Il limite

Il limite

Da poco si erano adunati nella stalla; fuori sibilò il vento di tramontana, passò il freddo ed il brivido delle rame. Fu notte di convegni fra lampade, notte di veglie fra buoi.

Aspettavano. Mea, un poco curvata, le palme strette fra i ginocchi, fissò continuamente e senza attenzione una festuca; ella era sotto la lampada appesa con una cordicella al soffitto; pispigliaron le fanciulle accoccolate sul fieno e la nonna torse con lento lavoro il lino, pazientemente; pareva ch’ella filasse i capelli di una rigida fata o di un idoletto sacro. Il nipote del core le stette accanto sogguardandola.

— Nonna, vi asciugherete la bocca prima di aver filato tutto il lino.

Ella si rivolse ridendo, ma rideva sempre nelle sue rughe, rispose:

— Si asciugheran prima le paludi, anzichè la bocca di chi fila per farvi vesti.

Il piccino allargò gli occhi.

— Sì! Le paludi! C’è dell’acqua per annegare me e voi!

La nonna lo accarezzò sul capo e lo baciò sulle guancie. E dove era ammucchiato il fieno saliron risa soffocate, singulti di riso, quasi di gioia repressa. Le tre fanciulle eran col capo vicino, fra i capelli avevan qualche stelo d’erba secca. Si narravano le avventure dei balli edei campi, gioendo nella memoria, i loro corpi erano come corde tese.

Un piccino si divertì a far treccie nella coda di un bue, questo lo guardava accovacciato, col capo reclino e gli occhi luminosi come di un sorriso. E le sorelle di Mea, erano ancora vergini acerbe, fecer gabbiuzze di steli per i grilli, dissero, per i grilli che cantavano al tempo delle primavere. Poi si udirono voci vicine, l’uscio si aprì per una spinta e la stalla fu piena di rumori e di risa.

Disse la nonna:

— Presto, presto, entrate, che il freddo entra prima di voi.

I giovani entrarono con padronanza, quasi trionfatori, apersero le ampie mantelle, e le tolsero dalle spalle, ripiegandole sui gioghi in un angolo.

Mea aveva rialzato il capo e sogguardava senza sorridere: le disse Mirello degli Amadori passandole accanto:

— Questa sera vi debbo parlare.

Mea non rispose nè alterò la fisonomia che si mantenne nel suo stato d’indifferente stanchezza. Le fanciulle si alzarono dal mucchio di fieno, erano come coronate da molti steli fra i capelli, e sotto la lampada si disposero le sedie in semicerchio, un circolo di voci. Il capoccia sonnecchiò appoggiato ad una greppia.

Dissero, dissero, dissero, come fiumi, come torrentelli balzanti; chi più volle più trovò. Tutta la piccola corte si unì nel piacere della parola.

Giuseppe de’ Piani parlò con Mea, ella rise e lo guardò, si compiacque del suo parlare, rise come un tinnire di moneta su marmi.

Poi tre colpi si susseguirono sulla porta. Gridarono i giovani:

— Eccolo, eccolo... e una acclamazione accolse una lunga figura d’uomo, saldo nella virilità come acciaiodella più forte tempra. Era questi colui che meglio conosceva le istorie e le sapeva narrare.

Per questa sua facile vena e per l’interesse che destava negli ascoltatori, o modificando il racconto o aggiungendovi del suo, lo dicevano: il narratore.

Si chiamava Giovanni dei Bissi.

In sua vita aveva letto due unici libri: — Il Guerrin Meschino — ed i — Reali di Francia — per quest’ultimo era la sua passione marcata.

Le avventure di Fiorello, di Fioravante, di Buovo d’Antona, avevan per la sua mente qualcosa di straordinario, di superiore, ed egli le narrava con religione, come traesse l’intimo senso da un mito.

E forse parte di quella sua strana serietà cavalleresca, l’aveva tratta dalla lettura continua delle avventure romantiche del ciclo di Carlomagno, giacchè egli aveva un carattere ferrigno ma dolce. Se diceva di madonna Drusiana era con un senso di reverenza e di grandiosità. Aveva spogliato la storia dalle avventure troppo prosaiche che avrebbero tolto fascino a’ suoi eroi, egli li transumanava nel suo intelletto, con semplicità ma con vigore, portando varie volte l’inverosimile all’esagerazione, ma anche, per un suo senso pratico acquistato dalla sua speciale vita, arricchendoli di sentimenti umani, vivaci e semplici nella loro effusione.

Nel contado lo ritenevano come un saggio, i giovani in ispecial modo. Per i fanciulli era un uomo che si guarda con reverenza e timore.

Egli entrò e si assise contraccambiando il saluto concorde. E poichè molte voci lo invitavano a dire (stavano i fanciulli presso alle sue ginocchia, accoccolati sulla terra aspettando quasi con istupore) egli si passò una mano sulla fronte come per ridestare vivo il suo eterno sogno di maraviglie e aggrottando le ciglia nel compiacimento della limpida visione che ancora una volta nella sua mente si apriva, accennò a cominciare.

Il pispiglio si tacque; intorno a lui la corona de’ giovani si tacque, prima vi fu qualche sussulto, alcune mani si sfiorarono ancora, poi le menti vergini d’artifizi narrativi si compiacquero nel silenzio dell’ascoltazione.

Un istante solo si udì il lento ruminare de’ buoi, il fruscio del fuso che addipanava per le scarne mani della nonna il lino ritorto, poi la voce di Giovanni si alzò chiara e sicura senza dubitanze. Disse egli dell’amore di Buovo per Drusiana, ma non narrò il vivo desiderio della vergine, nè le timide paure di Buovo. Quest’ultimo, come si era manifestato forte e gagliardo nell’aver domato Rondello, rimase egualmente nell’amore. Giovanni non si attardò in minuzie, in sottigliezze di particolari inutili; delineato il sentimento con poche frasi incisive, fattane manifesta la forza che avrebbe superato i culmini più arditi, passò alle circostanze, agli avvenimenti contrari i quali facevan risultare chiara una verità e cioè: che l’uomo quando ama, può ciò che vuole.

E la piccola corte d’amore stette ad ascoltare ad occhi aperti e fissi, immaginando più in là del narratore; forse in molti cuori di vergini palpitaron tremando gli stessi sentimenti di Drusiana.

E così rivivevano nell’umile luogo, che gli antichi reali avrebber sdegnato guardare dal pinnacolo di una torre, le gioie e i dolori della loro vita, intesi come forse non mai, compenetrati e vissuti con entusiasmo ed amore. Così nelle cose ritenute maggiormente vili si cela la gemma più rilucente.

Giovanni continuava la narrazione, ma il capoccia, che era giunto al termine del suo sonno, si levò dall’ombra, venne verso la compagnia e siccome era bonaccione e poco si curava di ciò ch’egli chiamava storiella, l’interruppe:

— Date retta Giovanni cosa raccontate?

— I Reali di Francia, state ad udire.

— Odo più volontieri muggire i miei manzi; cosavolete m’importi di Reali? Io son contadino e non ho corona, se non quella per dire il rosario, anzi non è neppur mia che l’ha la moglie appesa alla colonna del letto.

Dissero i giovani:

— State zitto, noi vogliamo udire.

— Eh! nemmeno fosse la sacra dottrina!

Poi il capoccia si rivolse a Mea:

— Guarda, che il bambino dorme, portalo a letto.

Mea ubbidì. Quando fu per ritornare, sulla porta della stalla era Mirello ad aspettarla. Ella lo guardò in viso, fiera, con isfida.

— Cosa volete? Lasciatemi passare.

— Tu devi udirmi prima.

— Cosa volete?

— Voglio, voglio, tu lo sai cosa voglio. Come te lo debbo dire? Vuoi ch’io mi spezzi la testa sui muri? Vuoi ch’io mi uccida? Ch’io sfidi la galera? Dimmelo. Sono come un morto, non vedi? Non posso quasi respirare. Mea, per l’amore del tuo Dio, per la gloria di tutte le anime che ami, dimmi di sì.

Ella rispose tagliente come un ferro:

— Perchè mi seccate?

— Ah! ti secco! Anche quando mi umilio, quando sono più timido delle tue pecore? Vuoi spingermi all’ultima disperazione?

— Chi vi teme?

— Bada, io ti ucciderò piuttosto che vederti sua!

Ella gli piantò gli occhi negli occhi e si accostò col viso, che una fiamma di sangue aveva acceso.

— Mirello, io sono forte abbastanza per difendermi. Ricordati.

— Adunque tu vuoi...

Ella lo scostò con una mano.

— Fammi passare.

— Mea... Mea.

Ma già era entrata nella stalla e si era seduta al postovacante, al suo posto, fra le voci di gioia intorno al narratore che continuava tranquillo la fantastica storia, di madonna Drusiana presa d’amore per Buovo d’Antona.

Mirello degli Amadori in silenzio scomparve.

E Giovanni, fra la sua corte, continuava con lenta voce, come fosse bandito dal re Erminione un torneamento per maritare Drusiana e come Buovo, coronato da una ghirlanda d’erba, vi prendesse parte e vincesse e come ancora Drusiana si ponesse sui capelli la ghirlanda che Buovo aveva portato sull’elmo durante il torneamento.

***

Sì, disse Mirello degli Amadori: — S’io posseggo ed ho di mio dei beni, e non sono un mostro, perchè non vuole?

Mea era un po’ come la siepe:

— S’io non voglio, tu non verrai nel mio podere. Io darò la mia persona a chi più amo.

E Mirello quando pensò di averla, ritenne la cosa come un fatto compiuto. La sua volontà era come il vento che domina. Si disse: io saprò far piegare la rupe alla volontà mia, nessuna cosa potrà impedire ch’io infranga ciò che resiste.

L’interesse gli aveva suggerito di unire il suo bene a quello di Mea, calcolo fatto, risoluzione presa. Egli non sentì amore ma s’infinse, pregò, implorò, tenne umile aspetto, volle mostrare d’essere vinto, volle ch’ella lo amasse per la sua debolezza, per la pietà, per la tema ch’egli ne morisse. La celebrò in tutti gli stornelli per la sua bocca, in tutte le canzoni ed anche prese cantori che dicessero le lodi della bella persona.

E chi non fu persuaso di quella passione, non manifestò il dubbio, forse furon pochi, forse nessuno; chiunque fra gli amici e fra le fanciulle fece gran calcolo delleapparenze. Taluna per un suo sospiro sarebbe stata come il fuoco; Mea era la rupe che non s’incendia.

Aveva pensato: — Altra volta egli non fece calcolo di me più di un ciottolo, quando viveva ancora l’Emma e nutriva speranze su lei. Ora io sono il podere e la vigna; il fertile orto ed il ricco granaio, egli viene per possedere i miei beni e non me; canta le lodi delle mie ricchezze e non della bellezza mia. Ebbene, egli si vanta di tutto potere quando la sua volontà voglia, ora sarà una sfida per la sua forza.

Mea non aveva lavorato mai nei campi e si era serbata bianca ed era bella come messi novelle. Ne’ chiusi silenzi della sua casa, si formò l’anima sua forte e flessibile come fusto di canna. I suoi occhi avrebbero fatto piegare un torello in furore.

A tutte le cose ch’egli le disse, rispose:

— Lo sapete ho già l’amante!

E non l’aveva, ma se lo scelse e fu Giuseppe de’ Piani. Un giovane che non avrebbe pensato mai di averla, un povero ed un onesto, ella stessa lo indusse. Innamorato lo era, stava a guardarla come in incantamento; ella una volta gli sorrise e lo invitò a parlare.

Giuseppe nulla disse d’amore, anzi stette come l’uomo che ha sopra il sentimento una retta coscienza ed ella si meravigliò, n’ebbe grande stupore e per quella sua onestà fu piena d’ammirazione. Fu aperta una via così; ciò ch’ella aveva fatto per dispetto le riuscì piacevole, poi fu necessario; lo amò.

E quando ella lo elesse nel suo pensiero, fu come se avesse elevato un altare; lo avrebbe difeso col fanatismo dell’idolatria.

Lo disse a suo padre e questi si mostrò incerto, ma una sua preghiera valse più di un calcolo. Ed ora il maggior turbine o la più fiera minaccia avrebbero incontrato uno spirito forte e cosciente.

Se anche Mirello fosse venuto a lacerarsi le carni conle unghie, con coltelli, con punte d’acciaio, ella lo avrebbe guardato come l’impassibile luce bianca della luna, come l’erma dei boschi. Diritta e fiera ella era nell’amore la torre che vede il primo mattino.

Non fu vinto perciò l’ardore della volontà nell’animo di Mirello.

Chi più diritto ha ad una preda se non quegli che è più forte? E come poteva il coniglio ribellarsi quando già gli artigli erano nelle sue carni e l’obbligavano alla morte?

Egli trovò ancora in sè stesso la certezza dell’opera sua; vide bensì che doveva temprare fortemente la sua arme per la lotta; trovò il nemico vicino ed ardito a fronte alta aspettando. Non minacciò, conveniva ch’egli andasse come il serpe fra ombra ed ombra, quando poi fosse atto il momento, egli sarebbe scattato coll’elasticità della tigre, al pieno sole.

La donna era fra le sue mani come un vetro, egli lo avrebbe infranto con un piede a sua volontà.

La stima era per lui, le genti avevano ritenuto il rifiuto di Mea una inconcepibile bizzarria e per il rifiuto, la simpatia si accrebbe per Mirello.

Ormai, dall’ultimo colloquio avuto con Mea, aveva deciso, e ciò che era nel suo pensiero doveva fatalmente avvenire.

***

L’ebrietà della festa fra grida, era in ciascuna anima, come il roteare d’un razzo in folle corsa; le giovanette accese, risero per la via fra nuvoli di polvere, strette fra loro o al braccio dell’amante, trasfigurate. Ognuna fu come il campo riarso che, ombreggiato da una nube, si anima di un poderoso desiderio. Era il trionfo della materia più vibrante del sole, chè il gruppo umano dimenticò nell’orgia l’anima sua; ciascuno arse negli occhi enel viso; ciascuno ebbe sulle labbra l’invito del fiore carnoso e le parole furon, fra singulti di riso, come nervi strappati, come canne curvate da fuochi.

Gli spari, la musica vertiginosa delle fisarmoniche, le grida, il vino, la polvere, il sole caldo e avviluppante, vinsero ogni senso che non fosse d’ebbrezza; furon tutti costretti in un’unica via, anzi vi si gettarono assetati di gioia, sospingendosi uniti più che mai e fratelli fra il vino ed il sudore.

— Bevete!

Ogni labbro di femmina, ogni bocca di vergine fu costretta al bicchiere, al bicchiere della fratellanza; e, poichè era vuoto, ancora si empiva ancora finchè le guancie non si fossero accese dello stesso colore del vino, finchè non fosse negli occhi, nelle labbra, in tutta la persona l’ebbrezza del vino.

E tutte le bocche vi si posarono, chè non vi fu labbro ammalato che ne desistesse. Passavano poi al ballo sotto al sole, ma che importava ai lavoratori dei campi nei pieni meriggi d’agosto? Ogni voce fu d’incitamento al suonatore: — Presto presto presto! — Il mantice della fisarmonica si gonfiò sbuffando e lanciò nell’aria una ridda di note inseguentisi, intrecciantesi, costrette nel ciclo della folle armonia. Odoravan di basilico i seni, ed i capelli di sudore, un odore acre e penetrante costringeva come a curvarsi e a lambire, con l’incosciente brutalità della bestia.

Su tutto, dal campanile, ondulò il suono della preghiera, il suono che ricordava Gesù, la mite figura del mistico, alle turbe disfatte dagli eccitamenti voluttuosi. Allora verso la chiesa si vide soletta andare una fanciulla, vestita di scarlatto. Mea così iva ad invocare per l’anima sua la grazia del Divino. Anche Beppe, l’amante ch’ella aveva eletto al cuore, era andato per la sua strada: avea amiche e l’avean lasciata, conoscenti ed avevan sussurrato di lei; l’amante... ed era onesto, aveva credutoalle parole dei falsi. I vecchi ancora, i vecchi che le avevan dato la vita, erano ignari e guardavan con istupore perchè intorno a lei si era fatto il silenzio e la solitudine.

Ella era allegra un tempo in crocchi ed in comitive di giovani; ed ora andava sola e non rideva più, come se si fosse impietrata, come se avesse sognato uno spaventoso sogno della sua morte.

Mirello aveva ottenuto il trionfo, ma ella non si piegava a lui, ed egli seppe che ella sarebbe morta anzichè darglisi.

Disse ridendo: — È mia, è stata mia, ora vuole far la superba ed era prima come la colomba che fa il nido!

Tutti risero, nessuno dubitò, chè il male trova aperti mille cuori ad accoglierlo. Egli le fece il supremo oltraggio, le sparse la soglia di capelli, come alla donna che merca la sua persona; lo scrisse sui muri, lo sussurrò in mille orecchi, ne fece sapiente il contado. Mea si trovò sola, abbandonata ma egualmente non cadde.

Con Beppe solo, implorò, giurò e pianse a’ suoi piedi; ma siccome questi non desisteva dal sospetto, lo spinse fuori di casa con furia senza più lacrimare.

Ed ormai aveva deciso, rovina per rovina, ella sarebbe stata trionfatrice nella morte. Colpirlo nella persona, no; ma bene altrimenti, fino al cuore, senza farlo morire.

Egli aveva ottenuto lo scopo, l’anima di rettile vile! Aveva colpito là, ove ella era più salda nella coscienza delle genti! Egli, ricco e stimato, contro una donna sola che non poteva stroncarlo come un vimine. Ebbene, Mea avrebbe vendicato l’onor suo, come la vipera che si attorce al leone e lo avvelena.

Lontana no, volle andare ove tutti erano, lo scherno sarebbe stato la forza della decisione, l’ultimo colpo che configge il chiodo nel legno siffattamente ch’egli si troncherà per levarnelo.

Ma volle pregare, l’anima misericorde di Cristo sapea che ella non aveva peccato.

Si vestì di scarlatto, non volle il lutto: giacchè la dicevano la meretrice, sarebbe stata così sfacciatamente di fronte a tutti, salda nella sua coscienza.

E si inginocchiò e piegò gli occhi; nella preghiera e nel ricordo pianse.

— Cristo, Cristo Signore, vi raccomando i miei vecchi, date a loro la gioia, e i piccoli fratelli miei sian la loro consolazione, il sorriso ch’io non ho potuto dare. Perdonate le lacrime di quegli occhi e accogliete l’anima mia che vi benedirà prona al vostro trono di gloria.

E quando uscì erano sul piazzale i giovani ebbri, in largo gruppo ad attenderla.

Mirello per primo, folle nell’ebbrezza del licore, le si fece incontro.

Ella impallidì e rimase ritta guardandolo con terrore.

— Bambina mia, io son venuto per stare con te, bambina mia, per dormire con te.

E tese le braccia, le venne vicino e volle stringerla, Mea lo spinse con tanta furia, ch’egli, già ebbro, barcollò e cadde.

Dietro, la turba degli avvinazzati, rideva compiacendosi.

Mea riprese la via, ma Mirello aiutato si rialzò e sconciamente ingiuriandola, con gli altri che gli tenner voce, la seguì per tutta la festa, sicchè ognuno si rivolse a guardarla con disprezzo. La ragazza ebbe la forza di non volgersi, passò come una regina, pallida nell’estremo dolore, sotto le ali della morte.

***

Poi che la notte discese, era in ottobre e una notte di nebbia, Mea uscì dal nascondiglio che l’aveva fino allora celata e si dette a correre verso la pineta. Era comeuna tenebra universa, quasi che la terra avesse smarrito il sole.

Mea già vide nella pupilla i bagliori della sua vendetta e corse senza affanno, leggera e sicura del cammino. Traversò i fossi, forzò le siepi, senza un grido se qualche acuta spina le strappò le carni. Sorgeva nel suo petto un impeto violento che l’avrebbe fatta correr così fino alla morte, senza una contrazione, rigida e insensibile. Certo la debole femmina aveva trovato allora tutte le forze selvaggie dell’istinto, moltiplicate dalla ragione e dal desiderio, dalla convulsa necessità della vendetta.

Era un martirio, un’ossessione, una fiamma nel cervello, in tutte le vene; tutte le forze attive del suo essere si erano concentrate acquistando una straordinaria veemenza; ell’era un pensiero che voleva l’azione, una forza lanciata ad una meta che avrebbe raggiunto con la cieca furia del toro che si schianta il cranio contro le palizzate.

La donna umile e mite si scatenava improvvisa, come sotto uno specchio di limpide acque si apre ad un tratto una bocca di fuoco. Ella trovò in sè stessa tanta forza e tanta volontà da abbattere montagne; ora precipitava verso il suo punto di trazione, come un granito da una roccia.

E giunse alla pineta d’Isola. Guatò intorno la tenebra, strinse le pupille ad avvivare lo sguardo, ma vide le ombre alte dei pini. Accese la torcia, questa, composta di sostanze resinose, crepitò d’improvviso fumigando rossastra. Mea la tenne all’altezza del volto e la guardò fissa con le larghe pupille del terrore.

Tutta la luce battè diritta su lei e la irradiò, il suo capo parve un fuoco nell’ombra, una viva fiamma scarlatta che avesse assunto forme terrificanti.

I capelli rossi le si dilatarono intorno al viso, si contorsero, si aggrupparono, ella aveva assiepata negli occhi tutta la sua vitalità vendicatrice. Poi ebbe un gridobreve, le labbra piccole tremarono, scosse il capo violentemente e piegandosi serpentina, si lanciò nel folto.

La face, per le sue piccole mani che si agitarono in tutti i lati comunicando il fuoco, tracciò grandi archi che racchiusero in attimi la sua persona. L’immane frutto della sua vendetta cominciò. Piccole fiammelle crepitarono basse, saltellarono di cespuglio in cespuglio, chiare e limpide; poi che le piccole rame che crescevano al piede de’ fusti non potevano aver sole bastante per vegetare.

Ella vide attivarsi ogni fiammella con una gioia aspra, come se tutte quelle forze convergessero nel suo essere ad aumentarlo, come se ad ogni resina ardente ella sentisse più ampia la sua anima trionfatrice. E più che la face scorse scintillando, suddividendosi in molteplici fiamme attorcigliantesi, quasi chiome scarmigliate, al nero fusto, crebbe l’animazione del fuoco, sì che i silenzi furon rotti da crepitii e da strida. Accresciuta la forza, la fiamma rapidamente involse i tronchi, chè la corteccia secca e disunita dei pini, imbevuta di resine, rendea come torcie.

La pineta d’Isola, data alla vertigine del fuoco, si contorse sempre più in ispasimi e grida, orribilmente.

Stormi di corvi e falchi, alla gran luce accorsero e vi trovaron la morte. Mea, non ancora esausta per la sua opra straordinaria, sfidava il fuoco, la morte, le forze di distruzione; ella anzi le spargeva con le sue mani come una furia, con furore e con grida. Arsero i rami e le cime, la fiamma salì oltre i domi e si spiegò guizzando a grandi altezze; poi per un impeto di vento che giunse di tramontana, le fiamme corsero a raggiungersi ed a congiungersi spinte ad un punto, sottilmente, con brontolii rochi. Scorsero rettili sibilando, di foco in foco snodandosi come vimini in fornaci; nulla fu illeso, nè i piccoli sterpi, nè le grandi rame; i tronchi bensì rimasero rigidi e oscuri nel turbine. In poco la pineta d’Isola fu comeun’improvviso cratere. Una pioggia di tizzoni cominciò, caddero rame arse; le braccia de’ vecchi pini tese ad eterno invito, ad una ad una precipitarono con fragore, e per le resine, fu nell’aria un profumo di tempio.

Parve che fra il fuoco in corona ampia di martirio avanzasse una turba accesa e scomposta. Mille e più, innumerevoli, uscivan gli esseri dalle forze del fuoco onnipotenti ed avanzavan forti come l’amianto, vittoriosi dell’elemento purificatore.

Tutti i solitari della pineta, tutte le anime fortificate dal silenzio, i puri, i semplici, i dimenticati dagli uomini e dal tempo, ma non dalla natura, venivano come in processione per vedere la morte di ciò che fu la loro esistenza. Rudi come corteccie di pini, puri per sentimento d’amore e semplici per considerate grandezze, passarono e scomparvero, poi che ad uno ad uno riarsi caddero i più vecchi tronchi di pino.

Fu un volteggiare sempre più vasto nell’aria, da tutti gli orizzonti giunsero i migratori alla morte, non vi fu in quella notte ombra che attraversasse il cielo, che non si offrisse quasi ad olocausto. Le rame più forti che si allacciavano salde, nella crescente combustione, poi che il calore salì alla più alta potenza, si inarcarono d’improvviso a trionfale passaggio e parve infatti che in una fiamma sibilante, passasse l’anima viva della pineta esulando.

E nel fitto assieparsi dei tronchi, scompigliata da vari venti, viva, moltiplicantesi per eterne energie, la furia delle fiamme si scatenava più terribile di un uragano, ovunque fosse una vita era una scaturigine di fuoco, tutto si snaturò e si scompose nel rogo. La morte delle cose regnò ritta nell’ombra, sorridendo, grande quanto i cieli, e l’arco della sua falce superò gli orizzonti.

E Mea corse, corse, ella sentiva ardere le sue vesti, ella sentiva che sarebbe scomparsa con la sua vendetta. I capelli ebbe mezzo riarsi e sul viso bianco, e sulle spalle, e sul seno, piaghe nerastre.

Ella si sentiva sformata, su di sè era il fuoco, nelle sue piccole mani, nella bocca, nei capelli, ovunque ella aveva un nido di bellezza, ovunque ella aveva una perfezione, il fuoco sformò e quasi disfece. Non sentì dolore, non gridò per dolore; era tutta la sua attività vitale condensata nel fulcro eccelso del suo pensiero che correva ad un termine. Ottenuto lo scopo, sarebbe caduta esausta e moribonda, ma vincitrice.

Ell’era l’assillo e il tormento, l’energia e la vittoria, un’estrema forza spinta ad un’estrema rovina, fatalmente. E corse verso la casa di Mirello.

Poi che la vide rossastra, illuminarsi nell’incendio e vide sull’aia ritto, immobile nell’orribile visione, Mirello, e attorno a lui i piccoli fratelli tenersi allacciati in ispavento, gridò e fu l’asprezza di un fulmine:

— Ah! vieni! sposami, sposami, sposami! E poi che l’altro convulsivamente, quasi atterrito dalla visione si precipitava, corse nel fuoco e dal fuoco l’ultima volta, con risa aspre, tese le piccole mani piagate in invito d’amore.

Poi un impeto improvviso di fiamme l’avvolse ed ella scomparve in una luce viva ed altissima, dall’odio alla morte, senza un grido di spasimo.


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