Ma già distendon l'ombre orrido veloChe di rossi vapor si sparge e tigne;La terra, invece del notturno gelo,Bagnan rugiade tepide e sanguigne.. . . . . . . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . . . . . . .Per sì profondo orror verso le tendeDegl'inimici il fier soldan cammina.Torquato Tasso.
Ma già distendon l'ombre orrido veloChe di rossi vapor si sparge e tigne;La terra, invece del notturno gelo,Bagnan rugiade tepide e sanguigne.. . . . . . . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . . . . . . .Per sì profondo orror verso le tendeDegl'inimici il fier soldan cammina.Torquato Tasso.
Ma già distendon l'ombre orrido velo
Che di rossi vapor si sparge e tigne;
La terra, invece del notturno gelo,
Bagnan rugiade tepide e sanguigne.
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Per sì profondo orror verso le tende
Degl'inimici il fier soldan cammina.
Torquato Tasso.
Mostrandosi co' gesti e nel sembiante acceso di furiosissimo sdegno, si affretta Malatesta Baglioni a salire le scale del palazzo della Signoria; impedito però dal grave morbo che gli teneva attrappite le membra, egli offriva spettacolo di sè a un tempo stesso burlevole e pietoso d'ira e d'impotenza: appena era giunto con isforzo faticoso al sommo della prima scala, lo sovvenendo di appoggio Cencio Guercio; — senza di lui sarebbe per certo caduto a mezzo.
Dante da Castiglione seguitato dal Morticino degli Antinori traversano ratti il cortile del palazzo: il primo ha in mano una bandiera imperiale mozza della picca e insanguinata; l'altro porta anch'egli un involto sordido di sangue. Dante, poderoso di membra, si caccia su per la scala montando a quattro a quattro i gradini; il Morticino, di persona breve, uguaglia con la speditezza dei moti il suo gigantesco compagno, sicchè, o preoccupati non vedendo, o spregiatori non badando Malatesta, passanooltre pronti e fugaci, quasi apparizione di forza e di agilità. L'ossequio mancato non fu ciò che increbbe al Malatesta; gli morse il cuore la invidia quando notò i muscoli stupendi e le forme statuarie del corpo del Castiglione. Proruppe in cotale un suono di gola simile a quello che la volpe fa quando schiattisce, ed una crispazione nervosa gli abbrividì il corpo intero.
Cencio, che ai giorni nostri potrebbe chiamarsi il suo Mefistofele, uso, per la pratica grande che ne avea, a conoscere dai moti più lievi l'intimo pensiero di lui, con motteggio beffardo e voce lenta gli disse:
«Perchè desolarvi? ai casi nostri omai non abbisognano più le facoltà del soldato...»
«Ah! finchè fui della persona gagliardo», rispose Malatesta, «non seppi volgere l'anima a tristizia.»
E diceva bene: così poi questo apparisce vero, che, quante volte alle donne piglia il talento di farsi scellerate, assai più le proviamo malvage degli uomini facinorosi; colpa la debolezza. Nerone era vile.
Giunto nella stanza dei Signori, Malatesta quasi garrendo incominciò:
«Vicende gravi succedono in Fiorenza, ed io ne aspetto invano ragguaglio! — Si dà fuoco a tutte le artiglierie, e da me non parte ordine alcuno! — Si provoca il nemico, s'ingaggia battaglia, e non si avverte Malatesta Baglioni! — Magnifici Signori, sono il vostro capitano generale, o che sono io? Molti obblighi mi stringono a voi: qualcheduno però anche voi a me; altrimenti parrebbe molto più onorevole cosa alla reputazione mia e molto più conveniente alla fama di saviezza che di voi suona nel mondo mi ritiraste la dignità la quale poc'anzi con tanta benevoglienza voleste conferirmi; certo voi voleste, o messeri, esaltarmi, non vituperarmi per le terre d'Italia...»
«Messere Malatesta», riprese il Castiglione, «e' par che voi ignoriate come gli assaliti fummo noi; e voi intendete che se prima di ributtare l'assalto avessimo dovuto impetrare la licenza vostra o d'altrui, a quest'ora i nemici terrebbero questo nostro palazzo.»
«Voi non dite il vero, messer Castiglione: i nemici erano provocati; le nostre artiglierie spararono prime contro il campo imperiale.»
«Signor Baglione, qual conto facciate voi della parola d'un gentiluomo a Perugia io non so; ma voi è ben che sappiate, i gentiluomini a Fiorenza non aver mestieri di sacramento per essere creduti. — Guardate mo' vi par ella questa una bandiera imperiale? Cadde dalle mani di uno degli assalitori venuto sopra i bastioni in città.»
«Chi ve l'ha data, messere?»
«Ma... la tolsi io medesimo di mano al bandieraio...»
«E con la insegna gli tolse ancora un'altra cosa,... guardate!.... la testa....»
E sviluppato dall'involto un capo reciso, il Morticino degli Antinori lo lascia cadere in mezzo della sala.
«Morte di Dio» strilla il Baglioni ritirando precipitoso i piedi a sè per timore non gli s'imbrattassero di sangue: «togliete via quella testa...toglietela via. — Cencio, chiudile gli occhi! — fa che non mi guardi; — non la ravvisi, Cencio? Ella è la testa di Giorgio da Gioiella, il nostro antico compagno di arme nelle guerre di Lombardia... Ahi sciagurato Giorgio! — Magnifici Signori», riprese quindi non senza dignità, «destino del soldato è morire in battaglia; mi dolgo dell'antico commilitone, non del suo fine: ciò poi di cui massimamente mi dolgo si è questo, che non avrei mai creduto si traessero a vituperio le reliquie del soldato in tale città che sopra ogni altra d'Italia si vanta gentile; no, io non mi sarei aspettato a vedere rotolare sul pavimento della sala dei Signori e alla presenza vostra il capo reciso di un soldato caduto da valoroso.»
Dante si volse con acerbo piglio al Morticino e sì lo garrisce:
«Antinori, vi aveva pur detto lasciaste quel capo onde cristianamente lo seppellissero: Dio si ha per male che l'uomo abusi della vittoria.»
«Per me non so bene se più mi giunga gradita la vista del nemico spento, o la faccia della donna mia; e non leggermente ho creduto che l'animo di questi eccelsi Signori avrebbe preso maraviglioso diletto a contemplare la testa di chi primo osò violare le mura di Fiorenza.»
Francesco Carducci, il quale per la morte di Alessio Baldovinetti era stato eletto de' Dieci di libertà e pace, ed oltre a questo teneva l'ufficio di commissario sopra la guerra, non si dipartiva più di palazzo disperando e nondimeno affaticandosi alla salute della patria: però, trovandosi presente a cotesto caso, aveva da prudente ed acuto osservatore atteso fino a quel punto senza proferire parola ai detti e ai gesti nei diversi personaggi; allora con grave contegno, chiamato un mazziere, ordinò:
«Fa di portare cotesto capo tronco al cappellano, e impongli da parte dei Dieci lo seppellisca in sacrato; poi manda, o torna a nettare il pavimento.»
L'Antinori ravvisò in coteste parole una rampogna al suo operato, e ne sentì acerbo rammarico; amico o avverso al Castiglione, quantunque volte veniva a paragone con lui ne disgradava la fama: gli si accosta per tanto e con motteggio maligno gli susurra all'orecchio:
«Dante mio, voi mi sapete di frate un giorno più dell'altro: — io v'indetto fin d'ora per mio confessore quando vestirete la cocolla.»
«Morticino, accogli in seno un poco di carità patria: vesti l'anima tua di virtù vera, e non abbisognerai di confessore; — perchè molto più che confessore valente giova non aver peccati a confessare.»
L'Antinori alzò cruccioso le spalle e si trasse in disparte. Dante, volgendo la favella al gonfaloniere, a' Priori, ai Dieci, per cagione del sonno interrotto e dalla strana scena avvenuta sotto i loro occhi non bene ancora memori di sè, e sopra gli altri intendendo col guardo nel Carduccio, il quale vegliava per tutti, soggiunse:
«La milizia fiorentina in mio nome vi prega, magnifici Signori, affinchè voi siate contenti di lasciarle aprire le porte per visitare a sua posta il campo imperiale.»
«Signori», interruppe il Malatesta, «in verità questi giovani non sanno quello che si facciano; soldati da ieri, presumono oggi affrontarsi con milizie vecchie, use agli scontri più fieri di guerra..., nè solo affrontarsi con esse elleno ardiscono, sibbene assalirle nel campo per arte munitissimo, difeso da numerose artiglierie. Lodo l'animo pronto; soldato antico, mi piace la militare baldanza... pure, nella mia qualità di capitano generale, e voi, messeri, come difenditori di questa amatissima patria, dobbiamo frenare un moto il quale comechè generoso potrebbe partorire perniciosissimi effetti.»
«Signor Baglione, ogni uomo a cui non tremi il cuore di dentro, chiunque, come i miei compagni e me, ha disposto, innanzi che volgere le spalle, morire, fu soldato dal primo giorno che nacque.»
«Io non lo dico per voi, messer Castiglione; — ma gli altri non vi assomiglieranno.»
«Piacesse a Dio ch'io mi assomigliassi a loro! — sappiate, signore, essere eglino molto migliori di me.»
«Sia; però pensate allo svantaggio: il nemico si difenderà dietro ai bastioni.»
«Nè occasione più vantaggiosa di questa ci può apprestare la fortuna, ora che il nemico si è ritirato stanco, lacero, avvilito, e non si aspetta l'offesa.»
«Presumereste voi forse sforzare il campo?»
«Non presumo, — spero.»
«E se vi respingono?»
«Saremo pari.»
«Lasciateli stare, — a nemico che fugge ponte d'oro.»
«Ditemi questo allorquando ripasseranno gli Appennini, e vi darò ragione; ora non fuggono, — rifanno le forze,»
Il Carduccio intanto si era ristretto a consulta co' reggitori e loro esponeva con piana favella certi suoi disegni, i quali per certo incontravano favore, imperciocchè tutti assentivano con la voce e col cenno. All'improvviso, egli indirizzandosi al Castiglione, risponde:
«Il magnifico gonfaloniere, i Signori e i Dieci ringraziano la milizia della sua buona intenzione; approvano il disegno e desiderano che Dio l'accompagni, siccome l'accompagnano essi con ogni lor voto.»
«Signori», strilla il Malatesta, «voi intendete di cose militari nulla; — io non approvo la sortita; — non la posso approvare.»
«Ci duole non poter conseguire l'assenso vostro; — voi non correte in siffatta deliberazione alcun rischio, tale essendo la volontà nostra.»
«Volontà! L'ufficio e la coscienza di buon generale m'impongono oppormi con tutte le mie forze a tale rovinoso partito; anch'io amo questa terra...»
«Amateci meno ed obbedite di più», interruppe, Andreuolo Nicolini, une dei Dieci.
«Opporvi ai comandamenti della Signoria? messer Malatesta, sareste per avventura ebbro?» soggiunse il gonfaloniere Girolami.
«Oh! no, Signori», crollando il capo riprese a dire il Carduccio; — «messere Baglione non sa quello sappiamo noi, — e lo muove studio di bene: — credetelo.... io lo conosco: solo mi concediate favellargli due parole in segreto, lo renderò partitamente capace di tutto.»
«Accomodatevi a vostro agio, messer Carduccio», risposero il gonfaloniere e alcuni dei Signori.
Allora messere Francesco, tolto un doppiere, si volse al Malatesta parlando:
«Signor capitano, favorite seguirmi.»
Malatesta ondeggiava se dovesse andare o rimanere; da una parte la prudenza lo tratteneva, dall'altra l'animo superbo non gli consentiva mostrare viltà: tenne una via di mezzo, — fece cenno a Cencio lo seguitasse ed andò. Cencio, non volesse, o non capisse, o per sè temesse, non mutò passo e stette fermo al suo posto.
Il Carduccio traversò alcune stanze, e giunto in un corridore si fermò davanti a certa finestra che riesce sul cortile che fu poi della dogana, e posto il doppiere tra la faccia del Malatesta e la sua, così lo interrogò:
«Ditemi, messer Baglioni, udiste voi mai rammentare il capitano Baldaccio dell'Anguillara?»
«Cencio! — Cencio! — dove sei?»
«Tacete; — qui non vi si vuole far alcun male. Non temete: — se il vostro giorno fosse arrivato, di piccolo soccorso vi sarebbe quel vostro servitore.»
«E chi vi ha detto che abbia paura io? Chiamava Cencio per appoggiarmi al suo braccio: — mi sento stanco...»
«Appoggiatevi sul mio. Dunque, rispondetemi, udiste mai favellare di Baldaccio Conte dell'Anguillara?»
«Io? — Mai.»
«Baldaccio fu capitano ai suoi tempi prestantissimo; venuto in sospetto di macchinare cose contrarie alla Repubblica nostra, era chiamato in palazzo... in questo corridore trafitto... e giù da questa finestra precipitato.»
Malatesta rabbrividì; pure mantenne fermo viso e, sforzandosi di far bocca da ridere, soggiunse:
«Voi siete un terribile persuasore, messer Carduccio; dubitereste voi forse della mia fede?»
«Se ne dubitassi, vi avrei narrata la storia di Baldaccio? Non dubito, ma vigilo...: ed una volta per sempre sappiate che in Fiorenza comandano il gonfaloniere e gli altri magistrati eletti dal consiglio. Ora torniamo nella sala della consulta.»
Soprastà alquanto senza punto rimuovere lo sguardo della donna,....Cap. XII, pag. 294.
Soprastà alquanto senza punto rimuovere lo sguardo della donna,....Cap. XII, pag. 294.
E quivi pervenuti, il Carduccio, riponendo il doppiere sopra la tavola, disse con ammirabile pacatezza:
«Le ragioni addotte al magnifico messere capitano generale lo hanno persuaso; ogni difficoltà pertanto è rimossa. Messer Dante, vi sarebbe per avventura occorso in questa notte il capitano Ferruccio?»
«Messere, dove si presenta pericolo a correre o gloria a conquistare,quivi sempre troverete il buon Francesco; egli combatteva tra i primi; adesso si trattiene ai bastioni di San Piero Gattolino aspettando la risposta della Signoria.»
«Messer segretario», impose il Carduccio a Donato Giannotti, «andate per la vostra commessione.»
Il Giannotti senza porre tempo tra mezzo, tutto lieto fra sè, come quello che amicissimo era del Ferruccio, salutati gli astanti, partiva.
Salite ch'ebbero le mule loro Malatesta e Cencio, questi si volse più fiate a guardare il palazzo della Signoria, e le mani si ponendo su pel volto verso le tempie, si tentennava la testa.
«Che cosa è quello che tu hai Cencio?»
«E' mi tasto il capo; mi pare impossibile che mi sia rimasto attaccato al collo.»
«Tu dici vero! — la gru è uscita di bocca al lupo; provvederemo in séguito a non lasciarci prendere alla tagliuola: oramai questo palazzo ci accoglierà sotto ben altro aspetto. Per Dio, è tempo che questi trecconi scontino le minaccie adoperate contro di me...»
«Signor Malatesta, è tempo di far senno davvero; perchè, vedete, la testa la si perde una volta sola.»
«Capitano Francesco!» chiamava a voce alta Donato Giannotti tale che così al barlume gli era parso il Ferruccio, nè s'ingannò; ond'egli pronto rispose:
«Chi mi vuole?»
«Dalla parte dei signori Dieci di pace e libertà, ho qui ordini importantissimi a parteciparvi.»
«Parlate: — vi ascolto.»
«E' sono scritti nella lettera di commessione; — se mi accompagnate qui oltre soltanto il canto, troveremo una immagine di Madonna e al chiarore della lampada che le arde dinanzi leggeremo le istruzioni.»
«Sì, bene; — andiamo.»
Giunti al luogo designato, il Giannotto si fece sotto la tettoia, e tolta la lampada dalla lanterna dette comodo al Ferruccio di leggere; questi, rotto il suggello, conobbe la commessione essere del seguente tenore:
«Francesco, tu prenderai teco tra scoppiettieri e fanti di ordinanzaquattrocento, terrai ancora cento cavalleggeri e te ne andrai in Empoli; avrai nome e possanza di commessario generale, e troverai qui dentro lettera pel potestà, Albertaccio Guasconi, con la quale gli si comanda lasciarti fare e non impacciarsi ne' casi della guerra; tu attenderai a tenere sgombre le strade, a munire la terra e mantenerla nella devozione della Repubblica; userai eziandio massima diligenza a provvedere la città nostra di vettovaglie e munizioni da guerra; ci terrai ragguagliati degli accidenti che accadono in giornata, ed eseguirai la commessione che affidiamo alla tua prudenza, con quei termini che sul fatto ti pareranno migliori.Ex palatio florentino Decemviri libertatis et baliæ Reipub. Flor.»
«Messer Donato», prosegue il Ferruccio, «direte ai signori Dieci che non mancheremo alla fede la quale hanno riposta in noi, e tra poco, speriamo, udranno novelle di cui Fiorenza si torrà contenta.»
«Commessario», riprese il Giannotti, «voi salutano i popoli Gedeone; in voi hanno riposto ogni fidanza di salvezza: il paese è desolato, le nostre terre consuma il fuoco, i forestieri divorano nel cospetto nostro le nostre facoltà, — ma che cosa ha promesso il Signore? V'è un giorno contro ogni superbo; chi piange sarà consolato, l'oppressore oppresso; — farò splendere la luce a quelli che abitavano nell'ombra della morte.»
«La bandiera di Dio», si udì una voce solenne senza potere distinguere da cui muovesse, «era innalzata sopra un monte altissimo da mano forte invano; pochi la guardarono e tosto si chinarono alla terra dell'angoscia e della caligine. — Tu sei stata recisa, come frutto immaturo, dall'albero della vita; — o stella mattutina, o figlia dell'aurora, o giglio d'Italia, dov'è l'antica tua gloria? — L'inferno stesso sente pietà di te; tu posi sopra un guanciale di vermi; i lombrici hanno posto il nido dentro alle tue chiome, ma tu starai in testimonio di grandezza tra i posteri: il sepolcro dilaterà indarno la sua bocca; — egli non potrà contenerti intera; il magnanimo non si consuma, ma scomparisce, quasi fiamma spenta per forza.»
«Egli è Pieruccio che passa», bisbigliò Vico, compagno inseparabile del Ferruccio.
Un soffio di vento gagliardo spense in questo punto la lampada; rimasero tutti sepolti nella oscurità.
«Il magnanimo non si consuma», ripeteva il Pieruccio da lontano, «ma scomparisce come fiamma spenta per forza.»
Il commessario, quantunque prode uomo fosse di guerra e di animo saldo, rimase non pertanto percosso dalle parole e del caso; stette alcun poco pensoso, poi all'improvviso proruppe:
«Sia; purchè la fiamma si spenga quando sorga l'alba di un giorno più felice alla umanità. — Or dunque, Vico, va in mio nome ai quartieri e scegli i fanti: adesso giova rammentarti gl'insegnamenti del padre tuo; sia la tua scelta, o, com'egli dice, ildeletto[183], di volontariispediti e gagliardi; io apparecchierò i cavalleggeri e i capitani; tra mezza ora ti attendo alla Porta San Friano...»
«Mezza ora!»
«Ci prevarremo del tumulto della sortita...»
«Appunto», notò il Giannotti, «io penso i Dieci l'ordinassero per questo: troppo essi intendono l'arte di guerra per credere di espugnare il campo senza uno sforzo di tutte le milizie.»
«Mezza ora!» riprese Vico in suono di voce dolorosa; e il Ferruccio, che ben si accorse donde quei mesti accenti movessero, concitato ad ira, esclamò:
«Possa il padre cacciare dalle sue case come concepito di adulterio, possa la donna amata rifiutare come infame colui che nei bisogni della sua patria ad altra cosa pensò che non fosse la patria.... Andate, Ludovico Machiavelli, in meno di mezza ora vi aspetto alla Porta di San Friano.»
Stordito per coteste parole, che gli parvero una maledizione, Vico un sospiro dette alla sua Annalena, — un solo sospiro; poi si chiuse ben dentro al cuore il suo affetto ed attese ai doveri severi del cittadino di libera città minacciata dalla tirannide.
Si aprirono le porte tutte delle mura di Oltrarno, tranne quella di San Friano. La maggior parte della milizia fiorentina esce ordinata e guardinga: alcuni soldati di condotta, ma pochi, la seguirono per farle spalle; le artiglierie cessarono di fulminare fuoco; il cielo non versa più acqua, non pertanto sta sopra la terra nero e pauroso, come se Dio non vi avesse ancora sospesi la gloria del sole, o lo splendere delle stelle. A mano a mano che escono fuori della porta, i soldati si dilatano, dai fianchi distendendosi in lunga fila: dietro ordinava il signore Stefano alcuni squadroni staccati, gli uni dagli altri per buon tratto divisi, affinchè accorressero pronti a sovvenire dove il caso lo dimandava; ordinamento per l'offesa conforme a quello che adoperò nella difesa. Giunti che furono i nostri su quella parte di terreno che comincia a salire intorno a Firenze, Dante da Castiglione, il quale camminava nelle prime schiere, sente all'improvviso stringersi il braccio.
«Vóltati», gli favella il Pieruccio, «vedi quella fiamma sopra la cupola di Santa Maria del Fiore?»
«La vedo.»
«Da quella fiamma nasce l'incendio che arderà la patria; il tradimento l'accese; noi miseri! il tradimento ci è come un tarlo nell'ossa...»
«E i traditori?»
«Io veglio, — gli saprai più tardi.»
«Ma tu, Pieruccio», interrogò Ludovico Martelli, che armato di tutte armi procede al fianco del Castiglione, «perchè ti avvolgi senza riparo in questi scontri perigliosi? Perchè nel giorno non ti mostri per le vie di Fiorenza?»
«Se io mi mostrassi di giorno nella patria che amo pur tanto, i miei fratelli mi ucciderebbero, e il mio sangue sparso, senzachè iogiungessi a impedirlo, potrebbe chiedere vendetta all'Eterno: mi aggiro pel campo in traccia della morte, — io la cerco come la dama dei miei pensieri, — ed ella, superba più della bella dama, disdegna i voti del Pieruccio: anche l'avello mi rifiuta, — povero Pieruccio! — Ma quando avrò toccato il porto del sepolcro... Dio mi getterà su le spalle un manto di stelle... mi scalderà il cuore ghiacciato col suo alito... mi ridarà il senno, ed io potrò argomentare co' sapienti del cielo; — ben venga dunque la morte! — il tradimento partorisce il suo frutto; il nemico vi aspetta.»
E Pieruccio diceva il vero. Firenze conteneva in sè una perfida stirpe di parricidi i quali avvisavano nel giorno i nemici con fumate, la notte con fiamme; ed era il fuoco veduto un segnale per cui gli Orangiani apparecchiati alle estreme difese stavano di piè fermo ad aspettare l'assalto.
I nostri, insufficienti per numero, considerando tanto sforzo di guerra per la parte avversaria, malgrado l'ardore dei più giovani, pensavano a ritirarsi: Stefano Colonna prudentissimo capitano avrebbe immediatamente ordinato dar volta, se dalla singolarità del caso non fosse stato costretto a camminare in ogni modo all'assalto; qualunque fosse l'esito, del rimanersi era maggior danno il ritirarsi; in breve si farà manifesto il consiglio di lui. Cominciarono gli spari dalla lontana; se non che ai nostri rincrescendo quel modo di guerra, messa mano alla daga si stringono in più sanguinosa mischia: grande l'impeto dei nostri, la costanza dei nemici pari; avvantaggiati questi dal terreno e inanimati dai capitani, facevano buona prova; quelli poi, urlate o rotte le prime schiere, ne rinvenivano dietro altre migliori; era un muro di ferro. Intanto sorgeva terribile dintorno il palpitare, il gemere, l'imprecare e lo scontro delle armi micidiali: la morte mieteva come sopra un campo di biada. Quanti, o quali furono i morti? Chi è che lo sa? Il tempo consumò ogni memoria di secoli remotissimi, e sole ci avanzano, in testimonio di coloro che vissero, le ossa insepolte. Avevano quei defunti figli, madri, od amanti? — lacrimati scomparvero dalla terra? — l'anima loro fu tempio della Divinità? Tutto questo che importa? Occhi umani non possono piangere tutte le sventure umane: la fonte delle lacrime è ella forse inesausta come gli abissi del mare? Il numero dei morti vince quello della sabbia del deserto; chi tenne conto delle foglie cadute degli alberi dal primo inverno della creazione sino a noi? Il numero dei tormentati giunge a centinaia, e tra questi dura la rinomanza dei tormentatori: la lode si levò fievole, quasi sospiro di vergine, per celebrare gli amici degli uomini, e l'alito del tempo la divorò, — lo strido dei flagellati ruppe il cerchio dei secoli, e la fama del flagellatore fu mantenuta: fra dieci uomini celebri, nove lo sono per maladizione meritata; fra dieci uomini famosi, nove vorrebbersi sospendere alla forca.
Mentre in quella parte si sosteneva un combattimento senza fiducia di vincere, ecco si aprono le imposte della Porta San Friano, e n'esce il Ferrucciocon le sue compagnie; procedono serrate, disposte a difendersi, schive di offesa, properanti al termine del loro cammino: procedevano buon tratto di via senza intoppo; già si tenevano sicure; qualche soldato cominciava a cantare la canzone di guerra per alleviare il fastidio del sentiero. Ad un tratto con grida che andarono al cielo prorompe alle spalle grossa schiera di fanti; l'oscurità non ne concedeva bene la vista, ma al rumore che movevano l'avresti giudicata di dieci e più mila: nel tempo stesso i precursori tornano frettolosi ad avvertire essere barricata la strada, e dietro ai sassi molta mano di uomini far mostra d'impedire il cammino. Certo qualcheduno ne diè lingua al nemico, ma il come era arcano; in così breve spazio di tempo quanto ne corse tra il consiglio della impresa e la esecuzione, pareva cosa soprannaturale il cenno dato agli Orangiani; l'inferno congiurava contro Firenze; — congiuri a sua posta: sta per Firenze Ferruccio, e se lo vedremo costretto dai fati tramontare, sarà il suo tramonto splendido di gloria e, morendo, annunziatore di giorno più felice: egli pertanto non devia col pensiero a immaginare come ciò fosse avvenuto; in lui non può capire idea di resa, — e d'altronde sarebbe folle il combattere.
«Vico, figliuol mio, chiamami i capitani... vola.»
I quattro capitani delle compagnie gli stanno attorno.
«Prodi uomini, bisogna andare in Empoli, e vi andremo; — adesso celeri e silenziosi sbandatevi; cuopra ogni uomo la corda accesa dell'archibuso; dalla mano destra e dalla sinistra si distende la campagna; — vi sieno asilo le fosse e i solchi; io co' cavalli mi precipito sul greto del fiume; date ordine che, quando non odano più rumore, o lo ascoltino lontano, i soldati sollevino le corde accese; — la voce del raccoglimento, — Patria e Libertà, Affrettatevi; — vive nel cielo un Dio pe' forti: — a me i cavalli....»
E come disse fu fatto: i cento cavalleggeri si cacciarono giù alla dirotta per la costa del fiume, i fanti carponi sbandaronsi; e così bene o la fortuna secondò il disegno o la prudenza degli uomini che quando il nemico si accostò come a certa preda, stupì nell'incontrare gente armata disposta a combattere: avrebbero essi certamente ingaggiato qualche sanguinosa scaramuccia e si sarieno finiti fra loro, se, l'uno all'altro intimando la resa, non si fossero accorti appartenere alla medesima bandiera; i Fiorentini erano scomparsi; bene si addiedero di quello a che avevano avuto ricorso, ma la notte tuttavia alta, la imperizia dei luoghi e il non potere procedere uniti li dissuase mettersi alla ventura.
Le acque del fiume ingrossato per la pioggia coprivano quanto era ampio il letto; disagevole quindi il sentiero e pieno di pericolo: vinse ogni impedimento la fermezza del commessario Ferruccio. Alla fine quando a lui parve bene di ritornare su la via maestra, ordinò si provassero a salire gli argini: non è da dire se incontrassero difficoltà a cagione della terra smossa e del pendio sdrucciolevole; l'unghia deicavalli vi si affondava, nè più valevano a ritrarre le zampe dall'orma impressa. Qui gli animali non furono di aiuto agli uomini; toccò agli uomini sovvenire agli animali; tanto fecero, tanto s'ingegnarono che, brutti di fango, mézzi di acqua, pervennero sopra il desiderato sentiero senza perdere un cavallo. Il Ferruccio tese lo sguardo dintorno e non iscoperse alcun fuoco; forte gli tardava di ridursi in Empoli, pure non ardiva levare la voce, e il tempo incalzava: «Vico», chiamò egli quantunque non lo vedesse, — e Vico gli stava al fianco, — «figliuolo mio, adesso ti conviene adoperare non so se maggiore lo scaltrimento o l'audacia: scendi da cavallo, inóltrati pei campi senza rispetto, chè ormai il calzare è guasto, e vedi di ragunare gli sbandati; dilungati un quarto di miglio; poi, avventuroso o no nella ricerca, ritorna sopra i tuoi passi: io ti aspetto.»
Vico, robusto di corpo, nella età in cui la fatica appena si sente, corre e specula: andò un buon tratto senza udire e vedere cosa alcuna: all'improvviso discerne un fuoco, poi due, poi dieci, sparsi ed incerti, siccome nelle notti di estate compariscono le lucciole giù per le valli: erano ben dessi i compagni: parte già stavano adunati; altra parte, e maggiore, pervenne a raccogliere egli medesimo; sicchè quando reputò opportuno raggiungere il commessario cinque soli mancarono, quattro dei quali riguadagnarono per somma ventura la città, uno cadde prigioniero. Così senz'altro accidente fu concesso al Ferruccio di giungere ad Empoli. Di lui e de' suoi casi altrove: — adesso è mestieri tornarcene a Firenze.
Stefano Colonna teneva fermo, quantunque la sua condizione diventasse ad ogni momento più trista: scopo della scaramuccia era stato favorire la sortita del commessario; doveva volgere l'attenzione del nemico altrove, mentr'egli badava ad allontanarsi; lo avevano avvisato che, quando si fosse messo in salvo il Ferruccio, gliene avrebbero porto il segno mediante un fuoco artificiale lanciato nell'aria: non vedendo il cenno, dubitò che il Ferruccio impedito non avesse per anche abbandonato Firenze, e disposto ormai di fargli spalla, andava d'ora in ora indugiando nella speranza che il segnale apparisse.
Finchè l'ombra durò, il principe Orange stette su le difese; anch'egli sapeva cotesta essere vana mostra e confidò vincere con l'inganno l'ingannatore; aspettava ansiosamente novella della uccisione o prigionia delle milizie spedite al soccorso di Empoli.
Questa notte, comechè piena di audaci fatti di guerra, andò famosa per l'ardimento maraviglioso di un fante di Giovanni da Torino, chiamato l'Armato dal Borgo: costui prevalendosi del buio fitto, si mescolò tra gl'imperiali e, accortamente inoltrandosi, venne alle trincee de' nemici a piè la casa della Luna, dove stava inalberato il gonfalone imperiale; quivi giunto, gittò una corda con in cima un uncino di cui si era munito; dopo tre o quattro prove gli riuscì agganciarlo; allora lo trasse giù di forza, e quello cedendo rovinò dalle mura: i soldati del colonnello del Cagnaccio, udito il rumore, irrompendo fuori lo seguitaronocolle archibusate; — ma egli animoso e leggiero, con la consueta accortezza, senza lasciare la bandiera, incolume si riparò tra' suoi. Se i Fiorentini ne movessero vanto è agevole a immaginarsi. Il signore Stefano volle incontanente gli fosse presentato; commendollo e gli promise mercede pari all'ardire... mercede che in vero ottenne, non però uguale alla generosità sua: dieci scudi di oro. — Ma le azioni magnanime sogliono essere ricompensa a sè stesse: se così non fosse, considerando quanto sieno rilenti gli uomini a guiderdonarle e più spesso pronti a punirle a guisa di misfatti, io non so per quale ragione i virtuosi si disporrebbero a bene operare. In questi nostri infelicissimi tempi suole la virtù chiamarsi follia: — qualcheduno, — il poeta, — aggiungesublime: — questo è tempo di servaggio e di cuori inariditi; — quando i genitori, meglio che di sostanze, desidereranno lasciare ai figli retaggio di virtù quantunque infelice, — allora volgetevi all'oriente, — ed esultate, — però che si avvicini l'aurora di un giorno che forma il sospiro di tre secoli interi: — quell'aurora spargerà sopra la terra dei nostri padri una rugiada potente; e la rugiada non cadrà sull'erbe, ma penetrando si poserà sopra le ossa dei padri: — allora le ossa si leveranno fragorose come mare che freme, saluteranno il giorno e si addormenteranno dicendo: Adesso ci è dolce il riposo, perchè quantunque morti, ci pesava insopportabile la terra avvilita nella schiavitù del bestiale straniero: gloria al Signore!
Il gonfalone imperiale fu messo il giorno dopo dentro la sala dell'Oriolo nel palazzo della Signoria. Armato, poco dopo tentando altra simile avventura, toccò un'archibusata dentro una spalla, e di lì in capo a due giorni si morì. — Gloria ai valorosi!
Spunta il giorno, — ma fosco; la notte a ritroso abbandonava la terra; — la faccia del cielo va ingombra di nuvole: perchè così non ti mantieni, o cielo d'Italia, finchè dura questa lunga passione? Perchè splendi, o sole, e perchè splendete voi o stelle? Una volta, o sole, i tuoi raggi incontrando sul Campidoglio i domatori dei popoli, appariva più bello, riflesso tra le armi trionfali; — ora dove regnava la forza si trascina la caducità pel vestibolo della morte lasciata agonizzare in pace dalla compassione dei vincitori: e voi, stelle, che vi compiaceste vagheggiare il vostro raggio nelle lagune di Venezia, la Roma del mare, adesso che i palazzi di marmo hanno, cadendo, contaminato le lagune, le acque si stagnano, le ninfe abbandonarono coteste rive, o dormono anch'esse in quel sepolcro marino; — perchè dunque splendete? Quando l'uomo chiude i lumi al sonno, spegne la lampada; — i vermi non abbisognano di luce per consumare la loro opera di distruzione. Qual labbro vi canta? Qual cuore vi benedice? Se qualcheduno fa delle vostre lodi sonare il deserto, egli viene da terra lontana, la sua voce par quella dell'alcione — l'uccello delle remote contrade: — il cuore dello straniero palpita di magnanimo sdegno, l'aquila impennò colle sue ale l'alta immaginazione di lui, — pure voi, stelle del cielo d'Italia, non intendete cotesto inno nè vi talenta: — voi siete use ad armonizzare il casto vostro raggiocon più melodiosa favella, con la favella che vince in dolcezza il mormorio delle acque, quando la luna le gonfia, e l'aure sono chete, e voi guizzate col guardo sul dorso delle onde lieve lieve commosse. — Rimanti tristo, o cielo, — versa sempre torrenti di pioggia; noi crederemo che tu pianga su questa terra di desolazione: — tuona, o cielo, con la voce di tutte le tue procelle; noi penseremo tu manifesti l'ira di Dio nel contemplare noi sue creature cotanto avvilite. Io odio i felici. I figli di questa misera contrada, te vedendo, o cielo, cotanto magnifico, vanno dicendo: Egli è bello, ma inesorabile; — bello come l'Apollo del Vaticano, — forma portentosa di nume, — effigiato nel marmo.
Spunta il giorno: ma quantunque fosco, concede agli Orangiani la vista della bandiera imperiale inalberata su l'asta sotto la bandiera del comune di Firenze, e ciò li concita a rabbiosissimo sdegno; la luce ancora manifesta al nemico il piccolo numero dei nostri, e ciò gli partecipa ardimento. Filiberto spedisce ai colonnelli lontani messaggi con gli ordini accomodati alla occorenza; crollansi le compagnie e cambiano forma: era adesso suo disegno indirizzare alle punte estreme dell'ale della nostra milizia una mano di cavalleggeri e di fanti meglio spediti per circuirla, e così divisa dalle mura tagliarle la ritirata e poi a bell'agio piombar addosso col grosso dell'esercito e sterminarla senza rimessione; se gli veniva fatto di superare l'ale, non uno dei giovani fiorentini sarebbe tornato a Firenze. Il signore Stefano, se avesse condotto numero pari di gente, o lo avesse avuto di poco inferiore, certamente avrebbe disteso le file all'avvenante che le allargava il nemico, dopo attelati gli eserciti, non si sarebbe rimasto dallo ingaggiare battaglia sopra tutta la fronte; ma essendo pochi, conobbe non avanzargli a perdere più tempo e dover mettere ogni studio a ritirarsi; attese pertanto a rendere vano lo sforzo del nemico, prevenendo il suo moto; ordina ai capitani delle due punte girino velocissimi sul fianco destro i soldati che a lui posto nel centro stavano a mano sinistra, sul manco, quelli che gli stavano a destra; e descritta sul terreno una linea sferica, si uniscano in colonna ritirandosi per alla Porta di San Piero Gattolino; egli aveva molto bene considerato come così procedendo i cavalli nemici potevano cogliere di fianco la colonna, romperla quasi serpe sul dorso e impedirle ogni via di salute; e a questo sperò provvedere con la celerità dei passi, per cui, lasciato aperto certo spazio di terreno davanti i nostri, le artiglierie delle mura senza timore di offenderli potessero fulminare gl'imperiali e trattenerli da molestare la ritirata. Io non so quello sieno per dire i presenti uomini di guerra sopra tali ordinamenti di milizia; quello che so troppo bene si è che anche con quei modi la umanità si lacerava e faceva delle sue ossa biancheggiare la campagna; miserabile nostro destino, di cui non ispero, almeno per qualche migliaio di secoli, la fine.
Non andarono falliti i concetti del Colonna: le artiglierie fecero buonissima prova; gli Orangiani, essendo stati alquanto sospesi, perderonoil destro a inseguirli; posto uno spazio tra loro e i nostri, costoro diventarono segno della tempesta di fuoco e di ferro che prorompeva fuori delle mura; — quasi a morte certa correva chiunque si fosse avventurato su quel terreno. O per prudenza del capitano, o per beneficio della fortuna, vedevano gli Orangiani sfuggirsi di mano una preda ormai tenuta sicura.
Ora avvenne come tra i primi cavalleggeri spediti dal principe a circuire l'ala sinistra del nemico si trovasse Giovanni da Sassatello, soldato italiano quanto valoroso in arme, altrettanto perduto di fama; costui militò agli stipendi del duca Valentino e a lui piacque, la qual cosa ci dispensa di aggiungere altre parole intorno ai suoi costumi. La Repubblica fiorentina, quando prima ruppe il grave freno dei Medici, attendendo, come provvida, ad armarsi, lo condusse al suo soldo con ottanta cavalli; stipulata la condotta, chiese ed ottenne dai signori Dieci mille e quattrocento cinquanta fiorini d'oro, i quali appena gli furono contati, rubatigli con suo eterno vituperio, si fuggì al papa. Sebbene ei si fosse dei pericoli spregiatore e se ne vantasse, pure non si arrischiava affrontare la bufera di palle briccolate dal nemico; il suo cavallo, generoso animale, puntate le zampe, indietreggiava con le groppe, torceva altrove la testa ed annitriva furioso. Lionardo Frescobaldi, giovane d'inestimabile bellezza di corpo e di animo ferocissimo, caro sopra modo al Morticino degli Antinori più per questa seconda che per la prima qualità, veduto per caso il Sassatello, lo chiamò con gran voce:
«O ladro, fàtti oltre! — O ladro, non hai le gambe, come le mani pronte? Fàtti oltre! Le palle di Fiorenza ti talentano meno dei suoi fiorini!»
Arse Giovanni di bestiale ira, udendo quell'oltraggio recatogli da un giovanetto alla presenza di tanti uomini di guerra; parve a lui quello che suole parere agl'improbi, voglio dire che non già la colpa, bensì il rimproccio della colpa lo avrebbe fatto diventare ludibrio del campo, dove non ne avesse ricavato qualche insigne vendetta; imperciocchè sogliano simili malvagi compiacersi nel fingere la tristizia loro o sconosciuta od obliato; e se altri non gli accusa, eglino si assolvono: la coscienza gli raggiunge di rado; in ogni caso tardi.
Invano il cavallo ricalcitra, l'ostinato cavaliere gli lacera i fianchi; al fine la bestia, volendo forse emulare l'uomo si lancia a precipizio. Viene da magnanimità, da pazzia o da che altro viene l'impeto del soldato per cui irrompe in guerra contro a morte quasi sicura? Chi lo sa? Chi potente a distinguere i moti del cuore? Spesso incontrammo insigniti della stella dei prodi sul campo di battaglia tali a cui appena avremmo concesso in casa o in piazza lo intelletto del cane e, quello che arreca maggiore maraviglia, il coraggio del coniglio.
Se il Frescobaldi avesse in quel punto continuato a ritirarsi, si sarebbe chiarito valente solo a parole: la sua natura non gliel consentiva; in luogo circondato da mortali pericoli stette a dare o a ricevere la morte.
Una palla vola tra la testa del cavallo e il capo del Sassatello, un'altra gli porta via il cimiero, un'altra interrandosi presso a lui lo cuopre di fango: — ma i suoi giorni sono contati; egli procede sicuro come sotto le vôlte di Santa Maria del Fiore.
Lionardo afferra con ambe le mani la picca, che in quei tempi le fanterie usavano lunghissima, ed aspetta a piè fermo il momento di spingerla nel collo del cavallo; dove ciò gli venga fatto, il destriere stramazzerà in un viluppo col suo signore, e mentre questi grave di armatura tenterà sollevarsi, egli, stretta la spada, lo spaccerà da questo mondo. — E se il destriero non era più sagace del suo signore, senza fallo gli riusciva; ma l'animale saltando destramente da parte, schiva la punta la quale sfiorò in passando la gamba al Sassatello. Lionardo subito si volge impetuoso per timore di essere preso alle spalle; la troppa previdenza e la troppa prestezza gli nocquero; forte tenendo pur sempre nelle mani la lunga picca, imbatte nelle groppe del cavallo, che un'altra volta girandosi offerisce campo al Sassatello di ghermire il suo nemico pel collo, e così fece, e trattolo a sè, lo levò da terra. Lionardo si sentiva strangolare; tentò rompersi il collarino e non potè aiutarsi; allora si risovvenne avere la daga, la trasse fuori, e sollevato il braccio incise profondamente il cavallo nella spalla; inferocito l'animale dallo spasimo, imperversa per la campagna traendo in sua balìa cotesti due inferociti. Lionardo agita le gambe per l'aria e stretto alla gola non profferisce parola alcuna di resa; al Sassatello sbattuto dalla corsa non è concesso assestare un colpo; fuga d'inferno era quella.
Dai giovani suoi compagni, che molto lo amavano, si levò una voce: «Ahi! Frescobaldi... Frescobaldi è morto!»
Nè però alcuno si moveva di schiera; solo il Morticino degli Antinori, per ordinario pallido, adesso poi cosperso di più spaventevole pallore, accorre come forsennato, e giungendo le mani gridava da lontano:
«Capitano Giovanni, deh! per Dio, lasciatelo, — egli è un fanciullo: non gli far male, in nome del tuo Cristo; — bada.... rammentati che tu pure hai un figlio di età uguale alla sua... Lasciatelo, Giovanni, io vi verrò prigione invece di lui...»
«Vedi il gagliardo! io lo tengo come un'oca... Forse dalle oche imparò a gridare; — da cui il combattere? — Per avventura, Antinori, da te?»
«Sì, via, — ma rendilo.»
«Io non lo tengo, per soldato, — e ne voglio per riscatto mille fiorini d'oro.»
E disparve galoppando.
Rientrarono le nostre milizie sanguinose, non vincitrici nè vinte, ma, se si riguarda allo scopo ottenuto di mandare gente in soccorso di Empoli e al gonfalone imperiale rapito, superiori piuttostochè superate; non pertanto andavano meste, come quelle che si vedevano sceme di molti fratelli.
L'Antinori cammina a capo basso e non profferisce parola. Dante da Castiglione gli si era posto allato; pur, conoscendolo di natura superba, e dubbioso non si recasse in mala parte i suoi conforti, desiderava e non sapeva in qual modo aiutarlo. Giunti sotto la porta di San Piero Gattolino, l'Antinori quasi seco stesso favellando disse con un sospiro:
«Or dove trovare i mille fiorini? Il nemico occupa i miei poderi.... manderei alla zecca anche il cuore di mio padre!»
Non si potè più trattenere il Castiglione, e gli gettando le braccia intorno al collo:
«Morticino!» disse in suono affettuoso, «non hai tu un amico nel Castiglione?»
L'Antinori corrispose all'amplesso: il suo primo pensiero fu buono, poi gli venne in mente l'antica emulazione che nutriva per Dante, tremò nella idea di abbisognare dei sussidj di lui; si morse le labbra e, svincolatosi sdegnoso, si allontanò mormorando.
Dante si rimase a guardarlo dietro tentennando il capo, e dopo alquanto tempo esclamò: «Tra la virtù egli dondola e il misfatto; — possa almeno il suo orgoglio preservarlo dalla viltà.»
«A me cotesto anello!» gridava tra orribili imprecazioni il Morticino degli Antinori a certa sua fantesca; «io voglio l'anello e la collana...»
«O signore! per la collana, prendetela... ma l'anello lasciatemelo.... con lui mi sposò or corrono quarant'anni il povero Lapo.»
«L'anello!»
«E morendo mi disse: Ghita, conservati buona vedova e tienti l'anello per amor mio; — ed io mi sono mantenuta buona vedova e non ho mai dato via l'anello...»
«L'anello, o ti taglio la mano...»
«Alla vostra madre di latte! Gesù, nè anche gli orsi lo farebbero...»
«Sciagurata! Vuoi che ti ammazzi con le mie mani? Io ho bisogno d'oro, di danaro... dimmi, conserveresti per avventura qualche fiorino nella tua cassa?»
«O santo Zanobi Benedetto! il demonio si è impossessato di messer Giovanfrancesco... Non mi ammazzate... io non ho un picciolo, su l'anima mia...»
«Dov'è mia madre?»
«Badate, Giovanfrancesco, — pensate ai comandamenti della legge di Dio; io vi sono madre di latte... ma madonna v'è di sangue, non le mancate di rispetto...»
Il Morticino non l'ascoltava e prorompendo nella stanza della madre trovò seduta sopra un seggiolone la vecchia madonna assopita di un sonno leggiero. Non avendo reverenza nessuna alla grave età di lei; con gran voce comincia:
«Quanto vi trovate a possedere, madonna, d'oro e di gemme, su, datemi presto senza escludere nulla, — nè anche i pendenti che portate agli orecchi...» Ed aggiungeva alle parole l'atto violento.
La vecchia donna, altera del nobil sangue che le scorreva nelle vene, piena della reverenza dovuta alla materna autorità, si levò subito con tale una forza di cui si sarebbe riputata incapace, allontanò da sè la sedia, mosse un passo in avanti e sollevò il braccio destro in sembianza d'imprecare; una striscia di fuoco le attraversò le guancie; gli occhi le si dilatarono minacciosi e terribili: era una figura da Michelangiolo.
«Tu tronchi la mia agonia, non la mia vita; per pochi momenti vuoi tu renderti parricida? — Va... io...»
«Per Dio, arrestatevi, madre... — Io! — Qual demonio vi caccia questo pensiero nella mente? — Conoscete voi Lionardo Frescobaldi... quel nobile giovanotto che sovente usa qui in casa? Si, voi il conoscete... or egli cadde testè prigioniero, e gli hanno posto il riscatto addosso di mille fiorini d'oro: ora nel pensiero di torli in prestanza da altri la mia anima geme per immensa amarezza. — Oh! casa Antinora decaduta, quanto t'era lieve un giorno trovare nei tuoi forzieri mille fiorini d'oro!...
La vecchia madonna declinò il braccio e sciolse un sospiro; poi strinse in amplesso amorosissimo il Morticino esclamando:
«Sangue superbo — e figliuol mio! tu sei la mia consolazione... Aspetta...»
Vacillando si accostò a certo mobile volgarmente chiamato inginocchiatoio, che i nostri padri solevano tenere a canto del letto quando i nostri padri credevano ascoltasse qualcheduno nei cieli la loro orazione, — e, la manca appoggiata sull'angolo, si piega a stento e solleva il piano dello scalino; — quivi prendendo uno scrignetto, lo porta a gran pena verso il figlio, — glielo ripone nelle mani aggiungendo:
«Prendi, Giovanfrancesco; io gli aveva serbati per qualche estremo bisogno della vita... sento che la vita mi manca, e tra poco non avrò più bisogno di nulla: — quando pure la vita mi restasse a percorrere intera, questo mi sembra caso di spendere l'ultimo soldo; — l'onore della stirpe!... Spero che basteranno; — or volgono forse cinquanta anni che non gli ho annoverati, — quanti essi sieno ignoro... ma spero che basteranno. Va... lasciami in pace... — e non farmi più così paurosamente aprire le palpebre... le tengo chiuse per insegnare loro a morire.»
Il Morticino degli Antinori nella sala di casa sua attendeva a contare; aveva noverato fino a cinquecento, quando palpitante di ansietà gittò uno sguardo cupido nello scrignetto per vedere se bastassero... gli parve di sì... riprese a contare — seicento; riguarda e si conferma nella speranza; — settecento; — ottocento; — se pochi ne mancano, saprà ben egli dove trovarli; — novecento... e quell'orgoglioso Castiglione... avrebbe voluto avvilirlo... e, oh dolore! egli avrebbe dovuto piegare l'anima all'avvilimento... lo avrebbe fatto, — e si sarebbe poi ucciso... — adesso... oh ineffabile esultanza!... novecento novantanove... mille!
Un fante sollevando l'arazzo teso a guisa di portiera davanti alla porta principale della sala gridò:
«Messere Dante da Castiglione.»
«Ben venga il Castiglione — ben venga.»
Dante inviluppato dentro largo mantello bruno s'inoltra taciturno e, posato sopra una tavola certo sacchetto di danaro, si riduce a favellare coll'Antinori nel vano di una finestra:
«Morticino, io non so perchè voi mi portate rancore; avete torto: — io vi amo, e voi pure dovreste amarmi. Voi avete un nobil cuore, — e non è vile il mio; — l'uomo soffre tanto nell'odiare!... più che non tormenta egli è tormentato. — Tali angosce seminano su la nostra vita le infermità, le sciagure che davvero, per essere infelici, non fa mestieri aggiungervi dolori con le nostre mani. Porgetemi, via, la destra; siamo fratelli... e come fratello, ecco io vi offro parte del riscatto del Frescobaldi; ma che dico, vi offro? Non è concittadino mio come vostro, non compagno di arme, non amico? Dovevo dunque contribuire anch'io e contribuisco... ho recato meco cinquecento fiorini.»
«Messer Dante, tanto mi fu la fortuna benigna che me non volle condurre come Provenzano Salvani alla estremità di stendere il tappeto in piazza per raccogliere danari. Io non dovrò tremare per ogni vena onde trarre di prigione l'amico[184]. La casa Antinora non ha mestieri raschiare il campo d'oro dell'antica sua arme per riscattare Lionardo Frescobaldi[185]. Non sarà detto che alcuno della mia famiglia abbia arrossito dinanzi all'avaro mercadante.»
«Però», interruppe sorridendo il Castiglione, «i vostri maggiori e voi siete scritti sulla matricola dell'arte dei vaiai.»
«Così porta la costumanza barbara; non per tanto, mano di Antinori da secoli non tocca libri di ragione commerciale.»