SESTO SAGGIOAMICIZIA
Noi possediamo molto maggior bontà di quanto non si dica. Nonostante tutto l’egoismo che, come i venti dell’est, gela il mondo, l’intera famiglia umana è immersa nell’elemento d’amore come in un etere delicato. Quante persone non incontriamo nelle case, persone alle quali noi appena parliamo, e che pure onoriamo e che ci onorano! Quante ne vediamo nella strada od in chiesa e che silenziosamente ma cordialmente siamo lieti di incontrare! Leggete il linguaggio di questi raggi erranti dell’occhio: il cuore sa farlo.
L’effetto della largizione di questa affettività umana è una certa cordiale letizia. In poesia e nel linguaggio comune i moti di benevolenza e di compiacenza che sono sentiti verso gli altri, vengono paragonati agli effetti materiali del fuoco; queste irradiazioni interne sono altrettanto rapide però, anzi molto più rapide e più attive e più rallegranti. Esse, dal più alto grado dell’amore appassionato fino al più basso gradino della buona volontà, compongono la dolcezza della vita.
I nostri poteri intellettuali ed attivi aumentano con le nostre affezioni. Lo scolaro si siede per iscrivere, e tutti i suoi anni di meditazione non gli forniscono un solo pensiero capace di una felice espressione; ma se scrive una lettera ad un amico immediatamente legionidi pensieri gentili si levano da ogni parte con elette parole. Guardate in qualsiasi casa, dove dimorano la virtù ed il rispetto, quale palpito determini l’approssimarsi di uno straniero. — Uno straniero a noi raccomandato è atteso ed annunciato, ed una inquietudine che ha del piacere e del dolore invade tutti i cuori della famiglia. Il suo arrivo arreca quasi affanno ai buoni cuori, che vorrebbero dargli il benvenuto. La casa è spolverata, tutte le cose ritornano a posto loro, la vecchia giubba è cambiata con una nuova, e gli ospiti preparano un pranzo, se lo possono. Altri ci parlano di questo straniero raccomandato; e solo il buono ed il nuovo è udito da noi. Egli ci rappresenta l’umanità. Egli è ciò che noi desideriamo. Avendolo imaginato e vivificato, ci domandiamo come staremo in conversazione e in relazione con tale uomo, e siamo agitati da un vago timore. La stessa idea rialza la conversazione allorchè siamo con lui; infatti conversiamo meglio del solito, disponiamo d’una fantasia più viva, d’una memoria più ricca, ed il demonio del nostro mutismo ci abbandona per quel momento. Per lunghe ore possiamo rivelare una serie di comunicazioni sincere, graziose, ricche, tratte dalla più antica e più segreta esperienza, cosicchè quelli dei nostri familiari, che ci seggono vicino, proveranno una grata sorpresa per questa nostra insolita facondia. Ma così tosto come lo straniero incomincia a frammettere nella conversazione le sue preferenze, le sue definizioni, le sue debolezze, tutto è finito. Egli ha udito il principio, la fine ed il meglio di ciò che egli udrà da noi. Egli non è più uno straniero ora. La volgarità, l’ignoranza, ed i preconcetti sono vecchie conoscenze. Quando egli ritornerà, potrà avere l’ordine nella casa, il vestito nuovo ed il pranzo, — ma non il battito del cuore e le corrispondenze dell’anima.
Questi tratti d’affezione, che riaccendono di nuovo per me un mondo giovane sono graditi. Un giusto e fermo accordo di due, in un pensiero, in un sentimento, è delizioso. Come sono belli, nel loro avvicinarsi a questo cuore palpitante, i passi e gli aspetti dell’essere sincero e favorito da natura! Nel momento che noi lasciamo libero corso ai nostri affetti, la terra soggiace a metamorfosi; non c’è più inverno e non c’è più notte; tutte le tragedie, tutti gli affanni svaniscono, — e così tutti i doveri: nulla riempie l’eternità che trascorre, se non le forme raggianti delle persone amate. Sia l’anima persuasa che in qualche luogo dell’universo troverà la sua compagna, e sarà contenta ed allegra in solitudine per mille anni. Mi svegliai stamane con un divoto ringraziamento per i miei amici, i vecchi ed i nuovi. Non chiamerò io Iddio, il Bello, che giornalmente si rivela a me coi suoi doni? Io sfuggo la società, prediligo la solitudine, eppure non sono così ingrato da non vedere l’uomo saggio, il cortese, il magnanimo, quando di tempo in tempo passano davanti alla mia porta. Chi mi ode, chi mi capisce, diviene mio, diviene un possesso mio per sempre. Nè la natura è così povera che essa non mi dia talvolta questa gioia, e così intesso trame sociali mie proprie, e una nuova tela di relazioni; e allo stesso modo che molti pensieri successivi si sostanziano, così poco a poco io mi troverò in un mondo nuovo, di mia propria creazione, e non sarò più uno straniero o un pellegrino in un globo tradizionale. I miei amici vengono a me non cercati. Il grande Iddio me li diede. Per il più antico diritto, per la divina affinità della virtù con se stessa, io li trovo, o meglio non io ma la Divinità che è in me e che è in essi, la quale deride e abbatte i vigorosi baluardi del carattere individuale, delle relazioni, dell’età, del sesso, della circostanza, e fa di molti individui uno solo. Alti ringraziamenti videbbo, eccellenti amatori, che rivelate a me nuove e nobili profondità del mondo e ampliate il significato di tutti i miei pensieri. Voi non siete rigide ed intirizzite persone, ma una nuova poesia di Dio — poesia senza impedimenti — siete inno, ode, epopea, ancora fluente e non già rappresa nei libri morti con annotazioni e glossario, ma siete Apollo e siete le Muse ancora inneggianti. E queste creature si separeranno da me o da qualcuna di loro? Io non lo so, ma non lo temo; perchè la mia relazione con esse è così pura, che noi ci teniamo uniti per semplice affinità; ed il Genio della mia vita è così socievole, che eserciterà la sua energia su chiunque sia nobile al pari di questi uomini e di queste donne, ed ovunque io sia.
Io confesso su questo punto un’estrema tenerezza naturale. È quasi pericoloso per me «il sorbire il dolce veleno del vino male usato» delle affezioni. Una nuova persona per me è un grande evento e mi impedisce di dormire. Io ho per l’addietro molto fantasticato intorno a due o tre persone che mi hanno dato delle ore deliziose; ma la gioia finì col declinar del giorno; essa non produsse alcun frutto; il mio pensiero non nacque da essa e la mia attività fu di poco modificata. Io debbo provare orgoglio per le buone doti del mio amico, come se fossero mie, e debbo provare come un selvaggio, delicato, palpitante senso di proprietà su le sue virtù. Io sento tanta gioia quando egli è lodato, quanta ne prova l’amante per gli applausi diretti alla sua fidanzata. Noi superstimiamo la coscienza del nostro amico. La sua bontà ci sembra migliore della nostra, la sua natura più bella, le sue tentazioni minori. La nostra fantasia innalza ogni cosa che è sua — il suo nome, il suo corpo, il suo vestito, i suoi libri, ed i suoi istrumenti. Il nostro stesso pensiero ci suona nuovo è più ampio dalla sua bocca.
Ed ancora la sistola e la diastola del cuore non sono senza analogia con il flusso ed il riflusso dell’amore. L’amicizia come l’immortalità dell’anima, è troppo nobile per essere creduta. L’amante contemplando la sua donna, dubita che essa non sia veramente quale egli la adora; e nelle auree ore dell’amicizia noi siamo sorpresi da ombre di sospetto e di miscredenza. Noi dubitiamo di donare al nostro eroe le virtù delle quali egli risplende, e di adorare poi la forma che noi abbiamo destinata per divina abitazione di esse. A rigor di termini, l’anima non rispetta gli uomini come rispetta se stessa. A rigor di scienza tutte le persone soggiacciono alla stessa condizione di un’infinita lontananza. Temeremo noi di intiepidire l’amor nostro coll’affrontare il fatto e col ricercare le fondamenta metafisiche di questo tempio Eliseo? Non sarò io un essere così reale come le cose che vedo? Se lo sono, non temerò di conoscerle per ciò che esse realmente sono. La loro essenza non è meno bella della loro apparenza, sebbene abbisognino organi più delicati per la percezione di quella. La radice della pianta non è spregevole per la scienza, anche se per fare dei mazzi e dei festoni noi tagliamo corto lo stelo. Io devo tuttavia tentare l’esposizione di un fatto ardito fra queste piacevoli fantasie, anche se esso apparirà nel nostro banchetto, come una mummia egiziana. Un uomo che sta stretto al suo pensiero,concepisce di se idee grandiose.
Egli è conscio di un successo universale, anche se conquistato con uniformi e particolari sconfitte. Nè preferenza, nè poteri, nè oro, nè forza, possono stargli a pari. Io non posso fare a meno di confidare più nella mia povertà che nella vostra ricchezza. Non posso rendere la vostra conoscenza equivalente alla mia. Solo la stella rifulge; il pianeta ha una debole luce, come quella della luna. Io sento ciò che voi dite delle ammirevoli doti e del provato carattere della persona che lodate, ma benvedo che nonostante i suoi mantelli purpurei, non mi piacerà, a meno che egli sia un povero Greco, quale io sono. Io non posso negare, o amico, che l’immensa ombra del Fenomeno copre anche te, nella sua immensità screziata e variopinta, anche te, comparato col quale ogni altra cosa è ombra. Tu non sei l’Esserecome la Verità è, come la Giustizia è; tu non sei la mia anima, ma una pittura ed una effigie di essa. Tu venisti a me tardi, eppure tu riprendi già il tuo cappello ed il tuo mantello. Forse che l’anima non produce amici, come l’albero produce foglie; e come l’albero con la germinazione di nuove gemme esclude le vecchie foglie, così l’anima non esclude i vecchi amici? La legge della natura è un’eterna alternativa. Ogni stato elettrico presuppone il suo contrario. L’anima si attornia di amici al fine di poter penetrare in una più grande conoscenza di sè o in una maggiore solitudine; e procede da sola per un tempo, onde innalzare la sua condotta o la sua società. Questo metodo si delinea in tutta la storia delle nostre relazioni personali. Sempre l’istinto dell’affezione nutre la speranza di unirsi coi nostri simili, e sempre il vigile senso dell’isolamento ci richiama. Così ogni uomo passa la sua vita ricercando l’amicizia; eppure se egli tenesse presente il suo vero sentimento potrebbe scrivere una lettera come questa ad ogni nuovo candidato del suo amore.
«Caro amico,
«Se io fossi sicuro di te, sicuro della tua capacità, sicuro che le nostre tendenze s’incontrassero, io prenderei in considerazione il tuo andare e venire. Io non sono molto saggio; il mio amore è facilmente conquistabile; io rispetto il tuo spirito; esso non è ancora stato da me scandagliato; pure non oso presumere in te una perfetta intelligenza del mio essere, e così tu mi sei un delizioso tormento. Tuo per sempre o giammai».
Pure questi piaceri inquieti e queste pene raffinate sono idonei per il nostro desiderio di cose nuove e non per la vita. Essi non debbon venire coltivati, perchè sarebbe un tessere una tela di ragno e non una stoffa. Le nostre amicizie si volgono a rapide e povere conclusioni perchè noi le abbiamo intessute di vino e di sogni anzichè della solida fibra del cuore umano! Le leggi dell’amicizia sono grandi, austere ed eterne, fatte con la stessa trama delle leggi della natura e della morale. Ma noi abbiamo aspirato ad un rapido e piccolo beneficio, per suggere una subitanea dolcezza. Noi strappiamo nel giardino di Dio il frutto lento, che abbisogna di molti estati e di molti inverni per maturare. Noi cerchiamo il nostro amico non religiosamente, ma con una passione adulterata, che vorrebbe appropriare lui a noi stessi. Invano. Noi siamo imbevuti d’un sottile antagonismo che, non appena c’incontriamo con lui, comincia a farci beffe e a tradurre tutta la nostra poesia in una prosa scipita. Quasi tutti gli uomini s’abbassano coll’incontrarsi. Ogni associazione deve essere un compromesso e, ciò che è peggio, il vero fiore e l’aroma di ogni bella natura scompare tosto che esse si avvicinano l’un l’altra. Quale perpetua delusione è la società attuale, anche quella dei virtuosi e dei favoriti! Dopo che gli incontri sono avvenuti in seguito a lunga preparazione, noi dobbiamo essere afflitti da saluti avversi, da improvvise ed inopportune apatie, da epilessie di spirito e di senso nei bei giorni dell’amicizia e del pensiero. Le nostre facoltà non ci rappresentano il vero e ciascuno si ristora con la solitudine.
Io dovrei essere uguale in ogni relazione. Non ha importanza il numero dei miei amici e la soddisfazione che io posso trovare nel conversare con essi, se uno solo v’è con cui io non sia uguale. Se io mi sono ritrattoda una contesa, perchè impari, istantaneamente la gioia ch’io posso provare in tutto il resto diviene meschina e pusillanime. Io detesterei me stesso se allora io facessi degli altri miei amici il mio rifugio. «Il valente guerriero rinomato per le battaglie, vinto una volta dopo cento vittorie, è cancellato dal libro dell’onore e tutto il resto per cui egli faticò vien dimenticato».
La nostra impazienza è così acerbamente ripresa. Il timore e l’apatia sono un arrendevole riparo, nel quale un delicato organismo viene protetto da un prematuro germogliare. Esso si perderebbe, se conoscesse se stesso, prima che qualcuna delle anime migliori fosse matura abbastanza per comprenderlo ed affermarlo. Rispetta la lentezza della natura che indurisce il rubino in un milione d’anni e opera nell’infinita estensione del tempo, in cui le Alpi e le Ande vanno e vengono come arcobaleni! Il buon genio della nostra vita non ha paradiso che sia ricompensa della nostra precipitazione. L’amore che è l’essenza di Dio non esiste per la vanità, ma per il totale valore dell’uomo. Non si abbia nei nostri rapporti una fanciullesca voluttà, ma la dignità più austera, ed avviciniamo i nostri amici con un’audace fiducia nella lealtà dei loro cuori e nella saggia ed indistruttibile liberalità dei loro propositi.
Poichè è impossibile sottrarsi al fascino di questo argomento io tralascio per poco ogni considerazione intorno ai subordinati benefici sociali, per parlare di questa elevata e sacra relazione, che è una specie di assoluto e che abbandona il dubbio e comune linguaggio dell’amore tanto il suo è più puro e più divino.
Io non desidero trattare le amicizie delicatamente, ma con il più ruvido coraggio. Quando sono reali, esse non sono steli di cristallo o ricami di brina, bensì le più solide cose che noi conosciamo. Al presente, dopo tanti anni di esperienza, che cosa sappiamo noi dellanatura o di noi stessi? L’uomo non si è inoltrato d’un solo passo nella soluzione del problema del suo destino. L’intero universo degli uomini sta in una condanna all’imbecillità della mente. Ma la dolce gioia sincera e la pace, che io traggo da questa alleanza con l’anima d’un mio fratello, è il nocciolo, di cui ogni natura ed ogni pensiero non sono che il guscio e la corteccia. Felice è la casa che accoglie un amico! Essa può ben essere costrutta come un padiglione o un arco di festa per intrattenerlo anche un solo giorno. Più felice ancora se egli comprende la solennità di tale relazione e onora le sue leggi. L’amicizia non è un ozioso legame, non è un’occupazione domenicale. Colui che offre se stesso come candidato a tale accordo, si solleva come un Olimpico ai più alti gradi, dove convengono gli eletti del mondo. Egli propone se stesso per contese dove il Tempo, il Bisogno, il Pericolo sono in gara, e quegli solo è vincitore che ha nella sua costituzione vigore sufficiente da preservare la sua delicata bellezza dall’uso e dal contatto di tutte queste cose. I doni della fortuna posson essere presenti o assenti, ma tutto lo svolgersi di tale lotta dipende dalla intrinseca nobiltà e dal disprezzo per le cose insignificanti. Ci sono due elementi che concorrono a formare l’amicizia ed entrambi così sovrani, ch’io non posso scoprire nell’uno, superiorità o ragioni tali da esser nominato prima dell’altro. Uno di essi è la Lealtà. Un amico è una persona con la quale io posso esser sincero; dinanzi a lui io posso pensare ad alta voce. In sua presenza io mi trovo con un uomo così reale ed uguale a me, da potere smettere quelle vilissime abitudini di dissimulazione, di cortesia e di secondo pensiero, che gli uomini mai abbandonano; ed io posso trattare con lui con quella semplicità, con la quale un atomo chimico si unisce ad un altro atomo. La sincerità, come i diademi e l’autorità, è la voluttàconcessa solo alle più alte classi, che possono dir la verità, non avendo alcuno al disopra da riverire od a cui conformarsi. Ogni uomo solo è sincero; l’ipocrisia comincia all’arrivo di un secondo uomo. Noi evitiamo e sfuggiamo l’approccio del nostro simile per mezzo dei complimenti, delle chiacchiere, degli affari e dei diletti. Noi celiamo il nostro pensiero a lui sotto mille pieghe. Io conobbi un uomo che sotto il dominio d’una certa religiosa frenesia si spogliava di questo drappeggio, ed omettendo ogni complimento ed ogni luogo comune, parlava alla coscienza di ciascuno con grande penetrazione e bellezza. Dapprima gli si resisteva e tutti ammettevano che egli era pazzo. Ma persistendo (ed egli in verità non poteva far altrimenti) e per qualche tempo in questa linea di condotta, egli ottenne il vantaggio di trascinare ogni uomo di sua conoscenza a relazioni sincere. Nessun uomo mai avrebbe pensato di mentire con lui o d’intrattenerlo con delle chiacchiere da mercato o da gabinetto di lettura. Ma ciascuno era costretto da tanta sincerità a guardarlo nel viso, ed a rivelargli quale amore di natura, quale poesia, quale simbolo di verità egli possedesse. Ma alla maggior parte di noi la società non mostra il suo viso ed il suo occhio, ma il suo fianco ed il suo dorso. Contrarre relazioni sincere con gli uomini in una falsa età, è segno di pazzia, non è vero? Raramente noi possiamo andare dritti allo scopo. Quasi ogni uomo che incontriamo richiede qualche riguardo, richiede di essere rallegrato; egli ha qualche rinomanza, qualche talento, qualche capriccio religioso o filantropico nel suo capo, che non deve essere discusso, e che impedisce ogni rapporto con lui. Ma un amico è uomo equilibrato, che addestra me e non la mia abilità d’invenzione. Il mio amico s’intrattiene con me senza pretendere ch’io m’avvilisca o balbetti o mi camuffi. Un amico,pertanto, è una specie di paradosso in natura. Io che sono solo, io che nella natura non vedo nulla la cui esistenza io possa affermare con uguale evidenza della mia, io contemplo l’immagine del mio essere, in tutta la sua altezza e varietà riprodotta in una forma che non è la mia; cosicchè un amico può ben essere riconosciuto il capolavoro della natura.
L’altro elemento dell’amicizia è la Tenerezza. Noi siamo legati agli uomini da ogni specie di vincoli, dal sangue, dall’orgoglio, dal timore, dalla speranza, dal lucro, dalla brama, dall’odio, dall’ammirazione, da ogni circostanza, da ogni pegno e da ogni nonnulla; ma possiamo a mala pena credere che possa sussistere in uno di essi una qualità tale da avvincerci con l’amore. Uno vi può essere così benedetto, e siamo noi così puri da potergli offrir della tenerezza? Quando un uomo mi diviene caro, io ho toccato la méta della fortuna. Io trovo intorno a questo argomento molto poco nei libri, che sia scritto direttamente al cuore. Eppure ho un testo che non posso fare a meno di ricordare. Il mio autore dice «Io mi offro senza slancio e ruvidamente a coloro, ai quali effettivamente appartengo, e mi offro meno a colui, al quale sono maggiormente devoto». Io vorrei che tale amicizia avesse dei piedi, come ha occhi ed eloquenza; essa dovrebbe radicarsi in terra prima d’innalzarsi fino al cielo, e vorrei che fosse un poco dell’uomo prima di appartenere completamente al cherubino. Noi censuriamo il cittadino perchè fa dell’amore una comodità. Esso è per lui uno scambio di doni, di prestiti utili; è un buon vicino; un infermiere per gli ammalati; esso tiene i cordoni al funerale; e così vanno perdute completamente le delicatezze e la nobiltà della relazione. Ma sebbene non possiamo trovare il dio sotto questa maschera di cantiniere, pure non possiamo perdonare d’altra parte al poeta, se egli tesse lasua tela troppo fina, e non rende sostanziale il suo romanzo con le virtù civiche della giustizia, della puntualità, della fedeltà, e dell’amore. Io odio la prostituzione del nome «amicizia» per significare alleanze manierate e mondane. Preferisco di molto la compagnia dei contadini o dei mercanti di stagno all’amicizia elegante e profumata, che celebra le sue adunanze con frivole manifestazioni, con passeggiate in carrozza e con pranzi nelle migliori taverne. Lo scopo dell’amicizia è stringere il più stretto, il più familiare rapporto che possa essere immaginato; esso serve d’aiuto e di conforto attraverso tutte le relazioni e le vicissitudini della vita e della morte; è idoneo per i giorni sereni, per i doni graziosi e per le passeggiate campestri, ma anche per le vie penose, per gli aspri passaggi, per il naufragio, per la povertà e la persecuzione. L’amicizia pure s’accompagna con gli impeti dello spirito ed i rapimenti della religione. Noi dobbiamo dare dignità ai bisogni giornalieri ed agli uffici della vita dell’uomo, ed abbellire questa con il coraggio, con la saggezza e con l’unione. L’amicizia non dovrebbe mai cadere in ciò che è usuale e determinato, ma dovrebbe essere vigilante ed ingegnosa, ed aggiungere poesia e ragione a ciò che era servile lavoro.
Può dirsi che la perfetta amicizia richiede nature così rare e squisite, così ben contemperate e così felicemente adattate l’una all’altra, (poichè anche a questo riguardo un poeta dice che l’amore domanda che le parti siano esattamente bilanciate) che per questa sua necessità essa solo raramente può aver effetto. Essa non può sussistere nella sua perfezione fra più di due esseri, dicono alcuni di coloro che sono dotti in questa ardente dottrina del cuore. Io non sono così rigido nei miei termini, forse perchè non conobbi un’amicizia così elevata come altri conobbero. Io ricreo maggiormente la miaimmaginazione con un gruppo d’uomini nobilissimi, in rapporti diversi tra loro e fra i quali sussiste un’alta intelligenza. Ma io credo che questa leggedi uno ad unoè perentoria per la conversazione, che è la pratica ed il compimento dell’amicizia. Non mescolate troppo le acque. Le migliori si mescolano così male come le buone e le cattive. Avrete dei discorsi utili e rallegranti volta a volta parlando con due uomini diversi; ma unitevi tutti e tre, e non avrete una sola parola nuova e cordiale. Due possono conversare e uno può udire, ma tre non possono prendere parte ad una conversazione sincera ed elevata. Nella buona società non vi è mai fra due persone che parlano l’uno da un capo e l’altro dall’altro della tavola un discorso uguale a quello che succede quando voi li lasciate soli. Nella buona società gli individui immergono il loro egoismo in un’anima collettiva che esattamente riflette e contiene le parecchie coscienze ivi presenti. Nessuna parzialità dell’amico verso l’amico, nessuna affezione del fratello per la sorella, della sposa per il marito, è costì a proposito, ma esattamente l’opposto. Solo quegli può parlare, che sa navigare sul pensiero comune della comitiva e non limitarsi poveramente al suo proprio pensiero. Ora questa convenzionalità, richiesta dal buon senso, distrugge il libero spaziare della grande conversazione, che vuole il fondersi di due anime in una sola.
Lasciate soli due uomini, essi entreranno in rapporti più semplici: anzi la loro affinità sarà quella che stabilirà il tema della loro conversazione. Gli uomini che non hanno relazioni fra loro, arrecano poca gioia l’uno all’altro, e mai sospetteranno i poteri latenti di ciascuno di essi. Noi parliamo talvolta di un grande talento per il conversare, come se ciò fosse una proprietà permanente in qualche individuo; ma la conversazione è una fuggevole relazione e null’altro. Un uomo è rinomato peravere pensiero ed eloquenza; e con tutto ciò, egli non sa dire una parola a suo cugino od a suo zio. Essi biasimano il suo silenzio con altrettanta ragione con cui potrebbero biasimare l’inutilità di un quadrante solare nell’ombra. Al sole esso segnerà l’ora, e fra quelli che godono del suo pensiero, quel tale uomo riacquisterà la sua favella.
L’amicizia richiede quel raro medium tra uguaglianza e disparità, da cui ciascuno è stimolato, alla presenza della superiorità o dell’accondiscendenza dell’altro. Preferisco rimanere solo fino alla fine del mondo, piuttosto che il mio amico sorpassi di una sola parola o di un solo sguardo la sua simpatia reale. Io sono ugualmente deluso dalla sua avversione come dalla sua condiscendenza. Non cessi egli un solo istante di essere se stesso. L’unica gioia che provo nel suo essere mio, è che ciò chenon è mio, è mio. Mi ripugna di trovare un cumulo di concessioni, dove cercavo un aiuto virile od almeno una virile resistenza. È meglio essere una spina al fianco del vostro amico, che essere la sua eco. La condizione che l’alta amicizia richiede è l’abilità di far senza di essa. Questo grande ufficio richiede uomini grandi e sublimi. Vi devono essere veramentedue, prima che vi possa essere unvero uno. Vi dev’essere un’alleanza di due nature grandi, formidabili, vicendevolmente contemplatesi e vicendevolmente temutesi, prima che venga riconosciuta, fra le disparità, la profonda identità unificatrice.
Solo colui che è magnanimo, è adatto per questa unione, e tale egli dev’essere per conoscerne le leggi. Egli dev’essere colui, che è sicuro che la grandezza e la bontà sono sempre regole di prudenza. Dev’essere colui che non è pronto per intervenire con la sua fortuna; nè osi egli d’intervenire. Lasciate al diamante i suoi secoli per crescere, nè sperate di affrettare le nascitedell’eterno. L’amicizia richiede un trattamento religioso. Noi non dobbiamo essere caparbi e timorosi. Noi parliamo di scegliere i nostri amici, ma gli amici si eleggono da sè. La reverenza pure è grande parte dell’amicizia. Trattate il vostro amico come uno spettacolo. Naturalmente se egli è un uomo, ha dei meriti che non sono vostri, e che voi non potete onorare, se lo volete tenere troppo vicino alla vostra persona. State discosti; date posto a questi meriti; lasciate che salgano e si espandano. Non siate tanto suo amico da non conoscere le sue peculiari energie; siate appassionati come le madri, che custodiscono la loro figlia in casa, finchè essa è ragazza. Siete voi l’amico dei bottoni del vostro amico o del suo pensiero? Ad un grande cuore egli sarà ancora un ignoto per mille particolari cose, perchè possa raggiungerlo in questa terra promessa. Lasciate ai ragazzi ed alle ragazze il còmpito di guardare un amico come una proprietà, e di suggere un breve e confuso piacere, anzichè il puro nettare degli Dei.
Acquistiamo il nostro ingresso in questa corporazione con una lunga preparazione. Perchè dovremmo noi profanare anime nobili e belle coll’introdurci inopportunamente presso di loro? Perchè opprimere con precipitosi rapporti personali il vostro amico? Perchè andare a casa sua e conoscere sua madre, i fratelli suoi e le sue sorelle? Perchè essere visitato da lui nella vostra casa? Sono queste cose necessarie alla vostra alleanza? Lasciamo da parte queste patetiche e lacrimevoli cose. Sia egli per me uno spirito. Io voglio da lui un messaggio, un pensiero, la sincerità, uno sguardo, e non delle notizie od un pranzo. Io posso disputar di politica, tener conversazioni frivole, e relazioni col vicinato per mezzo di compagni di minor valore. All’incontro non dovrebbe essere per me la comunione con il mio amico, poetica, pura, universale e grande come la natura stessa?Dovrei io sentire che il nostro legame è profano, se lo paragono a quella nuvola che dorme sull’orizzonte o a quel cespuglio d’erba ondeggiante, che divide il ruscello? Non avviliamo l’amicizia, ma innalziamola. Questo grande occhio sfidante, quest’altera bellezza di portamento o di azione, non v’induca ad abbassarvi ma piuttosto a fortificarvi ed innalzarvi. Adorate le sue eccellenze. Guarda il tuo amico come il tuo alter-ego; abbi per lui un regno; sia egli per te eternamente una specie di bel nemico indomabile, devotamente riverito e non un’opportunità banale da essere tosto superata e messa in disparte. I colori dell’opale, la luce del diamante non si possono vedere se l’occhio è troppo vicino. Scrivo al mio amico una lettera e ne ricevo una da lui. Ciò vi sembra poco. Per me è sufficiente: è un dono spirituale degno di lui nel dare, degno di me nel ricevere. Ciò non sconsacra alcuno. In questa lettera il cuore si confiderà come non si confiderà alla lingua, e profetizzerà un’esistenza più divina di quella che tutti gli annali dell’eroismo hanno fin’ora rivelata.
Rispettate le sante leggi di quest’amicizia col non portar danno, con la vostra impazienza, al suo fiore perfetto prima che sbocci. Dobbiamo appartenere a noi stessi, prima di appartenere a qualcun altro. Nel delitto vi è, secondo il proverbio latino, questa soddisfazione: voi potete parlare al vostro complice in termini d’uguaglianza:Crimen, quos inquinat, aequat. Noi non possiamo subito affermare ciò rispetto a coloro che ammiriamo ed amiamo. Inoltre il più piccolo difetto nel possesso di se stesso vizia a mio giudizio l’intiera relazione. Non vi potrà mai essere una profonda pace fra due spiriti, mai un mutuo rispetto, finchè nel loro dialogo, ognuno rappresenti il mondo intiero.
Portiamo con la maggiore maestà di spirito possibile ciò che è così grande come l’amicizia. Stiamo insilenzio — affinchè possiamo udire il bisbiglio degli dei. Non interveniamo. Chi vi ha ordinato di pronunciare ciò che voi vorreste dire alle anime elette? o chi vi ha ordinato di dire cosa alcuna ad esse? Non importa che le nostre parole siano ingegnose o graziose o blande. Vi sono innumerevoli gradi di follìa e di sapienza, e il dire cosa alcuna è per voi insignificante. Attendi, ed il tuo cuore parlerà. Attendete finchè il necessario e l’eterno vi dominino, finchè il giorno e la notte si servano delle vostre labbra. L’unica moneta di Dio è Dio; Egli giammai paga con qualche cosa di meno o con qualche cosa di più. L’unica ricompensa della virtù è la virtù; l’unico modo di avere un amico è di essere uno. Vano è lo sperare di approssimarsi ad un uomo col frequentare la sua casa. Se egli è dissimile, l’anima sua fuggirà da voi con maggiore velocità, e voi non incontrerete mai più uno sguardo del suo occhio. Noi vediamo l’anima nobile da lontano: essa già ci respinge: perchè dovremmo noi importunarla? Tardi, molto tardi, noi ci avvediamo che nessuna disposizione, nessuna nuova relazione, nessuna consuetudine o costume di società, sarebbe vantaggioso per porre noi in relazione con coloro che noi desideriamo — ma che in tal caso solamente l’elevazione della nostra natura allo stesso livello della loro, è necessario; allora ci incontreremo come acqua incontra acqua; e se non li incontreremo, non ne avremo bisogno, perchè noi siamo già essi.
In ultima analisi l’amore è solo il riflesso della dignità di un uomo sopra altri uomini. Gli uomini hanno talvolta scambiato i propri nomi con quelli dei loro amici come per significare che, nel loro amico, ognuno di loro amava la propria anima.
Quanto più elevata è la natura richiesta dall’amicizia, tanto meno facile è materiarla in carne ed ossa. Noi camminiamo soli nel mondo. Gli amici, tali come lidesideriamo, sono sogni e favole. Ma una sublime speranza rallegra eternamente il cuore fidente che altrove, in altre regioni del potere universale, altre anime stanno in questo momento operando, soffrendo ed osando, anime che possono amarci e che possiamo amare. Noi possiamo congratularci che il periodo della minorità, della follìa, degli errori e della vergogna, sia passato nella solitudine, e che quando siamo uomini compiuti, noi possiamo stringere con mano d’eroe le mani di altri eroi. Da ciò che voi avete già veduto, siate ammoniti di non stringere amicizia con le persone volgari, con le quali nessuna amicizia vi può essere.
La nostra impazienza ci spinge ad unioni stupide ed inconsiderate, che nessun Dio protegge. Invece persistendo nella vostra via, anche se perdete il poco, guadagnerete il molto. Voi a questo modo vi palesate in maniera da mettervi al sicuro da false relazioni, e vi attirate gli eletti del mondo — quei rari pellegrini, dei quali solo uno o due vagano nella natura contemporaneamente, e davanti a cui tutto quanto è volgare si mostra semplicemente come spettro ed ombra.
Stolto è il timore di rendere i nostri legami troppo spirituali, come se in tal modo potessimo perdere qualsiasi amore genuino. Qualunque sia la correzione che noi facciamo alle nostre opinioni popolari per mezzo di una più intima conoscenza, noi dobbiamo esser sicuri che la natura ci soccorre, che ci ripagherà largamente di qualche gioia sottratta. Sentiamo l’assoluto isolamento dell’uomo! Noi siamo sicuri di avere tutto in noi. Andiamo in Europa, seguiamo delle persone, leggiamo dei libri, ma con la fede istintiva che questi rivelano noi a noi stessi. Accattoni tutti! Gli uomini sono come noi siamo; l’Europa è un vecchio scolorito vestito di persone morte ed i libri sono i loro spettri. Lasciamo perire questa idolatria. Rinunciamo a questoaccattonaggio. Diciamo addio perfino ai nostri più cari amici, e apostrofiamoli dicendo: «Chi siete voi? Lasciatemi. Non voglio più essere dipendente. Ah! non vedi, fratello, che noi così ci dividiamo solamente per ritrovarci in un punto più alto, e solamente per essere più uno dell’altro, perchè noi apparterremo più a noi stessi?» Un amico ha il viso di Giano Bifronte; egli guarda il passato ed il futuro. Egli è il figlio di tutte le mie ore passate, il profeta di quelle future ed il precursore di un amico più grande; poichè è proprietà del divino, l’essere riproduttivo.
Io agisco allora coi miei amici come coi miei libri. Li avrò dove posso trovarli, ma li userò raramente. Noi dobbiamo avere la società, regolata dalle condizioni dettate dai noi stessi, ed ammetterla od escluderla per la più leggera causa. Io non posso permettermi di parlare molto con il mio amico. Se egli è grande, egli mi fa così grande che non posso discendere per conversare. Nei grandi giorni i presentimenti svolazzano davanti a me nel firmamento. Io dovrei allora dedicarmi ad essi. Io entro ed esco per poterli afferrare; e solo temo di perderli se indietreggiano nel cielo, nel quale sono ora soltanto un punto di luce più brillante. Allora, sebbene stimi i miei amici, non posso conversare con loro e studiare le loro visioni, onde non perdere le mie. Certamente il tralasciare queste alte osservazioni, questa astronomia spirituale o questa ricerca di stelle, e lo scendere verso simpatie cordiali con voi mi concederebbe una certa gioia familiare; ma allora io, ben lo so, compiangerei per sempre lo svanire delle mie possenti divinità. È pur vero che la settimana prossima avrò tristi momenti, nei quali io potrò occuparmi di obbietti estranei; allora rimpiangerò la perduta letteratura della vostra mente, e desidererò di ritrovarvi ancora al mio fianco. Ma se voi verrete, forse empirete soltanto ed ancora lamia mente di nuove visioni; non di voi stessi, ma della vostra vanità; io non sarò più atto di quanto lo sia ora a conversare con voi e dovrò rendere ai miei amici questa fuggevole corrispondenza. Io riceverò da essi, non ciò che essi hanno, ma ciò che essi sono. Essi mi daranno ciò che in realtà essi non possono darmi, ma ciò che irradia da loro. Ma essi non mi legheranno con alcun altro rapporto meno sottile e puro. Noi ci incontreremo come se non ci incontrassimo, e ci lasceremo come se non ci lasciassimo.
Ultimamente mi sembrò più possibile di quanto io pensassi l’avere una grande amicizia da una parte, senza esserne corrisposto dall’altra. Perchè dovrei amareggiarmi con il triste fatto che chi riceve non è degno di ricevere? Il sole non è per nulla turbato se alcuni dei suoi raggi cadono vanamente in qualche luogo ingrato, e se solo una piccola parte cade sulla superficie riflettente del pianeta. Serva la vostra grandezza ad educare il compagno rude e freddo. Se egli non è pari a te, egli se n’andrà; ma tu sei ingrandito dalla tua propria luce, e non sarai più compagno per le rane ed i vermi, ma ti innalzerai e arderai con gli dei dell’empireo. Si crede che l’amore non corrisposto sia una sciagura. Ma i grandi vedranno che il vero amore non può essere corrisposto. L’amore vero trascende in breve l’oggetto indegno e si sofferma nell’eterno, e quando la povera maschera frapposta si sgretola, non si rattrista, ma si sente liberato da altrettanta polvere, e gioisce maggiormente della sua indipendenza. Pure queste cose possono appena dirsi senza una specie di tradimento per le relazioni dell’amicizia. L’essenza dell’amicizia è l’integrità, la magnanimità e la fiducia. Essa non deve aver sospetti o preveggenze di possibili infermità. Essa tratta il suo oggetto come un Dio, affinchè esso possa deificare entrambi.