QUARTO SAGGIOLE MANIERE
Si dice che una metà del mondo non sappia come l’altra metà viva. La nostra Spedizione Esploratrice vide gli isolani Feejee pranzare con delle ossa umane, e si dice che essi mangino le loro mogli ed i loro bambini. L’economia domestica degli odierni abitanti di Gournou (all’ovest dell’antica Tebe) è ristretta fino alla deficienza. Infatti per metter su casa sono sufficienti due o tre recipienti di terra, una pietra per fare la farina ed una coltre che serve da letto. La casa, cioè, questa specie di tomba, è apparecchiata senza pigione od imposta. La pioggia non può passare attraverso il tetto; la porta non c’è, perchè di porta non v’è bisogno, essendovi nulla da perdere. Se a loro non piace la casa, se ne vanno ed entrano in un’altra, essendovene parecchie centinaia a loro disposizione. «È alquanto singolare, — aggiunge il Belzoni, al quale dobbiamo questa narrazione, — parlare di felicità fra un popolo, che abita nei sepolcri, fra gli scheletri e gli avanzi di una nazione antica, che essi completamente ignorano». Nei deserti di Borgoo, i Rock-Tibboos abitano ancora in caverne, come le rondini delle roccie, ed il loro linguaggio è comparato dai loro vicini allo strido del pipistrello ed al fischio degli uccelli. I Bornoos non hanno nomi proprii; gli individui sono chiamati aseconda della loro statura, della loro grossezza o di altre qualità accidentali, ed hanno semplicemente dei soprannomi. Ma il sale, i datteri, l’avorio e l’oro, per i quali queste orribili contrade sono visitate, trovano il loro smercio in paesi dove il compratore ed il consumatore possono difficilmente essere collocati nella stessa razza di questi cannibali e ladri di uomini; paesi ove l’uomo usa i metalli, il legno, la pietra, il vetro, la gomma, il cotone, la seta e la lana; dove egli onora se stesso con l’architettura; dove scrive leggi, dove sopratutto compone una società eletta che viaggia attraverso tutti i paesi degli uomini intelligenti; un’aristocrazia costituitasi da se stessa o se più vi piace una fratellanza degli uomini migliori, che senza leggi scritte o consuetudini di alcuna specie si perpetua, colonizza ogni isola nuova, ed adatta e fa sua qualsiasi bellezza personale o dote straordinaria nativa, ovunque essa appaia.
Quale fatto più saliente nella storia moderna della creazione del «gentiluomo»? La cavalleria, la lealtà, e nella letteratura inglese la metà dei drammi e tutte le novelle da Sir Filippo Sidney a Sir Walter Scott, dipingono questa figura. La parolagentiluomo, che, come la parola Cristiano deve d’ora in avanti caratterizzare il presente secolo ed i pochi precedenti, per l’importanza che le si riferisce è un omaggio a certe incomunicabili doti personali. Attributi frivoli e fantastici si associarono al nome, ma il costante interessamento del genere umano per esso dev’essere attribuito alle proprietà preziose che esso designò. Un elemento che unisce il più strettamente possibile uomini di ogni paese, che li rende intelligibili e piacevoli gli uni agli altri, non può essere un prodotto casuale, ma deve essere un giusto risultato del carattere e delle facoltà riconosciute universalmente negli uomini. Esso pare unmedium permanente; come l’atmosfera è una permanente composizione, contrariamente a tanti gaz che sono combinati solo per essere scomposti.Comme il faut, è la definizione francese della buona società, delcome dobbiamo essere. Il «gentiluomo» è un frutto spontaneo delle inclinazioni e dei sentimenti di quella classe che ha precisamente maggior vigore, che prende la direttiva del mondo in questo tempo; classe che sebbene lontana dall’essere pura, lontana dal costituire la più lieta e più alta espressione del sentimento umano, è buona tanto quanto l’intiera società le permette di esserlo. Esso è creato dallo spirito più che dal talento degli uomini, ed è un risultato complesso nel quale ogni grande forza entra come ingrediente, cioè, ingegno, virtù, talento, bellezza, ricchezza e potere.
Vi è qualche cosa di equivoco in tutte le parole usate per esprimere l’eccellenza dei modi e l’educazione sociale, perchè le quantità sono variabili, e l’ultimo effetto è ricevuto dai sensi come se fosse la causa. La parolagentiluomonon ha alcun correlativo astratto per esprimere la qualità. Ma noi dobbiamo tener viva nel vernacolo la distinzione fra «andazzo», parola di senso ristretto e spesso sinistro, ed il carattere nobile, che il gentiluomo porta con sè. Le parole usuali, però, devono essere rispettate: si troverà che esse contengono la radice della cosa. Il punto di distinzione in tutta questa serie di nomi come cortesia, cavalleria, moda e simili, è che il fiore ed il frutto sono tenuti in considerazione, e non il seme dell’albero. La bellezza in questo caso è lo scopo e non il valore. Il fatto ora in discussione, sebbene le nostre parole facciano intendere abbastanza bene il sentimento popolare, è se l’apparenza supponga una sostanza. Il gentiluomo è un uomo di verità, signore delle sue proprie azioni ed esprimente un dominio nella sua condotta, in nessun modo dipendentee servile ad altre persone od opinioni o possessioni. Oltre questo fatto di verità e di forza reale, la parola denota buon cuore e benevolenza: virilità prima, e gentilezza poi. L’idea popolare certamente aggiunge a questo termine una condizione di agiatezza e di fortuna; ma questa è un risultato naturale della forza personale e dell’amore, che essi dovrebbero possedere per distribuire i beni del mondo. In tempi di violenza, ogni persona eminente dovette trovare molte occasioni per far valere la sua forza ed il suo valore; perciò il nome di ogni uomo, che ai tempi del feudalismo emerse un poco dalla massa, risuona alle nostre orecchie come il clamore di una tromba. Ma la forza personale non decade mai. Essa è ancora sovrana oggi, e nell’instabile folla della buona società gli uomini di valore e di forza sono conosciuti, e s’innalzano al posto che loro spetta. La competizione è trasferita dalla guerra alla politica ed al commercio, di conseguenza la forza personale appare immediatamente in questi nuovi campi.
Il potere innanzi tutto è necessario, se si vuole una classe dirigente. Nella politica e nel commercio i pugilatori ed i pirati sono una promessa migliore che gli oratori e gli impiegati. Dio sa che tutte le classi dei gentiluomini battono alla sua porta; ma ogni qualvolta questo termine sia strettamente usato e con una certa importanza, si vedrà che esso indica un’energia originaria. Esso delinea un uomo, che sta nel suo proprio diritto ed opera con metodi suoi proprii. In un buon padrone vi deve essere per prima cosa un buon animale, almeno fino al punto da concedere i vantaggi incomparabili degli spiriti animali. Le classi dirigenti devono avere di più ma debbono avere anche questi requisiti, dando ad ogni gruppo di persone quel senso di potere che rende facile a farsi quelle cose, che incutono timore al saggio. La società della classedominante, nelle sue adunanze amichevoli e festive, è piena d’un coraggio e d’un’audacia, che intimidiscono il pallido studioso. Il coraggio che le ragazze di tale società dimostrano è come una battaglia di Lundy Lane od un combattimento in mare. L’intelletto si confida alla memoria per avere qualche soccorso onde affrontare questi squadroni estemporanei. Ma la memoria in presenza di questi improvvisi padroni è un vile mendicante con canestro e bastone. I rettori della società devono essere allo stesso livello dell’attività del mondo, e pari al loro ufficio multiforme: debbono essere uomini dall’impronta cesarea, dotati d’un grande raggio di affinità. Io sono lontano dal credere nella timida massima di Lord Falkland («che la compitezza debba essere duplice, poichè un individuo audace passerà attraverso le forme più abili») e sono di opinione che il gentiluomo è l’individuo ardito, le cui forme non possono violarsi; e che solo la natura è giusta signora della compitezza di qualsiasi persona con la quale essa conversa. Il mio gentiluomo detta la legge ove egli si trova; egli sorpasserà in preghiera i santi nella cappella; sarà più capitano dei veterani sul campo di battaglia ed in un salone sarà al di sopra di ogni cortesia. Egli è un buon compagno per i pirati, ed un buon compagno per gli accademici; cosicchè è inutile il fortificarsi contro di lui; egli ha uno spiraglio segreto in tutte le menti, ed io potrei tanto facilmente escludere me stesso quanto lui. I gentiluomini celebri dell’Asia e dell’Europa hanno avuto questo carattere vigoroso: Saladino, Sapor, il Cid, Giulio Cesare, Scipione, Alessandro, Pericle, ed i maggiori personaggi. Essi sedettero con molta noncuranza sui loro seggi, e furono troppo eccellenti essi stessi per dare valore ad una condizione qualsiasi.
Secondo l’opinione popolare è necessaria una grande fortuna per completare questo uomo di mondo. Il denaronon è essenziale, ma lo è quella grande affinità, che trascende le consuetudini della camarilla o della casta, e che si fa sentire dagli uomini di tutte le classi. Se l’aristocratico è forte solamente nei circoli alla moda e non con i trafficanti, egli non sarà mai un condottiero popolare; e se l’uomo del popolo non può parlare in termini uguali con il gentiluomo, cosicchè questi senta che quegli è realmente del suo proprio rango, nulla è da temersi. Diogene, Socrate ed Epaminonda, che hanno scelto lo stato di povertà quando quello di ricchezza era loro ugualmente aperto, sono gentiluomini del miglior sangue. Io uso questi vecchi nomi, ma gli uomini dei quali parlo, sono miei contemporanei. Il destino non concederà ad ogni generazione uno di questi cavalieri compiti; ma ogni gruppo di uomini mette in mostra qualche tipo della sua classe: e la politica di questo paese, ed il commercio di ogni città sono controllati da questi costanti ed irresponsabili fattori, che hanno l’abilità d’assumerne la direzione e di cattivarsi una larga simpatia che li pone in relazione con le folle, e rende popolari le loro azioni.
I modi di tale classe d’uomini sono osservati ed appresi con ossequio dagli uomini di gusto. L’associazione di questi dominatori fra di loro e con uomini consci dei loro meriti, è reciprocamente piacevole e stimolante. Le buone forme, le più felici espressioni di ciascuno di essi sono ripetute ed adottate. Per rapido consenso ogni cosa superflua è abbandonata, ogni cosa graziosa ripresa. I bei modi appaiono terribili all’uomo ineducato. Essi sono una scienza sottile di difesa per parare od intimidire; ma una volta pareggiati dall’abilità dell’altra parte, essi abbassano la punta della spada: puntate e parate scompaiono, e il giovane si trova in un’atmosfera più trasparente, dove la vita è un giuoco meno agitato e nessun malinteso sorge fra i giuocatori.Le maniere tendono a facilitare la vita, a sbarazzarsi degli impedimenti e portano l’uomo puro al vigore. Esse promuovono i nostri scambii e le nostre conversazioni come una ferrovia promuove il viaggiare, allontanando tutti gli impedimenti della strada, e non lasciando nulla da conquistare, eccetto che lo spazio. Queste forme molto presto diventano stabili, ed un fine senso di correttezza coltivato con maggior cura diviene un pegno di distinzione sociale e civile. Così cresce la Moda, apparenza equivoca, la più potente, fantastica e frivola, la più temuta e la più seguita, che la morale e la violenza assaltano invano.
Esiste una stretta relazione fra le classi che hanno il potere e le società aristocratiche e raffinate: queste contengono e conterranno sempre quelle. Gli uomini forti abitualmente concedono una certa larghezza alle petulanze stesse della moda, per quella tale affinità che trovano in essa. Napoleone, figlio della rivoluzione, distruggitore della vecchia nobiltà, non cessò mai di corteggiare il Faubourg St. Germain: indubbiamente per il sentimento che la moda è un omaggio agli uomini del suo stampo. La Moda rappresenta, sebbene in uno strano modo, tutte le virtù virili. Essa è virtù che ha fatto il seme: è una specie di onore postumo. Essa spesso non accarezza i grandi, ma i figli dei grandi: essa è la sala del passato: comunemente si pone contro i grandi del presente. I grandi uomini di solito non sono nelle sue camere: essi sono assenti nel campo: essi operano, non trionfano: la moda è fatta dai loro figliuoli; da coloro cioè che per valore e virtù di qualcuno hanno acquistato lustro per il loro nome, segni di distinzione, mezzi di raffinamento e di generosità e nella costituzione fisica una certa floridezza e prestanza che assicura loro se non l’altissimo potere di operare, almeno l’alto potere di godere. La classe cheritiene il potere, gli eroi operanti, i Cortez, i Nelson, i Napoleoni, vedono che questa Moda è la festa e la celebrazione permanente degli uomini del loro tipo; che la moda è talento consolidato, che il Messico, Marengo e Trafalgar, sono superati: che i brillanti nomi della moda coprono ora altri nomi, come i loro coprirono quelli di cinquanta o sessanta anni fa. Essi sono i seminatori, i loro figli saranno i raccoglitori, ed i figli di questi, secondo lo svolgersi normale delle cose, dovranno cedere il possesso del raccolto a nuovi competitori dagli occhi più perspicaci e dalle costituzioni più salde. La città è rinvigorita dalla campagna. Nell’anno 1805, si dice, ogni legittimo monarca in Europa era scemo. La città sarebbe morta, marcita, esplosa da molto tempo se non fosse stata rinforzata dalla campagna. È la campagna inurbatasi due giorni fa, che oggi è città e corte.
L’aristocrazia e la moda sono dei prodotti inevitabili. Queste mutue elezioni sono indistruttibili. Se esse provocano l’ira nelle classi meno favorite, e la maggioranza esclusa si vendica escludendo la minoranza con il pugno possente e la uccide, subito una nuova classe sorge alla sommità, così come la panna sale alla superficie di una scodella di latte: e se il popolo distruggesse classe dopo classe, finchè due soli uomini rimanessero, uno di questi sarebbe il duce, e sarebbe involontariamente servito ed imitato dall’altro. Voi potete tenere questa minoranza lontana dal vostro sguardo e dalla vostra mente, ma essa è gelosa della vita, e rappresenta una delle potenze del regno. Io sono maggiormente colpito da questa tenacia quando osservo il suo operato. Essa rispetta l’amministrazione di cose così poco importanti, che noi non cercheremmo alcuna durabilità nel suo reggersi. Noi incontriamo talora uomini che giacciono sotto qualche forte influsso morale,patriottico, letterario e religioso, ecc. e sentiamo che il sentimento morale domina l’uomo e la natura. Noi pensiamo che tutte le altre distinzioni e tutti gli altri legami sono deboli e fuggitivi, quali ad esempio quello della casta o della moda; eppure venite di anno in anno e vedete quanto permanente esso sia nella vita del contadino di Boston o di New York, dove pure non ha il più piccolo appoggio nella legge del paese. In Egitto o nell’India non v’è barriera più salda e più insormontabile. Qui vi sono associazioni, i cui vincoli passano sopra, sotto ed attraverso a tale legame: adunanze di mercanti; corpi militari; associazioni politiche, professionali; convenzioni religiose, ecc. Le persone di tali gruppi sembrano tenersi inseparabilmente vicine; eppure sciolta l’assemblea esse non si ritroveranno più in tutta la lunghezza dell’anno. Ognuno ritorna al suo grado nella scala della buona società: la porcellana rimarrà porcellana e la terra terra. Gli obbietti della moda possono essere frivoli, o la moda può essere senza obbietti, tuttavia la natura di quest’unione e di questa scelta può essere nè frivola nè accidentale. Il grado di ogni uomo, in tale graduatoria perfetta, dipende da qualche simmetria della sua struttura con la simmetria della società. Le sue porte si aprono istantaneamente al richiamo naturale della propria specie. Un gentiluomo per natura potrà entrarvi ed escludere il più vecchio patrizio, che abbia perduto il suo intrinseco grado. La moda capisce se stessa; la buona educazione di ogni paese, la superiorità personale prontamente fraternizzano con quelle di qualsiasi altro paese. I capi delle tribù selvagge si sono distinti a Londra ed a Parigi per la purità dei loro modi.
Per dire il bene che noi possiamo della moda, diremo che essa riposa sulla realtà e che nulla odia quanto gli ipocriti; infatti è sua gioia l’escluderli, l’interdirlie mandarli in eterno esilio. Noi disprezziamo qualsiasi altra qualità degli uomini di mondo; ma l’abitudine, nelle piccole cose ed anche nelle minime, di rivolgerci a null’altro che al nostro proprio senso di correttezza, costituisce il fondamento di tutta la cavalleria. Non vi è quasi specie di fiducia in se stesso, sana e proporzionata, che la moda non adotti occasionalmente, e cui non apra i suoi saloni. Un’anima santa è sempre elegante; e se vuole passerà non sfidata nella cerchia più riservata. Allo stesso modo passerà Jock il vaccaro, se gli vien voglia di passare, ed incontrerà il favore finchè la sua testa non provi le vertigini della nuova posizione, e le sue scarpe ferrate non desiderino di ballare i valtzers ed i cotillons. Però nulla vi è di stabilito nelle maniere, e le leggi del contegno si arrendono all’energia dell’individuo. La donzella nel suo primo ballo, il contadino ad un pranzo in città, credono vi sia un rito secondo il quale ogni fatto ed omaggio debba essere compiuto, e pensano che colui che falla, debba esser scacciato. Più tardi essi imparano che il buon senso ed il carattere creano le loro proprie forme ad ogni momento, e parlano e si astengono, bevono e non bevono, stanno o vanno, siedono su di una sedia o scherzano coi bambini sul pavimento, o fanno qualsiasi altra cosa, in un modo nuovo e naturale, ed imparano che la volontà forte è sempre di moda. Ciò che la moda richiede è compostezza e soddisfazione di sè. Un circolo di uomini perfettamente educati dovrebbe essere un gruppo di persone sensibili, in cui dovrebbero apparire i modi ed il carattere nativo di ogni uomo. Se l’uomo di moda non ha questa qualità egli non è nulla. Noi siamo così amanti della fiducia in se stesso, che perdoniamo in un uomo molti peccati, se egli si dimostrerà completamente soddisfatto della sua posizione, senza darsi cura della mia buona opinioneo di quella di alcun altro uomo. Ma qualunque deferenza verso qualche uomo o donna eminente del mondo lo priva d’ogni privilegio di nobiltà. Egli è un dipendente: io ho nulla da fare con lui; io voglio parlare con il suo padrone. Un uomo non dovrebbe andare dove egli non può portare con sè la sua intiera società: non dico portare materialmente l’intiera cerchia dei suoi amici, ma atmosfericamente. Egli dovrebbe conservare in una nuova società la stessa attitudine di mente e la stessa lealtà di rapporti, ai quali lo spingono le sue relazioni giornaliere, altrimenti egli è privato delle sue luci migliori, e sarà un orfano anche nel circolo più giocondo. «Se poteste vedere Vich Jan Vohr con il frak!». Ma Vich Jan Vohr deve sempre portare questo suo abito in qualche modo, se non come onore, come vergogna.
Vi saranno sempre nella società uomini messaggeri dell’approvazione, ed il cui sguardo indicherà subito ai curiosi la loro posizione nel mondo. Questi sono i ciambellani degli Dei minori. Accettate la loro freddezza come un augurio di grazia presso le divinità maggiori, e lasciate ad essi il loro privilegio. Essi sono schietti nel loro ufficio, nè potrebbero essere così formidabili senza i loro proprii meriti. Ma non misurate l’importanza di questa classe dalle loro pretese e non immaginate che un bellimbusto possa essere dispensatore di onori e di vergogna. Essi pure passano a seconda del loro valore; infatti come potrebbe avvenire altrimenti in circoli, che esistono come una specie di ufficio araldico, per la vagliatura del carattere?
La prima cosa che l’uomo vuole dall’uomo è la realtà, così come essa appare in tutte le forme della società. Noi, separatamente e per nome, presentiamo le persone le une alle altre. Sappiate davanti a tutto il cielo ed a tutta la terra che questi è Andrea e che questi èGregorio; — essi si guardano negli occhi; si stringono la mano, per identificarsi e segnalarsi l’uno all’altro. Ciò è una grande soddisfazione. Un gentiluomo non sfugge mai; i suoi occhi guardano diritto, ed egli assicura l’altro, prima di tutto, che egli è stato incontrato. Però che cosa è che noi ricerchiamo nelle numerose visite e nella larga ospitalità? Sono i vostri panneggiamenti, i vostri quadri o le vostre decorazioni? Oppure, non domandiamo noi insaziabilmente: Vi fu un uomo nella casa? Io posso facilmente penetrare in una grande casa dove vi sia una grande ricchezza, una eccellente adunazione di lusso e di buon gusto, eppure non trovarvi l’Anfitrione che subordini queste cose accessorie. Io posso andare in una capanna e trovare un contadino, il quale sente che egli è l’uomo ch’io venni a vedere e che mi riceve come tale. Era perciò una cosa molto naturale della vecchia etichetta feudale, che un gentiluomo il quale ricevesse una visita, fosse pure del suo sovrano, non lasciasse il suo tetto, ma attendesse il suo arrivo sulla soglia di casa. Nessuna casa, siano anche le Tuileries o l’Escuriale, serve a cosa alcuna senza padrone. Eppure noi spesso non siamo appagati da tale ospitalità. Ognuno di quelli che conosciamo si orna e si circonda di una bella casa, di bei libri, di servi, di giardini, di equipaggi, e di ogni genere di sontuosità da interporre fra sè ed il suo ospite. Non pare che l’uomo sia di natura scaltra e fraudolenta, e che nulla tema così fortemente come un incontro faccia a faccia con il suo simile? Ad ogni modo io comprendo che sarebbe eccessivo abolire del tutto l’uso di queste barriere, che sono di convenienza grandissima, sia l’ospite troppo grande o troppo piccolo. Noi raccogliamo insieme molti amici che scherzano gli uni con gli altri; oppure con lo sfarzo e con gli ornamenti dilettiamo la gioventù, e proteggiamo la nostra dimora.O se per caso viene alla nostra porta un ricercatore della realtà, di fronte al quale non amiamo di soffermarci, allora ancora fuggiamo nella nostra tenda, e ci nascondiamo come Adamo nel giardino alla voce del Signore. Il cardinale Caprara, legato del Papa a Parigi, si sottraeva agli sguardi di Napoleone con un immenso paio di occhiali verdi. Napoleone li vide, e rapidamente con motteggi ottenne che fossero tolti; eppure Napoleone alla sua volta non era grande abbastanza, con ottocento mila uomini dietro di sè, per sostenere lo sguardo d’un uomo libero, ma si riparava dietro i cerimoniali, e dietro una triplice barriera di riserve: e come ognuno sa da Madame de Staël, quando si vedeva osservato, aveva l’abitudine di togliere al suo viso ogni espressione. Ma gli imperatori e gli uomini ricchi non sono affatto i più abili maestri di maniere. Nessuna rendita e nessun esercito può elevare la codardia e la dissimulazione: ed il primo punto della cortesia deve essere sempre la verità, e per vero tutte le forme della buona educazione segnano tale via.
Io ho appunto letto ora, nella traduzione di Hazlitt, la relazione di Montaigne sul suo viaggio in Italia, e da nulla fui più piacevolmente colpito quanto dai modi di rispetto personale del tempo. In ogni luogo il suo arrivo era, come l’arrivo di un gentiluomo in Francia, un evento di una certa importanza. Ovunque egli andava, faceva visita a tutti i principi e gentiluomini rinomati che incontrava sulla sua strada, come fosse un dovere verso se stesso e verso la civiltà. Quando egli lasciava una casa, in cui aveva dimorato per poche settimane, procurava che il suo stemma vi fosse dipinto od appeso, come un segno perpetuo per la casa, e come era allora abitudine del gentiluomo.
Il complemento di questo cortese rispetto per se stesso è la deferenza. E su essa insisto maggiormente che suqualsiasi altro punto della buona educazione. Mi piace che ogni sedia sia un trono e che su essa vi sieda un re. Io preferisco una tendenza all’alterigia, che un eccesso di confidenza. Gli incomunicabili obbietti della natura e l’isolamento metafisico dell’uomo ci insegnino l’indipendenza. Non diventiamo troppo familiari. Io vorrei che un uomo entrasse in casa sua passando attraverso un’anticamera ornata di sculture eroiche e sacre, affinchè non gli mancasse una visione di calma e di equilibrio. Noi ogni mattina dovremmo incontrarci come se venissimo da paesi stranieri, e trascorsa insieme la giornata, dovremmo dipartirci la notte, come se ritornassimo in paesi stranieri. Sediamo in disparte come degli Dei, parlando da monte a monte tutto intorno all’Olimpo. Nessun grado di affezione è necessario che invada questa deferenza. Questa è mirra e ramerino che fa apparire dolce il resto. Gli amanti dovrebbero mantenere la loro rigidezza. Se essi perdonano troppo, tutto dilaga nella confusione e nella bassezza. È facile spingere questa deferenza fino alla costumanza Chinese; ma la freddezza e la compostezza misurata indicano delle belle qualità. Un gentiluomo non fa rumore; una signora è serena. Giustificato è il nostro disgusto per quegli invasori, che riempiono di disordine la casa dello studioso per proteggere qualche stupida convenienza. Non minore è il mio disgusto per la volgare simpatia di ciascuno per le necessità del suo vicino. Deve forse esservi una reciproca intelligenza con il palato di un altro, come avviene con quelle sciocche persone che, avendo vissuto molto tempo insieme, sanno quando ciascuna di esse vuole sale o zucchero? Io prego il mio compagno che mi chieda del pane se vuole del pane e parimente se vuole del sassofrasso o dell’arsenico, e non voglio che porga il suo piatto come se io già sapessi ciò ch’egli vuole. Ogni funzione naturalepuò essere innalzata con la ponderazione e il riserbo. Lasciamo la fretta agli schiavi. I complimenti e le cerimonie della nostra educazione dovrebbero significare per quanto remotamente il ricordo della grandezza del nostro destino.
Il fiore della cortesia non ama d’essere toccato, ma se osiamo aprire un petalo, ed esplorare le parti che lo compongono, noi vi troveremo anche una qualità intellettuale. Il cervello, come la carne ed il cuore, deve dare una certa simmetria ai duci degli uomini. Difetto di maniere è generalmente mancanza di delicate percezioni. Gli uomini sono fatti troppo rudemente per la raffinatezza dell’atteggiamento e delle abitudini. Per la buona educazione non è del tutto sufficiente l’unione della cortesia e dell’indipendenza. Noi imperativamente richiediamo nei nostri compagni la percezione della bellezza ed il tributo ad essa. Altre virtù sono richieste nel campo e nell’officina, ma tuttavia un certo grado di gusto dev’essere desiderato in coloro che ci sono compagni. Io potrei più facilmente mangiare con colui che non rispettò la verità e le leggi, che con una persona sudicia ed impresentabile. Le qualità morali reggono il mondo, ma a breve distanza i sensi sono dispotici. La stessa discriminazione dell’utile e del bello sorge in tutte le parti della vita, anche se sorge con minor vigore. Lo spirito medio delle classi potenti è il buon senso, che agisce sotto certe limitazioni e con certi fini. Esso gode di ogni dono naturale: socievole nella sua natura, esso rispetta ogni cosa che tende ad unire gli uomini. Esso si diletta di ciò che è misura. L’amore del bello è specialmente amore della misura o della proporzione. Le persone che urlano od usano il grado superlativo o parlano con ardore, mettono i saloni in fuga. Se volete essere amato, amate la misura. Se volete celare la vostra mancanza di misura dovete avere delgenio od un’utilità prodigiosa. Tale percezione della misura scende in campo per pulire e perfezionare i congegni della macchina sociale. La società perdonerà molto al genio ed alle sue doti speciali, ma essendo per sua natura una convenzione, essa ama ciò che è convenzionale o ciò che è atto ad accumunarsi. Poichè la moda non è buon senso assoluto, ma relativo; non ha buon senso privato, ma un buon senso che tiene circolo. Essa odia gli angoli e le asprezze del carattere, odia la gente attaccabrighe, egoista, solitaria e triste; odia qualsiasi cosa che possa impedire il comporsi totale delle parti; d’altra parte essa stima tutte le peculiarità, che possono esistere con una buona amicizia, quali ricreanti al sommo grado. Oltre allo spirito che serve ad elevare le buone maniere, è sempre ben venuto nella società elegante lo splendore diretto del potere intellettuale come la più sontuosa aggiunta al suo governo ed alla sua valutazione.
La luce deve risplendere per adornare le nostre feste, ma essa deve essere temperata e addolcita, onde non ci offenda. L’accuratezza è essenziale alla bellezza, e le rapide percezioni sono essenziali all’educazione, purchè non siano percezioni troppo rapide. Si può essere troppo puntuali e troppo precisi. Si deve lasciare l’omniscienza degli affari alla porta quando si entra nel palazzo della bellezza. La società ama le nature creole, le maniere languide, che coprono il senso, la grazia e la buona volontà: ama l’aura accasciante che disarma la critica; forse perchè le persone di tal natura sembrano riservarsi per il momento migliore del giuoco, e non si perdono alla superficie. La società ama l’occhio inesperto, che non vede le noie, i mezzi termini, gli inconvenienti che fanno aggrottare le sopracciglia ed opprimono la voce dell’uomo sensibile.
Perciò, oltre alla forza personale ed a quel tanto di percezione che costituisce il gusto infallibile, la società richiede nelle sue classi patrizie un altro elemento che essa in modo significativo chiama «buona natura», e che esprime tutti i gradi di generosità, dal più semplice desiderio di fare piacere agli altri, fino alle altezze della magnanimità e dell’amore.
Noi dobbiamo avere una visione chiara, altrimenti ci imbatteremo gli uni negli altri, e smarriremo la nostra strada; su questo punto l’intelletto è egoista e sterile. Il segreto del successo in società sta in una certa cordialità e simpatia. Un uomo che non è ben voluto in società, non troverà nella sua memoria una parola adatta alla circostanza: ogni sua frase sarà fuor di proposito. Un uomo che in essa è felice, trova in ogni momento della conversazione delle occasioni ugualmente fortunate per dire ciò che egli vuole. I favoriti della società, quelli che essa chiama «uomini integri» sono degli uomini abili e più di buon senso che di spirito, scevri di sgradevole egoismo, e che riempiono di sè il momento e la società nella quale si trovano, lieti e letificanti sia ad un matrimonio che ad un funerale, ad un ballo che in una giurìa, ai bagni che alla caccia. L’Inghilterra che è ricca di gentiluomini, produsse al principio di questo secolo un buon modello di quel genio, che il mondo ama, in Mr. Fox, che aggiungeva alle sue grandi abilità la disposizione più socievole ed un vero amore per l’uomo. La storia parlamentare ha poche pagine migliori del dibattito nel quale Burks e Fox si divisero alla Camera dei Comuni; dibattito in cui Fox incalzò il suo vecchio amico con i diritti dell’antica amicizia con tanta tenerezza, che la Camera fu commossa fino alle lacrime. Un altro aneddoto v’è e così prossimo al mio argomento, che io devo citarlo. Un commerciante che io aveva molestato a lungo per ilpagamento di una nota, lo trovò un giorno che stava contando del denaro, e richiese di essere pagato. «No» disse Fox, «devo questo denaro a Sheridan; è un debito di onore: se mi capitasse una disgrazia, egli non avrebbe nessun documento per dimostrarlo». «Allora» disse il creditore, «io cambio il mio debito, in un debito di onore» e lacerò la nota. Fox ringraziò il commerciante per la sua fiducia, e lo pagò dicendo che «il suo debito era più vecchio, e che Sheridan doveva attendere». Amante della libertà, amico dell’Indo, amico degli schiavi africani, egli possedette una grande popolarità, e Napoleone in occasione della sua visita a Parigi nel 1805 disse di lui «Mr. Fox terrebbe sempre il primo posto nell’assemblea alle Tuilleries».
Noi possiamo facilmente parere ridicoli con il nostro elogio della cortesia, ogni qualvolta insistiamo sulla benevolenza come suo fondamento. Il fantasma dipinto della Moda si alza per gettare una specie di derisione su ciò che noi diciamo. Ma io non sarò spinto a fare alcuna concessione alla Moda come istituzione simbolica, nè sarò distolto dalla credenza che l’amore è la base della cortesia. Noi dobbiamo ottenerequello, se possiamo; e dobbiamo ad ogni modo affermarequesta. La vita deve molto del suo spirito a questi rudi contrasti. La moda che pretende essere onore, sovente nell’esperienza di tutti gli uomini non è che un codice di sala da ballo. Pure fino a che essa è nell’immaginazione delle migliori teste del nostro pianeta il cerchio più alto, vi sarà in essa qualche cosa di necessario e di eccellente; poichè non si può supporre che gli uomini si siano accordati per essere lo zimbello di una cosa assurda; ed il rispetto che questi misteri ispirano pur nei caratteri più rudi, e la curiosità con cui le particolarità dell’alta vita sociale sono lette,dimostrano l’universalità dell’amore per le maniere raffinate. Io so perfettamente che si sentirebbe una comica disparità se noi entrassimo nei circoli riconosciuti aristocratici ad applicare queste terribili misure di giustizia, di bellezza, e di beneficio agli individui che possiamo trovare in quelli. Questi cicisbei non sono monarchi ed eroi, saggi ed amanti. La moda ha molte classi e molte regole di prova e di ammissione; e non solo le migliori. Non vi è solamente il diritto di conquista, preteso dal genio — l’individuo che dimostra la sua aristocrazia naturale la migliore delle migliori; — ma talvolta vi sono dei minori diritti; però la Moda ama gli uomini celebri e come Circe si volge a loro. Questo signore giunse questo dopo pranzo dalla Danimarca; quello è Lord Ride, che giunse ieri da Bagdad; ecco il capitano Friese reduce dal capo Turnagain; ecco il capitano Symmes, proveniente dal centro della terra; Monsieur Jovaire che giunse in pallone stamane; Mr. Hobnail il riformatore; ed il reverendo Jul Bat, che ha convertito tutta la zona torrida alla sua scuola domenicale; ed il signor Torre del Greco che estinse il Vesuvio gettandovi dentro la baia di Napoli; ecco Spahi, l’ambasciatore Persiano; e Tul Wil Shan il nababbo esiliato dal Nepal, la cui sella è la luna nuova. Ma questi sono i mostri di un sol giorno, e domani saranno cacciati nelle loro tane; perchè in queste sale ogni sedia è ricercata. L’artista, lo studioso, ed in generale i dotti superano l’ascesa di questi luoghi, e si fanno rappresentare qui, in certo modo sotto l’apparenza di conquista. Un altro modo è quello di passare attraverso tutti i gradi, passando un anno ed un giorno in Piazza S. Michele, immergendosi nell’acqua di Colonia, profumandosi, pranzando, facendosi presentare, ed essendo sapientemente edotto d’ogni biografia e politica ed aneddoto dei «boudoirs».
Eppure queste galanterie possono avere della grazia e dello spirito. Lasciate le sculture grottesche intorno alle cancellate ed ai servizi dei templi. Il credo ed i comandamenti stessi abbiano lo sfacciato tributo della parodia. Le forme della cortesia esprimono nel più alto grado ed universalmente la benevolenza. Che cosa importa che esse si trovino nelle bocche di uomini egoisti, e siano usate come mezzo di egoismo? Che cosa importa se il falso gentiluomo quasi scaccia il gentiluomo vero dal mondo? Che importa se il falso gentiluomo riesca a rivolgersi in tal modo al suo compagno, da escludere urbanamente tutti gli altri dal discorso, ed anche a farli sentire esclusi? Un’utilità reale non perderà la sua nobiltà. Ogni nobiltà non è semplicemente Francese e sentimentale; nè bisogna nascondere che un sangue vigoroso ed una passione per la cortesia distinguono alfine il gentiluomo di Dio da quello della Moda. L’epitaffio di Sir Jenkin Grout, non è completamente inintelligibile nell’età presente: «Qui giace Sir Jenkin Grout, che amò il suo amico, e persuase il suo nemico: ciò che la sua bocca mangiò la sua mano pagò: ciò che i suoi servi rubarono egli rinnovò; se una donna gli diede piacere, egli la sopportò con dolore: egli giammai dimenticò i suoi bambini: e chiunque toccò il suo dito, trascinò dietro di esso tutta la sua persona». Perfino la discendenza degli eroi non è completamente estinta. Vi è ancora e sempre qualche persona ammirevole, vestita in semplici panni, ferma sul molo, che salta nell’acqua e porta a salvamento un uomo che annega; vi è ancora e sempre qualche assurdo inventore di forme di carità; qualche guida consolatrice dello schiavo fuggitivo; qualche amico della Polonia; qualche Filelleno; qualche fanatico che pianta alberi che faranno ombra alla seconda o terza generazione, e dei verzieri quando egli è vecchio; qualchepietà ben nascosta; qualche uomo giusto felice della sua oscura rinomanza; qualche giovane vergognoso dei favori della fortuna, di cui fa impazientemente getto sulle spalle d’un altro. E questi sono i centri della società, sui quali essa ritorna per raccogliere degli impulsi nuovi. Questi sono i creatori della Moda, la quale è un tentativo di organizzare la bellezza della condotta. I belli ed i generosi, sono in teoria, i dottori e gli apostoli di questa chiesa: Scipione ed il Cid, Sir Filippo Sidney e Washington, ed ogni cuore puro e coraggioso, che adorò la bellezza con la parola e con l’azione. Le persone che costituiscono l’aristocrazia naturale non si trovano nell’aristocrazia odierna, oppure si trovano solo alla sua estremità; allo stesso modo che l’energia chimica dello spettro è maggiore nella parte esterna di esso. Eppure questo è il difetto dei siniscalchi, i quali non conoscono il loro sovrano quando esso appare. La teoria della società suppone l’esistenza e la sovranità di questi. Pertanto dentro la cerchia etnica della società vi è una cerchia più stretta e più alta, ch’è concentrazione della sua luce e il fiore della cortesia, alla quale il parlamento dell’amore e della cavalleria volge sempre un tacito appello d’orgoglio e di richiamo come alla sua corte interna ed imperiale. E tutto ciò è costituito da quelle persone, in cui le disposizioni nobili sono native con l’amore del bello, il diletto nella società, ed il potere di abbellire il giorno che passa. Se gli individui che compongono i più puri circoli dell’aristocrazia in Europa, il sangue conservato da secoli, dovessero esser passati in rivista in modo che si potesse tranquillamente esaminare la loro condotta, noi potremmo trovare nè gentiluomini nè signore; poichè pure potendo noi essere soddisfatti di eccellenti esempi di cortesia e di alta educazione nell’insieme, noi scopriremmo delle gravi mancanze nei particolari; perchèl’eleganza non è il prodotto di alcuna educazione, ma della nascita. Vi deve essere il romanzo del carattere, o la più schizzinosa esclusione di male creanze servirà a nulla. Il genio deve prendere tale direzione: esso non deve essere cortese, ma dev’essere la cortesia. La vera distinzione è così rara nelle favole come lo è nel fatto. Scott è lodato per la fedeltà con la quale dipinse la condotta e la conversazione delle classi superiori. Certamente i re e le regine, i nobili e le grandi dame ebbero qualche diritto di lagnarsi per le assurdità che erano state nelle loro bocche prima dell’avvento di Waverley; tuttavia neppure il dialogo di Scott resiste alla critica. I suoi lords s’affrontano con eleganti discorsi epigrammatici, ma il dialogo rispondente ad essi non piace in seconda lettura e non è caldo di vita. Soltanto in Shakespeare i parlatori non incedono tronfi e non s’insuperbiscono; il dialogo vi è agevolmente grande, ed egli è certamente l’uomo più educato dell’Inghilterra e di tutta la cristianità. Una volta o due nella vita ci è permesso di godere del fascino delle nobili maniere, in presenza cioè di un uomo o di una donna, che non hanno impedimenti nella loro natura, ed i cui caratteri emanano liberamente dalle loro parole e dai loro gesti. Una bella forma è migliore di un bel viso; una bella condotta è migliore di una bella forma; essa produce un piacere più alto di quello che producono le statue od i quadri; essa è la più bella delle arti. Un uomo è una ben piccola cosa fra gli oggetti della natura, eppure con le qualità morali raggianti dal suo aspetto egli può abolire qualsiasi considerazione di grandezza e nei suoi modi uguagliare la maestà del mondo. Io ho visto un individuo le cui maniere, sebbene completamente consone alle convenzionalità della società elegante, non erano mai state apprese in quell’ambiente, ma erano originali, imponenti, e largivanoprotezione e contentezza; un individuo che non abbisognava dell’aiuto di un seguito di corte, ma che portava la festa nei suoi occhi; che allietava la fantasia aprendo orizzonti di nuovi modi di vita; che scuoteva la tirannide della etichetta con un contegno brioso e lieto, buono e libero come Robin-Hood; eppure aveva il portamento di un imperatore, calmo, serio, ed idoneo per sostenere lo sguardo di milioni di persone.
L’aria aperta ed i campi, le strade e le Camere dei deputati, sono i luoghi dove l’uomo eseguisce il suo volere; lasciate che egli ceda o condivida il suo scettro alla porta di casa sua. La donna, con il suo istinto sul modo di comportarsi, immediatamente scopre nell’uomo un amore alle frivolezze, una qualche indifferenza od imbecillità, o in breve, una certa mancanza di quel contegno aperto, scorrente, magnanimo, che è indispensabile come lo sono le decorazioni in un palazzo. Le nostre istituzioni americane sono state favorevoli alla donna, ed io credo che in questo momento una delle principali felicità di questo paese sta nell’eccellenza delle sue donne. Una specie di goffo convincimento dell’inferiorità degli uomini può far sorgere una nuova cavalleria protettrice dei diritti della donna. Abbia essa un posto più elevato nelle leggi e nelle forme sociali, come il più zelante riformatore può domandare, ma io confido così intieramente nella sua muliebre natura ispirante e musicale da credere che la donna possa solo insegnarci come essa deve essere servita. La meravigliosa generosità dei suoi sentimenti la innalza talvolta alte regioni eroiche e divine, e rende vere le pitture di Minerva, Giunone o Polimnia; e la fermezza con la quale essa segue il suo alto cammino convince il più rude calcolatore dell’esistenza, d’una via diversa da quella che i suoi piedi sono abituati a calpestare. Ma oltre a quelle che avverano nella nostraimmaginazione il regno delle Muse e delle Sibille Delfiche, non vi sono forse altre donne che colmano la nostra coppa di vino e di rose fino all’orlo, cosicchè il vino trabocca e riempie la casa di profumo; altre donne che ci ispirano la cortesia, che sciolgono la nostra lingua, e noi parliamo; che toccano i nostri occhi, e noi vediamo? Noi per vero diciamo delle cose che non avevamo mai pensato di dire; per una volta, le barriere del nostro riserbo abituale svanirono, e ci lasciarono al largo; noi eravamo dei bambini trastullanti con dei bambini in un vasto campo di fiori. Poneteci, noi gridammo, sotto tali dominii, per giorni, per settimane, e noi saremo i poeti del sole, e scriveremo in parole variopinte il romanzo che voi siete. Fu Hafiz o Firdusi che disse della sua Lilla Persiana: Essa era una forza elementare e mi stupì per il suo cumulo di vita, quando la vidi per giorni e giorni raggiante, ad ogni momento ridondante di gioia e di grazia tutto intorno a lei? Essa era un solvente capace di raccogliere ogni persona eterogenea in una sola società, come l’aria o l’acqua, elementi d’innumeri raggi di affinità, che si combinano rapidamente con mille sostanze. Dove essa è presente, tutti gli altri si sentiranno più di quel che sono. Essa era un’unità ed un intiero così che qualsiasi cosa essa facesse, le si conveniva. Essa aveva tanta simpatia e desiderio di piacere quanta voi non potreste immaginare; le sue maniere erano dignitose, e nessuna principessa potrebbe in qualunque occasione superare il suo aperto e retto contegno. Essa non studiò la grammatica persiana, nè i libri dei sette poeti, ma tutti i poemi dei sette parvero essere scritti a sua gloria. Perchè, sebbene l’inclinazione della sua natura non fosse verso il pensiero, ma verso la simpatia, pure essa era così perfetta nella sua propria natura, da incontrare le persone intellettuali con la pienezza del suo cuore,infiammandole con i suoi sentimenti, credendo, come faceva, che con il trattare nobilmente con tutti, tutti si sarebbero dimostrati nobili.
Io so che questa costruzione bizantina della Cavalleria o Moda, che sembra così bella e pittoresca a coloro che guardano ai fatti contemporanei per istudio o per passatempo, non è ugualmente piacevole a tutti gli spettatori. La costituzione della nostra società la rende un castello da gigante per il giovine ambizioso che non ha trovato il suo nome nel suo libro d’Oro, e che essa ha escluso dai suoi ambiti onori e privilegi. Questi giovani debbono ancora imparare che la sua apparente grandezza è nebulosa e relativa: essa è grande per loro concessione: le sue porte più superbe si apriranno di volo all’approssimarsi del loro coraggio e della loro virtù. Vi sono tuttavia dei facili rimedi all’afflizione presente di coloro che sono predisposti a soffrire delle tirannie di tale capriccio. Cambiare la vostra residenza di un paio di miglia o di quattro al massimo tempererà comunemente la più estrema suscettibilità. Poichè i vantaggi apprezzati dalla moda sono piante che crescono in località molto ristrette, vale a dire in poche località. All’infuori di questi luoghi essi sono nulla: a nulla servono nella cascina, nella foresta, nel mercato, nella guerra, nel matrimonio, nei circoli scientifici o letterarii, al mare, nell’amicizia, nel dominio del pensiero o della virtù.
Ma noi ci siamo soffermati troppo in queste corti lussuose. Il valore della cosa significata deve giustificare la nostra inclinazione per ciò che essa rappresenta. Ogni cosa chiamata moda e cortesia si umilia dinanzi alla causa ed alla sorgente dell’onore, creatore di titoli e gradi; si umilia cioè dinnanzi al gran cuore dell’amore.
Questo è il sangue regale, questo è il fuoco, che in tutti i paesi ed in tutte le contingenze seguirà la suaspecie e conquisterà ed espanderà tutto ciò che lo avvicina. Questo dà nuove significazioni ad ogni fatto; questo impoverisce il ricco, non sopportando altra grandezza che la sua propria. Che cosa significa ricco? Siete voi ricco abbastanza per aiutare qualcuno? per soccorrere il goffo e l’eccentrico? siete voi ricco abbastanza per far sentire al viandante, dall’attestato consolare che lo raccomanda «Ai caritatevoli»; al bruno italiano con le sue poche e frammentarie parole d’inglese; al povero zoppo, cacciato di paese in paese dalle guardie; ad un misero uomo o ad una misera donna, istupiditi e naufragati, la nobile eccezione della vostra presenza e della vostra casa dalla freddezza e durezza generale? siete voi ricco abbastanza per far sentire a costoro d’esser richiamati da una voce che li faccia ricordare e sperare? Che cosa significa «vile» se non rifiutare il diritto di sottili e decisive ragioni? Che cosa significa «gentile», se non il concederlo e dare ai loro cuori ed ai nostri un giorno di lieto oblio dalla circospezione nazionale? Senza un cuore generoso la ricchezza è una laida pezzente. Il re di Schiraz non aveva il potere di essere così generoso come il povero Osman che dimorava al suo cancello. Osman aveva un’umanità così larga e profonda che sebbene la sua parola riguardo al Korano fosse così libera ed audace da disgustare tutti i Dervisci, pure non vi fu mai un povero proscritto, un pazzo, uno scemo, che si fosse rasa la barba o che fosse stato mutilato per un voto, od avesse avuto un accesso di pazzia nel suo cervello, che non corresse subito a lui; e quel grande cuore giaceva là nel centro del paese, così benefico ed ospitale da sembrare che lo istinto di tutti i sofferenti li avvincesse al suo fianco. Ed egli non condivise la pazzia alla quale dava ricovero. Non è questo essere ricco? questo solo l’essere giustamente ricco?
Ma io udrò senza dolore che rappresento molto male il cortigiano e che parlo di cosa che non comprendo bene. È facile l’osservare che ciò che è chiamato per distinzione «società» e «moda», ha leggi buone e leggi cattive; ha molte cose necessarie e molte assurde. Non idonea alla maledizione ed alla benedizione, essa ci ricorda una tradizione della mitologia pagana, nei tentativi di definire il suo carattere. Io udii un giorno Giove — diceva Sileno — che parlava di distruggere la terra; egli diceva che essa era decaduta; che gli uomini erano tutti bricconi e megere; che facevano di male in peggio, e così rapidamente come i giorni si succedevano l’uno all’altro. Minerva rispose che non lo credeva; che gli uomini erano solo dei piccoli esseri ridicoli, con questa circostanza curiosa, di avere un marchio od un aspetto indeterminato, visti da lontano o visti da vicino: onde se voi li dite cattivi essi appaiono cattivi; se voi li dite buoni, essi appaiono buoni; e che non vi era una sola persona od una sola azione fra essi, che avrebbe non meno imbarazzato la sua civetta, che tutto l’Olimpo, nel sentenziare se fosse fondamentalmente buona o cattiva.