«Del Benintendi è figlia!» con urlo spaventevole replica il Bandino,...Cap. XII, pag. 308.
«Del Benintendi è figlia!» con urlo spaventevole replica il Bandino,...Cap. XII, pag. 308.
«Industria fa ricchezza, superbia fa ozio e povertà: ed un mercante in piedi, messer Giovanfrancesco, vale assai più di un gentiluomo genuflesso. La casa Castigliona attese sempre alle pratiche della mercatanzia nè si crede tralignata per questo.»
«Voi, sì... ma voi...»
«Noi fummo, o Antinori, dei primi ad abitare la cerchia antica di Fiorenza; rammentatevi che noi nasciamo dai Catellini, cui Cacciaguida, l'avolo dell'Alighieri, trovavagià nel calare illustri cittadini: — la mia casa credo valga la vostra; ma via, diamo fine a siffatto ragionamento. Io meco stesso mi vergogno andarmi trattenendo in simili quisquilie. Che direbbe di noi un buon popolano udendo le nostre parole?»
«Direbbe lui essere uomo di piccola nazione, — noi gente di alto affare e baroni...»
«Piaccia a Dio che i difensori della libertà di questa nostra repubblica non vi assomiglino! — Noi, Morticino, c'intendiamo assai meglio sul campo.»
«Erano tutti vostri i fiorini che presumevate donarmi, Dante?»
«Se gli aveste accettati, vi avrei detto la metà appartenere a Ludovico Martelli...»
«Ah! Ludovico, — il Guido Cavalcanti dei nostri tempi; — che fa egli del continuo tra le arche dei defunti?»
«Ricordatevi quello che fu risposto a Betto Brunelleschi[186].» L'Antinori sentì l'amara allusione e, immaginando vendicarsene, condusse Dante innanzi alla tavola dov'egli aveva annoverato poc'anzi i mille fiorini d'oro, e quasi trionfante glieli accennando con la mano tesa gli disse:
«Voi lo ringrazierete in nome mio, — ed a voi pure gran mercè, — e al tempo medesimo gli riferirete che in qualche suo bisogno mi sarà grato sovvenirlo; lo stesso sia detto per voi...»
«Ed io mi dichiaro obbligato alla buona volontà vostra; dico buona volontà, perchè la mano che miete e non semina, presto si trova a stringere vento. — Addio, Morticino», riprese Dante gittandosi su la spalla il lembo del mantello e riprendendo i suoi fiorini; «però persuadetevi che nel presentarvi questa moneta, ebbi volontà diversa della vostra quando la ricusaste.»
«Dio vi abbia nella sua santa guardia, messer Dante», — e in atto di ossequio lo accompagnava fino alla porta. — Dante all'improvviso tornando indietro:
«Morticino», favella, «togliete compagnia andando al campo; badate, prima di pagare il vostro danaro: vi sta di contro un traditore, nè l'antica infamia si getta giù dall'anima come una cappa logora...»
«I miei trent'anni, vedete, non me gli sono mica giocati alla bassetta nel mondo; so distinguere anch'io le vecce dalle lanterne; non per tanto mi vi si professo tenuto dell'avvertimento.»
E quando l'Antinori ritornò solo nella stanza, spiccò un gran salto, proruppe in risa, si fregò forte ambe le mani; esultava di pazza gioia.
«Oh! la conosco pur troppo la tua volontà, campanile di carne... tu intendevi avvilirmi... calcarmi sotto a' piedi... e lo avresti fatto, se l'ingegno stesse in paragone della mola. Tu mi avevi apprestata una vivanda amara, — io te la ritorno confettata di aloe... mangiala intera. Oh! se costui non fosse, la gioventù fiorentina mi terrebbe capo e principale costui mi si para davanti e toglie agli altri la vista di me, e me l'altrui... A tanti colpi di generosità, sotto i quali costui pensa prostrarmi, bisogna pure che un giorno o l'altro io corrisponda con un buon colpo di pugnale! — O madre mia, tu oggi mi hai generato un'altra volta! — Ora tu puoi morire a bell'agio. — Tu mi donavi vita, superbia e tutti i tuoi danari... a che più oltre ti trattieni nel mondo? Lacrime non posso dartene, perchè tu mi davi il cuore, — splendidi funerali nemmeno, perchè mi davi i tuoi ultimi danari.»
Aveva tolto seco un mulo ed un fante, portava in cima alla picca il pennoncello bianco e camminava, lieto cantando, verso il campo imperiale. Giovanfrancesco Antinori superbiva nel pensiero di ricondurre Lionardo a Firenze, vedeva le genti affollate sul cammino, udiva le sue lodi; era insomma contento. E fra le gioie dell'orgoglio s'insinuava ancora alcun poco di affetto pel giovine Frescobaldi. Non occorre mai notte tanto nera che in parte non mostri qualche raggio di stella, così ogni anima comechè trista, rammenta ad ora ad ora la sua origine divina. L'anima un giorno si sveglia su questa terra legata al corpo, come il condannato alla gogna; la pigra bile o il sangue ardente del suo compagno la rende malinconica o irosa, le apre la via della gloria o le porte del bagno; — povero intelletto relegato dentro un cervello umano! La vita è una battaglia continua tra le passioni che ci vengon dalla terra e l'anelito dello spirito verso i suoi sublimi destini. — Io vi domando perdono, signori, se qualche volta mi perdo in disgressioni: il racconto, lo vedo bene, allora non avanza, e sopratutto ciò non succede senza offesa delle sane regole della critica. Ritorno al soggetto.
Giovanfrancesco Antinori, giunto ai piedi della bastite nemiche, vide ad un tratto abbattere meglio di venti archibugi ed accostare le corde fumanti ai foconi; onde, sollevato il pennoncello gridò:
«Messaggero! — Rispetto al messaggero! Chiamatemi il capitano Giovanni da Sassatello, e ditegli che venga col prigione perchè il riscatto è pronto.»
Il giorno toccava i gradini ultimi del crepuscolo; il cielo si era mantenuto pioviginoso e tinto in grigio: a qualche distanza appena vi si vedeva.
Mostrandosi da' bastioni fino a mezzo petto, Giovanni da Sassatello domandò:
«Chi è che mi vuole?»
«Capitano Giovanni, ho qui meco i mille fiorini, — rendetemi il prigioniero.»
Qui apparvero due altre figure dietro al Sassatello; una di quelle era Eustacchio unico suo figlio, l'altra il Frescobaldi; questi pareva stanco o ferito, perchè stava abbandonato fra le braccia del figlio del capitano Giovanni, il quale con infinito amore lo sorreggeva.
«Di gran cuore, messere Antinori; se non che l'illustrissimo principe ha fatto chiudere di buona ora le porte del bastione e volle la chiave presso di sè, onde non trovo modo per uscire fuora...»
«Poco importa: fate scendere il prigione giù per una scala e poi vi manderò su per una corda il danaro.»
«Prima il danaro.»
«Prima il prigione.»
«Dio vi mandi la buona notte. — Andiamcene, Eustacchio...»
«Capitano, ascoltate... non partite... componiamo; mezzi prima mezzi dopo restituito il prigione.»
«Questi mi paiono compromessi da trecconi: — di più nobil sangue e di più gentile intelletto io vi stimava, messere Antinori.»
«Or via, calate la corda, e vi manderò il danaro...»
«La corda a un punto io calerò e la scala.»
Così fu fatto: — ebbe il Sassatello i fiorini; Eustachio sollevando Lionardo, lo pone su la scala, ve lo adatta, lo lascia. — Ah! tracolla giù di un colpo ai piedi del bastione.
«Per la santissima Annunziata», urla il fante dell'Antinori, «messer Lionardo è morto!»
«Morto! come morto?» ripete forsennato l'Antinori.
«Vi aveva forse promesso rendervelo vivo?» forte ridendo diceva il Sassatello; «il patto era renderlo, ed ecco, io l'ho reso; adesso vi darò anche la giunta. — Eustacchio, fa di non mancare quel gaglioffo fiorentino.»
Balenò un archibuso; — l'Antinori si sentì tocco dalla palla, ma senza dolore: — volle parlare, e non potendo, si morse le mani: — una striscia di fuoco gli solcò la guancia, — cotesto fuoco era una lacrima: — la ribevve; — non una stilla deve sgorgargli della immensa sua rabbia. — Propone avventarsi alla scala, salire sui bastioni, inebbriarsi nel sangue del traditore: ma, bersaglio a cento archibusi, sarebbe certamente rimasto ucciso; — mentre vuol muovere un passo la terra gli manca sotto, e stramazza.
Il fante, posti su le groppe del mulo il cadavere del giovane Frescobaldi e il Morticino ferito, riprese mesto la via di Firenze.
Egli era uno spettacolo pieno di compassione vedere sul declinare del giorno due nobili e valenti cavalieri pendere l'uno ucciso, l'altro mal vivo a traverso le groppe di un somiero, e dietro loro il fante che sconsolato recitava le preghiere dei defunti.