IV´NIAS, VENATIÓ, VÉLA, POMPÉIS, VENÁTIO, FADÍVM, CENÁCVLA SEXTÁS, ANNÓS, SATRIÓ, LVGRÉTIO, MV´NIFICO, PRÓ, VÁRVS, SÍRICVM, etc.
IV´NIAS, VENATIÓ, VÉLA, POMPÉIS, VENÁTIO, FADÍVM, CENÁCVLA SEXTÁS, ANNÓS, SATRIÓ, LVGRÉTIO, MV´NIFICO, PRÓ, VÁRVS, SÍRICVM, etc.
Si dirà che questi sono accenti? Ma accenti anche su quelVenatió, Sextás, Amnós, SATRIÓ, MV´NIFICO? S’aggiungerà che non sono sulla vocale I? Ma l’abbiano in quel SÍRICVM, FADÍVM.
Ma lasciamo questi esempî pompeiani e adduciamone altri più a proposito per la nostra lapide, nella quale gli apici potrebbero essere d’altronde,tante altre gagliofferie che in questa stessa lapide fece l’ignorantissimo scalpellino[1033]. Lapidi adunque con gli apici sull’I, ve ne sono e ne vediamo una nelMuseo Veronese[1034], un titoletto riportato dal Lupi[1035], che è del tempo di Domiziano, ossia dell’epoca della nostra. Un’altra fu riportata dal Chimentelli[1036]; v’è inoltre quella di C. Livio Clemente riferita da Zaccaria[1037], e per finire dirò che v’è la famosa lapide di Furfone[1038](V. pag. 303).
(litt, maior.) a. u. 696.
(litt, maior.) a. u. 696.
Il Garrucci[1039]descrisse questa lapide e ne fece fare un calco in carta. Un altro calco, pure in carta, fu fatto dal Bormann, e il Ritschel ne fece fare un disegno e lo pubblicò. Ma non ostante che gli apici fossero 36 e bene incisi sul marmo, pure, come dice il P. Garrucci[1040],legere non noverunt neque animadverterunt. E mentre il Mommsen faceva strani ghigni e versacci quando vedeva le riproduzioni del Ritschel ed assicurava che questi prendeva facilmente degli abbagli, pure, quando si trattò di contradire il Garrucci, ricorse tosto ai calchi del Ritschel che erano privi di apici, e negò che vi fossero: ed il Mommsen, a colui che, a suo parere, prendeva sempre abbagli (il Ritschel), questa volta (che in realtà l’aveva preso) diè ragione, dichiarando il Garrucci l’allucinato. Ma il dotto gesuita fece fare un accurato calco in gesso della lapide e ne pubblicò un’esatta riproduzione in una dissertazione archeologica[1041].
Gli apici c’erano purtroppo, e tutti sull’I; il granchio l’aveva preso il Mommsen; il quale, non sapendo che rispondere, cercò una scappatoia e disse: i punti sono stati aggiunti da mano moderna!!! Bravo!
Come si fa presto a levarsi dagli imbarazzi!
Siamo dunque leali. Il Garrucci diceva: i punti vi sono; non so che significhino, ma vi sono. Ed io dico: iscrizioni con apici, o punti vi sono. Saranno eccezioni, ma vi sono; e non è lecito dire che una lapide, specialmente se è nota la sua storia, sia falsificazione del secolo XVII, solo perchè ha i punti. Anzi aggiungo che i punti triangolari od apici sull’I, sono anch’essi unaprova dell’autenticità della lapide; perchè essendo quelli cosa eccezionalissima nell’epigrafia, il falsario si sarebbe bene guardato dal metterli; volendo falsificarla, egli avrebbe data ad essa ogni apparenza di genuinità, omettendo cioè tutto ciò che poteva renderla sospetta. Avrebbe, dico, fatta l’iscrizione imitando la paleografia dell’epoca cui voleva riportarla, ed avrebbe tralasciato di mettere gli apici sull’I per meglio ingannare il compratore[1042]. Ma poi, che bisogno aveva un falsario del secolo XVII, di fare quell’iscrizione, se lui, con quella lapide stessa, poteva ottenere il suo scopo senza incidervi «Sic premia servas» essendovi (nell’altra parte) l’iscrizione diAugurina Aureliache è certamente genuina e antica? Sarebbe bastato darla al compratore come si trovava! Il guadagno l’avrebbe avuto lo stesso, e vendendo una cosa autentica!
Inoltre il De Rossi (come s’è detto) fa questo ragionamento: il Grimaldi fece il disegno dell’iscrizione in musaico del Vaticano, ed in esso (disegno) non vi sono punti sull’I. Dunque in origine non v’erano, e furono aggiunti sotto Urbano VIII quando fu tutta arbitrariamente rifatta. Ed io potrei argomentare lo stesso: l’Aringhi, il primo editore della lapideSic premia servas, e quanti dopo di lui la pubblicarono, la pubblicarono senza i punti sugli I. Più tardi poi la vediamo pubblicata con punti rotondi ed altre volte triangolari. Dunque, in origine, quando fu scoperta nel cimitero di S. Agnese, era senza punti. Più tardi furono aggiunti. Che ti sembra, o lettore, di questo ragionamento? Io non avrei difficoltà in ammetterlo, perchènon impedirebbema confermerebbe la genuità della lapide. Ma bisognerebbe dimostrarlo, e non basta l’esempio del Grimaldi, il quale avrebbe potuto anch’egli neglettere, come l’Aringhi, i punti sull’I[1043]. Ma se tanta era la mania di mettere i punti triangolari sull’I, in lapidi esistenti, come vorrebbe il Mommsen relativamente alla lapide Furfonense, anche noi, se così vogliono gli archeologi moderni, diremo, che furono aggiuntiarbitrariamenteai tempi di Urbano VIII, benchè, come nella lapide di Furfone, non vi sia ragione di sorta per asserirlo[1044].
E qui aggiungerò quanto il Garrucci[1045]dice intorno alla forma dei segni che noi vediamo appunto nella lapide di Gaudenzio: «una proposizione finalmente (così Egli) parmi degna di nota, quella dico, del Ch. Ritschel, il quale scrive che l’apice posto sopra le lettere non ebbe mai la figura di punto:puncti figuram apex ne habuit quidem unquam. All’apice sia che si consideri come distintivo della quantità, sia che dell’accento acuto insieme e della quantità, trovasi surrogato ilPUNTOinAlbina BrvˆtiF. e inFâtvdella beneventana epigrafe già da me citata.... Ma inoltre di esso punto è marcato l’I lungo, e non alla maniera singolare al certo, delle lapidi di Furfone e di Fiume. Siano esempio PÎSO, così scritto in due nitidissimi esemplari del Museo Vaticano.... il che fa salire l’uso del punto sugli I un quindici anni avanti ai primi esempii di punti impressi sugli V, che non precedono il 680, laddove il danaro di Lucio Pisone dimostrato dal Cavedoni coll’assentimento del Borghesi, battuto circa il 665[1046]. Un esempio forse più remoto, di tal paleografia erasi citato dal Borghesi[1047], e fu da me richiamato nella dissertazione medesima: leggesi inciso in un bollo di mattone così scritto: M. ALFÎSI. F. Laonde fa maraviglia come il ch.º Ritschel abbia potuto asserirepuncti figuram apex ne habuit quidem unquam».
A quest’esempio si può aggiungere un altro, trovato parimenti in bollo figulino dei tempi degli Antonini, bollo che io stesso ho veduto co’ miei occhi, e che ognuno può vedere nel monumento, al suo posto (od anche nell’opera pubblicata da Gio. Battista Lugari)[1048], in cui sull’I diFelicissimoè manifesto il punto rotondo, e mostra esser questo l’uso volgare di scrivere.
OPVS DOLIARE. NEGOTIAN || TE AVR FEiCISSM
(delfino)
I punti od apici dunque che troviamo sull’I della lapide di Gaudenzio non sono sufficienti per farla dichiarare falsificazione dei tempi di Urbano VIII.
***
Ma è già tempo di esaminare la seconda opinione, la quale ci darà motivo di studiare la nostra lapide più particolareggiatamente sotto l’aspetto paleografico.
I seguaci di quest’opinione ritengono che l’iscrizione «Sic premia servas» sia stata incisa nel secolo V. Il Bellori non le assegna un’epoca precisa, ma dopo aver detto che la lapide èneque spuria neque recens, aggiunge che la ortografia e la forma dei caratteri indicano essere molto posteriore ai tempi Vespasianei:sed orthographia et caractheres longe sequiorem Vespasiano Augusto aetatem indicant. Il Nibby, già da noi altre volte citato, è più esplicito nell’esprimere la sua opinione, e dice che lostile della lapidein questione,presenta tutta l’apparenza del secolo V.
Io non so comprendere come nel secolo V, quando per certo non si pensava a falsificazioni, si volesse formare un epitaffio, che, per lo scritto, dovrebbe riferirsi a Vespasiano. È vero che il Gori, come dicemmo, con maravigliosa disinvoltura afferma che quell’epitaffioè una riproduzione di qualche leggenda popolare: ma, di grazia,una riproduzionein marmo, diuna leggenda popolareintorno ad un fatto accaduto circa trecento anni indietro, non ci farebbe dir vero il fatto che in esso marmo è scritto? Ignora forse i carmi di Damaso i quali si riferiscono a fatti di molto anteriori a quel Papa, v. g.Hic habitasse priused altri?
Ma lasciamo questo punto per sè chiarissimo, e studiamo la cosa secondo i canoni della scienza archeologica cristiana.
Verso la fine del secolo IV, la sepoltura nei cimiteri sotterranei addivenne più rara, e agli esordî del secolo V, e precisamente dal sesto all’ottavo anno di questo secolo, secondo il De Rossi[1049], o l’anno 426 secondo l’Armellini[1050], cessò. Ora la nostra lapide è cimiteriale, anzi, come vedemmo, fu estratta da un cimitero. Dunque dovrebbe essere stata scritta nel primo decennio[1051]del secolo V. Ma se ciò è possibile per sè, è però impossibile dimostrarlo.
Dire poi che nellecatacombesi scrivessero lapidi per ingannare i posteri, o si riproducesseroleggende popolari contrarie alla verità storica, come piacque di asserire al Gori, è ardito ed inverosimile; e il marmo stesso, per sua natura cimiteriale, esclude questa ridicola asserzione. È vero nondimeno che nel secolo V furono usate molte lapidi cimiteriali per chiudereformaee coprire sarcofagi che si trovavano nei cimiterî sopratterra, e che nel rovescio di quelle lapidi furono scritti epitaffi in memoria dei defunti deposti sopratterra; ma è ridicolo pensare che nel secolo V fosse deposto sopratterra un defunto, il quale, secondo l’iscrizione, morì sotto Vespasiano.
Ma poi è inutile insistere.
La lapide fu trovata in un cimitero sotterraneo e non sopratterra, e questo basta per dimostrare che è cimiteriale e quindi anteriore almeno ai primi anni del secolo V. Vediamo piuttosto quali ragioni abbiano spinto il Bellori e il Nibby a credere la nostra iscrizione opera antica sì, ma di molto posteriore a Vespasiano o perchè abbia tutta l’apparenza del secolo V.
Due sono le ragioni addotte dal Bellori: 1ºorthographia et caractheres; 2ºin ipsa non amphitheatri sed theatri mentio habetur.
Già feci notare che il criterio paleografico è poco dimostrativo se si trova disgiunto dagli altri criterî, dei quali è mestieri sempre tener conto allorchè si tratta della sentenza capitale di una lapide. Ora s’è visto già che gli altri criterî s’addicono, e molto bene, alla nostra iscrizione. Dunque dalla sola paleografia non può trarsi argomento sicuro, e se ciò si tentasse, sarebbe far uso di essasenza giudizio, come dice il De Rossi.
Di più: l’argomento tratto dalla paleografia ha forza quando si tratta di lapidi appartenenti a monumenti pubblici e solenni, ed anche parlandosi di epitaffi cimiteriali incisi da mano perita e secondo le regole dell’arte. Allora giovano certamente a farci distinguere le diverse epoche; ma non già quando si tratta di lapidi private, di epitaffi cimiteriali incisi da mano inesperta, con fretta o con caratteri trascurati. In questo caso non si può trarre prova di sorta; e fallace assai sarà il giudizio dedotto da questo solo argomento, perchè:Non semper e complexu litterarum aetatem erui fas est; nam bene potuit etiam saeculo primo lapicida quilibet, sine ex negligentia, sive ex imperitia, litteras inelegantes describere[1052].
L’iscrizione «Sic premia servas» trovasi precisamente nel numero di queste seconde lapidi, e dalla sua paleografia non si può dedurre essere del sec. V. Il Fabbretti[1053]d’altronde già aveva insegnato quanto fosse fallace il giudizio d’una lapide basato su i soli caratteri: «Incertum et fallax esse probationis genus ex caractherum conformatione tempora distinguere». Il Maffei[1054]. aggiunge: «Satis profecto colligi iam posse arbitror quamfallaxetambiguascripturae coniectura sit, dies enim in re deficeret, ubi singula quae in hanc rem animadverti proferre velim....infirmumergo in litterarum exaratione argumentum est ad aetatem lapidum eruendam. Scripturae argumentum generatimminime certum est, indubitatum esse ita ut ex eo tantum de sinceritate lapidum possimus decernere, nam ea quidem quandoque est in lapidibusscriptum facies ut validum aut vetustatis aut novitatis iudicium faciat, atsaepissimeita ambigua est, utARGUI NIHIL POSSIT. Secundohaberi pro certo velim aberrare toto coeloqui e litteris num sub Traiano an sub Commodo, num secundo vel tertio vel alio quopiam saeculo.... inscripti lapides fuerint decidi posse opinantur».
Il maestro finalmente dell’arte lapidaria[1055], scrisse: «Neque a Maffeio dissentio, quem verissime scripsisse puto.... ut iiomnino fallantur quiPLERUMQUE.... AETATEM INSCRIPTIONUM CERTEse nosse dictitant». Si dice che questifinisconopoiquasi con disdirsi; e chein pratica sovente affermano, questa o quella lapide offerire lettere di questo o quel secolo.
Questa è un’ingiuria che si fa a questi uomini dotti e maestri dell’arte lapidaria; ma dato pure che si siano serviti del criterio paleografico più spesso di quello che in realtà fu, non possiamo però dire che nel determinar essi l’epoca ad una lapide, abbiano trascurato gli altri canoni da loro stessi posti; e se, scrivendo, si contentarono di accennare una delle ragioni della loro affermazione, dovettero però sottintendere le altre, dalle quali la paleografia non deve andar disgiunta.
Del resto, noi non dobbiamo guardare alle azioni degli uomini i quali tuttihumana patiuntur, ma alle loro dottrine: e se queste sono ragionevoli, giuste e rette, dobbiamo aderire ad esse senza punto badare alle loro azioni individuali opposte ai principî retti e alle dottrine sane e vere che essi stessi dettarono; e ciò che essi non fecero per qualche ragione speciale, dobbiamo farlo noi seguendo i loro dettati.
Quando poi si desiderasse una dimostrazione pratica, e quindi convincente, della veracità, rettitudine e ragionevolezza dei principî posti da quei sommi uomini; quando, cioè, si volesse vedere che basare il giudizio di una lapide sopra la paleografia, sarebbe un giudizio assai fallace, ambiguo ed erroneo, si confronti per poco questa nostra lapide con epigrafi antichissime di età certa, e se ne troverà un confronto nei bronzi, nei graffiti, nelle pitture, nei marmi di grossa e piccola mole, e nelle lapidi anche di epoca molto antica e dei secoli migliori.
Così, per es., l’A nel nostro marmo ha qualche volta la sbarra ad angolo; e tutti sappiamo che questa forma fu comune e molto usata appunto nel secolo V e nei secoli posteriori. Ma sappiamo altresì che questa forma di A, si trova pur anche usata innanzi alla prima guerra punica, nelle monete della metà del secolo VI di Roma, ed in altre dell’èra repubblicana[1056]. Nei marmidei secoli anteriori all’Impero[1057], e parimenti in quelli del secolo I dell’Impero troviamo l’A della forma citata. Così nelC. D. R. N.pag. 113, n. 220, leggiamo una lapide pompeiana con l’A di tal forma; e il Xengeimester (Inscript. pariet.Pomp. Vol. IV), c’insegna che questa forma di A fu usata nelle iscrizioni delle pareti di Pompei, le quali non possono essere posteriori all’anno 80 dell’êra volgare, vale a dire all’età a cui dovrebbe riportarsi la nostra lapide.
Un esempio poi ugualissimo al nostro, e dell’epoca appunto dei Flavî, lo troviamo fra i marmi grezzi diMarmorata, ove, sopra un masso di africano, si legge:
Queste lettere furono incise da un marmista idiota, che, per il nome del servoLaetusdeve riferirsi all’anno 80 dell’era nostra[1058].
Un altro esempio più recente è poi quella lapide cristiana del cimitero Ostriano nella quale si vede nei due A la sbarra ad angolo: e questo marmo, come avverte il ch.º Armellini, è di data antichissima.
Da quanto si è detto si deduce che dalla sola paleografia non si può trarre argomento per dimostrare che l’iscrizione «Sic premia servas» sia del secolo V, e si deduce esser purtroppo vero il canone di quei sommi maestri i quali dissero che la paleografiaplerumqueegeneratimè assai fallace e non ha valore demostrativo.
Vediamo ora se dall’ortografia si possa o no argomentare che la nostra lapide è posteriore a Vespasiano e precisamente del secolo V. È questa la seconda parte della prima ragione che adduce il Bellori per dubitare dell’etàdi quest’iscrizione. E senza dimorarmi di più, dico subito: neppure dall’ortografia si può trarre argomento, e lo provo prima coll’autorità e poi col fatto.
L’Oderici[1059]scrive: «le leggi della chiarezza e dellagrammatica non furono sempre le più religiosamente osservate nelle iscrizioni: mille esempi se ne mostrano tutto giorno». Il De Rossi[1060]dice: «quod si ne his epitaphiis,scriptura, dictio, sermonon modo ab elegantia sed ab ipsis quoquegramaticis legibus non semel abhorrent, id ab auctorum rusticitate et vernaculae linguae ac pronunciationis specie, magisquam a saeculi barbarie esse repetendum satis intelligitur».
Dalle autorità passiamo ai fatti. Gli errori ortografici della nostra lapide sono: 1º la mancanza del dittongoae.
2º Lamusata invece delladnella parolaALIUM.
3º La mancanza dellacnella parolaAUTORI.
4º Il segno d’abbreviazione sull’V, nella voce THEATRVil quale veramente non si potrebbe dire come a suo luogo vedremo, errore ortografico.
Per quel che riguarda la mancanza del dittongoae, lo Scaligero[1061]insegna che laesi trova frequentemente usato dagli antichi invece del dittongoae; ed il Fon[1062]pretende che ciò si debba ascrivere alla grande quantità di schiavi greci ed asiatici che erano in Roma, e quindi all’influenza dei nomi grecanici. Sia però questa od altra la ragione, è certo che fu spesso ed in ogni età tralasciato.
Così il Noris, nei suoiCenotafi Pisani[1063]assicura che la parolacaetera, ai tempi di Augusto, si scriveva senza il dittongoae.
Ed il Lupi, parlando della mancanza di questaa[1064]dice: «Quod si ad inscriptiones provoces plenae sunt rei notissimae exemplis collectiones, Manutii, Lipsii, Gruterii, Bosii, Aringhii, Reinesii, Sponii, Fabretti, Malvasiae, Vignolii, Boldetti, Donii, Gorii, aliorumque». E prosegue[1065]: «Neque haec barbaries et neglectus ortographiae quod attinet ad diphtongos inchristianis lapidibus tantum observatur.
Non solum tangit AtridasIste dolor.
Non solum tangit AtridasIste dolor.
Non solum tangit Atridas
Iste dolor.
Etiam Ethnici epitaphiographi: licet ut plurimum diligentiores epigrammatis suis, leges tamen exacte scribendi saepe sunt praetergressi».
E lo Zaccaria[1066]dice: «Questi (dittonghi) spesse fiate da negligenti scalpellini si tralasciavano».
Difatti, iscrizioni d’ogni età, d’ogni sorta, pagane e cristiane, hanno questa mancanza[1067].
Il difetto dellacnella parola AVTORI, secondo, l’Heinrichio, il Ballhornio e il Bejero, non sarebbe un errore ma un’esattezza ortografica.
Ma questa è un’opinione loro speciale; io però che non ritengo il nostro quadratario per un dottore in filologia, seguo l’opinione più comune ed ammetto che la voceauctors’abbia a scrivere con lac; anzi aggiungo che la mancanza di questa consonante in quel vocabolo è un errore.
Ma questa scorrezione è confacentissima al caso nostro; al caso, cioè, di un uomo del volgo, forse di un marmista che lavorava nell’Anfiteatro, il quale a sfogo dello sdegno da cui fu preso nel vedere condannato a morte il suo, dirò così,principale, mentre era degno di premio e di lode, scolpì sul marmo i suoi sentimenti nell’impeto dello sdegno, con quei modi e con quelle parole che erano usate comunemente dal volgo, come noi stessi spesso leggiamo negli scritti di gente idiota, gli stessi errori che pronunziano parlando. E questo fatto lo vediamo verificarsi anche a’ giorni nostri, e possiamo essere sicuri che ciò avvenne in tutti i tempi, non esclusi i più remoti, come ce l’insegna il Padre Marchi[1068]di ch. memoria.
L’altro errore, quello dellaminvece dellad, può essere un errore grammaticale od anche di ortografia. Se grammaticale, non è questo il primo esempio del mascolino usato in luogo del neutro. Troviamo per es.:monumentus hic est[1069]ehic monumentusperhoc monumentumin lapidi antiche[1070]:collegius[1071],cubiculus, eum sepulchrum, hunc aedificium[1072]. Onde nel caso nostro, se si fosse usato il mascolino per il neutro non sarebbe cosa nuova, e non indicherebbe che la lapide è di tarda età.
Se poi si volesse considerare come errore ortografico, esempî di cambiamenti di lettere nelle lapidi antiche sono frequentissimi, senza che queste perdano punto della loro antichità. Chi di noi non sa, a mo’ d’esempio, quanto sia comune nelle lapidi laBin luogo dellaV, scambio che noi troviamo nelle lapidi non solo arcaiche ma anche in quelle dell’alto impero?
Parimenti fu uso comunissimo quello di usare labper lape viceversa. Così si leggeplepsperplebs;collabsumpercollapsum,suppersub, ecc. Lo stesso si dica delladper lat, comev. g.si vede nei cenotafi pisani che sono dell’età augustea, e in lapidi dell’epoca degli Antonini; laeper laie laiper lae; lamper lan; laqper lac(specialmente nelle lapidi napoletane); e così troviamo pureat finesperad fines,setpersed, ed anchequiperquo, ecc.
Il segno d’abbrevazione sulla V, non può dirsi un errore, ma piuttosto un’eccezione ortografica: la quale però non basta a far dichiarare una lapide falsa o dibassa età.
Infatti, questo segno non è che un ripiego del quadratario, il quale, o lo fece perchè l’ultimo verso rimanga nel mezzo, o, e più probabilmente, perchè dimenticatosi d’incidere la M, e avvertitolo dopo aver inciso il resto, ricorse alla correzione solita a farsi in questi casi. E che questa correzione sia stata usata nelle epigrafi antiche ed in quelled’età non bassa, lo deduco dalle parole del Morcelli[1073], sommo maestro in arte lapidaria. Egli dice che «caeterum haec emendationis causa assegnaveris ne mendum a scriptore ipso prodiis videatur». E che gli antichi, prima della decadenza, usassero questo segno lo vediamo in molte lapidi, e troviamo che precisamente sta in luogo della M. Così ad es.in honore, Deoru, Olla, Eoru, Foebu, libertu, agne, memoria, parentu, maloru, ecc., ecc., che si trovano nelle lapidi già riportate dal Gruterio, Fabretti, Marini, registrate in varie collezioni epigrafiche, e che ora si trovano quasi tutte riunite nel C. I. L., le quali ognuno può facilmente vedere. Nondimeno credo opportuno aggiungere quanto il Garrucci, nella sua bella opera sui segni delle lapidi,[1074]scrive: «Riscontransi.... dei segni così fatti nelle lapidi, ed il Marini, colla usata sua dottrina e diligenza ne ha raccolto un buon numero di esempî[1075].
«Ma essi dimostrano l’assenza di una consonante o di una sillaba e meritano perciò il nome dinotae scripturarumdato da S. Isidoro a simili segni[1076]. Nè sono essi di uso sì recente che non rimontino ai tempi medesimi di Augusto, siccome inPronidei cenotafipisaniinvece diPatroni, inCerianel graffito pompeiano, che porta la data dell’anno 717, in luogo diCenturia; inSINCERVd’altro graffito pure pompeiano[1077], ed inITE[1078], ed inOlla[1079], adoperato ad esprimere l’assenza di un M, ecc.».
Conchiuderò queste osservazioni alla prima parte delle obiezioni del Bellori, colle parole del Maffei[1080]: «nulla fere est informium litterarum, nulla distortae, inaequalis, tremulae, oblongae, confusae, connexae, scripturae facies cuius specimen vel in milliaris cippo, vel in funereis paganorum tabellis aliquando non viderim».
Ed aggiungerò le parole di un illustre archeologo, il quale trattando del ragionamento letto dal sig. De Petri sopra letavolette cerate diPompei[1081], finisce così il suo discorso: «Quanto alle quistioni grammaticali crediamo che serviranno queste scritture per aprir gli occhi, se è possibile, a coloro i quali si OSTINANO A DETERMINAR LE EPOCHE CO’ DATI DELL’ORTOGRAFIA.
«Lasciando stare gli errori, noi vediamo che i Pompeiani tuttavia ritenevano nella pronunzia, la quale ci si manifesta nella scrittura privata, di sopprimere l’aspirata inChirographum, Amaranti, Nimpodoti, Agatomeni, Agatoclis, Cryseroti, Ienurnae, Pospori, Pronimi, Palepati; di adoperare la V in luogo della Y inLampuris; inHupsaeo, che del resto trovansi in generale scritti anche colhe coll’y; di porre ilquin luogo delcuinpasquon, e l’inserire una vocale inIchimas, Lanisisticis, invece di Ichmas, ossia Icmas, lanisticis; l’sprende il posto dell’xinSexcentos, lafperphinAlfei, inFatiscus; l’xsstaxinMaxsimus, Axsiochus, dixsit, Sexs, Alexsandrini, Sexsaginta. FinalmenteGiovianusè così scritto invece del comunissimoJovianus, della quale ortografia non so altro, se non stupire, dovendo ammettere che la pronunzia delGieGeperJsi abbia da far rimontare ad un’epoca sì remota alla quale finora non si ardiva di portare ilGeronymus, ilGenuarius, ilGerusalem, delle antiche scritture».
La paleografia dunque e l’ortografia non sono ragioni sufficienti perchè questa lapide si dica del secolo V.
A queste ragioni del Bellori ne aggiunge un’altra il Nibby, dicendo che lalapide per lo stile presenta tutta l’apparenza del secolo V. La difficoltà del Nibby poteva aver forza quaranta o cinquant’anni fa; ma ora, che si sa positivamente che la sepoltura cimiteriale cessò nei primi anni del secolo V, e per quello che fin qui s’è detto, la difficoltà del Nibby rimane priva quasi di ogni valore. Del resto trattandosi di stile, potremo vedere se vi siano lapidi d’epoca più antica, e che possano confrontarsi colla nostra.
Leggiamo in Plinio[1082]che sulle pareti del tempio di Ardea si leggeva quanto segue:
«Dignis digna loca picturis condecoravitReginae Junionis Supremae coniugis templum,Marcus Ludius Elotus Aetoliae oriundusQuem nunc et post semper ob ostemNunc Ardea laudat».
«Dignis digna loca picturis condecoravitReginae Junionis Supremae coniugis templum,Marcus Ludius Elotus Aetoliae oriundusQuem nunc et post semper ob ostemNunc Ardea laudat».
«Dignis digna loca picturis condecoravit
Reginae Junionis Supremae coniugis templum,
Marcus Ludius Elotus Aetoliae oriundus
Quem nunc et post semper ob ostem
Nunc Ardea laudat».
È innegabile che quest’epitaffio abbia molta somiglianza col nostro. Ora, se all’epoca classica della latinità, ossia ai tempi Augustei, furono scritti sulle pareti di un tempio versi tali da far dire al Tiraboschi[1083]: «Se io non gli avessi trovati in Plinio, gli crederei fatti ne’ nostri secoli bassi; così sono essi composti in uno stile barbaro a un tempo e moderno»; con più ragione, ai tempi di Vespasiano e nell’oscurità delle catacombe, si poterono scrivere i nostri versi da un quadratario idiota nell’impeto dello sdegno; senza che per questo lo stile si debba dire barbaro e basso. Dissiversi, giacchè, se bene si pone mente, quell’iscrizione ci ricorda i versi saturnî come quelli riportati da Plinio, e dei quali ha trattato magistralmente il P. Garrucci nella suaSylloge Inscriptionum[1084], alla quale rinvio il lettore perchè giudichi se io abbia o no errato in chiamarli così. Dunque anche la difficoltà dello stile, come quelle della paleografia e dell’ortografia, non ha qui forza.
Ma un’altra difficoltà ci presenta il Canina[1085]. Egli dice che ilnomeed ilmodocon cui viene designato Gaudenzio fa riportare questa lapide adetà tarda. Riguardo almodo, confesso che non so che rispondergli, perchè non capisco che cosa egli voglia intendere con questa parola generica. Ma se permodovuol intendere lostiledella lapide, la questione l’ho or ora risolta.
Se poi permodovoglia significare l’espressione della lapide, non so come questa si possa dire di molto posteriore a Vespasiano quando i due protagonisti della lapide stessa sono appunto Gaudenzio e Vespasiano.
Relativamente alnome, non nego che questo possa fare una tal quale obiezione, giacchè la desinenza inentiusfu frequentissima nei tempi tardi, ma però non fuesclusivamentepropria di quell’età.
Infatti, o Gaudenzio appartenne a famiglia libera o fu servo o fu liberto. Se appartenne a famiglia libera (ciò che non pare probabile), anche fra le famiglie libere (ed in tempi remotissimi) si ricordano nomi che hanno la desinenza inentius, comeMexentius[1086], Placentius[1087], Eventius, Dentius; e nella epoca repubblicana e dell’alto impero, abbiamo varî Terenzî, ecc., per esempio:Terentius(console),Terentius(scrittore),Terentius(comico); abbiamo:Juventius(console),Juventius(comico)[1088],Juventius(giureconsulto);Placentius[1089],Calventius[1090],Gentius[1091],Cosentius, ecc.: e tra i nomi femminili,s’ha:Gentia[1092],Calventia[1093], ecc. Onde non sarebbe strano se ai tempi de’ Flavî vi fosse stato unGaudentius; e a questo riguardo (desinenze inantius, entius, ontius) il De Rossi[1094], scrive: «inde tamenminime colligesillarum appellationem quae saeculo praesertim quarto viguere, ne primas quidem origines ab antiquiore aetate esse repetendas».
Se si dica poi che il nostro Gaudenzio fu o servo o liberto (come sembra più verosimile); allora, attese le circostanze ed i tempi, atteso che il cristianesimo fu estesissimo nella famiglia de’ Flavî; che fu uso dei padroni servirsi dei liberti nelle opere loro, l’obiezione cade da sè. Difatti: fra l’immensa serie di nomi dei liberti e servi, per la maggior parte a noi sconosciuti, chi potrà con serietà affermare non esservene stato a quei tempi neppur uno che avesse la desinenza inentius?
Esaminiamo ora le altre difficoltà, incominciando da quella già proposta dall’Aringhi due secoli e mezzo fa, e riprodotta nuovamente dal Gori nell’anno 1875. Questa lapide, dicono, non può essere dei tempi di Vespasiano, perchè sotto quest’imperatore non vi fu persecuzione.
Rispondo:
Sebbene sotto l’impero di Vespasiano non avesse luogo una persecuzione, pure non v’ha difficoltà per opinare plausibilmente che Gaudenzio (appunto perchè cristiano) potesse esser vittima di quell’imperatore. Infatti:
Se Gaudenzio, divenuto cristiano, si fosse ricusato di prestare più oltre la sua opera nella costruzione di un luogo che sarebbe stato poi il teatro del sangue umano[1095]: o se[1096]invitato da Vespasiano a costruire una naumachia[1097], egli ne avesse accettato l’incarico; ma che poi, mutata l’idea della naumachia e stabilito di ridurre l’edificio a luogo di spettacoli gladiatorî (tanto aborriti dai cristiani) avesse voluto declinare dall’incarico preso: o finalmente che si fosse ricusato di costruire l’ara, ecc.; non sarebbero stati motivi sufficienti per un Imperatore pagano, benchè non persecutore del cristianesimo, per fargli mettere in esecuzione la legge neroniana, a quei tempi purtroppo vigente, per far uccidere Gaudenzio? E non furono questi i motivi per cui i Quattro Santi Coronati, scultori di opere notevoli (per essersi, cioè, ricusati di scolpire una divinità), furono barbaramente uccisi?
Del resto ancorchè la Chiesa sotto alcuni Imperatori godè di pace, pur nondimeno, come tutti sappiamo, non mancarono mai qua e là martiri; e chi ignora che sotto lo stesso Vespasiano, per es., fu ucciso il santo Vescovo di Ravenna, Apollinare?
Ma a quest’obiezione dell’Aringhi avean già risposto trionfalmente il Marangoni[1098]ed il Piale[1099], alle opere dei quali rinvio il lettore.
Infine Dione Cassio[1100]ci dice che Vespasiano fe’ morire varîqui in mores Judaeorum transierunt; e questo passo non si spiega altrimenti (attesa la nota confusione che fu fatta a quei primi tempi tra il cristianesimo e giudaismo) che coll’aver fatto, Vespasiano, uccidere varie persone convertite al cristianesimo; religione che gli Imperatori e i gentili in genere, credettero fosse la stessa, o almeno una setta del giudaismo.
Dunque benchè Vespasiano non movesse persecuzione contro il cristianesimo, pur nondimeno Gaudenzio potè essere martirizzato sotto quell’imperatore, sia perchè, essendo quegli cristiano, potè ricusarsi di proseguire l’opera affidatagli; sia perchè anche sotto Vespasiano vi furono martiri; e sia finalmente perchè, per testimonianza dello storico pagano già citato, Vespasiano fe’ realmente uccidere varî, i quali, verosimilmente, furono quelli che abbracciarono la religione di Cristo, e furono scoperti come tali.
***
Siamo giunti finalmente a poter dire con certezza morale che la lapide «Sic premia servas», risale all’età Vespasianea, e che per conseguenza il Gaudenzio in essa ricordato, visse in quegli stessi tempi. Ma chi fu questo Gaudenzio? Perchè Vespasiano lo fece uccidere? Per rispondere a questi quesiti basta mettersi sott’occhio la lapide e spiegarla: dalla semplice lettura di essa, tutto appariva chiaro.
«Sic premia servas, Vespasiane dire,Civitas ubi gloriae tue autoriPremiatus es morte Gaudenti letarePromisit iste, dat Kristus omnia tibiQui alium paravit theatruin coelo».
«Sic premia servas, Vespasiane dire,Civitas ubi gloriae tue autoriPremiatus es morte Gaudenti letarePromisit iste, dat Kristus omnia tibiQui alium paravit theatruin coelo».
«Sic premia servas, Vespasiane dire,
Civitas ubi gloriae tue autori
Premiatus es morte Gaudenti letare
Promisit iste, dat Kristus omnia tibi
Qui alium paravit theatruin coelo».
La disposizione dei versetti (a duecoppie, con uno spazio frapposto in mezzo, forse per la forma bislunga del marmo) indica che la nostra lapide si debba leggere acolonna. Laonde non so spiegarmi la ragione per cui il Marangonied il Fea ne abbian fatto la versione letterale leggendolacontinuatamente, senza far conto di quello spazio, che pur v’è; e così avvenne che quella traduzione poco concordasse colla versione libera che poi ne fecero.
Fatta questa osservazione necessaria, ecco la versione letterale della lapide:
Così i premî serbi, o Vespasiano crudele?O Città, dove all’autor della tua gloria....Premiato sei colla morte, o Gaudenzio, rallegrati.Promise questi; Cristo ti dà ogni cosa,Che altro teatro preparò nel cielo.
Così i premî serbi, o Vespasiano crudele?O Città, dove all’autor della tua gloria....Premiato sei colla morte, o Gaudenzio, rallegrati.Promise questi; Cristo ti dà ogni cosa,Che altro teatro preparò nel cielo.
Così i premî serbi, o Vespasiano crudele?
O Città, dove all’autor della tua gloria....
Premiato sei colla morte, o Gaudenzio, rallegrati.
Promise questi; Cristo ti dà ogni cosa,
Che altro teatro preparò nel cielo.
In versione più libera, può suonar così:
Così serbi la fede dei premî promessi, o crudel Vespasiano? e dove, o Roma, riserbi i dovuti premi all’autore della tua gloria? La morte fu il tuo premio, o Gaudenzio, ti rallegra; Vespasiano promise, ma Cristo ti dà tutto, preparandoti nel cielo miglior teatro.
Non credo necessario giustificare quelle poche supposizioni che si troveranno in questa spiegazione, giacchè esse sorgono spontaneamente come si dimostra dalla concordanza perfetta delle due versioni.
Dall’esame analitico di questa lapide si può ricavare:
1º Che il nostro Gaudenzio fu cristiano:Kristus dat omnia tibi. Qui alium paravit theatru, in celo[1101].
2.º Che fu martire:Premiatus es morte. Un cristiano il quale fu fatto uccidere dall’Imperatore, e che per questa ragione ricevè da Cristo la gloria del Paradiso, non dovrà dirsi martire?
3.º Che fu martirizzato sotto Vespasiano:Vespasiane dire.
Ma qui si potrebbe obiettare:
Quel Vespasiano, invece dell’Imperatore, non potrebbe esser un altro qualunque che avesse lo stesso nome?
No. Infatti, se questo Vespasiano invece di premiare fece uccidere Gaudenzio, dobbiam dire che quegli avesse nelle sue mani il potere di premiare e di punire colla morte; avesse, cioè, quel potere che i giuristi chiamanomerum imperium.
Ora apprendiamo dallePandettee dalCodicedi Giustiniano (e tutti gli interpreti del diritto romano, come Cuiacio, Donnello, Averano, Roet, Brunemann, Perezio, ecc. sono concordi), che questo potere competeva all’Imperatore,direi,per natura; e, per delegazione, al Prefetto della Città e a quello del Pretorio. Si deduce questo anche dalle famose parole dette da Traiano al Prefetto del Pretorio[1102]: «Accipe gladium, quem pro me, si bene atque ratione imperavero, distringes: sin minus, eo ad interitum meum utere». Nè si può supporre che, all’infuori del fondatore della famiglia imperiale dei Flavî, vi siano stati altri imperatori di nome Vespasiano. Nè questo nome apparisce nei cataloghi dei Prefetti del Pretorio o in quello della Città[1103].
Quindi se il nostro Gaudenzio fu ucciso da un Vespasiano il quale avesse il potere di uccidere, questi non potè essere che l’Imperatore.
4.º Finalmente, che fumartire in Roma: «Civitas, ubi glorie tue autori». Ho dettomartire in Roma, e lo deduco dal fatto che la lapide fu trovata scavando un cimitero cristiano romano. E la sana critica c’insegna che, usandosi in un discorso un nome generico, questo si deve riferire a quella cosa che gli è vicina e non lontana; e ora la lapide fu trovata a Roma: dunque la città cui si riferisce il discorso, è Roma.
Nè vale obiettare che in questo caso si sarebbe dovuta usare la voceUrbse nonCivitas; giacchè qui il discorso non è rivolto alla città materiale, ossia alle mura, ma ai cittadini; e tutti sanno che i latini usarono la vocecivitasper indicare ilformale, eUrbsilmaterialedella città. E nel caso nostro si dovè dire, come fu detto,civitas, e non altrimenti.
Di più: in quella lapide si fa allusione ad un teatro, e ad un teatro dei tempi di Vespasiano, a cui pure è rivolto il discorso. Ma, ad eccezione dell’Anfiteatro Flavio, non s’ha memoria che Vespasiano abbia eretto altri edifizî per darvi spettacoli pubblici.
Se dunque la città a cui qui si rivolge il discorso è Roma, se il marmo fu trovato in un cimitero cristiano di Roma (e questo indica che il martire fu deposto in Roma), dobbiam pur dire che Gaudenzio è un martire romano.
Fin qui l’iscrizione ci dice che Gaudenzio fu cristiano, che fu martire, che subì il martirio sotto Vespasiano, e che lo subì in Roma. Ma chi fu questo Gaudenzio? Nulla si potrà dedurre dalla lapide? Il Nibby, il Canina e il Gori, pur trovando difficoltà intorno a quest’iscrizione, concedono nondimeno che il Gaudenzio in essa ricordato abbia relazione con un luogo di spettacoli fatto edificare da Vespasiano. E questo è innegabile, ed è chiaro anche per quel relativoaliumche si riferisce aTheatrum. Ora sotto l’impero di Vespasiano eper suo ordine fu edificato in Roma quel luogo di spettacoli che formò lagloriadi Roma, una vera maraviglia del mondo, il Colosseo, di cui Marziale: