La selva.
Dalla chiesa del monte s’inseguirono per l’aria (la stridula campana battè rapidamente) una serie di rintocchi incomposti a tre, a due, come la mano frettolosa voleva.
Michele, ch’era presso al forno annerito, si scostò, e, alzati gli occhi, vide che il sole era a mezzo il corso, sicchè borbottò fra i denti riabbassando gli occhi:
— Tempo che passa, miseria che avanza — e si riaccostò al vecchio forno diruto, composto di massi gettati alla buona di Dio, senza calce, tanto per formarne un piccolo foro, ove il calore di qualche sterpo arso non s’affievolisse sì tosto.
La piccola casa coperta di lavagna era presso, nera e miserrima nella sua forma raccolta e tozza; quattro mura che formavano una stanza, non più; una piccola finestra per dar luce e una porta nella quale poche tavole d’abete sconnesse e quasi cineree, facevan scarsamente l’ufficio di uscio. Poi, più discosto, il piccolo ovile.
La casa sorgeva a mezza costa del monte, sopra dilagava in intrichìo vasto di rame la selva di castagni, e sotto, fino a valle, il querceto. Il sole vi giungeva a mezzodì, poichè il versante era occidentale, onde un’ombra grave e quasi perenne era in que’ luoghi che non sapevan spazio d’orizzonti, nè avevan visto il sole mai nascere o tramontare.
Quando ricadeva l’ombra, il sole non era morto, il monte dirimpetto ne toglieva anzi tempo la luce.
Michele attese che il pane cuocesse. Seduto su di una pietra, presso il forno, stava, le ginocchia abbracciate ed il capo fra esse; un atto di abbandono grave.
A spica, a spica aveva colto in riarsi campi qualche manciatella di grano, ora ce n’era forse per qualche settimana; cinque bocche gli chiedevano il pane, egli ben vedeva il pallore di digiuni sugli scarni visi de’ figli.
Chi poteva combattere con la forza del fulmine o con la corrente dilagante de’ fiumi?
Nessuno pregava per lui forse.
Miseria, su miseria, non ci fu mai bene nella sua casa dacchè Rosa partorì il secondo nato. Crebbero i figli e in proporzione il bisogno, e le poche risorse sue andarono diminuendo.
Ogni boccuccia nuova trovò il petto della madre più esausto, sicchè, l’ultimo nato: Alfonso; era cresciuto esile come un giunco, come un alberello senza acqua in terreni sassosi.
Cinque bocche, aveva udito in certe notti sommessamente lamentarsi: gli esseri suoi non trovavan sonno; c’era sul letto di quercia il ramo d’ulivo benedetto, ma non era passata mai su quella casa una Pasqua di pace.
La porta cigolò sui cardini e la vecchia Rosa si presentò ridendo; chiese:
— Il pane?
Michele non fe’ atto d’intesa.
Rosa avanzò e richiese:
— Il pane?
E tentò di levare le assi che coprivano l’apertura del forno.
Michele alzò il capo.
— Andate, andate che ci penso io.
L’altra rise ancora senza guardarlo, poi gironzolò per l’aia raccattando qualche stecco che si pose in grembo.
Il suo scarno viso ossuto aveva l’eterna contrazione del riso, parea ch’ella si fosse inebetita in una gioia perenne,o ch’ella per non consumarsi in lagrime continue, si fosse data così al riso. L’ombra, gli alimenti, la vita, l’avevan condotta pian piano a quella incoscienza stanca d’intelletto esaurito nel dolore e nella ruina; la fatica e la miseria avevan lasciato l’orma loro, ell’era la creatura vinta interamente dalla fame, l’immagine e l’ultimo limite del dolore.
E rideva sempre, anche se esaurita dai digiuni, sentisse l’imperioso desiderio del pane; anche se i crampi le attanagliassero lo stomaco, o le tempia le battessero rapide per febbre.
Non parlava quasi più, l’antica giovanetta data al canto: Rosa dalla squillante voce. Un tempo fu in cui ella iva aggigliata in qualche mattina, allora la chiamavano Rosella, e cantava gareggiando con le altre fanciulle. Ma si esaurisce il terreno che dà maggior ricchezza di messi e su di esso non si rinnova la dolce stagione; ella si era fermata nel riso di allora come in un punto solo in cui tutto l’intelletto si compenetri.
Scarpicciò ancora per l’aia e raccolse stecchi, fili d’erba, foglie, tutto che le si presentò agli occhi, capace di attivare una fiamma, poi riaperse l’uscio e scomparve.
E giunsero dal monte i figli, Luigi e Masino vennero primi, Alfonso seguì più lungi; nessuno fece parola, sedettero per l’aia, togliendo il sacco dalle spalle, Michele non alzò il capo, li udì e si tacque.
Alfonso sedette su di un ceppo e da questo staccò le barbicelle più esili. I quattro uomini rimasero guardando la terra con fissità strana, quasi ne volessero far scaturire una larga messe, un tesoro. Essi stavano sotto al sole, la terra era bianca ed arida.
C’era un silenzio meridiano opprimente, pareva di udire qualche forza rodere la terra internamente, un’antica forza che minasse il monte nelle sue viscere, sordamente nel tempo.
Essi ascoltavano muti.
E ancora Rosa comparve sulla porta e chiese:
— Il pane?
I figli alzarono il capo e lo riabbassarono senza dir parola, ella sorrise a tutti e rimase così, con una rocca fra le mani, e ne agitava il pennecchio. Sotto quel sole parea ci fosse un singulto.
Rosa guardava i figli come consentendo a un suo pensiero, le sue mani ossute scompigliavano il lino e parea ch’ella volesse parlare per pianto.
I figli si piegavano a quella miseria oscurandosi sempre più; accettavano tutto, fosse pure un rosicchiolo rancido, purchè i denti avessero da frantumare qualcosa e lo stomaco non gridasse nella sua insaziabile fame. La loro gioventù non era vissuta mai. Eran passati giorni in cui il maggiore aveva masticato erba, per non togliere a’ più giovani il poco pane sufficiente appena a non morire. Erba amara come il veleno.
Presenti al continuo martirio dell’essere, al tormento continuo della carne, s’eran lentamente ammutoliti e chiusi, ciascuno conservava in sè un suo odio incosciente, una cieca sua brama di animarsi in lotta contro qualche nemico che non sapeva.
Non poteva essere nell’anima loro serenità, la preoccupazione dell’esistenza li teneva come verghe ad un fuoco inestinguibile. Ardevano; eran gli occhi loro continuamente accesi di febbre.
Alfonso aveva sognato una notte una magra figura di donna, vestita in gramaglie che annaspava verso un fuoco; spaventato dall’incubo, ai fratelli narrò il triste sogno, essi dissero ad una voce:
— La morte!
Così ogni loro pensiero giungeva ad un unico termine di vita.
Se alcuno d’essi tentò una nota di canto, ben presto sentì soffocarsi la voce, chè ogni bel riso nella mente loro tornava in dolore. Nessuno li fe’ sapienti di giustizia od’altro; essi non seppero se non il calvario di Gesù e la pace degli umili ne’ cieli, ma ciò non bastava a vivificare i loro spiriti; la remota ricompensa de’ cieli non era sì alta e soggiogante da convincere ogni loro pensiero, ed essi ancora non sentivan tanta forza di misticismo da piegarsi volenterosi a qualsiasi sofferenza pur di avere la gloria di un incomprensibile paradiso.
Era la carne loro, era il palpito del loro sangue vibrante come la più alta armonia, che li rendeva cupi per insoddisfatte energie; era la vita che sfuggiva ai loro occhi ch’essi avrebbero voluto. Lo spirito, più che la materia, si esauriva, non poteva aver forza di concezione superiore; essi avrebbero benedetto l’alba del Signore in forma di un pane quotidiano e sicuro; si sarebbero prostrati, come veri figli della terra, al sole, se le attività del loro essere si fossero sviluppate, se qualche gioia li avesse accolti come tre figli dispersi che una buona ventura riconduce.
Ribelli no, credevano dovesse esser così per loro continua condanna e questo li rendeva muti ed irati; supponevano un destino più forte di qualsiasi umano volere, che li perseguitasse di continuo, senza tregua, per qualche incognito male. Non mai avevano bestemmiato il Signore; però questo loro Dio era nella chiesa e non si staccava di là, lo pregavano là dentro, come si andrebbe da un ricco ad implorare un aiuto, ma non ne sentivano affatto l’onnipotenza.
Michele poichè vide che il pane era cotto, disse:
— Rosa portami l’asse.
Ella fu sollecita nell’obbedirlo. Corse coll’asse che pose di traverso su due pietre. Michele vi depose lentamente in simmetria la fornatella di pane. Mandò questo un odor sano e caldo che fece dilatar le narici, Rosa mosse gli occhi dal pane ai figli, simultaneamente ad invito; poi tese la mano.
— Aspetta che si freddi — disse Michele.
Un campanellino suonò pel monte e si vider frasche piegarsi.
Gridò Michele:
— Maria? Maria?
Dall’alto scese una giovane voce incantevole:
— Babbo vengo.
Il campanellino tinnì più in fretta, ancora la voce si alzò in brevi incitamenti, poi, correndo, di un balzo le poche pecore furono nell’aia e Maria dietro sorridendo, rossa un poco per la breve corsa.
Ella condusse direttamente le pecore all’ovile (vi entrarono ad una ad una accalcandosi) chiuse la porticina e ritornò ove gli altri stavano a guardarla.
Stavano a guardarla con un senso di dolce ammirazione, la creatura bella fatta di amore e di grazia. Ell’era un po’ gracile, ma viva di sentimento, come gigli, come palme chiare sull’alba. Due grand’occhi brillantini che parea cantassero in sè, per loro intima vita esuberante, compendiavano il sorriso di tutte le cose, la vita di tutte le vite; ell’era l’immagine chiara della virtù dell’amore. Figlia della selva, creatura di una forza serena; come una fonte fra alberi chini allo specchio dell’acque, l’anima sua rifletteva le forme e gli aspetti delle cose.
Un tralcio d’abelmosco fra i capelli, il fiore di cui i serpentelli odoravano e i ricci e le macchie aspre di pruni; un non so che di bestino che dava l’ebbrezza di un sottile licore e il ricordo della gaia vita in libertà e le malie strane della selva, come d’invisibili esseri allettanti fra qualche macchia per pungere nella seduzione di un riso. Ell’aveva i capelli quasi capreoli selvaggi intorno a tutto il capo, in rapide volute, non lunghi ma folti, come un cespo di capreoli; una corona a un viso perfetto. Era sua eleganza e bellezza quell’insieme d’incolto e di selvatico che la riaccostava alla semplice natura di cui era diretta figlia; senza artifizi, per la mancanza di ogni cura, era manifesto in lei il gran tesoro della semplicità che la faceva ricca di mille grazie.
Ell’era la prediletta, come fra i biodi si eleva una ninfea.
A lei toccava il miglior boccone; una povera mano ama spesso di coltivare un rosso geranio sulla finestra disadorna, Maria come l’umile pianticella, metteva un sorriso ove fosse, onde altri viveva della sua vita, altri di lei necessitava come d’aria, degli elementi sostanziali alla salute e alla virtù, altri trovava il suo Dio in lei.
Chi avrebbe avuto il turbine di una passione veemente, s’ella guardava con que’ suoi occhi esprimenti: — Io posso addormentarti nel riso — come mani scorrenti fra i capelli in carezza di pace. Vicino al mare, ne’ calmi mattini, l’anima si piega così alla volontà del gran sereno, e il fascino di una immensità può racchiudersi nel breve spazio di un viso per la calma immensità di uno spirito. Alcuno che tema la morte può chiamarla con desiderio; alcuno che maledica la vita può dire: — Benedetta sia dal primo dì della luce. — Natura si compiace di esaltare le sue maraviglie in aspetti molteplici; natura, dagli stessi spiriti, plasma differenti forme, e vi diffonde e vi aduna con prodigiosa potenza, da un esigua cosa ad una eternità di spazio, dando gli stessi principi di forza a due aspetti e racchiudendo in un seme le meraviglie di un mondo. L’amore nella sua virtuale espressione, è pur sempre il principio di tutte le attività umane ed universe.
Maria era un’umile creatura, il frutto del ramo più esiguo, che aveva meno copia di linfa per nutrirlo, ma che pur tuttavia, dava con amore tutto ciò con virtuosa abnegazione d’altri germi; così egli cresceva umile e piacente per benevolenza d’altrui.
Ora stava Maria aspettando; era sul suo viso un viola pallido diffuso, taceva sorridendo. Rosa la guardava come volesse adornarla di qualche ricchezza, pareva che la madre uscisse dal suo idiotismo per la figlia più esile e più bella. Ella forse nella sua fanciullesca semplicità, la pensava una nuova principessa di fiaba, sicchè le disse:
— Lo vuoi il nostro pane?
E Maria alzò gli occhi sereni:
— Ma sì, chè ho tanta fame.
Rosa le posò una mano sui capelli folti; poi Michele si levò per divedere il pane fra i figli.
Ebbe la prima parte Maria, le disse:
— Basta?
Rispose la fanciulla:
— Sì.
Alfonso, Masino e Luigi vennero poi tendendo la mano e tutti si assisero nell’ombra presso a Maria. Mangiarono in silenzio; poi che ciascuno ebbe finito, riprese il suo sentiero di fatica, chi al monte, chi alla valle, senza augurio nessuno. Il giogo ancora li premeva costringendoli al silenzio.
Maria alzò la voce quando trasse le pecore dall’ovile, ella sola gridò:
— Addio — e si avviò cantando un rispettuccio garbato.
Dette suoni di crotali e sistri, l’antica selva mossa dal vento; molte quercie scamozzate stettero come fauni e satiri dai piedi forcuti, dalle dure faccie aspre e desiderose di carezze sapienti, irrigiditi in qualche suprema libidine. Questi, con le braccia monche, eran nella selva, come le erme di qualche antico giardino d’amore; ancora in atto d’invito stavano, ritorti in un delirio di folli grida, in uno spasimo di tutte le membra sotto l’oppressione di una corsa, di un violento possesso. Gli occhi bislunghi ebbri di tutta la bestialità umana, le sottili bocche piegate ad arco in un ghigno di selvaggio potere. Così, immobilizzati nel tempo sulla dimora di una vincitrice driade, a scherno della loro insaziabile concupiscenza. L’edera ancora fra le brevi corna strisciava, lasciando ricadere lesue foglie a ghirlandetta sul viso nerastro, folto di peli crespi.
La selva ebbe molteplici suoni, fino alla sommità del monte si estesero, intrecciandosi in confusa euritmia. Il suono di un campanaccio scese da’ pascoli lontani, da un masso pullulò una fontanella limpida gorgogliando.
Maria condusse le pecore a brucare l’erba nuova; si aprivano bocci ad ogni suono, ogni zolla fioriva in una chiazza di sole. Maria andò fino alla costa verso l’opposta valle, il giorno era forse un po’ caldo, un po’ stanco; passarono fremiti nelle ondate del vento.
Ella sentì di godere in una carezza, un’avviluppante carezza di tutte le cose vibranti quasi con violenza.
Le voci umane avrebber tremato in quell’ora, o abbassandosi fioche si sarebbero spente in silenzi pieni di promesse. Ella si guardò una piccola vena nel polso tremare come di brividi di cui l’anima era incosciente.
Ben diceva il rispetto:
—Li ho visti dei limoni acerbi staree maturarsi per amor di sole.—
—Li ho visti dei limoni acerbi staree maturarsi per amor di sole.—
—Li ho visti dei limoni acerbi stare
e maturarsi per amor di sole.—
poteva esservi intorno cosa che non dovesse esser violata nella sua acerbità?
I pruni davan le bacche selvagge e l’aspra verginità de’ frutti era violentemente maturata dal sole nella possessione universa. Qualsiasi cosa si addolciva; prendevan colore così i frutti sulle alte rame; un desiderio di darsi a quell’ampio abbraccio, di essere compreso in quella corsa gioiosa verso la maternità, verso il confine della vita per il tramite del piacere, era in qualsiasi materia viva de’ due regni.
Il sole segnava mirabilmente nel suo alto cammino l’evolversi delle cose. In lui, per lui tutte le vite in atti molteplici e conformi si spegnevano per risorgere; egli era ne’ cieli l’immagine di un ineluttabile ciclo di azioni.
Stette dritta e spoglia un’acacia; dal tronco e dai rami aridi, numerosi si dipartivano gli aculei a cono, rossastri come per sangue aggrumato e per ruggine, rigidi, gettati nella materia più solida e infrangibile. Sotto al sole la pianta magra e forte dava un’ombra senza intrichi.
Ell’era morta, la linfa, dalle radici profonde non più saliva pei tessuti in flussi rapidi e costanti; era morta e diritta nella sua minaccia. Priva di verde il suo aspetto arcigno le dava una apparenza quasi di nuova vita, attorno a lei non eran fiori; ma bensì, siccome il sole tutta l’avvolgeva, su di un ramo si era placidamente avvolto un serpentello. Stava col capo e la coda penduli, immobile nel torpore di tutto il suo essere soddisfatto. L’immagine fu piena di vita sotto il sole fecondatore.
Maria passò e non temette; gli innocui serpentelli sibilavano fuggendo spaventati all’appressarsi delle sue pecore.
Sentì sotto i piedi umidi la terra calda: un contatto come di mano rude e callosa a volte, a volte aveva la morbidezza delle mani più candide.
Vide un reattino posato su di un ramicello; per il suo appressarsi non fuggì, cantava sotto voce, un filo esilissimo di note tramate intorno ad un pensiero calmo; fra pause continuava il suo canto gonfiando la gola, tutto raccolto, socchiudendo gli occhi di berilli.
Incontrò una vecchia che tornava con una bracciatella di stipa, aveva sulla fronte come delle stimate antiche, e però ella veniva muta guardando la terra, nè disse augurio a Maria.
E sull’alto dei rami stridevan le cicale dalla voce legnosa, tremula, inesauribile. Qualcuna ebbe come singulti chè cadde preda di qualche passero vorace.
Invero era come un invito d’amatori sotto la caldura. Fra i più spessi cespugli stava il colore stanco dell’erbe morte. Passavan scendendo dall’alto sibilii come di corseveloci fra i rami, inseguimenti di satiri, sibilar di freccie da qualche bianca mano di purissima Diana.
Maria andò sorridendo fra le piccole labbra, con un visuccio che pareva un maggio. I piccoli seni fiorivano sotto alla veste, premevano desiosi delle prime carezze; due frutti dell’orto nuovo, eran come due frutti rosei della rama d’amore dei cantamaggi. Ell’era bensì trascurata nella veste, ma questa fioriva per la grazia della sua bellezza. Le brune mani stringevano un’esile verghetta con la quale dirigeva il cammino delle pecore. Ell’era lenta e pensosa di qualche cantata udita dalla bocca di un compagno, fra valle e valle.
—In quel lettuccio dove dormi sola,senza piacere e senza pensamento. —
—In quel lettuccio dove dormi sola,senza piacere e senza pensamento. —
—In quel lettuccio dove dormi sola,
senza piacere e senza pensamento. —
E però il suo volto stava fra un dubbio e un sorriso sogguardando dagli occhi larghi verso le cime.
Ben soleva nel meriggio udirsi una voce lontana forte e chiara nello strano canto a gorgheggi di gola aiutati con la mano appoggiata sulla laringe. Un canto ove la voce parea sdoppiarsi in gruppetti ed in appoggiature rapidissime, che davan la sensazione non già di una voce umana, ma del suono di qualche silvestre istrumento adoperato con grazia. Un modo di canto non udibile se non fra i monti. I pastorelli lo chiaman =lulù.=
Maria aspettava le prime note per riprendere nella rifiorita il motivo atto alla risposta sagace. Pertanto arrestò le pecore e si sedette a riposo all’ombra.
Pensò le dovizie dei mari; pensò le meraviglie di quel lontano incantesimo, giacchè dai monti eretti, non si scorgeva il mare se non come oro ed argento scintillanti, liquidi e vivi per potenza di sole. Vicino a lei riluceva una piccola gora, un laghetto in una radura, un occhio eternamente vigile e limpido ma pieno di stupore.
Ella vide le alborelle chinarsi con pieghevolezza, conamore verso qualche allettamento; tremavano que’ brevi fusti, snelli come dorsi di giovani giumente; qualcuna da un breve ramo troncato gemette goccia a goccia un liquido chiaro.
Maria appoggiò il capo al tronco della quercia, la sua gola rimase scoperta, vi passò il vento tepido come una carezza lasciva. Socchiuse gli occhi, tutto fu più chiaro e più limpido, come più lontano però: vide le particolarità più minute, la più piccola piega di un ramo; il celeste biancastro del cielo non era più così grave, le parve di essere entrata in una grotta e di provarne quasi la sensazione della frescura. Vide un inseguimento: due passeri cinguettarono rincorrendosi, si persero fra i rami, passò come un pispiglio di piacere. Sentiva la vita, la rapida e intensa vita delle ore calde e non ebbe altro desiderio se non quello di rimanere così in quella specie di gioia e non far atto che la destasse. Le bianche palpebre scesero a velare gli occhi, questi luccicarono, per piccolo spazio, nerissimi e lucidi in un’ombra viola del viso, ebbero essi stessi un’ombra viva e forte nel breve volto ovale ove non era una bogia.
«Vattene bella, vattene a dormire:il letto ti sia fatto di vïole:al capezzale ti possa veniredodici stelle e tre raggi di sole...»
«Vattene bella, vattene a dormire:il letto ti sia fatto di vïole:al capezzale ti possa veniredodici stelle e tre raggi di sole...»
«Vattene bella, vattene a dormire:
il letto ti sia fatto di vïole:
al capezzale ti possa venire
dodici stelle e tre raggi di sole...»
Nella mente le fiorì la dolce serenata. E ancora:
«In quel lettuccio dove dormi solasenza piacere e senza pensamento...»
«In quel lettuccio dove dormi solasenza piacere e senza pensamento...»
«In quel lettuccio dove dormi sola
senza piacere e senza pensamento...»
Udì nella mente la voce sola dell’amatore e le riprese del coro in intrecciamenti di terza e l’armonia soave l’avviluppò come in un abbraccio. Sorrise e guardò intorno con gli occhi intensamente animati di vita.
Quando, un lieve sibilo le giunse, poi una chiara voce, come d’argento, cantò due versi cogniti alla sua memoria:
«...Anzi per chi ti vede e chi ti sentela primavera non finisce mai...»
«...Anzi per chi ti vede e chi ti sentela primavera non finisce mai...»
«...Anzi per chi ti vede e chi ti sente
la primavera non finisce mai...»
Sorse in piedi d’improvviso e guardò fra le rame scrutando.
Poi alzò le braccia per sentir quasi più attivo il suo essere e rispose con un gorgheggio di gola.
Gridò la voce prossima:
— Maria, Mariella.
Ella ancora gettò all’aria le poche note biricchine nè si mosse.
Il giovane venne di corsa.
— T’ho trovata, t’ho trovata!
— Mi hai cercato molto tempo?
— Nella valle, fino al Buco d’Inferno; ai piedi di monte Colombo. Sentivo qualche campanella sul monte e gridavo; molti si son presi giuoco di me, lo sanno anche gli alberi che ti cercavo.
— Hai caldo?
— Così.
— Siedi.
Egli la guardò con grazia:
— Non sono stanco, no, tu mi dai lena.
Si appoggiò ad un tronco con le mani incrociate dietro alle reni e stette a guardarla con fissità, ella si avvicinava tracciando archi sull’erba con la verghetta esile ed elastica.
— Sai, disse lui, Giovanni è partito.
— Per dove?
— Non so. Ha detto che passa il mare, e va in un paese lontano.
— Non tornerà più?
— Forse tornerà, vuol far quattrini.
Disse ancora dopo una sosta:
— Voleva che anch’io andassi.
— Tu?
— Sicuro, e mi sarebbe piaciuto.
Ella arrossì e chiese con breve voce:
— Perchè non sei andato?
Egli le si fece accosto, accosto:
— Per te.
E ancora.
— Ti voglio bene, sai!
S’incrociarono le due parole come due raggi di luce, ella ne sentì il piacere e nello stesso tempo il suo cuore tremò per la soverchia dolcezza.
Non trovò una vibrazione di voce che potesse mormorare una frase di assentimento, ma egli ben vedeva che anche nel silenzio tutta la sua persona, tutta sè stessa con veemenza assentiva, godeva, aspettava quella dolce parola.
Stettero con un po’ d’imbarazzo, poi siccome ella si sentì un po’ stanca (le parve di aver camminato per i sentieri più ripidi, verso le vette bianche, le sommità votate alla pura neve) disse:
— Sediamo?
Egli acconsentì. Sedettero accanto. Ancora egli novellò del mare, il fratello di Giovanni l’aveva traversato due volte.
Così la sentiva vicina, pulsare come una giovane canna presso acque, nella sua mente s’infiltrò il turbamento invadente dell’ebbrezza. Aveva come volontà di sorriso, eran ne’ suoi muscoli contrazioni spasmodiche involontarie, in fondo agli occhi suoi era un sogno ardito, una volontà quasi incosciente, forte per tutta la materia viva, per il rapido sangue fluente per le vene con ardore di febbre.
— Ci sei mai stato al mare?
— Sì.
— È bello?
— Sì; non ha fine mai.
Ella rimase con istupore; dopo una pausa sussurrò:
— Mi piacerebbe andarvi.
Il sole le passò fra i capelli.
Egli le si gettò ai piedi.
Maria sorrise ancora e siccome gli occhi di lui si socchiudevano disse, ma la voce non era chiara.
— Hai sonno? Sogni?
Il giovanetto rispose:
— Sì.
Poi le tese una mano:
— Vieni dormiamo.
E rise dando la faccia al sole. Ella si chinò verso lui e si baciarono.
Dall’altra costa del monte si udì la campanella di una greggia e una voce cantare:
«Bella che state in una stanza d’ambre,in d’una piccol sala di moneta,le vostre carni son di latte e sangue,le vostre vesti, filaticcio e seta...»
«Bella che state in una stanza d’ambre,in d’una piccol sala di moneta,le vostre carni son di latte e sangue,le vostre vesti, filaticcio e seta...»
«Bella che state in una stanza d’ambre,
in d’una piccol sala di moneta,
le vostre carni son di latte e sangue,
le vostre vesti, filaticcio e seta...»
Disse il giovane ridendo con le braccia tese:
— Rispondi rispondi rispondi!
Ella si tacque e si appoggiò tutta su di lui chinando il capo.
Il cielo parve abbassarsi, bianco, come tutto un drappeggio di veli, passò la voce stridula e continua delle cicale.
L’estate, l’estate piena, vibrante, possente, fu su di loro estrema forza di fecondazione.
La volontà della madre natura s’impose.
E gli adolescenti si chinarono alla vita palpitando di sorrisi, ma pallidi quasi per morire.
Passò un autunno senza pampini, un autunno senza grida di vendemmiatrici, senza ronzare spesso di pecchie a torno al dolce mele dei chicchi rubelli. Cominciò la triste malattia dell’inverno e tutto lentamente declinò, tutto s’impresse delle stimate dell’agonia, se non qualche cipresso, oscuro come le tenebre più spesse, che vegliò quasi a guardia della morte.
V’eran de’ sentieri che avean l’ombra, de’ sentieri nascosti e custoditi da una dovizia di messi inusitata: ora scricchiolavano per il palpito di uno spesso tappeto vegetale. La terra si denudava mostrando lo scheletro triste, antico e convulso per vulcaniche eruzioni, come smosso da titaniche braccia con pazzo furore.
Poi che i succhi vitali si esaurirono, fu un lento discolorire, un passaggio al silenzio, di ombre esauste.
Il verde, diffuso come da mani di alba, scomparve; qualsiasi apparenza che potesse significare un conforto della terra, scomparve; le case si videro pei monti, fra ghirlande di nude rame, giacersi chiuse senza apparente vita come vani abituri di fantasmi.
Una nota grigia dominò dal granito alle case, alle nude rame, ai campicelli nudi su qualche breve costa. I botri erano grigi per riflesso di cielo, nel Buco d’Inferno gridava, il fiume inabissantesi, come per continuo delirio di spavento. La sensibile animazione umana della primavera, dell’estate, ora si taceva; i luoghi s’irrigidivano alti ed oscuri, tetri come nell’effigie di un terribile destino invincibile ed universo. Parea che tutta quella scomposta sovrapposizione di massi granitici, nella titanica mole, costringesse l’uomo all’umiltà, alla schiavitù della forza, brutalmente.
Cominciò un pellegrinaggio triste, di miseria, verso i piani che dalle sommità si scorgevano, come mari tetrie densi di acque oscure, quasi spaventosi. Le greggi partivano non avendo pascolo alcuno e gli uomini pure; all’ombra delle case, con qualche sostentamento per l’inverno, rimanevano le donne, sole per la lunga stagione.
Michele come gli altri doveva partire la veniente sera, coi figli. Forse qualcuno di essi sarebbe rimasto se Rosa fosse stata sola, ma c’era Maria ed ella avrebbe avuto cura della vecchia ebete.
Quell’abbandono temporaneo era abituale, avveniva tutti gli anni, lo stesso giorno, all’ora stessa, nelle identiche condizioni; quasi le parole, gli atti si ripetevano con la stessa grave sobrietà, tutto si racchiudeva in un periodo breve di azioni ripetute senza un sensibile disturbo di cuore, come con indifferenza brutale, ma l’apparente calma celava un tragico sconvolgimento.
L’uomo si affeziona ai luoghi ove ha sofferto, forse con maggiore intensità d’affetto che non abbia pei luoghi di gioia; avviene infatti che si sperperi qualche parte di sè stessi nel piacere, mentre nel tormento pare che l’anima, racchiudendosi, si amplifichi e si raffini ed abbia maggior coscienza di sè, così che noi ci troviamo più chiari e più sensibili nei luoghi che hanno perpetuata una disperazione della nostra esistenza, anzichè in soggiorni di delizie, ove le maggiori volte l’anima nostra fu assente.
Quella casa era come la sintesi di tutti i triboli, in lei, ora per ora era segnata una continua persecuzione, metodica, quasi organizzata con finezze crudeli; la fame, la miseria, il tormento dell’avvenire, tutte le paure della morte, tutte le disperazioni dell’amore paterno e filiale, tutti gli affanni di precoci intelligenze, tutte le imprecazioni di una forza paterna insufficiente alla vita delle sue creature; l’istupidimento per il male, la follia per la miseria, ma pure l’anima vi era avvinta, l’anima vi era costretta da dolorose sensazioni sicchè ne scaturiva uno scoramento triste per l’abbandono, un muto dolore, una recondita vena di pianto nei silenzi del pensiero che parola non avrebbe manifestato mai.
L’antica lampada d’ottone arse appoggiata su di un boccale rovesciato in mezzo alla tavola, il lucignolo crepitò ed i visi scarni dei parenti si oscurarono e s’illuminarono a vicenda.
Il riso della vecchia Rosa era perenne e sotto quella luce opaca, parea scoprisse il teschio della magra creatura; ella stava con gli occhi socchiusi e il capo sulle braccia posate sul tavolo, sotto le palpebre luccicava un non so che di acquoso ed incerto; le mandibole per una lenta paralisi si muovevano come se continuamente frantumassero cibo e la pelle strisciava sulle ossa e stirandosi disegnava quasi la cavità orale. Maria aveva appoggiato il capo al muro, stava così in abbandono in un ardito scorcio perfetto. Il corsetto slacciato lasciava, oltre il collo, scorgere la linea bianca e pura del primo seno.
Gli uomini finirono il loro pasto; poi Michele si alzò e disse:
— Figli, è l’ora; la strada è lunga, fate presto.
Rispose ciascuno d’essi:
— Vengo — e si alzò lentamente.
Stettero in mezzo alla stanza per rammentare gli oggetti da prendere, ciascuno si caricò di un piccolo fardello e furono pronti.
Michele si rivolse alle donne, Rosa si era alzata, Maria no, parve non avesse inteso. Michele le disse:
— Maria abbi cura di Rosa, non la lasciare mai, essa è come figlia tua, fai tu da madre. Stette un poco pensoso, poi più sommessamente riprese:
— Non accostare uomo e tieni all’onor tuo che è la sola dote che tu possa avere.
La ragazza aveva alzato il capo e lo guardava dai grand’occhi aperti, come sbalordita.
Egli fece un passo verso la porta poi si rivolse e con lentezza strascicò la parola d’augurio e di saluto.
— Addio.
Rosa scosse il capo ridendo.
— Addio addio addio... — agitava le mani scarne brancolanti per l’aria scompostamente.
I figli ripeterono la stessa eco, poi nascosero il volto nella mantella ed uscirono senza rivolgersi. La porta si rinchiuse, si udì qualche scalpiccio, ma non più ritmo di voci.
Rosa girò per la stanza, scosse le vesti, si passò le mani sui capelli e sulla bocca, girò il capo intorno lentamente come cercando un pensiero in uno scompigliato mare di tenebre, poi si accostò al focolare, ne smosse la cenere con le mani e su qualche tizzone che apparve soffiò gridando:
— La cena la cena la cena.
Maria si scosse, strinse gli occhi, si raddrizzò e chiese improvvisamente con un impeto nella voce tremante:
— Mamma, dov’è il babbo?
Rosa si volse, tacque e un attimo il riso scomparve dalle sue labbra scarne e le mandibole cessarono di masticare, ma come permanenza tenue della follia, sussurrò una volta ancora:
— La cena.
Maria più forte, con maggior eccitazione, accostandosele chiese:
— Il babbo, il babbo, dov’è il babbo?
Rosa la guardò rizzandosi presso lei, stette un poco in silenzio, poi tese un braccio verso la porta e scosse il capo.
Fu un attimo nella sua mente, chè dopo gli atti incomposti la ripresero, ma nell’attimo, per le sue guancia scesero lagrime coscienti.
Maria intese, corse verso la porta, l’aprì, si sporse nel buio e gittò al vento il suo grido, reiteratamente, con energia inesausta:
— Babbo babbo babbo?
Rispose qualche eco, qualche lontananza ripercosse il suono, la fanciulla capi l’inutilità della chiamata, sicchèritornò e con ispasimo incrociò la mani sulla fronte, le mani fra i capelli, si piegò quasi costretta da tormenti, il viso tutto si contrasse nell’imminenza di un attacco di pianto; salì un grido sordo, profondo, salì a piccoli scatti aumentando potenza, finchè nello schianto del completo singhiozzo irrompente si abbattè sulla tavola come folle, gridando per ogni voce rotta:
— Babbo babbo mio, babbo...
Rosa la guardava presso il focolare, con le mani pendule ai fianchi; senza tremiti. Ad un tratto come un automa le venne vicino, l’avvolse in un abbraccio e borbottò fra il riso e i singhiozzi, con accenti tragici:
—Ninna, nanna,la bambina è della mamma,ninna nanna,ninna nanna.—
—Ninna, nanna,la bambina è della mamma,ninna nanna,ninna nanna.—
—Ninna, nanna,
la bambina è della mamma,
ninna nanna,
ninna nanna.—
Le due donne sole si trovarono così nei silenzi d’interminate notti, senza veder viso umano se non a lunghi intervalli. Maddalena del Bosco, andò a volte, chè aveva la casa più prossima, ma invero non trovò allettamento di pettegolezzi e invano si sforzò di trascinare Maria a dir male di qualcuno, che la ragazza l’ascoltò appena e rispose a monosillabi e molte volte anche non seguì i ragionamenti suoi, sicchè non assentì alle sue conclusioni. Anzi Maddalena suppose che Maria avesse qualche male, chè la vide pallida ogni giorno più e trovò sotto ai suoi occhi, a volte, certi cerchi neri, come se si fosse consumata in pianto per notti e notti, senza tregua mai. Gliene fece parola una volta e Maria la guardò con interessamento di sorpresa:
— Davvero? Sto male?
— Ma sì, bambina mia, vi trovo così pallida, così addolorata, siete magra anche. Pare che piangiate sempre.
— Eh! sì, piango qualche volta.
Maddalena la scrutò con gli occhi grigi:
— E perchè? Cosa vi addolora?
Maria chinò il capo, strinse le mani fra le ginocchia e non rispose. La donna suppose ch’ella dovesse seguire la via di sua madre. E andò più di rado in quella casa, ma qualche volta vi comparve ancora, non fosse che per pochi minuti, pur di vedere, come s’era fissa in mente, se le due donne in realtà fossero pazze entrambe; ma ella trovò sempre Maria seduta presso il focolare semi spento, intenta ad agucchiare, come una madonnina del silenzio e del dolore, votata a qualche martirio continuo ed inconsolabile.
Sempre pallida, con gli occhi neri e vivi di lacrime recenti.
Rosa stava a’ suoi piedi con le mani fra la cenere, o costruendone monticelli o soffiandovi sopra tanto da farsela entrare negli occhi. E ciò finiva per annoiare ben presto Maddalena, sicchè, pur mantenendo le buone relazioni, si fece viva più di rado. Ma andò per le case dicendo con aria di sospettoso dolore e per tema ricco di congetture, che Maria era presso a impazzire, giacchè non parlava più e sempre piangeva ed aveva la parola morta e si era ridotta un filo.
La voce fu creduta, vi fu chi l’esagerò anche.
Pertanto Maria nel suo silenzio agucchiò attorno a qualche panniccello più fine che nascose sotto alla sedia o nel grembo, se udì qualche voce vicina. Ella apprestava un corredino minuscolo per una creaturina che sarebbe venuta, per il frutto dell’amor suo e della sua debolezza; qualche camiciuola, qualche fascia; lavorava la notte o i giorni di bufera, quand’era certa che nessuno avrebbe potuto improvvisamente sorprenderla.
Così capo per capo, con lentezza e con sofferenza, compì il corredino del nascituro, per ogni punto che dava era una lacrima, come la fiaba della buona Marta che siconsumò così. E degli aghi se ne spezzarono assai e delle goccie di sangue stettero su quei brevi lini, spesse, spesse; le piccole mani lasciaron la traccia del loro cammino, le mani che divenivano tanto bianche ed esili coma se andassero consunte per la fatica di quel lieve lavoro.
Ella cuciva, cuciva con lena, ma ad un tratto le mani le cadevano penzolando e il lavoro scivolava dal grembo e gli occhi le si gonfiavano di pianto. Così molto spesso con turbamenti repentini.
Una speranza ce l’aveva ancora, Nando non era partito con gli altri, ma di sposare non ne aveva fatto ragionamento serio.
L’ultima volta ell’era discesa fino alla strada più prossima, essendo domenica, egli doveva passare di là per salire alla chiesa.
La giornata era tempestosa, un vento freddo spingeva la neve in vortici, in larghe spire turbinanti, con velocità vertiginosa; sulla strada poche orme si segnavano. Le siepi eran quasi sepolte, qualche rovo spuntava dalla neve stecchito ed aspro, come lo scherno della vita.
Ella non vedeva alcuno e tremava pertanto sotto la sferza del vento crudo, le piccole mani nude costringevan la pezzuola sul capo, ed ella stava così tutta raccolta, col viso basso, sentendo per le vene infiltrarsi un gran freddo.
Ma poi ch’egli venne sentì per il suo appressarsi una sensazione di calore, come se rinascesse l’estate.
Egli la riconobbe e quasi si dispiacque di trovarla là.
Timidamente, senza muoversi, lo chiamò:
— Nando?
— Oh Maria, come mai sei qui?
— Ho bisogno di parlarti.
Nando rise con un certo cinismo.
— Affari serï vero?
Ella gli alzò in volto i suoi grand’occhi pietosi per significargli la crudeltà delle parole sue, ma gli si accostò.
— Perchè non ti ho visto più?
Il giovane si strinse nelle spalle.
— Non ho avuto tempo, poi come sarei salito fin lassù con questa neve?
— Oh! la strada non è difficile, sono discesa io per vederti.
Ella ebbe una dolce voce, invero pareva che carezzasse.
Poi si tacque. Nando non trovò parola, quel silenzio però finì per seccarlo, vi sentiva il principio di un male, onde d’improvviso alzò la voce:
— Senti Maria, debbo andarmene.
— Perchè?
— Debbo trovar Mattia, ho bisogno di parlargli.
Ella allora gli passò le mani attorno al collo, gli chinò il capo sulla spalla e disse, volle dire senza singhiozzi:
— Nando non verrai più da me?
— Sì, verrò.
La parola detta per torsi d’impaccio, ebbe per Maria un significato ampio e completo, ella vi lesse tutte le speranze e tutte le promesse, vi rivide la gioventù e la gioia, onde fu subitaneo il riso e il suo volto si animò tutto e gli occhi suoi si apersero all’anima sua più bella.
— Verrai? Verrai? Ti aspetto presto. Questa sera verrai?
Sì? Se tu sapessi come son lunghe le notti lassù; ci si muore soli. Soli, perchè mia madre non può dir parola... io lavoro... faccio un corredino.
S’interruppe arrossendo e guardò Nando negli occhi, egli pure sentì l’imbarazzo, distorse il capo, ed ebbe volontà d’andarsene per non cadere nel sentimento in cui ella ingenuamente tentava avvolgerlo, sicchè pur serbando le miti apparenze, capiva che in altro modo gli sarebbe stato impossibile l’andarsene, si chinò e le disse:
— Addio.
Ella ebbe una lieve contrazione di spasimo.
— Te ne vai?
— Ma sì, ti ho detto il perchè.
Maria lasciò che le braccia ricadessero inerti, il suo viso riebbe il pallore delle cose morte e sussurrò la parola ch’egli aveva detto, con lentezza, come se ogni suono le costasse parte della vita sua.
— Addio.
Nando le sorrise, ora con più sincerità, chè si sentiva libero e la sua voce sonora ancora augurò:
— Sta sana.
Ella lo guardava.
— Verrai?
Un cenno del capo le dette speranza, poi lo vide partire.
Sulla veste sua si era posata la neve e sui capelli che uscivan dalla pezzuola; ella diveniva bianca come la fredda sorella; così immobile sotto i grigi cieli, ebbe della figlia delle nubi la bianca apparenza e l’eterno stupore.
E l’aspettò. Eran passate notti in cui ogni palpito di vento le era parso lo stroppiccio di scarpe sulla neve, le mani avevan spezzato l’ago molto più sovente e la tela si era macchiata di sangue con maggior frequenza. A volte aveva tenerezze di pianto improvvise.
E Rosa la guardava per ore ed ore, seduta tra la cenere, con le mani fra i capelli, masticando e ridendo, come un’ombra, come una vecchia ombra del fuoco spento. Se le si accostava, le scompigliava il lavoro, così che Maria era costretta a sgridarla come una bambina e la vecchia tremando tutta si rincantucciava fra la cenere, nell’angolo oscuro del focolare, fra la cenere delle fiamme morte.
E Maria sentiva in sè, quella sua spensieratezza bella di un tempo, essersi cambiata in un gran bisogno di amare, in una necessità di dare la sua bontà, le sue cure, la sua vita a qualche essere che la proteggesse; ell’aveva anche l’alba di un altro amore ben delimitata nel pensiero e questo fioriva come un sacrificio.
Pertanto si affievolì, divenne debole e stanca, fece come la bianca neve. Un sentimento che non può aver vita, è come un male che rode. Ell’era l’essere debole che è nato con la sola bontà, l’essere incompleto per la vita e che la vita stessa condanna e distrugge.
E la bontà sua non potè vedere il male, nè biasimarlo. Non credette che Nando non sarebbe ritornato, e se pur qualche volta lo pensò, non trovò sulle sue labbra maledizione; ella soffrì come una martire, condannandosi a tutto il dolore del suo peccato.
E progrediva nella sua vita di silenzio, consumandosi fra le lacrime. La donna in lei non si manifestò altrimenti se non con una più secura coscienza della propria debolezza. E ciò fece sì che tutte le sue energie fossero date all’amore, che tutto l’essere suo si rifugiasse in questo sentimento con timore, con dolcezza e con frenesia quasi.
Null’altro per lei ebbe attrazioni simili; era come la terra per il seme, come l’aria per la vita.
Ella già vedeva il suo corpicciuolo sformarsi e ciò le dette sensazioni di gioia; la sua debolezza si manifestava così sotto una forma nuova. Vide fuggire dalle sue guancie il colore delle frutta mature e ne godette per suo intimo sentimento.
Era un gran senso di martirio in quella piccola anima incolta.
Avrebbe voluto che Nando avesse visto il disfarsi della sua persona; forse non gli sarebbe piaciuta e ciò le dava dolore ma egli l’aveva fatta diventar così, per pochi giorni di gioia.
Aspettò: passaron notti e giorni uguali, ore ed ore terribilmente simili, pensieri e pensieri gravi, insistenti; e l’inverno e il freddo, erano al di fuori, il vento e la neve, il buio ed il silenzio.
Un mondo triste, un mondo addormentato in un grande incantamento. Passò qualche urlo di lupo; sulle vette andavano ancora i lupi affamati, dagli occhi di fuoco,sulla neve se ne vedevano le orme; passavano vicino alle case. Una notte ella ne vide l’ombra dalla finestra. Era come un grande cane, fiutò, drizzò le orecchie, gironzolò annusando la terra e con mugolii cupi fuggì. Ella ne vide gli occhi sanguigni, accesi, ne sentì la violenza ed il terrore ed ebbe un’ora di spavento.
A volte passavano altissimi, stormi di uccelli, ciò avveniva specialmente sul far della sera; passava un’ombra fra le due immensità bianche, un’ombra alta che vedeva altre terre e migrava verso il sole.
E in tutti i crepuscoli si udivan le campane della chiesa, quella dell’alba era dolce ed esile e batteva pochi tocchi sensibili nella gran calma; la sera eran tre campane che ondavano a stormo e si intrecciavano in ritmo uguale e grave; l’alba, una breve voce di bimbo: la sera, il grido della stanca umanità.
E nulla più manifestamente animava quel mondo, ella ne conosceva così tutti gli aspetti, sapeva da quanti echi era ripercossa la campanella dell’alba ed anche quanti tocchi battevano quelle della sera; tutto le era palese e nulla poteva giungerle nuovo per distrarla dal continuo pensiero suo, dalla sua tribolazione continua. Poche ore di sonno le davan pace.
Ascoltò il pulsare di un altro piccolo essere dentro le viscere sue e tutta l’anima le s’intenerì nella dolcezza di quel senso materno.
Trascorse tanto tempo ch’ella non seppe, non potè uscir di casa mai chè non si sentiva bene e le gambe non l’avrebber portata fino a valle; Nando non era venuto, ma il tempo era stato pessimo sempre e questo forse aveva impedito ch’egli salisse da lei. Ancora l’anima buona non era disillusa.
E un giorno capitò, dopo un mese forse, Maddalena del Bosco; essa entrò con un’aria un po’ stanca e pietosa e si appressò a Maria guardandola come se la volesse proteggere e salvare. Teneva il capo inclinato sulla spallalievemente e la voce sua fu strascicata e sommessa quasi parlasse ad ud moribondo.
— Mariuccia, come state Mariuccia mia?
Le passò una mano fra i capelli sicchè la ragazza alzò gli occhi un momento, la guardò e rispose riabbassando il capo:
— Non c’è male Maddalena.
Questa le si sedette vicino.
— E Rosa?
— Sempre così.
— Poveretta!
Trasse un sospiro e si asciugò con le palme il viso, abbassò indi le braccia sulle ginocchia e su queste appoggiò il torso e così alzando il capo per vedere il volto della ragazza che stava chino sul lavoro, le chiese con lo stesso tono di voce strascicato:
— Sempre sola è vero?
— E chi volete che venga Maddalena. Vedete? sono qui come una povera abbandonata tutto il giorno per mesi e mesi e a volte credo di morire.
— Perchè non andate voi a trovare qualcuno?
— E volete che lasci sola la mamma? Non sarebbe prudenza.
Poi con questo tempo, chi si muove? Voi stessa non venite più.
— Oh! io sono vecchia, è un’altra cosa, ma voi siete giovane e la gioventù ama sempre la gioventù.
Maria non rispose, ma non intese la malizia.
Riprese la vecchia:
— E non avete visto più nessuno dacchè siete rimasta sola?
Disse la fanciulla con la voce bassa:
— Nessuno.
— Solo questa povera vecchia eh? Oh! lo credo che vi annoierete, è tanto triste essere così abbandonati!
Vi fu una breve pausa in cui si udì il rumore dell’ago, poi riparlò Maddalena:
— E voi come state? Ve lo chiedo perchè siete sempre così pallida, e mi pare anzi che lo diveniate sempre più.
Maria abbandonò il lavoro, ed alzò il capo traendo un sospiro:
— Sono stanca, sono anche un po’ ammalata, non dormo e non mangio, è un brutto vivere il mio, Maddalena. Datemi un rimedio voi.
— Non saprei, bambina mia... ma ci penserò. Voi siete apprensiva è vero?
— No.
— Proprio no?
— Oh Dio! Un poco, naturalmente, ma non tanto. Perchè me lo chiedete?
— Per nulla, così, perchè pensavo alla causa del vostro male.
Ristette un poco e fissò gli occhi grigi ed acuti in faccia a Maria.
— Perchè il vostro male deve avere una causa.
Maria arrossì tutta e non ebbe ardire di pronunciar parola, la vecchia vide propizio il momento e trovò maniera d’insinuarsi.
— Ditelo a me, povera bambina, io sono vecchia e vi posso consigliare; voi siete innamorata, vero?
La sua mano ripassò sui capelli della ragazza.
— Voi siete innamorata un pochino... anzi molto, ciò vi fa star male, ciò vi fa impallidire e non vi fa prender sonno.
Maria taceva sempre e sentiva un turbamento intenso non osava alzar gli occhi per tema ch’ella vi leggesse il nome di lui; ella lo aveva tanto in sè, da credere ch’egli potesse essere manifesto ad altri per un semplice suo atto.
— Eh! son cose da ragazzi, Mariuccia; e chi alla vostra età non ha avuto il damo e non ne ha sofferto? È forse lontano? Non vi ha scritto ancora? Sono dolorucci che passeranno, non ve la prendete a core, egli penserà a voi come alla Madonna santa.
La voce di Rosa la interruppe, ella gridava:
— Il fuoco! il fuoco!
Chè aveva trovato sotto alla cenere un tizzone e lo attizzava ora col fiato per farlo rivivere.
Maddalena riprese, i suoi grigi occhi aspettavano l’attimo che la parola avesse destato.
— E avete bisogno di rivederlo, è vero?
Maria scosse il capo per assentimento, ella si abbandonava tutta a quella rete d’insidie, credeva veramente che la vecchia parlasse per bene e un sentimento di gratitudine fioriva spontaneo e repentino dal suo cuore e un abbandono dolce, tutta l’avvolgeva come nella più soave carezza.
— Mariuccia mia, state guardinga però... l’amore fa dei brutti scherzi.
La ragazza alzò gli occhi interrogativi e questa volta Maddalena fu costretta ad abbassare i suoi.
— Perchè?
— Eh! intendo dire intendo dire... voi capirete bene.
— No, Maddalena.
La voce di Maria fiorì semplice, mite e sincera, tanto che la vecchia si chiese: Ch’ella sia veramente ammalata?
— Allora fate come s’io non avessi detto.
E un altra pausa vi fu in cui i pensieri di Maria si riordinarono ed ella trovò il senso vero delle parole di Maddalena. Avrebbe voluto confidarsi ora per avere un aiuto, ma non arrischiava di affrontare, prima, l’argomento assai difficile, sicchè stava perplessa, guardando le mani bianche e magre, immobili sul grembo come anzitempo morte.
Maddalena cambiò voce, assunse un tono indifferente e chiese:
— Avete udito ier sera, da valle, i canti dei partenti?
— No.
— Eppure durarono per un pezzo, si sgolarono. Ma non vennero qui a far l’addio?
— No, e perchè?
— Perchè, forse... c’era qualcuno che vi conosceva.
— Non so, ma non ho udito, nè veduto niente.
— Viaggeranno ancora, adesso.
— Si? Vanno lontano dunque.
— Oh! se vanno lontano! Di là dal mare, in America.
— Mio Dio! E quanto staranno per viaggio?
— Chi mi ha detto un mese, chi più, io poi non me ne intendo; sono partiti in dieci, c’erano anche Rosella e Martina con loro.
— Han lasciato la famiglia?
— No, tutta la famiglia, anche le vecchie. Aveste visto come piangeva la Zoppa! Andava trascinando la sua gamba come un cane bastonato ed abbracciava tutti, anche chi non ne aveva voglia; si dice che Innocenzo l’avesse ubbriacata perchè non gridasse e per tirarsela via meglio.
— Poveretta! Ma avete detto che eran dieci, mi pare che fossero molti di più.
— Dieci erano i giovanotti. C’era il Guercio, lo Zampino; questo sì che aveva la cera smorta. Annunziata gli si attaccava alle braccia, aveva tutti i capelli giù per le spalle e gridava che non voleva, che non voleva, ch’egli non sarebbe partito senza di lei. Ed egli a calmarla che pareva un Sacerdote. C’era Tommaso della Vite, Micheluccio, Santo degli Olmi, lo Scorpione; oh! lo Scorpione parea si volesse mangiar tutti, aveva il cappello di traverso, si dice che portasse tre coltelli e una pistola, io vidi un coltello, lo vidi io, aveva un manico nero lungo così. Del resto sapete che pelle è lo Scorpione, non ha paura neppure dei carabinieri. C’era Liuccio della Bionda. Oh! quello! esile come una palma e mingherlino, povero ragazzo, ballava dentro a’ suoi panni, ma era allegro, suonava la zampogna....
Si arrestò estrasse il fazzoletto e se lo passò sul naso ripetutamente, poi con la voce soffocata ancora, disse:
— C’era Nando...
Maria ebbe uno scatto improvviso, prese la vecchia per un braccio e le gridò:
— Chi? Maddalena, chi avete detto?
Ella tremava, pallida, si era rizzata a mezzo il corpo, i suoi occhi immobili e larghi aspettavano trepidando una risposta, tutto il suo essere era sul limite dell’abisso, presso a scompigliarsi per frementi mani di furie; la sua vita fu sospesa durante alcuni secondi, tutte le sue attività si arrestarono, ella fu la fiamma che si stacca dal legno e pare spengersi un attimo.
Ripetè la vecchia:
— Nando di Casanova.
Ella non ebbe più voce, si rizzò, strinse Maddalena per le spalle, la respinse, l’occhio mostrò tutto il bianco nel travolgersi, le sue mani s’incresparono fra i capelli, li disciolsero, se li serrarono al collo, poi annaspò con le braccia tese, fece un giro su se stessa e piombò distesa, come morta.
Rosa gridò fra la cenere, gettandosela sul capo:
— Il fuoco il fuoco!...
Il Maggio finì di fiorire, si chiusero le sue mani d’oro, le sue verdi mani, esso andò verso ai crepuscoli per ritornare nei crepuscoli di una nuova stagione.
Poi ch’ebbe dato il suo bacio a tutte le gemme, a tutti i germi, si avviluppò nei vapori di un tramonto e calò col sole dietro ai mari. La terra ne ebbe l’ultima bellezza, poi si assopì per ridestarsi nel sole, così come avviene che una fanciulla conosca uomo.
Fu l’epoca delle frutta; caddero le corolle dai melograni, il terreno si sparse come di goccio di sangue per ogni frutto che il ramo sostenne e nutrì. La terra aprì le sue viscere a tutte le radici che vi cercarono gli umori di vita e dette tutte le sostanze la buona nutrice, l’inesausta Cibele feconda.
Fu tempo di ritorni e le pazienti attese ebbero la gioia dell’incontro. Ogni sera qualche nuovo canto echeggiò per le montagne e qualche voce di donna pianse di gioia, e chi non vide tornare l’uomo alla sua casa, ogni tramonto guardò verso il fondo della valle ove la strada si perdeva, ed ascoltò tutte le voci che ebbero una vibrazione passionale e desiderosa.
Molti tornavan con buone novelle per i venienti, sicchè ciascuno si rallegrava in cuor suo aspettando con impazienza manifesta.
Maria seppe da Maddalena del Bosco che suo padre e i fratelli erano già in viaggio e pochi giorni mancavano al loro ritorno; ricevette la notizia senza scomporsi e guardò Maddalena con un sorriso triste.
Il suo dolore, senza un grido, si era raccolto in lei, vi si era annidato costante e terribile, senza tregua, paragonabile ai maggiori martirî. Da un lato, l’assillo velenoso la sospingeva, indebolendole la ragione, ad un limite ultimo di pena; dall’altro, la sua creatura, la sua debole creatura, le tendeva le piccole braccia, premeva i suoi seni, aveva necessità assoluta della sua vita. E se per sottrarsi al presente e all’avvenire, ella avrebbe cercato con risolutezza la morte, a ciò non sapeva decidersi guardando l’innocente, il suo piccolo peccato.
Nella maternità rifulgeva un po’ di bene, in questo sentimento il vigore della sua gioventù era ancora limpido e forte, ella si era chiusa come un cielo sopra quella piccola anima sua, come un cielo senza limiti ma impenetrabile, così che anche il dolore innanzi a quell’alba era costretto a tacere. Il dolore stesso, tutta la turba dei pensieri oscuri e delle disperazioni mute, dei triboli e dei patimenti acuiti; tutto il male, tutte le bassezze e le viltà, dovevan fuggire e umiliarsi, sotto l’impero di quella muta luce collegata alla terra e all’universo e somma quanto Dio.
Nell’amore di madre ell’era più forte del ferro, piùrigida del monte. Qualsiasi passione umana, qualsiasi sentimento morale che avesse potuto condannare il suo passato, il pensiero del padre e dei fratelli, l’ira e la condanna di quelle voci ch’ella pure aveva temuto e nelle quali, alcuna volta eran state per lei intonazioni sacre, sparivano, si ammutolivano, diventavano una cosa miserrima e meschina, di fronte al suo sentimento prepotente e solenne. Ella aveva dato tutta l’esuberanza del suo affetto al figlio, lo aveva racchiuso come in cerchi d’oro in un incantamento dal quale non si sarebbe destato per grida o per minaccie.
Ma s’ella pensava a sè stessa, s’ella guardava l’anima sua, per un intimo orrore rabbrividiva: la debolezza istintiva della sua carne, del suo essere scaturivano, allora, nell’accasciamento del male, abbattendosi stanca senza lacrimare, senza singhiozzo, costretta ad un martirio inesauribile.
Le dormiva sul seno il piccolo figlio e Rosa accoccolata a’ suoi piedi lo guardava, toccandolo con le punta delle dita e rideva mormorando cose incoerenti; in quelle soste avveniva l’abbandono al dolore.
A ciò che sarebbe avvenuto non poteva pensare, la sua mente non essendo in grado di concepire disperazione maggiore di quella che continuamente la straziava; tutte le essenziali virtù intellettive del suo cervello si tacevano, ella non aveva che poche visioni, poche parole racchiudentesi intorno al ciclo unico del suo peccato.
E quando il suo pensiero ricorse a Nando e lo pensò nella vita del suo breve amore, si sentì donna ancora, e non seppe, per la dolcezza del ricordo, per la soave memoria, maledire a quella sua potenza spirituale che l’animava come per l’incanto di una religione. Ella era debole sopratutto, era l’edera che staccata dal tronco, nelle sue ritorte ne serba l’impronta. A lei si poteva chiedere qualsiasi sacrificio per l’affetto, ma non l’affermazioneforte della propria individualità, ella sarebbe morta sorridendo pur di farsi amare, ma non avrebbe saputo staccarsi dal suo bene con volontà ferrea, schiantando qualsiasi cosa s’interponesse.
Maddalena del Bosco poi ch’ebbe inteso qual mite creatura ella fosse, la coprì d’insidie.
Un giorno le portò un po’ di cacciagione:
— Ecco, oggi mangerai meglio, io stessa te la cucinerò. Vedi, Vincenzo mio, si occupa di te, gli fai pena... e ti vuol bene. Egli t’offre questo po’ di roba.
Maria ringraziò con qualche parola.
Poi, con Maddalena, una volta, venne anche il figlio.
— È venuto a salutarti, disse Maddalena.
Vincenzo entrò con fare sfacciato e noncurante, le si sedette vicino e le parlò con qualche libertà.
Maria intese, chè una volta egli era appassionato della sua bellezza, e non rispose oppure lo fece con dispetto, sicchè egli se ne andò poco dopo, con sgarbo, salutando appena.
E Maddalena ebbe un rimprovero:
— Perchè sei stata così aspra con lui?
Maria alzò gli occhi:
— Cosa volevate che facessi?
— Ma!? Potevi essere più cortese, egli ti ha usato delle gentilezze.
— Io non gliele ho chieste. Poi, avete udito come parlava?
— Eh! Vorresti fare forse gli orecchi pudichi, ora? Santo Dio, chi non le sente certe cose, e tu, proprio tu vuoi essere la privilegiata e far la boccuccia, adesso?
— Maddalena!...
— Via, via bambina, fatti una ragione, tienti chi ti vuol bene e non badarci tanto per il sottile.
— Cosa dite Maddalena?
— M’intenderai a suo tempo, se non vorrai assolutamente perderti. Frattanto pensa che fra due giorni arriva tuo padre.
— Chi ve lo ha detto?
— Innocenzo, che è arrivato questa notte.
Maria si prese il capo fra le mani e si tacque immota, come pietrificata dall’annunzio.
Riprese la vecchia:
— Come farai?
Maria non rispose.
— Non intendi? Cosa farai, dove andrai? Tuo padre non ti vorrà in casa, certo.
E siccome la ragazza non accennava a rispondere, Maddalena continuò:
— Senti, in casa mia c’è sempre un posticino anche per te, avrai in me una madre e in Vincenzo un uomo che ti difenderà. Ora sei sola, fuori di qui dove vuoi andare?
Hai un bambino, bisogna che tu pensi anche a lui. Noi non siamo ricchi, ma c’è tanto da vivere anche in tre e in quattro. Vincenzo lavora, poi ha risparmiato molto, io pure; quando tu vorrai, la mia porta è sempre aperta. Ringrazia il Signore, bambina, ringrazia il Signore d’aver trovato qualcuno che ti vuol bene, perchè, vedi, io son vecchia e ne ho viste tante nella vita, ne ho viste tante che i miei occhi quasi son diventati ciechi. C’era pure Margherita del Monte, ne avrai sentito parlare forse, essa fece come te, peccò ed ebbe un figlio e suo padre non ne volle più sapere di lei. L’amante se n’era andato; fuori di casa, ridotta alla disperazione, morì di fame con suo figlio, nella selva. Chi vuoi che l’aiutasse? Ella poi era anche superba e non si degnava di guardare nessuno. E come Margherita del Monte, mille altre.