OTTAVO SAGGIOEROISMO

OTTAVO SAGGIOEROISMO

«Il Paradiso è sotto l’ombradelle spade».Maometto.

«Il Paradiso è sotto l’ombradelle spade».Maometto.

«Il Paradiso è sotto l’ombradelle spade».Maometto.

«Il Paradiso è sotto l’ombra

delle spade».

Maometto.

Negli antichi drammaturghi inglesi e specialmente nei drammi di Beaumont e Fletcher vi è un costante riconoscimento della distinzione personale, come se una nobile condotta nella società del loro tempo fosse così facilmente rimarcata, come la differenza di colore nella nostra popolazione americana. Quando un Rodrigo o un Pedro o un Valerio entra, anche se è straniero, il duca o il governatore esclama: «Questo è un gentiluomo» — e gli prodiga infinite cortesie; ma tutto il resto è scoria e rifiuto. In armonia a questa deferenza verso le doti personali vi è nei loro drammi una certa impressione eroica di carattere e di dialogo — così in «Bonduca», «Sofocle», «l’Amante pazzo», e il «Doppio matrimonio», chi parla è così ardente e leale, ed ha tale saldezza di carattere, che il dialogo, per il più piccolo incidente aggiunto alla trama, s’innalza naturalmente a poesia. Fra i molti esempi prendiamo il seguente. Il romano Marzio ha conquistato Atene, tutto, eccetto gli invincibili spiriti di Sofocle, Duca d’Atene, e Dorigene sua moglie. La bellezza di costei infiamma Marzio, che cerca di salvarne il marito; ma Sofocle non impetra per la sua vita, certo che unaparola lo salverebbe, e l’esecuzione di entrambi si approssima.

Valerio.Dà l’addio a tua moglie.Sofocle.No, non voglio prendere congedo. Mia Dorigene, va; in alto, intorno alla corona d’Ariadne, il mio spirito aleggierà per te. Ti prego affrettati.Dorigene.Rimani, Sofocle, — fascia con questa benda i miei occhi; la mia natura sensibile non sia così trasformata, nè perda la tenerezza del suo sesso gentile, con il farmi vedere il mio signore insanguinato. Così va bene; mai un oggetto contemplerò sotto il sole prima che il mio Sofocle: Addio; ora insegna ai romani come si muore.Marzio.Sai tu che cosa è il morire?Sofocle.Tu non lo sai, Marzio, e perciò non sai che cosa è vivere; morire è incominciare a vivere. È finire un lavoro vecchio, stantio e noioso ed incominciarne uno più nuovo e migliore. È abbandonare bugiardi e bricconi per il consesso degli dèi e del bene. Tu stesso dovrai al fine dipartirti da tutte le tue ghirlande, i tuoi piaceri, i tuoi trionfi, e provare allora ciò che sarà la tua fortezza.Valerio.Ma non sei tu addolorato o crucciato di lasciare la tua vita così?Sofocle.Perchè dovrei io addolorarmi o crucciarmi perchè sono mandato presso coloro, che maggiormente amai? Ora m’inginocchierò, ma col mio dorso a te rivolto; questo è l’ultimo omaggio che questo corpo può rendere agli dèi.Marzio.Colpisci, colpisci, Valerio, od il cuore di Marzio salirà alle sue labbra; questo è un uomo e questa è una donna! Bacia il tuo signore, e vivete con tutta la libertà alla quale eravate avvezzi. O amore! Doppiamente tu mi hai afflitto con la virtù e con la bellezza. Perfido cuore, la mia mano tosto titorrà dal mio petto, prima che tu distrugga questo nodo di pietà.Valerio.Che cosa preoccupa il mio fratello?Sofocle.Marzio, o Marzio, ora hai trovato un modo di conquistarmi.Dorigene.Oh stella di Roma! Quale gratitudine può pronunciare delle parole conformi ad un’azione come questa?Marzio.Questo ammirevole duca, Valerio, col suo disdegno della fortuna e della morte, cattivò se stesso ed ha cattivato me, e sebbene il mio braccio ha portato il suo corpo qui, la sua anima ha soggiogato l’anima di Marzio. Per Romolo, egli è tutto anima, io penso; Egli non ha carne, e lo spirito non può essere incatenato: onde nulla abbiamo conquistato; egli è libero, e Marzio è ora quello che è caduto in prigionia».

Valerio.Dà l’addio a tua moglie.

Sofocle.No, non voglio prendere congedo. Mia Dorigene, va; in alto, intorno alla corona d’Ariadne, il mio spirito aleggierà per te. Ti prego affrettati.

Dorigene.Rimani, Sofocle, — fascia con questa benda i miei occhi; la mia natura sensibile non sia così trasformata, nè perda la tenerezza del suo sesso gentile, con il farmi vedere il mio signore insanguinato. Così va bene; mai un oggetto contemplerò sotto il sole prima che il mio Sofocle: Addio; ora insegna ai romani come si muore.

Marzio.Sai tu che cosa è il morire?

Sofocle.Tu non lo sai, Marzio, e perciò non sai che cosa è vivere; morire è incominciare a vivere. È finire un lavoro vecchio, stantio e noioso ed incominciarne uno più nuovo e migliore. È abbandonare bugiardi e bricconi per il consesso degli dèi e del bene. Tu stesso dovrai al fine dipartirti da tutte le tue ghirlande, i tuoi piaceri, i tuoi trionfi, e provare allora ciò che sarà la tua fortezza.

Valerio.Ma non sei tu addolorato o crucciato di lasciare la tua vita così?

Sofocle.Perchè dovrei io addolorarmi o crucciarmi perchè sono mandato presso coloro, che maggiormente amai? Ora m’inginocchierò, ma col mio dorso a te rivolto; questo è l’ultimo omaggio che questo corpo può rendere agli dèi.

Marzio.Colpisci, colpisci, Valerio, od il cuore di Marzio salirà alle sue labbra; questo è un uomo e questa è una donna! Bacia il tuo signore, e vivete con tutta la libertà alla quale eravate avvezzi. O amore! Doppiamente tu mi hai afflitto con la virtù e con la bellezza. Perfido cuore, la mia mano tosto titorrà dal mio petto, prima che tu distrugga questo nodo di pietà.

Valerio.Che cosa preoccupa il mio fratello?

Sofocle.Marzio, o Marzio, ora hai trovato un modo di conquistarmi.

Dorigene.Oh stella di Roma! Quale gratitudine può pronunciare delle parole conformi ad un’azione come questa?

Marzio.Questo ammirevole duca, Valerio, col suo disdegno della fortuna e della morte, cattivò se stesso ed ha cattivato me, e sebbene il mio braccio ha portato il suo corpo qui, la sua anima ha soggiogato l’anima di Marzio. Per Romolo, egli è tutto anima, io penso; Egli non ha carne, e lo spirito non può essere incatenato: onde nulla abbiamo conquistato; egli è libero, e Marzio è ora quello che è caduto in prigionia».

Io non ricordo facilmente alcun altro poema, dramma, sermone, novella od orazione, di cui si glorii la stampa negli ultimi anni, che salga a tanta altezza. Abbiamo molti flauti e ottavini, ma rare volte il clangore di una tromba. Eppure la Laodomia di Wordsworth, e l’ode di «Dione» e qualche sonetto hanno una certa nobile musica; e Scott talvolta disegna con buoni tratti, come il ritratto di Lord Evandale fatto da Balfour di Burley. Tommaso Carlyle, con il suo gusto naturale per ciò che è virile ed ardito in un carattere, non ha lasciato sfuggire alcun tratto eroico nelle pitture biografiche e storiche dei suoi favoriti. Prima di ciò, Roberto Burns ci ha dato un canto o due. Nelle «Miscellanee Harleiane» vi è la descrizione della battaglia di Lutzen che merita d’essere letta. E la Storia dei Saraceni di Simone Okley narra i prodigi del valore individuale con ammirazione, cosa tanto più significativa in rapporto al narratore, poichè egli sembra pensare che il suoposto nella cristiana Oxford richiegga da lui qualche giusta protesta d’odio. Ma se studiamo la letteratura dell’eroismo, giungeremo presto a Plutarco, che è il suo dottore ed istoriografo. A lui dobbiamo il Brasida, il Dione, l’Epaminonda, il Scipione, ed io penso che noi siamo più profondamente in debito di riconoscenza con lui che con tutti gli antichi scrittori. Ciascuna delle sue «Vite» è una confutazione della decadenza dell’animo, e della codardia dei nostri teorici religiosi e politici. Un selvaggio coraggio, uno stoicismo non di scuola ma di sangue, arde in ogni aneddoto, ed ha dato a quel libro la sua immensa rinomanza.

Noi abbisogniamo di libri fatti di questa virtù acerba e ristoratrice, più che di libri di scienza politica o di economia privata. La vita è una festa solo per il saggio. Vista dall’angolo del focolare della prudenza, essa ha una ruvida e pericolosa apparenza. Le violazioni delle leggi di natura da parte dei nostri predecessori e dei nostri contemporanei sono anche punite in noi. La malattia e la deformità intorno a noi fanno testimonianza dell’infrazione di leggi naturali, intellettuali e morali, e spesso testimonianza di violazione su violazione per produrre tale complessa miseria. L’infezione tetanica che ritorce l’uomo fino ai tacchi; l’idrofobia che lo fa latrare verso sua moglie ed i suoi bambini; la pazzia, che gli fa mangiare l’erba; la guerra, la peste, il colera, la carestia, indicano una certa ferocia della natura, che apparsa mediante il delitto umano, deve scomparire per mezzo dell’umana sofferenza. Disgraziatamente non esiste alcun uomo che non sia con la sua propria persona fino ad un certo punto partecipe del peccato e non si sia reso in tal modo soggetto ad una parte di espiazione.

La nostra coltura, pertanto, non deve tralasciare di armare l’uomo. Intenda egli a tempo debito d’esser nato in istato di guerra, e che il bene comune ed il suoproprio benessere richiedono che egli non vada danzando fra i campi della pace; ma cauto, fiducioso, sfidando nè temendo il tuono, prenda la vita e la riputazione nelle sue mani, e con perfetta urbanità sfidi la forca e la folla con l’assoluta sincerità del suo discorso e con la rettitudine della sua condotta.

L’uomo assume nel suo interno, verso tutti questi mali esterni, un’attitudine guerresca ed afferma la sua abilità di contendere da solo con l’infinita armata dei nemici. A questa attitudine soldatesca dell’anima noi diamo il nome di Eroismo. La sua forma più rude è quello sprezzo per la sicurezza e le comodità, che fa l’attrattiva della guerra. L’Eroismo è una fiducia in se stesso, che nella pienezza della sua energia e del suo potere di riparare i danni che possono seguire, sprezza i consigli della prudenza. L’eroe ha una mente di tale equilibrio, che nessun impedimento può scuotere il suo volere; ma piacevolmente, e per così dire, allegramente, egli avanza al suono della sua propria musica, uguale negli allarmi spaventevoli e nell’allegria folle della dissolutezza universale. Vi è nell’eroismo qualcosa di insano; vi è qualche cosa di non santo; par ch’esso ignori esservi altre anime fatte dello stesso suo tessuto; è superbo; è infine l’estremo della natura individuale. Ciò nonostante noi dobbiamo profondamente riverirlo. V’è qualche cosa nelle grandi azioni, che non ci consente di seguirle. L’eroismo sente e non ragiona mai, perciò è sempre dal lato del giusto; e sebbene un’educazione differente, una diversa religione, ed una maggiore attività intellettuale avrebbero modificato o perfino capovolta quella data azione, pure rispetto all’eroe, ciò che egli fa è il fatto più alto, immune dalla censura dei filosofi o dei teologi. È la confessione di un uomo incolto che trova in sè una qualità sprezzante del danno, della salute, della vita, del pericolo, dell’odio, del rimprovero, econscio che il suo volere è più alto e più eccellente di tutti gli avversari presenti e possibili.

L’eroismo opera in contraddizione alla voce dell’umanità, e per un dato tempo, in contraddizione alla voce del grande e del buono. L’eroismo è l’obbedienza ad un impulso segreto del carattere di un individuo. A nessun altro uomo la saggezza del suo eroismo può apparire come a lui stesso, perchè deve supporsi che ogni uomo veda sulla propria via un poco più lontano di quanto non veda un altro qualsiasi. Per questo gli uomini giusti e saggi si adombrano al suo atto, fino a che un po’ di tempo è trascorso; dopo di che lo vedono all’unisono coi loro atti stessi. Tutti gli uomini prudenti osservano che l’azione è cosa affatto contraria ad una prosperità materiale; perchè ogni atto eroico misura se stesso con il suo disprezzo per qualche bene esterno. Ma esso trova alfine il suo coronamento, ed allora anche i prudenti lo acclamano.

La fiducia in se stesso è l’essenza dell’Eroismo. Esso è lo stato dell’anima in guerra, ed i suoi più reconditi obbietti sono l’estrema disfida del falso e dell’ingiusto ed il potere di sopportare tutto ciò che può essere inflitto da perversi agenti.

L’eroismo dice il vero, ed è giusto, generoso, ospitale, temperato, sprezzante dei piccoli calcoli, e sprezzante di essere sprezzato. Esso persiste; ha un’audacia indomita, e tale fortitudine da non esaurirsi mai. Esso si beffa delle piccolezze della vita comune. Quella falsa prudenza che si basa sulla salute e sulla ricchezza, è il centro, il bersaglio dell’eroismo. L’eroismo, come Plotino, è quasi vergognoso del suo corpo. Che dirà allora dei confetti, della toeletta, dei complimenti, delle discordie, dei giuochi e delle creme per cui si stilla il cervello tutta la società? Quali gioie ha serbate la gentile natura per noi, sue creature amate! Non pareesservi alcun intervallo fra la grandezza e la nullità. Quando lo spirito non è signore del mondo, ne è il suo zimbello. Eppure il piccolo uomo prende la piccola burla così innocentemente, opera in essa con tanta costanza e fede; nacque rosso e muore grigio, aggiustando così la sua toeletta, attendendo così alla propria salute, tendendo trappole per dolci alimenti e vini forti, lasciando così il suo cuore in un cavallo o in un fucile, felice di una piccola chiacchiera o di una piccola lode, che l’anima grande non può fare altro che ridere per tali serie stupidità. «In vero queste umili considerazioni mi riempiono d’amore per la grandezza. Quale disgrazia è per me il notare quanti paia di calze tu hai, e quante erano color di pesca; o di far l’inventario delle tue camicie, le une superflue e le altre usate!»

I cittadini che pensano secondo le leggi dell’aritmetica considerano gli inconvenienti del ricevere degli stranieri al loro focolare, calcolano appuntino la perdita del tempo ed il dispendio insolito: l’anima di grado più elevato rigetta questa intempestiva economia nei sotterranei della vita, e dice: «Io ubbidirò il Dio, ed il sacrifizio ed il fuoco egli provvederà». Ibn Haukal il geografo arabo ci dà l’estremo eroico dell’ospitalità in quella di Sogd nella Bokhara. «Quando ero in Sogd vidi un grande edifizio pari ad un palazzo, le cui porte erano aperte ed inchiodate al muro con dei grandi chiodi. Ne domandai la ragione e mi dissero che la casa non era stata chiusa, di notte o di giorno, da cent’anni. Gli stranieri possono presentarsi in qualsiasi ora, ed in qualsiasi numero; il padrone ha largamente provveduto per il ricevimento degli uomini e dei loro animali, e non è mai così felice come quando essi si fermano per qualche tempo. Nulla di simile ho visto in nessun altro paese». Gli uomini generosi sanno molto bene che coloro, i quali dànno tempo, denaro, ricovero allo straniero — se ciòè fatto per amore, non per ostentazione — mettono, per così dire, Dio in obbligo verso di loro, tanto perfetti sono i compensi dell’universo. In qualche modo il tempo, che pare loro di perdere, è ricuperato, e i disturbi, che pare loro di sopportare si ripagano da sè. Questi uomini soffiano nella fiamma dell’amore umano, ed innalzano il vessillo della virtù civile sull’umanità. Ma l’ospitalità deve essere data per rendere un servizio, e non per mostra, altrimenti essa avvilisce l’ospite. L’anima eroica si sente troppo in alto per credere che lo splendore della sua tavola o dei suoi panneggiamenti la innalzino. Essa dà ciò che ha, e tutto ciò che ha; ma la sua propria maestà può dare ad un pane d’avena ed all’acqua fresca una grazia migliore di quella che possono avere i banchetti della città.

La temperanza dell’eroe proviene dal suo stesso desiderio di non causare disonore alla sua dignità. Ma egli la ama per la sua eleganza, non per la sua austerità. Gli pare che non valga la pena di essere solenne per denunziare con amarezza l’uso di mangiar carne o di bere vino, l’uso del tabacco o dell’oppio o del thè o della seta o dell’oro. Un grande uomo appena sa come egli pranzi, come egli vesta, ma senza esagerazioni o rigori il suo modo di vivere è naturale e poetico. Giovanni Eliot, l’Apostolo Indiano, beveva acqua e diceva del vino: «È un liquore nobile e generoso, e dovremmo essere umilmente riconoscenti per esso, ma, per quanto io ricordi, l’acqua fu fatta prima del vino». Migliore ancora è la temperanza del Re Davide, che versò sul terreno, in olocausto al Signore, l’acqua che tre dei suoi guerrieri gli avevano portato per bere, a rischio della loro vita.

Si dice che Bruto, quando cadde sulla sua spada dopo la battaglia di Filippi, abbia citato una frase d’Euripide «Oh virtù, ti ho seguito durante tutta la vita, eti trovo alfine solo un’ombra». Io non metto in dubbio che l’eroe sia calunniato da questa voce. L’anima eroica non abbandona il suo senso del giusto e la sua nobiltà. Non chiede di pranzar bene e di dormire al caldo. L’essenza della grandezza sta nel percepire che la virtù è sufficiente. La povertà è il suo ornamento. Essa non abbisogna dell’abbondanza e ne può sopportare molto bene la perdita.

Ma ciò che colpisce maggiormente la mia immaginazione nella classe degli eroi è la giocondità e l’ilarità che essi dimostrano. Quella del sopportare e del tentare con solennità è un’altezza, cui il dovere comune può giungere agevolmente, ma queste anime rare tengono l’opinione, il successo e la vita a così vil prezzo, che esse mai cercheranno di calmare i loro nemici con petizioni o parvenze di dolore, ma si sosterranno sempre con la loro abituale grandezza. Scipione, accusato di peculato, rifiuta di infliggere a se stesso l’onta di attendere per giustificarsi, sebbene avesse il rotolo dei suoi conti in mano, e lo straccia davanti ai tribuni. La condanna che Socrate fa di se stesso per essere stato tenuto in onore nel Pritaneo durante la sua vita, e la giocondità di Tommaso Moro sul patibolo, appartengono alla stessa serie di fatti. Nel «Viaggio per mare» di Beaumont e Fletcher, Giulietta dice al capitano ed ai suoi uomini:

Giul.Oh! schiavi, è in nostro potere l’impiccarvi.Capit.Molto probabilmente; ed è in nostro potere l’essere impiccati, e sprezzarvi.

Giul.Oh! schiavi, è in nostro potere l’impiccarvi.

Capit.Molto probabilmente; ed è in nostro potere l’essere impiccati, e sprezzarvi.

Queste risposte sono sonore e complete. Lo scherzo è la fioritura e la luce di una salute perfetta. Il grande non acconsentirà mai a prendere sul serio alcuna cosa; tutto deve essere gaio come il canto di un canarino, foss’anche la costruzione di una città o la distruzione di vecchie chiese e nazioni, che hanno ingombrato laterra per migliaia di anni. I cuori semplici mettono tutta la storia e i costumi di questo mondo alle loro spalle, e giuocano il loro giuoco con innocente sfida delle leggi del mondo; e se noi potessimo vedere la razza umana in visione, essa apparirebbe come dei piccoli bambini folleggianti tra loro; sebbene agli occhi della razza umana, essi portino una maestosa e solenne maschera di lavoro e d’autorità.

L’interesse che queste belle storie hanno per noi; il potere di un romanzo sopra un ragazzo, che afferra il libro proibito sotto il suo banco a scuola; la nostra simpatia per l’eroe, sono il fatto principale per il nostro proposito. Tutte queste grandi e trascendenti proprietà sono nostre. Se noi indugiamo nel contemplare l’energia greca, l’orgoglio romano, si è perchè noi stiamo già familiarizzandoci con questo stesso sentimento. Troviamo posto per questo grande ospite nelle nostre piccole case. Il primo passo verso l’eccellenza sarà quello di liberarci dalle nostre superstiziose associazioni di luogo e tempo, di numero e dimensione. Perchè le parole «Ateniese», «Romano», «Asia» ed «Inghilterra» devono risuonare così all’orecchio? Sentiamo alfine che dove vi è il cuore vi sono le muse e soggiornano gli dèi, e non in alcuna rinomata parte geografica. Voi pensate che Massachusetts, fiume Connecticut e baia di Boston, siano luoghi spregevoli perchè l’orecchio ama i nomi topografici stranieri e classici. Ma noi siamo in questi luoghi; soffermiamoci un poco, e potremo imparare che qui è il meglio. Tieni mente a ciò: tu sei in questo luogo, ed arte e natura, speranza e fato, amici, angeli e l’Essere Supremo non sono lungi dalla camera ove tu siedi. Epaminonda, non ci pare che abbisogni dell’Olimpo per andarvi a morire, nè della luce del sole di Siria. Egli giace molto bene dove egli si trova. Le Jerseys erano terre belle abbastanzaper essere calpestate da Washington, e le strade di Londra, belle abbastanza per i piedi di Milton. Un grande uomo illustra la sua terra, e la rende cara all’immaginazione degli uomini, e la sua aria diviene l’elemento amato di tutti gli spiriti delicati. Il paese più bello è quello abitato dalle più nobili menti. Le pitture di cui si arricchisce l’immaginazione, leggendo le azioni di Pericle, Senofonte, Colombo, Bayardo, Sidney, Hampden, ci dimostrano quanto, senza necessità, è bassa la nostra esistenza; ci dimostrano che noi, con la profondità della nostra vita, dovremmo adornarla con splendori più che regali o nazionali, ed agire con principii che dovrebbero interessare l’uomo e la natura per tutta la durata dei nostri giorni.

Noi abbiamo visto od udito parlare di molti giovani straordinari, che non maturarono mai od i cui fatti nella vita reale non furono straordinari. Quando noi contempliamo i loro atteggiamenti o li sentiamo parlare di società, di libri, di religione, ammiriamo la loro superiorità, ed essi sembrano gettare il disprezzo sul nostro intiero stato politico e sociale; il loro è il tono di un giovane gigante, inviato a compiere rivoluzioni. Ma essi entrano in una professione attiva ed il Colosso in formazione si rimpicciolisce fino alle dimensioni comuni di un uomo. La magia che essi usavano consisteva nelle tendenze ideali, che fanno sempre ridicolo il presente; ma il mondo brutale fece le sue vendette dacchè essi misero i loro cavalli del sole ad arare i suoi solchi. Essi non trovarono esempi nè compagni; ed il loro cuore venne meno. E allora? L’insegnamento che essi diedero nelle loro prime aspirazioni è ancora vero; ed un miglior valore ed una più pura verità eseguiranno in un solo giorno la loro volontà e faranno vergognare il mondo. E perchè deve una donna paragonarsi ad una qualsiasi donna storica, e pensare che non avendo Saffo o Madamede Sévigné o Madame De Stäel, o le anime claustrali che hanno avuto genio e cultura soddisfatto l’immaginazione e la serena Temi, nessuna lo può — e certamente non essa? Perchè no? Essa ha da sciogliere un problema nuovo e mai tentato, e forse quello della più felice natura, che sia mai fiorita. La giovinetta, con anima fiera, cammini serenamente per la sua via, accetti l’ammonimento d’ogni nuova esperienza, volta a volta sperimenti tutti i doni che Dio le offre, affinchè possa apprendere il potere e la bellezza del suo essere nuovamente risorto, simile all’accendersi di una nuova aurora nelle profondità dello spazio. La bella fanciulla, che rigetta ogni intervento mediante una decisa ed orgogliosa scelta di poteri, noncurante di piacere, volenterosa ed altera, ispira ad ogni osservatore qualcosa della sua stessa nobiltà. Il cuore silenzioso la incoraggia: «Oh amica, non ammainare le vele per timore. Entra nel porto maestosamente, o fa vela con Dio sui mari. Non invano tu vivi, poichè ogni occhio è rallegrato e purificato dalla tua visione.»

La caratteristica del vero eroismo è la sua persistenza. Tutti gli uomini hanno degli impulsi passeggieri e dei momenti di generosità. Ma quando avete risolto d’essere grande, rimanete con voi stesso e non tentate debolmente di riconciliarvi col mondo. L’eroico non può essere il comune, nè il comune l’eroico. Eppure noi abbiamo la debolezza di attendere la simpatia della gente per quelle azioni la cui eccellenza sta in ciò, che esse sono al di là della simpatia e s’appellano ad una postuma giustizia. Se volete servire il vostro fratello, perchè conviene servirlo, non ritirate la vostra parola quando vedete che la gente prudente non vi loda. Aderite alle vostre proprie azioni, e congratulatevi con voi stessi se avete fatto qualche cosa di inusitato e di stravagante, che rompa la monotonia d’una età convenevole.Il seguente è un illuminato consiglio, che udii dare una volta ad un giovane. «Fa sempre ciò che temi di fare». Un carattere semplice, virile, non abbisogna mai di recriminazioni, ma dovrebbe guardare le sue azioni passate con la calma di Focione, quando pur ammettendo che l’esito della battaglia era felice, egli non deplorava d’esser avverso all’attaccar battaglia.

Non vi è debolezza o situazione per la quale non possiamo trovare conforto nel pensiero — questo è una parte della mia costituzione, una parte dei miei rapporti e del mio ufficio verso i miei simili. Ha la natura fatta alleanza meco, per cui io non apparirò mai in modo sfavorevole, e non farò mai una ridicola figura? Siamo generosi della nostra dignità, come del nostro denaro. La grandezza ha cessato una volta e per sempre d’aver connessione con l’opinione comune. Noi esponiamo le nostre buone azioni, non perchè desideriamo d’essere lodati per esse, non perchè pensiamo che esse abbiano grande merito, ma a nostra giustificazione. Questo è un errore colossale che voi scoprite quando un altro uomo recita l’elenco dei suoi atti caritatevoli.

Dire il vero, anche con qualche austerità, vivere con qualche rigore di temperanza, o con qualche estremo di generosità, pare essere l’ascetismo che la buona comune natura assegna a coloro, che sono nell’agiatezza e nella dovizia, in segno del loro sentimento di fratellanza con la grande moltitudine degli uomini sofferenti. E non solamente dobbiamo esercitare l’anima sopportando le pene dell’esistenza, dell’indigenza della, solitudine, dell’impopolarità, ma conviene all’uomo saggio guardare con occhio audace quei pericoli più rari, che talvolta assalgono gli uomini, e familiarizzarsi a disgustose forme di malattia, a voci di esecrazione, a visioni di morte violenta.

I tempi dell’eroismo sono generalmente tempi di terrore, ma non vi è mai giorno in cui questo sentimentonon possa operare. Le condizioni dell’uomo, noi diciamo, sono storicamente molto migliori in questo paese ed in questa ora di quanto forse non lo siano mai state prima. Maggior libertà esiste in grazia della cultura. Non si correrà ora all’ascia, al primo passo fuori del sentiero battuto dall’opinione. Ma chiunque è eroico, troverà sempre delle crisi per provare la sua lama. La virtù umana vuole i suoi campioni ed i suoi martiri, e la prova della persecuzione continua sempre. Fu solo l’altro giorno che il coraggioso Lovejoy diede il suo petto al piombo del popolaccio per i diritti della libera parola e della libera opinione, e morì quando era meglio non vivere.

Io non vedo alcuna via di pace perfetta nella quale un uomo possa camminare, eccetto che seguendo il consiglio del suo proprio cuore. Abbandoni egli le troppe associazioni; stia molto in casa, si ponga per quel cammino che egli approva. L’incessante ricordo di alti e semplici sentimenti negli oscuri doveri tempra il carattere in modo che opererà con onore, se il caso lo vorrà, nei tumulti o sul patibolo. Tutti gli oltraggi che sferzarono gli uomini, possono sferzare nuovamente un uomo, e specialmente in una repubblica, se in essa vi appaiano segni di decadenza religiosa. Un giovane può richiamare alla sua mente la vil calunnia, il fuoco, la pece, i ceppi e la forca, con tutta la dolcezza del suo carattere, e indagare quanto saldamente egli possa fissare il suo sentimento del dovere, sfidando tali pene, quando piaccia ad un giornale o ad un sufficiente numero di suoi vicini dichiarare le sue opinioni come incendiarie.

Il vedere quale rapido riparo la natura ha posto alle più grandi prepotenze della malvagità può calmare l’apprensione della sventura nel più suscettibile cuore. Noi ci avviciniamo rapidamente ad un limite, al di làdel quale nessun nemico può seguirci. «Delirino essi; ma tu sta quieto nella tua tomba».

Nella nebbia della nostra ignoranza del futuro, nell’ora in cui siamo sordi alle voci più alte, chi non invidia coloro che ammirarono l’esito felice dei loro tentativi virili? Colui che vede la volgarità della nostra politica, non si compiace internamente che Washington sia di già ravvolto nel suo lenzuolo funebre e calato dolcemente nella sua tomba, prima che le speranze dell’umanità fossero sottomesse a lui? Chi non invidia talvolta i buoni ed i coraggiosi, che non soffrono più dei tumulti del mondo; e attendono con trepida compiacenza il rapido fine dei rapporti con la natura finita? Eppure l’amore, che sarà più facile uccidere che rendere ingannevole, ha di già resa impossibile la morte, e si afferma non mortale, ma nato dalle profondità dell’essere assoluto ed inestinguibile.


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