QUINTO SAGGIOI DONI
Si dice che il mondo sia in uno stato di bancarotta; che il mondo debba al mondo più di ciò che possa pagare, e che esso dovrebbe essere pignorato e venduto. Io non credo che questa insolvibilità generale, che in certo modo coinvolge tutta la popolazione, sia la ragione della difficoltà esperimentata a Natale e a Capo d’Anno od in altre epoche, nel fare i doni; poichè è sempre piacevole essere generoso, sebbene sia vessatorio il pagare i proprii debiti. Ma l’impedimento giace nella scelta. Se in un momento qualunque mi si mette in capo che io devo un presente a qualcuno, io sono imbarazzato sul dono fino a che l’opportunità è passata. I fiori ed i frutti sono sempre dei doni adatti; quelli perchè sono una superba affermazione che un raggio di bellezza supera tutte le utilità del mondo; l’aspetto gaio di essi contrasta con l’aspetto severo della natura ordinaria; infine perchè essi sono come una musica udita dall’esterno di un ricovero. La natura non ci accarezza: poichè noi siamo dei bambini, non già dei favoriti: essa non è indulgente: ogni cosa è distribuita a noi senza timori e senza favori, ma secondo leggi severe ed universali. Eppure questi fiori delicati appaiono come il capriccio e l’intervento dell’amore e della bellezza. Gli uomini usarono affermare che noi amiamo l’adulazione, anche se nonne siamo ingannati, perchè essa dimostra che noi abbiamo un sufficiente valore per essere corteggiati. I fiori ci dànno un piacere alquanto simile a questo: infatti che cosa sono io per colui al quale questi dolci segni sono indirizzati? I frutti sono doni accetti, perchè sono il fiore dei profitti, ed ammettono che dei valori fantastici siano ad essi attribuiti. Se un uomo mi mandasse a chiamare da cento miglia lontano, e mettesse davanti a me un canestro di bella frutta estiva, io penserei esservi una proporzione fra la mia fatica ed il mio guiderdone.
Per i doni comuni la necessità produce cose convenevoli e belle ogni giorno, e si è contenti quando un imperativo non ci lascia diritto di scelta; infatti se l’uomo che batte alla vostra porta non ha scarpe, voi non dovete star a pensare se potreste regalargli una scatola di colori. E poichè è sempre cosa piacevole il vedere un uomo che mangia del pane e beve dell’acqua, in casa e fuori, così è sempre una grande soddisfazione il provvedere a queste prime necessità. La necessità fa ogni cosa bene. Nella nostra condizione di dipendenza universale sembra eroico il permettere che il richiedente sia il giudice della sua necessità, e dare tutto ciò che è domandato, anche se ciò si fa con grave disturbo. Se esso è un desiderio fantastico, è meglio lasciare agli altri l’ufficio di punirlo. Io posso pensare a molte altre parti da rappresentare che a quella delle Furie. Dopo le cose di prima necessità, la regola prescritta da un mio amico per fare un dono è questa: che noi possiamo donare ad una persona ciò che propriamente appartenne al suo carattere, e che fu facilmente associato a lui nel pensiero. Ma i nostri pegni d’amore e di omaggio sono per la maggior parte barbari. Gli anelli od altri gioielli non sono dei doni, ma delle apparenze di doni. L’unico dono è una parte di te stesso. Tu devi versar sangue per me. Perciò il poetadona il suo poema; il pastore il suo agnello; l’agricoltore il suo grano; il minatore una gemma; il marinaio coralli e conchiglie; il pittore il suo quadro; la ragazza un fazzoletto cucito da lei stessa. Questo è giusto e piacevole, poichè quando la biografia di un uomo è espressa nel suo dono, e la ricchezza di ogni uomo è un indice del suo merito, la società è restaurata sulle sue basi primitive. Ma è un’azione fredda e senza vita il vostro andare nei negozi ad acquistar per me qualcosa, che non rappresenta la vostra vita ed il vostro talento, ma quella di un orefice. Questo è convenevole ai re ed agli uomini ricchi, che rappresentano i re, ed è falsa ostentazione di beni il fare futili regali in oro ed argento, come una specie di simbolico sacrificio espiatorio o pagamento di una taglia.
La legge dei benefici è un canale difficile, che richiede una navigazione prudente o dei robusti battelli. Non è ufficio dell’uomo quello di ricevere doni. Come osate voi farli? Noi desideriamo di sostentarci da noi stessi. Noi non perdoniamo mai interamente al donatore. La mano che ci alimenta è sempre in pericolo di essere morsicata. Noi possiamo ricevere qualche cosa dall’amore, perchè esso è un modo di ricevere da noi stessi, ma non da chiunque assuma l’ufficio di donatore. Talvolta noi odiamo la carne che mangiamo, perchè ci pare una dipendenza degradante quella di vivere per suo mezzo.
«Fratello, se Giove ti fa un dono bada di prender nulla dalle sue mani». Noi domandiamo il tutto. Nulla meno ci accontenterà. Noi citiamo in giudizio la società se non ci dona oltre alla terra, al fuoco e all’acqua, l’opportunità, l’amore, la riverenza ed obbietti di venerazione.
Colui che può ricevere vantaggiosamente un dono è un uomo buono. Noi siamo lieti o spiacenti per un dono, ed entrambe le emozioni sono disdicevoli. Io credo chequando mi rallegro o mi rattristo per un dono, qualche violenza si compie e qualche avvilimento sorge. Io soffro quando la mia indipendenza è invasa o quando il dono viene da uno che non conosce il mio spirito; quando poi il dono mi piace oltremodo, allora io dovrei vergognarmi che il donatore mi legga nell’anima, e veda che io amo il suo dono e non lui. Il dono per essere vero deve consistere nel fluire del donatore in me, corrispondente al mio fluire in lui. Quando le acque sono a livello, allora i miei beni passano a lui ed i suoi a me. Tutti i miei sono suoi, tutti i suoi sono i miei. Io gli dico: «come potete darmi questo recipiente d’olio o questo fiasco di vino, se tutto il vostro olio e tutto il vostro vino è mio?» Ecco il perchè della convenienza delle cose belle come doni e non delle cose utili. Quest’ultima specie di doni ha il carattere d’una insulsa usurpazione, e perciò quando il beneficato è ingrato, (ogni beneficato odia ogni Timone) e non considera affatto il valore del dono, ma tiene d’occhio il fondo donde quello fu tolto, io simpatizzo piuttosto con il beneficato che con lo sdegno del benefattore. Infatti la speranza fiduciosa della gratitudine è cosa vile ed è continuamente punita dall’insensibilità totale della persona obbligata. È una grande felicità l’allontanarsi senza offese e senza odio da chi ha avuta la cattiva fortuna d’essere soccorso da voi. L’essere soccorso è una cosa assai onerosa ed il debitore per natura desidera ferirvi. Parole auree per questi signori sono quelle che io tanto ammiro nel Buddista, che non ringrazia mai e dice: «Non adulate i vostri benefattori».
Io immagino che la ragione di queste discordie sta in ciò, che non vi è alcuna giusta proporzione fra un uomo ed un dono. Voi non potete dare alcuna cosa ad una persona magnanima. Dopo che voi lo avete servito, egli pone subito voi in debito per la suamagnanimità. Il beneficio che un uomo rende al suo amico è volgare ed egoista se è comparato al beneficio che egli sapeva di dover ricevere dall’amico stesso prima che egli avesse incominciato a giovargli. Il beneficio, che posso rendere ad un mio amico mi pare piccolo, comparato alla benevolenza che mi spinge verso di lui. Inoltre la nostra azione reciproca, sia buona o cattiva, è così incidentale e casuale, che noi possiamo raramente udire una persona che vorrebbe senza vergogna e umiliazione ringraziarci per un beneficio. Raramente noi possiamo calare un colpo diretto, ma dobbiamo accontentarci di uno obliquo; allo stesso modo raramente abbiamo la soddisfazione di fare un beneficio diretto che sia direttamente ricevuto. Ma la rettitudine sparge favori da ogni lato senza saperlo, e riceve con meraviglia i ringraziamenti di tutta la gente.
Io temo di esprimere un certo tradimento contro la maestà dell’amore, che è il genio ed il dio dei doni, e che noi non dobbiamo aspirare di dirigere. Conceda egli indifferentemente regni o petali di fiori. Vi sono delle persone da cui ci attendiamo sempre dei regali di fata; non cessiamo dunque di attenderli! Questa è una prerogativa, che non deve essere limitata dalle nostre leggi municipali. Del resto mi piace d’osservare che noi non possiamo essere comprati o venduti. La miglior parte dell’ospitalità e della generosità non sta nella volontà, ma nella sorte. Io m’avvedo di non esser molto per voi; voi non avete bisogno di me; voi non mi sentite ed allora io sono scacciato dalla casa anche se mi offrite case e terre. Nessun servizio ha valore alcuno, solo le apparenze lo hanno. Quando io ho cercato di unirmi ad altri per mezzo di favori, ne risultò un’astuzia intellettuale, null’altro. Essi si cibano dei vostri favori come fossero delle mele e vi lasciano fuori. Ma voi amateli, ed essi vi sentiranno, e si rallegreranno di voi per sempre.