ATTO TERZO.

ATTO TERZO.

La scena del secondo atto. Sono calate le tende delle vetriate del soffitto. È il mattino.

La scena del secondo atto. Sono calate le tende delle vetriate del soffitto. È il mattino.

(Erminio è seduto al tavolo e sta ritoccando delle fotografie. Molte altre gli stanno davanti. Dopo qualche secondo dall’alzata del sipario entra Gina in cappello e mantello, e con un cesto coperto sotto il braccio).

(Erminio è seduto al tavolo e sta ritoccando delle fotografie. Molte altre gli stanno davanti. Dopo qualche secondo dall’alzata del sipario entra Gina in cappello e mantello, e con un cesto coperto sotto il braccio).

Erm.Sei già qui Gina?

Gina.Mi sono affrettata, non c’è tempo da perdere (posa la cesta su una sedia e si leva mantello e cappello).

Erm.Sei andata a vedere se Gregorio abbisogna di qualche cosa?

Gina.Sì, ma sai che il tuo Gregorio è un grande originale?

Erm.Che intendi dire?

Gina.Dice che sa fare ogni cosa da sè e volle accendere la stufa, dimenticandosi di aprire la valvola, in modo che la stanza si è ben presto empita di fumo; c’era un odore tale! (Erminiosorride) Poi volendo spegnere il fuoco ci rovesciò sopra una secchia d’acqua e m’ha inondato tutto il pavimento.

Erm.Questo non è piacevole.

Gina.Ho dovuto chiamare quella donna che sta abbasso, per farle pulire il suolo; ma fino a mezzogiorno, per lo meno, in quella stanza non ci si entra.

Erm.E lui che ha fatto?

Gina.Voleva uscire.

Erm.Mentre eri fuori fui da lui un momento.

Gina.Sì, lo so, me lo disse lui, mi disse anche che l’avevi invitato a colazione.

Erm.A una colazione da poco, frugale, molto frugale; ero in obbligo di farlo. E poi tu non hai mai la dispensa sfornita del tutto.

Gina.Allora vado a vedere cosa ho. (si avvia verso la cucina)

Erm.Bada di non fare troppo poco.... Credo che abbiano a venire anche Relling e Molvik; li ho incontrati sulle scale e non potevo....

Gina.Dunque avremo a colazione anche quei due?

Erm.Due amici.... non è gran che.

Ekdal.(sporgendo il capo dalla sua porta) Dimmi Erminio io ti devo parlare.... (vedendo Gina cambia tono) Bene, bene.... Più tardi..... C’è tempo, c’è tempo.

Gina.Nonno cosa vuole?

Ekdal.Nulla, nulla. (brontolando richiude l’uscio della sua stanza)

Gina.(prendendo il cesto) Bada non abbia ad uscire.

Erm.Sta tranquilla.... senti dovresti preparare un’insalata di aringhe, tanto Relling che Molvik ne sono ghiotti.

Gina.Vedrò, vedrò, lascia fare a me. Purchè non capitino qui troppo presto.

Erm.C’è tempo, fa pure il tuo comodo.

Gina.Meglio, tu potrai lavorare un poco.

Erm.Non vedi? Lavoro più che posso.

Gina.Se puoi finire prima di colazione poi non ci pensi più e sei libero per fare quello che vuoi. (va in cucina)

(Pausa durante la quale Erminio lavora sempre seduto al suo tavolo, ma deve lavorare svogliatamente).

(Pausa durante la quale Erminio lavora sempre seduto al suo tavolo, ma deve lavorare svogliatamente).

Ekdal.(sporge la testa dalla sua stanza, guarda che non ci sia nessuno e a voce bassa) Hai fretta?

Erm.Sì, temo già d’arrabbiarmi con questa benedetta fotografia.

Ekdal.Se hai fretta non ti disturbo, non ti disturbo. (rientra lasciando la porta aperta)

Erm.(torna a lavorare ma dopo alcuni secondi posa il pennello rivolgendosi verso la stanza di Ekdal) Papà? papà?

Ekdal.(da dentro) Ora sono io che ho fretta, sono io. (brontola parole inintelligibili)

Erm.Fa quello che vuoi. (torna al lavoro)

Ekdal.(sulla soglia dell’uscio) Del resto poi, Erminio, una grande fretta io non l’ho.

Erm.Credevo tu fossi seduto a scrivere.

Ekdal.Al diavolo anche Groberg! Un giorno o due potrà bene aspettare e....

Erm.E tu poi, non sei uno schiavo.

Ekdal.Ti ho da parlare a proposito dell’anitra.

Erm.Vuoi andarci? Vuoi che t’apra l’uscio?

Ekdal.Sì, mi fai un piacere.

Erm.(si alza e apre i due battenti del solaio) Anche questo è finito.

Ekdal.Sicuro, hai ragione, per domani ha da essere finito tutto.

Erm.Già, domani. (dal solaio aperto vedesi nel fondo la luce del sole, mentre vedonsi galline per terra che razzolano e piccioni che volano).

Erm.Entra dunque, cosa aspetti?

Ekdal.(entrando) E tu?

Erm.Credi forse.... (scorgendo Gina che s’affaccia alla porta della cucina) Io? Non ho tempo, ho da lavorare. Ma con questa luce!... (abbassa una tenda che copre l’entrata al solaio; la tenda sarà di vecchia e grossa tela nel fondo, ma la parte superiore è formata da una rete, per modo da potere vedere, stando in piedi nel solaio, andando al tavolo) Mi lasciassero almeno in pace cinque minuti.

Gina.Volle entrare là.... Farò del rumore poi.

Erm.Sarebbe stato meglio, quasi, fossi sceso, per un poco alla bettola. (sedendosi) Vuoi qualche cosa?

Gina.Volevo domandarti se ho da apparecchiare qui per la colazione.

Erm.Se venisse qualche cliente oggi?

Gina.Non verranno che quei due sposi che vogliono farsi fare il ritratto.

Erm.(arrabbiato) Non potevano scegliere un altro giorno?

Gina.Ma non verranno prima della una, e a quell’ora tu dormi.

Erm.(calmandosi) Allora tutto va bene (Erminio durante queste battute ha lavorato sempre)

Gina.Mi raccomando lavora, di questa tavola non ho bisogno; apparecchierò su questa di mezzo.

Erm.(seccato) Mi pare che lavoro a faccio tesoro dei minuti.

Gina.(con voce dolce) Io faccio presto, dopo sei libero. (ritorna in cucina)

Ekdal.(sulla porta del solaio, ma sempre dietro la rete) Erminio?

Erm.Che c’è?

Ekdal.(c. s.) Credo che se spingessi in là la tinozza.

Erm.È un pezzo che tu lo dicevi.

Ekdal.(brontolando si allontana dall’uscio)

Erm.(continua a lavorare ma guarda di sottocchi il solaio, poi fa per alzarsi ma vedendo Edvige torna a sedersi prestamente)

Erm.(a Edvige) Cosa vuoi?

Edvige.Volevo salutarti papà.

Erm.(dopo una breve pausa) O sei forse venuta per assicurarti di ciò che io faceva? Hai forse da fare la guardia?

Edvige.(con forza) Io papà? No!...

Erm.(sempre lavorando) Cosa fa la mamma.

Edvige.Prepara l’insalata di aringhe. (avvicinandosi a Erminio) Vuoi che ti aiuti in qualche cosa?

Erm.No, no; è molto meglio che faccia tutto da me. Di te non c’è bisogno, almeno fino a che sarò sano.

Edvige.Non dire queste cose. (gira per la stanza fino a che giunta al solaio s’alza sulla punta dei piedi per vedere, attraverso la rete nell’interno)

Erm.(che l’avrà seguita cogli occhi) Cosa fa?

Edvige.(senza rivoltarsi e sempre guardando) Scava il terreno, procura di fare un muro canale per l’acqua della tina.

Erm.(lavorando) Da solo, non ci riescirai mai piùl Male.... Io ho da lavorare.

Edvige.(avvicinandosi) Dammi il pennello, papà sono capace anch’io.

Erm.No.... per guastarti la vista.

Edvige.Esagerazioni.... Dammi il pennello.

Erm.(alzandosi) Già non si tratta che di due minuti.

Edvige.Non avere furia. (si siede al posto di Erminio, prende il pennello e si mette a lavorare) È cosa facile, c’è anche il modello.

Erm.Ma non stancarti gli occhi.... Sei tu nevvero che hai voluto?... In cinque minuti ho finito.

Edvige.(lavorando) Non dubitare, non dubitare.

Erm.(guardandola lavorare) Sei molto brava, bravaEdvige.Circa due minuti eh? (alza la tenda ed entra nel solaio, Edvige al tavolo lavora, si sentono Ekdal e Erminio che disputano)

Erm.(alzando la tenda e sporgendo il capo) Edvige dammi quella tenaglia che è sulla scrivania. (volgendosi entro il solaio) Lascia fare da me, papà, lascia fare da me.

Edvige.(s’alza e dà la tenaglia a Erminio)

Erm.Grazie.... Fu una fortuna che venissi, se no me ne faceva una grossa. (ritira il capo, entra nel solaio)

(Edvige guarda un poco attraverso la rete poi torna a lavorare, intanto hanno picchiato all’uscio, Edvige non si accorge).

(Edvige guarda un poco attraverso la rete poi torna a lavorare, intanto hanno picchiato all’uscio, Edvige non si accorge).

Greg.(dal di dentro) Si può....

Edvige.(s’alza e andando ad incontrarlo) Buon giorno signor Gregorio.

Greg.(entrando) Buon giornoEdvige.(s’ode picchiare nel solaio) Avete gli operai in casa?

Edvige.(sorridendo) Il papà e il nonno sono di là che lavorano. Ora avviso papà. (si avvia verso il solaio)

Greg.No, aspetto volontieri. (si siede sul divano)

Edvige.C’è un disordine qui. (fa per ritirare le fotografie dal tavolo)

Greg.Le lasci pure. (prendendone una) Hanno da essere ritoccate?

Edvige.Sì, tento di aiutare papà.

Greg.Lavori; non faccia complimenti per me.

Edvige.Grazie. (torna a sedere al tavolo e lavora, Gregorio la guarda, nel solaio continuano a battere)

Greg.(dopo breve pausa) L’anitra selvatica ha dormito bene questa notte?

Edvige.(lavorando) Credo di sì, grazie.

Greg.E ci sta spesso lei con l’anitra?

Edvige.Tutti i momenti liberi che ho.

Greg.Non ne ha dunque molti? Non va più a scuola?

Edvige.Ora non più; babbo non vuole, teme che mi si guasti la vista.

Greg.Erminio dunque l’istruisce?

Edvige.Me l’aveva promesso ma non trova mai il tempo.

Greg.Dunque nessuno l’aiuta?

Edvige.Ci sarebbe il signor Molvik.... Ma spesso.... Ha la testa.... Non troppo a segno.

Greg.Si ubbriaca?

Edvige, (sorridendo) Sì, e spesso...

Greg.E là dentro. (accenna al solaio) C’è un piccolo mondo.

Edvige.Sicuro, e poi vi sono tante altre cose, tra le quali un vecchio armadio ripieno di libri, e molti sono illustrati.

Greg.Ah, sì?

Edvige.In un altro cassone ho tra le altre cianfrusaglie,un gran pendolo con due figure, ma l’orologio non va.

Greg.Il tempo si è fermato lì dentro, presso l’anitra selvatica.

Edvige.E poi scatole di colori.... Giornali, riviste.... Ma ciò che a tutto preferisco sono quei libri.

Greg.Ne ha letti qualcuno?

Edvige.Tutti.... tutti quelli che non sono scritti in lingua straniera. Peccato che la maggior parte sieno inglesi e per me illeggibili. Tra gli altri c’è un libro, la «Storia di Harryson» quello è il mio favorito. È vecchio sa, avrà più di cento anni, ma le incisioni ci sono a centinaia; la prima rappresenta la Morte; una eterea figura avvolta in veli neri, e che ha in una mano l’orologio a polvere, nell’altra una falce; dietro a lei procede lentamente l’Oblìo. Ma ivi ci sono dei bei castelli, delle battaglie.

Greg.E dove Erminio ha trovato questi libri?

Edvige.Una volta abitava da noi un vecchio capitano, che ne empì la casa con i suoi stracci, ma un bel giorno il vecchio è uscito e non fu più visto rincasare. Mi ricordo che lo chiamavano «l’augello olandese». Non seppi mai la ragione di questo nomignolo.

Greg.E quando contempla quei bei castelli, quei giardini, non le viene mai l’idea di vedere da vicino questo mondo, questo gran mondo, che turbina vicino a lei, fanciulla mia?

Edvige.Io no! Io voglio restare sempre con mio padre e con mia madre! (si pone al lavoro, breve pausa).

Greg.È brava per ritoccare le fotografie?

Edvige.È roba da poco, questa, ma mi piacerebbe tanto sapere fare delle belle incisioni, simili a quelle dei libri inglesi.

Greg.E di ciò che dice Erminio?

Edvige.Non vorrebbe, e io non glielo chiedo. Sifiguri, voleva che io imparassi a fare i panieri di giunchi. Che idea bizzarra eh?

Greg.Sì, bizzarra.

Edvige.Però papà non ha torto, ora avrei potuto fare un paniere per la mia anitra selvatica.

Greg.(sorridendo) Ah! Lei è l’unica proprietaria.

Edvige.Siccome talvolta permetto a babbo e al nonno di abbracciarla.

Greg.E che le fanno essi?

Edvige.Loro fabbricano la sua casina; badano che non le manchi l’acqua.

Greg.Capisco l’anitra selvatica. (accennando al solaio) È là, la bestia di maggior riguardo.

Edvige.Certamente; non è facile sa, che un selvatico possa vivere quando è rinchiuso! — Poveretta fa compassione, là. Ci è sola, sola.

Greg.(sorridendo) Non ha una famiglia.... come i conigli per esempio.

Edvige.Sicuro. E poi la poverina vede le galline, i loro pulcini e lei non ha nessuno, fu strappata dal suo mondo; delle altre bestie che sono là, nessuno la conosce, tutti la guardano con diffidenza, nè osano accostarsele.

Greg.E la poverina poi, fu già in fondo al mare; ella scese quell’abisso il cui accesso è a noi vietato: ella là vi aveva cercato, vi sperava la morte e non vi trovò invece che il servaggio, la schiavitù.

Edvige.(lo guarda un poco stupita).

Greg.(vedendo Gina che viene dalla cucina con tovaglie e piatti, si alza). Buon giorno, venni troppo presto, eh?

Gina.Tutt’altro, tra poco è servito tutto. Edvige sgombrami quel tavolo. (accenna a quello di mezzo, Edvige obbedisce e Gina intanto comincia a preparare la tavola, Gregorio siedesi sul divano e sfoglia un album che è sull’altro tavolo).

Greg.(a Gina) Dunque anche lei, signora Ekdal, sa ritoccare le fotografie?

Gina.(continuando a preparare la tavola). Sicuro, un pochino.

Greg.È un vantaggio per Ekdal, ora che si mise a fare il fotografo.

Edvige.(portando seco in fondo una macchina fotografica) Anche mamma sa fotografare.

Gina.Dovetti bene imparare a fare qualche cosa.

Greg.Dunque è lei che fa tirare innanzi lo studio?

Gina.Quando Erminio non v’è.

Greg.Il vecchio padre, m’immagino, l’occuperà molto.

Gina.Sì, e poi Erminio è un uomo che si avvilisce a mettersi al servizio del primo venuto che vuol farsi fotografare.

Greg.Ma giacchè ha abbracciato questa carriera....

Gina.Cosa vuole? Erminio non è un uomo comune.

Greg.Lo capisco ma... (viene bruscamente interrotto da un colpo d’arma da fuoco esploso nel solaio, alzandosi di botto) Che è ciò?

Gina.(seccata) Ed ora cominciano a tirare!

Edvige.Cacciano i conigli.

Greg.(sorridendo) Oh bella! (avvicinandosi al solaio a voce alta) Erminio va a caccia.

Erm.(dietro la rete) Sei già qui? Scusa non ti ho sentito. E tu Edvige non m’hai avvisato subito. (entra in scena)

Greg.Impiantasti un bersaglio nel solaio.

Erm.(mostrando una vecchia pistola a due canne) Con questo ferravecchio.

Gina.Voi altri due farete del male a qualcuno con la vostra pistola.

Greg.(sorridendo). Ti sei dunque dato alla caccia?

Erm.(sorridendo) Ogni tanto ammazzo qualche coniglio per divertimento.

Greg.Gli uomini sono singolari ma i loro divertimenti sono più singolari ancora.

Erm.È vero.... Abbiamo la fortuna di non avere vicini; non disturbiamo nessuno. (mette la pistola in un cassetto della scansia) Edvige bada di non toccarla, una canna è ancora carica.

Greg.(Guardando attraverso la rete nel solaio) Hai anche un fucile da caccia?

Erm.Un vecchio schioppo di papà, ma non serve più a nulla per quanto quel povero vecchio perda delle intere giornate per pulirlo.

Edvige.(avvicinandosi a Gregorio) Ora potete vedere bene l’anitra selvatica.

Greg.(guardando sempre) È bella, ma perchè tiene quell’ala così distesa?

Erm.Vi ricevette i pallini di tuo padre.

Greg.Ma trascina anche una zampa?

Erm.Un poco.

Greg.Fu la zampina che il cane gli ha addentato nel portarla a me.

Erm.È meraviglioso che dopo un colpo di fucile, che dopo essere stata addentata da un cane abbia da stare ancora benone, nevvero?

Greg.Già.

Gina.(che si sarà sempre occupata nell’apparecchiare la tavola andando e venendo dalla cucina) Povera bestia, e dopo essere stata anche nel fondo del mare.

Erm.Ebbene si va a tavola?

Gina.Tra pochi minuti. Edvige vieni ad aiutarmi. (Edvige e Gina vanno in cucina)

Erm.(a Gregorio che guarda sempre nel solaio gli dice a mezza voce) Scusa Gregorio; non guardare ciò che mio padre fa, gli dai soggezione tu, ed è capace di fare qualche malanno. (alza la tenda del solaio e vedesi il vecchio Ekdal chino che lavora, una gallina tenta entrare in scena) Via, via, cosa fa qui lei, torni al pollaio. (chiude i battenti dell’uscio) Se non chiudo, queste benedette galline m’entrano nello studio e Gina non vuole.

Greg.Tu, dunque, fai quello che vuole tua moglie?

Erm.Lascio a lei la direzione della casa, così io posso ritirarmi e riflettere su cose molto più importanti.

Greg.E sarebbero queste cose importantissime?

Erm.Non te lo dissi ancora, lavoro assiduamentead una mia invenzione. Non ne hai mai inteso parlare?

Greg.Mai.

Erm.È naturale, vivendo sempre alle miniere.

Greg.E l’hai finita?

Erm.Non ancora, ma sono già molto, molto avanti. Io non potevo sacrificarmi per tutta la vita a fare il fotografo.

Greg.Mi diceva ciò anche tua moglie, pochi momenti or sono.

Erm.Io giurai di elevare quest’arte a scienza, ecco lo scopo della mia invenzione.

Greg.E in che consiste?

Erm.Troppo tempo ci vorrebbe per spiegarla tutta, del resto credo che non sia la vanità che mi spinge, nè il desiderio di lucro, è per raggiungere lo scopo della mia vita.

Greg.Lo scopo della tua vita?

Erm.Dimentichi tu mio padre?

Greg.E come c’entra con la tua invenzione?

Erm.Voglio che il nome degli Ekdal torni ad essere onorato.

Greg.Nobile scopo.

Erm.Voglio salvare questo naufrago; egli ha sofferto troppo dal giorno in cui il giudice per la prima volta l’interrogò. — Hai visto poco fa quella pistola, con la quale noi tiravamo ai conigli; essa, vedi, ebbe una gran parte nella tragedia della nostra vita.

Greg.Quella pistola?

Erm.Quando il verdetto dei giurati condannò il luogotenente Ekdal alla galera, egli impugnò quell’arma, deciso di finirla con la vita....

Greg.Ebbene?

Erm.Non ne ebbe il coraggio. Fu un vile. Perduto, non gli rimaneva che di uccidersi. — Mi comprendi, Gregorio? Egli si vide crollare e avvenire e speranze di gloria, tutto. Comprendi tu, come un uomo in tali condizioni abbia preferito la vita alla morte?

Greg.Io sì lo comprendo.

Erm.E io no. Più tardi.... Egli era in galera.... E io ero solo, solo al mondo.... Oh! Quelli furono tristi anni, Gregorio; un giorno vinto dal dolore, mi chiusi in camera mia e mi puntai quella pistola al petto, ma.... il sole che entrava nella mia camera, il profumo primaverile che dalle finestre aperte saliva fino lassù alla mia stanzetta, il rumore delle voci argentine dei bambini arrivavano al mio orecchio, fecero sì che il mio braccio ricadde.... Che il colpo non partisse. Fui vile.... Io non so cosa provassi allora, non comprendevo che altri avessero a ridere mentre io piangevo; mi sentivo solo, abbandonato, dimenticato da tutti.... Volevo uccidermi, capisci.

Greg.(triste) Anch’io ho provato ciò quando è morta la mia povera mamma.

Erm.Perchè non ho sparato?! Rimasi in vita.... ma credimi ci vuol del coraggio anche per preferire la vita alla morte.

Greg.È vero, è vero.

Erm.Del resto fu pel mio meglio, se riesco a compiere la mia invenzione, e il Relling crede che ci riuscirò presto, allora una sola cosa domanderò al governo: che si permetta al mio vecchio padre, di rivestire la sua divisa d’ufficiale.

Greg.Egli desidera dunque?...

Erm.Di indossare ancora la sua uniforme. Quando in casa celebriamo qualche festicciuola egli indossa la sua uniforme ed è felice, ma se per caso alcuno picchia alla porla, egli per quanto lo permettono le sue vecchie gambe corre nella sua stanza.... Sempre, capisci, non può, se tu potessi vedere quanto soffro io allora, è uno strazio all’animo di un figlio.

Greg.E quando speri avere finito questa invenzione?

Erm.E come puoi chiedere ciò ad un inventore?Tutto dipende dall’ispirazione, quanto non fai in due mesi puoi compierlo in pochi minuti, tutto dipende da un’idea, da un ispirazione.... puoi forse calcolare quando essa verrà?

Greg.Ma vai avanti, almeno.

Erm.Sicuro che vo avanti, io mi occupo costantemente della mia invenzione e molte sono le notti che passo in camera mia, dinanzi al tavolo studiando.

Greg.(accennando al solaio) E tutte quelle bestie non ti distraggono troppo?

Erm.No, tutt’altro.... Di qualche distrazione ho pure diletto anch’io.... eppoi quando le ispirazioni vogliono venire, vengono lo stesso.

Greg.Erminio, la tua vita ha molti punti di contatto con quella della tua anitra selvatica.

Erm.Non ti capisco.

Greg.Anche tu scendesti fino al fondo, anche tu ti aggrappasti, disperato, deciso di morire alle alghe.

Erm.Vuoi tu forse alludere a quel colpo, che come l’anitra, ferì mio padre, e che ricadde poi su me?

Greg.No, non voglio che tu ne sia stato ferito; ma senza accorgertene sei caduto in un pantano, senza accorgertene sei attaccato da una malattia lenta che ti costringerà a morire nell’oscurità.

Erm.(risentito) Io? Io morire nell’oscurità? (con un sorriso) No, no.... non dire così.... sono sciocchezze.

Greg.Forse.... perchè io ho giurato di portarti ancora dove l’aria è pura. Ora ho anch’io uno scopo.... lo trovai ieri.

Erm.Nè io ti cerco quale sia. Solo mi preme farti osservare che ora io non sono infelice, che le gioie che un uomo può desiderare io ora le ho.

Greg.Il veleno si è già impadronito di te, Erminio.

Erm. Ti prego, Gregorio, non mi parlare così di lenta malattia, nè di veleno. Di simili cose disgustose in casa mia non ne parliamo mai.

Greg.Lo credo, lo credo.

Erm.Qui non vi sono emanazioni malsane come tu credi; nella casa del povero fotografo il letto è basso, la vita è modesta, ma egli è il solo sostegno della sua famiglia, egli è anche un inventore.... ma non parliamo più di ciò; guarda, viene la colazione.

(Edvige porta tazze di birra, bottiglia di birra e d’acquavite con bicchieri. Gina del rostbeaf e dell’insalata di acciughe, formaggio, frutta, che mettono in tavola. — Relling e Molvik entrano il primo in giacca, il secondo in abito nero, lungo, da pastore, ambedue senza cappello).

(Edvige porta tazze di birra, bottiglia di birra e d’acquavite con bicchieri. Gina del rostbeaf e dell’insalata di acciughe, formaggio, frutta, che mettono in tavola. — Relling e Molvik entrano il primo in giacca, il secondo in abito nero, lungo, da pastore, ambedue senza cappello).

Gina. (ordinando i piatti sulla tavola, ai nuovi venuti) Oh! bravi, giungono a tempo.

Relling. Molvik ha sentito l’odore dell’insalata di acciughe e non ha più resistito, mi trascinò qui a viva forza (stringe la mano a Gina) Addio, Ekdal (a Erminio).

Erm. (a Gregorio) Permettimi che ti presenti il signor Molvik, pastore, il dottor Relling.... ma tu già lo conosci.

Greg.Di vista.

Relling.Chi vedo, Gregorio Werle.... Noi abbiamo avute parecchie liti alle miniere di ferro, se ne ricorda? Ed ora alloggia qui?

Greg.Da questa mattina.

Relling.Di sotto abitiamo Molvik ed io — vale a dire il dottore ed il pastore. Potete vivere tranquillo.

Greg.Troppo gentile. Chissà che non ne abbia bisogno, ieri eravamo in tredici a tavola.

Erm.Ti prego, non dire di queste sciocchezze.

Relling.Tranquillizzati, a te certo non toccherà morire, me ne faccio garante io.

Erm.Voglio sperarlo.... per la mia famiglia. Ma mettiamoci a tavola e stiamo allegri.

Greg.E tuo padre?

Erm.Preferisce mangiare nella sua stanza. Siediti dunque.

(Si siedono attorno alla tavola e cominciano a mangiare e a bere molto abbondantemente. Gina ed Edvige vanno e vengono portando e mutando piatti e bottiglie di birra che saranno prestamente vuotate).

(Si siedono attorno alla tavola e cominciano a mangiare e a bere molto abbondantemente. Gina ed Edvige vanno e vengono portando e mutando piatti e bottiglie di birra che saranno prestamente vuotate).

Relling.Ieri sera Molvik era alquanto brillo, sa signora Gina?

Gina.Davvero? anche ieri.

Relling.Non ha sentito il chiasso che abbiamo fatto questa notte?

Gina.No.

Relling.Buon per lei.

Gina.Ma è vero Molvik?

Molvick.(che mangerà a quattro palmenti dell’insalata di acciughe) Non ne parliamo.... non ne parliamo (mangia) È il mio cattivo genio.

Relling.(a Gregorio) E quando questo cattivo genio lo acciuffa lo induce a vagare con lui tutta la notte. (indicando Molvik che beve molto) Vede, anche ora è preso dal demonio.

Greg.(ride).

Relling.Le dico che ora è indemoniato? Resisti Molvik, resisti al malo genio.

(Tutti ridono, ma Molvik imperturbabile continua a mangiare e bere).

(Tutti ridono, ma Molvik imperturbabile continua a mangiare e bere).

Relling.(a Gregorio) E come può ancora resistere alle miniere?

Greg.Fino ad oggi non mi ci trovai male.

Relling.E trovò discepoli dei suoi nuovi ideali?

Greg.I miei?... (sospira) Ah?

Erm.Quali ideali, Gregorio?

Relling.Mi ricordo che andava girando tutte le case dei minatori catechizzandoli alla virtù, obbligandoli a leggere un suo libro «L’uomo perfetto».

Greg.Entusiasmi giovanili!

Relling.Ha ragione, era molto giovane. E se ben ricordo quando io era lassù del suo «Uomo perfetto» non potè mai trovare neppure un’incarnazione.

Greg.E lo stesso avvenne dopo.

Relling.Si è dunque persuaso che è meglio rinunciare alla perfezione?

Greg.Mai, quando non trovo di fronte un vero uomo.

Erm.Forse hai ragione.... Gina favoriscimi un poco di burro. (Gina dà il burro).

Relling.E del prosciutto per Molvik.

Molvik.No, no, non si incomodi.... solo se permette.... (prende un altro gran piatto d’insalata di aringhe).

(Si batte all’uscio del solaio).

(Si batte all’uscio del solaio).

Erm.Apri, Edvige, il nonno vuol entrare (Edvige schiude un battente ed entra il vecchio Ekdal con una pelle di coniglio in mano. Edvige rinchiude la porta).

Ekdal.Buon giorno a questi signori e buon appetito. (mostrando la pelle) Oggi sono contento, ne ammazzai uno grosso.

Erm.Perchè l’hai scuoiato da te solo?

Ekdal.E l’ho anche salato. — È una gran carne tenera e buona quella del coniglio. Buon appetito, signori. (entra nella sua camera).

Molvik.(alzandosi presto) Scusatemi.... scendoun istante.... torno.... scusatemi (parte di corsa).

Relling.(gli urla dietro) Prendi dell’acqua di soda ah! ah! (ride) (a Erminio) Beviamo dell’acquavite alla salute del vecchio cacciatore. (Edvige riempie i bicchieri, i tre si alzano e brindano) (dopo aver bevuto e d’essersi seduto) Ekdal tu sei un uomo felice... tu hai uno scopo almeno, pel quale lavori....

Erm.E lavoro, sai, puoi crederlo.

Relling.Tu hai un modello di moglie, che ti rende cara e dolce la tua casa.

Erm.Sì, la mia Gina (rivolgendosi a lei amorosamente) Tu sei la mia compagna.

Gina.Via, via, elogi fuori di tempo.

Relling.Hai Edvige, quell’angelo.

Erm.(commosso) Sì.... il mio tutto, Edvige vieni qui. (accarezzandole i capelli) Dimmi, sai qual giorno è domani?

Edvige.(vergognosa) Non voglio, lo sai bene, non voglio.

Erm.Se potessi fare grandi cose, pur troppo, per la tua festa invece non ne potrò far poche.

Edvige.Ma qualunque cosa tu mi volessi dare non mi colmerebbe di gioia come il sapere che pensi a me.

Relling.Abbi pazienzaEdvige.che Ekdal abbia terminata la sua invenzione e poi...

Erm.Sì, io a me non penserò, non voglio pensare che al tuo avvenire e ai vecchi giorni di mio padre. Ecco ciò che chiede il povero inventore.

Edvige.(circondando con un braccio la vita di Erminio) Caro, buon papà. (lo bacia e si alza).

Relling.(a Gregorio) E lei non dice nulla? non le desta un sentimento di contentezza questo quadro di felicità domestica?

Erm.Quest’ora è la più bella della mia vita.

Greg.Cosa vuole, negli ambienti infetti io non mi ci trovo bene.

Erm.(ridendo) Oh! finiscila una buona volta.

Gina.Ma signor Werle, qui aria infetta non ce n’è, ogni mattina spalanco le vetriate.

Greg.(alzandosi) L’infezione di cui parlo non si può mandare via in tal modo.

Gina.Che ne dici tu, Erminio?

Relling.Non è forse lui che ne porta l’aria infetta delle mine?

Greg.No, no, sono io che la porterò alle mine.

Relling.(alzandosi e avvicinandosi a lui). Temo che le ubbie del suo «Uomo perfetto» non sieno del tutto scomparse dal suo cervello.

Greg.No, le porto in petto.

Relling.Le porti dove vuole, solo la consiglio a non volere fare il moralista qui.

Greg.E se tale fosse la mia intenzione malgrado i suoi consigli?

Relling.Penserei io a mandarlo in istrada, ma con un salto solo.

Erm.(alzandosi) Ma Relling?...

Greg.(a Relling incrociando le braccia) Provatevi.

Gina.(intromettendosi) Relling moderatevi, in quanto a lei, signor Werle, scusi, se l’aria qui non è troppo pura, lei ne è la colpa... fu la stufa della sua stanza....

Edvige.(che avrà cominciato a sparecchiare la tavola) Mamma, picchiano all’uscio.

Gina.Vado a vedere (entra, ma subito indietreggia spaventata) Oh! oh!...

Werle.(avvolto in una ricca pelliccia — a Gina) Mi scusi. Mio figlio è qui?

Greg.(avanzandosi) Sì.

Erm.(a Werle che è rimasto sulla soglia dell’uscio) Signor Werle, voglia entrare.

Werle.No, grazie. Desidero solamente di parlare con mio figlio.

Greg.Son da te.

Werle.Andiamo nella tua camera.

Greg.Nella mia camera?... Vieni (si avvia).

Gina.(fermandolo) No, scusi... non si può entrare, lo sa bene.

Werle.Allora scendiamo in istrada.

Erm.No, signor Werle, lei parlerà a Gregorio in questa stanza, noi ci ritiriamo (Erminio prende Relling sotto il braccio ed entrano a destra, Edvige e Gina vanno in cucina).

Greg.(dopo breve pausa) Siamo soli.

Werle.(che si sarà avanzato sulla scena) Nel lasciarmi, ieri sera, pronunciasti frasi che non ho capito. Poi so che fissi una camera in casa degli Ekdal.... Gregorio tu hai delle cattive intenzioni contro di me.

Greg.Voglio aprire gli occhi ad Ekdal; non posso vederlo sceso così in basso. Ecco tutto.

Werle.E questo è lo scopo della tua vita al quale alludevi ieri?

Greg.Sì. Tu non me ne hai lasciati altri.

Werle.Fui io dunque che rovinai il tuo cuore?

Greg.Tu hai rovinato tutta la mia vita... non parliamo, per ora, di ciò che facesti a mia madre... sei tu, tu solo che io debbo ringraziare se conduco una esistenza tormentata dai rimorsi.

Werle.(stupito) Dunque la tua coscienza ti rimprovera qualche cosa!

Greg.Io avrei dovuto testimoniare contro te quando ingannasti il luogotenenteEkdal.Io avrei dovuto dire tutto, io che avevo tutto capito.

Werle.(sardonico) Già, tu avresti dovuto parlare.

Greg.Non osai, fui vile, ebbi paura di te.

Werle.Ora però sembrami che tale paura ti sia passata.

Greg.Sì, per mia fortuna. Il delitto commesso da me.... e da altri a danno di Ekdal, pur troppo non può esser riparato; ma posso però ancora salvare Erminio dalla vergogna, dal disonore.

Werle.E credi di fare una buona azione?

Greg.Lo credo.

Werle.Pensi che Ekdal te ne sarà grato?

Greg.Sì.

Werle.(dopo breve pausa). Lo vedremo.

Greg.Io devo tranquillizzare la mia coscienza ammalata.

Werle.La tua coscienza non può guarire, fu sempre ammalata.... È l’unica eredità che tua madre ti ha lasciato.

Greg.(con riso sardonico) Non hai dunque perdonato ancora a quella santa di non possedere quanto tu speravi?

Werle.Non parliamo di cose che ora non ci hanno a che vedere. Ti ostini dunque a spingere Ekdal su di una strada che la tua mente strana crede la migliore?

Greg.Sì.

Werle.Allora è inutile che ti domandi se intendi ritornare a casa?

Greg.È inutile.

Werle.E non vuoi diventare mio socio?

Greg.No.

Werle.Fa quello che vuoi. Però siccome ho deliberatodi riprendere moglie, darò corso ad una separazione giudiziaria dei nostri beni.

Greg.(risoluto) È inutile, non li voglio.

Werle.Non vuoi?

Ureo.La mia coscienza non mi permette d’accettarli.

Werle.(dopo breve pausa) Tornerai alle miniere?

Greg.No, e fino da questo momento mi dichiaro sciolto da ogni obbligo che posso avere contratto verso di te.

Werle.Che conti di fare dunque?

Greg.Adempiere al compito della mia vita. Null’altro.

Werle.E dopo? Come farai a vivere?

Greg.Ho dei risparmi.

Werle.Presto sfumeranno.

Greg.No, dureranno quanto me.

Werle.Non ti intendo.

Greg.Non ho più nulla a dirti.

Werle.Allora, addio, Gregorio!

Greg.Addio!


Back to IndexNext