A Londra per esempio vi sono signori, che hanno molti milioni e che lavorano nel commercio, nell'industria, o fanno della scienza o dell'arte o della letteratura, o viaggiano continuamente per distrarsi o per istruirsi, o alla peggio amministrano i loro beni, occupandosi di agricoltura.
Io conosco invece in Lombardia alcuni signori, che non hanno mai veduto le loro terre!
È vero però, che più d'una volta i loro fattori o i loro fittabili diventano i loro padroni ed essi muoiono crivellati di debiti e uccisi dalla noia e dai vizi.
In Inghilterra, in America nessuno porta le unghie annamite, nè alle mani, nè nell'anima.
Figliuola mia, prima di dire il sì fatale e inesorabile, che lega la tua vita a quella di un uomo, guardagli le unghie.
** *
Il ricco fannullone mena una vita, ch'io non vorrei per un giorno solo, anche col compenso di centomila lire di rendita.
Se è giovanotto, alle undici del mattino è sempre a letto e dorme ancora. Poveretto è andato a letto così tardi!
Il cameriere ha l'ordine di svegliarlo a quell'ora e alle undici egli ha bussato timidamente alla porta della camera da letto:
—Signor conte, sono le undici!
Una voce sonnacchiosa e un po' indispettita risponde:
—Sta bene, Carlo, ritorna fra mezz'ora.
Alle undici e mezzo il giovane conte si è di nuovo addormentato e un secondo picchio all'uscio lo risveglia una seconda volta.
—Sta bene, sta bene, mi alzo.
Ma alle undici e tre quarti il cameriere non ha ancora udito il campanello, che deve chiamarlo a vestire il giovane patrizio.
La colazione è già servita. La famiglia è tutta a tavola, ma il conte non si vede.
Ha dovuto alzarsi di furia, vestirsi di furia, lavarsi male, e con un quarto d'ora di ritardo finalmente è seduto a tavola anche lui, salutato freddamente con un'aria di rimprovero generale.
Egli però è abituato da un pezzo a quei muti rimproveri.
Mangia con poco appetito, sbadiglia ancora fra un piatto e l'altro e non si risveglia del tutto, che dopo aver preso il caffè.
Ciarla, fuma, scherza, e se non è troppo stanco, passa nella sala da bigliardo per fare una partita con uno dei suoi.—Bisogna cercare di far venire le tre.
E le tre vengono lentamente, noiosamente.
Fa attaccare la carrozza e va in città a far qualche visita, per lo più a gente noiosa, o annoiata come lui; a meno che non sia a qualche donnetta allegra, che gli svuota le tasche e il cervello.
Intanto o bene o male son venute le cinque; ed egli va al club. Fino alle sette la noia è scongiurata, perchè egli parla coi suoi eguali dei pettegolezzi della città o giuoca alle carte.
Le sette son suonate: la carrozza lo attende alla porta del club, e in un quarto d'ora è a casa, dove si veste e va a tavola.
L'appetito non è buono, benchè egli abbia preso unferneto unvermut. In ogni modo il pranzo è finito e da capo un altro caffè e altri sigari fanno venire ben presto l'ora del teatro o del ballo o della serata in casa del marchese B. o del duca C., quando egli non ritorni al club per giuocare fino al mattino, passando d'angoscia in angoscia, quando perde troppo; e dovrà il giorno dopo battere alla porta dell'usuraio per far dei debiti a babbo morto.
Molti e molti giovani passano la vita a questo modo o con poche varianti. Sanno però parlare il francese e l'inglese e hanno una vernice molto sottile di coltura letteraria e in società si fanno ammirare per la loro toeletta inappuntabile ed anche per un certo spirito.
E questi aborti della civiltà moderna osano prender moglie.
Dopo aver lasciato più che mezza la loro animuccia grama e il loro corpiciattolo nevrosico nelle sale da giuoco o neiboudoirsdelle ballerine, aspirano al matrimonio, alla funzione massima di far felice una donna e di mettere al mondo degli uomini.
Essi non devono lasciar morire un gran nome, essi devono ristaurare con una buona dote le loro finanze logorate profondamente dal tappeto verde e dai vizii.
E si maritano e danno la mano ad una signorina buona, gentile, pura; che nello sposo spera trovare un amante e nell'amante un poema di estasi deliziose e di sognate idealità.
Poveretta!
Il marito fannullone non perde di certo l'abitudine dell'ozio a 35 o a 40 anni, e nella noia della famiglia, tramontata ben presto la luna di miele, trova un nuovo e più potente pretesto per ritornare al club e al giuoco, che solo può dargli una forte emozione, che gli dà la coscienza di vivere.
La sposina lo ama, lo invita al pianoforte o alla lettura in due o alle intime delizie dell'amore; ed egli la lascia fare; ma a un tratto sbadiglia, sbadiglia a lussarsi le mascelle e ad ogni sbadiglio cade una doccia ghiacciata sul cuore della povera sua compagna, che invano tenta di convertire un'oca in un'aquila o di stillare del sangue caldo nelle vene di un rospo.
* * *
Mi dirai, fanciulla adorata, che io esagero, che io ti faccio una caricatura e non un ritratto; ma ti assicuro che anche il ritratto è brutto e ributtante.
Non tutti i fannulloni sono di questa ideale perfezione, ma anche i fannulloni volgari sono insopportabili e spandono intorno a sè una nebbia di noia, che smorza ogni fuoco d'entusiasmo, che appanna ogni luce di poesia.
E senza poesia che cosa è la vita?
Lo so anch'io: vi sono dei fannulloni innocenti, buoni, che amano le loro mogli, che non sono neppur giuocatori; ma che della noia hanno fatto la loro atmosfera, e non sanno escirne per respirare un'aria più vitale, più fresca, più inebbriante.
Essi non sono mai stanchi che d'una sola stanchezza, quella dell'ozio; mentre l'uomo per sentirsi vivere, per godere della vita deve provare ogni giorno un'altra stanchezza, l'unica salubre, l'unica umana; quella del lavoro.
Sia pure lavoro di sport, a cavallo o sul velocipede o sopra un yacht o a caccia, o lavoro di pensiero nel gabinetto, nello studio, tra i campi, nel vagone o sul piroscafo del viaggiatore. Il lavoro ha tante vie, che a percorrerle tutte un uomo dovrebbe vivere cento vite.
E l'uomo che lavora, quando ritorna a casa e cerca la moglie e sorridendo le narra il frutto dei suoi travagli, trova un altro sorriso, che risponde al suo; e prova l'ebbrezza di chi entrando in un giardino è salutato dai fiori, che per lui esalano il profumo delle loro corolle; e l'amore lo riposa dalla stanchezza, e la coscienza di non aver vissuto invano gli fa tener alta la fronte e gli fa brillar l'occhio di gioia.
Senza fatica, nessun riposo; senza travagli nessuna gioia. È in alto che fioriscono i fiori più belli, che si godono i più larghi orizzonti, e per salire convien sudare.
Infelici, tre volte sciagurati coloro che non hanno mai sudato che di calore.
Figliuola mia, non sposare mai un uomo ozioso.
Oso dire per lunga esperienza, che il marito fannullone è il peggiore di tutti i mariti.
E tu nella tua mente poetica, nella tua fede nel bene non sperar mai di potere colla tua influenza trasformarlo in un lavoratore.
Lo stesso sarebbe pretendere di mutare una tartaruga in una rondine o di trasformare un gufo in un'aquila!
Le professioni rispetto alla felicità nel matrimonio.
Caro tesorino mio,niña de mis ojos(come ti direi in Spagna), tu non sposerai di certo nè un contadino, nè un fabbro, nè un falegname; ma un ingegnere, un medico, un avvocato o, come si suol dire, un possidente.
Si dice tutti i giorni che siamo tutti eguali, e menzogna più bugiarda non fu mai pensata da cervello umano, e lo vo ripetendo in ogni mio libro, come la miaDelenda Carthago.
Eppure quella bellissima parola è scritta fin sui soldi e sui biglietti di banca d'una grande nazione, sulle sue bandiere, e nelle leggi di tutto il mondo civile.
Anche nei nostri tribunali sta scritto, che tutti sono eguali davanti alla legge; ma siccome i giudici non possono leggere quelle parole, perchè sono scritte dietro le loro spalle, non hanno l'obbligo di ricordarsene sempre.
Gli uomini non sono eguali che in una cosa sola: davanti alla morte; ma anche qui, quanta differenza nel modo di morire! Si può morire appena nati o a cent'anni, si può morire in uno strazio di dolori o sorridendo; a gocciole o di schianto; maledicendo o benedicendo la vita.
Ma il più bello è questo; che più la civiltà avanza e i rapporti sociali si complicano e le leggi si affinano, le disuguaglianze individuali aumentano e aumenteranno sempre col progresso.
I socialisti ignoranti vorrebbero affogare l'individuo in un gran pantano di collettività; ed io invece son sicuro, che nel mondo dell'avvenire l'individuo sarà tutto e la società poco o nulla.
Perdonami, cara figliuola mia, se la penna mi trascina fuori delle rotaie e se ti faccio della filosofia sociologica molto inopportuna. Ma era per dirti il perchè non potrai sposare un uomo di condizione troppo diversa dalla tua.
La condizione sociale è il clima in cui siam nati, e accanto a noi e con noi non possono vivere bene che altri nati sotto lo stesso cielo morale.
Metti un po' a vivere insieme in una stessa serra un abete e un'orchidea del tropico. O l'una o l'altra pianta morrà di certo.
* * *
Tu dunque sposerai un uomo che esercita una delle professioni, che si chiamano liberali; forse perchè lasciano spesso la libertà di morir di fame.
Anche se sceglierai un signore che vive di rendita, spero che non sarà un fannullone, di cui ti ho già tracciato una fotografia poco lusinghiera. Egli sarà un possidente, ma attenderà alla coltura delle sue terre o studierà per piacer suo o sarà artista; in ogni modo sarà anch'egli un operaio della grande officina sociale.
Non credere, che sia indifferente sposare un artista o un medico o un avvocato.
Il matrimonio è un organismo così delicato, che riceve influenze benefiche o malefiche da ogni cosa che lo circonda o lo tocca. È più sensibile d'una mimosa, d'un galvanometro o d'una lastra fotografica. Nulla che lo guardi o lo tocchi è indifferente alla sua salute e alla sua felicità.
La professione è tanta parte di un uomo, che non si può levargliela di dosso senza strappare qualche lembo di pelle; senza lacerarne anche le carni.
Ognuno di noi sceglie una professione piuttosto che un'altra per molte ragioni diverse, ora accidentali e fortuite, ora alte e profonde; ma soprattutto la sceglie pei gusti diversi, che sono poi l'espressione delle nostre attitudini, della nostra struttura morale e intellettuale.
Felice, tre volte felice, colui che la sceglie trascinato imperiosamente, irresistibilmente dai bisogni del proprio cervello e del proprio cuore.
Se vi sono tanti inetti e tanti altri che maledicono la propria professione, è perchè appunto non hanno seguito nella scelta la voce, che non inganna, della propria vocazione; ma son corsi dietro a fantasmi, a fuochi fatui o hanno (ed è ancora peggio) ubbidito a influenze esteriori.
Una volta però che abbiamo scelta una professione, essa è un vestito che non si distacca più dalla nostra pelle, facendoci più belli o più brutti del vero.
Hai mai veduto come muti aspetto la stessa persona, secondo il vestito che indossa? Or bene una professione è più che un vestito, più che un'uniforme: è una seconda pelle che con noi vive e mentre su noi si modella, ci piega però alle sue esigenze, al suo taglio, alla materia con cui è tessuta.
Gli uomini di genio o di ferrea volontà piegano la professione a sè stessi e ne risentono alla loro volta una piccola influenza: ma i più, cioè la gran massa degli uomini, si modella e si piega secondo la professione che ha scelto.
Tizio è prima ingegnere e poi Tizio; e Sempronio è prima medico e poi Sempronio; e Caio è prima prete e poi Caio; perchè le deboli individualità, che sono la grande maggioranza, trovano nella professione adottata uno stampo già preparato e unto per benino, per cui vi colano la loro personcina, che vi si adagia, vi si accomoda e vi si rapprende.
Vi sono tanti impiegati, tanti medici, tanti preti, tanti soldati così eguali tra di loro, ch'io non sento mai il bisogno di chiederne il nome e il cognome, e vedendoli e conoscendoli mi accontento di dire:
È un impiegato! È un medico! È un prete! È un soldato!
Se sei persuasa di questa verità, capirai facilmente, quale e quanta influenza dovrà esercitare sulla felicità tua e su quella della famiglia la professione del tuo marito.
Lo stesso uomo, collo stesso cuore, colla stessa intelligenza, colla stessa ricchezza sarà un marito diverso, secondo che sarà banchiere o medico, militare o avvocato.
Non so, se altri prima di me abbia studiato l'influenza delle diverse professioni sulla felicità nel matrimonio. Io ho osservato molto e meditato moltissimo su questo argomento oscuro e difficile. Ed eccoti il frutto delle mie osservazioni e dei miei studii. Prendilo per quel che vale e in ogni modo metti tutto ciò che ti sto per dire in seconda linea. Pensa prima al carattere, all'intelligenza, a tutto ciò che costituisce l'uomo per sè e in sè, e poi e poi bada un pochino anche alla professione, pensando che anch'essa porterà in casa tua fiori e spine, che influiranno sulla tua felicità domestica.
* * *
Le professioni, di cui cercherò di tracciarti il profilo veduto nei suoi rapporti colla felicità domestica, son queste:
Negoziante.Banchiere.Industriale.Proprietario di terre.Artista.Ingegnere.Medico.Avvocato.Letterato.Scienziato.Uomo politico.Militare.
Il mio illustre amico Pasquale Villari, or son già molti anni, ai 17 milioni di analfabeti scoperti dal Ministro della pubblica istruzione, contrapponeva 5 milioni di arcadi scoperti da lui (che a quei tempi l'Italia non contava che 22 milioni di abitanti) e li trovava più colpevoli e soprattutto più pericolosi dei primi. E aveva ragione!
Da quell'epoca con tante nuove scuole, colla legge dell'istruzione obbligatoria e tante suonate in piazza e in teatro sull'eterno motivo dell'Excelsior, gli analfabeti sono diminuiti d'assai; ma sono forse diminuiti anche gli arcadi?
Io non lo credo: temo anzi che siano cresciuti.
E lo temo, perchè non si è ancora soppresso lo studio della lingua greca nelle scuole secondarie.
Perchè si crede ancora che non si possa scrivere bene in italiano, se non si studia profondamente il latino.
Perchè si insegna ancora la filosofia nei licei.
Perchè si crede nell'onnipotenza degli esami per garantire la società dagli asini e dai muli.
Perchè esiste ancora l'Accademia della Crusca.
Perchè si crede ancora, che il Governo possa rialzare la decadenza delle arti belle.
Perchè si esige dal Governo ogni cosa, dalla prosperità del commercio alla distruzione della filossera; dalla sicurezza pubblica all'immunità del colera; dalla ricchezza nazionale al bel tempo.
E per un ultimo perchè. Perchè si crede, che la professione del negoziante e quella dell'industriale sieno per gerarchia inferiori a tutte le altre, che si chiamano liberali.
Per gli italici Arcadi il commercio non è una professione liberale.
Eppure l'Inghilterra, che è la nazione più liberale dell'Europa civile è anche la più commerciante.
Eppure Firenze, quando in una sola chiesuola battezzava tre uomini che si chiamavano Dante, Michelangelo e Galileo, insegnava le arti dell'alto commercio a tutto il mondo.
Eppure tutto il mondo umano è uno scambio di commerci; sia poi di denaro, di merci, di idee, di territori, di influenze.
Tu però, figliuola mia, non ti vergognerai di sposare un negoziante, se ne troverai uno, che abbia cuore e ingegno e che non si vergogni di vendere e di comprare, arricchendo sè e il proprio paese.
Tu, almeno in questo, non sarai arcade!
Il negoziante ama di solito la moglie e i figli, e pensando ad essi, rialza in più spirabil aere anche la sete del guadagno, che tenderebbe ad abbassarne il livello morale.
Quand'egli ritorna dal fondaco o dal banco contento dell'andamento dei suoi affari, al rivedere i suoi cari pensa con gioia, ch'egli ha lavorato per essi e che a lui dovranno la cresciuta agiatezza, fors'anche una grande fortuna.
Come si riposa sereno e sorridente lo sguardo di lui sul capo della dolce compagna, sulle testoline bionde che lo circondano; quando pensa che farà a tutti e presto una grata sorpresa, e che questa si dovrà al suo lavoro, alla sua attività, alla sua industriosa intelligenza.
Se invece un giorno ha trovato che le cose sue volgono alla peggio, se un fallimento improvviso ha dato una grave scossa al suo bilancio, egli trova, ritornando a casa, che il sorriso amoroso della moglie lo ricompensa di tutto; che le perdite di denaro sono ben poca cosa, quando siamo sicuri di essere amati e da questi confronti attinge lena e conforto per lottare contro l'avversità e ripigliare il perduto.
* * *
Senza tormentare il marito con un'inquisizione quotidiana e minuta, ispiragli confidenza in te e fa che ti tenga al corrente dei suoi affari.
Molte fortune si devono alla santa alleanza dell'ardimento dell'uomo coll'economia della donna, della larga comprensione degli affari collo studio minuto dei particolari.
Le donne, quando si mettono alla testa degli affari, riescono quasi sempre benissimo, e il negoziante deve associare a sè il tatto fine, la previdenza acuta, anche la timidezza della sua compagna.
E se avessi la disgrazia di avere un compagno troppo avido di ricchezza e che coll'eccessivo lavoro o le imprese troppo audaci volesse raggiungerla, fagli da martinicca, modera le spese di lusso, e mostragli che la felicità non ha proprio nulla che fare colle tasse, che si pagano d'imposte dirette o indirette.
Anche il banchiere è un negoziante, ma commercia in denaro; ed essendo questa la merce più preziosa e più universale fra tutte, anche la sua gerarchia sale d'un grado, anche perchè questa specie di commercio esige più ingegno, più accortezza e in certi casi molto coraggio.
Il banchiere può facilmente aprire le porte della ricchezza alla propria famiglia e per le sue relazioni alte e molteplici, offre alla moglie una società variata, divertimenti rumorosi; tutte le compiacenze della vita mondana.
Se tu ami la quiete e la solitudine, se preferisci un piatto solo a tavola, ma condito del sale della sicurezza dell'indomani, non sposare un banchiere.
Nell'alta finanza le oscillazioni sono fortissime, e tu puoi trovarti ricca oggi, povera domani.
È difficile che il banchiere non faccia risentire anche ai suoi le angoscie tormentose che attraversa ogni giorno, leggendo e commentando i listini della borsa.
In questo secolo nevrosico il banchiere e l'uomo politico sono quelli, che più di tutti gli altri risentono le scosse di questo nostro mondo, che si dibatte ogni giorno fra le scosse galvaniche di chi lo vuol far correre e saltare e i delirii narcotici di chi vorrebbe addormentarlo nei sogni del passato.
Fa di non lasciar solo il tuo banchiere sull'altalena vertiginosa dei suoi giuochi. Accompagnalo col pensiero vigile, col consiglio previdente; insegnagli che egli non deve giuocare che col superfluo; lasciando sempre intatto quel campo in cui si semina il pane e si raccoglie il vino.
S'egli è prodigo, sii tu avara, e per inerzia non dir mai a te stessa, che gli affari di tuo marito non sono i tuoi e che non hai nè diritto, nè intelligenza per occupartene.
Se senti il tuono, se vedi lampeggiare il cielo della tua famiglia, informati dagli amici, dai conoscenti, se non sovrasta una procella.
Quanti infelici di meno, quanti minori disastri nelle famiglie, quanti meno cassieri fuggiti all'estero e quanti meno suicidi sulla tavola anatomica; se noi dessimo alla donna, più larga parte nella nostra vita di pensiero e d'azione!
Se non ne facciamo più una schiava, non ne abbiamo fatto che una liberta; un animaletto gentile e domestico, che ci distrae e ci diverte; ma non le confidiamo quasi mai gli affari gravi, non fidandoci della sua segretezza e molto meno della sua intelligenza!
Di questo ingiusto disprezzo noi siamo i primi a scontare la pena, perchè la donna ha un sesto senso, che è una seconda vista e che le permette di vedere ciò che spesso molti uomini di genio non sanno vedere. È il lato piccolo e debole delle cose, ma è anche il tarlo, che corroderà il colosso; è un elemento secondario, ma che basta forse a sconvolgere tutto un organismo, a mandare in rovina tutto un affare.
Io mi son pentito molte volte di aver concluso un affare senza averne chiesto consiglio a tua madre, alla mia, quando avevo la suprema gioia di averla ancor viva. Mai mi son pentito di aver sentito la voce e il pensiero di loro, prima di prendere una determinazione importante.
Io avevo pensato, ripensato e meditato: avevo voltato la cosa per diritto e per rovescio, con lente di microscopio e scalpello di anatomico, credevo di aver anatomizzato ogni fibra e misurato ogni cellula; ed ecco che all'occhio della donna di botto, senza bisogno nè di tempo, nè di lenti, nè di scalpello, appariva il lato debole, eppur onnipotente della questione; quello appunto che io non avevo veduto e neppur sospettato! E non l'avevo visto, perchè io era un uomo, e la tua mamma, la mia, lo avevano subito scoperto, perchè eran donne e perchè la natura ha dato ad esse gli occhi del cuore, che vedon le cose più profonde e le più vere; quelle che toccano la salute e la felicità delle persone che esse amano!
E non è forse per questo, che la natura provvida ha fatto l'uomo diviso in due metà, disgiunte nei corpi, ma riunite in uno stesso fiato d'attrazione e di amore; due metà che non possono viver separate, che con dolore e coll'atrofia della vita in due; che è poi l'unica vita vera e completa, quella che costruisce il nido e crea gli uomini?
Nell'una delle due metà avete la sentinella previdente e vigile, che spia il pericolo, che raccoglie il fremito del vento che minaccia, del fulmine che s'avvicina; nell'altra il pugno che si prepara alla difesa e all'offesa.
Dall'una parte la timidezza affettuosa, che esplora il terreno spinoso, che getta da un lato le pietre che ingombrano il terreno; il sorriso che appiana le rughe del pensiero affannoso o del dubbio tormentoso.
Dall'altra parte il coraggio, che non misura il pericolo, il pensiero che pesa il probabile e il possibile sulla bilancia del bene e del male.
Da una parte i nervi che sentono, il cuore che ama, la carezza che calma, il bacio che guarisce, il sistema nervoso dell'umanità.
Dall'altra i muscoli che si contraggono, la mente che vede lontano, l'energia che rinfranca, l'eroismo che esalta, il sistema cerebrale e muscolare dell'umana famiglia.
E non è che avvicinando queste due metà, che saldandole insieme con quell'attrazione cosmica e divina, che è l'amore: che abbiamo l'uomo, l'uomo vero e intero, l'uomo completo e felice.
* * *
Se tu sposi un banchiere, ch'egli tenga pure la cassa forte, ma tu sii per lui, per essa la chiave che la difende.
In una gerarchia che mi son fatto io stesso per mio uso e consumo, ma che non ha rapporto alcuno coi responsi della Consulta araldica nè col famoso decreto del Menabrea, che metteva i professori in ottava linea, io metto l'industriale molto al disopra del negoziante ed anche del banchiere.
Il negoziante compra e vende, l'industriale produce.
Il negoziante prende da una mano e mette nell'altra, cercando che in questo passaggio una parte (la più grossa possibile) rimanga nella sua.
L'industriale è un creatore: plasma la materia e le dà nuova forma, adopera le mani sue, quelle dei suoi operai, quelle delle macchine, e quando riesce a far cose nuove o a far meglio e più presto d'un altro una cosa vecchia, arricchisce sè e il proprio paese.
Dio volesse che tu sposassi un'industriale!
Ma nel nostro paese ne abbiamo tanto pochi, che sarà assai difficile che tu lo trovi, e che sia degno di te e a modo mio.
L'industriale deve essere un alleato dei suoi operai, non un parassita del lavoro altrui: deve essere il loro amico, non il loro tiranno.
Ogni giorno, ogni ora del giorno deve ricordarsi, che il gran problema dell'associazione del capitale e del lavoro non è punto risolto, e che sono gli industriali i primi, che devono concorrere alla sua soluzione equa e pronta.
E tu, cara figliuola mia, se avrai per marito un industriale, devi persuaderlo ch'egli deve essere socialista, se non vuole vivere di rapina e andar incontro ai pericoli di una rivoluzione sociale.
Non aspettino i capi delle officine, che i parlamenti risolvano il problema sociale. Lo risolvano essi pei primi.
Applichino la mezzadria al lavoro delle loro fabbriche, come già in Toscana e in altri paesi fu sapientemente e umanamente applicata a quell'altra industria, che è l'agricoltura!
È un buon marito, se non si accontenta di possedere, ma si occupa egli stesso delle sue terre e le coltiva e le ama e si studia di portare un po' di luce di scienza nelle tenebre profonde dell'empirismo contadinesco.
Se invece il proprietario non visita mai i suoi poderi, se l'affitta e si accontenta di goderne le rendite negli ozii cittadini, egli cade nella categoria dei mariti fannulloni e non può dire di certo di esercitare alcuna professione.
Accompagna, sempre che puoi, il tuo proprietario nelle sue terre, e persuadilo ad andarvi spesso, spessissimo.
Quanta salute fisica e morale verrebbe alla nostra società nevrosica e nevrostenica, se tutti quelli che hanno un palmo di terra, l'amassero e la coltivassero; se andassero tutti ad accarezzare le piante, a sdraiarsi sul prato, a cogliere colle proprie mani un frutto cresciuto nel loro campo; fosse pure quel frutto un fico stento o una mora di siepe.
Hai mai odorato la terra, quando dopo una lunga siccità, beve le prime gocciole della pioggia, e le assorbe avidamente coll'ansia voluttuosa di una lunga sete?
Per me tra tutti i profumi quello è il più caro, il più simpatico, il più penetrante. Non vellica soltanto di fuga le mie narici, ma scende giù giù nel fondo del cuore e del paracuore e mi sento anch'io ritornato terra (come lo fui prima di nascere) e mi par di bevere alle prime sorgenti della vita, tutto quanto trasformato in una spugna molle e minuta di radici e di radicelle, che assorbono le forze del pianeta, per trasformarle in pane, in vino, in profumo di fiori e in ossa di tronchi.
Mai in nessun altro momento io mi sento parte viva del mio pianeta, come quando aspiro voluttuosamente il profumo della terra, che beve l'acqua del cielo.
Fa di bevere più spesso che puoi quel profumo in compagnia del tuo proprietario e fallo bere ai tuoi figliuoli, e portatevelo a casa e in città come un tonico amaro, che ci aguzza l'appetito e ci rifà il sangue.
L'amore alla terra è il più salubre, il più caro degli affetti, e tu, coltivandolo nel tuo compagno, farai opera santa, e portando nella casa del contadino le tenerezze del tuo cuore di donna e mettendolo a braccetto della scienza agricola di lui, farete più e meglio per il bene dell'Italia, che tutti i legislatori passati e presenti colle loro leggi sociali, che mi fanno ridere e che rimangono negli Archivii dei Parlamenti, come insigni monumenti del nostro arcadismo sentimentale, del nostro vaniloquio parlamentare e giornalistico; di quella falsa filantropia, che coll'elemosina o col rialzare o l'abbassare dei dazii d'entrata e d'uscita, crede o spera di risolvere il magno e terribile problema della questione sociale.
A meno che l'artista sia uomo di genio o abbia un cuore di angelo, non sposarlo mai.
Se è mediocre, è lo spostato degli spostati. Colla testa in alto per cercar sempre un bello ideale, che gli sfugge, inciampa coi piedi nella miseria che avvilisce, nell'invidia che tortura l'anima, nella displicenza cronica, che corrode i germi della vita.
L'artista mediocre accusa tutti fuor che sè stesso della sua impotenza. Ama il bello come gli eunuchi aman le donne e cerca la gloria per le vie di traverso dell'impressionismo, delpointillé, dove la gloria non ha mai messo il piede. Si lamenta come un genio incompreso, senz'esser genio, e divien cattivo come uno che fosse in una volta sola punto e perseguitato da tutte le mosche, da tutte le pulci, da tutte le zanzare, che brulicano in questo nostro mondo planetario.
Ed egli porta in casa tutti questi parassiti che lo mordono, che lo pungono per ogni lato, e fa pungere da essi anche la moglie, anche gli amici e tutti quelli che lo circondano.
Vive, lamentandosi ogni giorno e ogni ora dell'ingiustizia degli uomini, che non lo intendono, dei signori che non gli comprano gli aborti della sua tavolozza malata e dei suoi scalpelli spuntati. Maledice Rafaello e chiama barocco Michelangelo e si mette accanto a Galileo condannato dall'Inquisizione e a Colombo deriso dai monaci di Spagna. Se parla di altri artisti più fortunati, li copre della bava avvelenata della sua invidia rappresa, dei suoi rancori isterici.
È un infelice cattivo, è un aborto che si permette di vivere e che concentra tutta la sua vita in un lamento e in una maledizione.
* * *
Anche l'artista di genio, anche l'artista incoronato coll'aureola della gloria, è un marito pericoloso, e se tu sei gelosa, non devi sposarlo.
Sua prima amante è l'arte e ti metterà sempre al disotto di essa. Egli è anche poligamo per natura e per elezione difficilmente può amare una donna sola e circondarla di tutte quelle tenerezze quotidiane, che sono neccessarie a lei come il pane, come l'aria che si respira.
Pensa alle modelle, che deve veder nude dinanzi a sè nel segreto del suo studio, pensa a tutte le belle signore, che tanto facilmente si innamorano di lui e ch'egli deve ammirar tanto da vicino; così spesso, così intimamente.
Tu sei bella e tu sei giovane, ma sei una donna sola, e non puoi avere tutte le bellezze, delle quali egli ha bisogno per appagare la sete insaziabile estetica, che lo divora e lo consuma.
Se io fossi nato artista, non avrei avuto per amante e per moglie che l'arte; e sarei morto vergine o almeno casto come il Canova e come Michelangelo.
La professione d'ingegnere esercita una influenza molto oscura e difficile a definirsi sulla felicità del matrimonio.
L'ingegnere batte così larghe le ali sul mondo dell'attività umana, da assumere le forme le più svariate.
Quando si accontenta di numerare colle sue palline i filari di gelsi o di misurare i campi, i prati e le foreste, è un semplice agrimensore.
Quando siede nella poltrona delle amministrazioni ferroviarie, è un semplice impiegato, che rimane all'ufficio le sue sei o otto ore al giorno, porgendo alla moglie tutti i vantaggi e le noie deltravettismo.
Quando invece si innalza alla dignità di costruttore di ferrovie, di ponti, è quasi un artista ed è sempre uno scienziato.
Anche Grattoni, anche Sommeiller, anche Watt e Fulton furono ingegneri. Anche Eiffel è un ingegnere, lo è il Lesseps; e passeranno tutti all'immortalità ed ebbero o avranno le loro statue.
Il presente è degli ingegneri, l'avvenire prossimo e remoto sarà degli ingegneri, e ad essi rimane aperto un orizzonte grande come il mondo, alto come la vetta della civiltà futura.
Ed è perciò, che se il tuo pretendente oltre il diploma d'ingegnere ha molto ingegno, potrai goderti una grande agiatezza; fors'anche la gloria e la ricchezza.
Di tutte le forme svariate dell'ingegnere, sempre ad altre circostanze pari, scegli quella che obbliga il marito a molte assenze.
Fuggirai i pericoli della uniformità soverchia della vita, che è tanto vicina alla monotonia, alla noia, al raffreddamento lento e inevitabile dell'amore; e tu ti godrai tante piccole lune di miele, quanti sono i ritorni del tuo dolce compagno.
Se tuo marito parla dei suoi progetti, delle sue imprese, se ti mostra i suoi disegni, non dirti profana del tutto ai suoi studii. Mostra anzi di interessarti ai suoi lavori.
Ogni lavoro d'uomo, per esser giocondo e fecondo, deve esser accompagnato dall'ombra del pensiero femminile. La donna deve essere sempre compagna nostra in ogni pensiero, in ogni opera di mano o di cervello. Essa è il sale d'ogni nostro cibo, la poesia d'ogni nostro travaglio.
La donna, che sceglie per marito un medico, deve amarlo non una volta sola, ma tre volte.
È questa una professione piena di pericoli per la felicità domestica.
Se sei gelosa, devi tremar sempre per la fedeltà del tuo compagno. Egli ha troppe occasioni a peccare e troppa impunità a delinquere. Tu devi stimarlo molto, moltissimo, devi essere più che sicura del suo amore per non essere in continua agitazione.
Di giorno, di notte, sempre, può lasciare il nido della sua casa, e non tutte le chiamate sono di infermi; ma ve n'ha di inferme, che non hanno di malato che il cuore.
Può anche lasciare la città dove abitate, chiamato da telegrammi, che non sono sempre veri.
Se sei molto delicata per certe cose, devi rassegnarti con dolore a racconti, che non parlan sempre di fiori.
Il tuo povero marito vive sempre tra le piaghe e i dolori; lascia il letto d'un agonizzante per medicare un cancro; può puzzare di iodorformio o di acido fenico, e tu involontariamente a tavola puoi pensare, che la mano che ti pela un frutto è la stessa, che un'ora innanzi ha razzolato nelle viscere d'un cadavere o ha operato un tumore.
Pensa prima a questi pericoli, se hai i sensi troppo suscettibili e la fantasia troppo fervida.
Non sposare mai un medico di poco ingegno e di poca coltura e che sarà costretto a viver sempre nel pantano della mediocrità. Egli rassomiglia molto all'artista incompreso ed è uno fra i più infelici operai della grande officina sociale.
Nell'arte medica non si sta benino che nei palchi di prima e seconda fila. La platea è una prigione, il lobbione una galera.
La guerra dei colleghi, l'ingratitudine e le esigenze dei malati, l'ambiente di dolori in cui dobbiamo vivere, fa della nostra arte la più difficile e la più spinosa e non può assorgere a più spirabil aere, che quando ci riscalda l'amore degli uomini e possiamo aspirare alla gloria.
È allora che Clotilde giovane e bella può essere felice di essere l'amante e la compagna del Dottor Pascal; è allora che una donna di cuore e di ingegno può essere felice di essere la moglie di un medico.
Molte donne, che nei loro sogni di fanciulla desideravano di essere dottoresse o suore di carità, trovano, sposando un medico, una via indiretta per realizzare il loro sogno pietoso.
Esse sono fiere e felici di accompagnare col pensiero ed anche coll'opera il loro compagno in quella missione di sagrifizii continui, in quel travaglio quotidiano, che è un apostolato e spesso anche un martirio. Esse sono beate di confortarlo, quando sconfortato dall'ingratitudine degli uomini o dall'impotenza della scienza ritorna a casa coll'amarezza nel cuore e colle lagrime negli occhi!
Quante volte la tua buona mamma mi ha dato il coraggio che mi mancava, per continuare il mio cammino: quante volte mi ha mostrato la meta lontana e gloriosa ed è riuscita a farmi benedire la professione che io liberamente aveva scelto e che nei primi anni mi sembrava un Calvario; che non aveva altri compagni per via che triboli e spine e che sulla vetta non mi mostrava che una croce!
Nè soltanto ella si occupava di me, ma dei miei malati e mi accompagnava spesso nelle mie visite ai poveri, nelle capanne della campagna o nei bugigattoli asfissianti della città; dove più che i soccorsi dell'arte doveva portare i conforti della pietà o i soccorsi della carità.
Essa era il mio angelo confortatore in casa, la mia alleata nelle opere pietose al di fuori, ed io ero benedetto per merito suo e per opera sua benedicevo la mia arte, così difficile, così oscura, così travagliata da tutte le miserie morali e da tutti i dolori fisici del povero bipede implume.
Essa è riuscita a coltivare in me l'amore delle cose difficili, che io aveva da natura; e ad ogni difficoltà che io incontrava sul mio cammino, ad ogni calcio villano che mi tiravano i miei colleghi o ad ogni brutale schiaffo dei miei malati trovava in sè nuove parole di conforto, nuove carezze, nuovi impeti del cuor generoso.
M'è perfino avvenuto, che il contravveleno che essa mi porgeva mi sembrasse così dolce, da desiderare nuovo veleno per aver poi nel nido della mia casa più dolci carezze, più caro conforto:
"Ma non ami tu forse le cose difficili? Ebbene tu hai scelto per onor tuo la difficilissima e la spinosissima fra tutte le arti; e qui appunto,si parrà la tua nobilitate, e più alto e glorioso sarà il premio, quanto più contrastata e fiera sarà stata la lotta. In fondo a questa via troverai la massima delle compiacenze umane, quella di aver sparso intorno a te tante benedizioni, quella di aver fatto tacere tanti dolori, di aver salvate tante preziose esistenze, di aver forse aggiunto all'avara scienza nuove scoperte, nuove invenzioni, risorse nuove."
E la tua buona mamma aveva ragione, perchè le posizioni facili d'una vita senza contrasti, d'una lotta senza forti avversarii, se non ci possono dar forti dolori, ci negano anche le gioie più calde e più inebbrianti.
Poco travaglio, poco dolore e poca gioia.—Molto travaglio, molta fatica, ma anche voluttà senza nome.
Il mondo non l'abbiam fatto noi e dobbiamo accettarlo com'è, e là si vuole, che la vittoria non si abbia che dopo la lotta. Se si rinuncia a lottare, si deve anche rinunziare ai trofei della gloria.
Io ti ho mostrato nella professione del medico i due lati della medaglia, i quali son forse tra di loro in più fiero contrasto che in qualunque altra posizione sociale.
Tocca a te il guardarli ben bene e il giudicare, se ti senti il coraggio di affrontare il male colla speranza di raccogliere anche il bene.
In ogni modo non sposare mai e poi mai un medico mediocre.
Se mi si chiedesse qual'è la nazione più morale, risponderei subito:
—Quella, che ha un numero minore di avvocati.
Non già perchè essi stessi rappresentino l'immoralità di un popolo e sieno quindi da mettersi fra i ladri, gli assassini e tutte le altre infinite varietà dell'uomo delinquente; ma perchè essi non possono vivere che dell'immoralità altrui. Essi sono i bacilli della corruzione sociale.
Una società sana non avrebbe bisogno di medici. Una società idealmente morale non avrebbe bisogno nè di avvocati, nè di carabinieri, nè di soldati.
Tutti questi bacilli d'un mondo fisicamente o moralmente malato devono sparire in una società futura più sana e più morale della nostra. Io morrò in questa santa fede e tu trasmettila ai tuoi figliuoli.
Mentre però guardiamo cogli occhi della speranza in un avvenire migliore e molto lontano, noi abbiamo gli avvocati e ne abbiamo pur troppo molti, moltissimi, troppi: tanto che non avendo sufficientemateria peccansper vivere, e trovando ancora insufficiente l'immoralità pubblica per potersi nutrire, e prolificare, fabbricano spesso essi stessi la gelatina delle contese e delle cause per vivere, o invadono i campi della politica, portandovi, le loro spore e i loro micrococchi.
Oh perchè mai con tante leggi draconiane, con tanti ostracismi ingiusti di incompatibilità parlamentari, non abbiamo ancora avuto un ministro così savio e così coraggioso da proporre l'esclusione degli avvocati dal Parlamento?
Perchè?
Perchè i ministri dell'interno son quasi tutti avvocati e i deputati sono in gran parte avvocati e il suicidio è un delitto!
Eppure quella savia esclusione basterebbe a moralizzare l'ambiente parlamentare, a risanarlo e a prolungare la vita del nostro parlamentarismo tanto malato.
Ma io, tesorino mio, non devo parlarti dell'avvocato che come marito possibile; e gli avvocati son tanti e anch'essi hanno come tutti i galantuomini il diritto di prender moglie.
L'avvocatura per sè stessa esercita una piccola influenza sulla felicità del matrimonio.
L'avvocato è generalmente una persona colta, esperta delle umane vicende, per lo più eloquente; che anche in amore adopera bene le armi della parola, dei sofismi e dei sillogismi.
Hanno però una facile tendenza a scambiare la verità colla bugia, dovendole adoperare egualmente bene nelle esercitazioni del Foro e dovendo per loro ufficio persuader gli altri di ciò, di cui essi stessi non sono convinti.
È naturalmente questione di arte, che può non intaccare il fondo del cuore. Un avvocato deve difendere un ladro, un omicida, un falsario; ma non per questo deve approvare in cuor suo il furto, l'omicidio e il falso. Egli è come l'attore drammatico, che non diventa un tiranno perchè rappresenta Luigi XI, nè un imbroglione, perchè fa la parte di Rabagas.
Questa continua ginnastica però, questo continuo maneggio di sofismi, questa elasticità eccessiva, questa abilità di preparare le trappole dell'eloquenza tendono involontariamente ad appannar la coscienza del bene e del male e a confonderli alquanto; dovendo l'avvocato passare dall'uno all'altro, e continuamente, nei suoi attacchi e nelle sue difese.
Diffida dunque un tantino dell'eloquenza degli avvocati, quando essi l'adopreranno per farti una dichiarazione d'amore: accettala con un largo benefizio d'inventario. Cerca insomma di scoprire l'uomo al disotto del causidico, e se quello val meglio di questo, dimentica il mio giudizio forse troppo pessimista e dovuto alla mia dolorosa esperienza, che mi ha costretto ad adoperare gli avvocati più di quanto io avrei desiderato.
Molti avvocati, anche fra i più abili maneggiatori di trappole forensi, anche tra i più ingegnosi compilatori di lunghe e pesanti note pei loro clienti; quando entrano nel nido della famiglia, sono felicissimi di lasciar la toga e le bugie nell'anticamera del tribunale.
E là fra le braccia d'una moglie adorata e i sorrisi dei loro bambini aspirano a larghi polmoni l'atmosfera della verità vera; di quella che non si piega mai alle esigenze delle Pandette o del cliente.
Là non hanno bisogno di adoperare quei fini e complicati congegni deisee deima, nè di ricorrere alle reticenze piene di malizia, nè di abbagliare il pubblico coi fuochi artificiali della rettorica nè colle false lagrime nè cogli sdegni a freddo.
Là anche l'avvocato ama e vuol essere amato. Là senza toga è felice di ritornare anch'egli un uomo; null'altro che un uomo.
Avrei dovuto mettere il marito letterato in compagnia del marito artista, col quale ha comuni molti caratteri; ma siccome ne ha di proprii e siccome d'altronde molti letterati non sono punto artisti, te ne parlerò a parte.
Ciò che ha di comune l'artista della penna con quegli altri che maneggiano il pennello o la stecca, è l'assoluta proibizione di essere mediocre, a meno di rassegnarsi a tutte le umiliazioni e a tutte le miserie, che con mano così feconda genera la mediocrità.
Si può e spesso si deve mangiare il pane, anche se è cattivo, perchè il pane è necessario; ma l'arte è un oggetto di lusso e il lusso deve risplendere di tutti gli splendori del bello e del grande.
I poetini, gli scribaccini, gli autorini sono i nani del pensiero, i rachitici dell'arte, e non possono che ispirare la compassione, quando non riescono almeno coi loro aborti a farci ridere.
Una volta il fare un libro pareva a tutti impresa eroica. Ci si pensava un anno almeno, prima di farlo; si impiegavano molti anni per scriverlo; e poi dopo lunghe incertezze e timori senza fine si osava lanciarlo sul mare tempestoso della pubblicità.
Oggi si fa un libro colla stessa facilità con cui si giuoca una partita a tresette, e gli autori nascono a centinaia, a migliaia, in una vera orgia di fecondità inesauribile.
Versi e giornali e romanzi pullulano nelle aiuole dei giardinetti arcadici o nei campi dell'analfabetismo universale e i bollettini bibliografici fanno volumi e la critica non ha neppur la fatica di mandare tutti questi aborti e questi parti immaturi al cimitero, perchè da sè stessi si uccidono e da sè stessi si seppelliscono.
È legge universale, che la mortalità è in ragione diretta della fecondità, e nelle famiglie dove nascon troppi figliuoli, il becchino e il prete hanno molto da fare.
Non sposar dunque mai un letterato mediocre. Soffrirai la miseria del pane e quella più crudele della sete insaziata di gloria.
Pur troppo tra noi le condizioni della letteratura sono ancora così miserabili, che anche gli scrittori di genio, che possono vivere della sola penna, son così pochi in Italia da poterli contare colle dita d'una mano sola. E anch'essi son passati attraverso un lungo e doloroso martirio prima di giungere alla gloria e alla fortuna.
I più, anche tra i migliori, son costretti a chiedere una cattedra o a darsi al giornalismo, per poter riunire decorosamente i due capi estremi del loro bilancio domestico.
Il letterato porta nell'ambiente della famiglia più fiori che frutti, ma anche i fiori sono una gran bella cosa; e tu passerai ore liete e poetiche, quando il tuo compagno ti leggerà commosso le ultime pagine d'un suo libro, ancor calde dell'amore della creazione, e spierà nei tuoi occhi l'emozione o il plauso.
E la sua coltura porterà nella conversazione della famiglia molte idealità, e tu e i tuoi figliuoli respirerete un'aria, che sa di primavera; e forse troverete che le gioie maggiori della vita son sempre quelle che costano meno, ma che germogliano da tutte le poesie del pensiero e dalle estasi del sentimento.
Sposa dunque pure anche un letterato, ma ch'egli sia sommo.
Questo marito è stato sempre un prezioso zimbello tra le mani dei romanzieri e degli scrittori di commedie. Anche il sommo Balzac lo classificava tra ipredestinati.
Lo scienziato dell'antico stampo va però scomparendo od è già scomparso; e l'antropologo fra pochi anni, nel metterlo a catalogo nel suoSistema hominisdovrà scrivergli accanto le parole:specie estinta.
Era un uomo spesso sudicio, quasi sempre distratto, che non si occupava d'altro che dei suoi insetti o delle sue piante, del suo laboratorio o delle sue medaglie, e per lui il resto del mondo non esisteva.
Prendeva moglie per igiene o per avere chi badasse alla sua casa e credeva come in un dogma, che la moglie dovesse esser fedele al marito, quando questi non le era infedele.
Uomo felice, se mai ve n'era uno, non faceva però felici quelli che vivevano con lui. Istrumento monocorde e che suonava una sola nota, non poteva mettersi in nessuna orchestra, neppure nel più modesto terzetto.
Oggi si coltiva la scienza senza dimenticare che si è uomini, e che l'essere membri della società umana ci impone il dovere di essere puliti, cortesi con tutti, galanti colle signore.
Si può oggi essere membri di molte accademie senz'esser noiosi; si può avere una cattedra delle più alte o delle meno popolari della scienza senz'esser pedanti. Si può misurar le antenne di un insetto o la lunghezza di un microbo, misurare gli angoli di un cristallo o il diametro del sole, senza credere che il mondo finisca nel breve giro dei nostri studii.
La vita moderna ha per carattere principalissimo di dilagar per ogni verso, in alto, in basso, a destra, a sinistra; nell'angolo più oscuro e nelle miniere più profonde. Dovunque respira un uomo o sospira una donna il pensiero di tutti penetra e s'infiltra, e nessuno può fuggire a quella corrente, che circola lungo i fili telegrafici di tutto il mondo, che vibra in ogni pagina di libro o di giornale.
Si son strappate tante siepi; si son rotte tante dighe, che oggi riesce impossibile ad un uomo di esser solo e di vivere della sola propria vita. Ognuno di noi vive in tutti e un po' di tutti vive in noi.
Un filosofo antico avrebbe desiderato che le case fossero tutte di vetro, perchè nulla sfuggisse della vita privata. Noi abbiam fatto qualcosa di più e di meglio, sorpassando di molto il suo sogno. Noi abbiam fatto penetrare nelle case di tutti la vita dell'umana famiglia, e senza distruggere l'individuo, ne abbiam fatto un membro vivo e palpitante di tutto l'organismo umano.
È per tutte queste cose, che lo scienziato può essere anche un ottimo marito. Anzi lo è spesso e più facilmente dell'artista e del letterato.
I suoi studii sono spesso aridi e sterili. S'egli non è un Newton o un Lavoisier, un Linneo o un Darwin (e di questi basta che un secolo ne abbia uno), il frutto del lungo e sudato lavoro è molto scarso.
Guai se lo scienziato non avesse in sè una passione ardente, insaziabile del vero; se si scoraggiasse del tanto cammino percorso senza trovar nulla e della triste e frequente necessità di tornare addietro e rifare la via. Guai a lui se non amasse i suoi insetti, le sue piante, le sue medaglie come suoi amici e quasi consanguinei. Noi non avremmo nessun scienziato in questo mondo!
Per tutte queste ragioni però, quando egli ritorna a casa dal suo museo o dal suo laboratorio, è avido di tenerezze, di poesia; di qualcosa di profumato e di giocondo, che lo riposi dal lungo travaglio e lo porti in un nuovo mondo.
E questo gli è dato dalla dolce compagna, dai bambini chiassoni e ridenti.
Il marito scienziato è anche tra i più fedeli, non avendo tempo che basti e coraggio che valga per cercare il peccato.
Se sei ambiziosa, figliuola mia, sposa un uomo politico. S'egli ha ingegno (non importa molto) e molta abilità, ti porterà in alto, dove giungono glievvivadelle moltitudini, il luccicare delle decorazioni e delle giubbe dorate, e dove non mancano neppure i biglietti di banca.
Se invece ami la quiete, la modestia serena di una casa, in cui non entri lo squillo delle bande festanti, ma neppure la pietra dei malcontenti; non sposare mai un uomo politico.
L'uomo politico è un soldato, ma che non si rassegna a rimanere semplice fantaccino. Vuol essere, nei casi di massima modestia, almeno sottotenente; ma quasi sempre aspira all'elmo piumato del generale.
Ingegno, astuzia, coltura, fierezza d'orgoglio e transazioni di coscienza, tutte le armi del bene e del male egli deve adoperare per giungere a quell'elmo piumato. Se per via può anche giovare alla patria, tanto meglio. Diverrà generale, senza perdere il glorioso battesimo di patriota.
Siccome la politica è l'arte di governare un paese, tocca tutto e tutti, e quindi un po' politici lo dobbiamo per amor di patria esser tutti; non fosse che nella modesta missione di elettore amministrativo.
E siccome la politica tocca tutto e tutti, ne viene anche, che essa va dall'uno all'altro polo delle umane energie; dal martirio dell'eroe alla forca del delinquente; dal cielo dell'angelo all'inferno del demonio; dall'arco trionfale alla galera.
Ecco perchè l'uomo politico è spesso e dovrebbe esser sempre soldato; mentre è invece talvolta brigante.
Soldato e brigante maneggiano le stesse armi, ma con questa semplicissima differenza, che il primo difende la legge e la patria, il secondo difende il proprio interesse.
In un Parlamento (fosse pure l'ultimo fra tutti) abbiamo confusi insieme briganti e soldati. Vestono nella stessa maniera, siedono sugli stessi scanni e pur troppo devono spesso votare insieme, confondendo così nella coscienza popolare, ogni giorno e brutalmente, il bene e il male; il sagrifizio di sè stessi alla patria e il sagrifizio della patria a sè stessi.
Il Cristo tra i due ladroni è un'immagine fedele di un banco parlamentare od anche ministeriale. Nei casi più fortunati abbiamo un ladrone fra due Gesù.
Se tu hai influenza sull'animo di tuo marito, uomo politico; tiengli alto il cuore, senza eccitar mai la sua ambizione.
Questa nel maschio umano non ha quasi mai bisogno di eccitanti, spesso invece ha bisogno di deprimenti.
La missione della donna è invece quella di essere la vestale delle nostre idealità, della nostra onestà politica, che è poi una cosa sola colla onestà domestica. È sacrilega distinzione, quella di due onestà e ho sempre rabbrividito, udendo queste parole, che giudicavano un uomo:
—È un gran galantuomo nella vita privata, ma in politica….
La somma di molti galantuomini fa una nazione onesta.
La somma di parecchi disonesti basta a disonorarla.
Dove nasce un'epidemia panamistica o cuciniellana, il paese è profondamente malato e se non si giunge in tempo all'amputazione, la gangrena secca invade tutto l'organismo e la nazione muore.
E siccome nessuna forza si distrugge, anche la donna nel modesto giro della propria famiglia può e deve essere un'energia, che risana, che risangua, che attiva la vigoria morale di una nazione.
Che il tuo marito sia sindaco o deputato, senatore o ministro, fa di essere fiera della sua onestà prima che del suo ingegno, della sua lealtà prima che delle sue commende; e tu seguilo coll'occhio vigile dell'affetto che ama, ma non transige; del cuore che si intenerisce, ma non vacilla nelle ore di Getsemani, quando la coscienza lotta tra le tenebre coll'ambizione o colla sete dell'oro.
Parrebbe a priori, che il soldato deva essere il pessimo di tutti i mariti. Abituato ad imporre e a subire una disciplina ferrea, vivendo sempre in un ambiente artificiale al di fuori della società, in cui tutti quanti respiriamo e camminiamo; festeggiato dalle donne, perchè rappresentante della forza e perchè vestito d'un'uniforme; costretto a mutare ad ogni tratto di guarnigione; egli dovrebbe essere un cattivo marito.
L'esperienza invece, che non ragiona, ma ci dà i frutti della natura, ci dice che il marito militare è l'ottimo tra tutti i mariti; sempre ad altre circostanze pari.
Io mi son domandato sempre il perchè di questa contraddizione fra ciò che ci suggerisce la teoria e ciò che ci dimostra la pratica, e confesso, che per quanto aguzzassi lo sguardo e gettassi profondo lo scandaglio in questa regione della psicologia umana, rimasi col desiderio di sapere e con molte ipotesi in testa; che è quanto dire con un pugno di mosche in mano.
Che Venere sia stata, sia e sarà sempre l'amante di Marte, è facile a capirsi e inutile a spiegarsi, perchè poeti, filosofi e psicologi (che non è la stessa cosa) e scrittori di romanzi hanno esercitato penna e pensiero su questo tema.
Ma Marte non è marito, ma amante, e la cosa è ben diversa; e il Marte moderno, che si chiama tenente di corvetta o capitano dei bersaglieri o maggiore del genio o simili è quasi sempre un ottimo marito.
È forse perchè il militare, dopo aver conosciuto i volgari amori della piazza e le facili avventure delle brevi guarnigioni, dopo avere insomma amato molte femmine, desidera conoscere e amare una donna?
È forse perchè il soldato è sempre un uomo scelto fra molti e quindi bello e forte e molto maschio?
È forse perchè la vita artificiale e regolamentare, che lo opprime e lo schiaccia per tante ore del giorno, gli fa sentire più vivo il bisogno di una casa senz'altro regolamento che l'amore, senza altri ordini del giorno che le carezze quotidiane?
È forse perchè la casa è il miglior contravveleno della caserma e il desinare in famiglia il premio di tanti pranzi neirestaurants?
È forse perchè il militare abituato a farsi la propria valigia, a curare le proprie cose, a tenerle in ordine e in grande pulizia, è una specie di buonaménagèree portando tutte queste abitudini e abilità in una famiglia, è anche per questo un ottimo marito?
È forse perchè obbligato sempre ad applicare una disciplina molto dura, a fare il burbero per forza; è felice di abbandonare in famiglia le redini del comando e d'essere compiacente e tenero colla moglie e i figliuoli?
Per quale di queste ragioni la donna, sposando un soldato, ha maggior probabilità di esser felice?
Forse per nessuna di esse esclusivamente, ma per tutte quante prese insieme.
* * *
Del resto la ragione delle cose stuzzica e appaga la nostra curiosità di sapere, ma il conoscerla non è sempre necessario; per la più parte degli uomini inutile.
I più grandi problemi dell'universo e della vita ci sono del tutto oscuri, e ciò non ci ha impedito di camminare sempre avanti nella via del progresso e di cambiarci da selvaggi antropofagi in gente civile, che si veste, che nasconde le miserie animalesche dell'esistenza; che parla col telefono e cammina colla locomotiva.
Accontentiamoci dunque di dire, che il soldato è quasi sempre un ottimo marito e lasciamo ai posteri il trovarne il perchè. Sarà una delle tantex, che lasciamo ai posteri con quella larga eredità diperchè, dicome, diquando, che trasmettiamo ai nostri figliuoli, perchè alla loro volta la lascino ai pronipoti dei nipoti lontani.
Altri consigli del babbo a sua figlia nella scelta del marito.
Cara e dolce mia figliuola, vorrei che tu dimenticassi tutti quanti i consigli, che ti ho dati fin qui per non ricordarti che di questo, che tutti quanti li domina dall'alto della sua importanza, che tutti quanti li abbraccia come una mamma, che in un solo amplesso si stringe al cuore tutti i suoi bambini.
E il consiglio, per quanto importante, per quanto grande, sta tutto chiuso in una sola linea:
—Meglio rimaner ragazza per tutta la vita che maritarsi male.
* * *
Invece ai nostri tempi, si crede e si fa precisamente il contrario.
Il rimaner ragazza è creduto una vergogna, e ci si marita mediocremente, se non si può bene; e male se non si può mediocremente.
—O un marito o la vergogna!
E naturalmente si sceglie il marito.
Lo sposo è brutto o antipatico, o malaticcio o stupido. A quarant'anni non ha saputo ancora farsi una posizione. Lo dicono donnaiuolo, giuocatore, fannullone. È vecchio e acciaccoso. I suoi parenti son disonorati.
Non importa!—Egli è un uomo e quindi un marito.
Piuttosto che la vergogna di morire ragazza, venga il brutto, il vecchio, il libertino, il fannullone!
Lungo il viaggio la soma si aggiusterà da sè.
* * *
Nulla di più sciocco, di più falso, di più immorale di questo dilemma, conseguenza alla sua volta di tutto un lungo passato di un'educazione falsa, di una falsa morale; frutto di una pianta venuta su nel terreno dei pregiudizii più rancidi, dell'ignoranza più crassa dell'umana dignità, dei suoi diritti e dei suoi doveri.
* * *
In Inghilterra, in America, un po' meno in Germania, in Russia, in Olanda molte signorine non prendono marito per libera elezione, e non perchè sian gobbe o guercie o zoppe.
Esse non hanno avuto la fortuna di trovare nei sentieri della vita l'uomo del loro cuore e son rimaste ragazze.
Non per questo sono infelici, ma bastano a sè stesse e dedicano la loro vita ad uno dei tanti scopi, ai quali possiamo dirigere la nostra navicella.
* * *
Il nostro paese (làsciamelo dire in tutta confidenza) a questo riguardo è uno dei più arretrati e noi serbiamo in tutta la sua vigoria l'antico pregiudizio, che vecchia ragazza sia sinonimo dipariadel sesso femminile.
* * *
Questo pregiudizio si andrà perdendo poco a poco col crescer della civiltà e man mano noi educheremo le donne, perchè prima di tutto bastino a sè stesse e alla loro felicità.
Io ti ho educata a questo modo, angelo mio, sperando che andrai incontro a tempi migliori dei miei.
** *
Troverai nei romanzi e nelle poesie, che il primo amore è l'amore vero, l'unico amore, l'amore per eccellenza.
Nulla di più falso. Lo stesso varrebbe dire che il primo quadro d'un pittore deve essere l'ottimo fra tutti quelli che egli farà nel corso della sua vita; che il primo discorso, il primo libro, la prima statua, la prima opera in musica saranno ciò che di meglio faranno il deputato, l'autore, lo scultore, il maestro.
* * *
Anche l'amore è un'opera, in cui cuore e ingegno e sensi devono darsi la mano concordemente per rizzare quel tempio, in cui si deve trovare la massima felicità; per intrecciare quel nido, in cui deve allevarsi e crescere una famiglia.
* * *
Le prime opere hanno tutte le imperfezioni dell'incertezza, dell'inesperienza, dell'ignoranza.
* * *
Il primo giovane piacente, che ti guarda negli occhi e cogli occhi suoi ti dice d'amarti, ti piace anche soltanto perchè ti guarda a quel modo e tu sei disposta a trovarlo bello e buono e perfetto.
Egli incomincia subito e involontariamente a farsi più bello, più buono, più perfetto; per piacerti, per conquistarti, per guadagnarsi il tuo amore.
E tu dal canto tuo colla poesia della giovinezza accresci ancora di tuo la sua falsa bellezza; e senza saperlo vi ingannate a vicenda.
E poi quando al suoti amo, rispondi a lui colla stessa sua parola, ti trovi legata colla solennità di una promessa, fors'anche di un giuramento.