VISeduta sotto la pergola di vite americana, Elena guarniva di fiori un suo cappello primaverile; io leggevo ad alta voce un libro del Taine, il suoVoyage en Italie, dov'erano pagine deliziose intorno al Convento di Montecassino.— Come vorrei visitare quel convento! — Elena mi disse allora.— Vi andremo, se lo desideri. Anzi vi resteremo qualche giorno. Quei frati sono albergatori squisiti e tengono un'ottima foresterìa.— Si può anche abitarvi?— Certo. Io vi sono stato già una volta.— E con chi?— Solo.— Via... non lo credo! In mezzo ai frati, e solo?— Di fatti avevo una compagna. Venne con me un'amica d'allora, una tedesca bionda come la birra.— E i frati?— Oh, i frati ne hanno l'abitudine ormai!In quel momento la domestica venne ad annunziare che Michele Rossengo era salito alla villa e domandava di parlarmi.— Fallo entrare in sala e digli che ora vengo sùbito.Michele Rossengo era un pingue villano, arricchitosi con mezzadrìe di terreni e con usure nei mercati. Ritiratosi dalle faccende coloniche, ambiva ora le cariche cittadine, pronto a qualsiasi espediente pur di giungere a' suoi fini. Era più che cinquantenne, alto, corpulento, con un viso abbronzato in cui scintillano due malvagi [pg!145] occhi ambigui, e sorrideva di continuo come un uomo intimamente soddisfatto di sè.Quando entrai nella sala, mi venne incontro tendendomi la mano. Si tradiva dal suo contegno l'insolenza ingenerosa dell'uomo di volgo il quale, per un suo diritto, si senta forte contro il padrone.— Dunque, signor conte, bisognerà intenderci una buona volta! — egli disse, entrando sùbito nell'argomento e piantandosi a gambe larghe dinanzi a me, con le mani in tasca, mentre vi faceva tintinnire un mazzo di chiavi ed alcune monete. Uso a comandare nella sua casa e nelle osterie dove lo corteggiavano i suoi loschi faccendieri, egli parlava in tono altezzoso, facendo con le labbra un atto ch'era singolarmente ironico.— Sono pronto a ragionare con voi, caro Michele, — gli risposi con voce lusinghevole, avanzandogli una poltrona.— Ah?... ragionare? Sempre ragionare e pagare mai! — esclamò l'uomo, sedendo. E rise d'un riso villano che gli gonfiava la bocca e le vene del collo.— Mi sembra, caro Michele, che siate oggi di cattivo umore. Prima d'incominciare la discussione vi offrirò un bicchierino di quell'acquavite vecchia d'ottant'anni, alla quale non fate mai cattiva cera quando venite quassù.— Ci vuol altro che acquavite ormai! Buoni da mille ci vogliono, signor conte! — m'interruppe il Rossengo, fra il serio e il faceto, mentre io gli mettevo davanti la bottiglia preziosa e ne versavo due bicchierini colmi. Intanto, soffiando e bofonchiando, egli traeva da una tasca recondita un grosso fascio di cambiali, avvolte in un rogito notarile, e se lo batteva sul palmo della mano.— Che fate ora? Mettete via quelle porcherie! — lo esortai ridendo. — Non dátemi altre seccature, chè ne ho già troppe in questi giorni!Egli posò le cambiali su la tavola, vi diede sopra un gran pugno e tracannò l'acquavite d'un sorso.— Ah, le chiama porcherie, lei? Questa è buona! — diss'egli facendo schioccare la lingua contro il palato esperto. — Buona anche l'acquavite, non c'è che dire! [pg!146] Ma insomma, lasciando le chiacchere, me le paga o non me le paga, stavolta? Perchè ormai siamo vicini alla scadenza e non si tratta più che di pochi giorni.E bevve un altro sorso dal bicchierino che gli avevo riempito.— Sentite, Michele, — risposi con voce persuasiva, — mi conoscete ormai da un pezzo e proprio non sarebbe il caso di farmi un'angheria. Vi ho pagato sempre, vi pagherò anche stavolta, per bacco!— Bah, ci sono due settimane ancora... Veda un po' lei, si regoli per quel giorno, — replicò il Rossengo, scotendo la sua testa caparbia.— Via, non fate minaccie inutili! Fosse una cifra da poco, lo capirei; ma una somma simile non la si mette insieme in quindici giorni, lo sapete bene.— L'ho pur dovuta mettere io quando gliel'ho data, mio buon signore! Adesso me la faccio rendere; non sono che nel mio diritto.— Oh, voi, si capisce! Siete un uomo che tenete i vostri affari molto in ordine, avete il denaro facile, così facile che a Terracina tutti quanti vi salutano come un piccolo re. Mentr'io sono, viceversa, il disordine in persona. Quando si avvicinano le scadenze, devo sobbarcarmi ad una fatica sovrumana per far tacere i più esosi. Con voi, Dio buono, ci si conosce da tanti anni, e, vi dico la verità, finora non ci avevo neanche pensato.— Sì, sì, a maraviglia! Lei parla bene; ha la parola facile. Se le cambiali si pagassero così, con un bel discorso fatto a quattr'occhi, non ci sarebbe che dire! Ma io, vede, non la penso a questo modo. Io, questa volta, signor conte, per quanto mi dispiaccia, e sappia che lei è un buon giovine, questa volta, le dico, se non mi paga il giorno preciso, vado difilato in città e gliele protesto l'una dietro l'altra, tante quante sono!— Caro Michele, voi avete troppo cuore per usarmi una sgarberia simile! Oggi siete lunatico e sarebbe stato meglio se foste venuto un altro giorno.— Eh, no, sa! — egli rispose ironico. — In queste cose [pg!147] la penso tutti i giorni allo stesso modo. Non lo faccio per cattiveria, mi creda. Ma in questo momento, su la mia coscienza, ne ho bisogno e non potrei davvero transigere nemmeno con un figlio. Resteremo amici lo stesso, ma preferisco mettere le cose in regola.Era dunque inutile che gli continuassi a versare bicchierino su bicchierino dalla caraffa già vuota per metà; i suoi occhi brillavano, ma la sua mente restava implacabilmente lucida. Pensai di tergiversare.— So che state coltivando un progetto magnifico... almeno se devo credere alle voci che corrono, — dissi con noncuranza, non mostrandomi affatto sorpreso dalle sue parole.— Progetti se ne hanno sempre, — egli rispose con ambiguità. — Ho l'intenzione di liquidare tutto: questo è vero. Sono vecchio e non ho più voglia di vivere in continue tribolazioni. Anche i figli crescono, e vanno accampando esigenze di troppo superiori al loro stato... Bisogna finalmente tirare le reti in barca.— Meno male che le chiamate reti anche voi! Poveretti, que' pesci che vi caddero dentro alla cieca! Voi non volete nemmeno usare un poco di carità nell'aiutarli a trarsi fuori dalla rete.— Per bacco! — egli rispose agitandosi: — un po' ancora e si direbbe ch'io vengo qui per saltarle al collo!— Eh, quasi, mio buon Michele! Se dovessi raccontarvi tutte le mie disgrazie, avreste certo un poco di tolleranza!— Ma se non posso, le dico! Vuole che mi trovi a mal partito io per lasciarle fare i suoi comodi?— Oh... voi! Siete una volpe fina, voi! Il vostro pozzo non ha fondo e volete farmi credere d'essere a secco. Dite piuttosto che, per il vostro egoismo, non vi importa nulla di sacrificare i vecchi amici.— Ma che parole son queste! Glieli ho dati o no questi denari? Ho diritto o no di farmeli rendere? Uno che viene a farsi pagare, lei lo chiama un egoista? Ma sa che lei ha certe trovate straordinarie!— Là, là... non fingete di non comprendermi! So quel [pg!148] che dico e mi risulta che state per entrare in Municipio. Allora, naturalmente...— Ma chi le ha detto questo? — fece l'uomo, animandosi, con una smorfia di compiacimento.— Oh Dio, ne discorron tutti; è una cosa che tutti sanno; me ne avran parlato in cento. Ed io, che avevo il torto di credervi un buon amico, mi ero già prefisso di sostenere a spada tratta la vostra candidatura. Voi che fate invece? Mentre state per conoscere il peso degli onori pubblici, siccome può seccarvi che qualcuno dica: «Sì, è un uomo di polso, lo si potrebbe mandare in alto... però ha in giro qualche affaretto così e così...» voi preferite evitare sùbito le chiacchiere, senza riguardi per nessuno. Ecco perchè vi dicevo che siete un egoista.— Ma tutto questo cosa c'entra? Sono fantasie, caro signor conte! Che in Municipio ci sia forse un posticino anche per me, può darsi, e credo anzi che starebbe tanto bene a me come ad un altro...— Non dico di no.— Ma questo non ha niente a che vedere con gli affari miei propri. Se domani mi eleggono, mi fanno un piacere; se non mi eleggono me ne fanno due, perchè sono tanti grattacapi di meno... Le pare?— Via, Michele, rispetto all'elezione, se le voci sono vere, non v'è più alcun dubbio. Per conto mio seguiterò ad aiutarvi con tutte le mie forze e voi, per venire ad una conclusione, mi farete il piacere di rinnovarmi questa ipoteca per tre anni ancora.— Impossibile! Impossibile. Non parliamone più.— Lasciatemi dire... per tre anni ancora. E se a quel termine non vi pagherò tutto, siamo intesi che voi farete il protesto e vi prenderete la terra.— Nemmeno per sogno! — interruppe il Rossengo eccitandosi.— Ma, Dio buono, lasciatemi dire un momento! Cosa rischiate facendomi questo favore? L'ipoteca non muore, la terra è lì, nessuno la tocca ed è una garanzia che non corre pericolo. Se si tratta degli interessi, aggiungeremo [pg!149] anche quelli, e nel frattempo io saprò mettere le cose a posto con tutta mia pace. Andiamo, Rossengo! Se rifiutaste, dovrei credere proprio che mi vogliate portar via la terra oggi, che ne avete il mezzo, per il timore che un'occasione simile non vi càpiti più!— Non è questo, non è questo! Gli è... — spiegò Michele con una lieve titubanza — gli è che fra un anno, fra due, fra tre, si tornerebbe sempre alla stessa canzone.— Ma se vi dico di no!— Caro signor conte, io so benissimo come stanno le cose. Non le vorrei far torto, mi creda, ma noi ci teniamo al corrente per forza...— Dunque mi credete un uomo rovinato? È questo che volete dire?— Oh, questo, perdoni sa, lo si dice da un gran pezzo! Ma non è tutto lì.— Ah, non è tutto? Cosa c'è di nuovo? Se vi affermo che alla nuova scadenza potrò pagare, vuol dire che so press'a poco dove procurarmi la somma necessaria.— Ecco il punto grave! — diss'egli con un ridere grossolano, esaminando traverso la luce un altro bicchierino d'acquavite.— Sembra che non vogliate credermi, caro Michele! — feci, senza mostrare di adontarmene.— Oh, Dio, signor conte, sono cose delicate, cose che non mi riguardano... — egli osservò perplessamente.— Non fa nulla; dite pure.— Ma poi non se ne avrà per male, signor conte?— Perchè avermene a male? Dite, dite pure.— Ecco... — egli spiegò, cercando le parole. — Noi sapevamo da molto tempo, anzi lei stesso me ne aveva parlato... che il signor conte, a Roma, era fidanzato con una signorina ricchissima, e noi, naturalmente, conoscendo come stanno le cose, si contava molto su questo, perchè la terra insomma è sempre terra, e con le crisi agricole...Egli fece una pausa, mi guardò con i suoi occhi penetranti e riprese:— Invece ora è corsa voce che il matrimonio non si [pg!150] faccia più. In paese ne parlano come di cosa certa, ed allora, mi capisce, siccome fra noi si può parlar chiaro...— Ah, si dice questo? — esclamai, simulando una grande maraviglia. — Toh, questa mi piace!Compresi di non aver salvezza fuori dalla menzogna, e seguitai con sarcasmo:— Vorreste dirmi chi è quell'anima pietosa la quale avrebbe raccontata questa buona favola? E comica, sapete! Ma, già che siamo in argomento, parliamone pure a viso aperto. Ditemi per lo meno da che parte giunse fino a voi questa notizia sorprendente.— Un po' da tutte le parti, signor conte. Il mondo mormora, si finisce con saper tutto e non si ricorda mai da che bocca sia venuto il primo pettegolezzo. Il fatto è questo: dicono che per molte ragioni il matrimonio non si faccia più.— Sentiamo allora queste ragioni. In fede mia ne sono curioso.L'uomo tentennò il capo, si grattò la fronte, poi disse:— Chi ne racconta una, chi un'altra. La ragione prima sarebbe quella bella signora che lei ha condotta qui da Roma. Bella davvero! È francese, dica un po'?— È ungherese, ma fa lo stesso.— Per Dio, che creatura! che occhi!— Quando l'avete veduta voi?— A Fondi, alla Festa dei Fiori.— Bene, ma vediamo un po', Michele, e sia detto in confidenza, fra noi uomini... Quand'eravate fidanzato, voi, non vi siete permesso proprio nessun capriccio? Siate sincero, veh!— Oh, certo, prima e dopo, quanto a questo!— Dunque, non vorreste permettere anche a me la stessa cosa? Quand'un uomo è alla vigilia di prender moglie, talvolta si sente opprimere da una certa malinconìa... Bisogna farla passare. Insomma, lasciando gli scherzi, dite pure in città che la notizia è falsa. Non voglio darvene la prova, naturalmente, quantunque potrei anche sùbito mostrarvi le ultime sue lettere. Ma informàtevi [pg!151] meglio. Ed inoltre, sia detto fra noi, mettendo a parte ogni questione di amore o di non amore, vi sembra mai possibile che un uomo ridotto a mal partito come son io trascuri per un capriccio tutti quei milioni, con insieme una brava, una bella ragazza che domanda solo di offrirmeli? Bisognerebbe esser pazzi, vi pare?— Mah... questo l'ho sempre detto anch'io! — rispose il Rossengo, alzando le spalle.— No, credétemi — proseguii, battendogli una mano su la spalla, — queste sono malignità e gelosie di gente cattiva. Sentite: non fra un mese o due, ma domani se volessi! Ed io, lo dico a voi, Michele, già che ne parliamo, io vado un poco per le lunghe, perchè il matrimonio, come vi dicevo, è sempre una catena.Fosse la convinzione o l'effetto dell'acquavite che diminuiva sempre più nella caraffa, l'uomo parve man mano arrendersi a' miei ragionamenti.— Lei con tutto il rispetto, è sempre stato un gran briccone, signor Germano! — esclamò egli con allegra familiarità. — Se fossi certo che lei sposa la Laurenzano... eh, allora!...Ed i suoi occhi brilli splendevano di un luccicore intenso.— Lo credo io! con quel po' po' d'interesse a cui mi avete prestato il denaro... Bel mobile! Sopra una pietra da mulino, in vent'anni vi divorereste anche Roma!— Ah, si vuol lamentare adesso? — egli ribattè, vedendo le cose ora sotto una luce più gaia. — Metta insieme il rischio....— Che rischio!— La paura....— Che paura!— La pazienza...— Eh, via!... di pazienza ne ho dovuto aver io, e molta, per ottenere questa miserabile proroga! Se foste un uomo generoso, direste sùbito: Che mai! Al conte Guelfo tre anni farebbe schifo... Dieci gliene accordo, se vuole.— Ma io non ho promesso neanche un giorno! — egli [pg!152] esclamò con un riso triviale, battendo i due grossi pugni su la tavola, che traballò.— Su, Michele: chi ride consente.— No: chi tace, — egli corresse, un po' ebro.— Chi beve, dico io! Su bevétene ancora un goccio! È acquavite sincera.— Caro conte, lei vuol vedermi brillo perchè io rimetta le cambiali a dormire. Ma ho la testa divisa in due parti, io! Se m'ubbriaco da una, tutti i pensieri passano dall'altra. Il fatto è questo: se lei mi dà la prova che il matrimonio non è andato a monte, le concedo un anno, se no....— Tre anni, ho detto.— Impossibile; allora niente.— Due?— Mettiamo pure due, ma ci vuole questa prova.— Sono più che disposto a darvela, però non saprei quale.— Ecco: non ci sarebbe il mezzo di ottenere una riga solamente, sia pure in carta semplice, ma di proprio pugno della fidanzata? Una specie di garanzia privatissima da mettere insieme con le cambiali?— Ma cosa dite mai, caro Michele? Dov'è il vostro buon senso, per Bacco!— Ebbene, allora mi lasci far due righe di conti, — egli disse, traendosi di tasca un taccuino. — Io le rispondo ben chiaro: se nel prezzo dell'ipoteca ci stanno anche gli interessi, le concedo i due anni, altrimenti non parliamone più.— Ma, se non altro per pudore, non dovreste nemmeno pronunziare questa parola «interessi» davanti a me! Vi ricordate la somma che ho avuta per quelle cambiali?Egli fece con le spalle un movimento ruvido.— Non ricordo nulla, — disse. — La somma che conta è quella scritta qui.— Va bene, va bene: continuate pure i vostri calcoli.E per cinque minuti egli non fece che scarabocchiare cifre sbilenche.[pg!153] — A stretto rigore, — concluse infine — mancherebbe qualcosa; ma fingerò di non essermene accorto, perchè, non si sa mai, al mondo si può aver bisogno di tutti ed un servigio reso al prossimo non è mai perduto.— Ah, per Iddio! avete un coraggio sublime! — gli gridai ridendo. — In ogni modo non importa, e vi ringrazio lo stesso. Dunque siamo intesi: parola di Rossengo...— Parola di re! — proclamò l'usuraio, tendendomi la mano un po' tremula.— Ancora un ultimo sorso, — proposi, ricolmando i bicchierini.— Volentieri: quest'acquavite mi facilita la digestione.— Allora ve ne manderò qualche bottiglia a casa, e intanto alla salute vostra, Michele!— Grazie; alla sua, signor conte!Bevve, poi gli venne un pensiero.— E alla sposa di Roma! — soggiunse.— Alla sposa di Roma! — ripetei senza esitare, con una incoscienza che stupiva me stesso.Finalmente il Rossengo si levò; era quasi del tutto brillo, aveva le guance rosse, il fiato greve. Ancora, su la soglia, si volse per ripetermi:— Dica, signor conte, non si dimentichi poi quelle certe bottiglie...— Sì, le bottiglie d'acquavite? Siamo intesi, le avrete. A rivederci, Michele.E uscì.[pg!154]
VISeduta sotto la pergola di vite americana, Elena guarniva di fiori un suo cappello primaverile; io leggevo ad alta voce un libro del Taine, il suoVoyage en Italie, dov'erano pagine deliziose intorno al Convento di Montecassino.— Come vorrei visitare quel convento! — Elena mi disse allora.— Vi andremo, se lo desideri. Anzi vi resteremo qualche giorno. Quei frati sono albergatori squisiti e tengono un'ottima foresterìa.— Si può anche abitarvi?— Certo. Io vi sono stato già una volta.— E con chi?— Solo.— Via... non lo credo! In mezzo ai frati, e solo?— Di fatti avevo una compagna. Venne con me un'amica d'allora, una tedesca bionda come la birra.— E i frati?— Oh, i frati ne hanno l'abitudine ormai!In quel momento la domestica venne ad annunziare che Michele Rossengo era salito alla villa e domandava di parlarmi.— Fallo entrare in sala e digli che ora vengo sùbito.Michele Rossengo era un pingue villano, arricchitosi con mezzadrìe di terreni e con usure nei mercati. Ritiratosi dalle faccende coloniche, ambiva ora le cariche cittadine, pronto a qualsiasi espediente pur di giungere a' suoi fini. Era più che cinquantenne, alto, corpulento, con un viso abbronzato in cui scintillano due malvagi [pg!145] occhi ambigui, e sorrideva di continuo come un uomo intimamente soddisfatto di sè.Quando entrai nella sala, mi venne incontro tendendomi la mano. Si tradiva dal suo contegno l'insolenza ingenerosa dell'uomo di volgo il quale, per un suo diritto, si senta forte contro il padrone.— Dunque, signor conte, bisognerà intenderci una buona volta! — egli disse, entrando sùbito nell'argomento e piantandosi a gambe larghe dinanzi a me, con le mani in tasca, mentre vi faceva tintinnire un mazzo di chiavi ed alcune monete. Uso a comandare nella sua casa e nelle osterie dove lo corteggiavano i suoi loschi faccendieri, egli parlava in tono altezzoso, facendo con le labbra un atto ch'era singolarmente ironico.— Sono pronto a ragionare con voi, caro Michele, — gli risposi con voce lusinghevole, avanzandogli una poltrona.— Ah?... ragionare? Sempre ragionare e pagare mai! — esclamò l'uomo, sedendo. E rise d'un riso villano che gli gonfiava la bocca e le vene del collo.— Mi sembra, caro Michele, che siate oggi di cattivo umore. Prima d'incominciare la discussione vi offrirò un bicchierino di quell'acquavite vecchia d'ottant'anni, alla quale non fate mai cattiva cera quando venite quassù.— Ci vuol altro che acquavite ormai! Buoni da mille ci vogliono, signor conte! — m'interruppe il Rossengo, fra il serio e il faceto, mentre io gli mettevo davanti la bottiglia preziosa e ne versavo due bicchierini colmi. Intanto, soffiando e bofonchiando, egli traeva da una tasca recondita un grosso fascio di cambiali, avvolte in un rogito notarile, e se lo batteva sul palmo della mano.— Che fate ora? Mettete via quelle porcherie! — lo esortai ridendo. — Non dátemi altre seccature, chè ne ho già troppe in questi giorni!Egli posò le cambiali su la tavola, vi diede sopra un gran pugno e tracannò l'acquavite d'un sorso.— Ah, le chiama porcherie, lei? Questa è buona! — diss'egli facendo schioccare la lingua contro il palato esperto. — Buona anche l'acquavite, non c'è che dire! [pg!146] Ma insomma, lasciando le chiacchere, me le paga o non me le paga, stavolta? Perchè ormai siamo vicini alla scadenza e non si tratta più che di pochi giorni.E bevve un altro sorso dal bicchierino che gli avevo riempito.— Sentite, Michele, — risposi con voce persuasiva, — mi conoscete ormai da un pezzo e proprio non sarebbe il caso di farmi un'angheria. Vi ho pagato sempre, vi pagherò anche stavolta, per bacco!— Bah, ci sono due settimane ancora... Veda un po' lei, si regoli per quel giorno, — replicò il Rossengo, scotendo la sua testa caparbia.— Via, non fate minaccie inutili! Fosse una cifra da poco, lo capirei; ma una somma simile non la si mette insieme in quindici giorni, lo sapete bene.— L'ho pur dovuta mettere io quando gliel'ho data, mio buon signore! Adesso me la faccio rendere; non sono che nel mio diritto.— Oh, voi, si capisce! Siete un uomo che tenete i vostri affari molto in ordine, avete il denaro facile, così facile che a Terracina tutti quanti vi salutano come un piccolo re. Mentr'io sono, viceversa, il disordine in persona. Quando si avvicinano le scadenze, devo sobbarcarmi ad una fatica sovrumana per far tacere i più esosi. Con voi, Dio buono, ci si conosce da tanti anni, e, vi dico la verità, finora non ci avevo neanche pensato.— Sì, sì, a maraviglia! Lei parla bene; ha la parola facile. Se le cambiali si pagassero così, con un bel discorso fatto a quattr'occhi, non ci sarebbe che dire! Ma io, vede, non la penso a questo modo. Io, questa volta, signor conte, per quanto mi dispiaccia, e sappia che lei è un buon giovine, questa volta, le dico, se non mi paga il giorno preciso, vado difilato in città e gliele protesto l'una dietro l'altra, tante quante sono!— Caro Michele, voi avete troppo cuore per usarmi una sgarberia simile! Oggi siete lunatico e sarebbe stato meglio se foste venuto un altro giorno.— Eh, no, sa! — egli rispose ironico. — In queste cose [pg!147] la penso tutti i giorni allo stesso modo. Non lo faccio per cattiveria, mi creda. Ma in questo momento, su la mia coscienza, ne ho bisogno e non potrei davvero transigere nemmeno con un figlio. Resteremo amici lo stesso, ma preferisco mettere le cose in regola.Era dunque inutile che gli continuassi a versare bicchierino su bicchierino dalla caraffa già vuota per metà; i suoi occhi brillavano, ma la sua mente restava implacabilmente lucida. Pensai di tergiversare.— So che state coltivando un progetto magnifico... almeno se devo credere alle voci che corrono, — dissi con noncuranza, non mostrandomi affatto sorpreso dalle sue parole.— Progetti se ne hanno sempre, — egli rispose con ambiguità. — Ho l'intenzione di liquidare tutto: questo è vero. Sono vecchio e non ho più voglia di vivere in continue tribolazioni. Anche i figli crescono, e vanno accampando esigenze di troppo superiori al loro stato... Bisogna finalmente tirare le reti in barca.— Meno male che le chiamate reti anche voi! Poveretti, que' pesci che vi caddero dentro alla cieca! Voi non volete nemmeno usare un poco di carità nell'aiutarli a trarsi fuori dalla rete.— Per bacco! — egli rispose agitandosi: — un po' ancora e si direbbe ch'io vengo qui per saltarle al collo!— Eh, quasi, mio buon Michele! Se dovessi raccontarvi tutte le mie disgrazie, avreste certo un poco di tolleranza!— Ma se non posso, le dico! Vuole che mi trovi a mal partito io per lasciarle fare i suoi comodi?— Oh... voi! Siete una volpe fina, voi! Il vostro pozzo non ha fondo e volete farmi credere d'essere a secco. Dite piuttosto che, per il vostro egoismo, non vi importa nulla di sacrificare i vecchi amici.— Ma che parole son queste! Glieli ho dati o no questi denari? Ho diritto o no di farmeli rendere? Uno che viene a farsi pagare, lei lo chiama un egoista? Ma sa che lei ha certe trovate straordinarie!— Là, là... non fingete di non comprendermi! So quel [pg!148] che dico e mi risulta che state per entrare in Municipio. Allora, naturalmente...— Ma chi le ha detto questo? — fece l'uomo, animandosi, con una smorfia di compiacimento.— Oh Dio, ne discorron tutti; è una cosa che tutti sanno; me ne avran parlato in cento. Ed io, che avevo il torto di credervi un buon amico, mi ero già prefisso di sostenere a spada tratta la vostra candidatura. Voi che fate invece? Mentre state per conoscere il peso degli onori pubblici, siccome può seccarvi che qualcuno dica: «Sì, è un uomo di polso, lo si potrebbe mandare in alto... però ha in giro qualche affaretto così e così...» voi preferite evitare sùbito le chiacchiere, senza riguardi per nessuno. Ecco perchè vi dicevo che siete un egoista.— Ma tutto questo cosa c'entra? Sono fantasie, caro signor conte! Che in Municipio ci sia forse un posticino anche per me, può darsi, e credo anzi che starebbe tanto bene a me come ad un altro...— Non dico di no.— Ma questo non ha niente a che vedere con gli affari miei propri. Se domani mi eleggono, mi fanno un piacere; se non mi eleggono me ne fanno due, perchè sono tanti grattacapi di meno... Le pare?— Via, Michele, rispetto all'elezione, se le voci sono vere, non v'è più alcun dubbio. Per conto mio seguiterò ad aiutarvi con tutte le mie forze e voi, per venire ad una conclusione, mi farete il piacere di rinnovarmi questa ipoteca per tre anni ancora.— Impossibile! Impossibile. Non parliamone più.— Lasciatemi dire... per tre anni ancora. E se a quel termine non vi pagherò tutto, siamo intesi che voi farete il protesto e vi prenderete la terra.— Nemmeno per sogno! — interruppe il Rossengo eccitandosi.— Ma, Dio buono, lasciatemi dire un momento! Cosa rischiate facendomi questo favore? L'ipoteca non muore, la terra è lì, nessuno la tocca ed è una garanzia che non corre pericolo. Se si tratta degli interessi, aggiungeremo [pg!149] anche quelli, e nel frattempo io saprò mettere le cose a posto con tutta mia pace. Andiamo, Rossengo! Se rifiutaste, dovrei credere proprio che mi vogliate portar via la terra oggi, che ne avete il mezzo, per il timore che un'occasione simile non vi càpiti più!— Non è questo, non è questo! Gli è... — spiegò Michele con una lieve titubanza — gli è che fra un anno, fra due, fra tre, si tornerebbe sempre alla stessa canzone.— Ma se vi dico di no!— Caro signor conte, io so benissimo come stanno le cose. Non le vorrei far torto, mi creda, ma noi ci teniamo al corrente per forza...— Dunque mi credete un uomo rovinato? È questo che volete dire?— Oh, questo, perdoni sa, lo si dice da un gran pezzo! Ma non è tutto lì.— Ah, non è tutto? Cosa c'è di nuovo? Se vi affermo che alla nuova scadenza potrò pagare, vuol dire che so press'a poco dove procurarmi la somma necessaria.— Ecco il punto grave! — diss'egli con un ridere grossolano, esaminando traverso la luce un altro bicchierino d'acquavite.— Sembra che non vogliate credermi, caro Michele! — feci, senza mostrare di adontarmene.— Oh, Dio, signor conte, sono cose delicate, cose che non mi riguardano... — egli osservò perplessamente.— Non fa nulla; dite pure.— Ma poi non se ne avrà per male, signor conte?— Perchè avermene a male? Dite, dite pure.— Ecco... — egli spiegò, cercando le parole. — Noi sapevamo da molto tempo, anzi lei stesso me ne aveva parlato... che il signor conte, a Roma, era fidanzato con una signorina ricchissima, e noi, naturalmente, conoscendo come stanno le cose, si contava molto su questo, perchè la terra insomma è sempre terra, e con le crisi agricole...Egli fece una pausa, mi guardò con i suoi occhi penetranti e riprese:— Invece ora è corsa voce che il matrimonio non si [pg!150] faccia più. In paese ne parlano come di cosa certa, ed allora, mi capisce, siccome fra noi si può parlar chiaro...— Ah, si dice questo? — esclamai, simulando una grande maraviglia. — Toh, questa mi piace!Compresi di non aver salvezza fuori dalla menzogna, e seguitai con sarcasmo:— Vorreste dirmi chi è quell'anima pietosa la quale avrebbe raccontata questa buona favola? E comica, sapete! Ma, già che siamo in argomento, parliamone pure a viso aperto. Ditemi per lo meno da che parte giunse fino a voi questa notizia sorprendente.— Un po' da tutte le parti, signor conte. Il mondo mormora, si finisce con saper tutto e non si ricorda mai da che bocca sia venuto il primo pettegolezzo. Il fatto è questo: dicono che per molte ragioni il matrimonio non si faccia più.— Sentiamo allora queste ragioni. In fede mia ne sono curioso.L'uomo tentennò il capo, si grattò la fronte, poi disse:— Chi ne racconta una, chi un'altra. La ragione prima sarebbe quella bella signora che lei ha condotta qui da Roma. Bella davvero! È francese, dica un po'?— È ungherese, ma fa lo stesso.— Per Dio, che creatura! che occhi!— Quando l'avete veduta voi?— A Fondi, alla Festa dei Fiori.— Bene, ma vediamo un po', Michele, e sia detto in confidenza, fra noi uomini... Quand'eravate fidanzato, voi, non vi siete permesso proprio nessun capriccio? Siate sincero, veh!— Oh, certo, prima e dopo, quanto a questo!— Dunque, non vorreste permettere anche a me la stessa cosa? Quand'un uomo è alla vigilia di prender moglie, talvolta si sente opprimere da una certa malinconìa... Bisogna farla passare. Insomma, lasciando gli scherzi, dite pure in città che la notizia è falsa. Non voglio darvene la prova, naturalmente, quantunque potrei anche sùbito mostrarvi le ultime sue lettere. Ma informàtevi [pg!151] meglio. Ed inoltre, sia detto fra noi, mettendo a parte ogni questione di amore o di non amore, vi sembra mai possibile che un uomo ridotto a mal partito come son io trascuri per un capriccio tutti quei milioni, con insieme una brava, una bella ragazza che domanda solo di offrirmeli? Bisognerebbe esser pazzi, vi pare?— Mah... questo l'ho sempre detto anch'io! — rispose il Rossengo, alzando le spalle.— No, credétemi — proseguii, battendogli una mano su la spalla, — queste sono malignità e gelosie di gente cattiva. Sentite: non fra un mese o due, ma domani se volessi! Ed io, lo dico a voi, Michele, già che ne parliamo, io vado un poco per le lunghe, perchè il matrimonio, come vi dicevo, è sempre una catena.Fosse la convinzione o l'effetto dell'acquavite che diminuiva sempre più nella caraffa, l'uomo parve man mano arrendersi a' miei ragionamenti.— Lei con tutto il rispetto, è sempre stato un gran briccone, signor Germano! — esclamò egli con allegra familiarità. — Se fossi certo che lei sposa la Laurenzano... eh, allora!...Ed i suoi occhi brilli splendevano di un luccicore intenso.— Lo credo io! con quel po' po' d'interesse a cui mi avete prestato il denaro... Bel mobile! Sopra una pietra da mulino, in vent'anni vi divorereste anche Roma!— Ah, si vuol lamentare adesso? — egli ribattè, vedendo le cose ora sotto una luce più gaia. — Metta insieme il rischio....— Che rischio!— La paura....— Che paura!— La pazienza...— Eh, via!... di pazienza ne ho dovuto aver io, e molta, per ottenere questa miserabile proroga! Se foste un uomo generoso, direste sùbito: Che mai! Al conte Guelfo tre anni farebbe schifo... Dieci gliene accordo, se vuole.— Ma io non ho promesso neanche un giorno! — egli [pg!152] esclamò con un riso triviale, battendo i due grossi pugni su la tavola, che traballò.— Su, Michele: chi ride consente.— No: chi tace, — egli corresse, un po' ebro.— Chi beve, dico io! Su bevétene ancora un goccio! È acquavite sincera.— Caro conte, lei vuol vedermi brillo perchè io rimetta le cambiali a dormire. Ma ho la testa divisa in due parti, io! Se m'ubbriaco da una, tutti i pensieri passano dall'altra. Il fatto è questo: se lei mi dà la prova che il matrimonio non è andato a monte, le concedo un anno, se no....— Tre anni, ho detto.— Impossibile; allora niente.— Due?— Mettiamo pure due, ma ci vuole questa prova.— Sono più che disposto a darvela, però non saprei quale.— Ecco: non ci sarebbe il mezzo di ottenere una riga solamente, sia pure in carta semplice, ma di proprio pugno della fidanzata? Una specie di garanzia privatissima da mettere insieme con le cambiali?— Ma cosa dite mai, caro Michele? Dov'è il vostro buon senso, per Bacco!— Ebbene, allora mi lasci far due righe di conti, — egli disse, traendosi di tasca un taccuino. — Io le rispondo ben chiaro: se nel prezzo dell'ipoteca ci stanno anche gli interessi, le concedo i due anni, altrimenti non parliamone più.— Ma, se non altro per pudore, non dovreste nemmeno pronunziare questa parola «interessi» davanti a me! Vi ricordate la somma che ho avuta per quelle cambiali?Egli fece con le spalle un movimento ruvido.— Non ricordo nulla, — disse. — La somma che conta è quella scritta qui.— Va bene, va bene: continuate pure i vostri calcoli.E per cinque minuti egli non fece che scarabocchiare cifre sbilenche.[pg!153] — A stretto rigore, — concluse infine — mancherebbe qualcosa; ma fingerò di non essermene accorto, perchè, non si sa mai, al mondo si può aver bisogno di tutti ed un servigio reso al prossimo non è mai perduto.— Ah, per Iddio! avete un coraggio sublime! — gli gridai ridendo. — In ogni modo non importa, e vi ringrazio lo stesso. Dunque siamo intesi: parola di Rossengo...— Parola di re! — proclamò l'usuraio, tendendomi la mano un po' tremula.— Ancora un ultimo sorso, — proposi, ricolmando i bicchierini.— Volentieri: quest'acquavite mi facilita la digestione.— Allora ve ne manderò qualche bottiglia a casa, e intanto alla salute vostra, Michele!— Grazie; alla sua, signor conte!Bevve, poi gli venne un pensiero.— E alla sposa di Roma! — soggiunse.— Alla sposa di Roma! — ripetei senza esitare, con una incoscienza che stupiva me stesso.Finalmente il Rossengo si levò; era quasi del tutto brillo, aveva le guance rosse, il fiato greve. Ancora, su la soglia, si volse per ripetermi:— Dica, signor conte, non si dimentichi poi quelle certe bottiglie...— Sì, le bottiglie d'acquavite? Siamo intesi, le avrete. A rivederci, Michele.E uscì.[pg!154]
Seduta sotto la pergola di vite americana, Elena guarniva di fiori un suo cappello primaverile; io leggevo ad alta voce un libro del Taine, il suoVoyage en Italie, dov'erano pagine deliziose intorno al Convento di Montecassino.
— Come vorrei visitare quel convento! — Elena mi disse allora.
— Vi andremo, se lo desideri. Anzi vi resteremo qualche giorno. Quei frati sono albergatori squisiti e tengono un'ottima foresterìa.
— Si può anche abitarvi?
— Certo. Io vi sono stato già una volta.
— E con chi?
— Solo.
— Via... non lo credo! In mezzo ai frati, e solo?
— Di fatti avevo una compagna. Venne con me un'amica d'allora, una tedesca bionda come la birra.
— E i frati?
— Oh, i frati ne hanno l'abitudine ormai!
In quel momento la domestica venne ad annunziare che Michele Rossengo era salito alla villa e domandava di parlarmi.
— Fallo entrare in sala e digli che ora vengo sùbito.
Michele Rossengo era un pingue villano, arricchitosi con mezzadrìe di terreni e con usure nei mercati. Ritiratosi dalle faccende coloniche, ambiva ora le cariche cittadine, pronto a qualsiasi espediente pur di giungere a' suoi fini. Era più che cinquantenne, alto, corpulento, con un viso abbronzato in cui scintillano due malvagi [pg!145] occhi ambigui, e sorrideva di continuo come un uomo intimamente soddisfatto di sè.
Quando entrai nella sala, mi venne incontro tendendomi la mano. Si tradiva dal suo contegno l'insolenza ingenerosa dell'uomo di volgo il quale, per un suo diritto, si senta forte contro il padrone.
— Dunque, signor conte, bisognerà intenderci una buona volta! — egli disse, entrando sùbito nell'argomento e piantandosi a gambe larghe dinanzi a me, con le mani in tasca, mentre vi faceva tintinnire un mazzo di chiavi ed alcune monete. Uso a comandare nella sua casa e nelle osterie dove lo corteggiavano i suoi loschi faccendieri, egli parlava in tono altezzoso, facendo con le labbra un atto ch'era singolarmente ironico.
— Sono pronto a ragionare con voi, caro Michele, — gli risposi con voce lusinghevole, avanzandogli una poltrona.
— Ah?... ragionare? Sempre ragionare e pagare mai! — esclamò l'uomo, sedendo. E rise d'un riso villano che gli gonfiava la bocca e le vene del collo.
— Mi sembra, caro Michele, che siate oggi di cattivo umore. Prima d'incominciare la discussione vi offrirò un bicchierino di quell'acquavite vecchia d'ottant'anni, alla quale non fate mai cattiva cera quando venite quassù.
— Ci vuol altro che acquavite ormai! Buoni da mille ci vogliono, signor conte! — m'interruppe il Rossengo, fra il serio e il faceto, mentre io gli mettevo davanti la bottiglia preziosa e ne versavo due bicchierini colmi. Intanto, soffiando e bofonchiando, egli traeva da una tasca recondita un grosso fascio di cambiali, avvolte in un rogito notarile, e se lo batteva sul palmo della mano.
— Che fate ora? Mettete via quelle porcherie! — lo esortai ridendo. — Non dátemi altre seccature, chè ne ho già troppe in questi giorni!
Egli posò le cambiali su la tavola, vi diede sopra un gran pugno e tracannò l'acquavite d'un sorso.
— Ah, le chiama porcherie, lei? Questa è buona! — diss'egli facendo schioccare la lingua contro il palato esperto. — Buona anche l'acquavite, non c'è che dire! [pg!146] Ma insomma, lasciando le chiacchere, me le paga o non me le paga, stavolta? Perchè ormai siamo vicini alla scadenza e non si tratta più che di pochi giorni.
E bevve un altro sorso dal bicchierino che gli avevo riempito.
— Sentite, Michele, — risposi con voce persuasiva, — mi conoscete ormai da un pezzo e proprio non sarebbe il caso di farmi un'angheria. Vi ho pagato sempre, vi pagherò anche stavolta, per bacco!
— Bah, ci sono due settimane ancora... Veda un po' lei, si regoli per quel giorno, — replicò il Rossengo, scotendo la sua testa caparbia.
— Via, non fate minaccie inutili! Fosse una cifra da poco, lo capirei; ma una somma simile non la si mette insieme in quindici giorni, lo sapete bene.
— L'ho pur dovuta mettere io quando gliel'ho data, mio buon signore! Adesso me la faccio rendere; non sono che nel mio diritto.
— Oh, voi, si capisce! Siete un uomo che tenete i vostri affari molto in ordine, avete il denaro facile, così facile che a Terracina tutti quanti vi salutano come un piccolo re. Mentr'io sono, viceversa, il disordine in persona. Quando si avvicinano le scadenze, devo sobbarcarmi ad una fatica sovrumana per far tacere i più esosi. Con voi, Dio buono, ci si conosce da tanti anni, e, vi dico la verità, finora non ci avevo neanche pensato.
— Sì, sì, a maraviglia! Lei parla bene; ha la parola facile. Se le cambiali si pagassero così, con un bel discorso fatto a quattr'occhi, non ci sarebbe che dire! Ma io, vede, non la penso a questo modo. Io, questa volta, signor conte, per quanto mi dispiaccia, e sappia che lei è un buon giovine, questa volta, le dico, se non mi paga il giorno preciso, vado difilato in città e gliele protesto l'una dietro l'altra, tante quante sono!
— Caro Michele, voi avete troppo cuore per usarmi una sgarberia simile! Oggi siete lunatico e sarebbe stato meglio se foste venuto un altro giorno.
— Eh, no, sa! — egli rispose ironico. — In queste cose [pg!147] la penso tutti i giorni allo stesso modo. Non lo faccio per cattiveria, mi creda. Ma in questo momento, su la mia coscienza, ne ho bisogno e non potrei davvero transigere nemmeno con un figlio. Resteremo amici lo stesso, ma preferisco mettere le cose in regola.
Era dunque inutile che gli continuassi a versare bicchierino su bicchierino dalla caraffa già vuota per metà; i suoi occhi brillavano, ma la sua mente restava implacabilmente lucida. Pensai di tergiversare.
— So che state coltivando un progetto magnifico... almeno se devo credere alle voci che corrono, — dissi con noncuranza, non mostrandomi affatto sorpreso dalle sue parole.
— Progetti se ne hanno sempre, — egli rispose con ambiguità. — Ho l'intenzione di liquidare tutto: questo è vero. Sono vecchio e non ho più voglia di vivere in continue tribolazioni. Anche i figli crescono, e vanno accampando esigenze di troppo superiori al loro stato... Bisogna finalmente tirare le reti in barca.
— Meno male che le chiamate reti anche voi! Poveretti, que' pesci che vi caddero dentro alla cieca! Voi non volete nemmeno usare un poco di carità nell'aiutarli a trarsi fuori dalla rete.
— Per bacco! — egli rispose agitandosi: — un po' ancora e si direbbe ch'io vengo qui per saltarle al collo!
— Eh, quasi, mio buon Michele! Se dovessi raccontarvi tutte le mie disgrazie, avreste certo un poco di tolleranza!
— Ma se non posso, le dico! Vuole che mi trovi a mal partito io per lasciarle fare i suoi comodi?
— Oh... voi! Siete una volpe fina, voi! Il vostro pozzo non ha fondo e volete farmi credere d'essere a secco. Dite piuttosto che, per il vostro egoismo, non vi importa nulla di sacrificare i vecchi amici.
— Ma che parole son queste! Glieli ho dati o no questi denari? Ho diritto o no di farmeli rendere? Uno che viene a farsi pagare, lei lo chiama un egoista? Ma sa che lei ha certe trovate straordinarie!
— Là, là... non fingete di non comprendermi! So quel [pg!148] che dico e mi risulta che state per entrare in Municipio. Allora, naturalmente...
— Ma chi le ha detto questo? — fece l'uomo, animandosi, con una smorfia di compiacimento.
— Oh Dio, ne discorron tutti; è una cosa che tutti sanno; me ne avran parlato in cento. Ed io, che avevo il torto di credervi un buon amico, mi ero già prefisso di sostenere a spada tratta la vostra candidatura. Voi che fate invece? Mentre state per conoscere il peso degli onori pubblici, siccome può seccarvi che qualcuno dica: «Sì, è un uomo di polso, lo si potrebbe mandare in alto... però ha in giro qualche affaretto così e così...» voi preferite evitare sùbito le chiacchiere, senza riguardi per nessuno. Ecco perchè vi dicevo che siete un egoista.
— Ma tutto questo cosa c'entra? Sono fantasie, caro signor conte! Che in Municipio ci sia forse un posticino anche per me, può darsi, e credo anzi che starebbe tanto bene a me come ad un altro...
— Non dico di no.
— Ma questo non ha niente a che vedere con gli affari miei propri. Se domani mi eleggono, mi fanno un piacere; se non mi eleggono me ne fanno due, perchè sono tanti grattacapi di meno... Le pare?
— Via, Michele, rispetto all'elezione, se le voci sono vere, non v'è più alcun dubbio. Per conto mio seguiterò ad aiutarvi con tutte le mie forze e voi, per venire ad una conclusione, mi farete il piacere di rinnovarmi questa ipoteca per tre anni ancora.
— Impossibile! Impossibile. Non parliamone più.
— Lasciatemi dire... per tre anni ancora. E se a quel termine non vi pagherò tutto, siamo intesi che voi farete il protesto e vi prenderete la terra.
— Nemmeno per sogno! — interruppe il Rossengo eccitandosi.
— Ma, Dio buono, lasciatemi dire un momento! Cosa rischiate facendomi questo favore? L'ipoteca non muore, la terra è lì, nessuno la tocca ed è una garanzia che non corre pericolo. Se si tratta degli interessi, aggiungeremo [pg!149] anche quelli, e nel frattempo io saprò mettere le cose a posto con tutta mia pace. Andiamo, Rossengo! Se rifiutaste, dovrei credere proprio che mi vogliate portar via la terra oggi, che ne avete il mezzo, per il timore che un'occasione simile non vi càpiti più!
— Non è questo, non è questo! Gli è... — spiegò Michele con una lieve titubanza — gli è che fra un anno, fra due, fra tre, si tornerebbe sempre alla stessa canzone.
— Ma se vi dico di no!
— Caro signor conte, io so benissimo come stanno le cose. Non le vorrei far torto, mi creda, ma noi ci teniamo al corrente per forza...
— Dunque mi credete un uomo rovinato? È questo che volete dire?
— Oh, questo, perdoni sa, lo si dice da un gran pezzo! Ma non è tutto lì.
— Ah, non è tutto? Cosa c'è di nuovo? Se vi affermo che alla nuova scadenza potrò pagare, vuol dire che so press'a poco dove procurarmi la somma necessaria.
— Ecco il punto grave! — diss'egli con un ridere grossolano, esaminando traverso la luce un altro bicchierino d'acquavite.
— Sembra che non vogliate credermi, caro Michele! — feci, senza mostrare di adontarmene.
— Oh, Dio, signor conte, sono cose delicate, cose che non mi riguardano... — egli osservò perplessamente.
— Non fa nulla; dite pure.
— Ma poi non se ne avrà per male, signor conte?
— Perchè avermene a male? Dite, dite pure.
— Ecco... — egli spiegò, cercando le parole. — Noi sapevamo da molto tempo, anzi lei stesso me ne aveva parlato... che il signor conte, a Roma, era fidanzato con una signorina ricchissima, e noi, naturalmente, conoscendo come stanno le cose, si contava molto su questo, perchè la terra insomma è sempre terra, e con le crisi agricole...
Egli fece una pausa, mi guardò con i suoi occhi penetranti e riprese:
— Invece ora è corsa voce che il matrimonio non si [pg!150] faccia più. In paese ne parlano come di cosa certa, ed allora, mi capisce, siccome fra noi si può parlar chiaro...
— Ah, si dice questo? — esclamai, simulando una grande maraviglia. — Toh, questa mi piace!
Compresi di non aver salvezza fuori dalla menzogna, e seguitai con sarcasmo:
— Vorreste dirmi chi è quell'anima pietosa la quale avrebbe raccontata questa buona favola? E comica, sapete! Ma, già che siamo in argomento, parliamone pure a viso aperto. Ditemi per lo meno da che parte giunse fino a voi questa notizia sorprendente.
— Un po' da tutte le parti, signor conte. Il mondo mormora, si finisce con saper tutto e non si ricorda mai da che bocca sia venuto il primo pettegolezzo. Il fatto è questo: dicono che per molte ragioni il matrimonio non si faccia più.
— Sentiamo allora queste ragioni. In fede mia ne sono curioso.
L'uomo tentennò il capo, si grattò la fronte, poi disse:
— Chi ne racconta una, chi un'altra. La ragione prima sarebbe quella bella signora che lei ha condotta qui da Roma. Bella davvero! È francese, dica un po'?
— È ungherese, ma fa lo stesso.
— Per Dio, che creatura! che occhi!
— Quando l'avete veduta voi?
— A Fondi, alla Festa dei Fiori.
— Bene, ma vediamo un po', Michele, e sia detto in confidenza, fra noi uomini... Quand'eravate fidanzato, voi, non vi siete permesso proprio nessun capriccio? Siate sincero, veh!
— Oh, certo, prima e dopo, quanto a questo!
— Dunque, non vorreste permettere anche a me la stessa cosa? Quand'un uomo è alla vigilia di prender moglie, talvolta si sente opprimere da una certa malinconìa... Bisogna farla passare. Insomma, lasciando gli scherzi, dite pure in città che la notizia è falsa. Non voglio darvene la prova, naturalmente, quantunque potrei anche sùbito mostrarvi le ultime sue lettere. Ma informàtevi [pg!151] meglio. Ed inoltre, sia detto fra noi, mettendo a parte ogni questione di amore o di non amore, vi sembra mai possibile che un uomo ridotto a mal partito come son io trascuri per un capriccio tutti quei milioni, con insieme una brava, una bella ragazza che domanda solo di offrirmeli? Bisognerebbe esser pazzi, vi pare?
— Mah... questo l'ho sempre detto anch'io! — rispose il Rossengo, alzando le spalle.
— No, credétemi — proseguii, battendogli una mano su la spalla, — queste sono malignità e gelosie di gente cattiva. Sentite: non fra un mese o due, ma domani se volessi! Ed io, lo dico a voi, Michele, già che ne parliamo, io vado un poco per le lunghe, perchè il matrimonio, come vi dicevo, è sempre una catena.
Fosse la convinzione o l'effetto dell'acquavite che diminuiva sempre più nella caraffa, l'uomo parve man mano arrendersi a' miei ragionamenti.
— Lei con tutto il rispetto, è sempre stato un gran briccone, signor Germano! — esclamò egli con allegra familiarità. — Se fossi certo che lei sposa la Laurenzano... eh, allora!...
Ed i suoi occhi brilli splendevano di un luccicore intenso.
— Lo credo io! con quel po' po' d'interesse a cui mi avete prestato il denaro... Bel mobile! Sopra una pietra da mulino, in vent'anni vi divorereste anche Roma!
— Ah, si vuol lamentare adesso? — egli ribattè, vedendo le cose ora sotto una luce più gaia. — Metta insieme il rischio....
— Che rischio!
— La paura....
— Che paura!
— La pazienza...
— Eh, via!... di pazienza ne ho dovuto aver io, e molta, per ottenere questa miserabile proroga! Se foste un uomo generoso, direste sùbito: Che mai! Al conte Guelfo tre anni farebbe schifo... Dieci gliene accordo, se vuole.
— Ma io non ho promesso neanche un giorno! — egli [pg!152] esclamò con un riso triviale, battendo i due grossi pugni su la tavola, che traballò.
— Su, Michele: chi ride consente.
— No: chi tace, — egli corresse, un po' ebro.
— Chi beve, dico io! Su bevétene ancora un goccio! È acquavite sincera.
— Caro conte, lei vuol vedermi brillo perchè io rimetta le cambiali a dormire. Ma ho la testa divisa in due parti, io! Se m'ubbriaco da una, tutti i pensieri passano dall'altra. Il fatto è questo: se lei mi dà la prova che il matrimonio non è andato a monte, le concedo un anno, se no....
— Tre anni, ho detto.
— Impossibile; allora niente.
— Due?
— Mettiamo pure due, ma ci vuole questa prova.
— Sono più che disposto a darvela, però non saprei quale.
— Ecco: non ci sarebbe il mezzo di ottenere una riga solamente, sia pure in carta semplice, ma di proprio pugno della fidanzata? Una specie di garanzia privatissima da mettere insieme con le cambiali?
— Ma cosa dite mai, caro Michele? Dov'è il vostro buon senso, per Bacco!
— Ebbene, allora mi lasci far due righe di conti, — egli disse, traendosi di tasca un taccuino. — Io le rispondo ben chiaro: se nel prezzo dell'ipoteca ci stanno anche gli interessi, le concedo i due anni, altrimenti non parliamone più.
— Ma, se non altro per pudore, non dovreste nemmeno pronunziare questa parola «interessi» davanti a me! Vi ricordate la somma che ho avuta per quelle cambiali?
Egli fece con le spalle un movimento ruvido.
— Non ricordo nulla, — disse. — La somma che conta è quella scritta qui.
— Va bene, va bene: continuate pure i vostri calcoli.
E per cinque minuti egli non fece che scarabocchiare cifre sbilenche.
[pg!153] — A stretto rigore, — concluse infine — mancherebbe qualcosa; ma fingerò di non essermene accorto, perchè, non si sa mai, al mondo si può aver bisogno di tutti ed un servigio reso al prossimo non è mai perduto.
— Ah, per Iddio! avete un coraggio sublime! — gli gridai ridendo. — In ogni modo non importa, e vi ringrazio lo stesso. Dunque siamo intesi: parola di Rossengo...
— Parola di re! — proclamò l'usuraio, tendendomi la mano un po' tremula.
— Ancora un ultimo sorso, — proposi, ricolmando i bicchierini.
— Volentieri: quest'acquavite mi facilita la digestione.
— Allora ve ne manderò qualche bottiglia a casa, e intanto alla salute vostra, Michele!
— Grazie; alla sua, signor conte!
Bevve, poi gli venne un pensiero.
— E alla sposa di Roma! — soggiunse.
— Alla sposa di Roma! — ripetei senza esitare, con una incoscienza che stupiva me stesso.
Finalmente il Rossengo si levò; era quasi del tutto brillo, aveva le guance rosse, il fiato greve. Ancora, su la soglia, si volse per ripetermi:
— Dica, signor conte, non si dimentichi poi quelle certe bottiglie...
— Sì, le bottiglie d'acquavite? Siamo intesi, le avrete. A rivederci, Michele.
E uscì.
[pg!154]