104.I gladiatori volontarî venivano sottoposti ad un giuramento speciale, col quale s’obbligavano di obbedire al loro padrone, ancorchè questi ordinasse la loro uccisione. Una formola di questo giuramento la trovo nelSatyricon(cap. CXVII) di Petronio. Eccola: «Uri, vinciri, verberari, ferroque necari, et quidquid aliud Eumolpus iussisset, tamquam legitimi gladiatores, domino corpora, animisque religiosissime addicimus».105.Suet.,Iul.26;Cic.,pro Roscio Amer.40;Iuv., VI, 16; XI, 8. Ilanistaefacevano esercitare i loro discepoli (familiaedi gladiatori.Suet.,Aug.42) con spade lignee (rudes).Suet.,Calig.32, 54.106.Serv.,ad Virg. Aen.X, 519. — L’Henzen dice che tutti i gladiatori che pugnavanoad sepulchrasi chiamaronobustuarii; loc. cit., p. II.107.In Roma i principali collegî gladiatorî erano: ilMatutinus, ilGallicus, ilDacicus, ed ilMagnus. Di quest’ultimoludussi conserva il disegno nella pianta marmorea di Roma, che trovasi in Campidoglio. V.Canina,Arch. Rom., Tav. CXXXIV.108.L. VII,Epist.XIV.109.Quest’atto, come è noto, i latini lo denotavano colla fraseproponere, pronunciare, ostendere munus.110.Componebat, comparabat, committebat gladiatores.111.Cic.,De orat.11, 78, 80;Ovid.,Ars Am.III, 515.Sen.,Ep.117.112.Di qui, a quanto pare, nacque la vocebattaglia.113.Ed allora i gladiatori si dicevanoCatervarii.Suet.,Cal.30.114.Ulpiano fa distinzione fra i gladiatori condannatiad gladium, e fra quelli condannatiad ludum. «Nam, dice,ad gladium dannati, confestim consumuntur, vel certe intra annum debent consumi; enimvero qui in ludum damnantur, non utique consumuntur, sed etiam pilleari et rudem accipere possunt post intervallum. Siquidem postQUINQUENNIUMpilleari: postTRIENNIUMautem rudem induere iis permittere». IRudiarii(ossia i gladiatori che avevano riacquistato la libertà) non tornavano a pugnarenisi pretio aut sponte inducti; ed eran soliti di consacrare le loro armi (e talvolta anche i premî) a Ercolegymnasiorum deo.115.Xiphil., LXXII, 19. — A questa classe di gladiatori apparteneva Commodo, il quale si vantava di essere il primo fra isecutores, e di aver ucciso moltireziarî(Lampr.,in Comm.XV).116.Isid.,Orig.XVIII, 52; Cf.Artemid. Oneicr.II, 33.117.Iuv., VIII, 210;Suet.,Calig.30.118.Is.,Or.XVIII, 57. — Probabilmente l’uso della rete ebbe origine dal fatto di Pittaco, del quale parlano Laerzio (l. I) e Strabone (l. XXIII). Essendo Pittaco capitano dei Mitilenei combattè col capitano degli Ateniesi in figura di pescatore; e, dopo aver avvolto l’avversario nella rete che seco avea portata nascosta, lo ferì coltridentee col coltello. In un medaglione di Gordiano Pio, illustrato dal Bonarroti, si ha l’effigie di un reziario che tira a sè il competitore, il quale ha il capo avvolto in una rete. Questo stesso s’osserva in un bassorilievo affisso presso la tomba di Cecilia Metella.119.Terribile era il gladiatore Ermete, ricordato da Marziale. Costui pugnava in tre diversi modi: all’uso, cioè, deiSanniti, deiReziarî, degliAndabati; e non avea bisogno di suppositizi, ossia di gladiatori che supplissero a lui stanco o ferito (Mart. lib. V, Epig. LII). Iltridenteera un’arme micidialissima. Una volta cinque reziarî restarono soccombenti ad altrettantisecutori, ma al momento di esser trafitti, uno di essi, ripreso iltridente, uccise con questo tutti i vincitori. Lo stesso Caligola deplorò la fierezza di quell’atto (Suet.,Cal.30). Ad Arnobio, quando vedeva l’immagine di Nettuno coltridentein mano, sembrava di vedere un gladiatore (l. 6).120.Sen., Q. N. IV, 1.121.Un esempio l’abbiamo in una lampada figulina illustrata dalRich.(Dictionary of Roman and Greek antiquities.London 1860, v. Thrax.).122.Retiarii, dice l’Henzen,committebantur cum omnibus... gladiatoribus, praeter Threcem, de cuius certamine contra eum certe mihi notum non est. Cf.Explicatio Musivi in villa Burgh. asserv., Parte II.123.Cic.,Sent.64.124.Mart., VIII, 24.125.Tertullianoci parla di questa spugna: «poterit et de misericordiamoveridefixus in morsus ursorum et spongias retiariorum» (De Spect., lib. c. X,De munere). Questo passo, dice il Maffei (loc. cit., pag. 147) «indica, che ne’ reziarî così chiamavasi qualche arme da offesa, non da difesa;.... leggomonerie nonmoveri, com’hanno le stampe..... perchè non fa senso. Ora una coperta del petto non sarebbe tanto a pietà opposta nè ben corrisponderebbe al morso degli orsi. I reziarî inoltre combatteano senza armatura, ed in tunica, e senza ascondere in celata la fronte come si legge in Giovenale (Sat.8). Potea darsi per certa somiglianza alla rete, e poteva alla corta spada ancora, forse perchè il suo manico traforato fosse e lavorato a guisa di spugna. Inclino a credere questo per quel motto d’Augusto riferito da Suetonio (c. 26):Aiacem suum in spongiam incubuisse. Era questa una tragedia da lui cominciata, che non riuscendogli a suo modo, l’annullò cancellandola, al quale ufizio serviva presso gli antichi la spugna. Ma fredda facezia sarebbe stata quella d’Augusto, intendendo semplicemente, come Casaubono e tutti gli altri hanno fatto (fra i moderni V.Manuale della letteratura latina,G. VitellieG. Mazzoni, p. 301. Editore Barbera, 1907) senza chedoppio sensopotesse avere quella voce, l’istrumento da cancellare, per cui dovesse acquistar grazia tal detto. Parmi però potersene ricavar con certezza ch’anco alcune armi da punta portasse il nome dispugna, per lo che si venisse ad intendere, aver la tragedia avuto simil fine ad Aiace stesso che si diede la morte abbandonandosi sopra una spada».126.Giov., VI, 256. Queste particolarità si riscontrano anche in un bassorilievo di stucco, rinvenuto in Pompei ed illustrato dal Mazois.127.Tito Livio, IX, 40.128.Varrone L., l. V, 142.129.Ecco quanto l’Henzen, (Expl. Musivietc. Tip. della Rev. Cam. Apost., 1852, p. II) scrive relativamente aivelitesoprovocatores: «De velitibus ac provocatoribus Maffei sententiam sequendam esse putaverim, quippe qui pro iisdem fere eos habeat. Velitum pugna erat ut ultro citoque tela obiectarent (Isid.,Orig.XIII, 54): et quum in re militari velites ad proelia incipienda adhiberentur, eundem in arena eorum usum fuisse probabile est, qua cum dimicandi ratione optime congruit provocatorum nomen. Quod praeterea Artemidorus (Oneicron, II, 33), ubi emendatio vocabuli προβακτωρ in προβοκάτωρ certissima est, dicit significari somnio de provocatore, coniugem εὔμορφον μὲν καὶ χαρίεσσαν, λαμυράν δὲ καὶ ἒρωτικήν, ad eandem certaminis rationem spectare videtur, quaevaria erat, spectantibus vero gratiorquamreliquae(Isid.,Orig.XVIII, 54). Levem certe armaturam provocatorum quoque fuisse iam Ciceronis loco apparet, qui Clodium narrat servos ex ergastulis emptos, sortito alios samnites, alios provocatores fecisse, ita puto, duo genera maxime diversa indicans, ut hominis negligentiam ac levitatem eo severius perstringeret. Nomine provocatoris loco, quod apud Ciceronem legitur ceterae inscriptiones omnes nihil nisi PROVOK (Orell. 2508) vel PROV (Orell. 2566, ex Marin inscript. Alb. p. 12) exhibent. Velites inter gladiatores, fuisse negavit Fabr. inscript. 203, p. 39:Vel.velarios interpretatus sed velarii ipsi non erant gladiatores sed milites plerunque navales (Lamp.Comm.15), neque eos inter gladiatores recenseri credere possum. Praeterea habemus Isidori testimonium haud dubium, et si recte emendaverit Rigaltius (in notis ad Artemid.Oneicr.II, 38); ibi quoque pro vocabulo ὀρβήλος, quod nullum est, οὐήλης legimus».130.Giov.,Iorn.c. II;Cic.,ad Georg.l. III. In un’iscrizione si legge:assidarium. V.Muratori, 613, 3.131.Un esempio degliAndabatael’abbiamo nel monumento di Scauro. Cf.Henzen, loc. cit. L’Andabata usava l’hastae laparma rotunda. Portava un elmo dorato (Isid.,Orig.XVIII, 50), senza apertura nella visiera (Hieron.,ad Iov.I, 36).132.Se ne fa menzione da Artemidoro (Oneic.II, 33) e nell’iscrizione 603, 3 riportata dal Muratori.Dymachaerisono queste due statue del Museo Borbonico rappresentanti due uomini morenti, che impugnano una spada per mano.133.I gladiatoresfiscalessi chiamarono ancheCaesariani; e poichè eran essi «eximii viribus, arte, ornatu(Lips.,Sat., l. II, p. 959) e spesso il popolo domandava agli Imperatori il favore di vederli combattere nell’arena, furon detti eziandioPostulaticii.Seneca(Epist.VII) scrisse: «Hos plerique ordinariis et postulaticiis paribus praeferunt».134.Seneca,Epist. ad Lucil.8; cf. 96;Tert.,Apol.15. — Dione Cassio biasima quegli inumani spettatori, i quali mentre pranzavano,summo studio, assistevano a quella orrenda carneficina.Dio., 60;Suet., 34.135.V’era pur anche una classe di gladiatori dettaCatervarii, «a modo pugnae, scilicet cum non singuli cum singulis, ut moris, sed confusi mixtique pugnant per catervas»(Lips.,Saturn.Serm. l. II, p. 960). InGiuseppe Flavio(De Antiq.l. VII) leggiamo: che Tito «Multis e captivis illic consumpti, aliis bestiis obiecti, alii catervatim, et plures, more hostium, depugnare inter se iussit». Questo spettacolo fu dato da Tito in Cesarea.IPegmares(PegmaticioPegmatarii,come più piace chiamarli) erano quei gladiatori i quali «pegmatis impositi depugnabant» (Lips., loc. cit.). Suetonio dice:Gladiatorio munere reductis interdum flagrantissimo Sole velis, emitti quenquam vetabat, remotoque ordinario apparatu, rapidis feris vilissimos senioque confectos, gladiatores quoquePEGMARES,patreffamiliarum notos, sed insignes debilitate aliqua corporis subiiciebat» (Suet.,in Calig.XVI). IlLipsio(loc. cit.) crede doversi leggere «gladiatoribus quoque pegmares», in questo senso: «Rabidis feris bestiarios viles, invalidosque: et gladiatoribus operas pegmares fabrosque subiiciebat». Secondo altri avrebbero preso questo nome dapegma, specie di torre, che veniva eretta nel mezzo dell’Anfiteatro. La sommità della torre sarebbe stata ricoperta di scudi, elmi ed armi, da darsi in premio ai vincitori. I gladiatori, divisi in due schiere, dovevano chi attaccare e chi difendere la torre. Sarebbe stata una rappresentazione dell’assalto ad una fortezza.136.Cod. Teodos., Lib. XV. Tit. XII; l. 1;Quapropter, qui omnino gladiatores esse prohibemus; eos qui forte delictorum caussa hanc conditionem, atque sententiam mereri consueverant, metallo magis facies inservire, ut sine sanguine suorum scelerum paenas agnoscant.137.Conf., VIII.138.Contra Symm., l. I, v. 379 e segg.139.Lib. V, cap. XXVI.140.A. 403, secondo Tillemont, 404 secondo altri.141.V. nota quasi alla fine del Capitolo IV, Parte I, di questo lavoro. — V’ha chi crede che questo monaco di nome Telemaco sia quello stesso che dal Martirologio Romano (v. I Ian. colle note del Baronio) vien detto Almachio. Tillemont (Empereurs, Honoré, art. 20, p. 533 sgg.) fa queste osservazioni: «Il est difficile de ne pas reconnaître que tout ce qu’on dit de s. Almaque est ou faux ou très altéré».142.Nei Cataloghi s’aggiunge ilCastrense, ma questo, come vedremo nella PARTE IV,Quest.3ª, fu unanfiteatro privato, non destinato, cioè, ai pubblici spettacoli.143.Parvum lapideum condidit.Isid.144.Cf. PARTE IV.Quest.3ª.145.Dio., p. 709. Ed.Leunel.146.Verona illust., Parte IV, l. I, p. 50. Verona MDCCXXXI.147.Suet., inVesp.c. IX.148.«Struxit autem Vespasianus in consulato suo octavo: idest, vix biennio, ante vitae finem» (Lips.,De Amphith., c. VI). Vespasiano morì l’anno 79 d. C.149.I trionfi dellaGuerra Giudaicafurono celebrati colla dedicazione del vicino Arco di Tito, sulla Via Sacra (Cass.,Variar.l. V, epist. XLII).150.Suet., inVesp.c. IX.151.Varr.,de L. Lat., l. IV, c. VIII. — V.Guattani, Tom. II, p. 3.152.Suet., inNer.31.Stagnum maris instar circumseptum aedificiis ad urbium speciem.153.Epig. 2.154.Facevan capo a questo centralissimo luogo, oltre alVico Sandalario, le tre celebri e frequentate vie: laSaburra, laSalariae laTrionfaledetta ancheNuovaperchè rinnovata da Caracalla, allorchè edificò le Terme.155.Mercurio volante, p. 153.156.De Bello lud., l. VII, c. XXIV (Coloniae Alobrog. MDCXI. Ex Typ. Iacobi Stoer).157.Loc. cit., l. VII, c. XVI.158.Non è però improbabile che vi lavorassero, attesa la grandiosità dell’opera ed il tempo, relativamente breve, in cui fu portata a compimento, molte migliaia di schiavi; ma non è possibile assicurarne, come fa il Rossino, il numero preciso e, molto meno, accertare che essi fossero tutti Ebrei.159.Vix biennio. Cf.Lips., loc. cit.160.ChroniconA. 334.A tribus gradibus patris sui duos adiecit. (Cf.Frick,Chronica minora, Lips. 1892. Vol. I, p. 116).161.Lips., (loc. cit.) dice a questo proposito: «non male S. Rufus ambigue inscripsit,Flavii Amphitheatrum, etsi fama et vulgusTitomagis adiudicavit: sive favore quodam in illum, sive potiusex romano ritu, quo receptum opera censeri a dedicante».162.Frick, loc. cit. p. 117: —Domitianus Imp...... Amphitheatrum usque ad clypea.163.Bull. della Comm. arch. comun. di Roma, p. 272 e sgg. Anno VIII, serie seconda, 1880. Suiloca adsignata in amphitheatroai fratelli Arvali, nella prima assegnazione dell’anno 80 fatta da Tito, abbiamo uno splendido documento negli atti del Collegio dell’anno medesimo.V. Marini,Arvalip. 224;Canina,Edif.3, 26;Hübner,Ann. Inst.1856, 62 sg.;Mommsen,Ann. Inst.1859, 125;Henzen,Arv., p. 106 et sg.; C. I. L. VI, p. 506. — Ecco l’importantissimo documento, inciso, disgraziatamente, da uno scalpellino idiota o poco meno:164.Vitruv.,De arch., l. IV, c. V, 12:Sunt autem, quae iisdem columnis imponuntur capitulorum genera, variis vocabulis nominata: quorum nec proprietates symmetriarum, nec columnarum genus aliud nominare possumus, sed ipsorum vocabula traducta et commutata ea Corinthiis et pulvinatis et Doricis videmus, quorum symmetriae sunt in novarum scalpturarum translatae subtilitatem.165.L’Arco trionfale di Tito sulla Via Sacra. V.Nibby,Roma Ant. Part. I, p. 295.166.Nell’interno dell’Anfiteatro si veggono tuttora 26 capitelli di quest’ordine. Essi sono semplici, senza intagli, ma di discreta proporzione e di una ben intesa esecuzione. E sealcune parti secondariedi questi capitelli furono lasciate inabbozzo, fu senza dubbio in considerazione della grande altezza in cui si dovean collocare, e della vastità dell’edificio. Presento al lettore la riproduzione di un capitello tratta dalla fotografia che io stesso ho fatto fare. (VediFig. 1ª).167.E qui sorge una difficoltà. Uno dei capitelli marmorei del colonnato delsommo menianoè ricavato da un blocco di marmo che ha incisi i residui di un’iscrizione monumentale. Come spiegare questo fatto? — I restauri ingenti fatti da Eliogabalo e da Severo Alessandro nell’ultimo piano dell’Anfiteatro (ove la parete di travertini è internamente rivestita di una cortina laterizia dell’epoca di quei Cesari) mi pare possano far dileguare questa difficoltà. In quella vasta riparazione (resa necessaria dai danni causati dall’incendio del 217), alcuni dei capitelli furono certamente rinnovati. D’altra parte, l’uso comune in quell’epoca, di adoperare pietre appartenute ad altri edifizî, è a tutti noto; e il timpano, a mo’ d’esempio, del Portico d’Ottavia, nonchè alcuni punti della muraglia di travertini dell’ultimo piano dello stesso Anfiteatro Flavio ce ne sono una prova patente. — D’altronde quel capitello, coi residui della monumentale iscrizione, potrebbe anch’essere dell’epoca Domizianea; giacchè una parte dei materiali appartenuti ai distrutti edificî neroniani furono senza dubbio adoperati nell’edificazione dell’Anfiteatro. — Il frammento d’iscrizione rimasto sulla faccia superiore del capitello, ha (tra le poche parole tronche) queste tre lettere: NER (Nero?). Generalmente si supplisce NER (vae?). V.Lanc., loc. cit., p. 217; c. I, l. VI, part. 4ª, n. 32255. Ma del resto si presta pur anche al supplemento da me proposto. Vicino a questo capitello ve n’è un altro con quattro testine rappresentantiMedusa.168.Nell’anno 80 d. C., Tito occupava il consolato per l’ottava volta, insieme a Domiziano, il quale era console per la settima volta.169.De Spect., Epig. I.170.Loc. cit. Epig. III.171.Suet.,in Titoc. VII:Amphitheatro dedicato, thermisque iuxta celeriter extructis, munus edidit apparatissimum, largissimumque. Dedit et navale praelium in veteri naumachia; ibidem et gladiatores: atque uno die quinque millia omne genus ferarum.172.Noi tratteremo questa questione nella Parte IV,Quest. I.173.Chron.174.Ecco come ragiona Nolli: «L’arena, nel suo maggior diametro, era lunga palmi architettonici 450 per 305. Tutta l’area dell’arena sarebbe 107,795 palmi quadrati; e sulla supposizione che il sito occupato da un orso o leone o tigre ben grande sia di palmi quadrati 16, l’arena risulterebbe capace di 6737 fiere. Ma poichè non tutte le fiere hanno la stessa grandezza, così, calcolando a ciascuna fiera 10 palmi quadr., l’arena sarebbe capace di 10,779 fiere. — Il numero dunque di 5000 esposte da Tito, e di 9000 esposte da Probo, non è esagerato. Ma, s’intenda, non per farle giuocare tutte uno die nell’Anfiteatro, ma permostrarle tutteUNO DIEal popolo». (Cf.Marangoni,Anf. Fl.p. 50).175.Dio., l. XVI, 25, Trad. del Bossi, Milano 1823.176.Il Casaubono corresse il testo di Sifilino, sostituendo alle gru, «Γεράνοις», i germani, «Γερμανος». — Il Reimaro si oppose a questa correzione. — IlGori(Memorie storicheecc., Roma 1875), ed altri dicono che, come è favoloso il combattimento delle gru coi pigmei, così è inconcepibile che quelle combattessero fra di loro.177.DettoNemus Caesarum.178.ἐφ’ ἑκατον ἡμἐρας ἑγἐνετο.179.La Mèta Sudante era una «fontana celebre, esistente in Roma prima dell’Anfiteatro Flavio» (Nibby,Del Foro Rom.p. 245). In Seneca leggiamo:Essedas transcurrentes pono, et fabrum inquilinum, et serrarium vicinum, aut hunc, qui ad Metam Sudantem tubas experimur et tibias; nec cantat sed exclamat(Ep. LVII). «Domiziano, prosegue il Nibby (loc. cit.) la ristabilì, forse perchè Nerone l’aveva distrutta, e questa seconda Mèta Sudante fu assai bella e decorata».180.Cf.Nibby, loc. cit., p. 402.181.Loc. cit., p. 43.182.Roma descritta ed illustrata, Tom. II, p. 5.183.Del Foro Romano, p. 239: «Tra il numero XXXVIII e XXXVIIII è l’ingresso imperiale, quindi l’arco ivi è più grande degli altri (?) e non ha numero.... Questo luogo, riservato alla famiglia imperiale, si trova affatto separato dal resto, e forse quest’ingresso era più decorato degli altri,e v’ha chi suppone che di là cominciasse un portico di colonne che andava a finire al palazzo di Tito sull’Esquilie; ma di ciò non può darsi altra prova, se non che negli ultimi scavi si sono in questo luogo trovati frammenti di colonne scanalate di marmo frigio, che ivi ancora si veggono, e sopra l’arco manca il cornicione con tutti gli ornati,e nelle medaglie si vede indicato un tal portico».184.Maffei, loc. cit., l. I, p. 45.185.Id.,ibid., p. 45.186.Id.,ibid., p. 45.187.Nibby,Del Foro Romano, p. 245.188.Cf.Charisius, I, 73: «Titus ut lupus. Thermas Titinas, ut pelles lupinas non dicimus, sedTitianas».189.V. la nota verso la fine del Capitolo I, Parte II, di questo lavoro.190.Cohen, II ediz.,Titus, Vol. I, p. 461, n. 400.191.Id.,Ibid., n. 399.192.Roma anticaI, 403.193.Archit. Numism. or, architectural models of classic antiquity, London 1859 n. 79, pag. 294.194.Vol. III, pag. 340.195.F. Gori,Mem. storiche, i giuochiecc. Roma 1875.196.«Bull. della Ist.» 1861, p. 33.197.La medaglia illustrata dal Donaldson e da lui dettagrande bronzo, conservasi nel Museo Britannico.198.V.Maffei, loc. cit., Tav. I.199.Nell’anno 80 di C. furono battute altre medaglie, come ad es., quella in cui è rappresentato Vespasiano inquadrigae recante (nel dritto) l’iscrizione: DIVO AVG. VESP. S. P. Q. R. (Cf.Cohen, loc. cit.); ma poichè non è certo che siano commemorative, tralascio di riportarle.200.Variar. l. V, Epist. XLII:Hoc Titi potentia principalis divitiarum profuso flumine cogitavit aedificium fieri, unde caput urbium potuissetetc.201.Voyage en Italie, Paris 1801, p. 385 e sgg.202.«Bull. Comm.» loc cit. p. 215.203.«Ann. dell’Ist.» 1850, p. 68-71, Tav. XII.204.IlGuattani(Roma descritta ed illustrata. Tom. II, pag. 3) si domanda: «Perchè non dare agli anfiteatri una forma perfettamente sferica? Due, a mio credere, prosegue egli, ne furono le ragioni. Una la trovo nel vantaggio di accorciare la visuale degli spettatori, in guisa che, o empiendosi l’anfiteatro la maggior parte, o non empiendosi tutto, il popolo vedeva più comodamente lo spettacolo; tanto più che essendovi la necessità di coprirlo, illanguidivasi necessariamente la luce. Inoltre la forma elittica riesce appunto più facile a coprirsi, restando la lunghezza del maggior numero delle tele e delle gomene dalla linea circolare interiore all’esteriore più corta».205.Amm., l. XVI, c. XVI, scrisse:Amphitheatri molem solidatam lapidis tiburtini compage, ad cuius summitatem aegre visio humana conscendit.— Non v’ha dubbio che lavenerabile moledei Flavî, veduta da vicino e dal piano antico, sia sommamente imponente.206.Cinque di questi cippi furono scoperti nel 1895 all’Est dell’Anfiteatro, di contro alle arcate XXIII, XXIIII e XXV («Bull. Comm.» 1895, n. 3, p. 117 e segg.).207.Verona illust.p. 186.208.Questi stucchi furono disegnati da Giovanni da Udine ed incisi nellaRaccoltadi De-Crosat. (Vasari,Vita de’ Pittorip. 30, part. 3, q. 2).209.Dalle medaglie apparisce che su gli archi che trovavansi nei grandi ingressi v’erano delle quadrighe. IlGuattani(loc. cit. Tom. II, p. 5), invece scrive: «Nella parte settentrionale verso l’Esquilino, fra gli archi corrispondenti al mezzo dell’ovale, ve n’è uno che non ha numero fra il XXXV e il XXXVIII (?). Ivi da un capitello all’altro delle colonne, manca tutto il cornicione sino al piano del portico superiore. Tal mancanzaindica a maraviglia l’attacco di un ponteche dava il passaggio all’Imperatore dal suo palazzo e terme sull’Esquilie all’Anfiteatro». A p. 16 (nota) il Guattani principia a dubitare di questa sua asserzione, e scrive: «Questa quadriga non si vede affatto (?) in nessuna medaglia a mia notizia; bensì impresso in tutte, e chiarissimamente visibile in quella di Gordiano, sta l’attacco delponte, seppure,in vece di ponte non fosse un vestibolo dell’Anfiteatro». È evidente che al Guattani non eran note le medaglie di Domiziano, ecc.
104.I gladiatori volontarî venivano sottoposti ad un giuramento speciale, col quale s’obbligavano di obbedire al loro padrone, ancorchè questi ordinasse la loro uccisione. Una formola di questo giuramento la trovo nelSatyricon(cap. CXVII) di Petronio. Eccola: «Uri, vinciri, verberari, ferroque necari, et quidquid aliud Eumolpus iussisset, tamquam legitimi gladiatores, domino corpora, animisque religiosissime addicimus».
104.I gladiatori volontarî venivano sottoposti ad un giuramento speciale, col quale s’obbligavano di obbedire al loro padrone, ancorchè questi ordinasse la loro uccisione. Una formola di questo giuramento la trovo nelSatyricon(cap. CXVII) di Petronio. Eccola: «Uri, vinciri, verberari, ferroque necari, et quidquid aliud Eumolpus iussisset, tamquam legitimi gladiatores, domino corpora, animisque religiosissime addicimus».
105.Suet.,Iul.26;Cic.,pro Roscio Amer.40;Iuv., VI, 16; XI, 8. Ilanistaefacevano esercitare i loro discepoli (familiaedi gladiatori.Suet.,Aug.42) con spade lignee (rudes).Suet.,Calig.32, 54.
105.Suet.,Iul.26;Cic.,pro Roscio Amer.40;Iuv., VI, 16; XI, 8. Ilanistaefacevano esercitare i loro discepoli (familiaedi gladiatori.Suet.,Aug.42) con spade lignee (rudes).Suet.,Calig.32, 54.
106.Serv.,ad Virg. Aen.X, 519. — L’Henzen dice che tutti i gladiatori che pugnavanoad sepulchrasi chiamaronobustuarii; loc. cit., p. II.
106.Serv.,ad Virg. Aen.X, 519. — L’Henzen dice che tutti i gladiatori che pugnavanoad sepulchrasi chiamaronobustuarii; loc. cit., p. II.
107.In Roma i principali collegî gladiatorî erano: ilMatutinus, ilGallicus, ilDacicus, ed ilMagnus. Di quest’ultimoludussi conserva il disegno nella pianta marmorea di Roma, che trovasi in Campidoglio. V.Canina,Arch. Rom., Tav. CXXXIV.
107.In Roma i principali collegî gladiatorî erano: ilMatutinus, ilGallicus, ilDacicus, ed ilMagnus. Di quest’ultimoludussi conserva il disegno nella pianta marmorea di Roma, che trovasi in Campidoglio. V.Canina,Arch. Rom., Tav. CXXXIV.
108.L. VII,Epist.XIV.
108.L. VII,Epist.XIV.
109.Quest’atto, come è noto, i latini lo denotavano colla fraseproponere, pronunciare, ostendere munus.
109.Quest’atto, come è noto, i latini lo denotavano colla fraseproponere, pronunciare, ostendere munus.
110.Componebat, comparabat, committebat gladiatores.
110.Componebat, comparabat, committebat gladiatores.
111.Cic.,De orat.11, 78, 80;Ovid.,Ars Am.III, 515.Sen.,Ep.117.
111.Cic.,De orat.11, 78, 80;Ovid.,Ars Am.III, 515.Sen.,Ep.117.
112.Di qui, a quanto pare, nacque la vocebattaglia.
112.Di qui, a quanto pare, nacque la vocebattaglia.
113.Ed allora i gladiatori si dicevanoCatervarii.Suet.,Cal.30.
113.Ed allora i gladiatori si dicevanoCatervarii.Suet.,Cal.30.
114.Ulpiano fa distinzione fra i gladiatori condannatiad gladium, e fra quelli condannatiad ludum. «Nam, dice,ad gladium dannati, confestim consumuntur, vel certe intra annum debent consumi; enimvero qui in ludum damnantur, non utique consumuntur, sed etiam pilleari et rudem accipere possunt post intervallum. Siquidem postQUINQUENNIUMpilleari: postTRIENNIUMautem rudem induere iis permittere». IRudiarii(ossia i gladiatori che avevano riacquistato la libertà) non tornavano a pugnarenisi pretio aut sponte inducti; ed eran soliti di consacrare le loro armi (e talvolta anche i premî) a Ercolegymnasiorum deo.
114.Ulpiano fa distinzione fra i gladiatori condannatiad gladium, e fra quelli condannatiad ludum. «Nam, dice,ad gladium dannati, confestim consumuntur, vel certe intra annum debent consumi; enimvero qui in ludum damnantur, non utique consumuntur, sed etiam pilleari et rudem accipere possunt post intervallum. Siquidem postQUINQUENNIUMpilleari: postTRIENNIUMautem rudem induere iis permittere». IRudiarii(ossia i gladiatori che avevano riacquistato la libertà) non tornavano a pugnarenisi pretio aut sponte inducti; ed eran soliti di consacrare le loro armi (e talvolta anche i premî) a Ercolegymnasiorum deo.
115.Xiphil., LXXII, 19. — A questa classe di gladiatori apparteneva Commodo, il quale si vantava di essere il primo fra isecutores, e di aver ucciso moltireziarî(Lampr.,in Comm.XV).
115.Xiphil., LXXII, 19. — A questa classe di gladiatori apparteneva Commodo, il quale si vantava di essere il primo fra isecutores, e di aver ucciso moltireziarî(Lampr.,in Comm.XV).
116.Isid.,Orig.XVIII, 52; Cf.Artemid. Oneicr.II, 33.
116.Isid.,Orig.XVIII, 52; Cf.Artemid. Oneicr.II, 33.
117.Iuv., VIII, 210;Suet.,Calig.30.
117.Iuv., VIII, 210;Suet.,Calig.30.
118.Is.,Or.XVIII, 57. — Probabilmente l’uso della rete ebbe origine dal fatto di Pittaco, del quale parlano Laerzio (l. I) e Strabone (l. XXIII). Essendo Pittaco capitano dei Mitilenei combattè col capitano degli Ateniesi in figura di pescatore; e, dopo aver avvolto l’avversario nella rete che seco avea portata nascosta, lo ferì coltridentee col coltello. In un medaglione di Gordiano Pio, illustrato dal Bonarroti, si ha l’effigie di un reziario che tira a sè il competitore, il quale ha il capo avvolto in una rete. Questo stesso s’osserva in un bassorilievo affisso presso la tomba di Cecilia Metella.
118.Is.,Or.XVIII, 57. — Probabilmente l’uso della rete ebbe origine dal fatto di Pittaco, del quale parlano Laerzio (l. I) e Strabone (l. XXIII). Essendo Pittaco capitano dei Mitilenei combattè col capitano degli Ateniesi in figura di pescatore; e, dopo aver avvolto l’avversario nella rete che seco avea portata nascosta, lo ferì coltridentee col coltello. In un medaglione di Gordiano Pio, illustrato dal Bonarroti, si ha l’effigie di un reziario che tira a sè il competitore, il quale ha il capo avvolto in una rete. Questo stesso s’osserva in un bassorilievo affisso presso la tomba di Cecilia Metella.
119.Terribile era il gladiatore Ermete, ricordato da Marziale. Costui pugnava in tre diversi modi: all’uso, cioè, deiSanniti, deiReziarî, degliAndabati; e non avea bisogno di suppositizi, ossia di gladiatori che supplissero a lui stanco o ferito (Mart. lib. V, Epig. LII). Iltridenteera un’arme micidialissima. Una volta cinque reziarî restarono soccombenti ad altrettantisecutori, ma al momento di esser trafitti, uno di essi, ripreso iltridente, uccise con questo tutti i vincitori. Lo stesso Caligola deplorò la fierezza di quell’atto (Suet.,Cal.30). Ad Arnobio, quando vedeva l’immagine di Nettuno coltridentein mano, sembrava di vedere un gladiatore (l. 6).
119.Terribile era il gladiatore Ermete, ricordato da Marziale. Costui pugnava in tre diversi modi: all’uso, cioè, deiSanniti, deiReziarî, degliAndabati; e non avea bisogno di suppositizi, ossia di gladiatori che supplissero a lui stanco o ferito (Mart. lib. V, Epig. LII). Iltridenteera un’arme micidialissima. Una volta cinque reziarî restarono soccombenti ad altrettantisecutori, ma al momento di esser trafitti, uno di essi, ripreso iltridente, uccise con questo tutti i vincitori. Lo stesso Caligola deplorò la fierezza di quell’atto (Suet.,Cal.30). Ad Arnobio, quando vedeva l’immagine di Nettuno coltridentein mano, sembrava di vedere un gladiatore (l. 6).
120.Sen., Q. N. IV, 1.
120.Sen., Q. N. IV, 1.
121.Un esempio l’abbiamo in una lampada figulina illustrata dalRich.(Dictionary of Roman and Greek antiquities.London 1860, v. Thrax.).
121.Un esempio l’abbiamo in una lampada figulina illustrata dalRich.(Dictionary of Roman and Greek antiquities.London 1860, v. Thrax.).
122.Retiarii, dice l’Henzen,committebantur cum omnibus... gladiatoribus, praeter Threcem, de cuius certamine contra eum certe mihi notum non est. Cf.Explicatio Musivi in villa Burgh. asserv., Parte II.
122.Retiarii, dice l’Henzen,committebantur cum omnibus... gladiatoribus, praeter Threcem, de cuius certamine contra eum certe mihi notum non est. Cf.Explicatio Musivi in villa Burgh. asserv., Parte II.
123.Cic.,Sent.64.
123.Cic.,Sent.64.
124.Mart., VIII, 24.
124.Mart., VIII, 24.
125.Tertullianoci parla di questa spugna: «poterit et de misericordiamoveridefixus in morsus ursorum et spongias retiariorum» (De Spect., lib. c. X,De munere). Questo passo, dice il Maffei (loc. cit., pag. 147) «indica, che ne’ reziarî così chiamavasi qualche arme da offesa, non da difesa;.... leggomonerie nonmoveri, com’hanno le stampe..... perchè non fa senso. Ora una coperta del petto non sarebbe tanto a pietà opposta nè ben corrisponderebbe al morso degli orsi. I reziarî inoltre combatteano senza armatura, ed in tunica, e senza ascondere in celata la fronte come si legge in Giovenale (Sat.8). Potea darsi per certa somiglianza alla rete, e poteva alla corta spada ancora, forse perchè il suo manico traforato fosse e lavorato a guisa di spugna. Inclino a credere questo per quel motto d’Augusto riferito da Suetonio (c. 26):Aiacem suum in spongiam incubuisse. Era questa una tragedia da lui cominciata, che non riuscendogli a suo modo, l’annullò cancellandola, al quale ufizio serviva presso gli antichi la spugna. Ma fredda facezia sarebbe stata quella d’Augusto, intendendo semplicemente, come Casaubono e tutti gli altri hanno fatto (fra i moderni V.Manuale della letteratura latina,G. VitellieG. Mazzoni, p. 301. Editore Barbera, 1907) senza chedoppio sensopotesse avere quella voce, l’istrumento da cancellare, per cui dovesse acquistar grazia tal detto. Parmi però potersene ricavar con certezza ch’anco alcune armi da punta portasse il nome dispugna, per lo che si venisse ad intendere, aver la tragedia avuto simil fine ad Aiace stesso che si diede la morte abbandonandosi sopra una spada».
125.Tertullianoci parla di questa spugna: «poterit et de misericordiamoveridefixus in morsus ursorum et spongias retiariorum» (De Spect., lib. c. X,De munere). Questo passo, dice il Maffei (loc. cit., pag. 147) «indica, che ne’ reziarî così chiamavasi qualche arme da offesa, non da difesa;.... leggomonerie nonmoveri, com’hanno le stampe..... perchè non fa senso. Ora una coperta del petto non sarebbe tanto a pietà opposta nè ben corrisponderebbe al morso degli orsi. I reziarî inoltre combatteano senza armatura, ed in tunica, e senza ascondere in celata la fronte come si legge in Giovenale (Sat.8). Potea darsi per certa somiglianza alla rete, e poteva alla corta spada ancora, forse perchè il suo manico traforato fosse e lavorato a guisa di spugna. Inclino a credere questo per quel motto d’Augusto riferito da Suetonio (c. 26):Aiacem suum in spongiam incubuisse. Era questa una tragedia da lui cominciata, che non riuscendogli a suo modo, l’annullò cancellandola, al quale ufizio serviva presso gli antichi la spugna. Ma fredda facezia sarebbe stata quella d’Augusto, intendendo semplicemente, come Casaubono e tutti gli altri hanno fatto (fra i moderni V.Manuale della letteratura latina,G. VitellieG. Mazzoni, p. 301. Editore Barbera, 1907) senza chedoppio sensopotesse avere quella voce, l’istrumento da cancellare, per cui dovesse acquistar grazia tal detto. Parmi però potersene ricavar con certezza ch’anco alcune armi da punta portasse il nome dispugna, per lo che si venisse ad intendere, aver la tragedia avuto simil fine ad Aiace stesso che si diede la morte abbandonandosi sopra una spada».
126.Giov., VI, 256. Queste particolarità si riscontrano anche in un bassorilievo di stucco, rinvenuto in Pompei ed illustrato dal Mazois.
126.Giov., VI, 256. Queste particolarità si riscontrano anche in un bassorilievo di stucco, rinvenuto in Pompei ed illustrato dal Mazois.
127.Tito Livio, IX, 40.
127.Tito Livio, IX, 40.
128.Varrone L., l. V, 142.
128.Varrone L., l. V, 142.
129.Ecco quanto l’Henzen, (Expl. Musivietc. Tip. della Rev. Cam. Apost., 1852, p. II) scrive relativamente aivelitesoprovocatores: «De velitibus ac provocatoribus Maffei sententiam sequendam esse putaverim, quippe qui pro iisdem fere eos habeat. Velitum pugna erat ut ultro citoque tela obiectarent (Isid.,Orig.XIII, 54): et quum in re militari velites ad proelia incipienda adhiberentur, eundem in arena eorum usum fuisse probabile est, qua cum dimicandi ratione optime congruit provocatorum nomen. Quod praeterea Artemidorus (Oneicron, II, 33), ubi emendatio vocabuli προβακτωρ in προβοκάτωρ certissima est, dicit significari somnio de provocatore, coniugem εὔμορφον μὲν καὶ χαρίεσσαν, λαμυράν δὲ καὶ ἒρωτικήν, ad eandem certaminis rationem spectare videtur, quaevaria erat, spectantibus vero gratiorquamreliquae(Isid.,Orig.XVIII, 54). Levem certe armaturam provocatorum quoque fuisse iam Ciceronis loco apparet, qui Clodium narrat servos ex ergastulis emptos, sortito alios samnites, alios provocatores fecisse, ita puto, duo genera maxime diversa indicans, ut hominis negligentiam ac levitatem eo severius perstringeret. Nomine provocatoris loco, quod apud Ciceronem legitur ceterae inscriptiones omnes nihil nisi PROVOK (Orell. 2508) vel PROV (Orell. 2566, ex Marin inscript. Alb. p. 12) exhibent. Velites inter gladiatores, fuisse negavit Fabr. inscript. 203, p. 39:Vel.velarios interpretatus sed velarii ipsi non erant gladiatores sed milites plerunque navales (Lamp.Comm.15), neque eos inter gladiatores recenseri credere possum. Praeterea habemus Isidori testimonium haud dubium, et si recte emendaverit Rigaltius (in notis ad Artemid.Oneicr.II, 38); ibi quoque pro vocabulo ὀρβήλος, quod nullum est, οὐήλης legimus».
129.Ecco quanto l’Henzen, (Expl. Musivietc. Tip. della Rev. Cam. Apost., 1852, p. II) scrive relativamente aivelitesoprovocatores: «De velitibus ac provocatoribus Maffei sententiam sequendam esse putaverim, quippe qui pro iisdem fere eos habeat. Velitum pugna erat ut ultro citoque tela obiectarent (Isid.,Orig.XIII, 54): et quum in re militari velites ad proelia incipienda adhiberentur, eundem in arena eorum usum fuisse probabile est, qua cum dimicandi ratione optime congruit provocatorum nomen. Quod praeterea Artemidorus (Oneicron, II, 33), ubi emendatio vocabuli προβακτωρ in προβοκάτωρ certissima est, dicit significari somnio de provocatore, coniugem εὔμορφον μὲν καὶ χαρίεσσαν, λαμυράν δὲ καὶ ἒρωτικήν, ad eandem certaminis rationem spectare videtur, quaevaria erat, spectantibus vero gratiorquamreliquae(Isid.,Orig.XVIII, 54). Levem certe armaturam provocatorum quoque fuisse iam Ciceronis loco apparet, qui Clodium narrat servos ex ergastulis emptos, sortito alios samnites, alios provocatores fecisse, ita puto, duo genera maxime diversa indicans, ut hominis negligentiam ac levitatem eo severius perstringeret. Nomine provocatoris loco, quod apud Ciceronem legitur ceterae inscriptiones omnes nihil nisi PROVOK (Orell. 2508) vel PROV (Orell. 2566, ex Marin inscript. Alb. p. 12) exhibent. Velites inter gladiatores, fuisse negavit Fabr. inscript. 203, p. 39:Vel.velarios interpretatus sed velarii ipsi non erant gladiatores sed milites plerunque navales (Lamp.Comm.15), neque eos inter gladiatores recenseri credere possum. Praeterea habemus Isidori testimonium haud dubium, et si recte emendaverit Rigaltius (in notis ad Artemid.Oneicr.II, 38); ibi quoque pro vocabulo ὀρβήλος, quod nullum est, οὐήλης legimus».
130.Giov.,Iorn.c. II;Cic.,ad Georg.l. III. In un’iscrizione si legge:assidarium. V.Muratori, 613, 3.
130.Giov.,Iorn.c. II;Cic.,ad Georg.l. III. In un’iscrizione si legge:assidarium. V.Muratori, 613, 3.
131.Un esempio degliAndabatael’abbiamo nel monumento di Scauro. Cf.Henzen, loc. cit. L’Andabata usava l’hastae laparma rotunda. Portava un elmo dorato (Isid.,Orig.XVIII, 50), senza apertura nella visiera (Hieron.,ad Iov.I, 36).
131.Un esempio degliAndabatael’abbiamo nel monumento di Scauro. Cf.Henzen, loc. cit. L’Andabata usava l’hastae laparma rotunda. Portava un elmo dorato (Isid.,Orig.XVIII, 50), senza apertura nella visiera (Hieron.,ad Iov.I, 36).
132.Se ne fa menzione da Artemidoro (Oneic.II, 33) e nell’iscrizione 603, 3 riportata dal Muratori.Dymachaerisono queste due statue del Museo Borbonico rappresentanti due uomini morenti, che impugnano una spada per mano.
132.Se ne fa menzione da Artemidoro (Oneic.II, 33) e nell’iscrizione 603, 3 riportata dal Muratori.Dymachaerisono queste due statue del Museo Borbonico rappresentanti due uomini morenti, che impugnano una spada per mano.
133.I gladiatoresfiscalessi chiamarono ancheCaesariani; e poichè eran essi «eximii viribus, arte, ornatu(Lips.,Sat., l. II, p. 959) e spesso il popolo domandava agli Imperatori il favore di vederli combattere nell’arena, furon detti eziandioPostulaticii.Seneca(Epist.VII) scrisse: «Hos plerique ordinariis et postulaticiis paribus praeferunt».
133.I gladiatoresfiscalessi chiamarono ancheCaesariani; e poichè eran essi «eximii viribus, arte, ornatu(Lips.,Sat., l. II, p. 959) e spesso il popolo domandava agli Imperatori il favore di vederli combattere nell’arena, furon detti eziandioPostulaticii.Seneca(Epist.VII) scrisse: «Hos plerique ordinariis et postulaticiis paribus praeferunt».
134.Seneca,Epist. ad Lucil.8; cf. 96;Tert.,Apol.15. — Dione Cassio biasima quegli inumani spettatori, i quali mentre pranzavano,summo studio, assistevano a quella orrenda carneficina.Dio., 60;Suet., 34.
134.Seneca,Epist. ad Lucil.8; cf. 96;Tert.,Apol.15. — Dione Cassio biasima quegli inumani spettatori, i quali mentre pranzavano,summo studio, assistevano a quella orrenda carneficina.Dio., 60;Suet., 34.
135.V’era pur anche una classe di gladiatori dettaCatervarii, «a modo pugnae, scilicet cum non singuli cum singulis, ut moris, sed confusi mixtique pugnant per catervas»(Lips.,Saturn.Serm. l. II, p. 960). InGiuseppe Flavio(De Antiq.l. VII) leggiamo: che Tito «Multis e captivis illic consumpti, aliis bestiis obiecti, alii catervatim, et plures, more hostium, depugnare inter se iussit». Questo spettacolo fu dato da Tito in Cesarea.IPegmares(PegmaticioPegmatarii,come più piace chiamarli) erano quei gladiatori i quali «pegmatis impositi depugnabant» (Lips., loc. cit.). Suetonio dice:Gladiatorio munere reductis interdum flagrantissimo Sole velis, emitti quenquam vetabat, remotoque ordinario apparatu, rapidis feris vilissimos senioque confectos, gladiatores quoquePEGMARES,patreffamiliarum notos, sed insignes debilitate aliqua corporis subiiciebat» (Suet.,in Calig.XVI). IlLipsio(loc. cit.) crede doversi leggere «gladiatoribus quoque pegmares», in questo senso: «Rabidis feris bestiarios viles, invalidosque: et gladiatoribus operas pegmares fabrosque subiiciebat». Secondo altri avrebbero preso questo nome dapegma, specie di torre, che veniva eretta nel mezzo dell’Anfiteatro. La sommità della torre sarebbe stata ricoperta di scudi, elmi ed armi, da darsi in premio ai vincitori. I gladiatori, divisi in due schiere, dovevano chi attaccare e chi difendere la torre. Sarebbe stata una rappresentazione dell’assalto ad una fortezza.
135.V’era pur anche una classe di gladiatori dettaCatervarii, «a modo pugnae, scilicet cum non singuli cum singulis, ut moris, sed confusi mixtique pugnant per catervas»(Lips.,Saturn.Serm. l. II, p. 960). InGiuseppe Flavio(De Antiq.l. VII) leggiamo: che Tito «Multis e captivis illic consumpti, aliis bestiis obiecti, alii catervatim, et plures, more hostium, depugnare inter se iussit». Questo spettacolo fu dato da Tito in Cesarea.
IPegmares(PegmaticioPegmatarii,come più piace chiamarli) erano quei gladiatori i quali «pegmatis impositi depugnabant» (Lips., loc. cit.). Suetonio dice:Gladiatorio munere reductis interdum flagrantissimo Sole velis, emitti quenquam vetabat, remotoque ordinario apparatu, rapidis feris vilissimos senioque confectos, gladiatores quoquePEGMARES,patreffamiliarum notos, sed insignes debilitate aliqua corporis subiiciebat» (Suet.,in Calig.XVI). IlLipsio(loc. cit.) crede doversi leggere «gladiatoribus quoque pegmares», in questo senso: «Rabidis feris bestiarios viles, invalidosque: et gladiatoribus operas pegmares fabrosque subiiciebat». Secondo altri avrebbero preso questo nome dapegma, specie di torre, che veniva eretta nel mezzo dell’Anfiteatro. La sommità della torre sarebbe stata ricoperta di scudi, elmi ed armi, da darsi in premio ai vincitori. I gladiatori, divisi in due schiere, dovevano chi attaccare e chi difendere la torre. Sarebbe stata una rappresentazione dell’assalto ad una fortezza.
136.Cod. Teodos., Lib. XV. Tit. XII; l. 1;Quapropter, qui omnino gladiatores esse prohibemus; eos qui forte delictorum caussa hanc conditionem, atque sententiam mereri consueverant, metallo magis facies inservire, ut sine sanguine suorum scelerum paenas agnoscant.
136.Cod. Teodos., Lib. XV. Tit. XII; l. 1;Quapropter, qui omnino gladiatores esse prohibemus; eos qui forte delictorum caussa hanc conditionem, atque sententiam mereri consueverant, metallo magis facies inservire, ut sine sanguine suorum scelerum paenas agnoscant.
137.Conf., VIII.
137.Conf., VIII.
138.Contra Symm., l. I, v. 379 e segg.
138.Contra Symm., l. I, v. 379 e segg.
139.Lib. V, cap. XXVI.
139.Lib. V, cap. XXVI.
140.A. 403, secondo Tillemont, 404 secondo altri.
140.A. 403, secondo Tillemont, 404 secondo altri.
141.V. nota quasi alla fine del Capitolo IV, Parte I, di questo lavoro. — V’ha chi crede che questo monaco di nome Telemaco sia quello stesso che dal Martirologio Romano (v. I Ian. colle note del Baronio) vien detto Almachio. Tillemont (Empereurs, Honoré, art. 20, p. 533 sgg.) fa queste osservazioni: «Il est difficile de ne pas reconnaître que tout ce qu’on dit de s. Almaque est ou faux ou très altéré».
141.V. nota quasi alla fine del Capitolo IV, Parte I, di questo lavoro. — V’ha chi crede che questo monaco di nome Telemaco sia quello stesso che dal Martirologio Romano (v. I Ian. colle note del Baronio) vien detto Almachio. Tillemont (Empereurs, Honoré, art. 20, p. 533 sgg.) fa queste osservazioni: «Il est difficile de ne pas reconnaître que tout ce qu’on dit de s. Almaque est ou faux ou très altéré».
142.Nei Cataloghi s’aggiunge ilCastrense, ma questo, come vedremo nella PARTE IV,Quest.3ª, fu unanfiteatro privato, non destinato, cioè, ai pubblici spettacoli.
142.Nei Cataloghi s’aggiunge ilCastrense, ma questo, come vedremo nella PARTE IV,Quest.3ª, fu unanfiteatro privato, non destinato, cioè, ai pubblici spettacoli.
143.Parvum lapideum condidit.Isid.
143.Parvum lapideum condidit.Isid.
144.Cf. PARTE IV.Quest.3ª.
144.Cf. PARTE IV.Quest.3ª.
145.Dio., p. 709. Ed.Leunel.
145.Dio., p. 709. Ed.Leunel.
146.Verona illust., Parte IV, l. I, p. 50. Verona MDCCXXXI.
146.Verona illust., Parte IV, l. I, p. 50. Verona MDCCXXXI.
147.Suet., inVesp.c. IX.
147.Suet., inVesp.c. IX.
148.«Struxit autem Vespasianus in consulato suo octavo: idest, vix biennio, ante vitae finem» (Lips.,De Amphith., c. VI). Vespasiano morì l’anno 79 d. C.
148.«Struxit autem Vespasianus in consulato suo octavo: idest, vix biennio, ante vitae finem» (Lips.,De Amphith., c. VI). Vespasiano morì l’anno 79 d. C.
149.I trionfi dellaGuerra Giudaicafurono celebrati colla dedicazione del vicino Arco di Tito, sulla Via Sacra (Cass.,Variar.l. V, epist. XLII).
149.I trionfi dellaGuerra Giudaicafurono celebrati colla dedicazione del vicino Arco di Tito, sulla Via Sacra (Cass.,Variar.l. V, epist. XLII).
150.Suet., inVesp.c. IX.
150.Suet., inVesp.c. IX.
151.Varr.,de L. Lat., l. IV, c. VIII. — V.Guattani, Tom. II, p. 3.
151.Varr.,de L. Lat., l. IV, c. VIII. — V.Guattani, Tom. II, p. 3.
152.Suet., inNer.31.Stagnum maris instar circumseptum aedificiis ad urbium speciem.
152.Suet., inNer.31.Stagnum maris instar circumseptum aedificiis ad urbium speciem.
153.Epig. 2.
153.Epig. 2.
154.Facevan capo a questo centralissimo luogo, oltre alVico Sandalario, le tre celebri e frequentate vie: laSaburra, laSalariae laTrionfaledetta ancheNuovaperchè rinnovata da Caracalla, allorchè edificò le Terme.
154.Facevan capo a questo centralissimo luogo, oltre alVico Sandalario, le tre celebri e frequentate vie: laSaburra, laSalariae laTrionfaledetta ancheNuovaperchè rinnovata da Caracalla, allorchè edificò le Terme.
155.Mercurio volante, p. 153.
155.Mercurio volante, p. 153.
156.De Bello lud., l. VII, c. XXIV (Coloniae Alobrog. MDCXI. Ex Typ. Iacobi Stoer).
156.De Bello lud., l. VII, c. XXIV (Coloniae Alobrog. MDCXI. Ex Typ. Iacobi Stoer).
157.Loc. cit., l. VII, c. XVI.
157.Loc. cit., l. VII, c. XVI.
158.Non è però improbabile che vi lavorassero, attesa la grandiosità dell’opera ed il tempo, relativamente breve, in cui fu portata a compimento, molte migliaia di schiavi; ma non è possibile assicurarne, come fa il Rossino, il numero preciso e, molto meno, accertare che essi fossero tutti Ebrei.
158.Non è però improbabile che vi lavorassero, attesa la grandiosità dell’opera ed il tempo, relativamente breve, in cui fu portata a compimento, molte migliaia di schiavi; ma non è possibile assicurarne, come fa il Rossino, il numero preciso e, molto meno, accertare che essi fossero tutti Ebrei.
159.Vix biennio. Cf.Lips., loc. cit.
159.Vix biennio. Cf.Lips., loc. cit.
160.ChroniconA. 334.A tribus gradibus patris sui duos adiecit. (Cf.Frick,Chronica minora, Lips. 1892. Vol. I, p. 116).
160.ChroniconA. 334.A tribus gradibus patris sui duos adiecit. (Cf.Frick,Chronica minora, Lips. 1892. Vol. I, p. 116).
161.Lips., (loc. cit.) dice a questo proposito: «non male S. Rufus ambigue inscripsit,Flavii Amphitheatrum, etsi fama et vulgusTitomagis adiudicavit: sive favore quodam in illum, sive potiusex romano ritu, quo receptum opera censeri a dedicante».
161.Lips., (loc. cit.) dice a questo proposito: «non male S. Rufus ambigue inscripsit,Flavii Amphitheatrum, etsi fama et vulgusTitomagis adiudicavit: sive favore quodam in illum, sive potiusex romano ritu, quo receptum opera censeri a dedicante».
162.Frick, loc. cit. p. 117: —Domitianus Imp...... Amphitheatrum usque ad clypea.
162.Frick, loc. cit. p. 117: —Domitianus Imp...... Amphitheatrum usque ad clypea.
163.Bull. della Comm. arch. comun. di Roma, p. 272 e sgg. Anno VIII, serie seconda, 1880. Suiloca adsignata in amphitheatroai fratelli Arvali, nella prima assegnazione dell’anno 80 fatta da Tito, abbiamo uno splendido documento negli atti del Collegio dell’anno medesimo.V. Marini,Arvalip. 224;Canina,Edif.3, 26;Hübner,Ann. Inst.1856, 62 sg.;Mommsen,Ann. Inst.1859, 125;Henzen,Arv., p. 106 et sg.; C. I. L. VI, p. 506. — Ecco l’importantissimo documento, inciso, disgraziatamente, da uno scalpellino idiota o poco meno:
163.Bull. della Comm. arch. comun. di Roma, p. 272 e sgg. Anno VIII, serie seconda, 1880. Suiloca adsignata in amphitheatroai fratelli Arvali, nella prima assegnazione dell’anno 80 fatta da Tito, abbiamo uno splendido documento negli atti del Collegio dell’anno medesimo.V. Marini,Arvalip. 224;Canina,Edif.3, 26;Hübner,Ann. Inst.1856, 62 sg.;Mommsen,Ann. Inst.1859, 125;Henzen,Arv., p. 106 et sg.; C. I. L. VI, p. 506. — Ecco l’importantissimo documento, inciso, disgraziatamente, da uno scalpellino idiota o poco meno:
164.Vitruv.,De arch., l. IV, c. V, 12:Sunt autem, quae iisdem columnis imponuntur capitulorum genera, variis vocabulis nominata: quorum nec proprietates symmetriarum, nec columnarum genus aliud nominare possumus, sed ipsorum vocabula traducta et commutata ea Corinthiis et pulvinatis et Doricis videmus, quorum symmetriae sunt in novarum scalpturarum translatae subtilitatem.
164.Vitruv.,De arch., l. IV, c. V, 12:Sunt autem, quae iisdem columnis imponuntur capitulorum genera, variis vocabulis nominata: quorum nec proprietates symmetriarum, nec columnarum genus aliud nominare possumus, sed ipsorum vocabula traducta et commutata ea Corinthiis et pulvinatis et Doricis videmus, quorum symmetriae sunt in novarum scalpturarum translatae subtilitatem.
165.L’Arco trionfale di Tito sulla Via Sacra. V.Nibby,Roma Ant. Part. I, p. 295.
165.L’Arco trionfale di Tito sulla Via Sacra. V.Nibby,Roma Ant. Part. I, p. 295.
166.Nell’interno dell’Anfiteatro si veggono tuttora 26 capitelli di quest’ordine. Essi sono semplici, senza intagli, ma di discreta proporzione e di una ben intesa esecuzione. E sealcune parti secondariedi questi capitelli furono lasciate inabbozzo, fu senza dubbio in considerazione della grande altezza in cui si dovean collocare, e della vastità dell’edificio. Presento al lettore la riproduzione di un capitello tratta dalla fotografia che io stesso ho fatto fare. (VediFig. 1ª).
166.Nell’interno dell’Anfiteatro si veggono tuttora 26 capitelli di quest’ordine. Essi sono semplici, senza intagli, ma di discreta proporzione e di una ben intesa esecuzione. E sealcune parti secondariedi questi capitelli furono lasciate inabbozzo, fu senza dubbio in considerazione della grande altezza in cui si dovean collocare, e della vastità dell’edificio. Presento al lettore la riproduzione di un capitello tratta dalla fotografia che io stesso ho fatto fare. (VediFig. 1ª).
167.E qui sorge una difficoltà. Uno dei capitelli marmorei del colonnato delsommo menianoè ricavato da un blocco di marmo che ha incisi i residui di un’iscrizione monumentale. Come spiegare questo fatto? — I restauri ingenti fatti da Eliogabalo e da Severo Alessandro nell’ultimo piano dell’Anfiteatro (ove la parete di travertini è internamente rivestita di una cortina laterizia dell’epoca di quei Cesari) mi pare possano far dileguare questa difficoltà. In quella vasta riparazione (resa necessaria dai danni causati dall’incendio del 217), alcuni dei capitelli furono certamente rinnovati. D’altra parte, l’uso comune in quell’epoca, di adoperare pietre appartenute ad altri edifizî, è a tutti noto; e il timpano, a mo’ d’esempio, del Portico d’Ottavia, nonchè alcuni punti della muraglia di travertini dell’ultimo piano dello stesso Anfiteatro Flavio ce ne sono una prova patente. — D’altronde quel capitello, coi residui della monumentale iscrizione, potrebbe anch’essere dell’epoca Domizianea; giacchè una parte dei materiali appartenuti ai distrutti edificî neroniani furono senza dubbio adoperati nell’edificazione dell’Anfiteatro. — Il frammento d’iscrizione rimasto sulla faccia superiore del capitello, ha (tra le poche parole tronche) queste tre lettere: NER (Nero?). Generalmente si supplisce NER (vae?). V.Lanc., loc. cit., p. 217; c. I, l. VI, part. 4ª, n. 32255. Ma del resto si presta pur anche al supplemento da me proposto. Vicino a questo capitello ve n’è un altro con quattro testine rappresentantiMedusa.
167.E qui sorge una difficoltà. Uno dei capitelli marmorei del colonnato delsommo menianoè ricavato da un blocco di marmo che ha incisi i residui di un’iscrizione monumentale. Come spiegare questo fatto? — I restauri ingenti fatti da Eliogabalo e da Severo Alessandro nell’ultimo piano dell’Anfiteatro (ove la parete di travertini è internamente rivestita di una cortina laterizia dell’epoca di quei Cesari) mi pare possano far dileguare questa difficoltà. In quella vasta riparazione (resa necessaria dai danni causati dall’incendio del 217), alcuni dei capitelli furono certamente rinnovati. D’altra parte, l’uso comune in quell’epoca, di adoperare pietre appartenute ad altri edifizî, è a tutti noto; e il timpano, a mo’ d’esempio, del Portico d’Ottavia, nonchè alcuni punti della muraglia di travertini dell’ultimo piano dello stesso Anfiteatro Flavio ce ne sono una prova patente. — D’altronde quel capitello, coi residui della monumentale iscrizione, potrebbe anch’essere dell’epoca Domizianea; giacchè una parte dei materiali appartenuti ai distrutti edificî neroniani furono senza dubbio adoperati nell’edificazione dell’Anfiteatro. — Il frammento d’iscrizione rimasto sulla faccia superiore del capitello, ha (tra le poche parole tronche) queste tre lettere: NER (Nero?). Generalmente si supplisce NER (vae?). V.Lanc., loc. cit., p. 217; c. I, l. VI, part. 4ª, n. 32255. Ma del resto si presta pur anche al supplemento da me proposto. Vicino a questo capitello ve n’è un altro con quattro testine rappresentantiMedusa.
168.Nell’anno 80 d. C., Tito occupava il consolato per l’ottava volta, insieme a Domiziano, il quale era console per la settima volta.
168.Nell’anno 80 d. C., Tito occupava il consolato per l’ottava volta, insieme a Domiziano, il quale era console per la settima volta.
169.De Spect., Epig. I.
169.De Spect., Epig. I.
170.Loc. cit. Epig. III.
170.Loc. cit. Epig. III.
171.Suet.,in Titoc. VII:Amphitheatro dedicato, thermisque iuxta celeriter extructis, munus edidit apparatissimum, largissimumque. Dedit et navale praelium in veteri naumachia; ibidem et gladiatores: atque uno die quinque millia omne genus ferarum.
171.Suet.,in Titoc. VII:Amphitheatro dedicato, thermisque iuxta celeriter extructis, munus edidit apparatissimum, largissimumque. Dedit et navale praelium in veteri naumachia; ibidem et gladiatores: atque uno die quinque millia omne genus ferarum.
172.Noi tratteremo questa questione nella Parte IV,Quest. I.
172.Noi tratteremo questa questione nella Parte IV,Quest. I.
173.Chron.
173.Chron.
174.Ecco come ragiona Nolli: «L’arena, nel suo maggior diametro, era lunga palmi architettonici 450 per 305. Tutta l’area dell’arena sarebbe 107,795 palmi quadrati; e sulla supposizione che il sito occupato da un orso o leone o tigre ben grande sia di palmi quadrati 16, l’arena risulterebbe capace di 6737 fiere. Ma poichè non tutte le fiere hanno la stessa grandezza, così, calcolando a ciascuna fiera 10 palmi quadr., l’arena sarebbe capace di 10,779 fiere. — Il numero dunque di 5000 esposte da Tito, e di 9000 esposte da Probo, non è esagerato. Ma, s’intenda, non per farle giuocare tutte uno die nell’Anfiteatro, ma permostrarle tutteUNO DIEal popolo». (Cf.Marangoni,Anf. Fl.p. 50).
174.Ecco come ragiona Nolli: «L’arena, nel suo maggior diametro, era lunga palmi architettonici 450 per 305. Tutta l’area dell’arena sarebbe 107,795 palmi quadrati; e sulla supposizione che il sito occupato da un orso o leone o tigre ben grande sia di palmi quadrati 16, l’arena risulterebbe capace di 6737 fiere. Ma poichè non tutte le fiere hanno la stessa grandezza, così, calcolando a ciascuna fiera 10 palmi quadr., l’arena sarebbe capace di 10,779 fiere. — Il numero dunque di 5000 esposte da Tito, e di 9000 esposte da Probo, non è esagerato. Ma, s’intenda, non per farle giuocare tutte uno die nell’Anfiteatro, ma permostrarle tutteUNO DIEal popolo». (Cf.Marangoni,Anf. Fl.p. 50).
175.Dio., l. XVI, 25, Trad. del Bossi, Milano 1823.
175.Dio., l. XVI, 25, Trad. del Bossi, Milano 1823.
176.Il Casaubono corresse il testo di Sifilino, sostituendo alle gru, «Γεράνοις», i germani, «Γερμανος». — Il Reimaro si oppose a questa correzione. — IlGori(Memorie storicheecc., Roma 1875), ed altri dicono che, come è favoloso il combattimento delle gru coi pigmei, così è inconcepibile che quelle combattessero fra di loro.
176.Il Casaubono corresse il testo di Sifilino, sostituendo alle gru, «Γεράνοις», i germani, «Γερμανος». — Il Reimaro si oppose a questa correzione. — IlGori(Memorie storicheecc., Roma 1875), ed altri dicono che, come è favoloso il combattimento delle gru coi pigmei, così è inconcepibile che quelle combattessero fra di loro.
177.DettoNemus Caesarum.
177.DettoNemus Caesarum.
178.ἐφ’ ἑκατον ἡμἐρας ἑγἐνετο.
178.ἐφ’ ἑκατον ἡμἐρας ἑγἐνετο.
179.La Mèta Sudante era una «fontana celebre, esistente in Roma prima dell’Anfiteatro Flavio» (Nibby,Del Foro Rom.p. 245). In Seneca leggiamo:Essedas transcurrentes pono, et fabrum inquilinum, et serrarium vicinum, aut hunc, qui ad Metam Sudantem tubas experimur et tibias; nec cantat sed exclamat(Ep. LVII). «Domiziano, prosegue il Nibby (loc. cit.) la ristabilì, forse perchè Nerone l’aveva distrutta, e questa seconda Mèta Sudante fu assai bella e decorata».
179.La Mèta Sudante era una «fontana celebre, esistente in Roma prima dell’Anfiteatro Flavio» (Nibby,Del Foro Rom.p. 245). In Seneca leggiamo:Essedas transcurrentes pono, et fabrum inquilinum, et serrarium vicinum, aut hunc, qui ad Metam Sudantem tubas experimur et tibias; nec cantat sed exclamat(Ep. LVII). «Domiziano, prosegue il Nibby (loc. cit.) la ristabilì, forse perchè Nerone l’aveva distrutta, e questa seconda Mèta Sudante fu assai bella e decorata».
180.Cf.Nibby, loc. cit., p. 402.
180.Cf.Nibby, loc. cit., p. 402.
181.Loc. cit., p. 43.
181.Loc. cit., p. 43.
182.Roma descritta ed illustrata, Tom. II, p. 5.
182.Roma descritta ed illustrata, Tom. II, p. 5.
183.Del Foro Romano, p. 239: «Tra il numero XXXVIII e XXXVIIII è l’ingresso imperiale, quindi l’arco ivi è più grande degli altri (?) e non ha numero.... Questo luogo, riservato alla famiglia imperiale, si trova affatto separato dal resto, e forse quest’ingresso era più decorato degli altri,e v’ha chi suppone che di là cominciasse un portico di colonne che andava a finire al palazzo di Tito sull’Esquilie; ma di ciò non può darsi altra prova, se non che negli ultimi scavi si sono in questo luogo trovati frammenti di colonne scanalate di marmo frigio, che ivi ancora si veggono, e sopra l’arco manca il cornicione con tutti gli ornati,e nelle medaglie si vede indicato un tal portico».
183.Del Foro Romano, p. 239: «Tra il numero XXXVIII e XXXVIIII è l’ingresso imperiale, quindi l’arco ivi è più grande degli altri (?) e non ha numero.... Questo luogo, riservato alla famiglia imperiale, si trova affatto separato dal resto, e forse quest’ingresso era più decorato degli altri,e v’ha chi suppone che di là cominciasse un portico di colonne che andava a finire al palazzo di Tito sull’Esquilie; ma di ciò non può darsi altra prova, se non che negli ultimi scavi si sono in questo luogo trovati frammenti di colonne scanalate di marmo frigio, che ivi ancora si veggono, e sopra l’arco manca il cornicione con tutti gli ornati,e nelle medaglie si vede indicato un tal portico».
184.Maffei, loc. cit., l. I, p. 45.
184.Maffei, loc. cit., l. I, p. 45.
185.Id.,ibid., p. 45.
185.Id.,ibid., p. 45.
186.Id.,ibid., p. 45.
186.Id.,ibid., p. 45.
187.Nibby,Del Foro Romano, p. 245.
187.Nibby,Del Foro Romano, p. 245.
188.Cf.Charisius, I, 73: «Titus ut lupus. Thermas Titinas, ut pelles lupinas non dicimus, sedTitianas».
188.Cf.Charisius, I, 73: «Titus ut lupus. Thermas Titinas, ut pelles lupinas non dicimus, sedTitianas».
189.V. la nota verso la fine del Capitolo I, Parte II, di questo lavoro.
189.V. la nota verso la fine del Capitolo I, Parte II, di questo lavoro.
190.Cohen, II ediz.,Titus, Vol. I, p. 461, n. 400.
190.Cohen, II ediz.,Titus, Vol. I, p. 461, n. 400.
191.Id.,Ibid., n. 399.
191.Id.,Ibid., n. 399.
192.Roma anticaI, 403.
192.Roma anticaI, 403.
193.Archit. Numism. or, architectural models of classic antiquity, London 1859 n. 79, pag. 294.
193.Archit. Numism. or, architectural models of classic antiquity, London 1859 n. 79, pag. 294.
194.Vol. III, pag. 340.
194.Vol. III, pag. 340.
195.F. Gori,Mem. storiche, i giuochiecc. Roma 1875.
195.F. Gori,Mem. storiche, i giuochiecc. Roma 1875.
196.«Bull. della Ist.» 1861, p. 33.
196.«Bull. della Ist.» 1861, p. 33.
197.La medaglia illustrata dal Donaldson e da lui dettagrande bronzo, conservasi nel Museo Britannico.
197.La medaglia illustrata dal Donaldson e da lui dettagrande bronzo, conservasi nel Museo Britannico.
198.V.Maffei, loc. cit., Tav. I.
198.V.Maffei, loc. cit., Tav. I.
199.Nell’anno 80 di C. furono battute altre medaglie, come ad es., quella in cui è rappresentato Vespasiano inquadrigae recante (nel dritto) l’iscrizione: DIVO AVG. VESP. S. P. Q. R. (Cf.Cohen, loc. cit.); ma poichè non è certo che siano commemorative, tralascio di riportarle.
199.Nell’anno 80 di C. furono battute altre medaglie, come ad es., quella in cui è rappresentato Vespasiano inquadrigae recante (nel dritto) l’iscrizione: DIVO AVG. VESP. S. P. Q. R. (Cf.Cohen, loc. cit.); ma poichè non è certo che siano commemorative, tralascio di riportarle.
200.Variar. l. V, Epist. XLII:Hoc Titi potentia principalis divitiarum profuso flumine cogitavit aedificium fieri, unde caput urbium potuissetetc.
200.Variar. l. V, Epist. XLII:Hoc Titi potentia principalis divitiarum profuso flumine cogitavit aedificium fieri, unde caput urbium potuissetetc.
201.Voyage en Italie, Paris 1801, p. 385 e sgg.
201.Voyage en Italie, Paris 1801, p. 385 e sgg.
202.«Bull. Comm.» loc cit. p. 215.
202.«Bull. Comm.» loc cit. p. 215.
203.«Ann. dell’Ist.» 1850, p. 68-71, Tav. XII.
203.«Ann. dell’Ist.» 1850, p. 68-71, Tav. XII.
204.IlGuattani(Roma descritta ed illustrata. Tom. II, pag. 3) si domanda: «Perchè non dare agli anfiteatri una forma perfettamente sferica? Due, a mio credere, prosegue egli, ne furono le ragioni. Una la trovo nel vantaggio di accorciare la visuale degli spettatori, in guisa che, o empiendosi l’anfiteatro la maggior parte, o non empiendosi tutto, il popolo vedeva più comodamente lo spettacolo; tanto più che essendovi la necessità di coprirlo, illanguidivasi necessariamente la luce. Inoltre la forma elittica riesce appunto più facile a coprirsi, restando la lunghezza del maggior numero delle tele e delle gomene dalla linea circolare interiore all’esteriore più corta».
204.IlGuattani(Roma descritta ed illustrata. Tom. II, pag. 3) si domanda: «Perchè non dare agli anfiteatri una forma perfettamente sferica? Due, a mio credere, prosegue egli, ne furono le ragioni. Una la trovo nel vantaggio di accorciare la visuale degli spettatori, in guisa che, o empiendosi l’anfiteatro la maggior parte, o non empiendosi tutto, il popolo vedeva più comodamente lo spettacolo; tanto più che essendovi la necessità di coprirlo, illanguidivasi necessariamente la luce. Inoltre la forma elittica riesce appunto più facile a coprirsi, restando la lunghezza del maggior numero delle tele e delle gomene dalla linea circolare interiore all’esteriore più corta».
205.Amm., l. XVI, c. XVI, scrisse:Amphitheatri molem solidatam lapidis tiburtini compage, ad cuius summitatem aegre visio humana conscendit.— Non v’ha dubbio che lavenerabile moledei Flavî, veduta da vicino e dal piano antico, sia sommamente imponente.
205.Amm., l. XVI, c. XVI, scrisse:Amphitheatri molem solidatam lapidis tiburtini compage, ad cuius summitatem aegre visio humana conscendit.— Non v’ha dubbio che lavenerabile moledei Flavî, veduta da vicino e dal piano antico, sia sommamente imponente.
206.Cinque di questi cippi furono scoperti nel 1895 all’Est dell’Anfiteatro, di contro alle arcate XXIII, XXIIII e XXV («Bull. Comm.» 1895, n. 3, p. 117 e segg.).
206.Cinque di questi cippi furono scoperti nel 1895 all’Est dell’Anfiteatro, di contro alle arcate XXIII, XXIIII e XXV («Bull. Comm.» 1895, n. 3, p. 117 e segg.).
207.Verona illust.p. 186.
207.Verona illust.p. 186.
208.Questi stucchi furono disegnati da Giovanni da Udine ed incisi nellaRaccoltadi De-Crosat. (Vasari,Vita de’ Pittorip. 30, part. 3, q. 2).
208.Questi stucchi furono disegnati da Giovanni da Udine ed incisi nellaRaccoltadi De-Crosat. (Vasari,Vita de’ Pittorip. 30, part. 3, q. 2).
209.Dalle medaglie apparisce che su gli archi che trovavansi nei grandi ingressi v’erano delle quadrighe. IlGuattani(loc. cit. Tom. II, p. 5), invece scrive: «Nella parte settentrionale verso l’Esquilino, fra gli archi corrispondenti al mezzo dell’ovale, ve n’è uno che non ha numero fra il XXXV e il XXXVIII (?). Ivi da un capitello all’altro delle colonne, manca tutto il cornicione sino al piano del portico superiore. Tal mancanzaindica a maraviglia l’attacco di un ponteche dava il passaggio all’Imperatore dal suo palazzo e terme sull’Esquilie all’Anfiteatro». A p. 16 (nota) il Guattani principia a dubitare di questa sua asserzione, e scrive: «Questa quadriga non si vede affatto (?) in nessuna medaglia a mia notizia; bensì impresso in tutte, e chiarissimamente visibile in quella di Gordiano, sta l’attacco delponte, seppure,in vece di ponte non fosse un vestibolo dell’Anfiteatro». È evidente che al Guattani non eran note le medaglie di Domiziano, ecc.
209.Dalle medaglie apparisce che su gli archi che trovavansi nei grandi ingressi v’erano delle quadrighe. IlGuattani(loc. cit. Tom. II, p. 5), invece scrive: «Nella parte settentrionale verso l’Esquilino, fra gli archi corrispondenti al mezzo dell’ovale, ve n’è uno che non ha numero fra il XXXV e il XXXVIII (?). Ivi da un capitello all’altro delle colonne, manca tutto il cornicione sino al piano del portico superiore. Tal mancanzaindica a maraviglia l’attacco di un ponteche dava il passaggio all’Imperatore dal suo palazzo e terme sull’Esquilie all’Anfiteatro». A p. 16 (nota) il Guattani principia a dubitare di questa sua asserzione, e scrive: «Questa quadriga non si vede affatto (?) in nessuna medaglia a mia notizia; bensì impresso in tutte, e chiarissimamente visibile in quella di Gordiano, sta l’attacco delponte, seppure,in vece di ponte non fosse un vestibolo dell’Anfiteatro». È evidente che al Guattani non eran note le medaglie di Domiziano, ecc.