Mi dorria, se di morte altra perisseChe di ferro — e del mio. —Ricciarda, tragedia.
Mi dorria, se di morte altra perisseChe di ferro — e del mio. —Ricciarda, tragedia.
Mi dorria, se di morte altra perisse
Che di ferro — e del mio. —
Ricciarda, tragedia.
I congiurati, dalla sùbita apparizione soprafatti, dai forti gridi atterriti, mal potendo distinguere quanta gente e quale venisse loro addosso, si volsero a fuga precipitosa.
Il Martelli coll'ardore del veltro si pose alla ventura dietro le tracce di uno fra loro; — passarono il borgo di Santo Iacopo; con uguale prestezza la piazza di Santo Spirito traversarono, il canto alla Cuculia e le vie contigue della Fogna, del Leone e dell'Orto; — non profferirono parola, imperciocchè la rapidità del corso loro impedisse la voce; erano entrambi gagliardi, entrambi di piè velocissimo, sicchè l'uno poneva l'orma dove l'altro la lasciava, e spesso il fuggitivo sentì rimanersi svelti i capelli tra le dita dell'inseguente e dall'alito infiammato di lui avvamparsi le guance; — continuano la fuga e la cacciata per Camaldoli, per Borgo San Frediano, lungo le mura, e riescono al Ponte alla Carraia. — Qui lo inseguito avendo il buon tratto precorso il suo persecutore, si fermò e, quasi vergognando essersi lasciato vincere dalla paura, gitta via la veste di frate che lo impaccia, e, tratta la daga, si pone a capo del ponte in atto di difesa.
Quantunque il Martelli non avesse gridato accorruomo, pure, correndo vicino alla Porta San Friano, le milizie quivi stanziate udirono il rumore, ed alcuno di loro, mosso da vaghezza o da comando, si pose per buon rispetto a seguitarlo. Egli però travolto da quell'impeto non se n'era accorto, e comecchè al paragone dell'inseguito gli fosse mancata la lena, nondimeno precorreva di assai coloro che gli si erano fatti compagni.
Il fuggitivo, se lo vedendo accostare, stette in forse di ucciderlo e poi riprendere il corso; ma considerando come l'inseguente si avvicinasse egli pure con la spada nuda, nè dalle sembianze apparisse uomo da spacciarsi così ad un tratto, temè perder tempo a chiudersi ogni strada allo scampo, onde è che, di nuovo voltate le spalle, passasse il Ponte della Carraia.
Il Martelli, confortato dal pensiero di vederselo più vicino, immaginando costui avesse fatto sosta a riprender lena e baldanzoso per riputarsi sul punto di arrestarlo, raddoppia lo sforzo, sicchè in quella fuga rovinosa, percorrendo nel buio della notte uno spazio sospeso tra le acque e il cielo, non muovendo altro rumore che quello dei passi velocissimi, si assomigliavano alla visione della donna scapigliata inseguita dallo spirito del cavaliere Giuffredi intorno alla fossa dei carboni ardenti, esposta dal dottore Elinando di santa memoria, a conforto dei buoni e per terrore dei tristi[237].
Così trasvolando pervennero in via di Parione; — colà sul canto che mena alla Vigna Nuova stette una casa onorata di cui adesso non rimangono vestigi.
Sebbene alta fosse la notte, una finestra di cotesta casa appariva illuminata da luce solitaria, — quale si addice alla veglia di un filosofo o alla insonnia di un penitente. A quel punto si dirige il fuggitivo; e giuntogli dappresso, manda un fischio acutissimo. Allora fu veduta balenare la luce, come fiamma che si accenda nelle notti di estate,e sembra stella che tramuti luogo.Il fuggitivo scomparve voltando il canto, e Ludovico, di cui all'anelito sofferto per la fatica si aggiunse un palpito più veemente del primo, giunto a capo della via, si volse bramoso e non vide nè udì più nulla: — il fuggitivo era scomparso. Allora Ludovico pensando alla veste di frate, al luogo, ad una certa rimembranza confusa delle forme del fuggitivo, al lume mosso, — un lampo sinistro d'intelligenza gli strisciò sull'anima, sentì riardergli un'ira feroce le viscere. Intanto sopraggiungono i soldati, e Ludovico, narrando come gli fosse sfuggito un traditore tramezzo cotesto laberinto di vie, li sperde dietro le tracce di quello e torna prestamente sopra i suoi passi.
«A questa ora tu qui?»
«Salvami; — i miei nemici m'inseguono; — nascondimi, Maria», proferì a stento Giovanni Bandini saltando dietro la porticciuola segretache gli aveva aperta Maria Benintendi tutta tremante; e richiusala con molto diligenza salirono la scala, la quale conduceva all'oratorio privato descritto nel corso della nostra storia. Tosto che vi furono giunti, il Bandino, volgendo intorno a sè gli occhi esterrefatti, domandò:
«Dove mi salvo?»
«Nelle mie braccia.»
«Le tue braccia!» rispose Giovanni impazientito. «Ma sai tu chi m'insegue? Le tue braccia cadrebbero tagliate come arbusti sotto il pennato del potatore; — nascondimi nei luoghi più riposti della casa, se non vuoi che il vento mattutino agiti domani il mio corpo sospeso per la gola alle finestre del bargello.»
E trattanto s'intende rumore di chi va e di chi viene, uno schiamazzo confuso di voci sempre crescenti; onde Maria, bianca di paura, senza potere articolare parola, lo tolse per mano e lo condusse dietro l'altare. Il Bandino, lasciandosi condurre, mormorava:
«Grave delitto deve essere tradire la patria, dacchè mi sconvolge l'anima tanta insolita paura!...» Il rumore a mano a mano si allontana; s'illanguidiscono le voci; già non si ode più nulla. — Allora Maria, di cui la vita fino a quel punto era rimasta sospesa o piuttosto trasfusa nella facoltà dell'udito, tornò alla volta del Bandini e disse:
«Esci, — è passato il pericolo; — però tu non hai capello senza una stilla di angoscia; — le tue labbra sono inaridite, — le fauci secche; — vieni, — bevi, — rinfrescati il sangue. — Ora riposati, — calma l'anelito tremendo: — il cuore ti palpita, come se stesse per iscoppiare; — posa il tuo capo qui su questo origliere; — dormi, se puoi, — io veglierò per te....»
E Giovanni Bandini, rifinito dalla fatica e dalle veementi sensazioni, si abbandonò sopra un lettuccio, come voglioso di dormire.
Maria, sedutagli al fianco con le mani incrociate su le ginocchia, lo contemplava. Oh! quel volto compariva veramente terribile. Il sopracciglio sempre teso, le labbra fisse in un sorriso amaro, e quella fronte pareva un cielo tempestoso dove si avvolgono le nuvole pregne dell'ira di Dio. La fiamma tremolante della lampada ora illumina, ora lascia nel buio quella testa dolorosa, sicchè i muscoli sembravano agitarsi convulsi nelle contorsioni dell'uomo martoriato dalla tortura; — e poi suo malgrado un'ansia cavernosa gli prorompeva dalle viscere, come se il cuore non bastasse a contenere la piena dell'affanno.
Maria lo contemplava e mormorava tra sè:
«I suoi nemici! — E chi sono eglino i suoi nemici? Se i miei parenti..., già da gran tempo i loro teschi gli han fatto cammino alle piante. — Se i tuoi cittadini ti odiano, tu avrai offeso la patria. E come l'hai tu offesa? — Due volte mi favellò di patibolo — e di carnefice, — e perchè? — il patibolo è fatto pei traditori.»
«Che stai susurrando costà? — Taci», la interrompe Giovanni con voce di sdegno.
«O mio signore! — io favellava di te... pensava a cotesti tuoi nemici....»
«Com'entri tu co' miei nemici? — Taci e lasciami riposare.»
«Ma qui dentro per certo vi ha da essere errore: da tanto tempo straniero alla tua terra, — sconosciuto da tutti, venuto sotto spoglie mentite — per avventura — ti sospetterebbero — traditore?»
«Traditore! — Chi mi ha detto traditore? Ei se ne mente.»
«Plácati, — nessuno t'incolpa, nè tu sei traditore. Un figlio non può calpestare la madre, — la mano che lo benedisse recidere — il petto che lo allattava lacerare. Io lessi un giorno di un re pagano il quale non decretò pena al parricidio, lo riputando impossibile, — e così credo ancor io. No, — tu non sei traditore. Però io fin qui non ti domandava donde venisti e dove vai. Perchè giungi sempre di notte e temi la luce del giorno? Perchè mi comparisci davanti talvolta vestito da francescano, tal altra da domenicano, ora vestito da cavaliere, ora da contadino? — Dimmi...»
«Sono io venuto forse a novellare teco stanotte? Che t'importa chi io sia, donde venga o dove vada? Io ti amo, — che cosa desideri di più? — Questo potrebbe bastarti. — Dove io ti apparissi davanti capitano di eserciti, ricco di ogni bene della fortuna, tu la mia gloria ameresti e la mia fortuna, non me Giovanni Bandini: se invece ti portassi una testa posta a prezzo... non era donna Dalila che tradì il forte di Giuda? — Ecco io ti porto davanti Giovanni Bandini solo; — amalo o aborrilo, se meglio ti piace, ma per cosa che sia in lui, non fuori di lui.»
«Se la gloria non è la testa, è l'aureola che la circonda; — se la infamia non è la testa, è la scure che la percuote: — io ti amai perchè ti seppi magnanimo; — dove adesso ti conoscessi colpevole, il mio cuore non cesserebbe di amarti, — ma vedi, si spezzerebbe contristato all'insopportabile affanno.»
«Donna!» esclamò fieramente turbato il Bandino, «e chi sei tu che ardisci dalla polvere, ove ti ponesti a giacere, sollevarti a giudicare il tuo giudice? — Amami e taci; — e rendi grazie al tuo Dio, ch'io Bandini, mi degni abbassare uno sguardo sopra di te, pugno di cenere contaminata...
Un colpo percosso alla porticella dell'oratorio impose fine alle sconce parole; e il Bandino, comecchè di animo vigorosissimo si fosse, non potendo vincere lo strano terrore che gli si era cacciato addosso, si lasciò cadere giù dal lettuccio componendo la persona in atto di fuga.
«Ah! il mio giudice fugge», prorompe irridendo Maria; e in quel punto un ghiaccio di rettile le strisciò sul seno. «Giovanni, io non ho tremato di paura, — qualche volta di compassione, — e per te. Va', — va', — nasconditi, ma pensa che dove occhio umano non giunge molto bene vi penetra l'occhio di Dio!»
Intanto nuovi colpi e di mano in mano più forti tempestavano alla porticella; sicchè la Maria, timorosa non destassero il vicinato, fattosi cuore, si reca in mano la lampada e scende:
«Ch'è questo, messeri?»
«Aprite in nome della Signoria.»
«Messeri, io sono gentildonna e sola in casa; questa magione appartiene a Niccolò Benintendi, che stanotte è dei Buonuomini al palazzo; — però avete tolto sbaglio, è lasciatemi in pace.»
«Se sola vi trovate o accompagnata, poco c'importa. Noi non iscambiamo dimora; — aprite di queto od atterriamo la porta.»
Maria per lo men reo consiglio, paventando peggio, aperse l'uscio.
Ludovico Martelli non aveva ad arte alterato la voce; in breve spazio anima e corpo gli aveva così stravolto la sua fiera fortuna ch'egli stesso, non che altri, non sarebbe giunto a riconoscersi per quello che fu; — gli occhi a mezzo chiusi e invetriati, come quelli dell'etico; — i muscoli del volto rigidamente immobili, — la bocca aperta, — i labbri cadenti, e d'ora in ora un anelito impetuoso gli prorompeva dalle narici dilatate; spaventevole a vedersi come la testa mozza che il carnefice afferra pei capelli e mostra in testimonio di ferocia ai popoli stupiditi.
E di vero Maria ne rimase spaventata: — col capo inclinato verso la spalla, pallida, — quasi vinta dal fascino, si pose a salire la scala. Il Martelli poneva il piede dove ella moveva il suo.
Pervenuti a mezzo della domestica cappella, si fermarono, — l'uno di faccia all'altra, — nè si guardavano nè movevano labbro....
Finalmente Ludovico, continuando nella sua immobilità, con voce che gli usciva dai precordii incominciò a favellare.
Così da un idolo di pietra gli antichi sacerdoti merce loro arti traevano oracoli vocali:
«Donna, io ti amai, e la memoria del passato affetto tanto può in me ch'io voglio salvarti dal vituperio. A Dio non piaccia che per Ludovico Martelli si debba vedere sozza di fango quella fronte dov'egli avrebbe deposto con un un bacio — la vita. — Donna! tu hai scherzato coll'anima mia; — per diletto delle tue ore di fastidio tu prendesti il mio cuore e me lo hai infranto... infranto per sempre... io ti perdono. Se il pentimento ti giovasse, — io mi aprirei il seno, e tale ti offrirei spettacolo di disperazione che ti farebbe piangere come san Pietro; e quando, come a san Pietro, le lacrime ti avessero scavato il solco sopra le guance, tu non crederesti di aver pianto abbastanza. Ma io qui non venni per me..., qualunque sentiero che non conduca al sepolcro non è più mio; — io vengo per la mia... per la tua patria, Maria. Oh! se quando, nudrita che hai del tuo latte la cara figliuoletta, ti assopisci al capezzale di lei e rimembri nei sogni il gentile sorriso — e la carezza — e il bacio, all'improvviso desta tu la vedessi lacerarti il seno e inebbriarsi del tuo sangue... tu inorridiresti, non è vero, Maria? Ebbene, questa figlia snaturata sei tu; la tua casa è fatta asilo dei traditori, — il viver casto velo al parricidio. — la religione pretesto all'empietà... Io non dico più nulla. — Svelami traditore che hai riparato qua dentro....»
«Traditore?» esclama Maria dimostrando col gesto altissimo sdegno, «dov'è il traditore?»
«Non te l'ho detto? — Qui.»
«Io non conosco traditori....»
«Donna, — che, piena dentro di putredine, tu ti mostrassi di fuori parete scialbata, bene sta: — ella è questa la vostra parte, femmine! — ma che in breve spazio tu abbi perduto il rimorso e il pudore, ciò, per Dio, mi spaventa. Qual è il verme velenoso che così subito guastò il bell'albero della tua vita? A me non basta il cuore per contemplare l'abisso della tua anima; — donna, mi fai paura. — Or dove ti nascondi codardo dal fiato velenoso? Esci fuori... indarno speri fuggirmi... io ti seguirò fin dentro l'inferno....»
Nessuno risponde. — Dopo lungo silenzio Ludovico continua:
«O patria mia! uomini che non ardiscono mostrare la fronte t'insidiano nell'ombra; quando la notte è più buia essi aguzzano il pugnale e ti aspettano al varco, come il ladrone sulla pubblica via!»
E di nuovo si tacque, poi con gran voce riprese:
«Esci, codardo, — esci.»
Così favellando si aggirava per la stanza, quando all'improvviso levando la faccia vide un cavaliere di truce sembianza appoggiato su l'elsa della spada in atto di quiete minacciosa: egli allora, gli si avventando addosso, interrogò:
«Tu sei un traditore!...»
«Io sono Giovanni Bandini, — e sgombrami il passo.»
«Tu di qui non uscirai, se non che morto.»
«Figlio di madre infelice tu sei, se più oltre ti ostini a impedirmi il cammino; — ritirati, — tu ne hai tempo ancora; — io non voglio vederti; — sappi che di rado ho replicati i miei colpi; — vattene... e vivi.»
«Anzi io rimango, — e muori; — domani il carnefice ti scriverà l'epitafio su la cima della forca.»
«Tu l'hai voluto... il tuo sangue ricada sopra la tua testa.»
Ed incrociano le spade.
«Cittadini, con pubblico bando ordinaste le femmine di rea vita fossero cacciate dalla città....»Cap. XVII, pag. 414.
«Cittadini, con pubblico bando ordinaste le femmine di rea vita fossero cacciate dalla città....»Cap. XVII, pag. 414.
Scarmigliata, palpitante, cieca di dolore, la troppa angosciosa Maria precipita genuflessa fra mezzo quei due furibondi, e li tenendo, quanto ella ha lunghe le braccia, discosti,
«Se d'ora in poi», ella grida, «volete fare insanabili le ferite, tingete i vostri ferri nel mio sangue, — egli è sangue esecrato, sangue di abbominazione e di orrore. — Te, Giovanni, adorai quanto Dio, — e forse, ahi misera! sopra Dio; — la vita io ti dava e la fama, e tu adesso calpesti il mio cuore come un rettile velenoso: — te, Ludovico, amai di castissimo amore, — per amico ti venerai e per fratello, — ed ecco quanto l'avvilimento comprende di più atroce raccogli e infocato d'ira me lo scagli sopra la fronte. Ah! voi siete due furie rabbiosamente convenute a disperarmi. — Ohimè misera! Ogni piede che passa mi calpesta, — ogni bocca mi dice villania.... In che cosa ha maimisfatto la infelice Maria? Maledetta l'ora, maledetto sia il giorno in che nacqui; — possa cadere dai secoli, — dimenticare il sole di averlo illuminato; — io soccombo, ma, dall'abisso dove giaccio, innalzo una voce di accusa contro il mio Creatore e gli dico: Tu non sei giusto! — Fermatevi, v'impongo... io sono innocente; — nessuna colpa è in me, tranne avere amato troppo ambidue voi, quantunque di amore diverso. La fortuna volle travagliarmi con tutti i dolori, e dopo avermi fatto piangere per morto costui, ora lo ha tolto dal sepolcro per convertirlo in flagello alla mia anima desolata; — fatemi pagare senza misura amaro questo affetto per voi, — schiudete i balconi, via, — chiamate la gente a contemplare la mia vergogna, e poichè a cagione di voi trassi giorni pieni di lutto, non mi lasciate tranquilla nè anche l'ultima ora della mia vita. La figlia mia fatta adulta, quando cercherà dell'avello di sua madre, le risponderanno: Non lo sappiamo; — e quando ella stessa diventata madre udrà favellare di me, declinerà lo sguardo, — si farà in volto vermiglia — e maledirà una madre la quale non seppe altro retaggio lasciarle tranne quello del rossore: — io mi aspetto questo da voi; — continuate, iniqui.»
E togliendo forze dal tremendo suo stato, si rilevò maestosa, con ambe le mani si asciugò le lacrime, si compose i capelli rabbuffati e stette con occhi aridi fitti nel pavimento a modo di Niobe.
«Che importa a me la tua figlia? — Nata dallo spergiuro, io la condanno dopo una vita di delitto ad una morte d'infamia. — E tu a che pensi, giovane? — Se pensi al tuo fine immaturo, alla fatalità che ti spinge sotto il mio ferro, — ritirati: — il leone non inferocisce contro il cerbiatto: levamiti davanti, io sento pietà di tua madre....»
«Mia madre! Ella mi aspetta nell'avello, e a me tarda raggiungerla. Io penso che, infelice o colpevole, a me non si addica aggravarmi su questa donna; penso che se tu sei gentiluomo, abborrirai contristare la tua donna; — se invece uomo misleale e villano, a me cavaliere corre l'obbligo d'impedirti; — penso che non so bene distinguere, se lei più misera, o te scellerato; — finalmente io penso la giusta punizione della tua colpa doverti giugnere a giorno chiaro, in campo aperto, alla presenza degli uomini, onde apprendano giustizia le genti e conoscano che al traditore sovrasta immutabile una morte di ferro o di laccio. — Esci dunque e vieni meco; — il mio odio ti salverà meglio della tenerezza di una madre, — però che alla mia vita null'altro fine rimanga, tranne quello di spegnere la tua.»
Il Bandino senza contrarre un muscolo del volto, cacciò curiosamente il suo dentro lo sguardo del Martelli, e dopo lungo alternare tra il sì e il no, con, profondo esame ponderate le diverse vicende alle quali stava per esporsi, concluse dicendo:
«Andiamo.»
E nulla curando la donna, che stupida per la violenza delle sensazioni si giace abbandonata sopra il lettuccio, si precipita giù per la scala.
Ludovico Martelli, scorgendosi solo, si accosta alla Maria, le rimuove i capelli dalla fronte, uno istante si ferma a contemplarla; — una lacrima, suo malgrado, gli scende sopra la guancia, e forte gemendo egli esclama:
«Povera Maria!»
Poi si pentì della sua compassione, — la condannò; — si sarebbe, se lo avesse potuto, morso il cuore; — tempestando raggiunge il Bandino.
Per diversi sentieri avvolgendosi, i luoghi frequentati schivando, arrivano al ponte delle Grazie, — lo passano, — e mentre avacciandosi si accostano al palazzo Serristori, dimora di Malatesta Baglioni, intendono lo strepito di persona che gli segue con passi accelerati; — non vi badano e sempre più rinforzano il camminare; ma lo inseguente lo rinforza anch'esso a sua posta: onde Ludovico per miglior partito si ferma e si volge a vedere chi fosse.
«Tu mi tradisci!» mormorò fra i denti il Bandino stringendo il braccio a Ludovico, — e questi:
«Mi chiamo forse Bandini?»
E poi scorgendo la persona che teneva lor dietro essere un donzello della Signoria, maravigliando incontrarlo in cotesto luogo a quell'ora, deliberò farglisi accosto. Per buona ventura lo riconobbe, come quello che, vivendo suo padre Giovanfrancesco e la madre sua Maria Forinieri, era stato molto famigliare di casa; per lo che prese a domesticamente interrogarlo:
«Che c'è egli, Landuccio?»
«O messer Vico! siete voi?»
«Si, sono, e vado al Monte per pregare il signore Stefano ad essere contento che questo mio cugino, venuto ieri di Romagna, si arruoli alla milizia cittadina.»
«Dio vi benedica, messere Vico, — voi siete un di quei pochi in cui rivive la semenza santa del beato frate Ieronimo; — ma ohimè! la più parte dei nostri, come predicava quella bocca di paradiso, è fradicia di lussuria e d'avarizia. — In questa notte si è veduto quanta abbominazione contenga in sè la Gomorra dell'Arno, come diceva il frate.»
«Di' su, che cosa mai avvenne, Landuccio?
«O che mi fate da Albanese, messere? — E non sapete che per poco il magnifico gonfaloniere non fece suonare a stormo? E non sapete voi essersi scoperta una congiura per la quale domani notte la terra doveva esser messa a fuoco e a sangue? Assicurano il principe Orange entrato in città; aggiungono la parte del Cappone aver fatto alleanza co' Palleschi e tutti d'accordo intendersela con lui...[238].»
«Io fremo....»
«Ed io pur fremo, perchè, Vico, vedete, io non ebbi mai nè capo nè tempo a leggere su i libri che studiate voi altri messeri, ma di perme stesso ho trovato, la più brutta ribalderia di quante mai possa l'uomo commettere sta nel tradire la patria; perchè, ho pensato tra me, più o meno tutti ti fanno male nel mondo, o con intenzione, o involontariamente, ma la patria non ti fa altro che bene; non è egli vero? La patria ti dà in prima la vita e l'aria che respiri e la luce che vedi e l'amore del padre e della madre; — quando sei uomo, l'amore della tua donna e l'amore dei figli; quando il tuo dorso si curva, l'amore dei nepoti; — nè morto ti abbandona, e nel suo seno ti apparecchia requie.... Dunque la patria non ti fa mai male, e nessun cristiano presuma salvarsi rendendo male per bene....»
«Di che vi sanno queste parole, Bandini?»
«Di castrone.»
E Landuccio continuava:
«Se un cittadino ha fatto torto, come ci entra la città? Tu lo sfidi al duello, ed egli si prende la tua anima, o tu la sua. Se il tuo avversario troppo potente non accettasse la sfida, — ogni strada ha il suo canto; — spesso la notte buia buia si cala sopra Fiorenza, — e mezzo palmo di ferro al suo corpo, una brava messa alla sua anima, — la partita è saldata. Buona notte, messer Vico, o piuttosto buon giorno, chè a mano a mano deve spuntar l'alba, — io vado per la mia commessione.»
«Senti, Landuccio, e qual commessione è la tua?»
«Ella è cosa da nulla; e' mi fa mestieri portare questi due polizzotti dei signori Dieci ai capitani delle porte di San Miniato e San Nicolò, — che in sostanza comandano non si lasci uscire fino a nuovo ordine anima viva dalla città sotto pena di dieci tratti di corda ed anche maggiore secondo il caso.»
«Dacchè la bisogna stringe, Duccio, dà qua il polizzotto pel capitano di San Miniato, — tu corri a portar l'altro; — tanto per me la è tutta strada.»
«Tenete... su voi si può contare.... Addio, messer Vico.»
«A rivederci, Landuccio;» e, preso il foglio, parla sommesso al Bandino: «Or via affrettati, se vuoi salvarti la vita....»
Alla porta a San Miniato Ludovico, tratto in disparte il capitano, ch'era dei suoi amici, gli dette la parola, e di leggieri ottenne che, levata la saracinesca, lasciasse passare il Bandini, il quale gli fece intendere essere un suo fante che si recava segretamente a certe sue possessioni per cavare danaro colà sotterrato, per impiegarlo in benefizio della città. Ludovico accompagnò dieci passi forse il Bandino fuori della porta; — quivi fermatosi parlò:
«Noi non possiamo fare altro cammino insieme. Rasentate le mura a sinistra, — studiate il passo e sarete salvo. — Domani manderò la sfida e chiederò il campo a messere lo principe... badate di non ricusarla....»
«Tale e così insopportabile obbligo ho teco per avere salvata la mia vita, che in nessun altra maniera potrei sdebitamene, se non che togliendoti la tua. Il mio odio diventò, pel tuo benefizio, immortale. Apparecchiati a morire.... Addio.»