VIIITalvolta il denaro inatteso porta fortuna e vi son uomini che arrecano con sè la buona ventura.Giunto Elia, la sorte mutò improvvisamente. Come per incanto la Borsa mi fece riacquistare il perduto, ed al giuoco mi assistette una fortuna così tenace che il rubicondo e calvo marchese della Pergola, dondolando la sua buona testa di vecchio fanciullone, perduto il colpo, non ristava dall'esclamare: «Inutile! inutile! contro di te non si può spuntarla! Sei tornato in pieno calore!»Così la mia vita era tutta un'alternativa d'aurore e di tramonti; nell'attimo stesso in cui stavo per cadere, una mano invisibile scendeva, pronta, per soccorrermi ancora. Nasce in tal guisa una spavalda sicurezza di sè stessi e quasi ci si rimprovera d'aver dubitato della fortuna. In quei momenti d'auge, l'operoso, l'ape umana, par quasi un piccolo insetto previdente e sciocco, poich'esso costruisce piano piano l'alveare, con stenti e con amore, sviscerandosi ogni giorno un poco, mentre noi, nella nostra vita, ne facciamo e distruggiamo a decine, alveari grandi e piccoli, con una facilità stupefacente.La fortuna infatti è soltanto nemica dei pusillanimi; ai forti ed agli avventurieri essa ritorna sempre.Di questi ultimi Elia d'Hermòs era un esempio singolarissimo. Pochi avevano la sua risolutezza e pochi fors'anche la sua bontà. Non potei ben comprendere s'egli avesse ancora su me qualche intenzione occulta; sapeva così ben nascondere i suoi disegni ch'egli rimaneva perpetuamente un attraente ma incomprensibile enigma. Fin verso la metà del pomeriggio non era lecito sapere ove andasse nè cosa [pg!367] facesse; alle mie domande rispondeva sempre con una risata sibillina, poi diceva con intendimento:— Bah... visito Roma! C'è sempre qualcosa di nuovo in questa città inesauribile.Io l'invitai al nostro Circolo e fu comicissimo l'incontro di lui con Fabio Capuano. Fisicamente si rassomigliavano un poco, ed entrambi avevano inteso parlare l'un dell'altro molto spesso da me. Si studiarono ambedue con grande cautela, poi Fabio mi confidò in gran segreto:— Sai: quel tuo buon amico di Parigi mi ha l'aria d'un birbante matricolato.— Ma cosa dici, Fabio? Tu hai le traveggole da qualche tempo! Vedi tutto a rovescio.L'altro si limitò a dirmi:— Dev'essere un po' bisbetico quella tua specie di tutore...Agli altri amici Elia riuscì prontamente simpatico: era bizzarro e gaio, conosceva il cuore dell'uomo. In quel tempo invece le relazioni mie con il Capuano si erano alquanto inasprite. Credo che avesse intuita la verità su quanto concerneva Edoarda, e, torturato dal dubbio, mi circuiva di domande tendenziose o di scaltre inquisizioni, mentre, nel medesimo tempo esercitava la stessa indagine sopra Edoarda.Un giorno tutto questo era finito con una discussione piuttosto vivace, durante la quale mi erano sfuggite contro di lui alcune parole acerbe. Ma il brav'uomo, vedendo inutile ogni scaltrezza, s'era preso ad un partito estremo e pedinava Edoarda o me continuamente, per venirne in chiaro.Verso mezzogiorno me lo vedevo capitare in casa, con mille pretesti futili; voleva che si facesse colazione insieme, poi mi si metteva ai fianchi, risoluto a non lasciarmi finchè l'ora di qualsiasi convegno fosse necessariamente passata. Oppure appostava Edoarda all'uscir dal suo palazzo, e, talvolta con la pretesa d'esserle utile non si scuciva da' suoi panni, tal'altra nascostamente inseguiva le sue tracce.[pg!368] Così, non di rado, mancavamo per sua colpa i nostri convegni. Vi sono purtroppo moltissime persone, le quali, anche senza vantare le ragioni di Fabio, si assumono gratuitamente il delicato incarico di vegliare su la fedeltà delle mogli altrui.Allora dovetti sobbarcarmi ad una vita oltremodo incomoda per sfuggire alle sue ricerche; uscir di casa prestissimo, simular escursioni fuori di Roma, dare ogni giorno pretesti nuovi, e talvolta, invece di dormire a casa mia, passar la notte nel quartierino, dove più tardi Edoarda sarebbe venuta, se pure avesse potuto sfuggir di mano al suo tenace inseguitore. Per non tradirci, dovevamo sottometterci a queste servitù.Ma infine mi stancai. Una mattina ch'era venuto a sorprendermi appena uscivo dal bagno, rassegnatamente lo feci assistere a tutta la mia vestitura, cercando intanto, con livor nascosto, il mezzo d'imbastire con lui qualche litigio.— Bada, — cominciai, — che stamane non potremo far colazione insieme.— Oh, perchè?— Perchè sono invitato da Elia d'Hermòs.— Ah?... quel tuo personaggio equivoco, il quale non sa parlare nessuna lingua correttamente? Faresti assai meglio se gli dessi un po' di lungo.— Tu, mio caro, hai presa l'abitudine di criticare tutto quello ch'io faccio, in un modo che finirà con esasperarmi. Credo avere un'età, nella quale posso finalmente far a meno del precettore!— Oh, non bisogna toccarti su questa corda! Tientelo ben stretto il tuo caro d'Hermòs! Per conto mio ti ripeto che mi ha tutta l'aria d'un personaggio equivoco.— In ogni modo ti prego di non propalare al Circolo queste tue impressioni affatto arbitrarie.— Oh, quanto a questo, potevi anche tralasciare di presentarlo al Circolo!— Toh! per farti piacere forse? A Parigi, sappilo, è socio dell'«Agricole» e della «Rue Royale».[pg!369] — Tutte le canaglie fanno parte dei migliori circoli; questa è regola corrente.— Insomma, pensane quello che vuoi: è mio amico, e ti prego, almeno con me, di evitare questi grossolani apprezzamenti.— Se stamane sei di malumore, me ne vado.— Oh... lo dici, ma tanto non lo fai! Da qualche tempo ti ha preso di me un amore sviscerato; non mi abbandoni d'un passo! E non che mi secchi, sai... tutt'altro! ma te lo faccio notare semplicemente.— Per voler bene a te occorre una buona dose di rassegnazione! Tu, gli amici, li tratti come tuoi servi.— Allora ti dirò che gli amici li ho sempre coltivati ed amati; ma tu — inutile nasconderlo! — per una bizzarrissima idea che ti sei fitta in capo, mi fai da poliziotto, e questo annoierebbe chicchessia.— Da poliziotto? Veh!... questa è nuova! Sei liberissimo di fare o disfare quel che ti pare e piace. Anzi ti chiederò perdono se, dopo quindici anni d'amicizia, mi sono talvolta permesso d'entrare in argomenti, come direi?... troppo delicati.— Ma se questi argomenti, — e te lo ripeto per la millesima volta! — sono una tua pura e semplice invenzione?— Bah... bah!... padronissimo di nascondere i fatti tuoi, ma non volermi anche abbindolare, perchè questo non serve! Io, bada bene, per tanti anni ho avuta la stoltezza di crederti un uomo di buon cuore, un animo nobile, e mi son fatto paladino ad oltranza di tutte le tue scapigliatezze; ma oggi, parola mia, se muovo un passo, non è più per te; — è per lei, poverina, che mi fa pena. Tu scherzi con le anime come un giocoliere coi bossoli, e, poichè mi dai del poliziotto, io te lo dico recisamente: Se oggi Edoarda è di nuovo la tua amante, hai commessa una vera indegnità!— Ma sei pazzo! pazzo! — esclamai alzando le spalle, e chinandomi verso la pettiniera, perchè non mi vedesse in faccia. — E poi mi secchi! e poi mi tedii! e poi sono [pg!370] stanco di sopportare queste inverosimili accuse! — aggiunsi vibratamente — -Non lo è! Non lo è! te lo affermo ancora una volta! Non lo è stata, non lo sarà mai! Ti basta? E se poi lo fosse, — mettiamo il caso come assurdo — se poi lo fosse, mi domando cosa può importarne a te? In nome di Dio, questa è una persecuzione che non ha senso comune! Forse che sei geloso di questa donna e vedi lucciole per lanterne? Oppure te ne hanno affidata la custodia? Fa dunque una bella cosa! Va dal marito, mettigli questa idea nel capo e sarai soddisfatto! Se tu divieni bisbetico io non ne ho colpa! Toh!— Bene, bene, cálmati, — egli rispose freddamente. — Le ingiurie che mi lanci, le metto con le altre, in disparte; verrà il giorno in cui ne riparleremo. Quanto al resto mi limito a darti un avvertimento, e cioè che la custodia d'Edoarda non me l'ha confidata nessuno; ma io me l'arrogo, nel senso che chiunque voglia tenderle un'insidia, prima che con altri dovrà fare i conti con me. Siamo intesi? Ed ora, a rivederci.E uscì senza tendermi la mano.— A rivederci, Fabio! — gli gridai dietro ridendo. — E non fare troppo il sostenuto perchè io non sono affatto in collera!...Da quel giorno le persecuzioni cessarono, o per meglio dire si fecero più discrete. Quanta maggiore libertà mi diede, tanta ne tolse a Edoarda, sfogando sopra lei sola i malumori che adesso era costretto a risparmiarmi.Edoarda me lo raccontava con indulgenza, pregandomi di non volerne a quel povero amico, geloso e fedele come un vecchio cane. Egli le aveva fatte le medesime scene, in un modo più dolce ma non meno accanito. Vivendole accanto quasi ogni giorno, egli aveva potuto studiare, più sopra di lei che sopra di me, le alternative del nostro amore, fin dai primissimi segni, ed era difficile ingannare quel cuore attento. La sua certezza ormai era indiscussa, e ne soffriva profondamente, come d'una propria sventura. Gli uomini, anche i migliori, hanno sempre una parte del loro innato egoismo che non riescono del tutto a soffocare.[pg!371] Fabio, il quale si era sentito capace di rinunziare alla sola donna che avesse davvero amata, per ottenere la sua felicità dandomela in isposa, Fabio ch'era stato il suo consolatore con la dolcezza di un fratello, e che aveva sopportato quel matrimonio con il De Luca pur di saperla finalmente accasata e tranquilla, Fabio, che nel seno della famiglia nuova si era serbato il posto del consigliere, del confidente, come colui che conosceva tutti i segreti antichi, ora non poteva rassegnarsi a veder tornare verso di me, per la via del peccato, questa donna intangibile, quest'anima pura ch'egli aveva collocata al di sopra d'ogni altra, in un paradiso d'idealità.Egli si ostinava sempre a rivedere in lei la fanciulla di un tempo, quella soave incarnazione di sentimento e di fragilità, senz'accorgersi che una donna era fiorita vicino all'altra, viva e trepida, piena di desiderii forti e di sensualità nuove. E non perdonava nè a me nè a lei quel passo che avevamo compiuto, senza chiedere — per così dire — il suo consenso, mostrando invece che, dopo averlo tenuto per indispensabile, ora lo consideravamo quasi per il nostro primo nemico. In fatti eravamo forse un poco ingiusti: quell'anima buona era tanto vissuta per noi. Senza volerlo, egli contribuì alle ciarle che di quest'avventura si fecero, poichè purtroppo le precauzioni e le scaltrezze a ben poco servono.In Roma se ne parlò, anzi se ne parlò assai; ma c'è una specie di solidarietà mondana che salva sempre i mariti dal conoscere queste cose. I begli spiriti concludevano, — come in séguito mi venne riferito:«È naturale: doveva inevitabilmente finire così!»Infatti le cose illogiche paion sempre naturalissime al mondo. Edoarda era un'amante squisita; pareva che fosse nata apposta per ingannare un marito, e nessuno avrebbe mai potuto supporre che tanta scaltrezza si annidasse in quella sua testolina di bimba delicata e sentimentale. Vi sono molti fiori che, quando si aprono, sono assai diversi dal bòcciolo che li nascose.Ella sapeva eludere tutte le sorveglianze con una [pg!372] maestria veramente ammirevole; aveva trovato vari modi per potermi scrivere quando non era lecito vederci, e gli avvenimenti più disparati le offrivano il mezzo di preparare un nostro incontro. Non le feci mai visita in casa, per un certo rispetto verso noi stessi, ed anche verso il marito, il quale mi usava moltissime cortesie. Ma non evitavo di andarli a trovare in palco nè di sedere alla lor tavola, quando c'incontravamo ai tè del pomeriggio. Il De Luca del resto non apparteneva punto alla stirpe dei mariti bisbetici od importuni; subiva molto il fascino della moglie e non avrebbe saputo concepire su di lei un benchè minimo sospetto. Fabio ci dava più molestie assai. D'altra parte il barone passava le sue giornate in mezzo ai cavalli e sui terreni d'allenamento; spesso lasciava Roma per seguire le diverse riunioni ippiche. Quei giorni d'assenza erano la nostra felicità.Una volta, alla vigilia d'una di queste partenze, ricevetti da Edoarda un biglietto, in cui m'avvertiva che il giorno dopo sarebbe stata libera fin dal mattino, e voleva che si facesse una gita fuor di Roma, per visitare una certa locanda di campagna dove ci eravamo incontrati una volta, molti anni addietro. Mi dava tutte le indicazioni opportune; dovevo prendere un treno del mattino, poi attenderla alla stazione d'arrivo. Questa era certo una temerità, sebbene in vicinanza di quel paesello vivesse un'amica sua, la stessa che ci aveva servito di pretesto la prima volta.D'altronde si era verso la metà di Giugno e pochi si sarebbero avventurati a far escursioni per quella calura.Una gioia fanciullesca empì le anime nostre quando c'incontrammo, ed a noi parve di trovare le delizie insolite nelle cose più semplici, come ad esempio quella di mangiar abbastanza male ad una tavola rusticamente imbandita, e passeggiare sotto un sole di canicola cercando affannosamente la frescura dei boschi e il refrigerio delle fontane, andandoci poi a rinchiudere in una camera di locanda, ove c'era un immenso letto di noce rôso dai tarli, con sopra, sulla parete, il quadro della Vergine Addolorata, [pg!373] che aveva tutto il seno aperto per ostentare un cuore d'inverosimile grandezza, cinto d'un'aureola e trafitto da una spada. Era una camera linda, non senza un'ostentazione di lusso campagnolo, vasta, con mobili grandi, e v'erano — cosa orribile! — sul caminetto, ai lati d'una pendola ferma, due vasi di fiori modellati nella cera e protetti da una polverosa campana di vetro.C'era in quella camera l'odor indefinibile del disabitato, dell'antico, l'odore dei quadri che ingialliscono su vecchi muri, dei mobili che scricchiolano quando appena si cammina, delle tende che hanno lasciato il lor colore ai venti di molte primavere, e quel silenzio che fa pensare agli amori dei tempi andati, agli imeni celebratisi nelle braccia di quel letto possente, — pensiero che potrebbe forse dar noia se fosse cosa recente, ma sollecita ed esalta invece, come tutte le cose che vengono da lontano. Poi avevamo portato grandi mazzi di fiori selvatici, côlti nella foresta; Edoarda, buttandoli sul letto, rideva di un riso fresco e giovine.Portava un abito leggero come una sciarpa di velo, un'alta cintura di pelle color dell'indaco, la gonna succinta, le calze traforate, le scarpine bianche. Aveva le maniche della camicetta corte fino al gomito ed un paio di guanti che le calzavan alto, inverditi nel palmo dall'umor vegetale dei fiori strappati. Portava un cappello semplicissimo, ch'era di paglia fiorentina, con le falde spioventi a mo' di campana, ed un largo nastro lo fasciava, colore anch'esso dell'indaco, facendole sopra la fronte un bel nodo, a somiglianza di due grandi ali aperte. Le scendeva sino a mezzo il petto una doppia fila di perle, ch'entravano a nascondersi nell'abbottonatura, ed ogni tanto scintillavano, tra la sua pelle ed i fori della camicetta. Era più fresca d'una fontana in quella torrida estate.Mi gettò le braccia intorno al collo, mi coverse di baci:— Germano, ti ricordi? Fu qui! fu qui!...La sua padronanza era sorprendente; aveva detto ella stessa all'albergatrice:[pg!374] — Conosco una camera della vostra locanda: voglio quella.Si rammentava il numero, e lo disse.— Ma, signora, — obbiettò la vecchietta — l'albergo adesso è rinnovato; ve ne sono altre assai migliori.— Non conta, non conta! Vogliamo quella.E coi fiori sulle braccia, saltellando per le scale, vi andò con gioia. Riconosceva il cammino.Lenta lenta, la vecchietta, che cicalava noiosamente, cambiò l'acqua nelle brocche, mostrò che i lenzuoli, un po' ruvidi eran freschi di bucato, aperse le finestre, calò una tendina, domandò se volessimo caricar la pendola... poi scese. I suoi zoccoli facevano su l'ammattonato un picchierellar distinto, che s'allontanava. Edoarda mi scoccò su la bocca due forti baci, ridendo. Impaziente le circondai con un braccio la vita, e, per attendere che la vecchierella tornasse, andammo a guardar fuori dalla finestra, sul cortiletto che meriggiava.Una gallina, tutta gonfia, si strofinava le ali contro un covone di paglia; c'era un barroccio staccato, con le stanghe all'aria, davanti alla stalla; le innamorate colombe tubavano con soavità, nascoste dentro le celle dell'appaiatoio.Poi la vecchierella tornò, portandoci due bicchieri di caffè ghiacciato e un tale suo vinetto chiaro chiaro, che ad ogni costo voleva lo si provasse.E domandò se volessimo un bel vaso per i nostri fiori, e se fossimo signori di Roma, e quando fossimo giunti, e se avesse da prepararci una buona cena per l'imbrunire; e parlava e parlava, con la sua vocina stridula come il gridìo delle cicale che là fuori strillavano, finchè Edoarda si buttò sul letto e finse d'aver sonno, perchè la vecchierella se n'andasse con Dio. Allora chiusi l'uscio a chiave, la strinsi nelle mie braccia e scoppiammo a ridere di felicità, in un bacio che ad entrambi gonfiava la gola.Il calor del giorno le accendeva il sommo del viso; i suoi capelli nerissimi luccicavano come un ebano polito.Aveva un gesto suo, fin da quando era fanciulla: nel baciarmi, con una mano mi copriva gli occhi; un gesto [pg!375] che poteva essere pudore nella fanciulla ed era nella donna un desiderio di maggiore voluttà.La svestii; nella sua camicia diafana pareva una rosa ravvolta in un velo; serrava, tra le labbra aperte, i denti minuti; gli occhi desiosi le brillavano al sommo delle guancie scolorate.Ma fuori, che cantar di cicale, che tubar di colombe nascoste, che incantamento! che pace!... Oh, amori nella calda estate, mentre il sole avvampa l'arsa campagna e le cortine fan buia la camera, in un decrepito letto, con un'amante giovine!...————Un po' ebbra, scese dal letto e andò verso il canterano, a cercar qualcosa fra gli anelli e la catene che vi aveva deposti confusamente. Nella penombra i suoi piedi scalzi biancheggiavan sul tappeto senza colore.— Che fai?— Nulla... — E tornò d'un balzo. Le sue braccia mi avviluppavan come giunchi, eran forti e fragili, di una bianchezza straordinaria.— Dammi la mano sinistra e non guardare, — mi disse. Le diedi la mano e guardai.— No, chiudi gli occhi!E mi passò nel dito un anello.— Che fai?— Nulla: un capriccio mio. — E mi chiuse il pugno, nascondendolo contro di sè. I suoi capelli sciolti ingombravano tutto il guanciale; aveva il ventre polito come una tonda porcellana.— Lasciami vedere... — le dissi; e nonostante il divieto, guardai. — Ah, no, Edoarda! questo non voglio! sai bene che non voglio! — E feci per togliermi l'anello che mi aveva dato. Ma ella, sollevatasi alquanto sul gomito, mi serrò la mano e mi costrinse a piegare il dito. Era un brillante nitidissimo, che nel buio risfavillava.[pg!376] — Insomma, no! — esclamai.— Silenzio!... — E con un bacio mi chiuse la bocca; poi soggiunse:— Vuoi rendermi triste?— No, ma vedi, non posso accettare tutti questi regali che mi fai...— E tu, allora?— Io?... Ma è tutt'altra cosa! Invece i tuoi regali mi offendono! Sii buona; ripréndilo.— Allora mi farai piangere... Una volta non facevi così.— Una volta era cosa ben diversa, Edoarda.— E perchè poi?Risi e non volli rispondere.— Dimmi dunque il perchè?La sua pelle odorava di fresca Lavanda e forse d'una cipria tenuissima che la copriva come un pòlline.— Prima di tutto — risposi, — questi non sono regali che si possono accettare. L'avrei rifiutato anche allora. Del resto, eravamo fidanzati; e poi, una volta... ma Dio buono, perchè me lo vuoi far dire?... è una sciocchezza!— Bene, dilla.— Una volta, insomma, ero più ricco! Adesso mi pare...— Oh, come sei ruvido! Perchè dici queste cose? Vedi, sei tu che mi offendi!Lasciò cadere il gomito che la reggeva e nascose la fronte contro la mia spalla. Dagli interstizi delle tendine filtravano lame di sole, polverose.— Sei sempre lo stesso! — continuò. — Chi pensa a queste cose facendo un regalo? Certo non te l'avrei potuto comperare, perchè se ne sarebbero forse avveduti; ma lo avevo; era un gioiello che tenevo caro, e per questo appunto mi piace che lo abbi tu. Te l'ho fatto solamente rilegare. Vedi, e sapevo bene la misura del tuo dito. Hai l'anulare appena un poco più grosso del mio póllice... Senti: rimane mio, se vuoi, ma pórtalo tu, sii buono!E le sue labbra mi passavano sotto la gola, su la bocca, su la fronte, con soavità. Una sottana di seta, su la spalliera [pg!377] d'una seggiola, percossa da una freccia di sole mandava sprazzi irridescenti, come fosse d'oro.— Che bimba! che bimba! — esclamai, carezzandole i capelli.— Ecco, — ella disse con voce addolorata, — invece di farti piacere, ti ho reso triste... Che brutto carattere hai! Non si può dunque farti un regalo? E sono certa che se domani, per esempio, tu avessi un fastidio qualsiasi, andresti chissà da chi piuttosto che dirlo a me.— Oh, questo poi è naturale! — esclamai ridendo.— Ecco: è naturale!... Vedi come parli tu!Mi ricinse con le braccia, si fece piccola piccola, vicina vicina, e mi disse:— Purtroppo tu non riesci a comprendere ch'io voglio confondere la mia vita nella tua, quasi non esistesse fra noi alcuna differenza. Non devi per me avere secreti! Tu ed io, io e te, fa lo stesso; nessuna paura ci deve mai dividere. Qualsiasi cosa m'accada, io te la racconto, e te la racconterò sempre; tu invece ti nascondi. Perchè? Certo perchè mi consideri come tutte le altre amanti che hai avute; non come l'amante unica, vera, quella che può sapere tutto.Ed il sole era venuto fin sul letto, le dorava una gamba ignuda, guizzando sul raso del copripiedi.— Ma non ti nascondo nulla, — osservai. — Non mi è possibile amarti più intensamente.— Allora, poniamo un caso. Se tu, domani, avessi bisogno di denaro — via, non irritarti, perchè ho detto poniamo un caso... — dunque, se domani tu avessi bisogno di denaro, lo diresti a me? permetteresti a me di aiutarti?... No, è vero?— Certamente no, — feci con un sorriso.— Ecco, ed invece io non voglio! Pretendo che tu me lo dica sùbito, perchè, se domani, per esempio, ne avessi bisogno io, te lo direi sùbito.— Ma è un'altra cosa.— Come un'altra? No, è la stessa, identicamente la stessa! Tu, vedi, non arrivi a pensare come penso io, a volermi [pg!378] bene come te ne voglio io. Tutto è lecito fra noi, perchè io sono la stessa cosa di te, tu di me... comprendi?— Sì, amore, però non bisogna che io dimentichi...— Invece bisogna dimenticare tutto! Quello che gli altri fanno, o pensano, è fuori di noi. Dobbiamo essere al di là da tutte le convenzioni, e solo amandomi come ti amo lo potrai comprendere. La mia gioia più grande è quella di poter indovinare un tuo desiderio: se me la neghi mi fai male.— Dunque non parliamone più! Tengo l'anello e vi farò incidere la data di questo giorno.— Sì, mio amore...E si abbandonò sul letto, impudica ed innocente, nel tremore dei sensi che riaccendeva la sua giovinezza.Il copripiedi soffice, di bella seta chermisi, spiumava da invisibili scuciture ad ogni moto che si facesse, e tanti piccoli fili, colore della luce, lievi come una polvere di seta, navigavano via, piano piano, salendo nel raggio di sole.— Mi sento così felice... — mormorò, — troppo felice!... — Oh, se la vita potesse tutta somigliare a queste ore che fuggono!...— Forse non dipende che da noi, — le risposi.— Da noi, e da troppe altre cose. Io, vedi, non ho ancora provata la gioia di vivere con te un intero giorno, da un'alba fino all'altra. E poi un giorno è poco! Un mese, vorrei, un anno... sempre! Come invidio le donne che son libere, che possono darsi al proprio amore senza nessun impedimento! Qualche volta sogno che tu potresti portarmi via, con te, in un altro paese, dove nessuno riuscisse mai a ritrovarci... Dopo tutto, che importa il resto? Non ho che te, amo te solo. E non puoi credere com'io senta il bisogno di occupare tutta la tua vita, d'investigare, di conoscere... Le cose meno importanti son quelle che più mi fanno sentire questa mancanza di libertà. — Ed aggrappandosi a me con un fervido impeto: — Rispóndimi dunque: mi vuoi bene davvero?— Sì, amore lo sai.[pg!379] — Molto?— Infinitamente.— Sino a quando?— Fino a sempre.— E, dimmi, dimmi una cosa! Non pensi più a... nessuno?— Bambina che sei!... Penso a te, a te sola.— Questo lo dicevi anche allora, poi...— Ma è stata un'aberrazione, come ti ripeto ancora. I nervi e nulla più.— Già... i nervi, tu li fai servire a tutto!Sollevata sui gomiti, s'empì le mani de' suoi capelli sciolti e mi fasciò la gola.— Scommetto, — prese a dire, fra scherzosa e titubante, — che vi pensi ancora un poco...— Nemmeno per sogno, mai.— Qualche volta sì però... senza volerlo... Dimmi la verità!— Ma no, amore: ho dimenticato assolutamente.— Giùralo!... cioè è inutile, perchè i tuoi giuramenti non contano.— Se vuoi, te lo giuro.— E, dimmi: quando le volevi bene, le volevi bene più che a me?— Non ho mai amato come ti amo.— Ma era più bella, però...— Era diversa.— Cioè, come? bionda?— Sì, bionda.— Grande?— Un poco più di te.— Con gli occhi azzurri?— Mi fai sempre le stesse domande!...— Non importa, rispondi: che occhi aveva?— Scuri.— Allora ti piaceva più di me!— Amore, mi fai ridere! Se mi fosse piaciuta sarei dunque rimasto con lei.[pg!380] — Non hai un suo ritratto?— Me li hai fatti bruciare tu.— Ma certo ne avrai altri, nascosti...— No.— Giùralo... cioè... bene: giura lo stesso.— Te lo giuro.— Ed io non ti credo! Bada!... Vorrei venire una volta nella tua casa... Chissà quante cose nascoste vi sono!...— Eh!... una quantità!— Però lei ti scrive...— Non una lettera, non una sola.— Che fa?— Lo ignoro.Nella camera gonfia d'estate filtrava un pallor di crepuscolo, denso di luminose ombre; le cicale a poco a poco affievolivano il loro canto; i galli rumorosi empivano di chiacchierate il cortile. Un poco d'oscurità le si raccolse nel viso affaticato; aveva i seni erti, la gola bianca, e l'amavo.[pg!381]
VIIITalvolta il denaro inatteso porta fortuna e vi son uomini che arrecano con sè la buona ventura.Giunto Elia, la sorte mutò improvvisamente. Come per incanto la Borsa mi fece riacquistare il perduto, ed al giuoco mi assistette una fortuna così tenace che il rubicondo e calvo marchese della Pergola, dondolando la sua buona testa di vecchio fanciullone, perduto il colpo, non ristava dall'esclamare: «Inutile! inutile! contro di te non si può spuntarla! Sei tornato in pieno calore!»Così la mia vita era tutta un'alternativa d'aurore e di tramonti; nell'attimo stesso in cui stavo per cadere, una mano invisibile scendeva, pronta, per soccorrermi ancora. Nasce in tal guisa una spavalda sicurezza di sè stessi e quasi ci si rimprovera d'aver dubitato della fortuna. In quei momenti d'auge, l'operoso, l'ape umana, par quasi un piccolo insetto previdente e sciocco, poich'esso costruisce piano piano l'alveare, con stenti e con amore, sviscerandosi ogni giorno un poco, mentre noi, nella nostra vita, ne facciamo e distruggiamo a decine, alveari grandi e piccoli, con una facilità stupefacente.La fortuna infatti è soltanto nemica dei pusillanimi; ai forti ed agli avventurieri essa ritorna sempre.Di questi ultimi Elia d'Hermòs era un esempio singolarissimo. Pochi avevano la sua risolutezza e pochi fors'anche la sua bontà. Non potei ben comprendere s'egli avesse ancora su me qualche intenzione occulta; sapeva così ben nascondere i suoi disegni ch'egli rimaneva perpetuamente un attraente ma incomprensibile enigma. Fin verso la metà del pomeriggio non era lecito sapere ove andasse nè cosa [pg!367] facesse; alle mie domande rispondeva sempre con una risata sibillina, poi diceva con intendimento:— Bah... visito Roma! C'è sempre qualcosa di nuovo in questa città inesauribile.Io l'invitai al nostro Circolo e fu comicissimo l'incontro di lui con Fabio Capuano. Fisicamente si rassomigliavano un poco, ed entrambi avevano inteso parlare l'un dell'altro molto spesso da me. Si studiarono ambedue con grande cautela, poi Fabio mi confidò in gran segreto:— Sai: quel tuo buon amico di Parigi mi ha l'aria d'un birbante matricolato.— Ma cosa dici, Fabio? Tu hai le traveggole da qualche tempo! Vedi tutto a rovescio.L'altro si limitò a dirmi:— Dev'essere un po' bisbetico quella tua specie di tutore...Agli altri amici Elia riuscì prontamente simpatico: era bizzarro e gaio, conosceva il cuore dell'uomo. In quel tempo invece le relazioni mie con il Capuano si erano alquanto inasprite. Credo che avesse intuita la verità su quanto concerneva Edoarda, e, torturato dal dubbio, mi circuiva di domande tendenziose o di scaltre inquisizioni, mentre, nel medesimo tempo esercitava la stessa indagine sopra Edoarda.Un giorno tutto questo era finito con una discussione piuttosto vivace, durante la quale mi erano sfuggite contro di lui alcune parole acerbe. Ma il brav'uomo, vedendo inutile ogni scaltrezza, s'era preso ad un partito estremo e pedinava Edoarda o me continuamente, per venirne in chiaro.Verso mezzogiorno me lo vedevo capitare in casa, con mille pretesti futili; voleva che si facesse colazione insieme, poi mi si metteva ai fianchi, risoluto a non lasciarmi finchè l'ora di qualsiasi convegno fosse necessariamente passata. Oppure appostava Edoarda all'uscir dal suo palazzo, e, talvolta con la pretesa d'esserle utile non si scuciva da' suoi panni, tal'altra nascostamente inseguiva le sue tracce.[pg!368] Così, non di rado, mancavamo per sua colpa i nostri convegni. Vi sono purtroppo moltissime persone, le quali, anche senza vantare le ragioni di Fabio, si assumono gratuitamente il delicato incarico di vegliare su la fedeltà delle mogli altrui.Allora dovetti sobbarcarmi ad una vita oltremodo incomoda per sfuggire alle sue ricerche; uscir di casa prestissimo, simular escursioni fuori di Roma, dare ogni giorno pretesti nuovi, e talvolta, invece di dormire a casa mia, passar la notte nel quartierino, dove più tardi Edoarda sarebbe venuta, se pure avesse potuto sfuggir di mano al suo tenace inseguitore. Per non tradirci, dovevamo sottometterci a queste servitù.Ma infine mi stancai. Una mattina ch'era venuto a sorprendermi appena uscivo dal bagno, rassegnatamente lo feci assistere a tutta la mia vestitura, cercando intanto, con livor nascosto, il mezzo d'imbastire con lui qualche litigio.— Bada, — cominciai, — che stamane non potremo far colazione insieme.— Oh, perchè?— Perchè sono invitato da Elia d'Hermòs.— Ah?... quel tuo personaggio equivoco, il quale non sa parlare nessuna lingua correttamente? Faresti assai meglio se gli dessi un po' di lungo.— Tu, mio caro, hai presa l'abitudine di criticare tutto quello ch'io faccio, in un modo che finirà con esasperarmi. Credo avere un'età, nella quale posso finalmente far a meno del precettore!— Oh, non bisogna toccarti su questa corda! Tientelo ben stretto il tuo caro d'Hermòs! Per conto mio ti ripeto che mi ha tutta l'aria d'un personaggio equivoco.— In ogni modo ti prego di non propalare al Circolo queste tue impressioni affatto arbitrarie.— Oh, quanto a questo, potevi anche tralasciare di presentarlo al Circolo!— Toh! per farti piacere forse? A Parigi, sappilo, è socio dell'«Agricole» e della «Rue Royale».[pg!369] — Tutte le canaglie fanno parte dei migliori circoli; questa è regola corrente.— Insomma, pensane quello che vuoi: è mio amico, e ti prego, almeno con me, di evitare questi grossolani apprezzamenti.— Se stamane sei di malumore, me ne vado.— Oh... lo dici, ma tanto non lo fai! Da qualche tempo ti ha preso di me un amore sviscerato; non mi abbandoni d'un passo! E non che mi secchi, sai... tutt'altro! ma te lo faccio notare semplicemente.— Per voler bene a te occorre una buona dose di rassegnazione! Tu, gli amici, li tratti come tuoi servi.— Allora ti dirò che gli amici li ho sempre coltivati ed amati; ma tu — inutile nasconderlo! — per una bizzarrissima idea che ti sei fitta in capo, mi fai da poliziotto, e questo annoierebbe chicchessia.— Da poliziotto? Veh!... questa è nuova! Sei liberissimo di fare o disfare quel che ti pare e piace. Anzi ti chiederò perdono se, dopo quindici anni d'amicizia, mi sono talvolta permesso d'entrare in argomenti, come direi?... troppo delicati.— Ma se questi argomenti, — e te lo ripeto per la millesima volta! — sono una tua pura e semplice invenzione?— Bah... bah!... padronissimo di nascondere i fatti tuoi, ma non volermi anche abbindolare, perchè questo non serve! Io, bada bene, per tanti anni ho avuta la stoltezza di crederti un uomo di buon cuore, un animo nobile, e mi son fatto paladino ad oltranza di tutte le tue scapigliatezze; ma oggi, parola mia, se muovo un passo, non è più per te; — è per lei, poverina, che mi fa pena. Tu scherzi con le anime come un giocoliere coi bossoli, e, poichè mi dai del poliziotto, io te lo dico recisamente: Se oggi Edoarda è di nuovo la tua amante, hai commessa una vera indegnità!— Ma sei pazzo! pazzo! — esclamai alzando le spalle, e chinandomi verso la pettiniera, perchè non mi vedesse in faccia. — E poi mi secchi! e poi mi tedii! e poi sono [pg!370] stanco di sopportare queste inverosimili accuse! — aggiunsi vibratamente — -Non lo è! Non lo è! te lo affermo ancora una volta! Non lo è stata, non lo sarà mai! Ti basta? E se poi lo fosse, — mettiamo il caso come assurdo — se poi lo fosse, mi domando cosa può importarne a te? In nome di Dio, questa è una persecuzione che non ha senso comune! Forse che sei geloso di questa donna e vedi lucciole per lanterne? Oppure te ne hanno affidata la custodia? Fa dunque una bella cosa! Va dal marito, mettigli questa idea nel capo e sarai soddisfatto! Se tu divieni bisbetico io non ne ho colpa! Toh!— Bene, bene, cálmati, — egli rispose freddamente. — Le ingiurie che mi lanci, le metto con le altre, in disparte; verrà il giorno in cui ne riparleremo. Quanto al resto mi limito a darti un avvertimento, e cioè che la custodia d'Edoarda non me l'ha confidata nessuno; ma io me l'arrogo, nel senso che chiunque voglia tenderle un'insidia, prima che con altri dovrà fare i conti con me. Siamo intesi? Ed ora, a rivederci.E uscì senza tendermi la mano.— A rivederci, Fabio! — gli gridai dietro ridendo. — E non fare troppo il sostenuto perchè io non sono affatto in collera!...Da quel giorno le persecuzioni cessarono, o per meglio dire si fecero più discrete. Quanta maggiore libertà mi diede, tanta ne tolse a Edoarda, sfogando sopra lei sola i malumori che adesso era costretto a risparmiarmi.Edoarda me lo raccontava con indulgenza, pregandomi di non volerne a quel povero amico, geloso e fedele come un vecchio cane. Egli le aveva fatte le medesime scene, in un modo più dolce ma non meno accanito. Vivendole accanto quasi ogni giorno, egli aveva potuto studiare, più sopra di lei che sopra di me, le alternative del nostro amore, fin dai primissimi segni, ed era difficile ingannare quel cuore attento. La sua certezza ormai era indiscussa, e ne soffriva profondamente, come d'una propria sventura. Gli uomini, anche i migliori, hanno sempre una parte del loro innato egoismo che non riescono del tutto a soffocare.[pg!371] Fabio, il quale si era sentito capace di rinunziare alla sola donna che avesse davvero amata, per ottenere la sua felicità dandomela in isposa, Fabio ch'era stato il suo consolatore con la dolcezza di un fratello, e che aveva sopportato quel matrimonio con il De Luca pur di saperla finalmente accasata e tranquilla, Fabio, che nel seno della famiglia nuova si era serbato il posto del consigliere, del confidente, come colui che conosceva tutti i segreti antichi, ora non poteva rassegnarsi a veder tornare verso di me, per la via del peccato, questa donna intangibile, quest'anima pura ch'egli aveva collocata al di sopra d'ogni altra, in un paradiso d'idealità.Egli si ostinava sempre a rivedere in lei la fanciulla di un tempo, quella soave incarnazione di sentimento e di fragilità, senz'accorgersi che una donna era fiorita vicino all'altra, viva e trepida, piena di desiderii forti e di sensualità nuove. E non perdonava nè a me nè a lei quel passo che avevamo compiuto, senza chiedere — per così dire — il suo consenso, mostrando invece che, dopo averlo tenuto per indispensabile, ora lo consideravamo quasi per il nostro primo nemico. In fatti eravamo forse un poco ingiusti: quell'anima buona era tanto vissuta per noi. Senza volerlo, egli contribuì alle ciarle che di quest'avventura si fecero, poichè purtroppo le precauzioni e le scaltrezze a ben poco servono.In Roma se ne parlò, anzi se ne parlò assai; ma c'è una specie di solidarietà mondana che salva sempre i mariti dal conoscere queste cose. I begli spiriti concludevano, — come in séguito mi venne riferito:«È naturale: doveva inevitabilmente finire così!»Infatti le cose illogiche paion sempre naturalissime al mondo. Edoarda era un'amante squisita; pareva che fosse nata apposta per ingannare un marito, e nessuno avrebbe mai potuto supporre che tanta scaltrezza si annidasse in quella sua testolina di bimba delicata e sentimentale. Vi sono molti fiori che, quando si aprono, sono assai diversi dal bòcciolo che li nascose.Ella sapeva eludere tutte le sorveglianze con una [pg!372] maestria veramente ammirevole; aveva trovato vari modi per potermi scrivere quando non era lecito vederci, e gli avvenimenti più disparati le offrivano il mezzo di preparare un nostro incontro. Non le feci mai visita in casa, per un certo rispetto verso noi stessi, ed anche verso il marito, il quale mi usava moltissime cortesie. Ma non evitavo di andarli a trovare in palco nè di sedere alla lor tavola, quando c'incontravamo ai tè del pomeriggio. Il De Luca del resto non apparteneva punto alla stirpe dei mariti bisbetici od importuni; subiva molto il fascino della moglie e non avrebbe saputo concepire su di lei un benchè minimo sospetto. Fabio ci dava più molestie assai. D'altra parte il barone passava le sue giornate in mezzo ai cavalli e sui terreni d'allenamento; spesso lasciava Roma per seguire le diverse riunioni ippiche. Quei giorni d'assenza erano la nostra felicità.Una volta, alla vigilia d'una di queste partenze, ricevetti da Edoarda un biglietto, in cui m'avvertiva che il giorno dopo sarebbe stata libera fin dal mattino, e voleva che si facesse una gita fuor di Roma, per visitare una certa locanda di campagna dove ci eravamo incontrati una volta, molti anni addietro. Mi dava tutte le indicazioni opportune; dovevo prendere un treno del mattino, poi attenderla alla stazione d'arrivo. Questa era certo una temerità, sebbene in vicinanza di quel paesello vivesse un'amica sua, la stessa che ci aveva servito di pretesto la prima volta.D'altronde si era verso la metà di Giugno e pochi si sarebbero avventurati a far escursioni per quella calura.Una gioia fanciullesca empì le anime nostre quando c'incontrammo, ed a noi parve di trovare le delizie insolite nelle cose più semplici, come ad esempio quella di mangiar abbastanza male ad una tavola rusticamente imbandita, e passeggiare sotto un sole di canicola cercando affannosamente la frescura dei boschi e il refrigerio delle fontane, andandoci poi a rinchiudere in una camera di locanda, ove c'era un immenso letto di noce rôso dai tarli, con sopra, sulla parete, il quadro della Vergine Addolorata, [pg!373] che aveva tutto il seno aperto per ostentare un cuore d'inverosimile grandezza, cinto d'un'aureola e trafitto da una spada. Era una camera linda, non senza un'ostentazione di lusso campagnolo, vasta, con mobili grandi, e v'erano — cosa orribile! — sul caminetto, ai lati d'una pendola ferma, due vasi di fiori modellati nella cera e protetti da una polverosa campana di vetro.C'era in quella camera l'odor indefinibile del disabitato, dell'antico, l'odore dei quadri che ingialliscono su vecchi muri, dei mobili che scricchiolano quando appena si cammina, delle tende che hanno lasciato il lor colore ai venti di molte primavere, e quel silenzio che fa pensare agli amori dei tempi andati, agli imeni celebratisi nelle braccia di quel letto possente, — pensiero che potrebbe forse dar noia se fosse cosa recente, ma sollecita ed esalta invece, come tutte le cose che vengono da lontano. Poi avevamo portato grandi mazzi di fiori selvatici, côlti nella foresta; Edoarda, buttandoli sul letto, rideva di un riso fresco e giovine.Portava un abito leggero come una sciarpa di velo, un'alta cintura di pelle color dell'indaco, la gonna succinta, le calze traforate, le scarpine bianche. Aveva le maniche della camicetta corte fino al gomito ed un paio di guanti che le calzavan alto, inverditi nel palmo dall'umor vegetale dei fiori strappati. Portava un cappello semplicissimo, ch'era di paglia fiorentina, con le falde spioventi a mo' di campana, ed un largo nastro lo fasciava, colore anch'esso dell'indaco, facendole sopra la fronte un bel nodo, a somiglianza di due grandi ali aperte. Le scendeva sino a mezzo il petto una doppia fila di perle, ch'entravano a nascondersi nell'abbottonatura, ed ogni tanto scintillavano, tra la sua pelle ed i fori della camicetta. Era più fresca d'una fontana in quella torrida estate.Mi gettò le braccia intorno al collo, mi coverse di baci:— Germano, ti ricordi? Fu qui! fu qui!...La sua padronanza era sorprendente; aveva detto ella stessa all'albergatrice:[pg!374] — Conosco una camera della vostra locanda: voglio quella.Si rammentava il numero, e lo disse.— Ma, signora, — obbiettò la vecchietta — l'albergo adesso è rinnovato; ve ne sono altre assai migliori.— Non conta, non conta! Vogliamo quella.E coi fiori sulle braccia, saltellando per le scale, vi andò con gioia. Riconosceva il cammino.Lenta lenta, la vecchietta, che cicalava noiosamente, cambiò l'acqua nelle brocche, mostrò che i lenzuoli, un po' ruvidi eran freschi di bucato, aperse le finestre, calò una tendina, domandò se volessimo caricar la pendola... poi scese. I suoi zoccoli facevano su l'ammattonato un picchierellar distinto, che s'allontanava. Edoarda mi scoccò su la bocca due forti baci, ridendo. Impaziente le circondai con un braccio la vita, e, per attendere che la vecchierella tornasse, andammo a guardar fuori dalla finestra, sul cortiletto che meriggiava.Una gallina, tutta gonfia, si strofinava le ali contro un covone di paglia; c'era un barroccio staccato, con le stanghe all'aria, davanti alla stalla; le innamorate colombe tubavano con soavità, nascoste dentro le celle dell'appaiatoio.Poi la vecchierella tornò, portandoci due bicchieri di caffè ghiacciato e un tale suo vinetto chiaro chiaro, che ad ogni costo voleva lo si provasse.E domandò se volessimo un bel vaso per i nostri fiori, e se fossimo signori di Roma, e quando fossimo giunti, e se avesse da prepararci una buona cena per l'imbrunire; e parlava e parlava, con la sua vocina stridula come il gridìo delle cicale che là fuori strillavano, finchè Edoarda si buttò sul letto e finse d'aver sonno, perchè la vecchierella se n'andasse con Dio. Allora chiusi l'uscio a chiave, la strinsi nelle mie braccia e scoppiammo a ridere di felicità, in un bacio che ad entrambi gonfiava la gola.Il calor del giorno le accendeva il sommo del viso; i suoi capelli nerissimi luccicavano come un ebano polito.Aveva un gesto suo, fin da quando era fanciulla: nel baciarmi, con una mano mi copriva gli occhi; un gesto [pg!375] che poteva essere pudore nella fanciulla ed era nella donna un desiderio di maggiore voluttà.La svestii; nella sua camicia diafana pareva una rosa ravvolta in un velo; serrava, tra le labbra aperte, i denti minuti; gli occhi desiosi le brillavano al sommo delle guancie scolorate.Ma fuori, che cantar di cicale, che tubar di colombe nascoste, che incantamento! che pace!... Oh, amori nella calda estate, mentre il sole avvampa l'arsa campagna e le cortine fan buia la camera, in un decrepito letto, con un'amante giovine!...————Un po' ebbra, scese dal letto e andò verso il canterano, a cercar qualcosa fra gli anelli e la catene che vi aveva deposti confusamente. Nella penombra i suoi piedi scalzi biancheggiavan sul tappeto senza colore.— Che fai?— Nulla... — E tornò d'un balzo. Le sue braccia mi avviluppavan come giunchi, eran forti e fragili, di una bianchezza straordinaria.— Dammi la mano sinistra e non guardare, — mi disse. Le diedi la mano e guardai.— No, chiudi gli occhi!E mi passò nel dito un anello.— Che fai?— Nulla: un capriccio mio. — E mi chiuse il pugno, nascondendolo contro di sè. I suoi capelli sciolti ingombravano tutto il guanciale; aveva il ventre polito come una tonda porcellana.— Lasciami vedere... — le dissi; e nonostante il divieto, guardai. — Ah, no, Edoarda! questo non voglio! sai bene che non voglio! — E feci per togliermi l'anello che mi aveva dato. Ma ella, sollevatasi alquanto sul gomito, mi serrò la mano e mi costrinse a piegare il dito. Era un brillante nitidissimo, che nel buio risfavillava.[pg!376] — Insomma, no! — esclamai.— Silenzio!... — E con un bacio mi chiuse la bocca; poi soggiunse:— Vuoi rendermi triste?— No, ma vedi, non posso accettare tutti questi regali che mi fai...— E tu, allora?— Io?... Ma è tutt'altra cosa! Invece i tuoi regali mi offendono! Sii buona; ripréndilo.— Allora mi farai piangere... Una volta non facevi così.— Una volta era cosa ben diversa, Edoarda.— E perchè poi?Risi e non volli rispondere.— Dimmi dunque il perchè?La sua pelle odorava di fresca Lavanda e forse d'una cipria tenuissima che la copriva come un pòlline.— Prima di tutto — risposi, — questi non sono regali che si possono accettare. L'avrei rifiutato anche allora. Del resto, eravamo fidanzati; e poi, una volta... ma Dio buono, perchè me lo vuoi far dire?... è una sciocchezza!— Bene, dilla.— Una volta, insomma, ero più ricco! Adesso mi pare...— Oh, come sei ruvido! Perchè dici queste cose? Vedi, sei tu che mi offendi!Lasciò cadere il gomito che la reggeva e nascose la fronte contro la mia spalla. Dagli interstizi delle tendine filtravano lame di sole, polverose.— Sei sempre lo stesso! — continuò. — Chi pensa a queste cose facendo un regalo? Certo non te l'avrei potuto comperare, perchè se ne sarebbero forse avveduti; ma lo avevo; era un gioiello che tenevo caro, e per questo appunto mi piace che lo abbi tu. Te l'ho fatto solamente rilegare. Vedi, e sapevo bene la misura del tuo dito. Hai l'anulare appena un poco più grosso del mio póllice... Senti: rimane mio, se vuoi, ma pórtalo tu, sii buono!E le sue labbra mi passavano sotto la gola, su la bocca, su la fronte, con soavità. Una sottana di seta, su la spalliera [pg!377] d'una seggiola, percossa da una freccia di sole mandava sprazzi irridescenti, come fosse d'oro.— Che bimba! che bimba! — esclamai, carezzandole i capelli.— Ecco, — ella disse con voce addolorata, — invece di farti piacere, ti ho reso triste... Che brutto carattere hai! Non si può dunque farti un regalo? E sono certa che se domani, per esempio, tu avessi un fastidio qualsiasi, andresti chissà da chi piuttosto che dirlo a me.— Oh, questo poi è naturale! — esclamai ridendo.— Ecco: è naturale!... Vedi come parli tu!Mi ricinse con le braccia, si fece piccola piccola, vicina vicina, e mi disse:— Purtroppo tu non riesci a comprendere ch'io voglio confondere la mia vita nella tua, quasi non esistesse fra noi alcuna differenza. Non devi per me avere secreti! Tu ed io, io e te, fa lo stesso; nessuna paura ci deve mai dividere. Qualsiasi cosa m'accada, io te la racconto, e te la racconterò sempre; tu invece ti nascondi. Perchè? Certo perchè mi consideri come tutte le altre amanti che hai avute; non come l'amante unica, vera, quella che può sapere tutto.Ed il sole era venuto fin sul letto, le dorava una gamba ignuda, guizzando sul raso del copripiedi.— Ma non ti nascondo nulla, — osservai. — Non mi è possibile amarti più intensamente.— Allora, poniamo un caso. Se tu, domani, avessi bisogno di denaro — via, non irritarti, perchè ho detto poniamo un caso... — dunque, se domani tu avessi bisogno di denaro, lo diresti a me? permetteresti a me di aiutarti?... No, è vero?— Certamente no, — feci con un sorriso.— Ecco, ed invece io non voglio! Pretendo che tu me lo dica sùbito, perchè, se domani, per esempio, ne avessi bisogno io, te lo direi sùbito.— Ma è un'altra cosa.— Come un'altra? No, è la stessa, identicamente la stessa! Tu, vedi, non arrivi a pensare come penso io, a volermi [pg!378] bene come te ne voglio io. Tutto è lecito fra noi, perchè io sono la stessa cosa di te, tu di me... comprendi?— Sì, amore, però non bisogna che io dimentichi...— Invece bisogna dimenticare tutto! Quello che gli altri fanno, o pensano, è fuori di noi. Dobbiamo essere al di là da tutte le convenzioni, e solo amandomi come ti amo lo potrai comprendere. La mia gioia più grande è quella di poter indovinare un tuo desiderio: se me la neghi mi fai male.— Dunque non parliamone più! Tengo l'anello e vi farò incidere la data di questo giorno.— Sì, mio amore...E si abbandonò sul letto, impudica ed innocente, nel tremore dei sensi che riaccendeva la sua giovinezza.Il copripiedi soffice, di bella seta chermisi, spiumava da invisibili scuciture ad ogni moto che si facesse, e tanti piccoli fili, colore della luce, lievi come una polvere di seta, navigavano via, piano piano, salendo nel raggio di sole.— Mi sento così felice... — mormorò, — troppo felice!... — Oh, se la vita potesse tutta somigliare a queste ore che fuggono!...— Forse non dipende che da noi, — le risposi.— Da noi, e da troppe altre cose. Io, vedi, non ho ancora provata la gioia di vivere con te un intero giorno, da un'alba fino all'altra. E poi un giorno è poco! Un mese, vorrei, un anno... sempre! Come invidio le donne che son libere, che possono darsi al proprio amore senza nessun impedimento! Qualche volta sogno che tu potresti portarmi via, con te, in un altro paese, dove nessuno riuscisse mai a ritrovarci... Dopo tutto, che importa il resto? Non ho che te, amo te solo. E non puoi credere com'io senta il bisogno di occupare tutta la tua vita, d'investigare, di conoscere... Le cose meno importanti son quelle che più mi fanno sentire questa mancanza di libertà. — Ed aggrappandosi a me con un fervido impeto: — Rispóndimi dunque: mi vuoi bene davvero?— Sì, amore lo sai.[pg!379] — Molto?— Infinitamente.— Sino a quando?— Fino a sempre.— E, dimmi, dimmi una cosa! Non pensi più a... nessuno?— Bambina che sei!... Penso a te, a te sola.— Questo lo dicevi anche allora, poi...— Ma è stata un'aberrazione, come ti ripeto ancora. I nervi e nulla più.— Già... i nervi, tu li fai servire a tutto!Sollevata sui gomiti, s'empì le mani de' suoi capelli sciolti e mi fasciò la gola.— Scommetto, — prese a dire, fra scherzosa e titubante, — che vi pensi ancora un poco...— Nemmeno per sogno, mai.— Qualche volta sì però... senza volerlo... Dimmi la verità!— Ma no, amore: ho dimenticato assolutamente.— Giùralo!... cioè è inutile, perchè i tuoi giuramenti non contano.— Se vuoi, te lo giuro.— E, dimmi: quando le volevi bene, le volevi bene più che a me?— Non ho mai amato come ti amo.— Ma era più bella, però...— Era diversa.— Cioè, come? bionda?— Sì, bionda.— Grande?— Un poco più di te.— Con gli occhi azzurri?— Mi fai sempre le stesse domande!...— Non importa, rispondi: che occhi aveva?— Scuri.— Allora ti piaceva più di me!— Amore, mi fai ridere! Se mi fosse piaciuta sarei dunque rimasto con lei.[pg!380] — Non hai un suo ritratto?— Me li hai fatti bruciare tu.— Ma certo ne avrai altri, nascosti...— No.— Giùralo... cioè... bene: giura lo stesso.— Te lo giuro.— Ed io non ti credo! Bada!... Vorrei venire una volta nella tua casa... Chissà quante cose nascoste vi sono!...— Eh!... una quantità!— Però lei ti scrive...— Non una lettera, non una sola.— Che fa?— Lo ignoro.Nella camera gonfia d'estate filtrava un pallor di crepuscolo, denso di luminose ombre; le cicale a poco a poco affievolivano il loro canto; i galli rumorosi empivano di chiacchierate il cortile. Un poco d'oscurità le si raccolse nel viso affaticato; aveva i seni erti, la gola bianca, e l'amavo.[pg!381]
Talvolta il denaro inatteso porta fortuna e vi son uomini che arrecano con sè la buona ventura.
Giunto Elia, la sorte mutò improvvisamente. Come per incanto la Borsa mi fece riacquistare il perduto, ed al giuoco mi assistette una fortuna così tenace che il rubicondo e calvo marchese della Pergola, dondolando la sua buona testa di vecchio fanciullone, perduto il colpo, non ristava dall'esclamare: «Inutile! inutile! contro di te non si può spuntarla! Sei tornato in pieno calore!»
Così la mia vita era tutta un'alternativa d'aurore e di tramonti; nell'attimo stesso in cui stavo per cadere, una mano invisibile scendeva, pronta, per soccorrermi ancora. Nasce in tal guisa una spavalda sicurezza di sè stessi e quasi ci si rimprovera d'aver dubitato della fortuna. In quei momenti d'auge, l'operoso, l'ape umana, par quasi un piccolo insetto previdente e sciocco, poich'esso costruisce piano piano l'alveare, con stenti e con amore, sviscerandosi ogni giorno un poco, mentre noi, nella nostra vita, ne facciamo e distruggiamo a decine, alveari grandi e piccoli, con una facilità stupefacente.
La fortuna infatti è soltanto nemica dei pusillanimi; ai forti ed agli avventurieri essa ritorna sempre.
Di questi ultimi Elia d'Hermòs era un esempio singolarissimo. Pochi avevano la sua risolutezza e pochi fors'anche la sua bontà. Non potei ben comprendere s'egli avesse ancora su me qualche intenzione occulta; sapeva così ben nascondere i suoi disegni ch'egli rimaneva perpetuamente un attraente ma incomprensibile enigma. Fin verso la metà del pomeriggio non era lecito sapere ove andasse nè cosa [pg!367] facesse; alle mie domande rispondeva sempre con una risata sibillina, poi diceva con intendimento:
— Bah... visito Roma! C'è sempre qualcosa di nuovo in questa città inesauribile.
Io l'invitai al nostro Circolo e fu comicissimo l'incontro di lui con Fabio Capuano. Fisicamente si rassomigliavano un poco, ed entrambi avevano inteso parlare l'un dell'altro molto spesso da me. Si studiarono ambedue con grande cautela, poi Fabio mi confidò in gran segreto:
— Sai: quel tuo buon amico di Parigi mi ha l'aria d'un birbante matricolato.
— Ma cosa dici, Fabio? Tu hai le traveggole da qualche tempo! Vedi tutto a rovescio.
L'altro si limitò a dirmi:
— Dev'essere un po' bisbetico quella tua specie di tutore...
Agli altri amici Elia riuscì prontamente simpatico: era bizzarro e gaio, conosceva il cuore dell'uomo. In quel tempo invece le relazioni mie con il Capuano si erano alquanto inasprite. Credo che avesse intuita la verità su quanto concerneva Edoarda, e, torturato dal dubbio, mi circuiva di domande tendenziose o di scaltre inquisizioni, mentre, nel medesimo tempo esercitava la stessa indagine sopra Edoarda.
Un giorno tutto questo era finito con una discussione piuttosto vivace, durante la quale mi erano sfuggite contro di lui alcune parole acerbe. Ma il brav'uomo, vedendo inutile ogni scaltrezza, s'era preso ad un partito estremo e pedinava Edoarda o me continuamente, per venirne in chiaro.
Verso mezzogiorno me lo vedevo capitare in casa, con mille pretesti futili; voleva che si facesse colazione insieme, poi mi si metteva ai fianchi, risoluto a non lasciarmi finchè l'ora di qualsiasi convegno fosse necessariamente passata. Oppure appostava Edoarda all'uscir dal suo palazzo, e, talvolta con la pretesa d'esserle utile non si scuciva da' suoi panni, tal'altra nascostamente inseguiva le sue tracce.
[pg!368] Così, non di rado, mancavamo per sua colpa i nostri convegni. Vi sono purtroppo moltissime persone, le quali, anche senza vantare le ragioni di Fabio, si assumono gratuitamente il delicato incarico di vegliare su la fedeltà delle mogli altrui.
Allora dovetti sobbarcarmi ad una vita oltremodo incomoda per sfuggire alle sue ricerche; uscir di casa prestissimo, simular escursioni fuori di Roma, dare ogni giorno pretesti nuovi, e talvolta, invece di dormire a casa mia, passar la notte nel quartierino, dove più tardi Edoarda sarebbe venuta, se pure avesse potuto sfuggir di mano al suo tenace inseguitore. Per non tradirci, dovevamo sottometterci a queste servitù.
Ma infine mi stancai. Una mattina ch'era venuto a sorprendermi appena uscivo dal bagno, rassegnatamente lo feci assistere a tutta la mia vestitura, cercando intanto, con livor nascosto, il mezzo d'imbastire con lui qualche litigio.
— Bada, — cominciai, — che stamane non potremo far colazione insieme.
— Oh, perchè?
— Perchè sono invitato da Elia d'Hermòs.
— Ah?... quel tuo personaggio equivoco, il quale non sa parlare nessuna lingua correttamente? Faresti assai meglio se gli dessi un po' di lungo.
— Tu, mio caro, hai presa l'abitudine di criticare tutto quello ch'io faccio, in un modo che finirà con esasperarmi. Credo avere un'età, nella quale posso finalmente far a meno del precettore!
— Oh, non bisogna toccarti su questa corda! Tientelo ben stretto il tuo caro d'Hermòs! Per conto mio ti ripeto che mi ha tutta l'aria d'un personaggio equivoco.
— In ogni modo ti prego di non propalare al Circolo queste tue impressioni affatto arbitrarie.
— Oh, quanto a questo, potevi anche tralasciare di presentarlo al Circolo!
— Toh! per farti piacere forse? A Parigi, sappilo, è socio dell'«Agricole» e della «Rue Royale».
[pg!369] — Tutte le canaglie fanno parte dei migliori circoli; questa è regola corrente.
— Insomma, pensane quello che vuoi: è mio amico, e ti prego, almeno con me, di evitare questi grossolani apprezzamenti.
— Se stamane sei di malumore, me ne vado.
— Oh... lo dici, ma tanto non lo fai! Da qualche tempo ti ha preso di me un amore sviscerato; non mi abbandoni d'un passo! E non che mi secchi, sai... tutt'altro! ma te lo faccio notare semplicemente.
— Per voler bene a te occorre una buona dose di rassegnazione! Tu, gli amici, li tratti come tuoi servi.
— Allora ti dirò che gli amici li ho sempre coltivati ed amati; ma tu — inutile nasconderlo! — per una bizzarrissima idea che ti sei fitta in capo, mi fai da poliziotto, e questo annoierebbe chicchessia.
— Da poliziotto? Veh!... questa è nuova! Sei liberissimo di fare o disfare quel che ti pare e piace. Anzi ti chiederò perdono se, dopo quindici anni d'amicizia, mi sono talvolta permesso d'entrare in argomenti, come direi?... troppo delicati.
— Ma se questi argomenti, — e te lo ripeto per la millesima volta! — sono una tua pura e semplice invenzione?
— Bah... bah!... padronissimo di nascondere i fatti tuoi, ma non volermi anche abbindolare, perchè questo non serve! Io, bada bene, per tanti anni ho avuta la stoltezza di crederti un uomo di buon cuore, un animo nobile, e mi son fatto paladino ad oltranza di tutte le tue scapigliatezze; ma oggi, parola mia, se muovo un passo, non è più per te; — è per lei, poverina, che mi fa pena. Tu scherzi con le anime come un giocoliere coi bossoli, e, poichè mi dai del poliziotto, io te lo dico recisamente: Se oggi Edoarda è di nuovo la tua amante, hai commessa una vera indegnità!
— Ma sei pazzo! pazzo! — esclamai alzando le spalle, e chinandomi verso la pettiniera, perchè non mi vedesse in faccia. — E poi mi secchi! e poi mi tedii! e poi sono [pg!370] stanco di sopportare queste inverosimili accuse! — aggiunsi vibratamente — -Non lo è! Non lo è! te lo affermo ancora una volta! Non lo è stata, non lo sarà mai! Ti basta? E se poi lo fosse, — mettiamo il caso come assurdo — se poi lo fosse, mi domando cosa può importarne a te? In nome di Dio, questa è una persecuzione che non ha senso comune! Forse che sei geloso di questa donna e vedi lucciole per lanterne? Oppure te ne hanno affidata la custodia? Fa dunque una bella cosa! Va dal marito, mettigli questa idea nel capo e sarai soddisfatto! Se tu divieni bisbetico io non ne ho colpa! Toh!
— Bene, bene, cálmati, — egli rispose freddamente. — Le ingiurie che mi lanci, le metto con le altre, in disparte; verrà il giorno in cui ne riparleremo. Quanto al resto mi limito a darti un avvertimento, e cioè che la custodia d'Edoarda non me l'ha confidata nessuno; ma io me l'arrogo, nel senso che chiunque voglia tenderle un'insidia, prima che con altri dovrà fare i conti con me. Siamo intesi? Ed ora, a rivederci.
E uscì senza tendermi la mano.
— A rivederci, Fabio! — gli gridai dietro ridendo. — E non fare troppo il sostenuto perchè io non sono affatto in collera!...
Da quel giorno le persecuzioni cessarono, o per meglio dire si fecero più discrete. Quanta maggiore libertà mi diede, tanta ne tolse a Edoarda, sfogando sopra lei sola i malumori che adesso era costretto a risparmiarmi.
Edoarda me lo raccontava con indulgenza, pregandomi di non volerne a quel povero amico, geloso e fedele come un vecchio cane. Egli le aveva fatte le medesime scene, in un modo più dolce ma non meno accanito. Vivendole accanto quasi ogni giorno, egli aveva potuto studiare, più sopra di lei che sopra di me, le alternative del nostro amore, fin dai primissimi segni, ed era difficile ingannare quel cuore attento. La sua certezza ormai era indiscussa, e ne soffriva profondamente, come d'una propria sventura. Gli uomini, anche i migliori, hanno sempre una parte del loro innato egoismo che non riescono del tutto a soffocare.
[pg!371] Fabio, il quale si era sentito capace di rinunziare alla sola donna che avesse davvero amata, per ottenere la sua felicità dandomela in isposa, Fabio ch'era stato il suo consolatore con la dolcezza di un fratello, e che aveva sopportato quel matrimonio con il De Luca pur di saperla finalmente accasata e tranquilla, Fabio, che nel seno della famiglia nuova si era serbato il posto del consigliere, del confidente, come colui che conosceva tutti i segreti antichi, ora non poteva rassegnarsi a veder tornare verso di me, per la via del peccato, questa donna intangibile, quest'anima pura ch'egli aveva collocata al di sopra d'ogni altra, in un paradiso d'idealità.
Egli si ostinava sempre a rivedere in lei la fanciulla di un tempo, quella soave incarnazione di sentimento e di fragilità, senz'accorgersi che una donna era fiorita vicino all'altra, viva e trepida, piena di desiderii forti e di sensualità nuove. E non perdonava nè a me nè a lei quel passo che avevamo compiuto, senza chiedere — per così dire — il suo consenso, mostrando invece che, dopo averlo tenuto per indispensabile, ora lo consideravamo quasi per il nostro primo nemico. In fatti eravamo forse un poco ingiusti: quell'anima buona era tanto vissuta per noi. Senza volerlo, egli contribuì alle ciarle che di quest'avventura si fecero, poichè purtroppo le precauzioni e le scaltrezze a ben poco servono.
In Roma se ne parlò, anzi se ne parlò assai; ma c'è una specie di solidarietà mondana che salva sempre i mariti dal conoscere queste cose. I begli spiriti concludevano, — come in séguito mi venne riferito:
«È naturale: doveva inevitabilmente finire così!»
Infatti le cose illogiche paion sempre naturalissime al mondo. Edoarda era un'amante squisita; pareva che fosse nata apposta per ingannare un marito, e nessuno avrebbe mai potuto supporre che tanta scaltrezza si annidasse in quella sua testolina di bimba delicata e sentimentale. Vi sono molti fiori che, quando si aprono, sono assai diversi dal bòcciolo che li nascose.
Ella sapeva eludere tutte le sorveglianze con una [pg!372] maestria veramente ammirevole; aveva trovato vari modi per potermi scrivere quando non era lecito vederci, e gli avvenimenti più disparati le offrivano il mezzo di preparare un nostro incontro. Non le feci mai visita in casa, per un certo rispetto verso noi stessi, ed anche verso il marito, il quale mi usava moltissime cortesie. Ma non evitavo di andarli a trovare in palco nè di sedere alla lor tavola, quando c'incontravamo ai tè del pomeriggio. Il De Luca del resto non apparteneva punto alla stirpe dei mariti bisbetici od importuni; subiva molto il fascino della moglie e non avrebbe saputo concepire su di lei un benchè minimo sospetto. Fabio ci dava più molestie assai. D'altra parte il barone passava le sue giornate in mezzo ai cavalli e sui terreni d'allenamento; spesso lasciava Roma per seguire le diverse riunioni ippiche. Quei giorni d'assenza erano la nostra felicità.
Una volta, alla vigilia d'una di queste partenze, ricevetti da Edoarda un biglietto, in cui m'avvertiva che il giorno dopo sarebbe stata libera fin dal mattino, e voleva che si facesse una gita fuor di Roma, per visitare una certa locanda di campagna dove ci eravamo incontrati una volta, molti anni addietro. Mi dava tutte le indicazioni opportune; dovevo prendere un treno del mattino, poi attenderla alla stazione d'arrivo. Questa era certo una temerità, sebbene in vicinanza di quel paesello vivesse un'amica sua, la stessa che ci aveva servito di pretesto la prima volta.
D'altronde si era verso la metà di Giugno e pochi si sarebbero avventurati a far escursioni per quella calura.
Una gioia fanciullesca empì le anime nostre quando c'incontrammo, ed a noi parve di trovare le delizie insolite nelle cose più semplici, come ad esempio quella di mangiar abbastanza male ad una tavola rusticamente imbandita, e passeggiare sotto un sole di canicola cercando affannosamente la frescura dei boschi e il refrigerio delle fontane, andandoci poi a rinchiudere in una camera di locanda, ove c'era un immenso letto di noce rôso dai tarli, con sopra, sulla parete, il quadro della Vergine Addolorata, [pg!373] che aveva tutto il seno aperto per ostentare un cuore d'inverosimile grandezza, cinto d'un'aureola e trafitto da una spada. Era una camera linda, non senza un'ostentazione di lusso campagnolo, vasta, con mobili grandi, e v'erano — cosa orribile! — sul caminetto, ai lati d'una pendola ferma, due vasi di fiori modellati nella cera e protetti da una polverosa campana di vetro.
C'era in quella camera l'odor indefinibile del disabitato, dell'antico, l'odore dei quadri che ingialliscono su vecchi muri, dei mobili che scricchiolano quando appena si cammina, delle tende che hanno lasciato il lor colore ai venti di molte primavere, e quel silenzio che fa pensare agli amori dei tempi andati, agli imeni celebratisi nelle braccia di quel letto possente, — pensiero che potrebbe forse dar noia se fosse cosa recente, ma sollecita ed esalta invece, come tutte le cose che vengono da lontano. Poi avevamo portato grandi mazzi di fiori selvatici, côlti nella foresta; Edoarda, buttandoli sul letto, rideva di un riso fresco e giovine.
Portava un abito leggero come una sciarpa di velo, un'alta cintura di pelle color dell'indaco, la gonna succinta, le calze traforate, le scarpine bianche. Aveva le maniche della camicetta corte fino al gomito ed un paio di guanti che le calzavan alto, inverditi nel palmo dall'umor vegetale dei fiori strappati. Portava un cappello semplicissimo, ch'era di paglia fiorentina, con le falde spioventi a mo' di campana, ed un largo nastro lo fasciava, colore anch'esso dell'indaco, facendole sopra la fronte un bel nodo, a somiglianza di due grandi ali aperte. Le scendeva sino a mezzo il petto una doppia fila di perle, ch'entravano a nascondersi nell'abbottonatura, ed ogni tanto scintillavano, tra la sua pelle ed i fori della camicetta. Era più fresca d'una fontana in quella torrida estate.
Mi gettò le braccia intorno al collo, mi coverse di baci:
— Germano, ti ricordi? Fu qui! fu qui!...
La sua padronanza era sorprendente; aveva detto ella stessa all'albergatrice:
[pg!374] — Conosco una camera della vostra locanda: voglio quella.
Si rammentava il numero, e lo disse.
— Ma, signora, — obbiettò la vecchietta — l'albergo adesso è rinnovato; ve ne sono altre assai migliori.
— Non conta, non conta! Vogliamo quella.
E coi fiori sulle braccia, saltellando per le scale, vi andò con gioia. Riconosceva il cammino.
Lenta lenta, la vecchietta, che cicalava noiosamente, cambiò l'acqua nelle brocche, mostrò che i lenzuoli, un po' ruvidi eran freschi di bucato, aperse le finestre, calò una tendina, domandò se volessimo caricar la pendola... poi scese. I suoi zoccoli facevano su l'ammattonato un picchierellar distinto, che s'allontanava. Edoarda mi scoccò su la bocca due forti baci, ridendo. Impaziente le circondai con un braccio la vita, e, per attendere che la vecchierella tornasse, andammo a guardar fuori dalla finestra, sul cortiletto che meriggiava.
Una gallina, tutta gonfia, si strofinava le ali contro un covone di paglia; c'era un barroccio staccato, con le stanghe all'aria, davanti alla stalla; le innamorate colombe tubavano con soavità, nascoste dentro le celle dell'appaiatoio.
Poi la vecchierella tornò, portandoci due bicchieri di caffè ghiacciato e un tale suo vinetto chiaro chiaro, che ad ogni costo voleva lo si provasse.
E domandò se volessimo un bel vaso per i nostri fiori, e se fossimo signori di Roma, e quando fossimo giunti, e se avesse da prepararci una buona cena per l'imbrunire; e parlava e parlava, con la sua vocina stridula come il gridìo delle cicale che là fuori strillavano, finchè Edoarda si buttò sul letto e finse d'aver sonno, perchè la vecchierella se n'andasse con Dio. Allora chiusi l'uscio a chiave, la strinsi nelle mie braccia e scoppiammo a ridere di felicità, in un bacio che ad entrambi gonfiava la gola.
Il calor del giorno le accendeva il sommo del viso; i suoi capelli nerissimi luccicavano come un ebano polito.
Aveva un gesto suo, fin da quando era fanciulla: nel baciarmi, con una mano mi copriva gli occhi; un gesto [pg!375] che poteva essere pudore nella fanciulla ed era nella donna un desiderio di maggiore voluttà.
La svestii; nella sua camicia diafana pareva una rosa ravvolta in un velo; serrava, tra le labbra aperte, i denti minuti; gli occhi desiosi le brillavano al sommo delle guancie scolorate.
Ma fuori, che cantar di cicale, che tubar di colombe nascoste, che incantamento! che pace!... Oh, amori nella calda estate, mentre il sole avvampa l'arsa campagna e le cortine fan buia la camera, in un decrepito letto, con un'amante giovine!...
————
————
Un po' ebbra, scese dal letto e andò verso il canterano, a cercar qualcosa fra gli anelli e la catene che vi aveva deposti confusamente. Nella penombra i suoi piedi scalzi biancheggiavan sul tappeto senza colore.
— Che fai?
— Nulla... — E tornò d'un balzo. Le sue braccia mi avviluppavan come giunchi, eran forti e fragili, di una bianchezza straordinaria.
— Dammi la mano sinistra e non guardare, — mi disse. Le diedi la mano e guardai.
— No, chiudi gli occhi!
E mi passò nel dito un anello.
— Che fai?
— Nulla: un capriccio mio. — E mi chiuse il pugno, nascondendolo contro di sè. I suoi capelli sciolti ingombravano tutto il guanciale; aveva il ventre polito come una tonda porcellana.
— Lasciami vedere... — le dissi; e nonostante il divieto, guardai. — Ah, no, Edoarda! questo non voglio! sai bene che non voglio! — E feci per togliermi l'anello che mi aveva dato. Ma ella, sollevatasi alquanto sul gomito, mi serrò la mano e mi costrinse a piegare il dito. Era un brillante nitidissimo, che nel buio risfavillava.
[pg!376] — Insomma, no! — esclamai.
— Silenzio!... — E con un bacio mi chiuse la bocca; poi soggiunse:
— Vuoi rendermi triste?
— No, ma vedi, non posso accettare tutti questi regali che mi fai...
— E tu, allora?
— Io?... Ma è tutt'altra cosa! Invece i tuoi regali mi offendono! Sii buona; ripréndilo.
— Allora mi farai piangere... Una volta non facevi così.
— Una volta era cosa ben diversa, Edoarda.
— E perchè poi?
Risi e non volli rispondere.
— Dimmi dunque il perchè?
La sua pelle odorava di fresca Lavanda e forse d'una cipria tenuissima che la copriva come un pòlline.
— Prima di tutto — risposi, — questi non sono regali che si possono accettare. L'avrei rifiutato anche allora. Del resto, eravamo fidanzati; e poi, una volta... ma Dio buono, perchè me lo vuoi far dire?... è una sciocchezza!
— Bene, dilla.
— Una volta, insomma, ero più ricco! Adesso mi pare...
— Oh, come sei ruvido! Perchè dici queste cose? Vedi, sei tu che mi offendi!
Lasciò cadere il gomito che la reggeva e nascose la fronte contro la mia spalla. Dagli interstizi delle tendine filtravano lame di sole, polverose.
— Sei sempre lo stesso! — continuò. — Chi pensa a queste cose facendo un regalo? Certo non te l'avrei potuto comperare, perchè se ne sarebbero forse avveduti; ma lo avevo; era un gioiello che tenevo caro, e per questo appunto mi piace che lo abbi tu. Te l'ho fatto solamente rilegare. Vedi, e sapevo bene la misura del tuo dito. Hai l'anulare appena un poco più grosso del mio póllice... Senti: rimane mio, se vuoi, ma pórtalo tu, sii buono!
E le sue labbra mi passavano sotto la gola, su la bocca, su la fronte, con soavità. Una sottana di seta, su la spalliera [pg!377] d'una seggiola, percossa da una freccia di sole mandava sprazzi irridescenti, come fosse d'oro.
— Che bimba! che bimba! — esclamai, carezzandole i capelli.
— Ecco, — ella disse con voce addolorata, — invece di farti piacere, ti ho reso triste... Che brutto carattere hai! Non si può dunque farti un regalo? E sono certa che se domani, per esempio, tu avessi un fastidio qualsiasi, andresti chissà da chi piuttosto che dirlo a me.
— Oh, questo poi è naturale! — esclamai ridendo.
— Ecco: è naturale!... Vedi come parli tu!
Mi ricinse con le braccia, si fece piccola piccola, vicina vicina, e mi disse:
— Purtroppo tu non riesci a comprendere ch'io voglio confondere la mia vita nella tua, quasi non esistesse fra noi alcuna differenza. Non devi per me avere secreti! Tu ed io, io e te, fa lo stesso; nessuna paura ci deve mai dividere. Qualsiasi cosa m'accada, io te la racconto, e te la racconterò sempre; tu invece ti nascondi. Perchè? Certo perchè mi consideri come tutte le altre amanti che hai avute; non come l'amante unica, vera, quella che può sapere tutto.
Ed il sole era venuto fin sul letto, le dorava una gamba ignuda, guizzando sul raso del copripiedi.
— Ma non ti nascondo nulla, — osservai. — Non mi è possibile amarti più intensamente.
— Allora, poniamo un caso. Se tu, domani, avessi bisogno di denaro — via, non irritarti, perchè ho detto poniamo un caso... — dunque, se domani tu avessi bisogno di denaro, lo diresti a me? permetteresti a me di aiutarti?... No, è vero?
— Certamente no, — feci con un sorriso.
— Ecco, ed invece io non voglio! Pretendo che tu me lo dica sùbito, perchè, se domani, per esempio, ne avessi bisogno io, te lo direi sùbito.
— Ma è un'altra cosa.
— Come un'altra? No, è la stessa, identicamente la stessa! Tu, vedi, non arrivi a pensare come penso io, a volermi [pg!378] bene come te ne voglio io. Tutto è lecito fra noi, perchè io sono la stessa cosa di te, tu di me... comprendi?
— Sì, amore, però non bisogna che io dimentichi...
— Invece bisogna dimenticare tutto! Quello che gli altri fanno, o pensano, è fuori di noi. Dobbiamo essere al di là da tutte le convenzioni, e solo amandomi come ti amo lo potrai comprendere. La mia gioia più grande è quella di poter indovinare un tuo desiderio: se me la neghi mi fai male.
— Dunque non parliamone più! Tengo l'anello e vi farò incidere la data di questo giorno.
— Sì, mio amore...
E si abbandonò sul letto, impudica ed innocente, nel tremore dei sensi che riaccendeva la sua giovinezza.
Il copripiedi soffice, di bella seta chermisi, spiumava da invisibili scuciture ad ogni moto che si facesse, e tanti piccoli fili, colore della luce, lievi come una polvere di seta, navigavano via, piano piano, salendo nel raggio di sole.
— Mi sento così felice... — mormorò, — troppo felice!... — Oh, se la vita potesse tutta somigliare a queste ore che fuggono!...
— Forse non dipende che da noi, — le risposi.
— Da noi, e da troppe altre cose. Io, vedi, non ho ancora provata la gioia di vivere con te un intero giorno, da un'alba fino all'altra. E poi un giorno è poco! Un mese, vorrei, un anno... sempre! Come invidio le donne che son libere, che possono darsi al proprio amore senza nessun impedimento! Qualche volta sogno che tu potresti portarmi via, con te, in un altro paese, dove nessuno riuscisse mai a ritrovarci... Dopo tutto, che importa il resto? Non ho che te, amo te solo. E non puoi credere com'io senta il bisogno di occupare tutta la tua vita, d'investigare, di conoscere... Le cose meno importanti son quelle che più mi fanno sentire questa mancanza di libertà. — Ed aggrappandosi a me con un fervido impeto: — Rispóndimi dunque: mi vuoi bene davvero?
— Sì, amore lo sai.
[pg!379] — Molto?
— Infinitamente.
— Sino a quando?
— Fino a sempre.
— E, dimmi, dimmi una cosa! Non pensi più a... nessuno?
— Bambina che sei!... Penso a te, a te sola.
— Questo lo dicevi anche allora, poi...
— Ma è stata un'aberrazione, come ti ripeto ancora. I nervi e nulla più.
— Già... i nervi, tu li fai servire a tutto!
Sollevata sui gomiti, s'empì le mani de' suoi capelli sciolti e mi fasciò la gola.
— Scommetto, — prese a dire, fra scherzosa e titubante, — che vi pensi ancora un poco...
— Nemmeno per sogno, mai.
— Qualche volta sì però... senza volerlo... Dimmi la verità!
— Ma no, amore: ho dimenticato assolutamente.
— Giùralo!... cioè è inutile, perchè i tuoi giuramenti non contano.
— Se vuoi, te lo giuro.
— E, dimmi: quando le volevi bene, le volevi bene più che a me?
— Non ho mai amato come ti amo.
— Ma era più bella, però...
— Era diversa.
— Cioè, come? bionda?
— Sì, bionda.
— Grande?
— Un poco più di te.
— Con gli occhi azzurri?
— Mi fai sempre le stesse domande!...
— Non importa, rispondi: che occhi aveva?
— Scuri.
— Allora ti piaceva più di me!
— Amore, mi fai ridere! Se mi fosse piaciuta sarei dunque rimasto con lei.
[pg!380] — Non hai un suo ritratto?
— Me li hai fatti bruciare tu.
— Ma certo ne avrai altri, nascosti...
— No.
— Giùralo... cioè... bene: giura lo stesso.
— Te lo giuro.
— Ed io non ti credo! Bada!... Vorrei venire una volta nella tua casa... Chissà quante cose nascoste vi sono!...
— Eh!... una quantità!
— Però lei ti scrive...
— Non una lettera, non una sola.
— Che fa?
— Lo ignoro.
Nella camera gonfia d'estate filtrava un pallor di crepuscolo, denso di luminose ombre; le cicale a poco a poco affievolivano il loro canto; i galli rumorosi empivano di chiacchierate il cortile. Un poco d'oscurità le si raccolse nel viso affaticato; aveva i seni erti, la gola bianca, e l'amavo.
[pg!381]