QUARTO SAGGIOLEGGI SPIRITUALI
Quando l’atto della riflessione prende posto nella mente, quando guardiamo in noi stessi con la luce del pensiero, noi constatiamo che la nostra vita è legata con la bellezza. Ogni cosa dietro di noi assume, mentre camminiamo, delle forme aggraziate, come fanno le nuvole lontane. Non solamente le cose familiari e vecchie, ma anche le tragiche e terribili sono belle, quando prendono posto tra le pitture della memoria. La spiaggia del fiume, l’alga sulla riva, la vecchia casa, la persona sciocca — per quanto trascurate nell’atto di passare, acquistano una grazia nel passato. Perfino il corpo morto, che giacque nella camera, ha aggiunto un ornamento solenne alla casa. L’anima non vuol conoscere nè deformità, nè pena. Se nelle ore di chiara ragione, noi dovessimo dire la verità nuda, noi dovremmo dire di non aver mai fatto un sacrifizio. In queste ore la mente sembra così grande, che a noi pare, che nulla d’importante possa esserci tolto. Ogni perdita, ogni dolore è particolare; l’universo rimane nel nostro cuore intatto. Nè persecuzioni, nè disgrazie abbattono la nostra fiducia. Nessun uomo mai ha manifestato i suoi dolori così serenamente come egli avrebbe potuto. Potete ammettere che vi sia esagerazione anche nelle parole del più paziente e disfatto tapino che sia mai stato perseguitato.Perchè solamente il finito travaglia e soffre; l’infinito giace steso in sorridente riposo.
La vita intellettuale dev’essere mantenuta chiara e sana, se l’uomo vuol vivere la vita della natura, e non introdurre nella sua mente difficoltà che non lo riguardano. Nessun uomo deve essere incerto nelle sue speculazioni. Faccia e dica ciò che ha strettamente attinenza con lui, ed anche se ignorerà i libri, la sua natura non gli lascerà alcun impedimento intellettuale o dubbio alcuno. La nostra gioventù è tormentata dai problemi teologici del peccato originale, dell’origine del male, della predestinazione e simili. Queste non presentarono mai una difficoltà pratica ad alcun uomo; mai oscurarono la via di chi non andasse fuori della propria strada per cercarle. Queste sono gli umori, le rosolie, le tossi dell’anima e coloro che non le hanno avute non possono parlare della loro salute, nè prescrivere una cura. Una mente semplice non conoscerà queste malattie. È cosa completamente diversa esser capace di rendere conto della propria fede ed esporre ad un altro la teoria dell’unione e della propria libertà con se stesso. Ciò richiede delle doti rare. Pure vi può essere una forza ed un’integrità selvaggia in ciò che egli è, senza questa conoscenza di se stesso. «Pochi istinti forti e poche regole chiare» ci bastano.
La mia volontà non diede mai alle imagini il posto che occupano ora nella mia mente. Il regolare corso di studi, gli anni d’educazione accademica e professionale, non mi hanno insegnato dei fatti migliori di quelli di qualche libro ozioso, nascosto sotto il banco, durante le lezioni di latino. Ciò che noi non chiamiamo educazione, è più prezioso di ciò che noi così denotiamo. Noi, al momento di ricevere un pensiero, non formiamo alcuna congettura intorno al suo valore comparativo. E l’educazione spesso consuma i suoisforzi nel tentativo di contrariare e di impedire quel magnetismo naturale, che con sicura discriminazione sceglie ciò che gli appartiene. Nello stesso modo la nostra natura morale è viziata da qualsiasi intervento del nostro volere. Gli uomini rappresentano la virtù come una lotta, e si dànno grande importanza per le loro vittorie, e dovunque è fatta questa domanda (quando una natura nobile è interessata): se non è uomo migliore, colui che lotta contro la tentazione. Ma non vi è nessun merito in questa questione. O vi è Dio, o non vi è. Noi amiamo i caratteri a seconda che essi sono impulsivi e spontanei. Quanto meno un uomo pensa o sa circa le sue virtù, tanto più egli ci piace. Le vittorie di Timoleone, che al dir di Plutarco, scorrevano e sgorgavano come i versi d’Omero, sono le migliori vittorie. Quando ci appare un’anima, le cui azioni sono tutte regali, graziose e piacevoli come rose, dobbiamo ringraziare Iddio che tali cose possano essere e siano, e non voltarci all’angelo e dire «il gobbo è un uomo migliore, con la sua resistenza bisbetica a tutti i suoi demoni interni».
La preponderanza della natura sulla volontà in tutta la vita pratica, non è meno importante. Vi è meno intenzione nella storia di quanta noi le ascriviamo. Noi attribuiamo dei piani profondamente calcolati e previsti a Cesare ed a Napoleone; ma la parte migliore del loro potere era nella natura, non in loro. Gli uomini ch’ebbero segnalate vittorie, nei loro momenti onesti, hanno sempre cantato «non è in noi, non sta a noi». A seconda della fede del loro tempo, essi hanno costruito degli altari alla Fortuna, al Destino od a san Giuliano. Il loro successo sta nel loro parallellismo al corso del pensiero, che trovò in essi un canale non ostruito, e le meraviglie di cui furono i palesi conduttori, parvero all’occhio le loro proprie gesta. Generaronoforse i fili metallici il galvanismo? Ed è pur vero che vi erano in essi minori soggetti di riflessione che in ogni altro; così la virtù di un flauto è di essere dolce e cavo. Ciò che esternamente sembrava volontà ed irremovibilità, non era che mancanza di volontà ed auto-annientamento. Avrebbe potuto Shakespeare dare una teoria di Shakespeare? potrebbe mai un uomo, pur di prodigioso genio matematico, comunicare ad altri alcuna intuizione dei suoi metodi? Se egli potesse comunicare tale segreto, egli perderebbe immediatamente il suo valore smisurato, confondendo con la luce del giorno e con l’energia vitale, il potere di stare ed andare. Da queste osservazioni si deduce forzatamente che la nostra vita potrebbe essere molto più facile e semplice di ciò che noi la facciamo; che il mondo potrebbe essere un luogo molto più felice di ciò che non sia; che non vi è bisogno di lotte, di convulsioni, di disperazione; di torcersi le mani e digrignare i denti; e che noi infine produciamo i nostri proprii mali. Noi inceppiamo l’ottimismo della natura: perchè ogni qualvolta noi rientriamo vantaggiosamente nel passato, godiamo di una mente più saggia nel presente, e possiamo osservare d’essere attorniati da leggi, che da se stesse si compiono.
La fisionomia esterna della natura ci dà con serena superiorità lo stesso insegnamento. La natura non ci vuole collerici e vanitosi. Essa non ama la nostra benevolenza e la nostra cultura, più che non ami le nostre frodi e le nostre guerre. Quando noi usciamo dal cenacolo, dalla banca, dalla convenzione per l’abolizione della schiavitù, dal congresso per la temperanza o dal circolo trascendentale, ed andiamo nei campi e nei boschi, essa ci dice: «Così scalmanato, mio piccolo Signore?»
Noi siamo pieni di azioni meccaniche. Sentiamo la necessità di immischiarci, di volgere le cose a nostromodo, finchè i sacrifizi e le virtù della società siano odiosi. L’amore dovrebbe produrre gioia; ma la nostra benevolenza è infelice. Le nostre scuole domenicali, le chiese, le società di protezione dei poveri, sono dei gioghi al collo. Noi soffriamo per non piacere ad alcuno. Vi sono dei mezzi naturali per arrivare agli stessi scopi, cui queste istituzioni tendono, ma esse non li seguono. Perchè tutte le virtù dovrebbero operare in un solo ed identico modo? Perchè tutte dovrebbero dare dei dollari? Ciò è molto ingombrante per noi, gente di campagna, e non crediamo che da ciò possa venire bene alcuno. — Noi non abbiamo dei dollari; i mercanti ne hanno; ed essi dunque li diano. Gli agricoltori daranno del grano; i poeti canteranno; le donne fileranno; i bambini porteranno dei fiori. E perchè trascinare questo mortale peso della scuola domenicale attraverso l’intiera cristianità? È naturale e bello che l’infanzia interroghi e che la maturità insegni; ma vi è tempo abbastanza per rispondere alle domande, quando esse vengono espresse; onde non racchiudete i giovani in un banco, contro la loro volontà, e non forzate i bambini a fare contro la loro volontà delle domande per un tempo prefisso.
Se noi miriamo più lontano, le cose sono tutte uguali; leggi, lettere, credenze e modi di vivere, sembrano un travestimento della verità. — La nostra società è assediata da un pesante macchinario, che somiglia agli interminabili acquedotti che i Romani costrussero sulle colline e nelle vallate, e che furono resi inutili dalla scoperta della legge che l’acqua si innalza al livello della sua sorgente. La nostra società è una muraglia Chinese, che qualsiasi agile tartaro può scavalcare. È un’annata pronta, ma non così utile come una pace. È un impero graduato, titolato, riccamente dotato, ma completamente superfluo, quando si scopre che le civiche congregazioni non valgono meno.
Accettiamo un ammonimento dalla natura, che sempre opera per vie brevi. Quando il frutto è maturo, esso cade. Quando il frutto è caduto, cade la foglia. Lo scorrere delle acque è semplicemente una caduta. Il procedere dell’uomo e di tutti gli animali è un cadere in avanti. Tutto il nostro lavoro manuale e le opere di forza, come l’alzare con una leva, lo spaccare il legno, lo scavare, il remare, e simili, sono compiute con una serie di cadute continue; ed il globo, la terra, la luna, le comete, il sole, le stelle cadono eternamente. La semplicità dell’universo è molto differente dalla semplicità di una macchina. Colui che ricerca la natura morale qua e là e che sa come s’acquisti la conoscenza e come il carattere sia formato, è un pedante. La semplicità della natura non sta nel poter essere facilmente letta, ma sta in ciò che è inesauribile. L’ultima analisi di questa semplicità non potrà in nessun modo essere compiuta. Noi giudichiamo la saggezza di un uomo dalla sua speranza, poichè noi sappiamo che la percezione della inesauribilità della natura è una giovinezza immortale. L’impetuosa fertilità della natura è sentita da noi, comparando i nostri nomi e le nostre rigide riputazioni con la nostra ondeggiante coscienza. Noi passiamo nel mondo attraverso a sètte ed a scuole, armati di erudizione e di pietà e rimaniamo dei bambini insipidi. Ogni uomo s’avvede di trovarsi in quel punto medio, dove ogni cosa può essere affermata o negata con uguale ragione. Egli è vecchio, è giovane, è molto saggio ed è completamente ignorante. Egli ode e sente ciò che voi dite del serafino e del calderaio. Non vi è uomo permanentemente saggio, eccetto che nella finzione degli Stoici. Noi leggendo o dipingendo, prendiamo la parte dell’eroe, contro il codardo ed il ladro; ma siamo stati noi stessi quel codardo e quel ladro, e lo saremo di nuovo, nonin una circostanza volgare, ma proporzionale alle grandezze possibili dell’anima.
Una piccola considerazione di ciò che succede intorno a noi ogni giorno, ci insegnerebbe che una legge più alta di quella del nostro volere regola gli eventi; che i nostri lavori penosi sono vani ed infruttiferi; che noi siamo forti solamente nelle nostre azioni facili, semplici, spontanee, e che accontentandoci dell’ubbidienza, diventiamo divini. Fede ed amore — un fiducioso amore ci solleverà da un grande numero di cure. Fratelli miei, Dio esiste. Vi è un’anima al centro della natura ed al disopra della volontà di ogni uomo, così che nessuno di noi può attentare all’universo. Essa ha così infuso il suo squisito incanto nella natura, che noi prosperiamo quando accettiamo il suo consiglio, e quando tentiamo ferire le sue creature, le nostre mani si arrestano ai nostri fianchi o colpiscono il nostro proprio petto. L’intiero corso delle cose ci insegna la fede. A noi bisogna solo ubbidire. Vi è una guida per ciascuno di noi, ed umilmente ascoltando, udremo la retta parola. Perchè così penosamente scegliete voi il vostro posto, le vostre occupazioni, i vostri associati, i vostri modi d’azione e i vostri divertimenti? Certo vi è un possibile diritto per voi, che distrugge la necessità della discriminazione e dell’elezione volontaria. Per voi vi è una realtà, un posto acconcio, e dei doveri corrispondenti a voi. Ponete voi stessi nel mezzo della corrente di potere e di saggezza, che fluisce in voi come vita; collocatevi nel pieno centro di tale onda e voi sarete senza sforzo spinti verso la verità, il diritto e una perfetta letizia. Allora, voi porrete tutti i contradittori dalla parte del torto. Allora sarete il mondo, la misura del diritto, del vero, del bello. Se noi non fossimo dei guasta-mestieri con le nostre miserabili ingerenze, il lavoro, la società, le lettere, le arti, la scienza,la religione degli uomini procederebbero molto meglio di quanto non procedano ora, ed il cielo predetto dal principio del mondo, ed ancora predetto dalla profondità del nostro cuore, si organizzerebbe, come fanno ora la rosa e l’aria ed il sole.
Io dico: «non scegliete»; ma questa è solo una figura rettorica, con la quale io vorrei distinguere ciò che è comunemente chiamatosceltafra gli uomini, e che non è se non un atto parziale, vale a dire scelta delle mani, scelta degli occhi, degli appetiti, e non un completo atto dell’uomo. Ma ciò che io chiamo giustizia o bene, è la scelta della mia costituzione; e ciò che io chiamo Cielo, ed al quale internamente aspiro, è lo stato o la circostanza desiderabile per la mia costituzione; e l’azione che in tutta la mia vita io cerco di compiere, è il lavoro atto alle mie facoltà. Noi dobbiamo tenere l’uomo responsabile verso la ragione, per la scelta della sua arte o professione giornaliera. Non è giustificazione alle sue azioni, l’esser queste, abitudini del suo mestiere. Che cosa ha egli a vedere con un cattivo mestiere? Non ha egli unavocazionenel suo carattere?
Ogni uomo ha la sua propria vocazione. Il talento è la vocazione. Vi è una sola direzione, lungo la quale ogni spazio gli è aperto. Egli possiede delle facoltà, che lo invitano verso quella direzione con uno sforzo infinito. Egli è come un battello in un fiume; egli corre contro tutti gli ostacoli e da tutti i lati, eccetto che da uno; solo da quel lato ogni ostruzione è tolta, ed egli passa serenamente, sopra la profondità di Dio, in un mare infinito. Questo talento e questa vocazione dipendono dalla sua organizzazione, o dal modo con cui l’anima generale in lui s’incarna. Egli inclina a fare qualche cosa che sia facile a lui, e buona quando sia fatta, ma che nessun altro uomo possa fare. Egli non ha rivali, infatti quanto più egli consulta con verità i suoipropri poteri, tanta maggior differenza apparirà tra il lavoro suo ed il lavoro di qualsiasi altro uomo. Quando egli è sincero e fedele, la sua ambizione è certamente proporzionata ai suoi poteri. L’altezza della piramide è determinata dalla larghezza della base. Ogni uomo è attratto dal potere di fare qualche cosa di unico, e nessuno ha altra vocazione, all’infuori di questa. La pretesa di avere un’altra vocazione contraddistinta dal proprio nome e dalla propria elezione personale, con segni esterni che proclamino l’individuo straordinario e lo traggano fuor della cerchia degli uomini comuni, non è che fanatismo, e dinota l’impotenza di percepire l’esistenza di una sola mente per tutti gli individui, mente che non ha alcun rispetto per le persone.
Con il fare il suo lavoro egli addita quali funzioni può compiere; crea con il gusto dal quale è rallegrato; provoca quelle necessità, per le quali può essere di sussidio, e rivela se stesso. È difetto dei nostri pubblici discorsi di non aver abbandono. In ogni luogo, non solo ogni oratore, ma ogni uomo dovrebbe lasciare sciolta tutta la lunghezza delle proprie redini; dovrebbe trovare o creare l’espressione franca e cordiale di quella forza e di quell’intento che sono in lui. L’esperienza comune dice che l’uomo si adatta, come può, alle abitudinarie piccolezze del lavoro o del commercio nel quale è assorbito e che vi attende come un cane che giri lo spiedo; allora egli è parte della macchina che egli stesso muove, e l’uomo è perduto. Finchè egli non può comunicar se stesso agli altri in tutta la sua statura e proporzione, quale un uomo buono e saggio, egli non può trovare la sua vocazione. Egli deve trovare un luogo di uscita per il suo carattere, così che egli possa giustificare la sua opera ai loro occhi. Se il suo lavoro è vile, egli lo renda liberale con il suo pensiero e con il suo carattere. Egli comunichi aglialtri qualunque cosa sappia e pensi, qualunque cosa, che nella sua preoccupazione sia degna d’esser compiuta, o gli uomini non lo conosceranno e non lo onoreranno a seconda del suo merito. Sciocchi voi siete, ogni qualvolta voi riguardate la bassezza e la formalità della cosa compiuta, anzichè convertirla in ubbidiente spiraglio del vostro carattere e delle vostre intenzioni.
A noi piacciono soltanto quelle azioni che hanno avuto per lungo tempo la lode degli uomini, e non ci accorgiamo che tutte le cose, che l’uomo fa, potrebbero essere fatte divinamente. Noi pensiamo che la grandezza sia rilegata o costituita in alcuni luoghi o per certi doveri, in certi uffici o per date occasioni, e non ci avvediamo che Paganini può trarre l’estasi da una corda di violino; Eulenstein da una ribéca; un ragazzo dalle agili dita, dalle striscie di carta; Landseer dal maiale; e l’eroe dalla misera abitazione e dalla compagnia ove egli era nascosto. Ciò che noi chiamiamo «oscura condizione» o «società volgare» è quella condizione e quella società, la cui poesia non fu ancora scritta, ma che voi troverete fra poco invidiabile e rinomata come qualsiasi altra. Accettate il vostro genio e dite ciò che pensate. Nei nostri apprezzamenti prendiamo l’esempio dai re. La legalità tiene in conto i doveri dell’ospitalità, la connessione delle famiglie, l’incalzare della morte, e mille altre cose, ed ogni mente sovrana dovrà del pari tenerne conto. Fare abitualmente un apprezzamento nuovo — questo è elevazione.
Un uomo possiede in proporzione del suo agire. Che ha egli a vedere con la speranza o con il timore? In lui sta la sua potenza. Non consideri nessun altro bene saldo, eccetto quello che è nella sua vita. I beni di fortuna possono venire ed andare come le foglied’estate; li spanda egli a tutti i venti, come segni momentanei della sua infinita produttività.
Egli può avere ciò che gli spetta. Il genio di un uomo, la qualità che lo differenzia da qualsiasi altro, la sua suscettibilità verso una classe di influenze, la scelta di ciò che è adatto per lui, il rifiuto di ciò che non gli conviene, determina per lui il carattere dell’universo. Come un uomo pensa, così è; e come un uomo sceglie, così è, e così è la sua natura. L’uomo è un metodo, una disposizione progressiva, un principio eleggente, che attira a sè il suo simile, ovunque egli vada. Egli prende soltanto ciò che gli spetta, nella molteplicità che turbina e circola intorno a lui. Egli è simile ad uno di quei travi messi nei fiumi per arrestare il legno portato alla deriva, o alla calamita fra scheggie d’acciaio. Quei fatti, quelle parole, quelle persone, che vivono nella sua memoria senza che egli ne sappia dire il perchè, rimangono, perchè essi hanno una relazione con lui, non meno reale per non essere ancora accertati. Essi sono simboli del suo valore, poichè essi possono interpretare parte della sua coscienza, per la cui spiegazione egli cercherebbe vanamente le parole nelle immagini convenzionali dei libri e di altre menti. Ciò che attrae la mia attenzione, lo possiederò; come io andrò all’uomo che batte alla mia porta, mentre mille persone, altrettanto degne, passano innanzi ad essa senza che io me ne curi. A me basta che questi particolari mi parlino. Certi aneddoti, certi tratti di carattere, di costumi, di fisionomia, certi incidenti, se li misuraste con la misura ordinaria, hanno un’importanza nella vostra memoria sproporzionata al loro significato apparente. Essi si riferiscono al vostro talento. Date loro il loro peso e non buttateli via per cercare illustrazioni e fatti più ordinarî in letteratura. Rispettateli, perchè essi hanno la loro origine nella piùprofonda natura. Ciò che il vostro cuore crede grande, è grande. L’enfasi dell’anima ha sempre ragione.
L’uomo ha il più alto diritto su tutte le cose, che sono gradite alla sua natura ed al suo genio. Egli può prendere ovunque ciò che appartiene al suo stato spirituale; nè può egli prendere qualche cosa d’altro, sebbene tutte le porte siano aperte; nè può tutta la forza degli uomini impedire che egli prenda ciò che gli viene di diritto. È vano tentare di nasconder un segreto a chi ha il diritto di conoscerlo. Esso si dirà da sè. Lo stato nel quale un amico può ridurci, afferma il suo dominio su di noi. Egli ha un diritto sui pensieri di tale stato di mente. Egli può forzare tutti i segreti di tale stato di mente. Questa è una legge che gli uomini di governo mettono in pratica. Tutti i terrori della Repubblica Francese, che tennero l’Austria a segno erano impotenti a reggere alla sua diplomazia: ma Napoleone mandò a Vienna M. De Narbonne, uomo dell’antica nobiltà, di costumi e di modi e di nome pari a quelli della corte austriaca, dicendo che era indispensabile mandare alla vecchia aristocrazia d’Europa uomini della sua stessa condizione: orbene M. De Narbonne, in meno di quindici giorni, penetrò tutti i segreti del gabinetto imperiale.
Una mutua e reciproca intelligenza è sempre la più salda delle catene. Nulla sembra più insignificante come il parlare e l’essere compreso. Pure un uomo potrà constatare che l’esser compreso è il più forte dei legami e delle difese; — e colui che ha accolta un’opinione, potrà considerarla come la più pericolosa catena. Se un insegnante ha un’opinione che desidera nascondere, i suoi scolari diverranno pienamente consci di essa come di qualsiasi altra, che egli rivela. Se voi versate dell’acqua in un recipiente ritorto e con angoli, è vano dire: «io voglio versare in questo angolo od in quello»;l’acqua troverà il suo livello in tutti. Gli uomini sentono ed operano secondo una vostra dottrina senza poter dimostrare come essi la seguano. Dateci l’arco di una curva ed un buon matematico vi scoprirà l’intiera figura. Noi ragioniamo sempre dal visibile al non visibile, donde la perfetta intelligenza, che sussiste fra noi e gli uomini saggi delle età remote. Un uomo non può seppellire i suoi detti così profondamente nel suo libro, che il tempo e gli uomini di mente pari alla sua non li trovino. Platone aveva una dottrina segreta; l’aveva egli? Quale segreto può egli nascondere agli occhi di Bacone? di Montaigne? di Kant? Perciò Aristotile disse delle sue opere: «Esse sono pubblicate e non pubblicate». Nessuno può imparare ciò che non è in grado imparare, per quanto vicino ai suoi occhi sia l’oggetto. Un chimico può dire i suoi più preziosi segreti ad un falegname e questi non sarà più saggio — segreti che egli non confiderebbe ad un altro chimico, foss’anche per un regno. Dio ci protegge sempre dalle idee premature. I nostri occhi sono ciechi per modo che noi non possiamo vedere le cose che ci stanno dinnanzi, finchè l’ora non giunge in cui la mente è matura; allora le vediamo, ed il tempo nel quale non le vedemmo, ci pare un sogno. Tutta la bellezza ed il valore che l’uomo contempla, non è nella natura, ma in lui stesso. Il mondo è una cosa vuota, e va debitore dei suoi orgogli a questa anima che indora e che esalta. «La terra riempie il suo grembo di splendori» non suoi proprî. La valle di Tempe, Tivoli e Roma sono terra ed acqua, roccie e cielo. Vi è terra ed acqua altrettanto buona in mille altri luoghi, eppure quanto esse sono indifferenti.
Il popolo non si fa migliore per l’azione del sole e della luna, dell’orizzonte o degli alberi; così non è detto che i custodi delle gallerie di Roma od i servi dei pittori, abbiano una qualche elevatezza di pensiero,o che i librai siano uomini più saggi degli altri. Vi sono delle grazie nel portamento di una persona nobile ed educata, che si perdono agli occhi di un rozzo. Esse sono come quelle stelle, la cui luce non ci ha ancora raggiunto.
L’uomo può vedere ciò che fa. I nostri sogni sono il seguito della nostra conoscenza vigilante. Le visioni della notte hanno sempre qualche corrispondenza con le visioni del giorno. I sogni odiosi non sono che le esagerazioni dei peccati del giorno e certi brutti ceffi non sono che la personificazione di certe nostre affezioni malvagie. Sulle Alpi il viaggiatore osserva talvolta la sua propria ombra ingigantita, cosicchè ogni gesto della sua mano è terrificante. «Miei ragazzi — disse un vecchio ai suoi bambini spaventati da una figura apparsa sulla porta oscura — voi non vedrete mai nulla peggiore di voi stessi». Come nei sogni così negli eventi meno incerti del mondo ogni uomo si vede in proporzioni gigantesche, senza saper di rimirare se stesso. Il bene che egli contempla comparato al male ch’egli pure contempla, è come il suo proprio bene messo in rapporto al suo proprio male. Ogni dote della sua mente è magnificata in qualcuna delle sue conoscenze ed ogni emozione del suo cuore in qualche altra. Egli è come un quinconcio d’alberi o come un acrostico, che si ripete in principio, nel mezzo ed alla fine. Egli s’accosta ad una persona e un’altra evita, a seconda della sua somiglianza o della sua differenza, ricercando se stesso nei suoi associati e più ancora nel suo commercio, nelle sue abitudini, nei gesti, nei cibi, nelle bevande; ed alla fine egli viene ad essere fedelmente rappresentato da ogni aspetto delle circostanze stesse.
L’uomo può leggere ciò che scrive. Che cosa possiamo noi vedere od acquistare all’infuori di ciò chesiamo? Voi avete certamente veduto un uomo istruito leggere Virgilio. Ebbene questo scrittore rappresenta mille volumi diversi per mille diverse persone. Prendete il volume a due mani, toglietevi gli occhi nel leggerlo e non vi troverete mai, ciò che io vi trovo. Se qualche scaltro lettore volesse avere il monopolio della saggezza o del godimento che egli ricava dalla lettura, egli sarebbe sicuro di rendere inglese il libro come se fosse imprigionato nella lingua delle isole Palaos. Dei buoni libri succede ciò che succede delle buone compagnie. Introducete una persona volgare fra gentiluomini: ciò non produrrà alcun effetto: egli non è simile a loro. Ogni società protegge se stessa: essa è perfettamente sicura e quel tale non è dei loro, ancorchè il suo corpo sia nel medesimo ambiente.
A che serve combattere contro le leggi eterne della mente, che fissano le relazioni fra persona e persona, con la misura matematica del loro avere e del loro essere? Gertrude è innamorata di Guido; come sono alteri, aristocratici e romani il suo portamento e i suoi modi! Vivere con lui sarebbe veramente la vita e nessun prezzo per ciò troppo grande; cielo e terra sono mossi a quello scopo. Ebbene Gertrude ottiene Guido; ma che cosa serve ora quanto alti ed aristocratici e romani siano il portamento ed i modi, se il cuore e gli obbietti di lui sono nel senato, nel teatro, nella sala da bigliardo, ed essa non ha mezzi, non ha discorsi, che possono incantare il suo grazioso signore?
L’uomo deve avere una sua propria società. Noi possiamo amare nulla, eccetto la natura. I più grandi ingegni, i più meritevoli sforzi, realmente non ci toccano molto da vicino, ma un approssimarci od una rassomiglianza con la natura rappresentano una bella vittoria di essa. Delle persone, illustri per la loro bellezza, per le loro doti, degne di ogni meraviglia per il lorofascino, ci avvicinano; esse dedicano tutta la loro capacità a quel momento ed a quella società, ma con risultati molto dubbi. Tuttavia, sarebbe certamente ingrato da parte nostra il non lodarli ad alta voce. Poi, quando tutto ciò è avvenuto, una persona di mente simile alla nostra, un fratello o una sorella per natura, viene a noi così pianamente e facilmente, così a lato ed intimamente, come se fosse sangue delle nostre proprie vene, e noi abbiamo più l’impressione di qualcuno che se ne è andato, che di un altro che è venuto; noi siamo completamente sollevati e ristorati; e proviamo una specie di lieta solitudine. Noi follemente pensiamo nei nostri giorni di peccato che dobbiamo corteggiare gli amici in omaggio alle consuetudini sociali, al loro vestito, alla loro educazione ed al loro valore. Ma più tardi, se è possibile avere tale fortuna, noi impariamo che solo può essere mia amica quell’anima, che io trovo sulla linea della mia propria strada, quell’anima alla quale io non m’inchino, e che non si inchina a me, ma nativa della stessa latitudine celestiale, ripete nella sua propria esperienza tutta la mia. Lo scolaro dimentica se stesso e imita le abitudini ed i modi dell’uomo di mondo, per meritare il sorriso della bellezza; egli è un folle e segue qualche ragazza insipida, non avendo ancora trovato con passione religiosa la donna nobile, con tutto ciò che vi è di sereno e di bello nell’anima sua. Sia egli grande e l’amore lo seguirà. Nulla è maggiormente punito della negligenza delle affinità, mediante le quali sole, la società potrebbe essere formata, e della pazza leggerezza dello sciogliersi gli associati per mezzo degli occhi altrui.
L’uomo può stabilire il suo proprio valore. È massima universale, degna di ogni accettazione, che l’uomo può avere quell’assegno che egli stesso si prende. Assumetequel posto e quell’attitudine che vi spetta per diritto e tutti gli uomini taceranno. Il mondo deve essere giusto. Esso permette con profonda indifferenza che ogni uomo fissi il suo proprio valore; sia egli un eroe od un idiota, il mondo non se ne cura. Esso certamente accetterà la misura del vostro operato e del vostro essere, sia che strisciate e sconfessiate il vostro nome, sia che contempliate l’opera vostra, sospinta alla concava sfera dei cieli, insieme con la rivoluzione delle stelle. La stessa realtà domina ogni insegnamento. L’uomo può insegnare con l’azione e non altrimenti. Se egli può comunicar se stesso può insegnare, ma non lo può con semplici parole. Solo insegna colui che dà, e solo impara colui che riceve. Non vi è insegnamento finchè l’allievo non è portato allo stesso stato o principio, in cui voi siete: una trasfusione allora avviene; egli è voi, e voi siete lui; allora c’è insegnamento; ed egli non potrà mai perdere del tutto il benefizio del vostro insegnamento per nessuna cattiva vicenda o cattiva amicizia. Le semplici parole invece escono da un orecchio a misura che entrano dall’altro. Vediamo annunziato che il signor Grand terrà una conferenza il quattro di luglio, ed il signor Hauds pure alla Associazione Meccanica, e noi non andremo, perchè sappiamo che questi signori non comunicheranno agli uditori il loro proprio carattere ed il loro essere. Se avessimo ragione di attenderci tale comunicazione, noi andremmo, affrontando ogni inconveniente ed opposizione. Gli ammalati stessi vi sarebbero portati nelle barelle. Ma un discorso pubblico è un vagabondaggio, un tranello, un apologo, un bavaglio, e non una comunicazione, non un discorso, non un uomo.
Una Nemesi simile presiede a tutti i lavori intellettuali. Noi dobbiamo ancora imparare che una cosa espressa in parole, non è per questo affermata. Essa deveaffermarsi da sè, poichè nessuna forma di grammatica o di attendibilità daranno ad essa il carattere dell’evidenza. L’affermazione deve inoltre contenere la sua propria scusa per essere stata enunciata.
L’effetto di qualsiasi scritto sulla mente pubblica è matematicamente misurabile per mezzo della sua profondità di pensiero. Se desta voi al pensiero, se vi solleva da terra con la grande voce dell’eloquenza, allora l’effetto sarà ampio, lento, permanente nello spirito degli uomini; se le pagine non vi istruiscono, esse morranno, come delle mosche, in un’ora. Il modo di dire e di scrivere, che mai dovrà decadere, è quello di dire e di scrivere sinceramente. L’argomento che non ha il potere di raggiungere le mie proprie abitudini, io posso ben pensare che fallirà tentando di raggiungere le vostre. Ma prendete per massima quella di Sidney «guarda nel tuo cuore, e scrivi». Colui che scrive a se stesso scrive ad un pubblico eterno. La sola affermazione degna di essere fatta pubblica, è quella alla quale voi siete giunti tentando di soddisfare la vostra propria curiosità. Lo scrittore che prende il suo soggetto dal suo orecchio e non dal suo cuore, dovrebbe sapere che egli ha perduto quanto crede di avere guadagnato, e quando il libro vuoto ha raccolte tutte le lodi, e mezzo mondo ha esclamato «che poesia! Che genio!» esso abbisogna ancora di combustibile per fare fuoco. Solo dà profitto ciò che è profittevole. Solo la vita può dare vita; e benchè noi possiamo far del rumore, saremo solo valutati in rapporto della valutazione che noi abbiamo fatta di noi stessi. Non vi è fortuna nella reputazione letteraria. Coloro che dànno il verdetto finale su ogni libro, non sono i lettori parziali e rumorosi dell’ora in cui esso appare; ma è una corte simile a un consesso di angeli, un pubblico che non teme corruzioni, che non vuole suppliche, che non conosce timori. Soltanto i libri chemeritano di rimanere, si perpetuano. Gli orli dorati, le pergamene, il marocco, le copie di saggio per tutte le biblioteche, non manterranno in circolazione un libro al di là della sua intrinseca data. Esso deve correre, con tutte le reali edizioni di Valpole ed i «Nobili Autori» al suo destino. Blackmore, Kotzebue o Pollok, possono durare una notte, ma Mosè ed Omero dureranno per sempre. Non vi sono in tutto il mondo ed allo stesso tempo, più di una dozzina di persone che leggano e capiscano Platone: — non ve n’è mai abbastanza per pagare le spese di una edizione delle sue opere; eppure esse si trasmettono ad ogni generazione, grazie a quelle poche persone, come se Dio le portasse sulla sua mano. «Nessun libro — disse Bentley — fu mai scritto e distrutto se non da se stesso». La durata di tutti i libri non è fissata da alcun sforzo amichevole od ostile, ma dalla loro propria gravità specifica o dalla importanza intrinseca del loro contenuto, in rapporto con lo spirito costante dell’uomo. «Non preoccupatevi troppo riguardo all’effetto della luce sulla vostra statua — disse Michelangelo al giovane scultore — la luce della piazza metterà a prova il suo valore».
In modo simile l’effetto di ogni azione è misurata dalla profondità del sentimento, da cui essa procede. L’uomo grande non seppe di essere grande. Due o tre secoli furono necessari affinchè quel fatto apparisse. Ciò che egli fece fu perchè dovette farlo; egli non ebbe libertà d’elezione; fu per lui la cosa più naturale al mondo, e scaturì dalle circostanze del momento. Ma ora tutto ciò che egli ha fatto, perfino il suo alzare un dito, o il cibarsi del suo pane, appare grande, coordinato, ed è chiamato istituzione.
Queste sono, in pochi tratti, le dimostrazioni del genio della natura; essi ci mostrano la direzione dellacorrente. Ma la corrente è sangue ed ogni sua goccia è vivente. La verità non ha singole vittorie; tutte le cose sono suoi organi, non solamente la polvere e le pietre, ma gli errori e le menzogne. Le leggi delle malattie, dicono i medici, sono belle come le leggi della salute. La nostra filosofia è affermativa, e volentieri accetta le testimonianze dei fatti negativi, come ogni ombra accenna al sole. Per una divina necessità ogni fatto in natura è obbligato ad offrire la sua testimonianza.
Il carattere umano sempre più si rende evidente: esso non si cela: esso abborre le tenebre e si lancia nella luce. Il fatto più fuggitivo o la più insignificante parola, il semplice accenno di fare una cosa o il proposito recondito, esprimono il carattere. Se voi operate, palesate il vostro carattere, così se sedete o se dormite. Voi credete, poichè non avete detto nulla mentre gli altri parlavano, e non avete espresso nessuna opinione sui tempi, sulla chiesa, sulla schiavitù, sul collegio, sui partiti o sulle persone, che il vostro verdetto sia ancora atteso con curiosità, come una saggezza riservata: così non è: il vostro silenzio risponde ad alta voce. Voi non avete nessun responso da pronunciare; ed i vostri simili hanno imparato che voi non potete aiutarli, perchè gli oracoli parlano. Non grida forse la saggezza, e non fa il raziocinio sentire la sua voce?
Dei limiti terribili sono posti in natura ai poteri della dissimulazione. La verità tiranneggia le membra recalcitranti del corpo. Il viso, fu detto, non mente mai. Nessun uomo sarà ingannato, se studia il variare dell’espressione. Quando un uomo dice il vero, con spirito del vero, il suo occhio è chiaro come i cieli. Quando egli ha dei fini bassi, e dice il falso, l’occhio è torbido, e qualche volta bieco.
Ho udito una volta un esperto consigliere di tribunale affermare che egli non temeva mai dell’effetto che un avvocato poteva fare sui giurati, quando non credeva all’innocenza del suo cliente. Se egli non crede, la sua incredulità apparirà alla giuria, nonostante tutte le sue affermazioni, e diventerà l’incredulità della giuria stessa. Questa è quella legge medesima per cui un’opera d’arte, di qualsiasi specie, ci pone nella stessa condizione di spirito, nella quale era l’artista quando la fece. Per quanto noi possiamo ripetere le parole tante volte quante vogliamo, pure noi non possiamo con esse affermare ciò che noi non crediamo. Fu questa convinzione che Swedenborg espresse, quando descrisse un gruppo di persone del mondo spirituale, tentanti invano di articolare una proposizione alla quale non credevano; ed essi non potevano farlo, anche se piegavano e torcevano le labbra fino all’indignazione.
Un uomo è considerato per ciò di cui è degno. La curiosità, circa la stima che la gente ci tributa, è oziosa al pari di ogni nostro timore di rimanere ignorati. Se un uomo sa che egli può fare una cosa qualsiasi — che egli può farla meglio di chiunque altro — egli ha la certezza che tale fatto è conosciuto da tutte le persone. Il mondo è pieno di giorni del giudizio finale, e ad ogni consesso cui l’uomo partecipi e per ogni azione che tenta, egli è sondato e contrassegnato. Un uomo arrivato fra ogni gruppo di ragazzi che salta e corre in ogni cortile ed in ogni piazza, è accuratamente giudicato in pochi giorni, e classificato con il suo numero d’ordine, come se egli fosse stato sottoposto ad una prova formale della sua forza, della sua velocità e del suo temperamento. Uno straniero viene da una scuola lontana, con migliori vestiti, con dei ninnoli nelle sue tasche, con delle arie e delle pretese: un ragazzo più vecchio dice a se stesso: «Fa nulla, loscopriremo domani». «Che cosa ha egli fatto?» è la domanda divina che interroga ogni uomo, e che trapassa ogni falsa riputazione. Un vanesio può sedere su qualunque seggio di questo mondo, senza essere in quell’ora distinto da Omero o da Washington; ma quando noi ricerchiamo la verità, non può mai esservi dubbio intorno la rispettiva abilità degli esseri umani. La pretensione può giacere, ma non può operare. La pretensione non tentò mai un atto di vera grandezza, non scrisse mai l’Iliade, nè scacciò Serse, nè rese cristiano il mondo, nè abolì la schiavitù.
Sempre tanta virtù appare quanta realmente ve ne è; e tanta riverenza quanto è il bene. Tutti i demoni rispettano la virtù. La congrega elevata, generosa, devota a se stessa, istruirà e guiderà sempre il genere umano. Una parola sincera non fu mai completamente perduta. Giammai una magnanimità cadde al suolo; sempre il cuore dell’uomo la inchina e l’accetta inaspettatamente. Un uomo è considerato per ciò di cui è degno. Egli scolpisce ciò che realmente egli è, sul suo viso, sulla sua forma, sulle sue fortune, in lettere luminose che tutti, eccetto lui, possono leggere. A nulla gli serve il nascondere; a nulla il vanagloriarsi. Vi è una confessione nello sguardo dei nostri occhi, nei nostri sorrisi, nei saluti, nelle strette di mano. Il suo peccato lo atterra e corrompe tutte le sue buone impressioni. Gli uomini non sanno perchè non confidino in lui; pure non hanno in lui fiducia. Il suo vizio rende vitreo il suo occhio, affloscia la sua gota, assottiglia il suo naso, pone il marchio della bestia sulla nuca, e scrive «folle, folle» sulla fronte di un re.
Se non volete che si conosca la vostra attività non operate. Un uomo può folleggiare sulle sabbie di un deserto, ma ogni granello di sabbia parrà osservarlo. Egli può essere un mangiatore solitario, ma non puòa lungo sostenere la sua posizione. Una complessione fiacca, uno sguardo brutale, degli atti ingenerosi, la mancanza delle dovute cognizioni ecc. tutte parlano. Possono un cuoco, un facchino, esser confusi con uno Zenone o con S. Paolo? Confucio esclamò: «Come può un uomo esser celato?!»
D’altra parte l’eroe non teme, che tacendo il racconto di un atto giusto e coraggioso, esso non sia riconosciuto e non venga amato. Un uomo lo conosce — egli stesso — ed è sicuro che, per la dolcezza della quiete, e per la nobiltà dello scopo esso condurrà in fine ad una cosa migliore che non la sua proclamazione. La virtù sta nell’aderire con l’azione alla natura delle cose, e la natura delle cose la rende predominante. Essa consiste in una perpetua sostituzione dell’essere al parere, in quella proprietà sublime di Dio dicente: Io sono.
L’ammonimento che queste osservazioni ci offrono è: «Siate, e non sembrate.» Sottomettiamoci ad esso. Togliamo la nostra vanitosa nullità fuori del sentiero dei divini recinti. Scordiamo la nostra saggezza umana. Inchiniamoci al potere di Dio, ed impariamo che solo la verità fa ricchi i grandi.
Se visitate l’amico vostro, quale bisogno avete di fargli le scuse per non averlo visitato prima, facendogli così perdere il tempo e spiegando il vostro proprio atto? Visitatelo ora. Senta egli che il più alto amore è venuto a vederlo, in voi, suo più infimo organo. Perchè dovete tormentare voi stessi e il vostro amico con segreti rimproveri, perchè non lo avete assistito o non gli avete fatto doni e saluti in passato? Siate voi un dono ed una benedizione. Brillate di luce vera, e non di quella riflessa e presa in prestito dai doni. Gli uomini comuni sono scuse per gli uomini; essi chinano il capo, si scagionano con ragioni prolisse, ed accumulano le apparenze, perchè la sostanza non esiste.
Noi abbondiamo di queste superstizioni del senso; noi adoriamo la grandezza. Dio non si cura della grandezza: la balena ed il verme sono per lui di ugual dimensione. Noi diciamo che il poeta è ozioso, perchè non è presidente o mercante o facchino. Noi adoriamo un’istituzione e non vediamo che essa è fondata su un nostro pensiero. Ma l’azione vera è nei momenti silenziosi. Le epoche della nostra vita non sono nei fatti visibili della nostra scelta di una carriera, nel nostro matrimonio, nell’acquisto di un ufficio e simili, ma in un pensiero silenzioso sorto sul lato della via, mentre camminiamo; in un pensiero, che rivede il nostro intiero modo di vita, e dice, «Tu hai fatto così, ma sarebbe stato meglio altrimenti». E tutti i nostri anni posteriori, simili a schiavi, servono e dipendono da questo pensiero, ed a seconda della loro abilità, eseguiscono il suo volere. Questa revisione o correzione è una forza costante, che come una tendenza, dura tutta la nostra vita. L’oggetto dell’uomo, lo scopo di questi momenti, è di fare splendere la luce del giorno attraverso a lui; è di lasciare che la legge penetri il suo intero essere senza ingombri, di modo che, in qualsiasi punto del suo operato cadano i vostri occhi, esso vi informi completamente del suo carattere, vi dica quali siano il suo modo di vita, la sua casa, la sua religione, la sua società, la sua letizia, i suoi voti e l’opposizione sua. Ma egli ora non è omogeneo, bensì eterogeneo, ed il raggio non lo attraversa: non vi sono delle luci e l’occhio dell’osservatore è imbarazzato, scoprendo molte tendenze dissimili, e non ancora una vita in alcuna di queste.
Perchè noi disprezzeremo per partito preso, con la nostra falsa modestia l’uomo che noi siamo, ed il modo di essere che ci fu assegnato? Un uomo buono è contento. Io amo ed onoro Epaminonda, ma non desiderod’essere Epaminonda e credo più giusto amare il mondo presente, che il mondo del suo tempo. E se io sono sincero, voi non potete destare in me la più piccola inquietudine col dire «Egli operò e tu giaci immobile». Io osservo che l’azione è buona, quando essa è necessaria; ma che è pure buona l’inerzia. Se Epaminonda fu l’uomo che io serenamente immagino, non avrebbe operato se la sua sorte fosse stata pari alla mia. Il cielo è grande, e concede posto per tutti i modi di amore e di fortitudine. Perchè dovremmo noi essere degli uomini affacendati e superservili? L’azione e l’inazione sono identiche di fronte al vero. Un pezzo dell’albero è tagliato per fare una banderuola, e un altro pezzo per il sostegno di un ponte; la virtù del legno è visibile ad ogni modo in entrambi.
Io non voglio avvilire l’anima. Il fatto che io sono qui, certamente mi dimostra che l’anima ha bisogno in questo luogo di un organo. Non assumerò io il posto? O mi nasconderò, e sfuggirò io e farò inchini con le mie intempestive scuse e con la mia vana modestia, e dovrò immaginarmi che il mio essere è qui fuor di luogo? più fuor di luogo di quello che non furono gli esseri di Epaminonda e di Omero in quel tempo? e che l’anima non conosce quanto le abbisogna? Inoltre, senza ragionare affatto su questo punto, io non sono malcontento. L’anima buona mi nutrisce, e mi schiude ogni giorno nuove fonti di forza e di godimento. Io non rinuncierò bassamente all’immensità del bene, perchè abbia udito dire che ad altri esso venne sotto altra forma concesso.
Inoltre, perchè dovremmo essere intimiditi dal nome di azione? Esso è un tranello dei sensi, nulla più. Noi sappiamo che l’antenato di ogni azione è un pensiero. Lo spirito povero si stima nullo, a meno che abbia un qualche segno esteriore: una giubba da quacquero,ad esempio, o un’adunanza religiosa Calvinistica, o una Società filantropica, od una grande donazione, od un alto ufficio, o qualche cosa altro, o qualche azione infine fortemente contrastante, che provi che esso è qualche cosa. Lo spirito ricco giace al sole e riposa, ed è Natura. Pensare è agire.
Se dobbiamo compiere delle grandi azioni, facciamo tali le nostre proprie. Ogni azione è di una elasticità infinita, e la più piccola è soggetta ad essere penetrata di splendore celestiale, fino ad eclissare il sole e la luna. Compiamo i nostri doveri. Ho io l’obbligo di errare tra le scene e la filosofia dei Greci e la storia italiana, prima d’essermi lavato il viso e d’essermi giustificato con i miei benefattori? Come oso leggere le campagne di Washington, se non ho neppure risposto alle lettere dei miei propri corrispondenti? Non è questa una giusta obbiezione a molte delle nostre letture? Ciò è perfettamente una diserzione pusillanime dal nostro lavoro, per osservare i nostri vicini: è infine uno spiare. Byron dice di Jack Bunting: