Chapter 29

«Barbara pyramidum sileant miracula Memphis».

«Barbara pyramidum sileant miracula Memphis».

«Barbara pyramidum sileant miracula Memphis».

Se dunque si parla in questa lapide di un luogo di spettacoli costruito sotto Vespasiano; se in essa si rimprovera Roma, perchè, ingrata, anzichè premiare, lasciò uccidere colui il quale fu l’autore della gloria sua; non essendovi memoria di sorta, la quale ricordi che Vespasiano abbia eretto altri edifizî da spettacoli in Roma, come or ora dicemmo; e molto meno, che sotto Vespasiano siano sôrti in Roma tali edifizî da potersi dire «gloria della Città», se si eccettui il Colosseo: credo non si possa dubitare che quel luogo di spettacoli non fosse l’Anfiteatro Flavio, e quindi che questo abbia relazione col nostro Gaudenzio.

Ma in che consiste questa relazione? Non si può dire che Gaudenzio fosse uno dei famosi gladiatori dei quali qualche città andava stoltamente superba, perchè quest’ipotesi viene esclusa dalla natura della lapide, che è cristiana, e dal fatto: giacchè se Gaudenzio fu ucciso sotto Vespasiano, non potè certamente presentarsi sull’arena dell’Anfiteatro Flavio, perchè questo fu dedicato da Tito.

Diremo forse col Nibby[1104], che Gaudenzio sia stato un artista che pose in quelcolossol’opera sua? Ma le singole parti e la scultura di quest’Anfiteatro non sono certamente tali da poter far chiamare l’esecutore autore dellagloria di Roma! Di più quella voce THEATRVnon vuol dire un capitello, un ornato, una statua; ma significa, in senso comune, il corpo intiero della fabbrica.

Che resta dunque, se non che Gaudenzio sia stato l’inventore, l’autore insomma l’architetto del Colosseo?

Ecco dunque che dalla lapide si deduce pur anche chi fosse Gaudenzio. Ma se a questo noi aggiungiamo l’argomento di cui si serve il Marangoni[1105]per manifestare quella sua ormai famosa opinione, che il Marini diceelegans; l’argomento, dico, tratto dal silenzio degli scrittori antichi sull’architetto del Colosseo, ci convinceremo ancor meglio della verosimiglianza del nostro asserto.

Non v’ha, direi quasi, scrittore pagano il quale parli di fabbriche di qualche fama, che non rammenti l’autore della fabbrica stessa. Si parla del celebretempio di Giove Olimpico, e se ne ricordano gli architetti[1106]; si nomina il celebratissimo tempio di Diana in Efeso, ed ecco insieme il nome de’ suoi architetti, Ctesifonte, Demetrio e Teonio[1107]; si nominano iPropileid’Atene e nel medesimo tempo ci si fa sapere che ne fu architetto Mnesicle. Plinio[1108]ricorda il celebre Arsenale Ateniese, e ci dice che l’architetto ne fu Filone; fa menzione del famosoLaberintodi Lesurnio, e fra gli architetti nomina Teodoro[1109]. Sostrato si nomina quando si parla del Foro d’Alessandria[1110]. Si fa menzione del Foro Traiano, e si ricorda Apollodoro[1111]; si rammenta il tempio dell’Onore e della Virtù, ed ecco dirsene l’autore Muzio[1112].

Demetriano e Detriano sono ricordati in occasione del tempio della dea Bona e del trasferimento della sua statua[1113].

Ricordano Prisciano[1114]e Cornelio Nipote il tempio di Marte al Circo Flaminio, e dicono che Edmodono ne fu l’autore.

Plinio Giuniore[1115]dice che Mustio fu l’architetto del tempio di Cerere e de’ Portici. Narrasi che nei giuochi di Libone per la prima volta si coprì il teatro, e se ne dice autore Valerio Ostiense[1116]. Così pure non si nomina il Portico di Ottavia, senza che si ricordi Batraco; il tempio di Venere e Roma, senza che si nomini Adriano; e via via.

Ora, come mai quello stesso Marziale, che tanto lodò Rabirio[1117]per una fabbrica che non si può certamente paragonare col Colosseo, non nominò, non lodò, anzi come mai non scrisse, non dico un epigramma, ma nemmeno una parola in lode di colui che architettò ed edificò quella maraviglia mondiale, alla quale egli stesso dedicò ben 28 epigrammi, un libro intiero?

Dicemmo che Suetonio, nella vita di Vespasiano, narra che quest’Imperatore usò premiare quegli artisti che lo servivano: e questa fu una proprietà speciale di Vespasiano, giacchè quest’atto di liberalità Suetonio non lo attribuisce a nessun altro Imperatore. Ora se dice che donò premi ed onori ai retori greci e latini, ai poeti, al restauratore del Colosso di Nerone, ad un meccanico per aver fatto il semplice progetto del trasporto d’ingenti colonneal Campidoglio, al trageda Apollinare, ai citaristi Tarpeio e Diodoro; perchè nulla ci dice del premio che, meritamente e con più ragione che agli altri, si sarebbe dovuto dare dal liberale Imperatore all’architetto della fabbrica più grandiosa della sua epoca: all’autore, dico, di quella maraviglia mondiale?

È questo un problema storico, il quale, come ben dice l’O’Reilly[1118]è di facile e chiara soluzione, se il silenzio degli storici pagani s’attribuisca all’odio che essi nutrivano verso i cristiani, e all’astio che avevano di vedere che un’opera così stupenda e così celebre fosse stata architettata da un cristiano: ma il problema è altrettanto oscuro e di difficile soluzione se si tentino altre spiegazioni.

Finalmente conferma ciò che si è finora detto, il consenso universale. Appena questo nostro epitaffio rivide la luce, tosto fu appropriato all’architetto del Colosseo; e le parole del Bellori:elapsis annis reperta.... quae amphitheatri Flavii Architecto adscribitur, ne sono una prova.

A quell’epoca non v’era certamente ragione di partito, d’interesse, o di altro, perchè si desse a questa lapide una simile interpretazione. In quell’epoca (secolo XVII), il Colosseo, come abbiam visto, era abbandonato; non era ancora stato solennemente dedicato al culto; anzi poco tempo dopo, era addivenuto un ricovero di malandrini, ecc. E nessuno si sarebbe presa certamente la briga di cercare il nome dell’architetto di quella fabbrica, in tempi in cui il monumento era purtroppo trascurato; quando nessuno aveva fatto in proposito la minima questione; e molto meno poi si sarebbe cercato l’architetto di quell’edificio pagano e destinato a’ giuochi tanto odiati dai fedeli, in un cimitero sotterraneo cristiano; e se il volgo e i dotti diedero a quella lapide (venuta allora alla luce, e trovata al posto, murata in unloculo) l’interpretazione esposta, fu perchè questa risulta chiaramente dalla lapide stessa. Nè si dica doversi ciò attribuire all’ignoranza dei tempi e a persuasione erronea; poichè non è verisimile che l’errore e l’ignoranza trionfino lungamente, e trionfino su persone di ogni sorta, tanto dotte che ignoranti. Ben presto l’ignoranza viene illuminata, l’errore vinto, l’inganno smascherato.

Ora quest’interpretazione data alla nostra lapide, non pur da anni, ma da tre secoli, dura; e non solo è ritenuta vera tenacemente dal volgo, ma eziandio dai dotti da noi citati, ed anche da altri contemporanei, i quali, se non hanno scritto intorno a questa lapide, pure da me consultati hanno risposto essere dello stesso parere mio[1119], ad eccezione di alcuni i quali, o dubitano, o negano recisamente, adducendo però argomenti puramente negativi.

Dunque quest’interpretazione si può dire costante e generale, la quale, appunto perchè tale e perchè spontanea, è vera, e forma uno di quei criterî filosofici di verità, i quali ci rendono moralmente certi di una cosa.

E qui potrei conchiudere, ma prima voglio rispondere ad alcune difficoltà che si presentano.

Il Bellori dubita che il nostro Gaudenzio possa essere stato l’architetto del Colosseo perchèin ipso(marmore), così egli,non Amphitheatri sed theatri mentio habetur.

Rispondo innanzi tutto, che:

Pictoribus atque poetisQuidlibet audendi semper fuit aequa potestas.

Pictoribus atque poetisQuidlibet audendi semper fuit aequa potestas.

Pictoribus atque poetis

Quidlibet audendi semper fuit aequa potestas.

Ora, essendo l’iscrizione di Gaudenzio un epitaffio che l’autore ha voluto scrivere con un certo ritmo, è perdonabile che egli abbia detto «teatro» invece di «anfiteatro», giacchè usando quest’ultima voce, l’ultimo verso avrebbe sonato molto male. Di più, non può fare difficoltà che in un epitaffio di questa natura si sia usato il genere per la specie. Ora è certo che la voce «teatro» potè usarsi, e si usò effettivamente anche dai classici, per indicare in genere qualunque edificio o luogo atto a celebrarvi spettacoli[1120]. Dunque lo scrittore del nostro epitaffio avrebbe potuto usare questa voce, anche se fosse stato un letterato. E ciò è così vero, che la legge che riguardava gli spettacoli, fu detta dagli antichilex theatri: e senza perder tempo in cercar prove per dimostrarlo, valga per tutte quell’iscrizione appartenente appunto all’Anfiteatro Flavio, incisa su di uno deigradi, ove leggesi:

IB. IN THEATR. LEGE. PL VE...... VR IAICET. P.. X I IR(C. I. L. 6.Pars.4ªadd.32098).

IB. IN THEATR. LEGE. PL VE...... VR IAICET. P.. X I IR

IB. IN THEATR. LEGE. PL VE...... VR IA

ICET. P.. X I IR

(C. I. L. 6.Pars.4ªadd.32098).

(C. I. L. 6.Pars.4ªadd.32098).

E questo vuol dire che, secondo la legge degli spettacoli,lex theatri, nell’anfiteatro si assegnavano tanti posti ad una data associazione, ecc.

Del resto, la vocetheatrumusata in quest’iscrizione, per la ragione già detta, non potea dar luogo ad equivoci, e dovea necessariamente interpretarsi perAmphitheatrum, anche perchè l’opera massima fatta da Vespasiano per gli spettacoli, non fu un «teatro», ma l’Anfiteatro nostro.

Quindi non pare che questa difficoltà possa veramente fare ostacolo.

Un’altra obiezione è tratta dalla qualità della persona di Gaudenzio. Se questi fu cristiano, si dice, non potè essere architetto dell’Anfiteatro Flavio,perchè un cristiano non avrebbe osato architettare un edificio per un genere di spettacoli, nei quali (senza dire che tutti e sempre gli spettacoli furono con ragione aborriti dai cristiani) lo spargimento del sangue umano era l’oggetto del divertimento e del plauso del popolo; e tali appunto erano quelli che si davano negli anfiteatri.

E questo va benissimo; ma io già previdi questa difficoltà e l’accennai quando dissi che la prima idea di erigeremedia urbe(e precisamente ove erano glistagna Neronis) un edificio, non fu quella che l’edificio stesso servisse per darvi spettacoli gladiatorî e venatorî, ma per farvi giuochi navali ed incruenti. Si dovea, cioè, edificare unanaumachia, della quale, come dissi, parla Marziale. E che la primitiva disposizione dell’Anfiteatro Flavio fosse stata pernaumachia, l’ho già dimostrato nel corso dell’opera.

Inoltre i cristiani non correvano certamente, senza una speciale ispirazione, incontro alla morte; ma se erano perseguitati fuggivano, secondo l’insegnamento del Maestro,in aliam terram.

E non solomaterialmente, ma evitavano la morte anche con mezzi leciti ed onesti, dei quali potevano usare senza offendere la loro fede. Ora se noi supponiamo che Gaudenzio fosse liberto di Vespasiano[1121], ciò che è assai verosimile, e che fosse stato costretto a prestare la sua opera alPatrono, cui, per la libertà ricevuta, era in dovere d’ubbidire; io non vedo la ragione per cui Gaudenzio, benchè cristiano, si fosse potuto ricusare di servire il suoPatrononella costruzione di una fabbrica, lo scopo della quale (per sè e riguardo alla costruzione materiale, che spetta all’architetto) è del tutto indifferente, colla certezza di esser ucciso.

Ma anche ammesso che l’Anfiteatro Flavio fosse stato fin dalla prima idea costruito per darvi giuochi cruenti; dato che Gaudenzio non fosse stato liberto di Vespasiano; allora dirò col Piale[1122], che, appunto per questo, fu fatto uccidere da Vespasiano; perchè, cioè, fattosi poi cristiano, si ricusò di prestare più oltre l’opera sua in quell’edificio. Dunque quest’obiezione o non nuoce o conferma l’asserto.

Sennonchè questa soluzione è causa di una nuova difficoltà. Se il nostro Gaudenzio fu un personaggio cotanto celebre e martire della Chiesa nascente perchè non se ne fa menzione nei martirologî, nei calendarî, negli indici, nei fasti della Chiesa Romana? Come è che si ricordano un Gaudenzio martire in Africa, un Gaudenzio di Novara, un Gaudenzio di Rimini, un Gaudenzio di Arezzo, ecc.; e del nostro Gaudenzio non si fa nessuna menzione?

Rispondo:

I nomi dei martiri non erano registrati nei calendarî, nei martirologî, negli indici, ecc., se non dopo praticata la così dettavindicatio. Ora questo processo di riconoscimento vi sarà stato relativamente al martirio di Gaudenzio? Dalla lapide si rileva che egli fu martire,premiatus es morte, ecc.; ma noi non sappiamo positivamente se sia stato o novindicatus. E se la Chiesa non dichiarò che Gaudenzio sparse il suo sangue per la fede, non potè essere venerato dai fedeli. Mancando dunque il dato positivo dellavindicatio, non v’ha ragione di maravigliarci se nei cataloghi, nei martirologî, ecc., non si trova il nome di Gaudenzio; e dalla mancanza di questo nome non si può dedurre, come è chiaro, che egli non fosse vero martire[1123], e, molto meno, architetto del Colosseo.

Ma del resto questo è un argomento negativo, il quale di fronte a tanti argomenti positivi e diretti, non ha valore; e dal quale si potrebbe solamente dedurre che nessuna memoriasi conoscedi questo martire romano; mai però che questa memorianon sia esistita, o che un dì non possa (come tante altre memorie) tornare a luce. Anzi, se non m’inganno, a me sembra di trovare questa memoria nel martirologio di Usuardo, codice di Brussels, e precisamente al giorno 7 Maggio.

Dopo la memoria di Flavia Domitilla e di S. Giovenale, si legge:Ad radicem Montis Septimi passioS. Gaudentii martyris. Il Martirologio di Usuardo è d’epoca tarda, tardissimo è il codice di Brussels, e la sua autorità è assai debole; ma tutte le memorie dei codici martirologici sono sempre preziose per le ricerche archeologiche, massime quelle che mostrano un certo classicismo ed una certa antichità, da qualunque fonte esse provengano. Non disprezziamo dunque questa notizia isolata, e maturiamola con calcolo per la nostra ricerca.

È certo che il Gaudenzio ricordato in quell’inciso non è tra quelli finora conosciuti:quis hic Gaudentius sit, fateor me ignorare, scrisse il Sollier[1124].

È anche certo che il dettato di quest’inciso non ci costringe a dire che il Gaudenzio in esso ricordato sia dell’età di mezzo, giacchè l’aggiuntomartyrisci fa escludere ciò, direi quasi, per natura; ed il nome Gaudenzio non è dell’età di mezzo, ma antico e non raro nei cimiterî romani, ed abbonda, dirò così, nei cimiterî della Via Nomentana, dai quali appunto uscì fuori la lapide di quel Gaudenzio di cui parliamo.

È certo eziandio ed innegabile che quest’inciso è dettato con tale laconismo e semplicità, che ci ricorda gli incisi dei martirologî più antichi, il dato caratteristico dei quali è appunto la semplice indicazione topografica, il nome del Santo e il suo aggiunto distintivo.

Ora tale è il nostro inciso (ad radicem montis Septimi.Gaudentiimartyris)[1125]. Dunque quest’inciso è un brano perduto di un martirologio antichissimo, ma che, per fortuna, fu conservato dal codice di Brussels del Martirologio d’Usuardo. Esaminiamo ora questo prezioso inciso, e cerchiamo chi sia il Gaudenzio in esso ricordato.

Che questo Gaudenzio sia un martire romano me lo dice l’indicazione topografica:ad radicem montis Septimi.

In nessuna geografia, sia antica che moderna, ho potuto trovare un monte di questo nome. Soltanto Varrone[1126], allorchè parla dell’Esquilino, dice:Septimiusmons quinticepsos lucum Petilium.

Questa è la lezione della maggior parte dei codici e ritenuta dai migliori interpreti, non ostante loSceptiusdello Sprengel, che non è alla fine che una scorrezione ed abbreviazione diSeptimiusmalamente letto e peggio interpretato. I moderni leggonoCespius[1127], ma la questione di questo passo Varroniano è questione di fatto.

Qual’è la vera lezione, l’antica o la moderna? Fino alla metà circa del secolo scorso si ritenne per vera la lezione da me seguita. Lo Scaligero, il Turnebo, l’Agostini lesseroSeptimius mons quinticepsos, e su questa lezione fecero i loro lavori[1128]. Il testo seguito dallo Scaligero è anche più antico di quello da me e da altri finora ritenuto, ma similissimo; ed io ho seguito l’edizione pubblicata (dopo quella della fine del secolo XVI) in Roma.

I topografi, come ad es. il Nardini e il Brocchi, seguirono quest’edizione fino alla metà del secolo scorso; il Nibby[1129]poi s’attenne a questa stessa edizione nonostante conoscesse quella del Müller e le varianti accettate e preferite dai moderni.

Come è dunque che i recenti hanno pubblicato un’edizione così diversa da quella, e, per aggiunta, mutila?

Forse han veduto e seguito un codice più imperfetto di quello veduto e seguito degli antichi, o, seguendo l’andazzo dei nostri tempi, hanno corretto il testo secondo le loro opinioni?

Lo Stara-Tedde[1130]scrive: «Nel documento degli Argei (quale la presentano e seguono i moderni) manca l’indicazione del secondo sacello, giacchè dalprincepssi passa alterticeps, omettendo ilbiceps.... omissione che certo non dovea originariamente trovarsi nel documento[1131], ma da attribuirsi allo stato lacunoso in cui ci è pervenuto il testo varroniano». E perchè non seguire il testo Varroniano che ha l’indicazione del secondo sacello?

Nel testo ritenuto e seguito dai moderni manca parimenti quell’Esquiliae duo montes habiti, quod pars Cispius mons suo antiquo nomine etiam nunc in sacreis appellatur.

Varrone[1132]divide l’Esquilino in due prominenze principali:Esquiliae duo montes habiti quod pars Oppius(così legge il Müller),pars Cespius mons suo antiquo nomine. Tanto l’Oppio che il Cispio ci sono noti: gli archeologi ritengono concordemente che il primo risponde a quella sommità dell’Esquilino ov’è S. Pietro in Vincoli; il secondo all’altro ov’è S. Maria Maggiore. L’Oppiusè diviso da Varrone[1133]in più località, ognuna delle quali aveva il suo nome speciale. Così:Oppius mons princeps lucum Esquilinum, lucum fagutalem quae sub moerum est. Oppius mons bicepsos simplex. Oppius mons tercicepsos lucum Esquilinum dexterior via in Tabernola est. Oppius mons quadricepsos lucum Esquilinum via dexterior in figlineis est. Septimius mons quinticepsos lucum Petilium. Esquilinus.A suo luogo esamineremo una per una queste località dell’Esquilino. Che ilSettimiosi debba collocare nell’Oppio e non nel Cispio ce l’indica, la topografia del monte.

Noi abbiamo fra questo e quello una gola che separa le due località dell’Esquilino, e senza perderci in inutili parole, metto sotto gli occhi del lettore la pianta altimetrica dell’ingegnere Francesco Degli Abbati[1134], fatta da noi parzialmente ma fedelmente riprodurre (V.Fig. 15ª).

Quindi non si può cambiare, come fanno i moderni, ilSeptimiusinCispius, perchè quella prominenza non si trova situata sul Cispio ma sull’Oppio.

Il nomeSeptimiusderiva, a mio modo di vedere, dai sacrifici che si facevano in occasione delSeptimontium, i quali, al dire di Festo, si celebravano (per ciò che riguardava il monte Esquilino) in quella parte del monte che si chiamavaOppio. Ed io congetturo che detto sacrificio si celebrasse precisamente in quella cima dell’Oppio che era più prossima al Palatino, centrodelSeptimontium, e che prendesse il nome diSeptimiusper specificarla dalle altre cime dell’Oppio stesso. Questo viene confermato dalle parole del lodato Varrone, il quale soltanto a questa e non ad altre prominenze dell’Oppio dà un nome proprio:Oppius mons, princeps; Oppius mons, bicepsos; Oppius mons, tercicepsos; Oppius mons quadricepsos;Septimiusmons quinticepsos, ecc.[1135].

(Fig. 15.ª)

(Fig. 15.ª)

È vero che ivi negli Argei si legge ancheEsquilinus sexticepsos; ma ciò si spiega benissimo, perchè, la sesta cima era su quella parte dell’Oppio che, per antonomasia, era chiamata Esquilino, essendovi là ilForum Esquilinum, ilCampus Esquilinus, etc.

Esaminiamo ora una per una le località suddette.

1.ºOppius mons princeps lucum Esquilinum, lucum Fagutalem sinixtra quae sub moerum est.Quellucum Esquilinumci fa necessariamente collocare questa parte dei monte in vicinanza alla spianata di esso monte; imperocchè è la parte che più propriamente si diceEsquilinus. Ivi è ricordata laporta Esquilina, ivi ilcampus Esquilinus, ivi ilforum Esquilinum: in una parola,la denominazioneEsquilinuscompeteva più propriamente a quella parte che alle altre. Dunque l’Oppius mons princepsera quella parte del monte che è presso la già villa Caserta (ora chiesa di S. Alfonso all’Esquilino), ove anni indietro venne in luce il muro antichissimo della città,sinistra quae sub moerum est.

2.ºOppius mons bicepsos simplex.Questa località (senz’altro aggiunto, perchè non se ne fa menzione veruna) mi sembra che sia quella parte del monte, alla quale più propriamente fu dato, e che tuttora conserva, il nome diOppio; ossia quella parte che è in prossimità, come si è detto, della Chiesa di S. Pietro in Vincoli.

3.ºOppius mons tercicepsos lucum Esquilinum dexterior via in tabernula est.Questa, per quellucum Esquilinum, non potremo separarla dalla prima; ma per queldexterior via in tabernula est, la dovremo dire rivolta al Celio, perchè latabernulaera nelCeriolense, qua itur Coelium; e quindi è quella parte dell’Oppio che ha a sinistra l’Esquilinopropriamente detto, e che è rivolta al Celio.

4.ºOppius mons quadricepsos lucum Esquilinum via dexterior in figlineis est.Per quellucum Esquilinumnon si può disgiungere dalle antecedenti; per queldexteriorpoi, conviene situarla da quella parte stessa che guarda il Celio; e quindi la collocherei nella parte sovrastante allevelocia munera[1136], le quali sorsero in quel luogo già occupato, fino ai tempi di Nerone, da meschini abituri, probabilmente difiglini, come c’insegna Marziale:

«Hic ubi miramur velocia munera thermas,Abstulerat miseris tecta superbus ager».

«Hic ubi miramur velocia munera thermas,Abstulerat miseris tecta superbus ager».

«Hic ubi miramur velocia munera thermas,

Abstulerat miseris tecta superbus ager».

5.ºEsquilinus.Ultimo punto dell’Oppio, a Nord, ricordato da Varrone. Per la sua denominazione assoluta (Esquilinus), e per la mancanza dell’aggiunto:mons(benchè non si ricordi alcun bosco), credo sia propriamente quella parte cui si diè e si dà tuttora il nome di Esquilino.

Per ilSeptimius mons quinticepsos lucum Petilium, situato, secondo Varrone, fra ilquarticepsose l’Esquilinus, non rimane dunque altra sommità dell’Oppio che quella in cui vi sono i grandi ruderi delle Terme e dellaDomus Titi, incontro all’Anfiteatro Flavio. E qui appunto il Nibby[1137]colloca ilmons Septimius. L’autorità del Nibby è sempre grande; ma in questo caso è maggiore, perchè egli qui, non sostiene una sua opinione particolare, non difende l’autenticità di una località da lui già ammessa e da altri contrastata; ma ciòche scrisse lo scrisse senza prevenzione alcuna, e soltanto per effetto della sua scienza topografica, della conoscenza che egli aveva della topografia di Roma.

Insomma: il Cispio era la sommità ove è S. Maria Maggiore: l’Oppio era diviso in più parti, delle quali l’Oppius simplexera quello ove è S. Pietro in Vincoli;Esquilinus, ov’era ilcampus Esquilinuspropriamente detto: l’Oppius princeps, l’Oppius tercicepsose l’Oppius quadricepsos(per illucum Esquilinuma tutti e tre comuni) si debbono collocare in modo, che più s’avvicinino a quella parte che era detta per antonomasiaEsquilinus, e che siano ben distinte le due parti; ilprinceps(per quelsinistra quae sub moerum est) sotto la già Villa Caserta; iltercicepsos(per queldexterior via in tabernola est) deve collocarsi rivolto al Celio, ma non più in là delle Terme, perchè ivi (per l’aggiunto infiglineis) v’era ilquadricepsos; e per ilSeptimius, quinticepsos, non resta che quella parte che sovrasta il Colosseo.

E questa denominazione era ancor vigente nel secolo VIII, giacchè nelLiber Pontificalis (in Leone III)si fa menzione di una basilica dedicata a S. Michele Arcangelo:S. Arcangeli in Septimo; basilica che qualcuno credè situatain milliario septimodella Via Salaria.

Ma vi sono molte ragioni per non dare a quel passo una simile interpretazione.

E primieramente, perchè quelle basilicheextramuranee, ricordate nella vita di quel Pontefice, sono basiliche cimiteriali, edificate su qualche memoria di martiri e santi celebri, e non in onore di Angeli e di Arcangeli.[1138]. Secondariamente poi, perchè manca l’indicazione della via. Dicein Septimoma di qual via?

Al contrario, quando nella stessa vita (di Leone III) si parla di chieseextramuranee, si dice:B. Stephani primi martyris constituta via latina milliario tertio. — S. Cyriaci posita via Ostiensi. — S. Valentini in Flaminia. — B. Andreae Apostoli sita in tricesimo via Appia.

Relativamente a quelS. Marcelli sitam in quartodecimo, siccome immediatamente prima s’era parlato diS. Aurea in Ostia, potrebbe intendersi che fosse situatain via Ostiensi.

Ma la nostra basilica è posta fra dueintramuranee, come or ora vedremo, e non fra leextramuranee. Infine, lo scrittore della vita di Leone III non segue già un ordine topografico nell’enumerazione delle chiese arricchite dai doni di quel Pontefice; e se anche avesse voluto non avrebbe potuto. È nondimeno certo e incontestabile che, generalmente parlando, le chiese di una regione o di una località sono aggruppate insieme. Così leggiamo che Leone III fece dei donativi allaDiaconia Beati Hadriani, et in ecclesia beatae Martinae....., et in Diaconia antiqua. — Immo et in Diaconia S. Theodori..... et in Diaconia Sanctorum Cosmae et Damiani..... et in Diaconia S. Adriani. — Et in Diaconia S. Luciae, quae ponitur in Orphea[1139]....... et in Diaconia Beati Viti Martyris quae ponitur in Marcello. E così di altre. Ora la nostra basilica è ricordata fra S. Agata[1140]e S. Agapitoin Vincula, ossia fra due chiese situate nella località varroniana dell’Esquilino. Quindi diremo che la basilicaS. Arcangeli quae ponitur in Septimonon è la basilicaextramuraneasituata al settimo miglio, o sesto secondo il Martirologio Geronimiano (codice di Berna), passo d’altronde un po’ confuso, ma una basilicaintramuranea, citata cioè nella stessa guisa con cui si cita ilmonasterium Sancti Iohannis qui ponitur in Appentino, ossiain Aventino monte[1141].

Nello stessoLibro Pontificale[1142]in Simmaco, leggiamo: «Intra civitatem Romanam, basilicam Sanctorum Silvestri et Martini a fundamentis construxit. .... Ad beatum Iohannem et Paulum fecit gradus post absidam. Item ad Archangelum Michael basilicam ampliavit et gradus fecit et introduxit aquam. Item ad Sanctam Mariam, oratorium sanctorum Cosmae et Damiani a fundamentis construxit».

Il Duchesne[1143]dice che la Chiesa di S. Michele ricordata in questo passo non può essere quella situata al settimo miglio della Salaria, perchè qui è scritto: «intra civitatem Romanam» ed ivi si fa menzione di lavori eseguiti a cura di Simmaco alle chiese di S. Martino, dei Ss. Giovanni e Paolo, di S. Michele e di S. Maria Maggiore.

E questo significa che il Duchesne ritiene che nell’interno della città esistè una chiesa dedicata a S. Michele, situata nella stessa località ricordata nella vita di Leone III, quando si parla di S. Michelein Septimo, fra la chiesadi S. Agapito,qui ponitur ad Vinculam, e quella dei santi Silvestro e Martino. Lo stesso Duchesne[1144]scrive che la chiesa di S. Agapito è quella stessa che più tardi fu dettaS. Maria(ante titulum Eudoxiae) ossia il monastero (S. Mariae)ad S. Petrum in Vincula.

Dice inoltre cheS. Maria in Monasterioera situatadietrola chiesa di S. Pietroin Vinculis; vale a dire più su quella cima dell’Oppio dettaEsquilinusche sulSeptimius. A pag. 61, n. 63, tomo II, aggiunge però che, da un documento del 1014 la chiesa diS. Maria in Monasterioè dettaANTETitulum Eudoxiae. L’Armellini, il quale pubblicò la seconda edizione delle «Chiese di Roma» alcuni anni dopo dell’edizione duchesniana delLiber Pontificalis, dimostrò ad evidenza che la chiesa diS. Maria in Monasterio, cioè S. Agapito, era di fronte alla Chiesa di S. Pietroin Vinculis, che è quanto dire sul Settimio.

La Chiesa di S. Michelein Septimo, ricordata fra quelle di S. Pietroin Vinculise S. Agapito, sorgeva dunque su quella parte dell’Oppio che si disseSeptimius, cangiato poi inSeptimuso per una delle solite alterazioni causate dal tempo e dagli uomini, od anche, e più verosimilmente, perchè il copista tralasciò unai; ed in questo caso noi dovremmo leggere senz’altro:Basilica S. Arcangeliin Septimio(monte).

Nè fa ostacolo la sentenza del Nardini, il quale, a motivo di quelPetilium lucumaggiunto al Settimio, cerca questo nell’Esquilino sì, ma verso il Viminale; e lo deduce da quelPetilinum lucumdi Livio. Ma innanzi tuttoPetiliumoPoeteliumePetilinumoPoetelinumsono nomi ben diversi; eppoi, quelLucus Petelinusmenzionato da Livio e da Plutarco, a proposito del giudizio contro M. Manlio, trovavasiextra portam Flumentanam(così leggono ormai quasi tutti i critici, invece difrumentariam); e questa porta i topografi la collocano presso ilForum Olitorium, e cioè tra l’odierno Ponte Rotto e il Ponte Quattro Capi, presso a poco ove ora è la Via o Vicolo del Ricovero[1145].

Nemmeno fa ostacolo l’opinione del Corvisieri, il quale crede che questa parte dell’Oppio fosse dettaColiseo[1146]. Imperocchè, pur concedendo che tal nome fosse stato dato a quella collina, sarebbe sempre il nome volgare, (il nome dato al tempio d’Iside, come egli dice,situato in quel colle (!) per distinguerlo forse da qualche altro tempio dello stesso nome); ma il nome classico, il vero nome, il nome proprio sarebbe stato sempre quello diSeptimiusin tempi remoti, e diSeptimus(se così si voglia leggere) in tempi meno antichi: e così qui verrebbe a proposito il detto del medesimo autore: che, cioè,nella stessa cittàs’incontrano contrade e monumenti più conosciuti per un nome di volgare capriccio che per il vero dato loro in origine.

Questa soluzione però gioverebbe se vi fosse difficoltà, ma per me questa difficoltà non esiste. Imperocchè il tempio d’Iside della III regione non fu (nè deve quindi supporsi collocato) sulla collina che sovrasta all’Anfiteatro. Noi già confutammo l’opinione del Corvisieri nella Parte II, cap. I di questo studio; riputiamo quindi inutile ripetere quanto allora dicemmo.

Pertanto, conchiudendo, diremo che nessuna località geografica è conosciuta col nome di monsSeptimius; e soltanto, per testimonianza di Varrone e del Libro Pontificale, si ricorda in Roma una parte dell’Esquilino così denominata.

Dunque il martire che si legge nell’inciso del codice di Brussels è un martire romano.

Ma nessun martire di nome Gaudenzio è conosciuto in Roma, ad eccezione di quello di cui si parla nella lapide che ha motivato questa lunga dissertazione. Dunque probabilmente è questo il martire ricordato nell’inciso del Martirologio d’Usuardo, codice di Brussels.

Quanto non sarebbe eloquente per la storia del nostro Gaudenzio questa località, designata dal Martirologio Brusellense, con quelle parole: «Ad radicem montis Septimi [i] passio S. Gaudentii martyris»?..... Ci direbbe insomma che Gaudenzio, liberto di Vespasiano, fu fatto uccidere nella casa del suo padrone, dinanzi alla fabbrica da lui edificata, ove appunto fu scoperto uno degli oratorî che attorniavano il Colosseo; unico oratorio (come dicemmo quando parlammo delle chiese ed oratorî che circondarono l’Anfiteatro Flavio) rimasto senza nome.

Ma, ripeto, questa non è che una mia congettura, della quale, se a qualcuno piacesse potrà servirsene per dire chi sia quel Gaudenzio che il Sollier confessava di non sapere,fateor me ignorare; e rimarrebbero soddisfatti anche coloro, i quali, col Muratori, s’auguravano che un giorno gli studiosi avrebbero fatto un po’ di luce su quel Gaudenzio ignoto.

Riassumiamo. Abbiamo visto:

1º che la lapide di Gaudenzio fu rinvenuta negli scavi praticati nel secolo XVII nel cimitero di S. Agnese sulla Via Nomentana;

2º che alla marchesa Randanini non costò l’acquistarla, e che non si può supporre una falsificazione fatta a scopo di lucro;

3º che a nessuno degli scopritori si dà lode dagli autori coevi al rinvenimento, perchè essa fu trovata a caso inaspettatamente, invece di essere stata studiosamente cercata;

4º che a quell’epoca non v’era questione di sorta sull’architetto del Colosseo; e quindi non vi potè essere chi, per far trionfare la propria opinione,avesse motivo di nascondere quella lapide sotto le frane di un cimitero sotterraneo;

5º che non fanno ostacolo all’autenticità della stessa lapide la paleografia, gli apici e la dicitura;

6º che anche ai tempi di Vespasiano vi poterono essere martiri, e che vi furono effettivamente; ed abbiamo addotte le ragioni plausibili per ammettere che Gaudenzio potesse essere l’architetto del Colosseo;

7º abbiamo veduto, finalmente, che ilGaudentiusmenzionato nel Martirologio di Usuardo è probabilmente il nostro.

Non è dunque ormai ragionevole negare recisamente l’autenticità della lapide «Sic premia servas», basandosi soltanto sugli argomenti negativi generalmente addotti e da noi sfatati. Ed io son certo che ogni uomo di buona volontà dovrà convenire che, se i miei argomenti non sono del tutto atti a dimostrareapoditticamentela genuinità di quella lapide, sono almeno atti a suscitare dei dubbi, i quali faranno sì che i dotti, col loro studio, tornino sopra una tanto scabrosa questione.


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