VII.Una lettera di Fabio mi giunse alcuni giorni dopo, in termini brevi, senza un qualsiasi accenno intorno all'accaduto.————«Io ti rendo la parola di Edoarda Laurenzano, — egli scriveva. — Prego il cielo che non ti faccia mai conoscere il rimorso dell'azione compiuta, e per il male che hai dato possa venirti una lunga felicità. È questo forse il voto e la speranza della donna che abbandoni, è questo l'augurio più sincero dell'amico di tanti anni, che non ti dimentica in quest'ora tristissima della tua vita... Conserva una memoria indulgente per la creatura che ti ha troppo amato e sconterà in silenzio il suo destino irreparabile; fa del bene a molte anime per quella che hai dovuto sacrificare. Noi ti seguiremo col pensiero, dovunque tu vada e qualsiasi cosa tu faccia, come una volta e sempre, desiderosi anche di soccorrerti se mai ti sorprenda un pericolo contro il quale tu non possa lottare.Resta lontano da Roma, per qualche tempo almeno, e ricordami e scrivimi sempre.»————Questa lettera mi parve un'umiliazione, e nell'attimo stesso in cui finalmente mi vedevo libero, un senso quasi di sgomento, di solitudine m'invase. Mi parve per un istante che mi avessero lasciato solo, di fronte ad un precipizio, a mille precipizi continui, dove sarei caduto inevitabilmente come una preda oscura.Una immagine fissa mi teneva la mente.[pg!155] Il portone, quel gran portone marmoreo del palazzo Laurenzano, casa di principi una volta, ove nella corte scalpitavano i cavalli e facevano ala i domestici gallonati, quel portone che tante volte avevo passato quasi ormai da padrone, ora mi si chiudeva in faccia ostinatamente, come ad un servo scacciato. E insieme tutte l'altre soglie ch'ero solito varcare si chiudevano a lor volta, quasi per dividermi da una gente alla quale non appartenessi più. In quella società ov'ero entrato splendidamente, sotto l'auge del mio gran nome e del mio denaro, nessuno ignorava i miei dissesti, le noie che mi davano i creditori e i pesi che si andavano accumulando sui pochi avanzi delle mie campagne. Ciò che mi salvava dalla decadenza e dal disprezzo altrui non era infatti che il mio fidanzamento con Edoarda. Anzi al pubblico piaceva, come in genere piacciono, tutte le cose teatralmente immortali, questa mia figura di scialacquatore spensierato, che, al termine delle sue scioperatezze, trovava una ereditiera innamorata e otteneva di sposarla per ricominciare il suo fasto. Insomma dovevo solamente alla mia sposa futura se ancora le belle dame romane mi serbavano qualche sorriso procace nell'iniziarmi alle intimità profumate dei loro salotti, se gli usurai mi davano denaro, se i negozi mi vendevano a credito, se alle caccie potevo cavalcare i migliori cavalli, giocare spensieratamente al Circolo, e persino fra le donne galanti godere di molte predilezioni; il che sembrerebbe forse paradossale, se anche in questo, come in tutti gli altri rami dell'eleganza e del piacere, non dominasse una divinità molto frivola, molto capricciosa: la moda.Nella così detta «grande società» v'è un numero infinito d'intrusi: quelli che vennero dal nulla e quelli che si ridussero al nulla. Io stavo per contare tra questi ultimi e v'ero tollerato nel modo più cortese, perchè possedevo il mezzo di ripristinare al mio nome la sua necessaria grandezza. Invece, da un momento all'altro e per mia volontà, il che forse appariva più grave — rinunziavo a questo mezzo, lanciavo quasi una sfida od un rifiuto alla [pg!156] mia casta e mi ritraevo in disparte da essa, disdegnandone le ambizioni per l'amore d'una donna straniera.Di questo non avrei potuto certo sperare il perdono. L'usuraio di Terracina non sarebbe stato in ciò per nulla diverso dalle dame di Roma, le quali sognavano a palazzo Materdomini una sala di più dove danzare, dove amoreggiare, dove splendere, nè dagli amici dei teatri, dei Circoli e degli ippodromi, che certo non avevano dimenticate le mie liberalità di un tempo. E costoro, indistintamente, oltrechè non perdonarmi, avrebbero anche vendicate le loro speranze deluse, insieme con le antiche invidie. Essi certo non avrebbero giudicata l'azione mia secondo il suo giusto valore, nè con indulgenza, nè con rispetto. Costoro avrebbero riso. E mi pareva di vedere molte bocche ridere, mi pareva di udire i maligni commenti. Oh, mai come in quell'ora mi sembrò di conoscere il mondo in cui ero vissuto, e mai con maggior tristezza rimpiansi la mia vita sprecata in mille vanità passeggere, lembo a lembo, fra le gioie più sterili!...Così pensando, imparavo a disprezzarmi: un sentimento questo che non avevo conosciuto ancora.Edoarda invece mi appariva come una immagine del tutto lontana, perduta fra le memorie di un'altra vita, pressochè scomparsa. I miei nervi si erano talmente avvezzi a ribellarsi contro di lei, che ora, d'un tratto, si sentivano come rappacificati.Ella era uscita dal mio cuore senza lasciarvi un solco, senza imprimervi una memoria, senza condannarmi ad un qualsiasi rimpianto.Elena invece m'inebbriava del suo fresco amore. Ogni giorno mi pareva di scendere più profondamente nel mistero della sua dolce anima.— Non puoi credere — mi diceva spesso, — come adoro questa campagna, questa casa ed i giorni che passiamo qui.Talvolta, la sera, ella si lasciava prendere da una specie di malinconia; parlava con voce affaticata, senza guardarmi, quasi perduta in un sogno, e mi diceva:— No, tu non puoi comprendermi, Germano. Vi sono [pg!157] troppe cose che tu non puoi comprendere. Vedi: quando si è trascorsa una vita nomade come la mia, quando si è stata una donna senza legge e senza meta, di paese in paese, tra una folla d'estranei, in balìa di tutte le sorti, quando ci si è trovati fin dalla più lontana giovinezza senza una famiglia nè un tetto nè un amore nè una felicità qualsiasi nella vita, tu non puoi comprendere come di tanto in tanto si provi un bisogno infinito di riposare, di vivere più presso alla natura, a questa grande madre che rende la gioventù e la purezza dell'anima.E allora una grave ombra le scendeva su la fronte china; le brillava tra le ciglia una lacrima silenziosa.— Io — seguitava — son tra quelle anime che non possono mai ambire al destino degli altri, ma devono perpetuamente andar oltre, andar lontano, andar via, come il vento, come la nebbia, come il fiume, come tutte le cose che passano... E vi sono migliaia d'anime destinate a questo inutile pellegrinaggio.Così l'amore nostro si velava insieme d'incertezza e di ombre.L'estate passò; venne l'autunno, con le sue feste di pampini, con le sue nebbie ottobrali. Le sere si fecero fredde, i grossi tizzoni arsero scoppiettando nel grande camino di Torre Guelfa, ove s'erano scaldati pigramente, nelle serate cupe del Medio Evo, i miei padri lontani.E venne anche la noia, l'insidiosa nemica di tutti gli amori, che cammina insieme con la solitudine, con il silenzio, con la polvere, nelle grandi case abbandonate. L'inverno, tra quelle fosche mura, sarebbe stato pieno di malinconia. Che risolvere? Non avevamo denaro per andarcene al Cairo, in Riviera, od altrove, tra la gente gaia. Bisognava nondimeno prendere una decisione seria, perchè la nostra vita era tutta in balìa d'un precario destino.Le mie scarse rendite eran quasi del tutto assorbite dagli interessi di alcuni debiti gravosi, ed esaurito il credito, non mi rimaneva che vender Torre Guelfa con le campagne circostanti, e contentarmi di una meschinissima [pg!158] vita. Sarebbe stato così l'ultimo colpo dato nel tronco secolare della mia casa, il dividermi da tutte le fierezze ch'erano state il mio vanto, il rinunziare per sempre alla speranza di un secondo apogeo. No, questo mai! Piuttosto morirvi, su quel lembo di terra ch'era stato un feudo immenso, e non vedere altra gente all'ombra di quella vecchia Torre, dove, dal culmine, si guardava il mare. Fosca, selvaggia, nera di feritoie oblique, come un tragico avanzo di battaglie antiche, portava in alto il grande scudo marmoreo dei Materdomini, con il bel motto scolpito:Placet, si vis, Domine. Ed ognuno dei nati nella mia gente doveva, per eredità di sangue, morire prima di vederne la rovina: ognuno doveva credere in quel motto come in una fede suprema.Tutte le avventure mi convenivano, tranne quella che mi avesse a dividere dalla memoria del mio casato.Lunghe sere noi passammo accanto al fuoco, ragionando su l'opportunità migliore.Elena mi diceva:— Non pensare a me. Ho finalmente presa la mia risoluzione: andremo a Parigi, diverrò attrice, guadagnerò molto denaro.Questo era sempre il suo grande sogno. Me ne aveva parlato le prime volte con titubanza, poi con fermezza, nè io credevo di poter ostacolare il suo proposito, perchè non avevo alcun avvenire da offrirle. Io medesimo, giunto verso i trentaquattr'anni e perdute ormai quelle temerarie illusioni che rendon facile ogni strada sul fiorire della giovinezza, mi trovavo nella dura necessità di ricominciare la mia vita, con altrettanta parsimonia quanto ero stato prodigo e spensierato, uscir dalla lunga pigrizia per sottomettermi ad un qualsiasi mestiere lucroso, mentre il mio solo studio fino a quel tempo non era stato che di godere la maggior allegrezza nell'ora fugace.Il passo in fondo non era facile nè breve. Poi, quante fierezze da scordare, quanti altari da cui scendere! Mi avveniva di rimanere per lunghe ore perplesso e trasognato, pensando al mio tempo trascorso, quando la sorte, [pg!159] con munificenza incalcolabile, mi aveva dato in possesso i migliori suoi doni ed offerta la possibilità di ambire a qualsiasi destino. Invece quanta cenere, quanto inutile spreco! E rivedevo le mie terre, cento volte più vaste che non si possa con uno sguardo abbracciare, pezzo a pezzo vendute, o cadute in possesso dell'usuraio, che ora, quasi per insidiarmi fin nell'ultimo riparo, stendeva la mano rapace su le campagne intorno a Torre Guelfa, pronto forse un giorno a cacciarmi dal mio tetto, per condurre la sua vita opulenta e laida in quel feudo che aveva la sua storia scritta a lettere d'oro nelle cronache di Roma.Allora m'appigliai ad una risoluzione improvvisa.Feci chiudere la casa di Roma, vendetti una piccola terra, vicino a quella di Monte San Biagio, per avere il denaro che mi urgeva, e decidemmo di andar a Parigi, dove la sorte ci avrebbe forse aiutati.Nella grande città di gioia, libera e maravigliosa, dove tutte le passioni umane sembrano accendersi d'un più selvaggio ardore, ella voleva essere attrice, io volevo con ogni mezzo affrettare il compiersi della mia sorte. Forse intraprendere un commercio, forse affidarmi all'alea della speculazione, o forse, con uno stratagemma usato a me stesso, volevo semplicemente arretrare d'un passo davanti allo spettro della rovina imminente.Avevo ancora una fede cieca nella clemenza della fortuna, e partendo guardavo con occhi sereni, su la torre di Torre Guelfa, il bel motto scolpito nello scudo. E il motto diceva:Placet, si vis, Domine.[pg!160][pg!161]
VII.Una lettera di Fabio mi giunse alcuni giorni dopo, in termini brevi, senza un qualsiasi accenno intorno all'accaduto.————«Io ti rendo la parola di Edoarda Laurenzano, — egli scriveva. — Prego il cielo che non ti faccia mai conoscere il rimorso dell'azione compiuta, e per il male che hai dato possa venirti una lunga felicità. È questo forse il voto e la speranza della donna che abbandoni, è questo l'augurio più sincero dell'amico di tanti anni, che non ti dimentica in quest'ora tristissima della tua vita... Conserva una memoria indulgente per la creatura che ti ha troppo amato e sconterà in silenzio il suo destino irreparabile; fa del bene a molte anime per quella che hai dovuto sacrificare. Noi ti seguiremo col pensiero, dovunque tu vada e qualsiasi cosa tu faccia, come una volta e sempre, desiderosi anche di soccorrerti se mai ti sorprenda un pericolo contro il quale tu non possa lottare.Resta lontano da Roma, per qualche tempo almeno, e ricordami e scrivimi sempre.»————Questa lettera mi parve un'umiliazione, e nell'attimo stesso in cui finalmente mi vedevo libero, un senso quasi di sgomento, di solitudine m'invase. Mi parve per un istante che mi avessero lasciato solo, di fronte ad un precipizio, a mille precipizi continui, dove sarei caduto inevitabilmente come una preda oscura.Una immagine fissa mi teneva la mente.[pg!155] Il portone, quel gran portone marmoreo del palazzo Laurenzano, casa di principi una volta, ove nella corte scalpitavano i cavalli e facevano ala i domestici gallonati, quel portone che tante volte avevo passato quasi ormai da padrone, ora mi si chiudeva in faccia ostinatamente, come ad un servo scacciato. E insieme tutte l'altre soglie ch'ero solito varcare si chiudevano a lor volta, quasi per dividermi da una gente alla quale non appartenessi più. In quella società ov'ero entrato splendidamente, sotto l'auge del mio gran nome e del mio denaro, nessuno ignorava i miei dissesti, le noie che mi davano i creditori e i pesi che si andavano accumulando sui pochi avanzi delle mie campagne. Ciò che mi salvava dalla decadenza e dal disprezzo altrui non era infatti che il mio fidanzamento con Edoarda. Anzi al pubblico piaceva, come in genere piacciono, tutte le cose teatralmente immortali, questa mia figura di scialacquatore spensierato, che, al termine delle sue scioperatezze, trovava una ereditiera innamorata e otteneva di sposarla per ricominciare il suo fasto. Insomma dovevo solamente alla mia sposa futura se ancora le belle dame romane mi serbavano qualche sorriso procace nell'iniziarmi alle intimità profumate dei loro salotti, se gli usurai mi davano denaro, se i negozi mi vendevano a credito, se alle caccie potevo cavalcare i migliori cavalli, giocare spensieratamente al Circolo, e persino fra le donne galanti godere di molte predilezioni; il che sembrerebbe forse paradossale, se anche in questo, come in tutti gli altri rami dell'eleganza e del piacere, non dominasse una divinità molto frivola, molto capricciosa: la moda.Nella così detta «grande società» v'è un numero infinito d'intrusi: quelli che vennero dal nulla e quelli che si ridussero al nulla. Io stavo per contare tra questi ultimi e v'ero tollerato nel modo più cortese, perchè possedevo il mezzo di ripristinare al mio nome la sua necessaria grandezza. Invece, da un momento all'altro e per mia volontà, il che forse appariva più grave — rinunziavo a questo mezzo, lanciavo quasi una sfida od un rifiuto alla [pg!156] mia casta e mi ritraevo in disparte da essa, disdegnandone le ambizioni per l'amore d'una donna straniera.Di questo non avrei potuto certo sperare il perdono. L'usuraio di Terracina non sarebbe stato in ciò per nulla diverso dalle dame di Roma, le quali sognavano a palazzo Materdomini una sala di più dove danzare, dove amoreggiare, dove splendere, nè dagli amici dei teatri, dei Circoli e degli ippodromi, che certo non avevano dimenticate le mie liberalità di un tempo. E costoro, indistintamente, oltrechè non perdonarmi, avrebbero anche vendicate le loro speranze deluse, insieme con le antiche invidie. Essi certo non avrebbero giudicata l'azione mia secondo il suo giusto valore, nè con indulgenza, nè con rispetto. Costoro avrebbero riso. E mi pareva di vedere molte bocche ridere, mi pareva di udire i maligni commenti. Oh, mai come in quell'ora mi sembrò di conoscere il mondo in cui ero vissuto, e mai con maggior tristezza rimpiansi la mia vita sprecata in mille vanità passeggere, lembo a lembo, fra le gioie più sterili!...Così pensando, imparavo a disprezzarmi: un sentimento questo che non avevo conosciuto ancora.Edoarda invece mi appariva come una immagine del tutto lontana, perduta fra le memorie di un'altra vita, pressochè scomparsa. I miei nervi si erano talmente avvezzi a ribellarsi contro di lei, che ora, d'un tratto, si sentivano come rappacificati.Ella era uscita dal mio cuore senza lasciarvi un solco, senza imprimervi una memoria, senza condannarmi ad un qualsiasi rimpianto.Elena invece m'inebbriava del suo fresco amore. Ogni giorno mi pareva di scendere più profondamente nel mistero della sua dolce anima.— Non puoi credere — mi diceva spesso, — come adoro questa campagna, questa casa ed i giorni che passiamo qui.Talvolta, la sera, ella si lasciava prendere da una specie di malinconia; parlava con voce affaticata, senza guardarmi, quasi perduta in un sogno, e mi diceva:— No, tu non puoi comprendermi, Germano. Vi sono [pg!157] troppe cose che tu non puoi comprendere. Vedi: quando si è trascorsa una vita nomade come la mia, quando si è stata una donna senza legge e senza meta, di paese in paese, tra una folla d'estranei, in balìa di tutte le sorti, quando ci si è trovati fin dalla più lontana giovinezza senza una famiglia nè un tetto nè un amore nè una felicità qualsiasi nella vita, tu non puoi comprendere come di tanto in tanto si provi un bisogno infinito di riposare, di vivere più presso alla natura, a questa grande madre che rende la gioventù e la purezza dell'anima.E allora una grave ombra le scendeva su la fronte china; le brillava tra le ciglia una lacrima silenziosa.— Io — seguitava — son tra quelle anime che non possono mai ambire al destino degli altri, ma devono perpetuamente andar oltre, andar lontano, andar via, come il vento, come la nebbia, come il fiume, come tutte le cose che passano... E vi sono migliaia d'anime destinate a questo inutile pellegrinaggio.Così l'amore nostro si velava insieme d'incertezza e di ombre.L'estate passò; venne l'autunno, con le sue feste di pampini, con le sue nebbie ottobrali. Le sere si fecero fredde, i grossi tizzoni arsero scoppiettando nel grande camino di Torre Guelfa, ove s'erano scaldati pigramente, nelle serate cupe del Medio Evo, i miei padri lontani.E venne anche la noia, l'insidiosa nemica di tutti gli amori, che cammina insieme con la solitudine, con il silenzio, con la polvere, nelle grandi case abbandonate. L'inverno, tra quelle fosche mura, sarebbe stato pieno di malinconia. Che risolvere? Non avevamo denaro per andarcene al Cairo, in Riviera, od altrove, tra la gente gaia. Bisognava nondimeno prendere una decisione seria, perchè la nostra vita era tutta in balìa d'un precario destino.Le mie scarse rendite eran quasi del tutto assorbite dagli interessi di alcuni debiti gravosi, ed esaurito il credito, non mi rimaneva che vender Torre Guelfa con le campagne circostanti, e contentarmi di una meschinissima [pg!158] vita. Sarebbe stato così l'ultimo colpo dato nel tronco secolare della mia casa, il dividermi da tutte le fierezze ch'erano state il mio vanto, il rinunziare per sempre alla speranza di un secondo apogeo. No, questo mai! Piuttosto morirvi, su quel lembo di terra ch'era stato un feudo immenso, e non vedere altra gente all'ombra di quella vecchia Torre, dove, dal culmine, si guardava il mare. Fosca, selvaggia, nera di feritoie oblique, come un tragico avanzo di battaglie antiche, portava in alto il grande scudo marmoreo dei Materdomini, con il bel motto scolpito:Placet, si vis, Domine. Ed ognuno dei nati nella mia gente doveva, per eredità di sangue, morire prima di vederne la rovina: ognuno doveva credere in quel motto come in una fede suprema.Tutte le avventure mi convenivano, tranne quella che mi avesse a dividere dalla memoria del mio casato.Lunghe sere noi passammo accanto al fuoco, ragionando su l'opportunità migliore.Elena mi diceva:— Non pensare a me. Ho finalmente presa la mia risoluzione: andremo a Parigi, diverrò attrice, guadagnerò molto denaro.Questo era sempre il suo grande sogno. Me ne aveva parlato le prime volte con titubanza, poi con fermezza, nè io credevo di poter ostacolare il suo proposito, perchè non avevo alcun avvenire da offrirle. Io medesimo, giunto verso i trentaquattr'anni e perdute ormai quelle temerarie illusioni che rendon facile ogni strada sul fiorire della giovinezza, mi trovavo nella dura necessità di ricominciare la mia vita, con altrettanta parsimonia quanto ero stato prodigo e spensierato, uscir dalla lunga pigrizia per sottomettermi ad un qualsiasi mestiere lucroso, mentre il mio solo studio fino a quel tempo non era stato che di godere la maggior allegrezza nell'ora fugace.Il passo in fondo non era facile nè breve. Poi, quante fierezze da scordare, quanti altari da cui scendere! Mi avveniva di rimanere per lunghe ore perplesso e trasognato, pensando al mio tempo trascorso, quando la sorte, [pg!159] con munificenza incalcolabile, mi aveva dato in possesso i migliori suoi doni ed offerta la possibilità di ambire a qualsiasi destino. Invece quanta cenere, quanto inutile spreco! E rivedevo le mie terre, cento volte più vaste che non si possa con uno sguardo abbracciare, pezzo a pezzo vendute, o cadute in possesso dell'usuraio, che ora, quasi per insidiarmi fin nell'ultimo riparo, stendeva la mano rapace su le campagne intorno a Torre Guelfa, pronto forse un giorno a cacciarmi dal mio tetto, per condurre la sua vita opulenta e laida in quel feudo che aveva la sua storia scritta a lettere d'oro nelle cronache di Roma.Allora m'appigliai ad una risoluzione improvvisa.Feci chiudere la casa di Roma, vendetti una piccola terra, vicino a quella di Monte San Biagio, per avere il denaro che mi urgeva, e decidemmo di andar a Parigi, dove la sorte ci avrebbe forse aiutati.Nella grande città di gioia, libera e maravigliosa, dove tutte le passioni umane sembrano accendersi d'un più selvaggio ardore, ella voleva essere attrice, io volevo con ogni mezzo affrettare il compiersi della mia sorte. Forse intraprendere un commercio, forse affidarmi all'alea della speculazione, o forse, con uno stratagemma usato a me stesso, volevo semplicemente arretrare d'un passo davanti allo spettro della rovina imminente.Avevo ancora una fede cieca nella clemenza della fortuna, e partendo guardavo con occhi sereni, su la torre di Torre Guelfa, il bel motto scolpito nello scudo. E il motto diceva:Placet, si vis, Domine.[pg!160][pg!161]
Una lettera di Fabio mi giunse alcuni giorni dopo, in termini brevi, senza un qualsiasi accenno intorno all'accaduto.
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«Io ti rendo la parola di Edoarda Laurenzano, — egli scriveva. — Prego il cielo che non ti faccia mai conoscere il rimorso dell'azione compiuta, e per il male che hai dato possa venirti una lunga felicità. È questo forse il voto e la speranza della donna che abbandoni, è questo l'augurio più sincero dell'amico di tanti anni, che non ti dimentica in quest'ora tristissima della tua vita... Conserva una memoria indulgente per la creatura che ti ha troppo amato e sconterà in silenzio il suo destino irreparabile; fa del bene a molte anime per quella che hai dovuto sacrificare. Noi ti seguiremo col pensiero, dovunque tu vada e qualsiasi cosa tu faccia, come una volta e sempre, desiderosi anche di soccorrerti se mai ti sorprenda un pericolo contro il quale tu non possa lottare.
Resta lontano da Roma, per qualche tempo almeno, e ricordami e scrivimi sempre.»
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Questa lettera mi parve un'umiliazione, e nell'attimo stesso in cui finalmente mi vedevo libero, un senso quasi di sgomento, di solitudine m'invase. Mi parve per un istante che mi avessero lasciato solo, di fronte ad un precipizio, a mille precipizi continui, dove sarei caduto inevitabilmente come una preda oscura.
Una immagine fissa mi teneva la mente.
[pg!155] Il portone, quel gran portone marmoreo del palazzo Laurenzano, casa di principi una volta, ove nella corte scalpitavano i cavalli e facevano ala i domestici gallonati, quel portone che tante volte avevo passato quasi ormai da padrone, ora mi si chiudeva in faccia ostinatamente, come ad un servo scacciato. E insieme tutte l'altre soglie ch'ero solito varcare si chiudevano a lor volta, quasi per dividermi da una gente alla quale non appartenessi più. In quella società ov'ero entrato splendidamente, sotto l'auge del mio gran nome e del mio denaro, nessuno ignorava i miei dissesti, le noie che mi davano i creditori e i pesi che si andavano accumulando sui pochi avanzi delle mie campagne. Ciò che mi salvava dalla decadenza e dal disprezzo altrui non era infatti che il mio fidanzamento con Edoarda. Anzi al pubblico piaceva, come in genere piacciono, tutte le cose teatralmente immortali, questa mia figura di scialacquatore spensierato, che, al termine delle sue scioperatezze, trovava una ereditiera innamorata e otteneva di sposarla per ricominciare il suo fasto. Insomma dovevo solamente alla mia sposa futura se ancora le belle dame romane mi serbavano qualche sorriso procace nell'iniziarmi alle intimità profumate dei loro salotti, se gli usurai mi davano denaro, se i negozi mi vendevano a credito, se alle caccie potevo cavalcare i migliori cavalli, giocare spensieratamente al Circolo, e persino fra le donne galanti godere di molte predilezioni; il che sembrerebbe forse paradossale, se anche in questo, come in tutti gli altri rami dell'eleganza e del piacere, non dominasse una divinità molto frivola, molto capricciosa: la moda.
Nella così detta «grande società» v'è un numero infinito d'intrusi: quelli che vennero dal nulla e quelli che si ridussero al nulla. Io stavo per contare tra questi ultimi e v'ero tollerato nel modo più cortese, perchè possedevo il mezzo di ripristinare al mio nome la sua necessaria grandezza. Invece, da un momento all'altro e per mia volontà, il che forse appariva più grave — rinunziavo a questo mezzo, lanciavo quasi una sfida od un rifiuto alla [pg!156] mia casta e mi ritraevo in disparte da essa, disdegnandone le ambizioni per l'amore d'una donna straniera.
Di questo non avrei potuto certo sperare il perdono. L'usuraio di Terracina non sarebbe stato in ciò per nulla diverso dalle dame di Roma, le quali sognavano a palazzo Materdomini una sala di più dove danzare, dove amoreggiare, dove splendere, nè dagli amici dei teatri, dei Circoli e degli ippodromi, che certo non avevano dimenticate le mie liberalità di un tempo. E costoro, indistintamente, oltrechè non perdonarmi, avrebbero anche vendicate le loro speranze deluse, insieme con le antiche invidie. Essi certo non avrebbero giudicata l'azione mia secondo il suo giusto valore, nè con indulgenza, nè con rispetto. Costoro avrebbero riso. E mi pareva di vedere molte bocche ridere, mi pareva di udire i maligni commenti. Oh, mai come in quell'ora mi sembrò di conoscere il mondo in cui ero vissuto, e mai con maggior tristezza rimpiansi la mia vita sprecata in mille vanità passeggere, lembo a lembo, fra le gioie più sterili!...
Così pensando, imparavo a disprezzarmi: un sentimento questo che non avevo conosciuto ancora.
Edoarda invece mi appariva come una immagine del tutto lontana, perduta fra le memorie di un'altra vita, pressochè scomparsa. I miei nervi si erano talmente avvezzi a ribellarsi contro di lei, che ora, d'un tratto, si sentivano come rappacificati.
Ella era uscita dal mio cuore senza lasciarvi un solco, senza imprimervi una memoria, senza condannarmi ad un qualsiasi rimpianto.
Elena invece m'inebbriava del suo fresco amore. Ogni giorno mi pareva di scendere più profondamente nel mistero della sua dolce anima.
— Non puoi credere — mi diceva spesso, — come adoro questa campagna, questa casa ed i giorni che passiamo qui.
Talvolta, la sera, ella si lasciava prendere da una specie di malinconia; parlava con voce affaticata, senza guardarmi, quasi perduta in un sogno, e mi diceva:
— No, tu non puoi comprendermi, Germano. Vi sono [pg!157] troppe cose che tu non puoi comprendere. Vedi: quando si è trascorsa una vita nomade come la mia, quando si è stata una donna senza legge e senza meta, di paese in paese, tra una folla d'estranei, in balìa di tutte le sorti, quando ci si è trovati fin dalla più lontana giovinezza senza una famiglia nè un tetto nè un amore nè una felicità qualsiasi nella vita, tu non puoi comprendere come di tanto in tanto si provi un bisogno infinito di riposare, di vivere più presso alla natura, a questa grande madre che rende la gioventù e la purezza dell'anima.
E allora una grave ombra le scendeva su la fronte china; le brillava tra le ciglia una lacrima silenziosa.
— Io — seguitava — son tra quelle anime che non possono mai ambire al destino degli altri, ma devono perpetuamente andar oltre, andar lontano, andar via, come il vento, come la nebbia, come il fiume, come tutte le cose che passano... E vi sono migliaia d'anime destinate a questo inutile pellegrinaggio.
Così l'amore nostro si velava insieme d'incertezza e di ombre.
L'estate passò; venne l'autunno, con le sue feste di pampini, con le sue nebbie ottobrali. Le sere si fecero fredde, i grossi tizzoni arsero scoppiettando nel grande camino di Torre Guelfa, ove s'erano scaldati pigramente, nelle serate cupe del Medio Evo, i miei padri lontani.
E venne anche la noia, l'insidiosa nemica di tutti gli amori, che cammina insieme con la solitudine, con il silenzio, con la polvere, nelle grandi case abbandonate. L'inverno, tra quelle fosche mura, sarebbe stato pieno di malinconia. Che risolvere? Non avevamo denaro per andarcene al Cairo, in Riviera, od altrove, tra la gente gaia. Bisognava nondimeno prendere una decisione seria, perchè la nostra vita era tutta in balìa d'un precario destino.
Le mie scarse rendite eran quasi del tutto assorbite dagli interessi di alcuni debiti gravosi, ed esaurito il credito, non mi rimaneva che vender Torre Guelfa con le campagne circostanti, e contentarmi di una meschinissima [pg!158] vita. Sarebbe stato così l'ultimo colpo dato nel tronco secolare della mia casa, il dividermi da tutte le fierezze ch'erano state il mio vanto, il rinunziare per sempre alla speranza di un secondo apogeo. No, questo mai! Piuttosto morirvi, su quel lembo di terra ch'era stato un feudo immenso, e non vedere altra gente all'ombra di quella vecchia Torre, dove, dal culmine, si guardava il mare. Fosca, selvaggia, nera di feritoie oblique, come un tragico avanzo di battaglie antiche, portava in alto il grande scudo marmoreo dei Materdomini, con il bel motto scolpito:Placet, si vis, Domine. Ed ognuno dei nati nella mia gente doveva, per eredità di sangue, morire prima di vederne la rovina: ognuno doveva credere in quel motto come in una fede suprema.
Tutte le avventure mi convenivano, tranne quella che mi avesse a dividere dalla memoria del mio casato.
Lunghe sere noi passammo accanto al fuoco, ragionando su l'opportunità migliore.
Elena mi diceva:
— Non pensare a me. Ho finalmente presa la mia risoluzione: andremo a Parigi, diverrò attrice, guadagnerò molto denaro.
Questo era sempre il suo grande sogno. Me ne aveva parlato le prime volte con titubanza, poi con fermezza, nè io credevo di poter ostacolare il suo proposito, perchè non avevo alcun avvenire da offrirle. Io medesimo, giunto verso i trentaquattr'anni e perdute ormai quelle temerarie illusioni che rendon facile ogni strada sul fiorire della giovinezza, mi trovavo nella dura necessità di ricominciare la mia vita, con altrettanta parsimonia quanto ero stato prodigo e spensierato, uscir dalla lunga pigrizia per sottomettermi ad un qualsiasi mestiere lucroso, mentre il mio solo studio fino a quel tempo non era stato che di godere la maggior allegrezza nell'ora fugace.
Il passo in fondo non era facile nè breve. Poi, quante fierezze da scordare, quanti altari da cui scendere! Mi avveniva di rimanere per lunghe ore perplesso e trasognato, pensando al mio tempo trascorso, quando la sorte, [pg!159] con munificenza incalcolabile, mi aveva dato in possesso i migliori suoi doni ed offerta la possibilità di ambire a qualsiasi destino. Invece quanta cenere, quanto inutile spreco! E rivedevo le mie terre, cento volte più vaste che non si possa con uno sguardo abbracciare, pezzo a pezzo vendute, o cadute in possesso dell'usuraio, che ora, quasi per insidiarmi fin nell'ultimo riparo, stendeva la mano rapace su le campagne intorno a Torre Guelfa, pronto forse un giorno a cacciarmi dal mio tetto, per condurre la sua vita opulenta e laida in quel feudo che aveva la sua storia scritta a lettere d'oro nelle cronache di Roma.
Allora m'appigliai ad una risoluzione improvvisa.
Feci chiudere la casa di Roma, vendetti una piccola terra, vicino a quella di Monte San Biagio, per avere il denaro che mi urgeva, e decidemmo di andar a Parigi, dove la sorte ci avrebbe forse aiutati.
Nella grande città di gioia, libera e maravigliosa, dove tutte le passioni umane sembrano accendersi d'un più selvaggio ardore, ella voleva essere attrice, io volevo con ogni mezzo affrettare il compiersi della mia sorte. Forse intraprendere un commercio, forse affidarmi all'alea della speculazione, o forse, con uno stratagemma usato a me stesso, volevo semplicemente arretrare d'un passo davanti allo spettro della rovina imminente.
Avevo ancora una fede cieca nella clemenza della fortuna, e partendo guardavo con occhi sereni, su la torre di Torre Guelfa, il bel motto scolpito nello scudo. E il motto diceva:
Placet, si vis, Domine.[pg!160]
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