Che importa? Lascia il tuo nome, un biglietto da visita, o nulla, se preferisci. Ma fingi di non saper bene la cosa e domanda notizie in portineria, od in anticamera; informati se la signora è stata avvertita interamente o solo in parte; se poi vedessi il Capuano, cerca di parlare con lui.
[pg!388] Egli pensò un momento, poi disse:
— Va bene, ora vado. E tu?
— Io passeggio qui e t'aspetto. Prendi una vettura per far più presto. — Gli diedi l'indirizzo ed egli andò.
Il turbine della mia mente a poco a poco si calmava; la mia vita, in quel momento, per quel caso fortuito, si volgeva necessariamente verso un altro destino. Quale? Non me lo chiedevo, non osavo chiederlo a me stesso. E di quando in quando mi appariva la faccia pallida, supina su le zolle arrossate, per fissarmi con i suoi occhi pieni di morte.
Era già quell'ora di requie nella vita febbrile delle grandi città, quando i bottegai chiudono i negozi, e per le vie spopolate passano carrozze vuote, giornalai ciarlieri, sartine che si lasciano inseguire da corteggiatori insolenti, pedine che scodinzolano via, rosse di fresco belletto, in cerca d'una cena. Fluttuava in alto una chiarità serena, che orlava le lustre grondaie, riverberava su le finestre delle case, traeva dai selciati balenanti una specie di aurora crepuscolare. In quella luce ambigua, in quell'aria tepida, ventilata da qualche alito intermittente, come soffi di primavera nell'estate, sotto il cielo ancor rosso e tra la pallidezza dei lampioni, tutte le forme, tutti gli avvenimenti mi si vestirono d'irrealità.
Poi, man mano, si fece buio; la vita serale ricominciò, gaia e rumorosa; ricominciò la baraonda che mesce, travolge, disperde, confonde in un solo turbine il frastuono della eterna spensieratezza umana, dell'eterno passare, benchè ognuno singolarmente si affatichi a credersi qualcosa e dia soverchio peso alle sue piccole tragedie da burattini.
Si vive, si muore; si va in basso, in alto; si vince, si perde; si ama, non si ama più... Ebbene, tutto ciò che importa? Grotteschi ed effimeri passiamo: con noi mille altri passano; dopo noi vengon altri mille, a perpetuare la nostra mediocrità... E la folla irridente, insolente, ci ascolta un momento curiosa, poi si volge altrove, piena di rumore, trascinando con lievità e con fatica il peso delle sue mille catene.
[pg!389] Mi pareva d'esser caduto in mezzo ad un mondo d'automi, ove tutto fosse imprecisione, fugacità, fantasma, sogno. Camminavo in su, in giù per il popoloso marciapiede, sostando di tratto in tratto.
Ricordo che un vecchio lacero s'era fermato contro il muro ad accendere la pipa, e le sue mani si movevano lente, quasichè sollevassero invisibili pesi. Accese tre zolfanelli e tre volte l'aria li spense. Alla luce della fiammella il suo volto rugoso e barbuto s'illuminava d'un giallor di cartapecora, la pipa carica gli tremava tra i denti. Passò un monello e prese a schernirlo; il vecchio borbottava, minacciandolo con la mazza.
Più in là due bimbe mangiavano una mela, mordendone a volta a volta un boccone ciascuna, e quand'ebbero solo il tòrsolo, se lo presero fra i denti, ambedue, con le bocche vicine, mettendosi così a girare come trottole intorno ad un perno.
Tutto questo io rammento con singolar precisione, quasi fosser memorie intimamente confuse nell'angoscia di quella sera.
Finalmente il d'Hermòs arrivò. Tutto scomparve, la realtà riprese il sopravvento.
— Ebbene, — domandai ansioso, mentr'egli pagava il vetturino, — hai saputo nulla?
— Sì, ma non è stato così facile. Nessuno poteva comprendere il mio italiano; poi c'era una tale confusione in quella casa!... La portineria e l'anticamera sono assediate; finalmente trovai un maggiordomo dal quale mi son potuto far intendere. Dunque: la signora sarebbe stata informata esattamente della cosa dal Capuano, e parte alle otto e quaranta, come si prevedeva.
— Grazie. Non hai potuto sapere altro?
— Null'altro. C'era troppa gente; le persone di casa parevano impazzite.
— Ed il Capuano?
— L'ho veduto passare in anticamera un momento; correva, tutto stravolto in viso. L'ho chiamato, ma non rispose; [pg!390] non rispondeva a nessuno. Ho inteso che andava a preparar la borsa perchè accompagna la signora.
— Grazie ancora, — risposi stringendogli la mano. E guardai l'orologio. — Senti, Elia, sono quasi le otto; va tu a pranzare; io mi dirigo verso la stazione.
— E perchè mai? Preferisco attendere il tuo ritorno.
— Dove m'aspetterai?
— Al Circolo, se poi vi pranzeremo.
— Questa sera è meglio di no, ti pare? Aspéttami al Colonne. Sai dov'è?
— Sì, press'a poco. Del resto ti accompagno qualche passo ancora, poi prenderò una vettura.
— Dunque dicevi che v'era molta gente?
— Moltissima: ne arrivava ogni momento.
— E non ti fu possibile sapere come la moglie abbia ricevuta la notizia?
— Questo non ti saprei dire. L'ho anzi domandato al maggiordomo: egli mi rispose due volte: — «Eh, capirà!... capirà!...» In tal modo non ho capito niente.
Poi soggiunse, con un sorriso ambiguo:
— Ho teso l'orecchio per ascoltare se arrivassero gridi, ma nulla mi giunse. Può darsi che fosse in una stanza lontana... Scendendo, vidi il cocchiere attaccare i cavalli; sul portone intesi un giovinetto, che usciva davanti a me, dire al compagno: — Chissà l'altro!... — L'altro dovevi esser tu; ma il séguito mi è sfuggito.
— Questi chiacchieroni, per Dio! non rispettan nulla.
— Che vuoi? È involontario. Un'associazione d'idee, null'altro. Anch'io penso a te.
— Cosa pensi, se è lecito?
— Oh, molte cose! Intanto che trovo splendido quell'antico palazzo...
— Via, finiscila dunque! A rivederci: prendo una vettura perchè voglio giunger prima di lei. Ci rivedremo al Colonne.
— C'è un proverbio che dice: — «Mors tua, vita mea». Sai il latino? A rivederci.
Giunto alla stazione, mi fermai davanti all'entrata per attender Edoarda.
[pg!391] Lì, davanti a quella piazza folle di lumi, dove, nel fondo, biancheggiava la fontana come uno straordinario fiore, mentre per l'aria solcavano i fischi delle impazienti locomotive, e la gente frettolosa e le vetture pigre si confondevano in una specie di affaccendata ridda, mi rammentai tutte le partenze, tutti gli arrivi che per me si erano variamente compiuti, lì, su quella piazza medesima, durante la mia così diversa vita. Ricordai una mattina di sole, splendidissima, ed una sera quasi tragica, nel chiarore dell'autunno, quando la città neroniana esalava nell'aria pesante il lezzo della sua grave antichità, e la patria mi suonava esilio, poichè avevo sacrificato per sempre ad una donna straniera tutto ciò che nel mondo può essere poesia.
Mentre mi smarrivo in questi pensieri, d'un tratto vidi sbucar nella piazza la pariglia dei De Luca, ed appena la carrozza fu giunta, m'avvicinai, tenendomi rispettosamente a qualche passo dallo sportello. Sùbito ne saltò fuori il Capuano, e dietro lui una cameriera già vestita a lutto. Fabio dette qualche ordine alla donna, parlò rapidamente allo sportello e mi passò davanti frettoloso, borbottando:
— Ah, sei qui?... Bravo! Ci rivedremo fra un paio di giorni... — E si allontanò.
Mentre il domestico ed il facchino scaricavano le valige, la cameriera si pose accanto allo sportello, mentre appoggiandosi al suo braccio Edoarda ne uscì.
Era vestita di nero, con un velo di crespo su la faccia pallida. Il cocchiere si scoverse il capo, e, curvatosi, le mormorò qualche sillaba, cui ella rispose con un cenno. Forse il buon uomo le affidava un saluto per il padrone morto.
Un po' tremando, anch'io m'avvicinai; le tesi la mano: ella strinse le mie dita, forte, forte, senza guardarmi, e sùbito ritrasse la mano, quasi con paura. Non seppi cosa dirle, o troppe frasi, che non osai profferire, mi vennero insieme alle labbra. Ella rimase perplessa un attimo, poi si mise a camminare.
L'accompagnai fin nell'atrio della stazione; vidi allora, nella piena luce, che il suo viso era straordinariamente bianco e negli occhi aridi le sue pupille splendevano con [pg!392] una fissità quasi d'allucinata; i suoi lineamenti eran fermi nella tensione di uno sforzo visibile; coi denti si teneva l'orlo del labbro inferiore, quasi per frenarne il tremito.
Fabio, ad uno sportello, stava comperando i biglietti.
— Volevo almeno vederti... — le dissi piano. — Ora ti lascio.
— Sì, lasciami; è una cosa orrenda... — ella rispose con una voce priva d'accento, senza quasi muovere le labbra. E chinando ancor più la fronte soggiunse, in un modo appena intelligibile:
— Ti scriverò poi...
Mi strinse di nuovo la mano, a lungo, più forte... Un pensiero mi venne, subitaneo, brutale: «Quella stessa mano, poche ore innanzi, mi aveva prodigate le carezze più folli, e certo le sue labbra smorte sapevano ancora de' miei baci...» — Tutto nella vita è così: un'irrisione, un gioco; ed il peccato, il dovere, la volontà, il ribrezzo, l'amore, la morte, si mescon necessariamente insieme, come nell'intreccio di una commedia imprevedibile.
A capo scoperto mi ritrassi, ed ella rimase nel mezzo della sala, immobile come un'erma, sotto il velo nero.
Andai vicino a Fabio con un po' di titubanza e gli dissi:
— Posso aiutarti a far qualcosa?
Egli aveva due biglietti fra i denti, un altro in mano, i guanti, il portafogli ed una borsetta posati davanti allo sportello.
— No, no, grazie — rispose mordendo i biglietti; — faccio tutto da me. — Dopo essersi bisticciato non so a qual proposito con l'impiegato, cacciò tutto alla rinfusa in una tasca, e con la spolverina da viaggio aperta, che gli sventolava intorno alle gambe, corse a spedire il bagaglio. Lo seguii con una specie di obbediente umiltà.
Gridò al domestico, ai facchini:
— Su dunque, fate presto! portate qui la roba!
— Ma spedisce anche questo, il signore? — obbiettò il domestico, mostrando una sacca di tela grezza.
— Sì, tutto si spedisce! Tutto, meno la borsa della signora. [pg!393] E tu, — disse alla donna, — stalle vicino! Cosa fai qui?
Edoarda era sempre nella medesima positura, con la fronte china, la borsetta che le pendeva dal polso, le mani congiunte, immobile. Alcune persone, ferme, l'osservavano bisbigliando.
Quando il Capuano ebbe terminata la sua faccenda, si volse a me rapidamente:
— Cosa ne dici dunque? Nulla, è vero? Sono i casi della vita. Bah!... fammi un piacere: va tu dall'amministratore dei De Luca — sai, l'Agostini — e digli che provveda per le partecipazioni sui giornali. Combina tu stesso l'annunzio, ti prego. Me ne è mancato il tempo. Credo che torneremo sùbito, portando il morto con noi. A rivederci.
E corse vicino a Edoarda, la prese dolcemente sotto braccio, come un padre, parlandole piano. Io rimasi finchè il treno fischiò, e non ebbi l'ardire di seguirli dentro la stazione.
Ma dovunque mi volgessi, m'appariva la faccia pallida, supina su le zolle arrossate, che nell'ánsito estremo cercava di fissarmi con i suoi occhi pieni di morte.
[pg!394]