Il cavaliere era armato fuori che la mano e la testa, e viene avanti al re con la sua spada cinta. Egli saluta il re, anzi gli dice: — Me a te mi manda il più valente uomo che oggi viva, — e monsignore ti sfida.»Tavola tonda, c. 54.
Il cavaliere era armato fuori che la mano e la testa, e viene avanti al re con la sua spada cinta. Egli saluta il re, anzi gli dice: — Me a te mi manda il più valente uomo che oggi viva, — e monsignore ti sfida.»
Tavola tonda, c. 54.
«Un araldo da Fiorenza domanda favellare al magnifico capitano generale:» così parlò un maggiordomo entrando con grande ossequio nella tenda dove il principe Orange stava ridotto a parlamento co' più notabili del campo.
Filiberto senza punto scomporsi rispose:
«Si presenti.»
Indi a breve, standosi i circostanti attentissimi, comparve un personaggio col quale abbiamo conoscenza antica, Bindo di Marco, detto il Gorzerino, in sembianza di araldo; vestiva la cotta dell'arme col giglio rosso sul petto, portava in mano un pennoncello bianco sul quale era dipinto Marzocco, o vogliamo dire lione incoronato; entrò con gentile baldanza, salutando con bellissimo garbo a destra e a sinistra i baroni adunati sotto la tenda del principe, non già per paura di oltraggio che gli venisse fatto, siccome talvolta avveniva ai messaggeri che felloni e misleali cavalieri giunsero perfino a seppellire vivi, ma perchè egli fu quanto animoso, altrettanto cortese; e in questo modo fattosi appresso al principe, gli consegnò una carta piegata stretta da due nastriverdi in croce con tre suggelli: — in mezzo il suggello della Signoria col nome di Cristo re della Repubblica Fiorentina; da un lato quello del Castiglione, tre cani bianchi in campo rosso; — dall'altro quelli del Martelli, grifo rampante in campo rosso. Il principe, tolto il piego, accennato col capo quasi per impetrare licenza, e poi non l'aspettando, secondo il costume dei grandi signori, ruppe i suggelli e lesse:
Stemmi araldici
«Al magnifico e strenuissimo signore Filiberto di Chalons, principe di Orange, dell'esercito di S. M. Carlo V imperatore dei Romani capitano generale, ecc. — Avvegnachè per debito di onore e per altre cause più latamente spiegate nel nostro cartello di sfida ci corra l'obbligo di provocare a duello Giovanni di Pierantonio Bandini, gentiluomo fiorentino che di presente milita nel vostro esercito sotto le mura di Fiorenza, facciamo istanzia alla Magnificenzia Vostra onde ci conceda campo franco, libero e sicuro a tutto transito, dove possiamo ognuno di noi con nostra comitiva, cavalli, armi ed arnesi, venire, stare e con le armi definire a piena oltranza la nostra querela per lo tempo che parerà alla Magnificenzia Vostra dal dì che sarà accettato dalla parte provocata, e partire liberamente; che della grazia, ecc. — Anno Domini 1529, oggi 1 del mese di marzo. — Ludovico di Giovanfrancesco Martelli, — Dante di Guido Catellini, Diotisalvi, Filettieri da Castiglione, gentiluomini fiorentini.»
Terminata la lettura, il principe soggiunse:
«Io per me sono troppo amico del giuoco, onde impedirlo altrui con giustizia; perchè finalmente, vedete, cavalieri, il duello è proprio giuocodove invece di ducati mettiamo per posta la vita. Araldo, voi potete esibire il cartello.»
L'araldo inchinatosi umilmente domandava:
«Mi concederà la Magnificenzia Vostra ch'io faccia chiamare il provocato pel campo a suono di tromba secondo le forme prescritte dal codice della cavalleria?»
«Non importa; chiamatelo a voce sommessa, imperciocchè io pensi non debba essere molto lontano, ed egli risponderà certo alla vostra citazione.»
Allora l'araldo si recò sul limitare della tenda e ad alta voce chiamò:
«Giovanni di messere Pierantonio Bandini...»
Appena proferite queste parole, rompendo con grande impeto il cerchio delle persone affollate intorno l'araldo, a guisa di belva inferocita si mostrò il Bandino e fremente per ogni membro rispose:
«Chi mi vuole?»
L'araldo, guardatolo prima un cotal poco nel volto, si cavò dal seno un'altra carta suggellata, e spiegatala con grande solennità, lesse in suono fermo:
«Giovanni di Pierantonio Bandini, et in sua assenza a ogni et qualunque altro gentiluomo fiorentino nobile che costì si facesse o si fussi fatto bravo in parole in presenza dell'illustrissimo principe d'Orange, o d'altri suoi soldati, con haver detto, come c'è tornato all'orecchie, questa nostra Ordinanza fiorentina esser una prospettiva et non da combattere, e quella disprezzata vilmente; et si della nostra cara libertà altre parole inhoneste, che speriamo farvele ridire con arme in mano. Del che per dimostrare a ogni et qualunque persona quanto la justizia di Dio sopra tutto stimiamo, et esso et la nostra cara libertà et l'honor nostro, vi si fa intendere a tutti voi altri giovani fiorentini et nobili come di sopra, che ciò avessimo detto o pensassero di dirlo, tante volte quante hanno detto e diranno, tante si mentono per la gola; et sono prima veri nemici de Dio, per haverlo noi eletto per nostro re et principe; et di poi traditori, per venir contro alla loro cara patria che gli ha nutriti; et si nostri nemici. Del che per dimostrarvi, non solo con le parole ma cogli effetti vogliamo ciò provarvi; vi si fa intendere che Ludovico di Giovanfrancesco Martelli et Dante di Guido da Castiglione, et si Dante et io che siamo due gentiluomini vogliamo con tre di voi Fiorentini et nobili come di sopra, in tutto ciò provarvi con l'arme in mano, et combattere noi dua con tre di voi a corpo a corpo in campo franco et sicuro, con questo, che la elettione dell'arme et del campo sia nostra; con patti nientedimeno, se fra un'hora di oriuolo corrente, a pura mente da stimarsi costì da detti Signori et valenti uomini di detto campo, non ci acquisterete con l'arme in mano, o non ci caverete di campo fra detto tempo, all'hora s'intenda la giustizia di Dio essere dimostrata, et che tre di voi non habbino potuto superare noi dua, et che voi tre siate nostro prigione, con farvi intenderecolle nostre acute armi vedere del sangue vostro la terra tinta speriamo. Vi si dice imperò l'arme da difendersi sarauno queste, il più duoi guanti di maglia per ciascuno, una roella o vero targa, o vero brocchiere o mezza cappa a nostra elettione, intendendosi sempre che a dette armi et cose da difendersi sopradette possiamo lasciarle et pigliarle et aggiungervi in esse quel tanto che a noi parrà. Et l'arme da offendere le vogliamo tacere, per essere tre contro a duoi. Con di più farvi intendere ch'il campo vogliamo sia 90 braccia per lunghezza; et si per larghezza: con poter far una fossa o più che si vegghino, et non cieca, che in modo che ogni picciol ronzino combattendo a cavallo la possa saltare. Et sia una leccia o più a uso di giostratore, o vero tela chiamata, d'altezza, che qualunque di noi dua combattenti potrà, volendo, da per sè salire da terra, et più piantarvi legni o simili cose, che si vedranno senza fraude. E perchè non possiate havere scusa nessuna di non combattere con non vi voler fidare in dette nostre mura, sia vostra la elettion del campo, con farci haver salvocondotto per 40 compagni, dua giorni innanzi al dì deputato del nostro combattere, il qual s'intenda essere dopo la ricevuta lettera 12 giorni; intendendosi sempre facciate fare detto campo a larghezza et lunghezza di sopra datavi, et che noi possiamo fare le dette fosse a leccie o tele come di sopra è detto. Con patti ancora, che detto campo sia in lato, che i nostri honorandi padri e cari fratelli, volendo, possino vedere dall'alte nostre mura quanto sia, primma la giustizia di Dio, di poi la virtù delle nostre arme; et per contrario vostre poltronerie et braverie fatte in parole, non riuscibili con l'effetti. Et perchè non possiate trovare scusa alcuna di non combattere, con voler dire le soprannominate cose da farsi in detto campo et l'hora dataci d'acquistarci, non intendessi o non volessi intendere: vi si replica che noi dua con duoi di voi, non volendo combattere il primo partito, et volendo combattere detta querela, liberamente vi doniamo la elettione dell'armi et si del campo a uso di leale et valente soldato a tutto transito, purchè il nostro combattere sia fra 12 giorni dopo la presente lettera, et che il campo sia in lato che i nostri padri e fratelli possino dall'alte mura vedere che essendo voi venuti contro la nostra et vostra patria, siate nemici prima di Dio, per haverlo eletto per nostro re, et di poi nostri, et che non siate sufficienti a disprezzare la nostra cara libertà et Ordinanza fiorentina, nè per alcunn modo acquistarci con l'armi in mano co' dati vantaggi. Intendendosi per ultimo, che se fra due giorni dopo la ricevuta lettera non harem da voi risposta risoluta, non intendiamo essere obbligati a nessuno de' duoi partiti dativi a sostentarvi con l'arme in mano alcuna querela in alcun modo[239].»
E qui l'araldo lancia in atto di minaccia un guanto ai piedi del Bandini, il quale rilevandolo da terra con la punta della spada, sorridendo soggiunse:
«Araldo, in cortesia tu significherai a cotesto tuo Martelli che, se fosse previdente quanto audace, avrebbe dovuto mandarmi anche il compagno; imperciocchè io intenda usarli per buon tempo ambidue, ed egli così mi avrebbe risparmiato la spesa di comperarli nuovi.»
Don Diego Sermiento, battendo sopra la spalla a monsignore Ascalino, gli mormorò nell'orecchio:
«Per santo Yago di Compostella, questa è risposta sottile, fiorentina davvero!»
Intanto il Bandino continua:
«Costituito nella presenza vostra, onorandissimo principe e con buona licenza di voi, io Giovanni Bandini, gentiluomo fiorentino, dichiaro a te Ludovico Martelli che di quanto hai detto o fatto dire, scritto o fatto scrivere direttamente, indirettamente, espressamente o tacitamente sotto qualsivoglia forma di parole generale o speciale, per qualunque modo o via e sotto qualsivoglia pretesto o colore, tu hai mentito per la gola come ribaldo e marrano; — accetto la sfida a condizione che due siamo ad affrontarci per banda, e le nostre spade si aggiungano in campo chiuso, finchè di alcuno fra noi morte ne segua senza intermissione di battaglia, dovendo continuare anche di notte a lume di torce. E le armi, comecchè per le leggi del duello ne spetti al provocato la scelta, intendo che sieno uno stocco, una manopola scempia di ferro da coprire la mano fino al corpo soltanto, — in camicia e col capo scoperto...»
«Insolito acconciamento di guerra ci sembra cotesto», osservò don Diego Sermiento, «e più che a cavalieri convenevole a scherani.»
«A scherani!» rispose con impeto Bettino Aldobrandi; «io vo' che sappiate, messere lo Spagnuolo, avere questo modo di recente adoperato il conte Guido Rangone con Ugo Pepoli, entrambi fiore della italiana cavalleria[240].»
«Rispetto poi», soggiunse il Bandino, «all'accompagnatura d'un cavaliere che voglia farmi da secondo nel paragone delle armi, io mi raccomanderò alla benignità vostra, cortesissimo principe, onde mi compiacciate scermelo tra la bella corona di cavalieri che vi stanno qui intorno.»
«Di gran cuore, Bandino. — Conte Londrone, piacerebbevi siffatte incontro? Vorreste alle tante vostre aggiungere anche questa bella gloria?»
Si ascolta uno strepito di armatura di ferro, si vede muovere un passo ad una specie di colosso tedesco; — avea la faccia bianca come cera, i capelli in parte canuti, in parte di un biondo acceso; la pelle gli si informava dalle ossa, — senza rughe, — tranne due sole agliangoli dei labbri ampi e scolorati; — su quella fronte liscia pareva non vi si potesse reggere un pensiero e appena nato vi sdrucciolasse via; — i suoi muscoli avevano partecipato del ferro di cui ei li portava continuamente vestiti; — il cuore gli stava nel seno come dentro un'arca di marmo; — se alcuno affetto vi sorgeva per caso, tosto vi si posava sepolto a guisa di uomo morto dentro la bara: — e nonpertanto, a dire il vero, il conte Lodrone era valente e leal cavaliere.
«Principe», con volto impassibile rispose costui, «i miei cento avi fino a Venefrido il Sassone dormono onorati nei loro sepolcri di pietra: forse la ruggine dei secoli avrà corroso i loro scudi di guerra, ma nè in vita nè in morte mai la fama obbrobriosa ne offuscava lo splendidissimo brunito. Io reputo infamia partecipare alla querela di un traditore; per gran premio o per gran pena, io non vorrei combattere con lui...»
«Conte Lodrone», interrompe il principe diventando vermiglio, «quali parole sono elleno le vostre? In questo modo, a sentir voi, quanti si trovano qui in campo Fiorentini dovrebbero reputarsi traditori? Voi v'ingannate, conte; essi combattono per i Medici, i quali sono, principi nati, per la grazia di Dio, di Fiorenza. E voi stesso, conte, non combattete per ritornarli nell'antico dominio?»
«Io combatto per Sua Maestà Carlo V mio signore», soggiunse il conte sollevando la mano verso la fronte in atto di ossequio; «pel papa e per la sua famiglia, non che dare la vita, rifiuterei abbassarmi a raccattarli cascati in terra. Nissuno fin qui ebbe i Medici in conto di principi. Quando mai ottennero il diploma imperiale d'investitura? Invece ebbe la città privilegio di franchigia per concessione di Otto imperatore. Se però Sua Maestà l'imperatore Carlo, per fellonia o per misfatto altro qualunque, intende oggi revocare l'antico privilegio, ben lo può fare; non già i Medici, stati sempre semplici cittadini e vassalli dell'impero...»
«Basta, conte», interrompeva l'Orange cotesto importuno, «basta; — scerremo qualche altro più voglioso.»
«Se basta a voi, non basta a me; e mi conviene spiegare intera la mia ragione, onde non si creda che per codardia mi trattenga dall'abbracciare una impresa onorata.»
«Di ciò non fa mestieri, conte: — tutti questi cavalieri conoscono le alte vostre prodezze...»
«No, — e' mi è forza parlare...»
«Ed io vi comando tacere...»
«Mi duole, principe, non vi potere obbedire per debito di cavalleria: — rispetto all'utile, non è permesso a privato barone imprender battaglia contro alla patria o a principi suoi, pretestando il vantaggio della patria o del principe, imperocchè, messo in balia pella sua discrezione il giudizio di siffatto vantaggio, non si potrebbe mai riprendere di fellonia. Ed in vero Goetz di Berlichingen dalla Mano di Ferro si acquistò fama di misleale, comecchè contro lo imperatore Massimilianosi armasse in pro dei diritti dell'impero; — quindi è che deva reputarsi traditore chiunque porta le armi contro la sua patria o contro il suo principe...»
«Conte!... per Dio!...»
«Lasciatemi finire, principe; più poche parole mi avanzano; — ora un simile fatto costituendo il delitto di lesa maestà, il quale, sì pei placiti dell'impero, come per le leggi dei Longobardi, le ordinanze del 1306 di Filippo il Bello, re di Francia e di ogni altro reame della cristianità, forma materia di querela combattevole in primo capo, così i Fiorentini...»
«Di grazia, conte, cessate.»
«Così i Fiorentini militanti nel nostro campo ben sono, a senso mio, provocati a tenzone, ed a me sembra infamia per qualunque cavaliere onorato prender parte a simile impresa.»
E l'onesto Tedesco aveva ragione.
Pronunziata dal valente cavaliere la sua sentenza, rimase immobile quasi macchina armonica che abbia conclusa la suonata.
Il principe di Orange, turbato in vista, si volse a Pierluigi Farnese e,
«A voi», gli disse, «Pierluigi, che non andate pel sottile, piacerà di abbracciare la bella impresa.»
«Troppo mi è superiore il conte di Lodrone nell'intendimento di quanto a perfetto cavaliere si convenga, ond'io presuma avere nella presente controversia giudizio diverso dal suo.»
«Per la morte di Dio! se alcuno mi avesse sostenuto che i miei baroni non vorrebbero accettare questa impresa, lo avrei smentito per la gola; — mi sono ingannato; — il fiore della cavalleria è spento qui nel mio campo. Ora mi rivolgo a voi, cavalieri spagnuoli, onore e lume della moderna milizia, affinchè occupiate la lizza che altri vi lascia libera. Diego di Sermiento, vorreste voi esser compagno di questo gentiluomo fiorentino?»
Don Diego, scotendo il capo superbamente come il cavallo andaluso al suono della tromba, proferisce queste orgogliose parole:
«Nel 1525 Carlo contestabile di Borbone, con grande accompagnatura di uomini d'arme, si recò nella buona città di Toledo, dove allora stanziava la corte, a visitare la Sacra Maestà dell'imperatore e re Carlo V, nostro signore e padrone. Ora avvenne che, trovandosi, per la frequenza straordinaria di principi e ambasciatori, ingombrati tutti i luoghi appartenenti alla corona, Sua Maestà si degnasse pregare l'onorato idalgo il marchese di Villena a ricettare il contestabile nel suo palazzo. Al quale invito il Villena rispose: Volentieri, purchè fin d'ora la Sacra Maestà Vostra mi conceda privilegio di rompere una legge. — Qual legge? domandò Sua Maestà, turbato la sua preghiera si ponesse a patto. — La legge, disse il marchese, — che ereditammo dai Romani, di non deturpare di rovine la città. E Sua Maestà, non intendendo la ragione di cotesta istanza e d'altronde conoscendo il cavaliero uomo savio e discreto, se ne stava tutto maravigliato; alla fine riprese: Sieticoncesso, purchè ti piaccia manifestarcene la causa. — Perchè, con molto terribile voce grida il cavaliere, — perchè appena ne sia uscito il Borbone, io lo darò alle fiamme come palazzo contaminato d'infamia, indegno di essere abitato più oltre da uomini d'onore[241].»
Udita la pungente risposta, il principe si rimase con ambe le mani appoggiate su le teste di grifo le quali terminavano i bracciuoli della sua sedia, — col corpo sporto in avanti — a bocca aperta, — intento nella faccia del marchese di Villafranca, come persona che cerca e non trova nella sua mente un'idea che valga per contrapporsi a quel duro racconto.
E il Bandino di baldanzoso adesso si stava spossato sotto un peso d'insopportabile infamia; era diventato colore di cenere; gli occhi teneva fitti alla terra ansioso di vedere se si fendesse per nascondervisi dentro; — pareva l'adultera del Vangelo piena di vergogna e di paura di esser colta dalla prima pietra che incominci la sua lapidazione. Nè sacerdote mai nè tiranno seppero; con la feroce loro immaginazione inventare tormenti, non che uguali, secondi a quelli che adesso soffre il Bandini; e ben gli stanno, — imperciocchè gli occhi degli uomini non si alzerebbero più al cielo, dove non fosse abitato da un Dio che rugge terribile intorno all'anima dei traditori, della patria.
Militava in campo certo giovanotto di egregie forme del corpo, chiamato Bellino Aldobrandi, di cui riferimmo poc'anzi una audace risposta; comunque appena gli spuntasse la barba, egli era di membra validissimo ed esercitato a tutto ciò che conviene a compito cavaliere. Cecchino del Piffero, fratello di Benvenuto Cellini, così chiamato per essere il suo genitore pifferaio della Signoria, caporale d'inestimabile valore nelle Bande Nere, che poi fu ammazzato in Banchi dalla famiglia del Bargello mentre con troppo furore e poca prudenza voleva combattere con tutti[242], avendo posto un grande amore addosso all'Aldobrandi, gli aveva insegnato a non conoscere paura ed a trattare maravigliosamente ogni maniera d'arme. Il volto di lui presentava la perfezione dei contorni delle statue greche; i suoi sguardi aquilini rivelavano un'anima capace di profonde passioni e di alti concepimenti, — orgoglio e speranza della patria, dov'egli avesse conosciuta una patria; — ma egli non la conosceva: — condotto da fanciullo a Roma, colà lo educava uno zio paterno accomodato in corte di papa Clemente; però tutti i suoi palpiti erano pei Medici; nè per anche aveva potuto il tempo ammaestrarlo nella scuola della esperienza; — spensierato e animoso correva alle battaglie come ad un convito; — di aria ebbro e di luce, godeva trasvolare pei campi aperti, mandare baleni dalla brunita armatura; il giovane seno gli esultava di orgoglio quando scorrendo sopra il suo corsiero turco si udiva susurrare d'intorno: Per nostra donna del Pilastro, egli è bello come san Giorgio! — Nella mischia si avventavaimpetuoso, gridava, menava terribili colpi, non mosso da voglia di sangue, non da odio della umana natura, ma piuttosto da giovanile ferocia, non altrimenti che se gli uomini fossero belve destinate a caccia reale. Però sovente riducendosi verso sera al campo dopo di aver vagato lontano per la intera giornata, appena asceso il rovescio dei monti che riguardano Firenze, si lasciava andare giù da cavallo, e traendoselo dietro per le briglie attorte al braccio, contemplava lo spettacolo che si offeriva al suo sguardo: — sopra un cielo di fuoco si dileguavano i contorni delle superbe fabbriche di Firenze; — la luce che manca si trattiene a brillare un momento su la cima degli edifizii, come la vita si restringe al cuore innanzi di cessare, — poi si estingue; — allora la squilla diffonde per l'aria un suono lugubre, quasi Geremia che lamenti la caduta città, ed empie il cuore di compassione e di spavento. In quel punto un fremito interno agitava Bettino, e, col pensiero percorrendo l'andata sua vita, rammentava aver sentito una simile cura certo giorno che sul crocicchio di due strade contemplò una giovane romana genuflessa davanti la immagine della Madre di Dio, ed accostandosi a lei la udì supplicare di pace per l'anima della defunta sua genitrice; — e certo altro nel quale un fanciullo lo richiese di un po' di elemosina per un vecchio soldato privo del ben della luce seduto sopra la pubblica via; — il misero logorò la vita non per l'Italia, ma per i suoi tiranni, — colpa più dei tempi che sua; — ed i tiranni, quando egli diventò cieco, toltegli le armi, lo abbandonarono mendico a tapinare su la pubblica via. — Una voce segreta lo ammoniva: patria non poter essere un uomo, sibbene un paese, una terra, una comunità di uomini, nè dovere in qualunque caso un cittadino muovere le armi contro la patria che lo ha cacciato fuori dal suo seno. — Imperciocchè o egli ne fu bandito a ragione, ed allora ha da sopportare con animo pacato il suo danno e meritarsi di venire un giorno perdonato; — o l'offesero a torto, e allora soffra, sia grande e sappia, perduta la patria, la cosa a desiderarsi maggiore essere la coscienza pura; meglio vale sventura con innocenza che fortuna con delitto. Avrà il cielo per l'uomo a torto infelice conforti divini; dappertutto vedrà, come se fosse centro del firmamento, curvarglisi intorno l'emisfero, scintillare le stelle, — dappertutto la madre terra appresterà alle sue ossa travagliate pace. Quindi pensava, un cittadino rientrato a forza in patria, non potervi più vivere se non che da tiranno, — il suo cammino procedere sul capo dei suoi fratelli. I Medici, ora sì umili, vedeva inferocire all'improvviso a modo di serpe esposto al sole, — gli odiava in quei momenti, — non sapeva risolversi a raggiungere il campo; gli occhi bramosi lanciava intorno di sè aspettando un santo eremita che venisse a consigliarlo; — intanto si trovava prossimo al campo, — l'esempio dei molti fuorusciti mescolati nell'esercito imperiale tra i quali si distinguevano Caroccio Strozzi, Bettino Cavalcanti, Sandro Catanzi, Giammoro da Dicomano, il Rosa da Vicchio, il Morna e il Pignatta amicissimi suoi, — e la costumanza antica tornava a vincerlo, — una forza fatale lo avviluppavadi nuovo nella sua vertigine; la patria migliore del mondo tornava a sembrargli la groppa di un destriero che corre.
Bettino, alla miseria di Giovanni compassionando, non pensò se l'avesse meritata, non istette a pensare s'ella fosse un principio, comecchè terribile, della pena serbata dalla giustizia divina ai traditori; — vide un uomo oppresso di obbrobrio e senti bisogno di porgergli la mano soccorrevole.
E non pertanto esitando, come colui che modestissimo era, si accostò su i piè leggiero al Bandino e gli susurrò nell'orecchio:
«Accetterestemi voi per compagno alla impresa?»
Avete mai letto nella Genesi la storia pietosa di Agar, quando nel deserto di Bersabea, vinta dalla sete, gitta il figliuolo suo sotto un arbuscello, recandosi un tratto di arco lontana per non vederlo morire? — All'improvviso le apparisce l'angelo consolatore e le addita la fontana. — Tale apparve il Bandino all'offerta generosa dell'Aldobrandi; — lo guardò in faccia, — rimase alquanto sospeso, — poi gli gettò impetuoso le mani al collo e tanto forte lo strinse che per lungo tempo rimasero nella pelle delicata di Bettino le impronte violette delle dita; — e la sua fronte appoggiando alla fronte di lui versò una lacrima, — la più piena di sfinimento e di angoscia che mai sia stata pianta da occhi mortali
«Oh s'io ti accetto!» esclamò, «se ti accetto! anche un minuto che tu avessi tardato, io mi sarei trafitto come il mio più fiero nemico; — ormai la mia vita è diventata un deserto, e tu sei il solo che ti esibisci accompagnarmi in questa solitudine d'infamia; — tu ti sei attaccato al mio destino: — ora non hai più tempo di vedere quanto egli sia orribilmente truce; io non ti posso lasciare, io ti tengo come il demonio la sua preda, — io ti avviluppo nelle mie mani come con le sue spire il serpente.»
E Bettino, sorridendo di un suo angelico sorriso, rispose:
«Perchè tenti turbarmi? Non sai che chi non ha rimorso non conosce terrori?» E voltosi quindi al principe di Orange continuava: «Io con la grazia vostra, magnifico signore, soggiunse, sovverrò nella prova dell'arme questo cavaliere; piacciavi pertanto spedire la licenza del campo.»
«Di paradiso forse... di patria no...», disse una voce forte e profonda che spaventò i due amanti;...Cap. XVIII, pag. 426.
«Di paradiso forse... di patria no...», disse una voce forte e profonda che spaventò i due amanti;...Cap. XVIII, pag. 426.
Filiberto, fatto cenno a un segretario, dettava:
Philibertus De Cialon, Orangiae Princeps, Caesareae Maiestatis Capitaneus generalis in Italia, ac in Regno Neapolis Vicerex, et Locumtenens generalis, etc.
«Havendone fatto intendere li Magnifici Joanni Bandini et Bettino Aldobrandi, nobili fiorentini, havere da finire con le arme in mano alcune querele con li Magnifici Ludovico Martelli et Dante da Castiglione, pure nobili fiorentini, et ricercatone che li volessemo darecampo franco, mediante il quale il prefato Ludovico et Dante possano uscir da Fiorenza, et venire securamente co' loro compagni, arme et cavalli in questo felicissimo esercito Cesareo a finire le ditte loro querele; et parendone tal domanda honesta; semo stati contenti concedere loro detto campo franco. Et per tenore delle presenti nostre damo et concedemo ditto campo franco ad essi sopranominato libero et securo a tutto transito; et assecurato,sub verbo et fide nostra, li sopranominati Lodovico et Dante che possono uscire da dentro Fiorenza, et ritornare con XX compagni et un patrino per ciascuno con loro arme et cavalli, et venire in questo felicissimo esercito Cesareo, in quel loco che per noi sarà ordinato, et definito le loro querele con li prefati Joan Bandini et Bettino Aldobrandi; et che poi se ne possono ritornare a loro beneplacido, senza impedimento alcuno, con ditte loro armi et cavalli. Et il giorno deputato al detto abbattimento serà alli XII del prossimo futuro mese di marzo; et lo campo franco si intenda dalla levata alla calata del sole del detto dì. Et perchè, secondo ne hanno fatto intendere detti Joanni et Bettino, per li loro Cartelli, declarano volere combattere a uno per uno, et non dua per dui; però declaramo per queste nostre, che nel detto dì ci seranno dua campi, in li quali ognuno potrà combattere con il suo inimico divisamente. Et in fede, ne havemo fatte fare le presente firmate di nostra propria mano, et sigillate del nostro solito sigillo.Datum in castris felicissimis Caes. contra Florentiam, die xxi mensis februarij M. D. XXX.»
E poichè l'ebbe il segretario munita del suggello, la presentò al principe, che la sottoscrisse del suo nome; ciò fatto, chiamò l'araldo e, graziosamente consegnandogliela, favellò:
«Molto, messere araldo, mi raccomanderete ai signori cavalieri i quali vi hanno mandato a noi, e direte loro che ci sarà mai sempre oltremodo gradita l'occasione in cui potremo compiacere ad alcuna loro richiesta, salvo sempre l'onore e la lealtà che dobbiamo a Sua Maestà l'imperatore.»
«In quanto a ciò state sicuro, messer lo principe, perchè noi non sappiamo tentare l'altrui lealtà», rispose l'araldo, ed inchinatosi toglieva commiato.
Filiberto, volgendo in mente la cortesia dei cavalieri antichi, i quali non soffrivano partissero da loro gli araldi senza presentarli di doviziosi guiderdoni, nè d'altronde avanzandogli pure un ducato, se ne stava tutto malinconoso: — declinando gli sguardi siccome avviene allorchè l'anima è contristata, si vide sul petto pendere una ricca medaglia, dono di re; — gli parve troppo; esitò; — e l'avarizia gli disse: tienti la medaglia; — ma l'orgoglio all'improvviso proruppe: meglio vale rimanere sprovveduto di medaglia che di fama la fortuna si vanti di farti povero, non iscortese cavaliere; — sicchè egli, richiamato congran voce l'araldo, tutto acceso nel volto gli gettò al collo la collana e il medaglione, aggiungendo:
«Portateli per amor mio e perdonate se, distratto da altri pensieri, ho tardato un momento a compire il dovere di cavaliere.»
Ciò detto, senz'altra risposta aspettare, si allontanò.
L'araldo quasi stupefatto contemplava quel dono che costava un tesoro. Per la sala corse un grido che celebrò il principe di Orange pel più largo tra quanti cavalieri in quel tempo portassero arme nei reami della cristianità.