SESTO SAGGIOLA NATURA

SESTO SAGGIOLA NATURA

Vi sono dei giorni in questo clima e quasi in ogni stagione dell’anno nei quali il mondo tocca la sua perfezione; nei quali l’aria, i corpi celesti e la terra compongono una sola armonia, come se la natura volesse accarezzare la sua progenie; giorni in cui in queste tristi regioni nordiche del pianeta non abbiamo nulla da desiderare di ciò che abbiamo udito delle più felici regioni, e ci culliamo nelle ore soleggiate della Florida e di Cuba; giorni in cui ogni cosa che ha vita dà segni di soddisfazione, e gli armenti stessi sembrano avere dei pensieri grandi e sereni. Noi possiamo attendere con una maggior certezza questi alcioni in quel tempo sereno d’Ottobre, che noi distinguiamo con il nome di estate indiano. Il giorno infinitamente lungo dorme sulle larghe colline e sui vasti campi ardenti. L’aver vissuto tutte le sue ore di sole pare una sufficiente longevità. I luoghi solitari non sembrano del tutto deserti. Sul limitare della foresta l’uomo attonito è obbligato ad abbandonare i suoi criterii cittadini del grande e del piccolo, del saggio e del folle. Il gravame delle abitudine ci cade dal dorso al primo passo che noi facciamo in questi luoghi appartati. Qui vi è una santità che fa arrossire le nostre religioni, ed una realtà che scredita i nostri eroi. Qui constatiamo che la natura è la circostanza che avvilisce qualsiasi altra circostanza, e cheessa giudica come un dio tutti gli uomini che le si avvicinano. Noi siamo sgusciati dalle nostre case chiuse ed affollate, nella notte e nel mattino, e vediamo quali bellezze maestose ci avvolgono ogni giorno nel loro seno. Quanto volentieri vorremmo noi evitare le barriere che rendono queste bellezze comparativamente prive di potere: sfuggire la menzogna ed il secondo pensiero e lasciare che la natura penetri in noi. La luce temperata dei boschi è come un mattino perpetuo ed è stimolante ed eroica. Gli antichi incanti tramandatici di questi luoghi ci conquidono lentamente. Gli steli della cicuta, i tronchi dei pini e delle quercie brillano come acciaio innanzi all’occhio eccitato. Gli alberi muti poco a poco ci persuadono a vivere con essi ed a lasciare la nostra vita composta di solenni inezie. Qui nessuna storia o chiesa o stato interviene nel cielo divino e nell’anno immortale. Quanto facilmente noi potremmo procedere nell’aperta pianura, assorti in nuovi spettacoli ed in pensieri che si succedono rapidamente l’uno all’altro, finchè grado a grado il ricordo di casa nostra venisse cancellato dalla mente, come se fossimo portati in trionfo dalla natura!

Questi incanti sono salutari; essi ci rendono sobrii e ci guariscono. Questi sono piaceri semplici, che s’addicono alla nostra natura. Noi ritorniamo a ciò che è nostro proprio; stringiamo amicizia con la materia, che le chiacchiere ambiziose delle scuole vorrebbero persuaderci a disprezzare. Noi non possiamo mai dipartircene; la mente ama la sua vecchia abitazione; come l’acqua per la nostra sete, così è la roccia, la terra per i nostri occhi, le nostre mani e i nostri piedi. Essa è dell’acqua solida: essa è una fiamma fredda: quale equilibrio quale affinità! Quando noi cianciamo affettatamente con degli estranei, questo viso onesto della natura sempre s’introduce come un vecchio amico, come un caro amico e fratello, e conun’autorevole dimestichezza ci vergogna delle nostre parole insensate. Le città non danno ai sensi umani spazio sufficiente. Noi andiamo ogni giorno ed ogni notte a nutrire i nostri occhi nell’orizzonte ed abbisogniamo di un luogo aperto come abbisogniamo dell’acqua per il nostro bagno. A cominciare da questi piccoli poteri fino ai suoi ministeri più cari e più grandi dell’immaginazione e dell’anima vi sono in natura tutte le gradazioni dei poteri. V’è la secchia dell’acqua fredda che nasce dalla sorgente, il fuoco del legno, al quale corre il viaggiatore intirizzito per salvezza, e v’è la morale sublime dell’autunno e del meriggio. Noi ci ricoveriamo nella natura, e viviamo da parassiti con le sue radici ed i suoi grani, e riceviamo lampi di luce dai corpi celesti, che ci chiamano alla solitudine e che ci predicono il più remoto futuro. Lo Zenit azzurro è il punto in cui si incontrano la favola e la realtà. Io penso che se noi fossimo rapiti in tutto ciò che noi sogniamo del paradiso, e se conversassimo con Gabriele e con Uriele, il cielo che ci sta sul capo sarebbe tutto ciò che rimarrebbe delle nostre cose presenti.

I giorni in cui abbiamo osservato qualche oggetto naturale, non sembrano completamente biasimevoli. Infatti la caduta dei fiocchi di neve nell’aria silenziosa, perfetti nella loro forma cristallina; il soffiare dell’uragano sopra un’ampia distesa d’acqua e sopra i piani; gli ondeggianti campi di segala; il movimento fluttuante di centinaia di acri di houstonia, i cui innumerevoli fiori imbiancano e si agitano davanti all’occhio; il riflettersi degli alberi e dei fiori nello specchio dei laghi; il musicale ed odoroso vento del sud, che converte le piante in arpe eoliche; lo scoppiettio della cicuta nella fiamma o dei ceppi del pino, che illuminano festosamente le pareti ed i visi nel salotto ecc. ecc... sono la musica e le pitture della più antica religione. La mia casa è postasopra un basso tratto di terra, con un orizzonte ristretto ed all’estremità del villaggio. Ma io vado con il mio amico sulla sponda del nostro piccolo fiume, e con un solo colpo di remo mi allontano dalla politica e dalle personalità del villaggio, anzi dal mondo intero fatto di villaggi e di personalità, ed entro in un meraviglioso regno di tramonti e di plenilunii, regno troppo luminoso forse perchè l’uomo macchiato vi penetri senza un noviziato ed una prova. Noi penetriamo materialmente in questa incredibile bellezza: noi immergiamo le nostre mani in questo elemento variopinto; i nostri occhi sono bagnati in queste luci ed in queste forme, allora sull’istante s’inizia un giorno di festa, una villeggiatura, un sogno regale, il festival più superbo e più rallegrante che il valore e la bellezza, il potere ed il gusto abbiano mai preparato e goduto. Queste nubi crepuscolari, queste stelle che spiccano con isquisita lucidezza con le loro luci riposte ed ineffabili lo esprimono e l’offeriscono. Io apprendo la povertà delle nostre creazioni e la bruttezza delle nostre città e dei nostri palazzi. L’arte ed il lusso hanno imparato per tempo a non esser altro che un’aggiunta ed un seguito di questa bellezza originale. Io sono più che informato intorno al mio stato. D’ora in avanti io sarò di difficile accontentatura. Io non posso ritornare ai trastulli. Io son diventato prodigo e sofistico. Non posso più a lungo vivere senza eleganza; ma un contadino dovrà essere il capo delle mie feste. Colui che conosce il più; colui che sa quali dolcezze e quali virtù siano nel suolo, nelle acque, nelle piante, nei cieli, e sa come giungere a questi incanti, è l’uomo ricco e regale. Solo fin dove hanno chiamato la natura in aiuto, i signori del mondo possono raggiungere l’altezza della magnificenza. Il significato dei loro giardini pensili, delle ville, delle case di campagna, delle isole, dei parchi è questo: sostenere con tali robusti accessori le loro personalitàdifettose. Io non dubito che gli interessi agricoli dovrebbero essere invincibili nello stato, con questi ausiliarii pericolosi. Essi corrompono ed invitano; non re, non palazzi, non uomini o donne, ma queste tenere e poetiche stelle, eloquenti di segrete promesse. Noi sentimmo ciò che l’uomo ricco diceva; noi sapevamo della sua villa, del suo boschetto, del suo vino, e della sua società, ma lo stimolo dell’invito venne da quelle seducenti stelle. Nei loro dolci splendori io osservo ciò che gli uomini tentarono di realizzare in qualche Versailles o Pafos o Ctesifonte. Infatti la magica luce dell’orizzonte e lo sfondo del cielo azzurro sono quelli che salvano tutte le nostre opere d’arte, che altrimenti sarebbero delle povere cose. Quando il ricco impone al povero la servilità, l’ossequenza, egli dovrebbe considerare l’effetto che producono sulle menti ricche di immaginazione gli uomini creduti possessori della natura. Ah! se i ricchi fossero ricchi come il povero li immagina! Un ragazzo sente una banda militare, che suona in un campo di notte, ed egli ha dinnanzi a sè dei re, delle regine e delle cavallerie famose. Egli sente l’eco di un corno in una contrada collinosa, sulle montagne di Notch per esempio, eco che converte le montagne in un’arpa eolica, e questotiraliràsoprannaturale risuscita la mitologia Dorica, Apollo, Diana, e tutti i cacciatori e le cacciatrici divine: tanto può una nota musicale essere sublime ed orgogliosamente bella! Per il giovane e povero poeta la sua pittura della società è altrettanto favolosa; egli è leale; egli rispetta i ricchi; essi sono ricchi per amore della sua immaginazione; come sarebbe povera la sua fantasia se essi non fossero ricchi! Essi hanno dei boschetti cintati da alte cancellate, che chiamano parchi; essi vivono in saloni più grandi e meglio arredati di quelli che egli ha veduti; essi vanno in vettura; essi vivono soltanto nelle società eleganti, vannoai bagni di mare, in lontane città... ecco il fondo da cui il poeta ha tratto i palazzi, i parchi ecc., per svolgervi il suo romanzo; parchi e palazzi in paragone dei quali i possedimenti veri sono delle capanne e degli umili prati. La musa stessa tradisce il figlio suo, ed accresce i doni della ricchezza e della bellezza aristocratica per mezzo di un’irradiazione dell’aria, delle nubi e delle foreste, che fiancheggiano la strada, con un certo superbo favore: quale sarebbe concesso da genî patrizi a patrizi.

La sensibilità morale che crea gli Eden e le valli di Tempe così agevolmente, non sempre può essere scoperta, ma certo il paesaggio materiale non è mai lontano da quella. In essa noi possiamo trovare questi luoghi incantevoli senza visitare il lago di Como e le Isole di Madera. Noi esageriamo i pregi della bellezza naturale di un luogo. In ogni paesaggio il fulcro della meraviglia sta nell’incontro della terra con il cielo, e questo lo si vede tanto dal monticello più vicino, come dalla cima dei monti Allegany. Le stelle di notte pendono sopra la più comune ed oscura contrada, con tutta la magnificenza spirituale con cui esse splendono sulla campagna Romana o sui marmorei deserti dell’Egitto. Le nuvole avvolgenti ed i colori del mattino e della sera trasfigureranno aceri ed ontani. La differenza fra paesaggio e paesaggio è piccola, ma grande è la differenza fra coloro che li contemplano. Nulla vi è di così meraviglioso in qualsiasi paesaggio quanto la necessità, a cui ogni paesaggio soggiace, di essere bello. La natura non può essere sorpresa disadorna. La bellezza irrompe in ogni luogo.

Ma è molto facile sorpassare la simpatia del lettore per questo argomento, che gli scolastici chiamanonatura naturatao natura passiva. Si può appena parlare direttamente di essa senza eccedere; e l’eccedere è facile,come affrontare in una società mista «il soggetto della religione». Una persona suscettibile non ama su questo punto di condiscendere ai suoi gusti senza la scusante di qualche necessità volgare: egli va a vedere un appezzamento di bosco o ad osservare i raccolti, od a raccogliere una pianta od un minerale in qualche località remota, od egli porta un fucile od una canna da pesca. Io credo che questo pudore debba avere una buona ragione. Un dilettantismo in natura è arido e senza valore. Il vanesio che sta nei campi non è migliore del suo fratello in Broadway. Gli uomini sono per natura cacciatori ed avidi di conoscere la vita dei boschi, ed io credo che i fatti narrati dagli Indiani e dagli spaccatori di legna sarebbero interessanti per i più sontuosi salotti e per tutti i cenacoli; eppure ordinariamente, sia che noi siamo troppo goffi per un’argomento così sottile sia per qualsivoglia altra causa, così tosto come incominciamo a scrivere intorno alla natura, noi cadiamo nell’eufuismo. La frivolezza è un tributo non idoneo per Pan, che dovrebbe essere rappresentato nella mitologia come il più temperante degli dèi. Io non vorrei essere frivolo dinanzi all’ammirevole circospezione e prudenza del tempo; pure io non posso rinunciare al diritto di ritornare sovente su questo vecchio argomento. La moltitudine degli dèi falsi e bugiardi dà credito alla religione vera. La letteratura, la poesia, la scienza, sono l’omaggio dell’uomo a questo segreto insondabile, per il quale nessun uomo può affettare indifferenza o mancanza di curiosità. La natura è amata dalla nostra parte migliore.

Essa è amata come la città di Dio, sebbene o piuttosto perchè non vi sono cittadini. Il tramonto è dissimile da ogni cosa che gli sta sotto: esso manca di uomini. E la bellezza della natura deve sempre sembrare irreale e beffarda, finchè il paesaggio non abbia delle figure umane che siano così buone come essa stessa.Se vi fossero degli uomini buoni non ci sarebbe mai questo rapimento nella natura. Se il re è nel palazzo, nessuno guarda ai muri: e quando egli se ne è andato e la casa è piena di domestici e di curiosi, noi torciamo lo sguardo dalla gente, per trovare sollievo negli uomini maestosi ricordati dai quadri e dall’architettura. I critici che si lagnano della malsana separazione della bellezza della natura dalla cosa da farsi, devono considerare che il nostro inseguimento del pittoresco è inseparabile dalla nostra protesta contro la falsa società. L’uomo è caduto; la natura è eretta, e serve come termometro differenziale che segni la presenza o l’assenza del sentimento divino nell’uomo. A causa della nostra stupidità e del nostro egoismo noi guardiamo la natura dall’alto in basso, ma quando noi saremo convalescenti la natura chinerà il suo sguardo verso di noi. Noi vediamo con mortificazione il ruscello spumeggiante; se la nostra vita scorresse con la dovuta energia noi faremmo vergognare il ruscello, poichè l’onda dello zelo brilla di fuoco reale e non dei raggi riflessi del sole o della luna. La natura può essere considerata egoisticamente come il commercio. L’astronomia per gli egoisti diventa astrologia; la psicologia, mesmerismo (coll’intendimento di farci sapere dove sono andati i nostri cucchiai) e l’anatomia e la fisiologia diventano frenologia e palmistria.

Ma prendendo in tempo congedo e lasciando molte cose non dette su questo argomento, non tardiamo oltre a presentare i nostri omaggi alla Natura Efficiente,natura naturans, causa vivente dinnanzi alla quale tutte le forme fuggono come turbini di neve, segreta essa stessa, mentre le sue opere procedono innanzi come mandre e turbe (gli antichi rappresentarono la natura in Proteo, un Pastore) in un’indescrivibile varietà. Essa si rivela nelle creature, pervenendo attraverso a successivetrasformazioni, da semplici particelle alle più elette proporzioni e giungendo a compiuti risultati senza un urto od un salto. Un po’ di caldo, vale a dire un po’ di moto, è tutto ciò che differenzia i poli mortalmente freddi, bianchi e nudi dalle prolifiche regioni tropicali. Tutti i mutamenti si compiono senza violenza in grazia delle due condizioni cardinali di spazio e tempo illimitato. La geologia ci ha iniziati alla secolarità della natura, e ci ha insegnato a non usare oltre le nostre misure da asilo e a cambiare i nostri sistemi Mosaici o Tolomaici con il suo ampio procedimento. Noi sapevamo nulla esattamente, per mancanza di prospettiva. Ora sappiamo quali periodi laboriosi devono passare prima che la roccia si formi, poi, prima che la roccia si rompa, ed avanti che il primo lichene abbia disgregata la più sottile esterna compagine d’una zolla, ed aperte le porte alle lontane Flora e Fauna, Cerere e Pomona. Come è ancora lontano il trilobita! Come è ancora lontano il quadrupede! Quanto inconcepibilmente lontano è l’uomo! Tutto a tempo debito arriva e razza dopo razza quella dell’uomo. Vi è una lunghissima strada dal granito all’ostrica; più lunga ancora fino a Platone ed alla predicazione dell’immortalità dell’anima. Eppure tutto deve venire così sicuramente come il primo atomo ha due lati.

Il movimento o mutamento; l’identità o riposo, sono il primo ed il secondo segreto della natura. L’intiero codice delle sue leggi può essere scritto sopra l’unghia di un pollice o sopra il sigillo di un anello. Le bolle vorticose sulla superficie di un ruscello ci schiudono i segreti della meccanica del cielo. Ogni conchiglia sulla spiaggia è una chiave ad essa. Un poco d’acqua roteata in una tazza spiega la formazione delle conchiglie più semplici; l’aggiungersi di materia anno per anno conduce in fine alle forme più complesse;eppure la natura con tutta la sua perizia è tanto povera, che dal principio alla fine dell’universo essa ha una sola materia prima, ma una sola materia con i suoi due capi per servire a tutte le sue fantastiche varietà. Componetela come essa vorrà: stella, sabbia, fuoco, acqua, albero, uomo; ma essa è ancora una sola materia e rivela le stesse proprietà.

La natura è sempre conseguente, anche se finge di contravvenire alle sue proprie leggi. Essa le conserva e talora sembra trascenderle. Essa arma e fornisce un animale in modo che esso trovi il suo posto e viva sulla terra; nello stesso tempo un altro ne arma che lo distrugga. Lo spazio esiste per separare le creature, ma rivestendo i fianchi di un uccello con poche penne la natura gli dà una graziosa onnipresenza. La direzione è sempre progressiva, ma l’artista retrocede per fornirsi di materiale, e sempre con i primi elementi incomincia anche nel periodo più progredito: altrimenti tutto andrebbe in rovina. Se noi guardiamo alla sua opera ci sembra di scoprire il baleno di un sistema in transizione. Le piante sono i giovani del mondo, vasi di salute e di vigore; ma esse tendono sempre all’alto e verso la consapevolezza; gli alberi sono uomini imperfetti, e sembrano lamentare la loro prigionia, radicati al suolo. L’animale è il novizio ed il candidato ad un ordine più elevato. Gli uomini sebbene giovani, avendo gustato la prima goccia nella tazza del pensiero, sono digià traviati; gli ontani e le felci invece sono ancora incorrotti; eppure, senza dubbio, quando verranno ad uno stato di coscienza essi pure malediranno e bestemmieranno. I fiori appartengono così strettamente alla gioventù, che noi uomini adulti presto sentiamo che le loro belle generazioni non ci riguardano; noi abbiamo avuto il nostro giorno; i figli ora abbiano il loro. I fiori c’ingannano e noi siamo dei vecchi celibi con delle ridicole tenerezze.

Le cose sono così strettamente in relazione tra loro che, stante la destrezza dell’occhio, si possono ricavare da un oggetto qualsiasi gli elementi e le proprietà di un altro qualsiasi oggetto. Se noi avessimo occhi tali da vedere ciò, un frammento di pietra del muro della città ci persuaderebbe della necessità nell’uomo di vivere tanto saldamente quanto la città stessa. Tale identità rende noi tutti uno solo, e riduce al nulla le grandi distanze della nostra scala comune. Noi parliamo di deviazione dalla vita naturale come se la vita artificiale non fosse anche naturale. Il più azzimato cortigiano nei «boudoirs» di un palazzo ha una natura animale, rude ed aborigena come quella dell’orso bianco, onnipossente nei suoi proprii intenti, e là fra i profumi ed i biglietti amorosi è direttamente in relazione con la catena dell’Imalaja e l’asse del globo. Se considerassimo quanto apparteniamo alla natura, non temeremmo delle città, perchè il potere terribile o benefico della natura ci trova anche là, e agisce sulle città stesse. La natura che ha fatto il muratore, ha fatto la casa. Noi possiamo agevolmente udire parlar troppo delle influenze rurali. Il vigoroso ed agile aspetto degli oggetti naturali fa che noi li invidiamo, noi creature colleriche ed irritabili, dai visi accesi, e pensiamo che saremo un giorno superbi come essi lo sono, se vivremo nei campi e mangeremo radici; orbene siamo uomini anzichè essere delle marmotte, e la quercia e l’olmo dovranno servirci lietamente, anche se saremo assisi in seggi d’avorio, sopra tappeti di seta.

Questa identità dominante serpeggia in tutte le vicende ed i contrasti della vita e caratterizza ogni legge. L’uomo porta il mondo nel suo capo e l’intiera astronomia e chimica in un pensiero. Poichè la storia della natura è intessuta nel suo cervello, egli è dunque l’annunziatore e lo scopritore dei suoi segreti. Ogni fattoconosciuto nella scienza naturale fu divinato dall’intuito di qualcuno, prima che esso fosse constatato. Un uomo non lega neppure la sua scarpa senza riconoscere le leggi che avvincono le più lontane regioni della natura: la luna, la pianta, il gaz, il cristallo, sono geometria concreta e numeri. Il senso comune conosce ciò che è suo e riconosce a prima vista il fallo nel l’esperimento chimico. Il buon senso di Franklin, di Dalton, di Davy e di Black, è lo stesso buon senso che ha disposto una volta ciò che esso scopre ora.

Se l’identità esprime una quiete organizzata, l’azione contraria entra anche nell’organizzazione. Gli astronomi dissero: «Dateci della materia ed un poco di moto e noi costruiremo l’universo. Non è sufficiente avere della materia, noi dobbiamo avere pure un particolare impulso, una spinta per lanciare la massa e generare l’armonia tra le forze centrifughe e quelle centripete. Una volta che la sfera è sollevata dalla mano, noi vi insegneremo come si sviluppò tutto questo possente assetto». «Questo è un postulato molto irragionevole — disse il metafisico — e che porta chiaramente alla domanda: Non potreste voi giungere a conoscere la genesi della proiezione così bene come la continuazione di essa?» La natura, intanto, non aveva atteso la discussione, ma a ragione od a torto, diede l’impulso ed i globi rotearono. Non fu una grande cosa, una semplice spinta, ma gli astronomi ebbero ragione di crederla grande, poichè le conseguenze dell’atto furono senza fine. Quel famoso impulso aborigeno si propaga attraverso tutte le sfere del sistema, attraverso ogni atomo di ogni sfera, attraverso tutte le razze delle creature ed attraverso la storia e le azioni di ogni individuo. L’eccesso è nell’ordine delle cose. La natura non manda alcuna creatura, alcun uomo sulla terra, senza unire un piccolo eccesso delle sue propriequalità. Dato il pianeta è ancora necessario aggiungere l’impulso; così ad ogni creatura la natura fece seguire una certa violenza d’indirizzo verso la sua propria via, una spinta per metterlo sulla sua strada, una lieve generosità infine, una goccia di troppo. Senza elettricità l’aria si decomporrebbe, parimenti senza questa violenza di direttiva di cui gli uomini e le donne godono, senza un pizzico di bigottismo e di fanatismo non ci sarebbero stimoli, non ci sarebbero energie. Noi miriamo al disopra del segno per colpire nel segno. Ogni azione ha in sè qualche falso eccesso. E quando di tempo in tempo s’avanza qualche uomo triste, dallo sguardo penetrante, che vede quale meschino giuoco è giuocato, e rifiutandosi di giuocare divulga il segreto, che cosa avviene allora? È forse irrimediabilmente l’uccello fuggito dalla gabbia? Oh no! la natura sagace manda una nuova schiera di forme più belle, di giovani più altieri con un maggiore impeto direttivo, onde tenerli avvinti ai loro svariati intenti; li ritrae un poco da quella direzione verso la quale essi sono più attratti, ed il giuoco continua con un nuovo giro, per una o due generazioni ancora. Il bambino con le sue burle graziose, schiavo dei suoi sensi, dominato da ogni veduta, e da ogni suono, senza alcun potere per comparare e classificare le sue sensazioni, abbandonato ad un fischietto o ad un trucciolo colorato o ad un soldato di piombo, individualizzando ogni cosa, non generalizzandone alcuna, felice per ogni cosa nuova, questo bambino dorme la notte vinto dalla fatica, che gli ha causato questo giorno di continua e graziosa pazzia. Ma la natura ha raggiunto il suo intento con questo vivente e ricciuto pazzerello. Essa ha assegnato ad ogni facoltà il proprio cómpito ed ha assicurato lo sviluppo simmetrico della struttura corporea, mediante queste attitudini e questi sforzi: fine di prima importanza, che non poteva essere affidatoa nessuna cura meno perfetta della sua propria. Questo barbaglio, questo splendore opalino si mostra al suo occhio sulla cima di ogni trastullo onde assicurare la sua fedeltà, ed egli è ingannato nel suo bene. Noi siamo mantenuti in vita con le stesse arti. Dicano gli stoici ciò che vogliono, noi non mangiamo per la gioia di vivere, ma perchè la carne è gustosa e l’appetito è pungente. La vita vegetale non si accontenta di trarre un solo seme dal fiore o dall’albero, ma riempie l’aria e la terra con tale prodigalità di semi, che, se anche mille e mille periscono, altre migliaia possono seminar se stessi in modo che centinaia possano crescere e decine vivere fino alla maturità e finalmente uno solo rimpiazzare il genitore. Tutte le cose rivelano la stessa oculata profusione. L’eccesso di timore dal quale è circondato il corpo che rabbrividisce per il freddo, che trasale alla vista di un serpente o per un subitaneo rumore, ci protegge fra mille allarmi infondati da un pericolo reale. L’amante tende nel matrimonio alla sua felicità personale e alla sua completazione e non ad un vantaggio futuro: e la natura nasconde nella felicità di lui il suo proprio fine, vale a dire, la riproduzione ovvero la perpetuazione della specie.

Ma la perizia con la quale il mondo è fatto penetra pure nella mente e nel carattere degli uomini. Nessun uomo è del tutto equilibrato; ognuno ha una vena di pazzia nella sua struttura, un leggero flusso di sangue al capo onde tenerlo avvinto a qualche punto che la natura aveva a cuore. Le grandi cause non sono mai giudicate a seconda del loro valore, ma la causa è ridotta in frammenti per acconciarla alla grandezza dei partigiani, e la contesa è sempre più viva su le cose minori. Non meno segnalata è la super-fede di ogni uomo nell’importanza di ciò che egli ha da fare o da dire. Il poeta, il profeta ha, per ciò che egli dice, unvalore superiore a quello di qualsiasi uditore. Il forte Lutero, compiacente verso se stesso, dichiara con una autorevolezza che non falla che «Dio stesso non può fare senza degli uomini saggi». Jacopo Behmen e Giorgio Fox rivelano il loro amor proprio nell’ostinazione dei loro opuscoli polemici e Giacomo Naylor una volta si lasciò adorare come Cristo. Ogni profeta s’identifica immediatamente con il suo pensiero e giunge a stimare sacri il suo cappello e le sue scarpe. Per quanto ciò possa screditare siffatte persone presso la gente assennata, ciò le soccorre con il popolo poichè dà calore e divulgazione alle loro parole. Un fatto simile non è infrequente nella vita privata. Ogni persona giovane ed ardente scrive un diario, nel quale infonde la sua anima quando suonano le ore della preghiera e della penitenza. Le pagine così scritte sono per lui infiammate e fragranti; egli le legge inginocchiato, a mezzanotte ed alla luce della stella mattutina; egli le bagna delle sue lacrime; esse sono sacre, troppo buone per il mondo, e fors’anche per essere lette dal più caro amico. Questo diario è il Messia nato dalla sua anima, la cui vita ancora circola nel neonato. Il cordone ombelicale non è ancora stato reciso. Dopo qualche tempo egli gode di ammettere il suo amico a questa consacrata conoscenza, e con esitazione, eppure con fermezza, gli mette sott’occhi le pagine del suo diario — Ma esse non brucieranno i suoi occhi? L’amico freddamente le sfoglia, e passa agevolmente dalla lettura alla conversazione, il che colpisce l’autore di meraviglia e di dolore. Egli però non può diffidare dello scritto stesso. Giorni e notti di vita fervida, di comunione con gli angeli dell’ombra e della luce, hanno inciso i loro caratteri oscuri su quel libro bagnato di lacrime. Egli diffida dell’intelligenza o del cuore dell’amico. Non c’è dunque un amico? Egli non può ancora prestar fede che si possa avereun’esperienza profonda e che pure si possa non sapere come versare nella letteratura il proprio fatto personale; e forse la scoperta che la saggezza ha altre lingue ed altri ministri all’infuori di noi, e che anche se stessimo zitti la verità non sarebbe perciò meno espressa, potrebbe reprimere dannosamente gli ardori del nostro zelo. Un uomo può parlare solo fino a che non senta che il suo discorso è parziale o inadeguato. Esso è parziale, ma egli non se ne avvede mentre lo pronunzia. Così tosto come egli si è liberato da ciò che è proprio ed istintivo, ed osserva la sua parzialità, egli chiude la sua bocca con disgusto. Poichè nessun uomo può scrivere cosa alcuna ch’egli in quell’istante non pensi essere la storia del mondo; e nessuno mai bene compirà una cosa se non la giudichi di grande momento. La mia opera può non avere importanza, ma io non debbo stimarla tale, altrimenti non la compirò impunemente.

Allo stesso modo vi è in tutta la natura qualche cosa di burlesco, qualche cosa che ci conduce avanti incessantemente, ma che non giunge in alcun luogo e manca con noi di fede. Ogni promessa oltrepassa il compimento. Noi viviamo in un sistema di approssimazioni. Ogni fine è antiveggente di un altro fine, che è a sua volta passeggiero; un esito perfetto e finale non v’è in alcun luogo. Noi siamo accampati nella natura, ma non siamo di casa. La fame e la sete ci sospingono a mangiare ed a bere; ma mescolate e cuocete come volete il pane ed il vino, essi ci lasciano affamati ed assetati, dopo che lo stomaco è sazio. Lo stesso avviene con le nostre arti e le nostre imprese. La nostra musica, la nostra poesia, la nostra stessa lingua non sono dei piaceri, ma delle suggestioni. Il desiderio violento della ricchezza che trasforma il nostro pianeta in un giardino, si burla del più ingordo persecutore. Quale è il fineagognato? Semplicemente quello di salvaguardare gli interessi del buon senso e della bellezza dall’intrudersi di disformità o volgarità d’ogni specie. Ma quale metodo laborioso! Quale infinita varietà di mezzi per assicurare una piccola conversazione! Questo palazzo di mattoni e di pietre, questi servi, questa cucina, queste stalle, questi cavalli e vetture, questi titoli bancarii e queste ipoteche; il commercio con tutto il mondo; la casa di campagna; il tugurio vicino all’acqua, ecc... per una piccola conversazione, alta, chiara e spirituale! Non potrebbe essere tenuta allo stesso modo dagli accattoni sulla strada provinciale? No, tutte queste cose pervennero dagli sforzi successivi di questi accattoni per eliminare l’attrito delle ruote della vita e promuovere delle occasioni favorevoli. La conversazione, il carattere, erano i fini confessati; la ricchezza era buona perchè appagava i desiderii animali, rimediava al fumaiolo fumoso; ammutoliva la porta cigolante, adunava insieme gli amici in una sala tranquilla e tiepida, e teneva i bambini e la tavola da pranzo in camere differenti. Il pensiero, la virtù, la bellezza, erano gli intenti; ma si sapeva che gli uomini di pensiero e di virtù talvolta avevano il mal di capo, oppure i piedi bagnati o che potevano perdere del tempo prezioso mentre si scaldava la camera nei giorni d’inverno. Sfortunatamente negli sforzi necessari per togliere questi inconvenienti l’attenzione generale è stata stornata da questo obbietto; i vecchi intenti furono perduti di vista, ed il togliere l’attrito divenne lo scopo. Quello è il ridicolo degli uomini ricchi, e Boston, Londra, Vienna e generalmente gli odierni governi del mondo sono città e governi dei ricchi, e le masse non sono uomini, mapoveri uomini, vale a dire uomini che vorrebbero essere ricchi; questo è il ridicolo della classe: che essi vengono pur con sofferenza e sudore ed impeti folli a capo di nulla; quando tutto è fatto, èfatto per nulla. Essi sono come coloro che interrotto il discorso di una brigata per pronunziare il proprio discorso, al momento opportuno dimenticano ciò che volevano dire. L’aspetto di una società o di una nazione priva di fini colpisce ovunque l’occhio. Erano dunque gli intenti della natura così grandi e desiderabili da esigere tale immenso sacrifizio di uomini? Un effetto completamente analogo alle frodi della vita è quello prodotto sugli occhi dall’aspetto della natura esterna. Vi è nei boschi e nelle acque una certa lusinga ed una certa seduzione, unita ad una deficienza nel produrre una soddisfazione vera. Questa delusione noi la sentiamo in ogni paesaggio. Io ho ammirata la morbidezza e la bellezza delle nuvole estive naviganti come piume sul nostro capo; liete della loro altezza, della loro libertà di moto, esse non apparivano tanto come panneggiamento di quel dato luogo e di quella data ora quanto come preannunzio di qualche padiglione e di qualche giardino situato oltre di esse. È un tormento strano, ma il poeta non si trova mai abbastanza vicino al suo soggetto. Il pino, il fiume, il poggio fiorito che sono dinnanzi a lui non sembrano essere la natura. La natura è ancora altrove. Questo o quello è se non il limitare, il riflesso lontano, l’eco del trionfo che è passato e che si trova ora al massimo suo splendore forse nel campo vicino o, se voi vi fermate nel campo, nei boschi adiacenti. L’oggetto presente vi darà il senso di riposo che segue la solenne cerimonia or ora compiuta. Quale meravigliosa lontananza, quali recessi di fasto e di vaghezza ineffabile in un tramonto! Ma chi li può raggiungere e stendere su di essi la mano o porvi il suo piede? Essi scompaiono dal mondo per sempre. Lo stesso è fra gli uomini e le donne, come fra gli alberi silenziosi: sempre una vita di relazione, perciò una lontananza, giammai una presenza. Forse che la bellezzanon può mai essere affermata? È essa egualmente inaccessibile nelle persone e nel paesaggio? L’amante accettato e fidanzato ha perduto il maggior fascino della sua amata nell’accettazione ch’essa ha fatto di lui. Essa era il cielo, quand’egli la seguiva come una stella: essa non può essere più il cielo se si china per una persona quale egli è.

Che cosa diremo noi di questo apparire onnipresente del primo impulso proiciente, di questa lusinga e del disinganno di tante creature così bene intenzionate? Dobbiamo noi non supporre l’esistenza d’una sottile perfidia e derisione in qualche parte dell’universo? Non siamo noi trascinati ad un vivo risentimento per l’uso che si fa di noi? Siamo noi dunque degli ingenui lusingati e degli zimbelli della natura? Un solo sguardo all’aspetto del cielo e della terra ci acqueta e ci blandisce con convinzioni più saggie. Per l’uomo intelligente la natura si converte in un’immensa promessa, che non vuole essere sconsideratamente esplicata. Il suo segreto è inespresso. Molti e molti Edipo giungono: ciascuno ha il cervello pregno del suo segreto. Ma la stessa malìa ha sciupata la sua destrezza; non una sola sillaba egli può formulare con le sue labbra. La sua orbita potente si perde come l’arcobaleno nel profondo, e nessun’ala di arcangelo fu fin’ora forte abbastanza per seguirla ed informarci dell’altra parte dell’arco. Ma appare anche che le nostre azioni sono sorrette ed indirizzate a risultati più grandi di quelli che avevamo divisati. Noi siamo seguiti da ogni lato ed in tutta la vita da agenti spirituali, ed attesi da un proposito benefico. Noi non possiamo rivaleggiare a parole con la natura e trattare con essa come trattiamo con le persone. Se noi misuriamo le nostre forze individuali con le sue possiamo facilmente intuire d’essere il trastullo di un destino insuperabile. Ma se invece di identificare noi stessi conl’opera, noi sentiamo l’anima dell’artefice scorrere attraverso di noi, troveremo la pace mattutina dimorante nei nostri cuori e gli incommensurabili poteri della gravità e della chimica e, al dissopra di essi, quelli della vita pre-esistenti dentro di noi nella loro forma più alta.

L’inquietudine che ci cagiona il pensiero della nostra debolezza nel viluppo delle cause, risulta dal fatto che noi guardiamo troppo ad una sola condizione della natura, vale a dire al Moto. Ma il freno non è mai staccato dalla ruota. Ovunque l’impulso eccede, l’immobilità od identità s’introduce come compensazione. Dopo ogni giornata pazza noi dormiamo per guarire dalle esalazioni e dalle violenze delle sue ore; e sebbene siamo sempre incatenati ad esse e spesso siamo loro schiavi, portiamo con noi ad ogni esperimento le innate leggi universali. Queste mentre esistono nella mente come idee, pongono nella natura incorporata intorno a noi una sanità vigile per mostrare e guarire la pazzia degli uomini. La nostra servitù alle proprie peculiari disposizioni ci pone in cento speranze stolte. Noi ci ripromettiamo un’era nuova dall’invenzione di una locomotiva o di un pallone; ma la nuova macchina porta seco i vecchi impedimenti. Dicono che per mezzo dell’elettro-magnetismo la vostra insalata crescerà dal seme mentre il vostro pollo sta arrostendo per il pranzo. Questo è un simbolo dei nostri tentativi e dei nostri sforzi moderni nella condensazione ed accelerazione degli obbietti: ma nulla s’è acquistato in più; la natura non può essere frodata; la vita di un uomo non dura se non settanta insalate, crescano esse rapidamente o crescano adagio. In questi ostacoli ed impossibilità tuttavia noi troviamo il nostro vantaggio non meno che negli impulsi. Cada la vittoria dove vuole, noi siamo dalla sua parte. Il sapere poi che noi attraversiamo l’intiera scala dell’essere, dal centro della naturafino ai suoi poli, e che abbiamo qualche posta da vincere in ogni evenienza, concede quel lustro sublime alla morte, che la filosofia e la religione hanno tentato di esprimere troppo superficialmente e letteralmente nella popolare dottrina dell’immortalità dell’anima. La realtà è più eccellente della sua fama. Qui non v’è nè rovina, nè soluzione di continuità, nè forza morta. La circolazione divina non si riposa nè si sofferma mai. La natura è l’incarnazione di un pensiero e ritorna di nuovo pensiero, come il ghiaccio diviene acqua e gaz. Il mondo è un precipitato della mente, e l’essenza volatile ritorna eternamente allo stato di libero pensiero. Di qui scaturisce la virtù e la sottile penetrazione dell’influenza degli oggetti naturali sulla mente, siano essi organici od inorganici. L’uomo imprigionato, l’uomo cristallizzato, l’uomo vegetativo, parla all’uomo personificato. Il potere della natura che non rispetta la quantità, che fa ugualmente dell’unità e della frazione il suo canale, concede il suo sorriso al mattino, e distilla la sua essenza in ogni goccia di piova. Ogni momento ed ogni oggetto ammaestrano, perchè la saggezza è infusa in ogni forma. Essa è stata versata in noi come sangue; ci prostrò come dolore; guizzò in noi come piacere; ci coinvolse in giorni tristi, melanconici o in giorni di serena fatica; noi non indovinammo la sua essenza se non dopo lungo tempo.


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