INTRODUZIONESTORIA GENERALE DEGLI ANFITEATRI.
«Il mondo vinto, scrisse Giovenale, si è vendicato dando a Roma tutti i vizî».
Triste ma incontestabile verità! Prima infatti che la romana Repubblica soggiogasse l’Oriente, i costumi del suo popolo erano semplicissimi; la guerra e l’agricoltura formavano la sua precipua occupazione, e spesse volte gli stessi magistrati, i consoli, i dittatori, ecc., spirato il tempo della loro carica, deponevano la toga e tornavano a coltivare i loro poderetti. Ma eccoci alle guerre Puniche! Eccoci alle guerre Macedoniche! Roma conquista progressivamente le province orientali; e, a misura che essa s’avanza nelle conquiste, di pari passo degenera la semplicità dei costumi del suo popolo. Colle nuove genti vengono in Roma le ricchezze; colle ricchezze i vizî.
Ma l’oro ed il lusso erano un privilegio dei soli nobili: di quei nobili, che, inviati a governare le conquistate regioni, tornavano in patria carichi di ricchezze e sfoggiando un eccessivo lusso orientale. Il basso popolo, immiserito, cencioso, ozioso, a causa dei grandi latifondi, addivenne la piaga di quel tempo. Alle oneste occupazioni preferì tosto i divertimenti ed i passatempi; all’agricoltura lasphaeromachia[2], la mora[3], gli scacchi[4], ecc.; e principiòa maggiormente bramare gli spettacoli pubblici, ed a reclamarli con esigenza, ritenendoli come istituzione sacra e di somma importanza. I governanti accondiscesero alla brama popolare, ed i nobili ambiziosi approfittarono, molto bene ed a loro pro, di questa congiuntura: i primi si servirono degli spettacoli comemacchina della lor politica, ed i secondi per cattivarsi il favor popolare, carpire magistrature, ricche province ed autorità sul popolo.
Turbe immense accorrevano entusiaste agli spettacoli circensi, pei quali nutrivano special predilezione; e gli stessi giovanetti prossimi alla pubertà[5]abbandonavano volentieri il loroturbo(trottola) ed iltrochus, o smettevano di gettare in aria la moneta sulla quale eravi effigiata, per lo più, la testa di Giano in un lato, ed una nave nell’altro[6], per recarsi al circo ad aprire lapompa.
Giovenale ci descrive i costumi dei suoi tempi: nota in peculiar modo questo sfrenato gusto del popolo romano, e dice che quelle stesse masse le quali un dì affidavano il comando, i fasci, le legioni, restrinsero poi i loro desideri al pane ed agli spettacoli circensi[7].
Ma se i romani trovarono nel circo il loro preferito diletto, non trascurarono però le gare atletiche, il teatro, gli spettacoli gladiatorî, nè, molto meno, levenationes, le quali, come in breve vedremo, diedero origine agli anfiteatri. Di questi il più famoso è il FLAVIO (oggetto, come dicemmo nella prefazione, di questo lavoro), le cuimemorie storiche e monumentali, dalle origini ai tempi presenti, prenderemo ad esporre, dopo aver data unanozione storica e sommariasugli anfiteatri in genere, sullo scopo della loro invenzione e sui pubblici spettacoli che in essi si solevano dare.
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Fra gli edifizî destinati ai pubblici spettacoli, l’anfiteatro fu, per ragione di tempo, l’ultimo. La voceanfiteatroè di origine greca, sebbene non i Greci ma i Romani ne siano stati gl’inventori. Gli antichi si servirono dell’anfiteatroper i giuochi gladiatorî e per levenationes; ma queste e non quelli furono la causa della sua invenzione. Prima che gli anfiteatri esistessero, i gladiatori davano già i loro spettacoli; e la costruzione del più celebre degli ANFITEATRI fu intrapresa da un imperatore che non amava i gladiatori[8]. Niuno pensò a Roma a tal sorta di edifizî, fino a che la conquista di remoti paesi, la potenza e le ricchezze non eccitarono nell’animo dei Romani il desiderio di possedere incognite belve e di vederle ferocemente combattere.
L’anno 502 d. R., L. Cecilio Metello, Proconsole e Pontefice, riportava una clamorosa vittoria sui Cartaginesi. Palermo fu il teatro della battaglia; e, nella disfatta, il vincitore s’impadronì di 142 elefanti, i quali furono condotti in Roma ed introdotti nel Circo Massimo, a quei tempi unico edifizio, tra i destinati agli spettacoli, men disadatto degli altri per quella pericolosa e gigantesca rappresentazione. Gli elefanti furono uccisi a colpi di strale; e se il fatto potè attrarre l’attenzione pubblica, altro non fu, a mio parere, che per la novità della cosa. Quello spettacolo, infatti, non fu una caccia,venatio, ma un macello. I Romani, d’altra parte, volevano sbarazzarsi di tanto peso: il nutrimento e la custodia di quelle bestie colossali gravavano non lievemente l’erario pubblico; e vollero, inoltre, abituare la plebe a vedere quelle moli, che sovente doveano combattere a campo aperto. Questa circostanza fu nondimeno capace di muovere nell’animo del popolo il trasporto per levenationes; e più tardi, nell’edilità di ClaudioPulcher, secondo Plinio[9], o ai tempi di Pompeo, secondo Seneca[10]ed Asconio[11], principiarono lecacce elefantine.
La caccia di altre bestie fu introdotta dopo la seconda guerra Punica[12]. Tito Livio[13]ci dice che lo spettacolo degli atleti e la caccia dei leoni e delle pantere si videro in Roma, per la prima volta, nell’anno 568; nei giuochi, cioè, dati da M. Fulvio Nobiliore per un voto da questo fatto nella guerra contro gli Etoli. Da allora in poi s’importarono dall’Africa innumerevoli belve le quali, senza distinzione di specie, si disseroafricanae[14]. Lo stesso storico[15]ci narra le solenni feste celebrate nel 586 d. R. dagli edili curuli Nasica e Lentulo.
Frattanto erasi introdotto presso i Romani l’uso cartaginese di esporre alle belve i disertori stranieri. Scipione Africano minore, imitando Emilio Paolo, suo padre, diè giuochi, nei quali espose alle belve disertori e fuggiaschi[16]; e questo fatto ci viene confermato da Valerio Massimo[17]. Questa pena fu poscia estesa, nelle province, anche ai cittadini romani[18].
La magnificenza dellevenationesandò progressivamente crescendo. Quegli che dava uno spettacolo, ambiva sorpassare nella sontuosità chi avealo dato precedentemente. Scevola, nella sua edilità, celebrò per primo la caccia di molti leoni[19], i quali furono esposti nel circo, legati; perchè, essendo questo per sua natura indifeso, la ferocia di quelle belve poteva produrre funesti accidenti. Il primo che diè mostra di leoni sciolti fu Silla nell’anno 660 d. R.[20]. È da credersi nondimeno che a tutela degli spettatori si costruissero provvisori ripari, dacchè sappiamo che quando Pompeo, per festeggiare la dedicazione del suo teatro, diè un combattimento con elefanti, questi furono esposti nel circo racchiusi entro cancelli di ferro: e guai se così non si fosse fatto! Gli elefanti inaspriti per l’uccisione di uno di loro, tentarono di erompere in massa con grande sgomento e spavento di tutto il popolo[21]. Talchè Cesare, dieci anni dopo, nell’inaugurazione del suo Foro, volendo darevenationesed un combattimento cogli elefanti, a maggior difesa degli spettatori fece scavare attorno al circo uneuripo[22].
Nel 695 d. R. Scauro mostrò per la prima volta un ippopotamo e cinque coccodrilli, pei quali fece scavare un canale a bella posta[23]. Nel 698 il suddetto Pompeo, a fine di festeggiare la dedicazione del suo teatro, espose 500 leoni, i quali tutti rimasero uccisi.
Essendo giunta tant’oltre la magnificenza di questi spettacoli, e divenendo ogni dì più comuni; poichè gli edifici destinati ai giuochi, come i circhi ed i teatri, non presentavano per le cacce l’opportuna comodità, e d’altronde non offrivano la sicurezza necessaria agli spettatori[24]; fu d’uopo immaginare unnuovo edifizio che unisse la sicurezza e la comodità del teatro per gli spettatori all’ampiezza ed alla vastità del circo per gli spettacoli; vastità che doveasi anch’essa ridurre in modo che più circoscritta ne fosse l’arena. Fu allora che Cesare, ispiratosi alla novità di Curione, assai per fermo adatta allo scopo, uno ne costrusse di legno[25], l’anno 708 d. R. allorchè fè celebrare varî giuochi onde solennizzare la dedicazione del suo Foro e del tempio di Venere genitrice[26].
Volendo Curione[27]sorpassare Scauro nell’artifizio, giacchè non poteva sorpassarlo nella sontuosità dei giuochi di recente celebrati[28], costrusse due grandi teatri lignei, l’uno vicino all’altro[29]. Terminate le rappresentazioni drammatiche e mimiche, e tolte le scene, questi due teatri si facevano girare con tutti gli spettatori, sopra i rispettivi cardini[30]: chiudevansi insieme, ed unendosi ambedue gli emicicli, formavano un teatro circolare, la cui arena presentava un vasto campo, attissimo a celebrarvi gli spettacoli gladiatorî. Meccanismo maraviglioso! Plinio[31], non lontano da quell’epoca, oltremodo meravigliato ed attonito, confessa di non sapere se meritasse più ammirazione il genio dell’inventore o il ritrovato; l’artista o chi lo eseguì; il coraggio di chi l’ordinò o l’imperturbabilità del popolo Romano, il quale si sottomise ad un tanto azzardato esperimento[32]. È inutile ricordare che questa macchina agì per soli due giorni: il terzo dì non si osò farla di nuovo girare; e, lasciati i due emicicli congiunti, si costruirono in mezzo ad essi le scenetemporanee, le quali poi si disfecero, restando fermi glispettatori. Questa novità di Curione, cui s’ispirò Cesare, questo ligneo edificio diè l’idea primiera delTeatro venatorio[33]o Romano ANFITEATRO.
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Il nome e la cosa ebbero origine ad un tempo. Calpurnio lo disseovum[34]; Strabone e Dionisio, ambedue dell’epoca augustea, lo chiamaronoanfiteatro; e di questa stessa voce si servì Vitruvio[35]. Ovidio[36]scrisse:
....structoque utrimque theatroUt matutina cervus periturus arena.
....structoque utrimque theatroUt matutina cervus periturus arena.
....structoque utrimque theatro
Ut matutina cervus periturus arena.
Dione:Theatrum venatorium quod etAmphitheatrumdictum est ex eo quod sedes undique in orbem habeat sine ulla scena[37]. E Cassiodoro:Cum theatrum quod est hemisphaerium, grecae dicaturAmphitheatrum,quasi in unum juncta duo visoria, recte constat esse nominatum.Ed altrove:Ovi speciem eius arena concludens....
All’anfiteatro ligneo eretto da Cesare, ne seguì uno di pietra edificato da T. Statilio Tauro[38]nel Campo Marzio; e successivamente ne vennero edificati altri in Roma, nei municipî, nelle colonie italiche ed in altre città dell’Impero[39]. Statilio Tauro eresse il suo anfiteatro per suggerimento di Augusto, il quale avea progettato l’edificazione di uno che fosse degno della metropoli del mondo, e pensato di erigerlomedia urbe[40]: progetto più tardi effettuato da Fl. Vespasiano. In Roma, per molto tempo, vi fu il solo anfiteatro di Statilio Tauro[41]. Caligola principiò a costruirne un altro, ma non lo portò a compimento[42]. Nerone ne edificò uno di legno[43].
L’anfiteatro fu adunque un’invenzione del tutto romana[44]; e lo scopo principale e primario di questo edificio fu lavenatio; il secondario, gli spettacoli gladiatorî[45].
Ed ora, prima di dare un cennosommariodi questi spettacoli, crediamo opportuno presentare ai lettori un quadro generale delle parti costituenti un anfiteatro, riservandoci di parlarne più minutamente allorquando tratteremo dell’ANFITEATRO FLAVIO.
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Le parti esterne di un anfiteatro consistevano nelle arcuazioni che formavano i portici; questi poi servivano per la comoda comunicazione tra le gradinate dei diversi piani, e per riparo agli spettatori in caso di pioggia. I portici constavano: 1º di corridoi,ambulacra; 2º di accessi in piano alle scale,itinera; 3º di scale,scalae.
Le principali parti interne erano: l’arenae lacavea. La prima avea forma ovale, ed alle estremità dell’asse maggiore s’aprivano grandi porte per l’introduzione delle fiere nellamostraprecedente il periodo dei giuochi, pel solenne ingresso dellapompa gladiatoriae per l’estrazione dei caduti nella lotta.
L’arena degli anfiteatri era generalmentepensile, e nei sotterranei,hypogaea, v’erano lecelleper le belve, e vi si facevano manovrare le macchine,pegmata, per gli improvvisi spettacoli[46].
Lacaveaera la parte ove sedevano gli spettatori. La sua forma era concava o ad imbuto[47]. Nei maggiori anfiteatri la cavea dividevasi inpodium,gradatio[48]eporticus: in questi lagradatioera divisa in più ordini dallepraecinctiones, secondo l’altezza dell’edificio; nei minori, inpodiumegradatio indivisa.
Ilpodiumera il terrazzo che circoscriveva immediatamente l’arena; ed essendo la parte più prossima allo spettacolo, era altresì la parte più distinta. Elevavasi dall’arena tra i 7 e i 12 piedi; era fornito di parapetto, e difeso dagli assalti delle fiere per mezzo di reti metalliche e di altri artificiosi ordigni.
L’Imperatore, la famiglia imperiale, i principali magistrati, le vergini Vestali, il pretore e l’editore dei giuochi prendevan posto nelpodium(spectabant ad podium), il quale era elegantemente ornato.
Lepraecinctiones, zone verticali, a piè delle quali girava un viottolo,iter[49], dividevano lagradatioin ordini diversi, i quali a misura che s’allontanavano dalpodiumdivenivano meno distinti, ed erano occupati con un certo ordine gerarchico.
Prima della leggeRosciatutti gli spettatori sedevano alla rinfusa[50]. Plutarco dice che ai tempi di Silla anche le donne sedettero miste cogli uomini, ma che poi Ottaviano le separò, e volle che sedessero nel luogo più elevato[51], e quindi più appartato dall’arena.
Vomitoriaerano le aperture o porte per le quali il popolo sboccava su igraduso sedili.
Scalariavenivano detti i piccoli gradini corrispondenti aivomitoria, pei quali gli spettatori poteano comodamente salire o scendere, onde collocarsi sui rispettivi sedili: e poichè ivomitoriaerano disposti a scacco, e lo spazio fra trescalariacostituiva uncuneus, perciò si designò col nome dicuneusciascuna delle grandi sezioni della cavea.
I posti si distinguevano fra loro per una linea che trovavasi nei sedili stessi, ed il luogo assegnato dicevasilocus. Per evitare ogni possibile confusione, ciascuno spettatore dovea premunirsi di unatesserad’ingresso, la quale presentavasi aidesignatores: a quegli ufficiali, cioè, che si trovavano in ciascunvomitorium. Nellatesseraindicavasi ilcuneus, ilgradus, ed il posto o i posti da occuparsi; così, p. e., CVN. III. GRAD. IV. LOC. I.
I falliti e coloro che aveano disperse le loro facoltà, venivano confinati in luogo separato[52].
I sedili spettavano a coloro i quali li occupavano, purchè appartenessero al rispettivo ordine gerarchico; ma lasciati, anche per breve tempo, perdevansi. Ciò si deduce chiaramente dalle parole che Augusto diresse ad un cavaliere romano.Io, disse questo Imperatore,quando voglio desinare, me ne vado a casa. Il cavaliere rispose:Tu puoi farlo, perchè non temi ti venga da altri occupato il posto[53].
Era severamente proibito ai graduati assistere agli spettacoli senza indossare l’abito che noi diremmo dietichetta[54]. I semplici cittadini doveano indossare la toga. Si riteneva per cosa indecente il bere mentre celebravansispettacoli anfiteatrali[55]; e Lampridio dice di Commodo esser questo stato uno spudorato, precisamente perchè soleva bere nell’anfiteatro.
Gli spettatori sedevano su appositi assi lignei, stesi sui gradi di pietra. Ai tempi di Caligola i Senatori usarono cuscini, onde non sedere sulla nuda tavola[56]. Più tardi i Senatori sederono sulle seggiole, e i loro cuscini passarono agliEquites. Augusto sedè su di una sedia curule[57]: Tiberio e Seiano usarono sedie dorate[58].
La forma di questesellaesi vede in molte medaglie; la materia ce l’indica Orazio[59], il quale le dice «curule ebur», d’avorio; esse competevano a varie dignità[60].
Seneca[61]rammenta che dal fondo dell’anfiteatro si facevano salire fino alla cima liquidi odorosi, i quali schizzando in aria, spargevansi a guisa di minutissima pioggia. Queste effusioni si disserosparsiones, o, come leggesi presso l’altro Seneca[62],pioggia profumata.
Gli spettatori venivano riparati dai raggi del sole da tende,vela; e queste costituirono poi il famosovelarium, di cui ben presto parleremo.
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Gli spettacoli che si celebravano nell’anfiteatro facevano parte, come tutti gli spettacoli, della religione pagana; ed erano sacri: la caccia a Diana[63],i combattimenti gladiatorî a Marte[64]. Prudenzio chiama i ludi gladiatorîtriste sacrum.
Negli spettacoli venatorî i combattenti dicevansivenatoresebestiarii, e quegli che dava i giuochi appellavasieditoromunerariusomunerator. I questori, i pretori, e specialmente gli edili, nell’epoca della Repubblica, onde cattivarsi, come dicemmo, la benevolenza del popolo e quindi poter ascendere più agevolmente a più alte cariche, furono coloro che più particolarmente davano tali spettacoli. Durante l’Impero furono celebrati dagli Imperatori e da quei che venivano promossi al consolato. I magistrati tanto al tempo della Repubblica che dell’Impero imponevano tasse alle province per affrontare le spese dei giuochi che si celebravano in Roma. Cicerone esimèl’Asia da questa tassa[65]. Non di rado i ricchi lasciarono in testamentolegatiper la celebrazione di cotesti spettacoli; e questilegatientravano nella categoria di quelli che dicevansiad honorem civitatis[66].
Tra le occasioni in cui davansi questi giuochi, alcune eranoordinarieo di data certa;straordinarieo di data incerta altre. Le prime erano: il natale dei Cesari[67]e l’anniversario di qualsiasi fausto avvenimento[68]. Le seconde: l’assunzione all’Impero od al Consolato; la dedicazione di un pubblico edifizio[69];pro salute Caesaris[70]; le nozze di questo[71]; la partenza dell’Imperatore per la guerra; la vittoria, il trionfo, i funerali di un personaggio ragguardevole, ecc. Opportuni AVVISI o EDITTI, notificavano al popolo l’ordine dei giuochi, il motivo ed il giorno della loro celebrazione[72].
Le belve per gli anfiteatrali spettacoli romani provenivano dalle province dell’Impero, ed anche da paesi stranieri. Gli orsi si traevano dai boschi della Caledonia e della Pannonia; i leoni e le pantere dall’Africa[73], e specialmente dalla Numidia: la quale regione, al dire di Plinio, non rendeva altra cosa di qualche importanza che il marmo numidico e le belve[74]. Le tigri provenivano dalla Persia; icrocota(Κροκωτά) ed il rinoceronte dall’India; e dall’Egitto i coccodrilli e gli ippopotami.
La caccia delle belve facevala quei che aveva in animo di dare gli spettacoli; ma poichè erano gli Imperatori coloro che soventemente celebravano levenationes, questi stipendiavano a tal uopo un gran numero divenatores, i quali dovevano curare di prendere le belve senza danneggiarle. Prese che fossero, venivan consegnate aimansuetarii, i quali le conducevano in Roma, le domavano, le custodivano ed ammaestravano. Una classica testimonianza di questi ammaestramenti l’abbiamo in Marziale[75]:
Picto quod iuga delicata colloPardus sustinet, improbaeque tigresIndulgent patientiam flagello:Mordent aurea, quod lupata cervi,Quod frenis libyci domantur ursiEt quantum Calydon tulisse ferturTurpes esseda, quod trahunt bisontes,Et molles dare iussa, quod choreasNigro bellua nil negat magistro:Quis spectacula non putet deorum?Haec transit tamen, ut minora quisquisVenatus humiles videt leonum,Quos velox leporum timor fatigat,Dimittunt, repetunt, amantque captosEt securior est in ora praeda;Laxos cui dare perviosque rictusGaudent et timidos tenere dentes;Mollem frangere dum pudet rapinam:Stratis cum modo venerint iuvencis.Haec clementia non paratur arte,Sed norunt, cui serviant leones.
Picto quod iuga delicata colloPardus sustinet, improbaeque tigresIndulgent patientiam flagello:Mordent aurea, quod lupata cervi,Quod frenis libyci domantur ursiEt quantum Calydon tulisse ferturTurpes esseda, quod trahunt bisontes,Et molles dare iussa, quod choreasNigro bellua nil negat magistro:Quis spectacula non putet deorum?Haec transit tamen, ut minora quisquisVenatus humiles videt leonum,Quos velox leporum timor fatigat,Dimittunt, repetunt, amantque captosEt securior est in ora praeda;Laxos cui dare perviosque rictusGaudent et timidos tenere dentes;Mollem frangere dum pudet rapinam:Stratis cum modo venerint iuvencis.Haec clementia non paratur arte,Sed norunt, cui serviant leones.
Picto quod iuga delicata collo
Pardus sustinet, improbaeque tigres
Indulgent patientiam flagello:
Mordent aurea, quod lupata cervi,
Quod frenis libyci domantur ursi
Et quantum Calydon tulisse fertur
Turpes esseda, quod trahunt bisontes,
Et molles dare iussa, quod choreas
Nigro bellua nil negat magistro:
Quis spectacula non putet deorum?
Haec transit tamen, ut minora quisquis
Venatus humiles videt leonum,
Quos velox leporum timor fatigat,
Dimittunt, repetunt, amantque captos
Et securior est in ora praeda;
Laxos cui dare perviosque rictus
Gaudent et timidos tenere dentes;
Mollem frangere dum pudet rapinam:
Stratis cum modo venerint iuvencis.
Haec clementia non paratur arte,
Sed norunt, cui serviant leones.
Da questi versi vediamo chiaramente quale accurata diligenza si ponesse ai tempi di Domiziano nella celebrazione dei giuochi anfiteatrali; ed inoltrevediamo (il che si legge in altri epigrammi di Marziale) che non sempre, negli anfiteatri, si rappresentarono scene sanguinose. È certo però che i custodi,mansuetarii, sapevano, con altri modi e quando faceva d’uopo, far montare le fiere in furore[76].
Le belve si facevano pervenire in Roma in carri ed in barche, legate o racchiuse in gabbie, secondo la loro fierezza[77]; e per pedaggio v’era un dazio del 40%[78].
I Senatori erano esenti da questo dazio; e Simmaco[79]reclama e dice che il dazio dovrebbe gravare i soli negozianti e speculatori.
Nei graffiti scoperti il 1874 nell’Anfiteatro Flavio, come pure nel bassorilievo Torlonia[80]ed in un musaico del Museo Gregoriano e negli stucchi del sepolcro Pompeiano di Scauro, nonchè in diversi altri monumenti, le belve sono rappresentate avvinte da una lunga e forte corda, od attaccate ad un anello fissato in terra, o strette da una duplice fascia, che cinge alle medesime il petto e la parte anteriore del ventre.
Il trasporto delle fiere si faceva in carri pubblici; e, se questi non erano sufficienti, s’usavano pur anche carri privati[81].
Il già citato Claudiano ci riferisce la difficoltà che incontravasi nell’imbarcare le fiere; difficoltà, però, chè abilmente superavasi dagli agilimansuetarii.
Gli elefanti ed i leoni si spaventavano con le fiaccole: anzi i primi rimanevano atterriti udendo il grugnito del porco, ed i secondi riconducevansi nellacaveafacendo velocemente voltar direzione alle ruote di un curricolo[82].
Giunte le fiere alla loro destinazione, l’editorera in dovere di depositarle in luogo sicuro, od anche in casa sua[83]. In Roma s’era costruito un recinto a questo scopo, e si dissevivarium[84], perchè conteneva o racchiudeva belve vive. Ilvivariumera un ampio recinto, con celle per le bestie feroci, e con campi e selve per il nutrimento (pascolo) dei cervi, delle damme, delle lepri ecc.[85], che doveano esibirsi nei giuochi. Il famoso e grandevivariumromano era presso la porta Prenestina[86], ed era custodito dai militi delle coorti pretorie ed urbane. Ciò lo rileviamo da un’epigrafe scoperta in Roma l’anno 1710, che porta la data consolare dell’anno 241 dell’età nostra[87].
Le belve si trasportavano dalvivariumall’anfiteatro racchiuse in gabbie: il dì antecedente allo spettacolo si esponevano alla pubblica vista, perchè il popolo traesse idea della fierezza, rarità e numero di esse; e, al principiare dei giuochi, venivano introdotte colle stesse gabbie nei sotterranei.
Gli spettacoli venatorî rappresentavano punti molto variati: voli, scene mitologiche, Orfeo attraente le belve, Prometeo al Caucaso, ecc.; e talvolta l’arenacangiavasi repentinamente in selva o sprofondavasi in una voragine, donde uscivano fiere. Strabone parla di un ladro siciliano, il quale, essendosi fatto chiamarefiglio dell’Etna, fu posto su di un’alta macchina raffigurante il monteEtna. Caduta ad un tratto la macchina (pegma), il reo precipitò fra le gabbie delle fiere, le qualipareva covassero in quel monte, e ne fu lacerato.
Levenationesnon sempre, come già si disse, erano cruente. Spesso bestie innocue, come lepri, cervi, damme ecc., lottavano tra di loro; talvolta mettevansi insieme bestie di questa natura con quelle di un istinto più fiero, come: leoni, tori, ecc.[88]; ma così ammaestrati a non nuocere, che recava vera maraviglia agli spettatori. Marziale[89]più volte ricorda il giuoco di una lepre che, inseguita da cani, rifugiavasi nell’aperta gola di un leone, senza che questo le recasse danno (?). I leoni s’avvezzavano a sostenere delicati gioghi sul collo; le feroci tigri, i cervi e gli orsi della Libia s’assuefacevano al freno ed al flagello, quasi fossero cavalli; i cignali della Caledonia si lasciavano legare al collo ed alla bocca; i bisonti traevan carri, e l’elefante ballava ai cenni del suo nero maestro[90]. Nerone, nei giuochi che diede in onore di sua madre, fece venireun elefante funambolo, che s’innalzò fino al portico superiore del suo ligneo anfiteatro; cioè a 25 tese, camminando in cadenza sulla corda, e recando un uomo sulle spalle[91].
Ma se questi spettacoli erano alle volte incruenti, non di rado divenivano pur anche sanguinosi. Spesso, mentre le belve lottavano fra loro, si facevano attaccare dagli uomini. In questo caso, ivenatores, ben armati ed istruiti dal loromagister, a piedi od a cavallo, vestiti di sola tunica[92], col braccio sinistro difeso da un panno che l’avvolgeva, inseguivano la belva; e con aste o spade, o scoccando strali, davan mostra della loro arte e del loro coraggio[93].
Lavenatioera ordinariamente un’intrapesa libera e volontaria; ma spesso i padroni punivano i servi colpevoli, e la pubblica autorità i delinquenti, facendoli discendere sull’arena e pugnare colle fiere; e se essi erano rei di delitti gravissimi e capitali, venivano esposti alle stesse fiere legati ed inermi. Così uno di essi fu, sotto le sembianze di Laureolo, esposto ad essere sbranato da un orso; ed un altro sotto quelle di Prometeo, fu esposto alla rapacità di un avvoltoio.
La caccia delle belve precedeva in ordine tutti gli altri spettacoli anfiteatrali: quindi davasi ordinariamente il mattino[94]. Durante la pugna, teneri garzoncelli rimovevano l’insanguinata sabbia sparsa sull’arena: e Marziale[95]racconta che un giorno due di questi fanciulli vennero divorati da un leone,dimentico degli ammaestramenti ricevuti!
Nam duo de tenera puerilia corpora turba,Sanguineam rastris, quae renovabat humum,Saevus et infelix furiali dente peremit:Martia non vidit maius arena nefas!
Nam duo de tenera puerilia corpora turba,Sanguineam rastris, quae renovabat humum,Saevus et infelix furiali dente peremit:Martia non vidit maius arena nefas!
Nam duo de tenera puerilia corpora turba,
Sanguineam rastris, quae renovabat humum,
Saevus et infelix furiali dente peremit:
Martia non vidit maius arena nefas!
I cadaveri deivenatorese dei gladiatori venivano condotti allospoliarum, facendoli uscire dallaportalibitinaria. Così si celebravano levenationesfino all’epoca costantiniana; dopo quel tempo si moderarono in guisa da bandire quanto sapesse di crudeltà: gli spettacoli si ridussero a semplici apparenze e ad una caccia sicura, e seguitarono a celebrarsi in questo modo fino al secolo VI[96].
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Abbiamo detto che i Romani si servirono degli anfiteatri per celebrarvi pur anche gli spettacoli gladiatorî. Diamo adunque pur di questi un cennosommarioegenerale.
L’uso dei sanguinosi e barbari combattimenti gladiatorî venne in Italia dalla Lidia (Asia Minore). Ebbero origine dal crudele costume di scannare i prigionieri sulle tombe dei defunti eroi. Nei funerali di Patroclo furono uccisi dodici adolescenti troiani[97]; ed a placare le anime degli Etruschi, quei di Tarquinia immolarono 307 soldati romani caduti prigionieri[98].
Per temperare l’orrenda inumanità di quest’atto, si permise poscia che i prigionieri combattessero fra loro presso la suddetta tomba fino ad esalare su di essa il loro spirito. Ritenevasi ciò per un dovere dei vivi verso i morti; perciò questa lotta si dissemunus, e l’editoremunerarius:munus dictum est ab officio . . . . officium autem mortuis hoc spectaculo facere se veteres arbitrabantur[99]. L’asserzione di Tertulliano vien confermata da Servio[100]; ed è perciò indiscutibile che presso i popoli s’immolassero gli uomini, non soltanto agli dei, ma eziandio ai defunti.
Nel 496 d. R. i due fratelli Bruti, per onorare la memoria del loro padre, diedero, nei funerali di questo, siffatti spettacoli[101]. Seguendo l’esempio dei Bruti, simili ludi cruenti si celebrarono poscia per onorare la memoria di altri illustri personaggi, e man mano si estesero anche ai funerali di persone private; e vi fu chi giunse a tal estremo da lasciar per testamento agli eredi l’obbligo di dare questi ludi.
I giuochi gladiatorî si celebrarono anche per rappresentare l’uso dell’armeggiare e di pugnare di altre nazioni o di un corpo militare; ma finalmente si ridussero anch’essi a spettacoli di semplice divertimento. La loro celebrazione fu allora affidata ai magistrati, cioè: ai Pretori, agli Edili, e, all’epoca dell’Impero, ai Questori. Anche i privati davanli sovente a proprie spese[102].
Anche i gladiatori come ivenatores, spesso si dedicavano volontariamente a tal mestiere[103], mediante patti particolari concernenti il tempo del servizio e la retribuzione; e chi gl’ingaggiava era in dovere di alimentarli con cibo abbondante, onde potessero acquistare le forze necessarie all’arte loro,dabantur in saginam[104]. Appositi maestri insegnavano ad essi i diversi generi dicombattimenti,habebant doctores et magistros, i quali erano per lo più gladiatori emeriti, e venivan dettilanistae[105]: i discepoli dicevansi bustuarii[106]. Oltre allanista, in ogni collegio,ludus[107], v’era ilprocuratored ilmedicus.
Fra i gladiatori s’iscrissero eziandio persone libere e primarî cittadini, i quali, o per aver dilapidato il loro patrimonio, o per fare cosa grata ai principi, abbracciavano quella barbara professione. Ricevevano essi un determinato salario, dettoauctoramentum, laonde furono soprannominatiauctorati.
Ma non tutti i gladiatori, ripeto, erano volontarî. Talvolta erano disgraziati prigionieri, vilmente venduti a maestri di scherma; oppure dati agli Imperatori allo scopo di esibirli in siffatti spettacoli; o, finalmente, servi condannati alla pena di morte.
I collegi (ludi) ove dimoravano i gladiatori erano edificî rettangolari, con camere o celle separate e coll’ingresso verso l’interno. Un peristilio della stessa forma avea nel mezzo descritta un’area ovale circondata da sedili. Erano insomma edificati a foggia di piccoli anfiteatri, i quali servivano evidentemente per gli esercizi deibustuarii.
Negli ultimi tempi della Repubblica i ludi erano così vasti, che Cicerone[108]scrisse ad Attico «Cesare a Capua avere raccolto in un solludo5000 di quella classe di gladiatori appellatisecutores». Donde appare quali ingenti spese incontrassero i potenti per stipendiare e mantenere una turba sì enorme; e qual pericolo corresse la Repubblica, allorchè Spartaco, insieme con Crisso, Enomao ed altri trenta; rotto il ludo gladiatorio di Lentulo, in Capua, ed ingrossando man mano la turba di altri gladiatori, schiavi fuggiaschi e scellerati di ogni sorta, pose a soqquadro l’Italia, scorrendola da Capua a Modena, da Modena a Reggio, e minacciando seriamente Roma colla disfatta subita dagli esercitipretorieconsolari.
Allorquando i gladiatori erano per esibirsi in un pubblico combattimento, scrivevan essi il loro nome su tavolette, le quali venivano poscia esposte alla pubblica vista[109]. Nel primo giorno della pugna l’editore dello spettacolo gladiatorio formava le coppie[110]: destinava, cioè, a ciascun gladiatore il suo rivaleo particolare avversario. Ciò fatto, prima che i gladiatori venissero alla vera pugna, eseguivano la così dettapraelusio[111], vale a dire, schermivano nell’arena con spade lignee,rudibus batuebant[112]. Ad un segno determinato i gladiatori impugnavano l’arma vera,remotis lusoriis armis, ead decretoria veniebant; prendeva ciascuno la propria posizione, ed avendo lo sguardo fisso alle mosse dell’avversario, s’assalivano a vicenda,alter alterum petens, cercando di scansare possibilmente il colpo vibrato,apta corporis declinatione ictus exibat. Lottando più coppie insieme[113], non di rado accadeva che uno ferisse l’avversario attraverso il fianco di un altro. Allora gridava:habet!oppurehoc habet!è ferito! A questo punto il vinto deponeva le armi, ed alzava le dita della mano destra chiedendo così al principe ed al popolo lamissio, ossia il favore di tornare a combattere dopo un giorno di riposo. Per lo più avveniva che il ferito, abbassando le armi, portavasi all’estremità dell’arena e scongiurava il popolo a volergli concedere la vita. Se questo lo voleva salvo,premebat pollicem; al contrario, alzava il pollice se volealo morto. Dietro una crudele negativa del popolo o del Principe, il disgraziato gladiatore ferito, dovea, ad ogni costo, riprendere le armi e proseguire intrepidamente la lotta. Combattendo in tal guisa i due gladiatori Prisco e Vero, con sorte eguale, il popolo, a grandi clamori, chiese per essi lamissio. Ma l’Imperatore non volle infrangere la legge: inviò agli spettatori varî doni, onde attendessero con pazienza l’esito del certame; e questo procedè e finì con ugual sorte; giacchè i due gladiatori pugnaronopari, eparisoccombettero: caddero, cioè, ambedue gravemente feriti. Cesare mandò loro lepalmee lerudi, premio che, come in breve vedremo, solevasi dare ai gladiatori emeriti[114].
I combattenti distinguevansi fra loro dalle armi e dalla maniera di lottare. Isecutoresavean per armi lagalea(elmetto), ilclypeus(scudo) ed una spada (gladius)[115]. Ilsecutorveniva accoppiato alreziario[116], sicchè ciascunsecutorebattevasi con unreziario[117]. Questi portava in testa ilgalerum; ele sue armi erano: una lancia a tre denti (tridensofuscina) ed una rete[118]. Se gli riusciva di avviluppare nella rete il suo avversario, correva tosto a trafiggerlo coltridente[119], mentre l’infelicesecutor, così miseramente avviluppato, procurava liberarsi e difendersi.
IMyrmillonesaveano in capo un elmetto gallico, e, per cimiere, l’effigie di un pesce. Per armi usavano uno scudo ed una spada gallica, cioè, senza punta. I loro rivali erano iThraeces,TrhexesoTraces[120]. Ebbero questo nome perchè usavano le stesse armi ed arnesi dei nativi della Tracia, cioè, lasicae laparma. Lasicaera un coltello a lama un po’ curva ed a punta acuta; laparmaera il piccoloscudo tracio, quadrato nel contorno ma convesso nella superficie[121]. Talvolta ilMirmilloneera contrapposto alreziario[122], il quale, durante la pugna, non cessava di ripetere cantando: «Non te peto, piscem peto; cur me fugis, Galle?».
ISamnites[123]aveano per avversarî iProvocatores, detti ancheVelites. I primi si dissero eziandioHoplomachi[124], forse perchè, giusta l’uso dei soldati sanniti, aveano il petto difeso da una spugna[125]; ed erano intieramentearmati quasi come legionarî di Roma. Avean per armi: uno scudo d’argento intagliato, ed una spada. Nel braccio destro, che trovavasi indifeso, avevano un bracciale (manica)[126]. Un gambale (ocrea) custodiva e difendeva loro la gamba sinistra[127]: oltre a ciò usavano un cimiero ornato di pennacchi, od un elmo chiuso, con ale (pinnae) ai lati[128], per cui il loro avversario dicevasiPinnirapus[129].
I gladiatori che, a guisa dei Brettoni, combattevano sui cocchî,ex essedis[130], si disseroessedarii; quelli che cavalcavano bianchi cavalli, ed avevanogli occhi bendati,andabatae[131]; se armati di due spade, si dicevanodymachaeri[132]; quelli finalmente che con un laccio accalappiavano, rovesciavano ed uccidevano l’avversario, chiamavansilaquearii.
I gladiatori mantenuti dagli Imperatori si disserofiscales[133]; coloro che rimpiazzavano gli stanchi od i vinti,supposititii; imeridianierano i gladiatori e ivenatoressuperstiti dopo un combattimento, i quali, sull’ora del mezzodì, senza usare arte o difesa, doveano trucidarsi a vicenda[134]; ed icubiculariieran quelli che lottavano durante i banchetti[135].
I cadaveri dei gladiatori si trasportavano allospoliarum, trascinandoli agganciati con adunchi uncini. Ivi stesso erano condotti i feriti omai incapaci di battersi; i quali, se si vedeva che non avrebbero potuto sopravvivere alle mortali ferite, venivano irremissibilmente uccisi.
I premî dei vincitori consistevano, per lo più, in palme, od in corone di palma con nastri multicolori,palma lemniscata; alle volte poi erano premiati con danaro od anche con una bacchetta di legno,rudis.
I monumenti che ci mostrano i gladiatori, quali sono gli stucchi pompeiani, i mosaici delle ville Albani e Borghese (oggi Umberto I), i bassorilievi vaticani, quelli della villa Pamphili, ecc.; mentre ci fanno conoscere la varietà delle armature e la ricchezza dei costumi, ci addimostrano altresì la splendidezza di simili spettacoli, e, per un momento almeno, ci distraggono dalla crudeltà e barbarie delle descritte istituzioni.
Questi cruenti spettacoli continuarono a celebrarsi legalmente fino all’anno 325 dell’èra volgare, allorchè Costantino, da Beirout (Berito), diresse a Massimo, prefetto del Pretorio, una legge con data del 1º Ottobre, per la quale proibiva i giuochi gladiatorî; ed ai delinquenti commutava la pena della pugna con quella delle miniere[136].
Ma questa legge fu ben tosto violata; anzi nelle province orientali forse non fu mai osservata: giacchè la legge seconda, dello stesso titolo, diretta da Costanzo e Giuliano ad Orfito, prefetto di Roma, in data del 16 Ottobre, mostra che nel 357 quei giuochi erano ancora in vigore; e la terza legge sullo stesso oggetto, emanata da Arcadio ad Onorio nel 397, non solo ci rende certi che gli spettacoli gladiatorî continuavano, ma ci addimostra ben anche l’esistenza dei ludi. Ciò stesso l’apprendiamo da S. Agostino[137]e da Prudenzio[138]: