—Mamma, che cos'hai questa mattina? Ti senti male?
—No, figliuola mia, ho un piego suggellato da consegnarti e che ho trovato nello scrittoio di tuo padre, subito dopo la sua morte, ma che ti do oggi soltanto, perchè prima d'ora ti avrebbe dato forse una scossa troppo forte.
E la mamma, deposto un piego sul tavolino da notte di Emma, escì per nascondere l'emozione che la faceva piangere.
Emma, commossa anch'essa, prese l'involto e vi lesse:
Alla mia Emma.Da consegnarle dopo la mia morte.
Essa ruppe i sigilli, e trovò che l'involto ne conteneva un altro, su cui era scritto:
Consigli di un babbo alla sua figliuola per la scelta del marito.
E che cosa vi fosse scritto lo vedrà il benigno lettore, se vorrà darsi la pena di continuare la sua lettura.
Consigli di un babbo alla sua figliuola per la scelta del marito.
Mia adorata figliuola, tu leggerai da sola e forse con qualche lagrima negli occhi queste pagine, che ho scritte anch'io nella solitudine, anch'io piangendo e pensando a te.
Dio volesse che tu non le avessi a leggere! Vorrebbe dire che io son vissuto abbastanza per vederti sposa felice; vorrebbe dire che io ti ho potuto dare i miei consigli a viva voce.
Ma io son medico e so di avere in me una malattia che non perdona. Potrei da un momento all'altro sparire dal mondo e voglio che la mia voce mi sopravviva e ti aiuti nell'ora più importante della tua vita, quando avrai a scegliere colui, che deve essere il tuo inseparabile compagno, che deve essere il padre dei tuoi figli.
Promettimi di non impegnare la tua parola prima di aver letto tre volte queste mie pagine, alla distanza di una settimana una volta dall'altra.
* * *
L'uomo innamorato è d'oro, finchè non gli hanno detto di sì, diventa d'argento quando gli hanno detto di sì; diventa di rame, quando da pretendente è divenuto marito.
* * *
Ciò vale per la più parte degli uomini. Vi sono però alcuni pochi eletti, che sono d'oro prima e d'oro poi; sempre. Tu mia figliuola devi saper trovare uno di questi.
* * *
Fra i moltissimi, che cambiano il loro metallo nelle diverse fasi della loro carriera amorosa, ve ne sono alcuni, nei quali il metallo è sempre vile. Prima è rame dorato, poicristofle, poi piombo.
* * *
Per conoscere questi fabbricatori di monete false non occorre che ti dia consigli speciali. Tu hai, figliuola mia, un cuore d'oro e uno spirito acuto d'osservazione e ogni donna, se non è affatto stupida, ha in sè la preziosa pietra di paragone, che ci insegna a distinguere l'oro dal rame, l'argento dal piombo.
* * *
Un oggetto anche ben dorato col lungo uso si smussa sugli spigoli e mostra a nudo il vil metallo che vi sta sotto.
Il tempo consuma anche l'ipocrisia; affidati ad esso come la spia migliore delle falsificazioni.
Lo spigolo, che più presto degli altri consuma l'ipocrisia, è la vanità. Guardalo sempre e scoprirai il vero dal falso.
* * *
Mostrati indifferente alle più calde dichiarazioni. Se l'amor proprio del pretendente è più forte dell'amore, egli si raffredderà. Se invece l'amore è più forte dell'orgoglio, egli si innamorerà sempre più.
* * *
I mariti si dividono tutti quanti in due grandi categorie, ibuonie icattivi.
I buoni son tutti compagni. Amano la moglie sopra ogni altra creatura, l'amano più di sè stessi e il loro primo pensiero è quello di farla felice.
Cercano la ricchezza, l'onore, fors'anche la gloria; ma sempre per intrecciarne una corona intorno al capo della donna amata.
Nè comandano, nè ubbidiscono, perchè non si sentono nè superiori nè inferiori alla loro moglie; ma eguali. Discutono insieme a lei i grandi e i piccoli problemi della vita, e finiscono sempre per venire alla stessa conclusione.
Hanno sempre sullo scrittoio, in tasca, da per tutto un unico suggello per chiudere i loro segreti, per raffermare le loro decisioni. Questo suggello è unbacio.
Questi mariti ridono sempre, quando senton parlare diluna di miele. Nel cielo del loro matrimonio non hanno mai veduto luna, nè di miele, nè di fiele. Sul loro capo brilla sempre il sole, un sole che non scotta, ma riscalda; che non brucia, ma illumina; un sole che non tramonta mai.
* * *
Insomma, cara figliuola mia, non occorre che io ti descriva più oltre i mariti buoni. Per dirlo con una frase degna di Monsieur la Palisse, ma vera come la verità.
I mariti buoni sono quelli, che fanno felici le loro mogli, facendo felici sè stessi.
* * *
I mariti cattivi sono i più e sono di molte e diverse specie.
Eccoti le principali:
Mariti tiranni.Mariti deboli.Mariti gelosi.Mariti brontoloni.Mariti avari.Mariti libertini.Mariti stupidi.Mariti fannulloni, ecc.; ecc., ecc.
In Europa almeno non abbiamo che sulla scena il tiranno antico, il selvaggio incoronato dalla stupidità del gregge umano e che a un muover di ciglio faceva cader teste, incendiar villaggi, torturare membra umane.
Il tiranno classico è una specie sepolta negli Archivii della storia, a un dipresso come i mastodonti e i megaterii. Non è la sola corteccia del globo che ha i suoi fossili: molti più ne ha la storia umana e molti più ne avrà l'avvenire.
E così come i nostri orsi, le nostre tigri, i nostri armadilli moderni sono copie in miniatura dei loro padri della paleontologia; così anche il tiranno antico è scomparso dalla faccia della storia, lasciando eredi tanti e infiniti tirannucci in sessantaquattresimo, che non portan più corona, nè scettro, nè scimitarra; ma che esercitano la loro tirannia col sopracciglio corrugato e la voce grossa; con tutte le armi costituzionali e levigate della nostra civiltà ben pettinata e profumata.
Si nasce tiranni, come si nasce biondi o bruni; e chi ha questa sventura deve esercitare la tirannide, in qualunque strato sociale egli nasca; qualunque sia l'educazione ch'egli riceve.
Soldato, sarà tiranno come caporale e come colonnello, e la disciplina militare sarà la patente ufficiale, con cui eserciterà la sua tirannia. La dimenticanza di un saluto o la poca lucentezza d'un bottone, l'accento un po' vibrato d'una risposta saranno sufficienti e facili occasioni per soddisfare questo vizio dell'anima.
Sottosegretario o capodivisione, usciere o ministro, il piccolo tiranno moderno avrà sempre qualcuno al di sotto di sè, su cui sferzare lo scudiscio della propria volontà, a cui lanciare un calcio della propria tirannia.
Industriale avrà operai, mercante avrà fattorini, proprietario avrà coloni, proto di stamperia avrà tipografi, direttore di riviste avrà collaboratori, editore avrà autori, impresario attori e ballerini.
Dato il tiranno, la vittima non manca; anzi le vittime non mancano, perchè da per tutto e sempre le pecore sono in numero molto maggiore dei pastori.
La tirannia più comune però, quella che si può esercitare da tutti i bipedi implumi di questa terra; che si può soddisfare impunemente, quotidianamente, in tutte le dodici ore del giorno e in tutte le dodici ore della notte; è quella del marito sulla moglie.
Tirannia vigliacca, perchè si esercita dal forte sulla creatura debole; tirannia sudicia, perchè non esige coraggio, nè intelligenza, nè coltura; tirannia stupida, perchè è punita non dalle leggi, ma dalla natura.
Chi semina tirannia in casa, raccoglie corna in casa e fuori: cambia il miele in fiele e non merita nè compassione, nè perdono, e neppure le attenuanti, che pur si sanno trovare dagli avvocati per le maggiori iniquità, pei delitti più atroci.
Eppure vi son molti mariti, che sono tiranni anche amando la propria moglie, che sono fuori di questo perfetti galantuomini, cittadini perfetti, padri esemplari.
Essi sentono imperioso, incessante, inevitabile il bisogno di far sentire alla loro compagna (vorrei dire schiava), che essi soli sono i padroni di casa, che a loro soli spetta ogni autorità, ogni diritto di comando, ogni arbitrio del bene e del male.
Dei pronomi possessivi non conoscono che l'Ioe ilMio, ignorano del tutto iltue iltuo. Dicono sempre lamiacasa, ilmiopodere, ilmiopatrimonio, lamiavolontà, lamiaopinione, ilmiodesiderio.
Ignorano del tutto le ascose tenerezze, le ineffabili delizie, le intime compiacenze delnostro; parola che è un nido, in cui la donna sente di poter appiattarsi, accovacciarsi e nascondersi, per godervi il tepore della vita in due.
Il tirannucolo domestico non ha nulla dinostro, ma tutto èmio.Mioil pensiero,mioil giudizio,mial'esperienza,miala ricchezza. Ilnostroè un'infrazione alla disciplina del matrimonio, un'usurpazione di legittimo diritto: è una ribellione del suddito al sovrano.
Di queste ribellioni egli solo giudice, accusatore, carabiniere e birro.
L'assassino ha i proprii avvocati; la moglie non può e non deve averne. L'infallibilità del marito nelle faccende domestiche, grandi e piccine, è un dogma, indiscutibile e sacro come quello dell'infallibilità papale.
In questa forma di tirannia l'ingiustizia, la prepotenza, il capriccio piglian forme pigmee, associando l'assurdo al ridicolo; il pretensioso al grottesco.
La donna o si ribella o tace: una cosa peggiore dell'altra.
Se la donna si ribella e si mostra più forte del tiranno, il marito è vinto e abbiamo una tirannia peggiore della virile, la femminile. Se le forze si equilibrano, avvicendandosi nelle vittorie e nelle sconfìtte, abbiamo la guerra in permanenza, come chi dicesse l'inferno in casa.
Se la donna tace, o perchè molto debole o perchè ipocrita, distilla dall'alambicco del cuore nel segreto della sua stanza lagrime amare, che solcano l'anima e coltivano la vendetta; tanto più feroce e crudele, quanto più lenta e meditata.
Quante volte una donna, che sarebbe morta innocente e pura, ha disonorato il marito per puro bisogno di vendetta, e in un'ora di voluttà colpevole e forse falsa, ha mormorato queste parole feroci dirette a un ben noto indirizzo:
—Prendi, carino, questo è per te!
È così facile invece comandare secondo giustizia e secondo ragione e senza far sentire mai il peso della propria autorità!
Marito e moglie devono discutere, deliberare sempre insieme e senza che nessuno ubbidisca o comandi.
Nelle questioni poco importanti poi, in quelle, in cui il sì e il no son tanto vicini da toccarsi e quasi da confondersi, l'uomo mostra la sua superiorità, cedendo sempre alla moglie, che per esser donna ha già tante ragioni di umiliazioni e di dolori nella vita sociale. Essa ci è tanto riconoscente di queste concessioni!
* * *
Mia dolce figliuola, se non vuoi avere un marito tiranno, studia nel profondo gli istinti, le abitudini del tuo fidanzato.
Ti ho già detto che si nasce tiranni, e per quanto egli sia dissimulato, tu potrai scoprire facilmente nell'impeto prorompente della sua voce, nei suoi gusti, nelle sue abitudini la tendenza alla tirannia.
Conosco un'angelica signorina, che già fidanzata a un giovane, che aveva tutte le apparenze di poterla far felice, ritirò la sua parola; perchè un giorno il tirannuccio voleva senza alcuna ragione seria proibirle di fare una visita ad un'amica.
Il leone aveva mostrato l'artiglio, e la fanciulla avveduta se n'accorse in tempo e provvide saviamente alla propria felicità.
E l'avvenire le ha dato ragione.
Il marito debole è un uomo di sesso incerto, in cui il corpo è maschio e l'anima è femmina. Uno dei tanti errori che commette la natura, quando sbaglia il posto alle cose; un errore di stampa, per cui non vi è correttore di bozze che basti.
Il marito debole ha magari il pugno robusto e il pensiero forte, ma quando si tratta di adoperare queste due forze, non rispondono all'appello e fanno cilecca. Si pigia, si pigia sul bottone elettrico della volontà, ma il campanello non suona.
Non parlo del pugno, perchè non scrivo che per la gente educata, e fra essi il pugno non si chiude che rare volte e per batter sodo sopra il tavolino; come chi mette un punto d'esclamazione ad una frase energica, per esempio ad unPer Baccoo ad unPer Dio.
Parlo invece del pensiero, che pensa, ma quando si deve tradurre in una volontà, il traduttore si gratta il capo, guarda a mezz'aria, crolla la testa; esita, dubita, oscilla, e dopo un lungo tentennamento si decide…. a non decidersi.
In quel frattempo fra il pensiero che pensa e la volontà che tentenna, compare sempre una terza persona, che vuole per noi, che per noi si decide e ci impone la propria volontà e la propria decisione.
Ecco l'uomo debole, che finisce a furia di sconfitte a perdere la propria stima e a farsi compatire da tutti e specialmente dalle donne, che, pur dicendosi eguali a noi nei diritti (non nei doveri però), vogliono pur sempre trovare nell'uomo un albero robusto a cui possano appoggiarsi fidenti e sicure.
Nulla è per le donne più spregevole nell'uomo che la debolezza. Possono perdonare quella del corpo, non mai quella dell'animo; tanto è vero che i briganti più feroci ebbero sempre amanti appassionate; gli uomini di genio, anche vecchi, ebbero donne innamorate; ma i vigliacchi e i tentennini furono sempre disprezzati o compatiti.
E tutto ciò è bene: le leggi della natura vogliono essere rispettate e nessuno può violarle impunemente.
Quando in un matrimonio si invertiscono le parti e la donna è più forte dell'uomo, essa se ne serve come di uno strumento comodo e buono a tutto; ma in cuor suo lo compatisce e lo disprezza, e intanto cerca altrove l'uomouomo, a cui possa dare il corpo e l'anima; del cui amore possa sentirsi fiera e superba.
La donna superiore si sente umiliata di trovar l'uomo inferiore a sè stessa e lo tratta, anche nei casi migliori, come si trattano i bambini, con pietà, con tutti i riguardi, come creatura che ha bisogno di protezione e di indulgenza.
La donna, quando è stretta fra le braccia di un uomo che ama, vuol guardare in alto, per trovare il suo sguardo, vuol dover rizzarsi sulla punta dei piedi per poterlo baciare. Dio l'ha fatta più piccola di statura di noi, perchè ella possa guardarci dal basso. Allora gli occhi di lei diventano bellissimi, le labbra si socchiudono come calice di fiore che beve la rugiada dall'alto; ed essa esclama felice e fiera:
—Come sei grande!
Se invece è lei, che deve abbassar gli occhi, questi si fanno piccini, da superbi sembrano farsi vergognosi; esprimono protezione e non ammirazione; tenerezza forse, non mai orgoglio, e se essa non dice:
—Oh come sei piccolo!
è perchè essa è buona e nasconde la compassione, per non renderci ancor più piccoli di quel che siamo.
Ma se non lo dice, lo pensa, e quel pensiero inaridisce tutte le più alte aspirazioni dell'idealità femminile, degli entusiasmi onnipotenti, delle estasi, più care della vita in due.
* * *
Il Museo della debolezza è ricchissimo: ci presenta una raccolta infinita di insetti minuti, brutti, spesso schifosi, di larve striscianti e quasi invisibili; tutta una collezione di prurigini senza dolore, di aborti senza vita, di intenzioni senza energia; tutto un limbo di fantasmi di volontà, di pentimenti senza riscosse, di peccati senza vendette, di contraddizioni, di oscillazioni, di paralisi del pensiero.
* * *
La moglie non è ancora alzata, che pensa di far cosa gradita al suo compagno e manda la cameriera da lui per sapere, se non gradirebbe avere a pranzo un amico giunto ieri da un lungo viaggio e ch'egli ama assai. Uno dei tanti pensieri delicati, che germogliano ogni giorno, ogni ora nell'anima delicatissima della nostra compagna.
Egli risponde subito col sorriso della compiacenza, perchè essa ha pensato a lui, ma non risponde col labbro che molto tardi.
E la risposta è unsì, ma incerto e dubbioso come un punto d'interrogazione.
E la cameriera non è ancora sull'uscio, che egli si alza e dice:
—Aspetta, aspetta, andrò io dalla signora a portarle la risposta….
La risposta è un altro punto d'interrogazione accompagnato da una processione disee dima. Forse l'amico non gradirà l'invito…. Deve passare i primi giorni in famiglia; deve trattare molti affari importanti, ch'egli ha lasciato irresoluti in patria…. Aspettiamo un altro giorno, se credi….
—Ma io non credo nulla. Volevo invitarlo per farti piacere….
—No, cara, sarebbe forse una gentilezza squisita, ma però….
—Senti, eccoti nelle solite incertezze per un nulla, per l'invito di un amico a pranzo…. Farai quel che vuoi. Io me ne lavo le mani.
Per tutto quel giorno il marito non fa nulla di nulla, ma pensa anche a tarda sera, che forse la moglie aveva ragione e l'amico avrebbe gradito moltissimo quell'invito.
* * *
Un'altra volta si tratta di cosa ben più grave.
La signora è molto bella e giovane e ad ogni passo semina desiderii e accende scintille.
Un amico di casa ha raccolto tutto un fascio di desiderii e su lui sembran cadute tutte quante quelle scintille. Dallo sguardo che accende è passato troppo presto allo sguardo che domanda, alla parola che implora…. La signora, che è virtuosa, ne avverte il marito e invoca la difesa.
Ed egli le dà ragione, se ne preoccupa e promette l'intervento diplomatico prima, armato se quello non basti.
Ma, dopo aver lungamente deliberato sul da farsi, si decide che lo farà domani.
E il domani viene e troppo presto. Il marito modifica il piano di difesa e di attacco. Non aveva tutto preveduto, nè a tutto pensato. Il giorno appresso si difenderà e attaccherà. Ne è sicuro.
Ma il dì appresso è venuto. È entrato nel salotto, quando l'amico era da solo a solo colla signora, ben deciso a dire e a fare…. ma egli è entrato ed è uscito. senza aver detto e senza aver fatto….
E così passano i giorni e le settimane…. La signora non si lamenta più col marito delle troppe assiduità dell'amico. Il marito differisce sempre e sempre muta il piano di difesa e di offesa.
E la moglie sarà frattanto rimasta ancora senza colpa?
* * *
I due sposi hanno la sventura di avere un figliuolo, che non ancora uomo è già corrotto e perverso. Con un'abile ipocrisia ha saputo mostrarsi sempre corretto in casa, ma un amico svela ai genitori la sua condotta ben diversa fuori di casa….
La mamma piange, il marito impallidisce e sospira, e poi:
—Spero, che questa volta almeno saprai fare da padre, che saprai esser forte, che chiamerai tuo figlio, mostrandogli tutto il nostro sdegno, tutto il nostro dolore…. Sii uomo, per Dio!
Quella brava donnina, religiosa fin nei capelli, non aveva mai pronunziato il nome di Dio invano. Doveva esser ben forte in quel momento la sua emozione per averlo fatto.—Forse sperava che la sua energia per contagio sarebbe passata nell'anima floscia e tenerella del marito.
Ma questi, asciugandosi una lagrima, non aveva saputo rispondere che un "Chi l'avrebbe mai detto?"
—Ma ormai conviene provvedere, se siamo ancora in tempo….
—Ma sicuro, ma sicuro….
—E cosa pensi di fare?
—Ci penserò, ci penserò; ma oggi non me ne sento il coraggio; non ne ho la forza. L'emozione è stata troppo forte….
—No, no, non c'è tempo da perdere. Luigi sta per rientrare per la colazione e tu lo chiamerai subito nel tuo studio e sarai severo, inflessibile con lui…. forse siamo ancora in tempo….
—Oh Dio mio! Dio mio! Io non ho la forza di sgridare mio figlio.Lasciami un giorno di calma…. ti prometto….
—Tu prometti sempre e non mantieni mai….
La signora esce sdegnata dalla camera, non senza dire con voce alta e prorompente:
—Ma quest'uomo non è un uomo!
* * *
Figliuola mia, ti risparmio altri quadri della debolezza umana, perchè son brutti a vedersi, più brutti a descriversi; ma essi sono infiniti di numero e svariatissimi di forme.
Non sposar mai un uomo debole: quasi quasi ti direi: sposa piuttosto un uomo tiranno.
Scommetto, cara fìgliuolina mia, che più d'una volta, pensando al tuo ideale di sposo futuro, te lo sei immaginato alquanto geloso; e quasi tutte le donne la pensano come te.
Eppure; l'ho detto e scritto cento volte in vita mia, avete tutte quante torto marcio.
Si può essere gelosi senza amare e si può amare senza gelosia. A voi pare, che un uomo, che non diffida della propria moglie, che non si mostra turbato, se un altro la trova bella e glie lo fa capire, è un uomo che vi disprezza o non vi cura.
Alcune donne nei loro falsi giudizii giungono a tanto da misurare l'intensità dell'amore dal grado di gelosia. Uomo non geloso vuol dire uomo indifferente; uomo geloso, uomo amoroso; uomo gelosissimo, uomo innamoratissimo.
Non auguro a queste infelici, ch'esse abbiano a trovare un marito geloso. Sarebbero ben punite dell'errore di quel loro giudizio!
È naturale, che noi tutti cerchiamo di difendere dalle mani altrui quel che ci è caro; è naturalissimo che noi vogliamo conservare la nostra dolce compagna dagli artigli e dalle carezze dei briganti d'amore; ma, se abbiamo stima di lei, dobbiamo esser sicuri che nessun attacco potrà ferirla e che quando ella diffidasse delle proprie forze, ci invocherebbe come alleati suoi.
Ma diffidare ad ogni ora di esser traditi, ma guardare in cagnesco ogni uomo che si avvicina a lei o le parla o le sorride, è offenderla senza diritto, è tormentarsi senza ragione; è avvolgere il proprio nido d'un fumo acre e pungente, che mozza il fiato e asfissia l'amore.
Quante donne son cadute per protestare contro il marito poliziotto o carabiniere, che le circondava di spie, di tranelli; di una rete molesta di diffidenze e di sospetti!
Se la virtù non basta a difenderci dalla gelosia, almeno sia geloso per qualche cosa!
In quasi tutte le svariate forme di gelosia entra l'amor proprio più che l'amore.
La gelosia di puro amore non è che un dolore; forte, fortissimo, ma dolore.
La gelosia d'amor proprio è dolore, ma è più ancora ira, dispetto; reazione dell'orgoglio virile offeso in tutto ciò che ha di più delicato e di più irritabile.
La gelosia d'amore piange e implora, si umilia e prega.
La gelosia d'amor proprio schiamazza e maledice; percuote e uccide.
Gli assassini delle donne infedeli son quasi sempre assolti dallavox asinorumdel giurì; perchè ogni giurato si sente offeso e minacciato dall'amante fortunato; ma io li condannerei, se avessi la sventura di esser giurato.
Li condannerei, perchè in essi non vedo che il grido e il morso della belva umana, e perchè dopo tutto sono omicidi; e nessuno al mondo ha il diritto di uccidere un altr'uomo.
Deploro e compatisco il marito, che uccide l'amante fortunato; maledico e condanno quello che ammazza la moglie o l'amante, che si lorda le mani del sangue di una donna, con cui ha diviso i baci e le carezze d'amore; che è forse la madre dei suoi figliuoli.
Uccidere una donna è la più brutale delle viltà, la più animalesca delle violenze, e applaudo quelli, che dopo il delitto uccidono sè stessi. Ammazzano, ma si infliggono la pena della loro brutalità. La terra non può sopportarli, la società umana e civile non può contarli fra i suoi.
Racaad essi! Mille e mille volte maledetti gli assassini delle donne.
E maledetti con essi i giurati e i giudici, che li assolvono, calpestando la più giusta delle giustizie!
* * *
L'uomo geloso per temperamento, lo è così fatalmente, così necessariamente, che non può nascondere in nessun modo la propria debolezza, che non vorrei chiamare passione; perchè se di questa ha le violenze e gl'impeti irragionevoli, non ne ha però nè i simpatici ardori, nè gli scatti generosi.
Egli è in uno stato di diffidenza cronica, che ne avvelena il sangue, che ne contorce i gesti, che ne deforma la parola e l'accento.
Ogni parola di simpatia innocente o di lode diretta dalla propria moglie ad un altro è un amore che incomincia, è una violazione di domicilio. Ogni amicizia è un adulterio, un sacrilegio; un delitto che si trama o è già compiuto.
Ogni uomo che si avvicina alla nostra donna è un nemico, e il sospetto si erige convulso, feroce, e diviene accusa, condanna. Al lampo della diffidenza tien subito dietro il fulmine della minaccia, l'insolenza dell'accusa, l'ingiustizia della calunnia.
L'uomo geloso ha tutti i diritti, nessun dovere.
L'uomo geloso è un poliziotto ed è un tiranno; per cui presenta in una volta sola tutte le insidie piccine, maliziose, ributtanti della spia e tutte le prepotenze brutali del boia.
Ogni atto, ogni parola della moglie è passata alla trafila dell'inquisitore, ogni sguardo che dirige ad un uomo e ogni sguardo che l'uomo dirige a lei, è studiato colla lente d'un ottalmoscopio, più acuto di tutti quelli inventati dai medici oculisti.
L'uomo geloso è sempre armato di lenti per vedere ciò che c'è o non c'è; di tutte le armi da taglio e da fuoco per ferire o per uccidere. Le armi da taglio son sempre affilate, quelle da fuoco sempre cariche e col grilletto alzato.
Figurati, cara bambina mia, come si debba esser felici in tale ambiente e con un tal uomo sempre vicino, sempre diffidente, sempre pronto ad accusare o a condannare; col cipiglio dell'inquisitore, colla mannaia del carnefice!
Il pretendente, il fidanzato è sempre ipocrita, volendo o non volendo, o perchè nasconde i proprii difetti o ingrandisce le proprie virtù; ma la gelosia è forse la cosa più difficile fra tutte a celarsi; perchè è prorompente, esigente; novanta volte su cento irragionevole.
Sta dunque sull'attenti, quando egli ti parla e ti interroga. Ti sarà facilissimo scoprire se è geloso.
Col pretesto di interessarsi a tutto ciò che ti riguarda, vorrà sapere che cosa fai, chi vedi, soprattutto chi visita la tua casa. E se fra i visitatori v'è qualche giovinetto, a lui soprattutto dirigerà la poliziesca inquisizione, domandando chi egli sia, che cosa dica, e faccia, e quanto durino le sue visite, ecc., ecc.
Questa curiosità ti parrà affettuosa, sarà condita di scherzi e di reticenze, di scuse e di tenerezze; ma non illuderti. Essa non è che una forma gentile, costituzionale, della gelosia.
E se vuoi sapere fin dove vada questa gelosia, se sia all'acqua di rose o invece una passione feroce e brutale, dagli per scherzo pretesti ad esser geloso davvero e con ragione, pronta a ridere a un tratto, distruggendo con una buona parola l'artificioso e innocente tranello.
Sei donna e non occorre che ti dica di più.
Le donne, senza aver mai studiato la chimica, sanno analizzare i sentimenti, i sorrisi, le lagrime, e soprattutto le dichiarazioni d'amore, e sanno dire quanta verità e quanta menzogna vi si contenga.
E così farai tu, nello scomporre la gelosia del tuo fidanzato, per vedere, se sia sincera o finta, e quanto contenga d'amore e quanto d'amor proprio.
Ti ricordi, bambina mia, la gita che si fece nell'ottobre scorso a Vigiona coi tuoi cugini?
Una gita che riuscì gaia e divertente a furia di contrattempi e di incidenti buffi e inaspettati.
Riuniti tutti sulla piazza di Cannero alle sette del mattino si strologava il cielo per sapere se si dovesse partire o restare a casa.
Era piovuto un pochino nella notte e l'erba dove si doveva merendare doveva esser bagnata…. Dicevano i pessimisti.
Ma, soggiungevano subito gli ottimisti: se è piovuto a Cannero, non è una ragione per dire, che sia piovuto anche a Vigiona. Spesso piove alla riva del lago ed è sereno sulla montagna.
Più spesso però accade il contrario, ripigliavano gli amici diSchopenhauer.
E gli altri (e tu eri con loro, angelo mio):
—Ma non vedete come a Macagno e a Luvino brilla il sole. Avremo una giornata bellissima; serena e fresca.
—Bravi, bravissimi. Se è sereno sulla sponda lombarda, è perchè soffia il vento di levante, che fra noi porta sempre il brutto tempo.
—Dunque?
—Dunque?
Gli ottimisti erano in maggioranza, perchè erano più i giovani che i vecchi.
E la carovana partì. I ciuchi coi ragazzi e le signore davanti, i giovanotti, e gli uomini a piedi con tanto dialpenstock, come se si dovesse salire il Monte Bianco, e dietro a tutti la buona Janna, che portava sulle sue spalle di bronzo la gerla piena di viveri.
Giunti a Trarico, dopo un continuo rimpiattarsi ed affacciarsi del sole, e un continuo alternarsi di pessimisti, che nel primo caso gridavano trionfanti:
—Ma non l'aveva detto io! e degli ottimisti, che esclamavano ridendo:
—Ecco il bel tempo!
Si ebbe una vera scossetta d'acqua, che rimise sul tappeto la questione, se si dovesse continuare il viaggio fino a Vigiona o se si dovesse fermarsi a Trasico, chiedendo ospitalità in un'osteria.
Ma anche questa volta dopo la piccola pioggia riapparve il sole e gli ottimisti ebbero ragione una seconda volta.
Tu, Emma mia, ti ricordi di certo più di me, i buffi incidenti della nostra gita, ch'io ti ho ricordato soltanto per rivivere un'ora con te e per rammentarti l'ultima scena, la più comica fra tutte, quando finita la merenda, si volle accendere il fuoco sotto un grosso castagno, per farvi cuocere delle bruciate e mangiarle calde calde là su quell'erba molle, che aveva tutti i profumi autunnali del monte.
Ognuno di noi portava foglie e stecchi, e ramoscelli e carta; ma tutto era umido, tutto era bagnato e appena si era riusciti con grande stento e pazienza grandissima a accendere le foglie; i ramoscelli imbevuti d'acqua non davano che fumo.
Tutti accovacciati intorno a quel focolare: chi soffiava, chi faceva riparo col suo corpo a un venticello impertinente, perchè tutto quel fumo si cambiasse in fiamma; ma tutti i nostri sforzi insieme riuniti a nulla approdavano.
Il fumo ora era azzurro, ora era bianco; ma mutando colore non cessava di esser molesto, insopportabile e ci entrava negli occhi per farli lacrimare, nella bocca per farci tossire.
In un momento di tregua del vento, si ebbe un po' di rosso in mezzo a tutto quel bigio e si gridò dagli ottimisti:
—Vittoria!
E dai pessimisti:
—Aspettate un poco!
Ma poi il fumo ritornò molesto, incorreggibile, insopportabile, e dopo un'ora di eroismi alleati, ma ahimè impotenti, si dovette rinunziare a aver del fuoco e delle bruciate.
Quando si raccolsero le sparse membra e ikiökkenmoedingsdella nostra merenda per ritornare a casa; prima di scendere dall'altipiano si guardò tutti con un moto unanime e involontario al nostro fuocherello acceso invano e i pessimisti esclamarono:
—Fuma ancora!
* * *
Io ti ho ricordato questa nostra gita, che di certo non hai dimenticata, per dirti, che il marito brontolone è in tutto eguale a quel nostro fuocherello, che abbiamo acceso sul prato di Vigiona e che non dava che fumo.
Puoi essere ottimista e cortese e indulgente finchè vuoi coll'uomo brontolone, ma egli troverà sempre qualcosa da criticare, qualche ragione per lamentarsi, per deplorare….
Tu gli prepari una sorpresa affettuosa ed egli si gratta in capo esclamando:
—Io non amo le sorprese.
Oppure:
—Che cosa ti è venuto in mente? In questi tempi una spesa inutile è una colpa e conviene pagar caro il piacere che ci procura.—Ecco il fumo!
E a tavola, quando stomaco e cuore siedono insieme, l'uno accanto all'altro per cantare uno dei migliori duetti di questo mondo; quando tu sorridi, vedendo fumare la zuppa odorosa e le manine impazienti dei tuoi bambini preparare le armi del cucchiaio e della forchetta per l'allegro combattimento; ecco che il brontolone trova la bottiglia fuori di posto e la minestra troppo cruda o troppo cotta.
Ed ecco il fumo!
Si va a spasso per prendere una boccata d'aria. Tu sei lieta, perchè ti senti bene, perchè i tuoi figliuoli sono sani, ben vestiti e allegri. Dai il braccio al marito brontolone ed egli non è ancora uscito di casa, che ha scoperto una grossa nube nel cielo e profetizza il vicino temporale.
Perchè non hai portato l'ombrello?… Perchè siamo usciti? Tanto era meglio aspettare domani o un altro giorno qualunque.
E per tutta la passeggiata quella nuvola è discussa, lambiccata, ed è unico argomento della noiosa e fredda conversazione.
Ecco il fumo!
E bada bene di voler disarmare il brontolone collo scherzo amoroso, colla barzelletta faceta. Sarebbe come soffiare nel fuoco di Vigiona. Più si soffiava e più faceva fumo.
L'uomo brontolone ha l'amaro in bocca e convien che sputi. Se gli metti dello zucchero in bocca, anche lo zucchero divien tossico; perchè il suo amaro è come quello del chinino, che è profondo ed è eterno.
E se gli chiudi la bocca, perchè non sputi, la saliva amara gli si accumula in bocca e gli fa groppo alla gola e allora, poveri noi, invece di uno sputo, avremo una mitraglia di tutti gli escrementi morali, che secerne un fegato itterico, un cervello malazzato.
Dio e la provvidenza e la fortuna ti liberino dal marito brontolone!
Quando dormi è una pulce, più spesso anzi una cimice. Potrai schiacciarlo, ma anche morto ti lascerà il fetore nella mano.
Se leggi è una mosca, che più si caccia via e più ritorna a molestarti.
Se sei allegra è il rintocco della campana che suona a morto.
Se vuoi pensare è l'organetto, che sotto alla tua finestra strimpella una suonata monotona.
Se vuoi scherzare è il pedagogo, che alza la ferula per farti tacere.
E se vuoi tacere è il pettegolo ciarlone, che ti vuol compagno nelle sue ciarle.
Se vuoi rinfrescarti, ti mette una pelliccia sulle spalle. Se vuoi riscaldarti ti soffia in viso; ti ferma se cammini, e ti fa camminare se vuoi riposarti.
Pulce, cimice, mosca, campana, organetto, pedagogo, pettegolo, importuno perpetuo; il marito brontolone è più che un malefizio, è una sventura: più che una sventura è una disperazione….
Egli è il fumo vivente, è il fumo eterno, che ci promette il fuoco dell'inferno domestico.
L'avarizia è uno dei difetti più difficili a scoprirsi in un fidanzato; e siccome è fra quelli che necessariamente, inevitabilmente crescono cogli anni; apri grandi gli occhi, figliuola mia, per scoprirlo.
Il fidanzato è sempre generoso, sia o non sia innamorato. Se ti ama davvero, se ti desidera, non vi è occasione ch'egli non colga al volo per farti un dono, per fare un'opera di carità dinanzi ai tuoi occhi. Se ne pentirà forse domani, ma quando ti vede, l'avarizia fugge via e si appiatta; e tu lo vedi largo, generoso, fors'anche spensierato.
Se non ti ama, ma ti vuol sua per ragioni di convenienza economica o gerarchica, con maggior ragione ti si mostrerà splendido nel dare. Egli sente il bisogno di nascondere il vuoto del suo cuore e la mancanza d'amore vien ricoperta coi fiori della generosità. Pur troppo non son diversi nel colore e nel profumo i fiori, che si comprano dal fioraio e quelli che si coltivano con lungo affetto nel proprio giardino e si colgono ad uno ad uno con intelletto d'amore e sapiente elezione.
Il fidanzato dunque, figliuola mia, è sempre generoso; in apparenza o in realtà; ma conviene saper distinguere l'uno dall'altro; il che è difficilissimo.
È vero che tu potresti pigliar informazioni dagli amici comuni, dalle persone di servizio, dall'opinione pubblica; ma è impresa pericolosa e di incerto esito. Non ho mai saputo capirne il perchè; ma è dimostrato, che le informazioni che si chiedono sul valore di un uomo o di una donna, come candidati al matrimonio, son sempre incerte o false, o, nei casi migliori, contradditorie. Tutti hanno paura di dire il vero, se il vero è brutto; mentre poi molti hanno invidia della felicità altrui, e perciò esagerano i difetti od anche li inventano. Il coraggio civile è la rarissima fra tutte le virtù sociali; e per dire a una mamma o ad un babbo che chiedono di un fidanzato: cari miei, è un farabutto, o uno stupido o un fannullone; ci vuole un coraggio che pochissimi hanno.
È così raro questo coraggio, che si nasconde o si maschera la verità anche quando si tratta di una cameriera o di un cuoco!
Dunque, figliuola mia, tu devi scoprire l'uomo avaro o che è sulla strada di diventarlo; coi soli tuoi occhi, colle sole tue forze.
Ecco ciò che mi ha insegnato la mia lunga esperienza:
L'avaro o il candidato all'avarizia, anche nella più semplice e fredda conversazione, sottolinea sempre tutte le parole e tutti i numeri, che si riferiscono al denaro, ai capitali, alla ricchezza in genere e sotto tutte le sue forme svariate.
Per lui la moneta, gli scudi, le rendite, l'oro, l'argento, il capitale, i frutti, son parole sacre, ch'egli pronunzia con una emozione inconscia forse, ma che si tradisce all'accento.
Quanta psicologia celata, misteriosa e potente sta nascosta nell'accento, che diamo alle parole!
Quante volte io ho scoperto un amore celato nelle più profonde pieghe dell'anima, al solo sentire pronunziare da un labbro il nome di un uomo o di una donna!
Il discorso camminava piano, sereno, senz'urto e senza scosse; ma la voce che doveva tradurre quel nome si abbassava a un tratto di una o due note o si faceva leggermente tremula o tutto al contrario, si innalzava saltellando disinvolta, come se volesse nascondere la trepidaziane, con cui il cuore accompagnava quella cara parola.
Ciò che è l'essere amato per chi ama è il denaro per l'uomo avaro.
Spiatelo soprattutto, quando deve pronunziare la parolamilioneomilionario.
Egli si esalta, alza il tuono della voce, si gonfia le gote, e quei vocaboli, come gente in festa, ti suonano all'orecchio preceduti da trombe e tamburi e seguiti da una fanfara di punti di esclamazione e di ammirazione.
Ma che si celia?—Unmilione! Il sogno diurno e notturno di tanti milioni di bipedi implumi; il prurito eterno di tanti operai della grande officina umana, il sole di mille e mille pianeti e pianetucoli; il Dio, a cui tante e tante creature portano in tributo la loro viltà, il loro ingegno, la loro dignità; tutti gli affetti di figlio, di padre e di cittadino.
Ma che si fa celia? Unmilioneè unmilllllione!—
* * *
Un altro segno caratteristico dell'avaro è la carezza, ch'egli fa alla moneta o al foglio di banca, che sta per dare; sia per pagare un semplice contarello o per numerare una grossa somma.
Egli non maneggia il denaro, come un altro oggetto qualunque; ma con un rispetto amoroso, con una tenera devozione. Per lui rappresenta il valore dei valori, la forza delle forze, e se potesse farlo decentemente, quando deve maneggiare una forte somma, si caverebbe il cappello. Invece egli si accontenta di far scivolare monete e biglietti l'un sull'altro e colle dita strette, quasi gli costasse il separarsene e volesse ad ogni singola moneta, ad ogni singolo foglio, dare un saluto amoroso, pieno di affetto e di rimpianti.
Se fossi un gran pittore psicologico, vorrei fare due quadri e metterli l'uno di fronte all'altro, come due faccie d'uno stesso prisma,
Nell'uno e nell'altro lo stesso uomo, ma nel primo quando conta del denaro che deve pagare; nell'altro quando conta del denaro che gli vien pagato.
E sotto scriverei:Paga!—È pagato!
E vi assicuro, che in quei quadri saprei mettere tante quantità d'uomo, da lasciarne davvero pochino al di fuori di quelle due cornici.
* * *
L'avaro, quando vede una bella cosa (fosse pure un oggetto d'arte), s'informa subito quanto sia costata o domanda a sè stesso quanto potrà costare; perchè di tutti i valori, che può rinchiudere un oggetto qualsiasi, il suo prezzo è per lui ciò che più lo interessa.
Tutti i problemi della vita, tutte le questioni politiche e sociali, tutti gli incidenti e gli accidenti degli individui e delle nazioni sono per lui foderati da una questione di denaro, e là ferma il suo sguardo e là dirige i suoi sguardi e le sue meditazioni.
—Che bella ragazza! dirà uno.
Ed egli subito:
—Ed ha trecento mila lire di dote!
Si dirà che un tale ha avuto un impiego.
Ed egli di rimando:
—Ma non ha che lo stipendio di tre mila lire all'anno.
Il socialismo è null'altro che un'invidia del denaro altrui, le rivoluzioni sono spostamenti di ricchezze e via di seguito.
* * *
Bambinuccia mia, non sposare un uomo avaro.
Suppongo che il tuo fidanzato sia giovane, e s'egli è avaro, benchè giovane, figurati come lo sarà coi primi capelli bianchi, quando l'economia è necessaria difesa della vecchiaia imminente; quando anche gli spensierati incominciano a divenir previdenti.
L'avarizia è fra le passioni umane una delle più abiette e che spande in più largo giro la sua influenza triste. Un'influenza che raffredda, isterilisce e mummifica tutto ciò che tocca.
Io m'immagino sempre di vedere nelle mani dell'uomo avaro un paio di forbici rugginose e stridenti, sempre pronte a recidere ogni ramo che germoglia sull'albero della vita, ogni fiore di entusiasmo che si apre nelle aiuole della giovinezza e della felicità.
Passione rachitica, anemica, scrofolosa, che si pasce disee dima; che spegne tutte le fiamme della poesia e chiude tutte le finestre per paura di disperdere il calore della stufa. Origene che si mutila per paura del peccato; un'atrofia cronica e volontaria del cuore, dei muscoli e del cervello; un'asfissia lenta, che nel nido della famiglia semina le muffe e coltiva tutte le lebbre morali, spirituali e estetiche.
Figliuola mia, non sposare mai un uomo avaro!
La nostra società corrotta, ma ipocrita; libertina nelle opere ma puritana a parole; impone alla fanciulla l'ignoranza più completa, e l'ideale di una giovinetta che va a sposa, e che è forse donna da tre o quattro anni, è quello di non sapere come nascono gli uomini e come si fanno.
Essa dunque deve pure ignorare, che cosa voglia dire la parolalibertino; e a questo proposito ricordo che in una conversazione, essendosi parlato di un tale, dicendolo libertino; la padroncina di casa interruppe il discorso, domandando a bruciapelo:
—E che cosa è un libertino?
La mamma, presa all'improvviso, si gargarizzò la gola con quella tossicella artificiale, che è un artifizio molto comune agli uomini e alle donne per prender tempo e trovare una risposta difficile.
E poi, come di scatto:
—L'uomo libertino è un uomo troppo liberale.
Ma tu, caro tesoro mio, sei stata educata diversamente da tutte le altre tue compagne, e benchè innocente, sai benissimo che cosa sia unlibertino.
Siccome però, se il giovane che ti facesse la corte per sposarti, fosse libertino, nasconderebbe questa sua magagna con tutte le arti della più abile ipocrisia; è bene che io ti insegni a quali caratteri lo potrai riconoscere.
E aguzza l'occhio e tendi l'arco dell'attenzione, perchè i libertini son quasi sempre molto simpatici e le donne hanno una tendenza a trovarli carini e ad amarli.
Eppure sono cattivi mariti e spesso anche pessimi padri. Nella loro moglie, come in generale in tutte le donne, essi non vedono che la femmina. E l'amano o piuttosto la desiderano finchè è giovane e bella; sprezzandola appena cade sul suo capo la prima neve o compare sul volto la prima ruga.
Essi sono tutti del parere di quel loro collega, che un giorno diceva sospirando:
—Perchè mai quando la moglie ha quarant'anni, non si può congedarla per prenderne due che abbiano vent'anni ciascuna? Non si può forse cambiare senza frode un biglietto di 50 lire in due biglietti, di 25 lire ciascuno?
* * *
Il giovane libertino che ti fa la corte, ti guarda in faccia con occhi ardenti e senza alcuna timidezza, e il suo sguardo ti obbliga quasi sempre ad abbassare gli occhi e ad arrossire.
Egli non si accontenta di guardarti in volto, ma i suoi occhi vanno in su e in giù dal capo ai piedi e ti abbraccian tutta; e tu te ne senti offesa, come se ti dirigesse parole audaci e sconvenienti.
Una signora molto perbene mi diceva una volta:
—Io non so spiegarmi il perchè, ma quando mi guarda il marchese R. io mi sento come se fossi nuda, e mi guardo e mi riguardo per vedere se davvero io sono vestita….
Il marchese R. era infatti un gran libertino.
Il giovane libertino però non si accontenta di guardare.
Egli trova ad ogni momento un pretesto per toccarti il vestito o per toccare il tuo piede col suo. Trova sempre, che hai un ricciolo fuori di posto e lo vuol mettere al suo posto.
Se ti dà la mano, trattiene la tua a lungo nella sua e l'accarezza teneramente, e te la stringe forte, in modo da farti arrossire.
Quella stessa signora di poc'anzi mi diceva:
—Io cerco sempre di evitare la stretta di mano del marchese R.Essa mi sembra un oltraggio.
Bada molto anche ai suoi discorsi.
Più d'una volta egli ti farà dei racconti in apparenza innocentissimi, ma li interromperà ghignando coll'occhio o sorridendo col labbro; come se volesse farti capire, che non dice tutto quel che potrebbe dire e vorrebbe però che tu capissi anche ciò ch'egli non dice.
Tu non capirai nulla, ma egli continuerà a sottolineare certe parole, con una ghignatina o con un sorriso pieno di malizia.
Tu non lo sai, ma quelle ghignatine e quei sorrisi nascondono un'impertinenza e nel mondo morale sono veri oltraggi al pudore,
Se tu visiti una galleria o una esposizione di quadri con lui, egli si fermerà sempre davanti ai quadri, dove vi è qualche figura poco vestita o qualche Venere senza la camicia e guardandoti cogli occhi ardenti ti sorriderà maliziosamente, invitandoti a guardare o ad ammirare.
Se ti presta un libro, troverai un segno dove si descrive una scena d'amore, o ti leggerà egli stesso quella pagina, commentandola coi suoi sguardi diretti, a te.
* * *
Potrà accaderti anche questo.
La tua giovane cameriera entra nel tuo salotto e ti annunzia la visita del tuo pretendente.
—Fallo entrare….
Ma mentre tu dici queste parole, hai guardato la cameriera e l'hai trovata rossa in volto e molto turbata.
Un momento dopo non te ne ricordi più, ma pochi giorni dopo, il pretendente ti fa un'altra visita e tu rimarchi lo stesso rossore e lo stesso turbamento nella tua cameriera. Ti pare questa volta, che anche la sua voce sia alquanto tremula.
Alla terza e alla quarta volta che si ripete la stessa scena, tu senti il bisogno di interrogare la fanciulla, quando essa ti accompagna a letto per svestirti.
—Ma dimmi un poco, Silvia, perchè quando viene l'ingegnere M. tu entri sempre in salotto colla faccia rossa e il volto turbato? Ciò non ti accade mai, quando annunci altre persone….
Silvia diviene rossa più che mai e non risponde.
—Dimmi la verità, Silvia… lo voglio.
—Signorina… non lo so.
—Lo devi sapere….
—Ma, signorina mia, ella sa che sono tanto timida…. I giovanotti mi fanno suggezione….
—Ma ciò non ti accade mai, quando parli con mio fratello, quando mi annunci il dottor B. o l'avvocato T.; che sono anch'essi giovanotti e per di più molto belli….
—Ma il signorino lo vedo ogni giorno e gli altri… gli altri non mi fanno suggezione….
Qui Silvia abbassa gli occhi, poi si soffia il naso. Pare che stia per piangere e poi:
—Ecco, cara signorina, io non volevo dirglielo, perchè non me ne sentiva il coraggio e poi e poi, perchè….
Silvia si ferma e piange.
—Perchè…. perchè mi pareva, che l'ingegnere fosse il di lei fidanzato e non voleva dirne male….
—No, di' pur tutto, l'ingegnere non è mio fidanzato….
—Ebbene, allora le dirò tutta la verità. Quel signore, appena entrato in anticamera, prima ancora di domandarmi se la signorina è in casa, mi prende per il ganascino, o mi vuol abbracciare, o prende con me altre confidenze di questo genere…. L'ultima volta, mentre io le levavo il soprabito…. Signorina, non ho il coraggio di dirglielo….
—Su, su, voglio saper tutto.
—Ebbene mi ha abbracciato e mi ha dato un bacio….
—E tu l'hai lasciato fare? E non me l'hai detto subito?
—Che cosa vuole! mi ha preso all'impensata ed io avevo vergogna a parlarle di queste cose; ma me lo lasci dire, l'ingegnere è un gran farabutto.
* * *
Figliuola mia, un giovane che è innamorato di una signorina, che va a farle visita, deve avere lo stesso tremito con cui un credente si avvicina all'altare; deve sentirsi puro d'ogni basso istinto, e se invece ha tempo e voglia di pizzicare una cameriera, non deve avere nell'anima la menoma idealità. Egli è di certo un libertino e se ti vuol fare sua sposa è per concludere un buon affare o per soddisfare un bisogno dei sensi.
Dopo quel dialogo tu devi chiudere la porta al pretendente e trovarti sempre fuori di casa, quando egli viene a farti visita….
Vada ad abbracciare altre cameriere e si cerchi un'altra sposa.
Quanto a te, devi fargli capire in un modo o nell'altro, che a lui deve applicarsi il verso:
Lasciate ogni speranza….
Tesoro mio, ti farei troppo torto, se io credessi in te la possibilità di innamorarti d'un uomo imbecille e di non saperlo distinguere dopo pochi giorni di conoscenza.
Vi sono pur troppo donne, che hanno sposato uomini stupidi, perchè eran ricchi e portavano una corona irta di corna nello stemma di famiglia. Anche le più ciniche, anche quelle che riguardano il marito come un podere o come un salvacondotto, finiscono per pentirsi di questa loro prostituzione.
La donna che si vergogna del proprio compagno, che deve arrossire di lui in ogni conversazione, sente minorata anche la propria dignità, e quando i suoi figliuoli son grandicelli ed è costretta a compatire davanti ad essi il loro padre, prova uno di quei dolori profondi, muti, che solcano l'anima come un ferro rovente.
La donna deve essere fiera del marito suo, e della sua gloria; e del suo ingegno gode quanto lui e più che lui. Essa perdona la bruttezza, i capelli bianchi, perfino le infermità vergognose: non perdona mai l'imbecillità. Se vi è una virilità del corpo, ve n'ha un'altra più alta e più vitale; quella dell'ingegno e dell'energia del carattere. E a questa per onor suo la donna tiene assai più che all'altra. Essa è nata come la vite per appoggiarsi all'albero e quando è costretta invece a sostenere il compagno, può giungere forse fino alla pietà, all'amore giammai, e all'amicizia neppure, perchè non si può aver per amico chi non si stima.
Quando una donna si è venduta ad un ricco imbecille, quando nel giorno si è inebbriata del fasto di un attacco sontuoso, quando ha portato in giro con intima compiacenza le sue gioie, i suoi vestiti di velluto; quando ha gettato in viso alle amiche con sfacciata vanità i suoi servi; essa rientra in casa e seduta accanto al suo imbecille rumina quelle false gioie, che si mutano in bocca in altrettanto fiele.
Più d'una volta fin nell'estasi d'amore è svegliata da una osservazione idiota, da una esclamazione cretina e dal fondo del cuore straziato le sale al labbro il grido di leonessa ferita:
—E costui è mio marito! Ed io porto il nome di questo idiota!
È allora, che il rimorso e la vendetta si fanno alleati inseparabili in quell'anima pentita e alla corona di conte del marito crescon le corna all'infinito. Se la corona è di marchese, le corna fioriscono e rifioriscono con fecondità deliziosa.
* * *
Ma perchè mai, figliuola mia, tormento me stesso descrivendo un marito, che tu non avrai giammai?
Se però tu avrai un santo orrore per tutti gli uomini stupidi, devi imparare a conoscere gli imbecilli incompresi. È una specie pur troppo non rara e che inganna anche i buoni osservatori.
L'imbecille incompreso ha tutto l'aspetto esteriore dell'uomo normale e può perfino simulare un forte ingegno.
È stupido di dentro, ma porta una vernice, che finge l'ingegno. È nato senza talento, ma con molta furberia, e questa gli ha insegnato per tempo a nascondere ciò che gli manca.
Egli tace molto e volentieri, e tanto più, quando si parla di cose alte, di questioni gravi, nelle quali appunto l'ingegno vero scatta e scintilla.
In queste occasioni l'idiota incompreso corruga la fronte e si fa serio, molto serio e ti accompagna nel tuo discorso con un accennar del capo, come se seguisse con viva curiosità il tuo pensiero.
Quando tu esci con un'affermazione ardita o con una domanda prorompente, egli allora getta nel tuo discorso un energico punto ammirativo, quasi sempre accompagnato da un sorriso malizioso, che sembra covare in sè chi sa quanti pensieri; quante finezze di critico, quante astruserie di dubbii e di sottintesi.
Quando gli pare che i muscoli della faccia non bastano, egli lancia nello spazio unpur troppoo unlo credo ioo unsempre cosìo ungià si sa!e tante altre frasi sempre accompagnate dal rispettivo punto d'esclamazione e dal relativo sorriso.
Il dizionario dell'imbecille incompreso rassomiglia in tutto al guardarobe di un artista drammatico.
Tu vi trovi corone di talco che son dogmi altissimi; corazze di latta, che rappresentano l'ignoranza in atto di difesa; pugnali di legno, che son ragionamenti senza senso; durlindane di princisbecco, che devono esser prese per spade di Toledo; e tutta una vetrina di false gemme che devono esser prese per gioielli di spirito e di acume.
Fra tutta quella roba puoi trovare anche un pugnale vero, che taglia davvero, un diamante vero, che brilla davvero; ma allora sta pur sicura, che è roba rubata e imparata a memoria per servirsene nelle grandi occasioni.
Ricorderò sempre la strana impressione, che mi fece una volta un lavoro scritto con invidiabile sicumera da un minchione, che voleva aspirare alla gloria d'autore.
Leggevo con molta attenzione quello scritto, che mi pareva in complesso l'aborto d'una mente idiota; ma fra quelle parole senza pensiero, fra quelle frasi senza sugo, trovavo a un tratto un'idea luminosa, un concetto ardito, che pareva una gemma caduta nel fango. Subito dopo però l'imbecillità riprendeva il filo, che poi era interrotto di nuovo da un nuovo gioiello.
Alla fine capii di che si trattava. Erano gemme tolte alle corone dello Stuart Mill e dello Spencer e incastonate nella mota.
Gli imbecilli incompresi nei loro discorsi fanno come quel povero scrittore, che aspirava alla gloria, senza aver diritto neppure a mangiare il pane quotidiano del senso comune.
* * *
L'imbecille incompreso e furbo possiede un'altra astuzia. Oltre il sapiente silenzio, oltre l'abile ed agile maneggio delle interiezioni e dei gesti che devono tener il luogo delle idee; sa dopo pochi momenti indovinare il livello intellettuale delle persone con cui egli si trova.
Se queste stanno molto in alto per ingegno e per coltura, tace sempre con ostinata fermezza, sicuro di guadagnarsi così almeno e alla peggio il merito di modesto.
Se invece chi gli parla è al disotto della media, allora egli discorre senza dir nulla, ma abbagliando gli ignoranti colla confusione delle frasi o l'oscurità del pensiero riesce a farsi credere qualche cosa o qualcheduno.
Ha anche un'altra furberia, quella di parlar sempre di cose ignote o mal note ai presenti.
L'arte di osservare gli uomini non è fra le più comuni e con grande mia meraviglia ho sentito questi giudizii dati da uomini d'ingegno su imbecilli incompresi:
Egli non è eloquente di certo, ma ha una grande profondità di analisi.
La sua testa non è molto ordinata, ma egli ha una grande originalità d'idee.
Che fantasia! Peccato che egli si esprime sempre in una forma oscura e avviluppata.
Parla poco, ma pensa molto!—Egli sa certamente assai più di quel che dice.
E simili!
Conosco un falso grand'uomo, che a furia di silenzi ostinati, di corrugamenti sapienti del muscolo frontale, di esclamazioni ingegnose, è riuscito a farsi credere un forte ingegno. Ha avuto una cattedra, la Commenda della Corona d'Italia, non so quanti titoli accademici; ed oggi siede nell'Olimpo d'una famosa Accademia accanto a molti veri grandi uomini, che ogni giorno si domandano meravigliati l'un l'altro:
—Ma che cosa ha fatto egli?
—Io non lo so. Dicono che sia un forte pensatore. Ha scritto poco, ma quel poco ha un gran valore.
—L'avete letto?
—Io no, ma lo dicono tutti.—
Quell'accademico è un imbecille incompreso!
Per quanto so e posso, figliuola mia, ti prego, ti riprego e ti scongiuro, magari mettendomi in ginocchio: non dar mai la mano di sposa a un fannullone.
E ciò pur troppo ti può capitare facilmente, se sposi un uomo molto ricco.
Fra noi il far nulla è un dovere di chi può vivere delle proprie rendite, e mentre si ride di cuore dei nobili della Cocincina, che custodiscono le unghie delle loro mani in astucci di avorio, d'oro o d'argento per dimostrare a tutti che essi non le prostituiscono al lavoro; non ridiamo di molti nostri nobili, che si vergognerebbero di avere un diploma di ingegnere o di giurisprudenza.
Per me gli artigli lunghissimi degli Annamiti valgono il pregiudizio dei nobili italiani.
E dico italiani, perchè in molti paesi d'Europa e d'America, che sono assai più avanti di noi, il far nulla non è titolo di nobiltà; ma è vergogna, di cui anche i più ricchi arrossiscono.