CAPITOLO DECIMOQUINTOANDREA DEL SARTO

Oh! mercadanti, avaro, crudo sangue,Quale han patria, qual legge e quale Dio,Tranne il guadagno?...Edoardo Fabbri,Sofonisba.

Oh! mercadanti, avaro, crudo sangue,Quale han patria, qual legge e quale Dio,Tranne il guadagno?...Edoardo Fabbri,Sofonisba.

Oh! mercadanti, avaro, crudo sangue,

Quale han patria, qual legge e quale Dio,

Tranne il guadagno?...

Edoardo Fabbri,Sofonisba.

Se a Roma io fossi uscito dagli Scipioni, già non mi sarei gittato dalle finestre per questo. Adesso corre l'andazzo di tenere in nonnulla i padri e gli avi: a me sembra spregiare troppo i maggiori ostentazione uguale a quella di pregiarli troppo. Chi più si sbraccia a maledire una cosa, più si avvicina a desiderarla: sentenza antica, e perciò appunto vera. Il conte Vittorio Alfieri, prossimo a conchiudere la vita scriveva lettera a certo altro Alfieri di Sostegno, nella quale seco lui rallegrandosi per la nascita del suo primogenito, terminava con queste parole: e «E tanto più me ne congratulo in quanto che ho potuto a chiara prova comprendere come, per quanti sforzi che la plebe faccia, non riesce mai aconseguire l'altezza dei sentimenti, retaggio esclusivo di noi generati da nobile sangue.» Voi potrete trovare questa lettera stampata nel giornaleL'amico d'Italia(Iddio ci liberi da amici siffatti!). E non pertanto questo conte Alfieri è quel desso che in altri tempi flagellò acerbamente i patrizii col verso famoso:Or superbi, ara vili, infami sempre.— L'Alighieri sentiva della nobiltà da profondo intelletto quando cantò:

O poca nostra nobiltà di sangue,Se glorïar di te la gente faiQua giù, dove l'affetto nostro langue,Mirabil cosa non mi sarà mai:Che là dove appetito non si torce,Dico nel cielo, i' me ne gloriai.Ben se' tu manto che tosto raccorce;Sicchè se non si appon di die in die,Lo tempo va dintorno con le force.

O poca nostra nobiltà di sangue,

Se glorïar di te la gente fai

Qua giù, dove l'affetto nostro langue,

Mirabil cosa non mi sarà mai:

Che là dove appetito non si torce,

Dico nel cielo, i' me ne gloriai.

Ben se' tu manto che tosto raccorce;

Sicchè se non si appon di die in die,

Lo tempo va dintorno con le force.

La lunga serie di personaggi incliti nella medesima famiglia induce maggiore obbligo nel postero di continuare la splendida via tracciata da quelli. La condizione apposta da Dante è necessaria, onde la gentile prosapia si abbia a tenere in pregio appresso la gente. In nessuna epoca come nella nostra vedemmo il poco conto si debba fare delle ingiurie buttate dalla plebe in faccia alla nobiltà. Finchè durò duro l'impero di Napoleone, seguì per via dei matrimonii un cambio continuo tra nobiltà e danaro, ed anzi egli ne fece argomento della sua politica governativa[187]. Quante fraudi di mercante non ricoperse un mantello di duca! Ai giorni presenti voi conosceste l'aristocrazia dei mercanti: ditemi di che cosa vi seppe cotesta aristocrazia? più che innamorato alle sembianze della donna diletta, il mercante si strugge dietro alla frazione di una moneta. Delle cose cattive la pessima, l'uomo cambiale; arido quanto una cifra, nulla abborre, purchè possa moltiplicarsi; calcolatore di fame, di peste e di sangue, egli senza scelta comprende i tre flagelli del profeta Natan. L'anima del mercante, meglio che quella dello stoico, non ha manichi; — tu non sai da qual parte afferrarla. I nobili di sangue, fatui, se vuoi, e ridicoli e nulli, pur ti verrà fatto esaltarli con gli esempi paterni. Or via, immaginatevi un po' un gentiluomo e un mercante, entrambi accomodati nel proprio gabinetto; — entrambi se ne stanno seduti davanti al fuoco, entrambi posero sopra il camino la immagine del defunto genitore. Un infelice stretto dal bisogno ecco picchia alle porte che il Parini chiamòarduee domanda soccorso. Il gentiluomo (mi pare udirlo) di subito dirà: — Dio l'aiuti(modo civile che significa — caschi morto di fame)! Ma il vecchio servo, nato in casa, che ha tenuto sulle ginocchia il padrone e si reputa affisso irremovibile del palazzo a un dispresso come gli arpioni della porta maestra, alzerà gli occhi al ritratto dalla parrucca impolverata, vestito di stoffa a rose, con lettera alla mano diretta alla nobilissima dama la contessa sua moglie ed esclamerà: Il conte Alamanno buona anima non rimandava mai i poveri con Dio senza l'accompagnatura di un bello scudo nuovo di zecca. E il gentiluomo guardando il ritratto, gli parrà come vederlo assentire a quella lode postuma, e cinque volte sopra dieci porrà mano alla borsa e darà lo scudo. Forse lo moverà superbia, imitazione o che altro; sarà come volete ma darà lo scudo. Il mercante invece non darà nulla: il servo preso ieri, pauroso di esser cacciato domani, oggi non dirà nulla; se alzerà gli occhi al ritratto, contemplerà un volto acerbo come un conto di ritorno, piacevole quanto la cambiale protestata. Nella casa del mercante si assomigliano tutti; le generazioni paiono canne aggiuntate; meno la legatura che forma il passaggio dall'una all'altra, sono tutte eguali. L'avo fu uomo che di quattro diventò sei, il padre di sei si moltiplicò in dodici, e via discorrendo. Qualunque azione del mercante va sottoposta a calcolo. La troppa virtù nuoce, perchè gli uomini se ne prevarrebbero a danno del rispettabile mercante; la poca virtù nuoce eziandio, come quella che mena in luogo dove si lavora pel pubblico; però lascerà scritto il padre mercante al figlio mercante nei suoi ricordi mercantili;abbi virtù quanto basta per non andare a bastonare i pesci.Ogni cosa il mercante stima a prezzo: certuno di loro udendo favellare intorno alle maravigliose conseguenze del sistema di gravitazione scoperta dal Newton, interrogava quanto rendesse per cento! — Dei governi i mercanti reputeranno ottimo quello non già che maggiore somma di libertà concede, sibbene quello che minore somma di danaro domanda; delle religioni suprema quella che gl'idoli ha d'oro, e i sacerdoti celebrano la Messagratis; tra quanti miracoli operò Gesù Cristo, uno solo gli rapisce in estasi: — la moltiplicazione dei pani e dei pesci. Dunque, delle due aristocrazie parmi meno funesta e laida e contennenda quella del sangue: molto più che questa puoi spegnere quanto ti piaccia; per provvedere all'altra del danaro, ti torneranno corti i consigli.

Con maravigliosa volubilità di parole tutte le riferite cose mi favellava il marchese di Piuma, mia conoscenza antica, in proposito della lettura ch'io gli feci ieri del seguente capitolo, e concludendo interrogava:

«Che ve ne pare? Non è egli vero?»

Ed io, che fin lì mi era dilettato a tracciare col dito dei numeri sopra la tavola, alzai il capo e risposi:

«Ma... non saprei... io per me non sono nobile nè mercante... ne consulterò quanto prima il presidente della camera di commercio di questa città.»

E lo farò: — intanto ricopiando oggi mi è piaciuto metter qui le parole del marchese, come per via d'introduzione al capitolo.

Era giunta la notte alla quarta vigilia, quando Cencio Guercio con molto riguardo introdusse nelle stanze più riposte di Malatesta Baglioni quattro frati molto diligentemente nascosti in cappucci e mantelli loro. — Quegli che camminava innanzi degli altri, appena entrato, deponendo la cocolla, si mostrò qual era, Giovanni Bandino; il secondo, quantunque più esitante, ne seguitò l'esempio; il terzo rimase incappucciato, e l'ultimo, nudando il capo soltanto, dall'acconciatura delle chiome si fece conoscere per prete. — Malatesta gli accolse con un lieve declinare del ciglio; pel rimanente rimase immobile nel volto, come se fosse stato di marmo. Il Bandino ruppe il silenzio dicendo:

«Magnifico, di commessione di Sua Santità io vi presento messer Lorenzo Soderini, padre Vittorio, frate osservante di san Francesco, e messer Filippo Mannegli cannonico di Santa Maria del Fiore: penetrati tutti del tirannico governo che di presente travaglia la comune patria, si profferiscono secondo la facultà loro, per aiutarvi nella santissima impresa di liberarnela; essi vi diranno il come intendono agevolarvi la strada: se voi scorgete espediente altro migliore, voi come più savio consigliate, ch'essi vennero qui per porsi intieramente ai vostri servizii.»

Malatesta, sbirciatili così di traverso, chiamò Cencio, gli parlò sommesso nell'orecchio, e all'improvviso quindi voltatosi al Soderini, gli domandò:

«Avete voi commessioni speciale da papa Clemente?»

«Sì, certo: eccovi lettera di credenza, strenuissimo messere Malatesta.»

Il Baglioni prende la carta, la guarda e, senza restituirla, soggiunge:

«Sta bene: — e voi altri?»

Il frate e il cannonico risposero:

«Noi non abbiamo ordine in iscritto, ma ricevemmo la commessione a voce, come può farvene fede messer Giovanni Bandini.»

«Sta bene. — Or ditemi voi, cannonico Mannegli, ed in qual modo disegnate avvantaggiare le cose del papa a Fiorenza?»

«Fin qui non ho mancato di tenere ragguagliato di quanto alla giornata accadeva in città il magnifico signor commessario Baccio Valori, mettendo con non minore pericolo che arguzia le lettere nella balestriera lungo terra presso Porta San Gallo: nei casi subiti lo avviso il dì con una sargia, o lenzuolo, o fumata dal comignolo della cupola di Santa Maria del Fiore; la notte co' fuochi, come or non ha molto lo avvisai nella occasione della sortita del signore Stefano Colonna e del capitano Ferruccio.»

«Non mi parlate di quanto avete fatto, sibbene di quanto potrete in séguito fare, spacciatevi; il tempo incalza, ed è periglioso il ritrovo.»

«I sacerdoti detestano il reggimento popolano; la Chiesa vedono offesa, e ne gemono; le sue sostanze contemplano dilapidate, e ad ogni patto poranno argine a queste empie rapine.»

«Sta bene: voi non potete amare i repubblicani eglino hanno troppo letto l'Evangelo. Ma in che cosa consistono gli aiuti co' quali vi proponete sovvenirci?»

«Noi dai confessionali bisbiglieremo una voce sommessa nei petti che sapranno ripeterla in piazza col fragore del tuono; noi susciteremo gli odii, semineremo la discordia tra fratello e fratello, porremo la spada tra padre e figliuolo; se la vita di un uomo impedisce il proponimento vostro, noi potremo darvi qual più vi piace, o Giuditta, o Ehud, — che recava i messaggi di Dio sopra la punta del coltello[188].»

«Voi mi parlate come se al mondo non fosse comparso Martino Lutero. — Dov'è la vostra vantata potenza, poichè egli dimostrava avere da gran tempo Gesù Cristo fatto divorzio dalla Chiesa?»

«Voi v'ingannate; noi siamo tuttavia più che voi non credete potenti; il nostro regno durerà ancora per molti secoli: l'uomo sta molto tempo nell'errore per via dello inganno, un tempo più lungo vi rimane per presunzione di non si volere essere ingannato. Il cielo parlerà in favor nostro. Gli stolti repubblicani, come narra Omero di Ulisse, chiusero i venti negli orti, e a noi con questi concessero la facoltà di suscitare la tempesta: vi parlo io oscuro? Uditemi, vi aprirò la mia mente. La Signoria, timorosa che le immagini della Madonna dell'Impruneta e di Santa Maria Primieriana in mano dei nemici capitassero, ordinava si conducessero la prima in Santa Maria del Fiore, l'altra in Santa Maria in Campo; — ora volete voi che elle piangano? che ridano? volete che sudino sangue? volete che parlino, che scompariscano, si facciano bianche, diventino nere? Noi tutto questo possiamo ed altro ancora. Le chiavi di san Pietro non ci furono per anche tolte di mano: noi possiamo a nostra posta serrare e disserrare il paradiso...»

«Ohimè! ohimè! sorridendo interrompe il Malatesta, i popoli quasi non credono più in Dio... Cristo per poco non perse il partito...»

«Non è vero, riprese il canonico; Cristo fa eletto debitamente re di Fiorenza. E poi rammentatevi, Malatesta, che se noi minaccia rovina, non per anche cademmo; e la mano dei re, comunque agonizzante, può segnare la sentenza di morte de' suoi nemici.»

«E null'altro vi avanza?»

«E parvi poco?»

«Al contrario parmi moltissimo; e voi, padre Vittorio, che cosa ci offerite di buono?»

«Chiedete. — Quanto potrete aspettarvi da un odio che non ha pari, da una rabbiosissima ira, noi vi daremo. Voi lo sentiste... l'eretico Carduccio incitare la Pratica a spogliarci dei beni di cui la carità dei fedeli ci fece dono una volta, e di cui un antico possesso ci assicurava il dominio; — e al danno aggiungendo lo scherno, egli diceva: «noi non avere amore di patria, e ad altro non attendere noi che all'ambizione ed alla utilità nostre; esser pur giunto tempo che come noi ridemmo delle stoltezze loro, così i cittadini ridessero delle nostre astuzie, ed ai comodi propri riguardassero. — Vendiamo i beni dei frati», mi suonano ancora in mente queste empie parole; «benchè chiunque nonvorrà negare il vero, confesserà che non i beni dei frati, ma i nostri si vendono, donati loro dagli antichi nostri, per tutto quello che loro avanzasse, non già nelle pompe e nei piaceri, ma in cose pie spendere si dovesse[189].» E tu potesti, senza che la terra ti si fendesse sotto i piedi...»

Malatesta, come infastidito, troncò quella parola ardente di sdegno, dicendo:

«Padre, voi predicate ai porri; e sì che dovreste sapere a che passo menarono le prediche sole di frate Girolamo Savonarola.»

«Io so che i frati di san Francesco lo menarono al supplizio.»

«Or via, stringiamo il discorso: che cosa farete?»

«Tutto: noi sopporteremo ancora le stimmate del nostro serafico fondatore...»

«Bel principio ad operare sarebbe, in fè di Dio, impiagarci le mani e i piedi!... Frate, va a farti medicare il cervello.»

«Malatesta, noi oseremo più di quello che voi non immaginate; introdurremo nel nostro convento i soldati del pontefice vestiti da frate, — noi appiccheremo il fuoco alla città, — noi faremo suonare nella notte tutte le campane, — noi inchioderemo le artiglierie, — mescoleremo veleno nelle farine e nell'acqua...[190]»

«E voi messer Soderini?» lo fissando di repente nel volto interroga il Baglioni.

«Io!» risponde questi, il quale per le cose udite si era rimasto stupito: — «ma... dopo il veleno, la strage e gl'incendii, null'altro mi avanza a fare, se non che seppellire i morti.»

Malatesta e il Bandino non si poterono tanto reprimere che entrambi in un medesimo punto non iscoppiassero in altissime risa. Poichè alquanto si furon rimessi, il Baglioni proseguì con queste parole:

«Ciononostante parlate.»

«Io sono dei grandi: gran parte avemmo nel governo dei Medici, lo desiderammo intero e mutammo reggimento; il popolo ingrato ci ha tenuto a vile e, non che piegarsi docili davanti a noi, si levò in superbia e ci ha tolto anche quella parte che possedevamo un giorno. I nobili sentirono come propria la ingiuria con la quale mi offese Francesco Ferruccio, quando io me ne stava commessario a Prato. Cotestui, pur dianzi a tutti ed a sè stesso oscuro, uso a servire in bottega, per carità riscattato dalla prigionia degli Spagnuoli dal mio consorte Tomaso Cambi[191]; costui, dico, ardiva al cospetto dei soldati sostenermi in volto ch'io non intendeva la milizia e che badassi alla mercatanzia[192]. I nobilihan fermo di vendicare l'ingiuria e non sopportare altro strazio: conosco gli umori; mi sono note le voglie; io mi porrò a capo dei grandi... nissuno meglio di me lo potrebbe: io nasco di casa Soderina... voi lo sapete.»,

«Io so due cose della vostra famiglia, messer Lorenzo», favellò il Malatesta; «che Piero giunto a capo del reggimento non lo seppe tenere e adesso vive misera vita a Vicenza; e l'altra cosa da me conosciuta si è questa, che l'arme vostra troppo apparisce ornata per abbisognare di altro fregio[193].»

Sentì il Soderini acerbissima la plebea contumelia e, forte commosso, stava per darle convenevole risposta, allorchè si udì dalle stanze contigue la voce di Cencio Guercio che gridava:

«I magnifici signori Dieci di libertà e pace...»

«I Dieci!» esclama Malatesta, «noi siamo tutti morti.»

«Misericordia! i Dieci!» ripresero a coro gli altri, tranne il Bandino, che disse:

«Non mi avranno vivo.»

E mentre queste diverse espressioni si manifestavano in un punto, il Baglione affrettandosi a fuggire rovescia la lampada, che cadendo si estingue.

Succede un buio pieno di paura, un silenzio rotto soltanto dallo stridore di denti dei ribaldi traditori, i quali ad ogni istante temevano rischiarate quelle ombre e vedere il primo raggio di luce riflesso sopra la spada del carnefice.

Quel buio alfine sparì, e la luce non rivelò il taglio della spada, sibbene il riso del Malatesta e del suo compagno, Cencio, i quali soprastettero alquanto a contemplare la burlevole scena.

Il frate si era rannicchiato sotto il letto del Baglione, il canonico sopra, dove si teneva avvolto il capo nelle lenzuola non altrimenti di quello che si facciano i fanciulli allorchè temono per la notte il fantasma o la versiera; il Soderini poi non si trovava in qual parte si nascondesse: il terrore gli aveva rattrappito le membra; fatto gomitolo di sè, si cacciò tra i piedi della tavola e vi si ricoperse col tappeto. Solo il Bandino con la daga nuda alla mano apparve atteggiato come uomo che vuole e sa morire combattendo.

E Malatesta beffardo incominciò:

«Fuori, canonico, che puoi vergare la sentenza di morte di tutti i tuoi nemici; — fuori, frate, che inchiodi le artiglierie e incendii la città; Lorenzo Soderini, se intendete essere la bandiera intorno alla quale si denno raccogliere i malcontenti, mostratevi almeno sopra la terra. — Uscite dalla mia presenza, codardi! — Io ho voluto conoscere la vostra mente e le vostre forze: — se non ordino che v'impicchino per la gola quanti siete, questo è perchè non valete la spesa del capestro. Poichè le finestre del palazzo ebbero il pregio di tenere sospeso l'arcivescovo Salviati, io non vo' bruttarle col corpo di te, frate Rigogolo[194]. Sciagurati! Le formiche che vivono tra le cavità della querce avranno potenza di abbatterne i rami? Voi avete delle rane la voce importuna e la stanza di fango; rimaneteci, — a voi non è lecito uscirne. Tu, canonico, torna alle immondezze della tua vita; tu, frate, a distribuire la broda ai poveri affollati alla porta del tuo convento; — di te mi prende compassione e ribrezzo, Soderini, un forestiero t'insegna carità per la patria; Fiorenza sempre onorò la tua casa, e tu macchini insidie a tradirla. Uscite, sgombrate la casa mia, e sappiate che Malatesta Baglioni è quanta fede si ritrova nel mondo.»

Il Soderini non sapeva districarsi, e fu mestieri aiutarlo, e insieme agli altri poveri congiurati, a capo basso, la rabbia nel cuore, uscì da cotesto luogo maledetto.

Quando furono giunti in parte dove non poterono essere sentiti, frate Vittorio fremendo favellò:

«Ah! volpe perugina, se non giungo a renderti pan per focaccia, rinnego anche Cristo.»

«Bisogna», riprese il canonico, «corrompergli lo scalco e fargli mescere un bicchiero di buona acquetta di Perugia; — non può aversene a male, — ella è roba del suo paese[195].»

«Voi siete una perla per immaginare, ma e' converrebbe metteste fuori il danaro.»

«Santa Maria! io non potrei trovare un quattrino neanche se me lo pagaste un ducato; — mettetelo fuori voi.»

«Se le monete di cuoio andassero, mi taglierei gli usatti.»

«Perchè non levate la corona d'oro alla Madonna che avete sull'altare maggiore?

«Voi mi tenete per Calandrino, via! Questo fu fatto or corrono bene dieci anni, e con quella corona di ottone non sembra meno miracolosa alla gente.»

«O le lampade!»

«Tutte di rame.»

«Allora udite, — scriviamo un'accusa e tamburiamolo per traditore.»

«Oh il valentuomo! voi vi meritate una ghirlanda...»

«D'oro — per cambiarmela d'ottone.»

E si separarono; ma il canonico attese subito a mettersi in salvo e abbandonò la città; il frate ebbe lo stesso pensiero, se non che differiva porlo in esecuzione il giorno veniente, e, per le vicende che accaddero gli sfuggì l'occasione: nessuno di loro curò tamburare il Malatesta.

Al Soderini, gonfio d'ira e di superbia, non venne in mente cansarsi; si ridusse a casa, dove la povera sua madre non chiuse occhio tutta la notte per aspettarlo, e quando lo vide così turbato,

«Lorenzo», gli disse, «badate a non darmi qualche dolore in questi ultimi giorni di vita. Rammentatevi sempre che i Soderini attesero anche con loro pericolo al bene della patria.»

«Madre mia, Fiorenza attende il suo liberatore, e l'avrà.» Poi andò a giacere e sognò di salire sopra un gran palco in piazza, dove i popoli erano accorsi a vederlo. La mattina veniente allorchè si risvegliò risovvenendosi del sogno, seco stesso diceva: «Prima o seconda, questa mia testa è nata per alti destini.»

Infatti il sogno non lo deluse; la fortuna gli apparecchiava un destino alto.

Il Malatesta, poichè si furono allontanati costoro, facendo bocca da ridere, così favella al Bandino:

«Di tutto questo che parvene, messere Giovanni?»

«Parmi che dovrei darvi di questa daga sul capo.»

«In fè di Dio! voi avreste torto;» e sì dicendo il Baglione si allontana; «io piuttosto, e a ragione, dovrei dolermi di voi; chi diamine mi conducete davanti per cospirare? un frate e un canonico. Oltre il cattivo augurio che portano seco gente siffatta, sapete voi chi essi siano e quello che valgano? Uomini di perdutissima vita, privi di ogni bene di fortuna, così che la corda che gli appiccasse rappresenterebbe loro l'unica proprietà da essi mai posseduta nel mondo. Se avessi vite quante maggio ha foglie, io non ne porrei una all'avventura con loro. E quell'orgoglioso Soderini! Davvero l'epitafio scritto da messer Macchiavello per Piero Soderini ancora vivente si addice a tutti i membri della sua stolta famiglia. Al limbo i bambini, e non con noi per impresa di tanto momento. Voi almeno siete un uomo, voi, e nelle vostre braccia mi affido come in porto di sicurezza: — vedete in qual modo mi ha concio l'infermità non pertanto io fui un giorno, come voi, di persona prestante, e così come sono piaccionmi gli arditi.»

«Costoro molto avevano promesso, e il papa vi contava non poco.»

«Antico errore nei fuorusciti, sperare troppo nei vanti di chi meglio ne lusinga la passione.»

«Però ormai erano partecipi della congiura e se non potevano giovare, disprezzati potranno ben nuocere.»

«Guai a loro! Essi portano addosso la sentenza di morte. Domani,quando abbuia, nei tamburi di Santa Maria del Fiore io farò gittare dai miei fidati copia di spiagioni segrete a carico loro; prima che la vipera morda, le torrò i denti.»

«Chi vi assicura non vi prevengano nell'accusa?»

«La viltà loro. E poi essi hanno prova della mia fede, io invece posseggo la prova del tradimento loro. Or dunque accostatevi, concludiamo.»

«Sì, via, concludiamo, che al papa paiono mille anni di ritornare in palazzo.»

«Adagio ai me' passi; pure io m'ingegnerò a soddisfare le sue voglie. Uditemi; conviene guadagnare alle nostre parti uno di questi due cittadini, Francesco Carduccio, o Zanobi Bartolini.»

«Francesco Carduccio!»

«Ma Francesco Carduccio, comechè prudentissimo, si è scoperto troppo vivo per la parte degli Arrabbiati; la reputazione di cui gode gli viene da siffatta avventatezza; se domani si mostrasse un tantetto moderato, si demolirebbe con le proprie mani; quindi non favelliamo più oltre di lui.»

«Aggiungete ancora ch'ei non si lascerebbe comprare.»

«Tutto si compra, figliuolo mio; passioni, piaceri, vite, in somma tutto, inclusive la remissione dei peccati e l'entrata nel paradiso; i tesori delle indulgenze superano di assai i tesori di questa terra...»

«Non obliate, soggiunse ridendo il Bandino, che voi discorrete con l'ambasciatore della Santa Sede Apostolica.»

«Anzi io diceva così perchè troppo bene me lo rammentava. Rimane messer Zanobi; astuto, arguto, nei casi umani ricercatore sottilissimo e, come voi altri Fiorentini vi dite, bagnato e cimato: in lui pertanto vuolsi riporre ogni fidanza; i nobili gli fanno capo come a principale rappresentante, pendono dai suoi consigli, quanto egli vuole vogliono: ama la patria, ma più sè stesso ama; di animo gagliardo, ambisce il governo; assicurandolo che gran parte otterrebbe del nuovo stato, fingendo eleggerlo arbitro del futuro reggimento di Fiorenza, giurando mantenere salva la libertà della patria...»

«Questo è ciò che vuole mantenere papa Clemente.»

«Vi ho io forse detto che mantenga? Ho detto giuri. Il sommo pontefice può sciogliere dal giuramento con maggiore agevolezza che non iscioglie il fiocco del suo piviale.»

«Ma quel vero cignale del Bartolini che sempre tiene chiusi gli occhi e pensa sempre, lascerà cogliersi al laccio?»

«Molto pensa, più molto dorme; e poi non si dà uomo per quanto scaltro si sia, che non s'induca a credere quello che desidera; altrimenti per virtù di esperienza, ch'è vecchia e la sa lunga, gli uomini commetterebbero più errori in questo mondo?»

«E qual provvedimento consigliereste voi per placare questo cerbero?»

«Una bolla col suggello del pescatore, una promessa in buona e valida forma giurata dal commessario pontificio messer Baccio Valori, sarebbe l'ingoffo...»

«Ebbene, dov'è andato il brigantino vada la barca. Capitano Corrado, giuoco lo stipo.»Cap. XIII, pag. 319.

«Ebbene, dov'è andato il brigantino vada la barca. Capitano Corrado, giuoco lo stipo.»Cap. XIII, pag. 319.

«I Dieci!» si ode gridare nella stanza precedente; e poi entrando affannoso Cencio Guercio,

«I Dieci, per Dio!» replica, «questa volta sono davvero, — mettevi in salvo.»

«Or non corre stagione per tue giammengole, Cencio: serbale a tempo più acconcio.»

«In verità... io non so sopra qual cosa giurare... quanto è vero che l'inferno ci aspetta... i Dieci domandano di voi.»

«Lasciami in pace: va...»

«Il caso urge per modo ch'io mi farò lecito penetrare nella sua camera da letto...»

«Un momento, messer Carduccio,» — urlava Malatesta adesso allibito e tremante, udendo le riferite parole; — «un momento solo... la decenza desidera che non venghiate qua oltre... io sono da voi.»

E, come meglio poteva aiutandosi della persona, accorse nell'antecedente stanza, dove il Carduccio in compagnia di altri quattro del magistrato dei dieci era entrato. Messer Francesco, gittando uno sguardo così alla sfuggita sul Malatesta e lo veggendo tutto disfatto, incominciò:

«Dio vi mandi il buon giorno, magnifico messere capitano generale; — ond'è che siete in volto più bianco che lenzuolo di morto? Vi sentireste male per avventura?»

«Le mie infermità mi concedono piccola salute, messer Francesco onorandissimo; pure ho fede nella Beata Vergine mia speciale avvocata, che tanta pure me ne rimanga da vedere questa patria tornata nello antico suo stato.»

«Avvertite, messere Malatesta, che due furono nei tempi trascorsi i reggimenti di Fiorenza, repubblica e principato; spiegatevi meglio, onde il cielo non prenda errore nei vostri voti; io gl'intendo benissimo e so che volgono alla repubblica. — Però temo non abbiate riguardo... così infermo passare la notte vestito! davvero...»

«Questo abito io presi nei campi; allorchè il nemico sta di fronte prudenza insegna si trovi apparecchiato il capitano; un momento perduto può dare al nemico o a voi vinta la impresa. Ma narrare a voi cose siffatte egli è come portare i frasconi in Vallombrosa; or dite su, qual causa vi mena sul far del giorno alle stanze del vostro capitano generale?»

«Ci hanno gli scorridori nostri portato sicura novella essere già comparsa in Mugello, d'intorno a Barberino, la testa del nuovo esercito, sommerà bel circa a ottomila: quattromila Tedeschi, duemila cinquecento Spagnuoli, ottocento Italiani, e lo restante cavalli; si tirano dietro venticinque pezzi di artiglieria grossa di cui parte ne concedevaloro Alfonso duca di Ferrara: portano ancora polvere e palle in gran copia. Papa Clemente, affinchè giunga questo dono alla sua patria più tostàno, ha fatto comandare per fino le mule dei cardinali...[196]»

«Ci si versano addosso tutte le forze della Chiesa e dell'impero?»

«Poco importa, strenuissimo capitano generale: quello però che molto importa si è questo, che intendendo forse il nemico di circondare la città da ogni lato, occuperà i colli di Fiesole, il piano di San Donato in Polverosa e luoghi altri consimili: ora quantunque le porte della Croce, Pinti, Faenza, San Gallo, della Giustizia e Prato siano a sufficienza munite di bastioni, e le mura abbiano argini e fosse diligentemente condotte, parve nondimeno al consiglio dei Dieci e ai tre commessarii su la difesa di Fiorenza doversi esaminare, se gli edifizii e borghi intorno alle mura potessero recare comodità ai nemici, danno a noi; e quando veramente il fatto fosse, come sembra, dannoso, siamo in tutto deliberati atterrare i borghi con ogni chiesa e casamento vi si trovasse dentro compreso.»

«Parlate voi daddovero? Rovinare quasi un terzo di città! Egli è questo negozio grave davvero e da consultarsi con maturità di giudizio: sono con voi.»

Senza metter tempo fra mezzo, tolta seco convenevole accompagnatura, di cui ormai non faceva più a meno il Malatesta, salito secondo il suo costume sopra un muletto, si condusse fuori di Porta alla Croce: prima di uscire però lasciava parte de' suoi Perugini in custodia della porta, sospettoso non fosse quello un trovato del Carduccio per escluderlo dalla città senza muovere rumore tra i soldati: e mentre ne bisbigliava sommesso l'ordine a Cencio Guercio, aggiunse con un proverbio:

«Cencio, tieni un occhio al pesce e l'altro al gatto.»

E Cencio pure con un proverbio:

«Badate a voi; che quando il vostro diavolo nacque, il mio andava ritto alla panca.»

Per ogni dove si vedeva moto, si udiva rumore; moto e rumore naturali alla maestosa onda del popolo che si agita; moltitudine di gente, munita di pali, di zappe e strumenti altri cotali, stava attendendo il comando di atterrare bellissimi edifizii, guastare ameni giardini, gioiosa così che sembrava non si trattasse della sua sostanza. Il cuore del Malatesta si commosse, ma invano, come quello del prigioniero avvinto di catene: mandò ancora un sospiro alla virtù nel modo che il leone caduto nella fossa guarda il cielo e rugge; la sua anima palpita sotto gli artigli del demonio; ormai questi v'incise la sentenza: — sei mio. —

I Dieci, i commessarii, fra i quali come capo onoravano messere Zanobi Bartolini, il Malatesta ed altri tra i maggiorenti della città cavalcarono lungo spazio di tempo, specularono i luoghi, valutarono le fabbriche, e consumata gran parte della mattina in coteste ricerche, si restrinsero poi a consulta per determinarsi a qualche provvedimento.

«Aprite il pensiero vostro, signor Malatesta», levando il capo e aprendo affatto gli occhi, che del continuo teneva chiusi o semichiusi, incominciò l'adiposo Bartolini.

«In fè di Dio! la rovina di tanti edifizii parmi una cosa matta.»

«Se pazza o savia, diranno i posteri; ma certo l'ammireranno in eterno: ora vogliamo sapere se utile...», interrompe il Carduccio.

«Un tesoro inestimabile andrebbe perduto...»

«Malatesta, cavalcando con noi per la città, avreste pur dovuto leggere su pei canti scritto con gesso o con carbone il fermo proponimento di questo popolo. —poveri e liberi[197].»

«Prima di favellare io vorrei conoscere questo proponimento in maniera alquanto più sicura che i segni di gesso o di carbone non sono...»

«Con buona licenza delle signorie vostre», prese a dire un giovine fiorentino di oneste sembianze recandosi in mezzo ai magistrati e al generale con in mano un palo di ferro, «ciò non vi trattenga dal consigliare: io sono di casa Baccelli: posseggo nel Borgo di San Gallo casamenti ed orti: se il consiglio di guastare prevale, io me ne rimarrò peggiorato meglio che di ventimila fiorini d'oro; e nondimanco se tale sarà la deliberazione vostra, tengo il palo pronto per dare i primi colpi[198].»

E poi si tacque il dabben giovane, modesto nel volto, non avendo messo nel profferire siffatta sentenza maggiore sforzo che se incontrando alcuno per via gli avesse detto: buon dì! fratel mio. — Il secolo nostro impari!

«Che ve ne pare, Malatesta?» interrogò il Carduccio.

«Indovinava papa Clemente quando non rifiniva di empire il mondo di quel suo volgare concetto: — avrebbero i Fiorentini renduto la città per paura di guastare gli orticini loro?»

Il Malatesta, prevenendo col desiderio il tempo futuro, pensò che gli sarebbe diminuito il premio del tradimento dove non consegnasse la città al papa così intera come egli gli aveva promesso; inoltre Clemente estimando ormai lo stato di Firenze come propria sostanza, gli aveva raccomandato badasse a far sì che lo guastassero meno che per lui si potesse. Il pregio, che in buon cittadino sarebbesi dipartito da carità, in lui nasceva da avarizia. A Dio non piacque mettere la sciagura tra le labbra e la tazza perocchè Malatesta raccogliendosi soggiunse:

«Lasciamo i vivi in disparte; ma l'ossa di tanti morti turbate nelle antiche sepolture andranno disperse pei campi?»

«Meglio disperse pei campi di un popolo libero che chiuse negli avelli sopra la terra funestata dalla tirannide», rispose Carduccio.

E Malatesta di nuovo:

«E i santi e Dio, cacciati dalle sacratissime loro dimore, esuleranno a guisa di fuorusciti, lontani dal paese che tanto fin qui predilessero?»

«Dio abita nei cieli; un cuore libero e infiammato nell'amore santo di patria è il miglior tempio cui egli si compiaccia abitare. Malatesta, voi sostenete tutte le parti, tranne la vostra: — voi vi mostrate mercante, e questa cura ci spetta; — voi vi mostrate tenero della nostra religione, e questa cura a noi soltanto appartiene; — siate una volta capitano di esercito, — e se come cristiano le mie parole vi turbano, sappiate che, quando i sacerdoti vollero, Cristo difese i tempii, — quando i sacerdoti vollero, Cristo vietò le immagini. — Iddio, che ha creato il mondo e le cose che in esso sono, essendo signore del cielo e della terra, non abita in tempii fatti di opera di mani[199].»

«Orsù dunque», esclamò il Baglione guardandosi prima dintorno per assicurarsi se al bisogno i suoi fidati gli stavano appresso, «or dunque, via, vi parlerò da capitano di eserciti, poichè il mio consiglio coperto non voleste comprendere. Devo io manifestare un consiglio che compiaccia alle voglie di una fazione, o piuttosto aprire l'animo mio intero, siccome me ne fanno debito il giuramento prestato e l'ufficio di buon capitano? Qui, ben lo vedo, si vorrebbe che col mio parere confermassi il partito peggiore ormai determinato da pochi uomini torbidi; a noi, alla patria ed a sè stessi stoltamente avversi; comunque la libera favella non sia ormai senza pericolo quaggiù, io sostengo iniquo il disegno di abbattere tanti edifizii e disperdere tante facultà cittadine. Noi molti di leggieri possiamo circondare di un argine il fabbricato, e quinci difenderlo con prosperità di evento: tempo e travaglio maggiore richiede la rovina dei borghi che non l'argine di cui vi favellava poc'anzi: le mure di Fiorenza poco più valgono di un argine, voi le vedrete sfasciarsi alla batteria di quattro mezzi cannoni la riparazione dell'argine riesce meglio agevole dei muri, che per essere di pietra male sapremmo dove trovarla tagliata ed acconcia a turare la breccia. Se in Fiorenza non si contiene numero di soldati bastante a far sortite, soncene però quanti bastano a difendere qualunque più larga cinta di mura. Ciò a chiara prova si conosce; qui non fa mestieri consulta; ogni uomo che del tutto cieco della mente non sia di per sè lo comprende: — ma qui si vuole precipitare il popolo, costringerlo a risoluzioni disperate per rompergli poi ogni via agli accordi, i quali, la libertà assicurandogli e il vivere largo, gli togliessero dalle spalle questa incomportabile gravezza della guerra...»

Mentre così con veemenza arringava, un uomo inviluppato nel mantello, coperto di un feltro che gl'Italiani avevano cominciato ad usare in viaggio[200]o quando pioveva, mostrando insomma dall'apparenza di essere scavalcato pur dianzi, a furia di urti e colpi di gomito, nulla badando alle male parole che gli dicevano attorno, era giunto a porsi nella prima fila di faccia al Malatesta, e quivi stava ad ascoltarlo con atti d'ira, d'impazienza e di rabbia non altramente da quello che si facciano i cavalli quando si segnano col fuoco.

Le parole del Malatesta non partorivano troppo buon frutto per lui; il popolo conosceva l'erba pel suo seme e mormorava a guisa di vento per le forre dei monti. Allora il Baglione, cacciando fuori maggior voce, aggiungeva:

«Buoni popolani di Fiorenza, fratelli miei, credete a me che vi sono amico davvero; accettate il mio consiglio e ponetelo in opera! — vedrete poi chi v'inganna: conoscerete all'occasione chi intende rimettere la vita nella difesa della patria vostra... Se non avesse disertato dalla città Michelangiolo Buonarroti, per certo si unirebbe al mio avviso; — ma ora chi sa dove mai si avvolge quel traditore...?»

«Io traditore!» urlò lo sconosciuto, gittando il cappello e rivelandosi appunto qual era nella sua rabbia sublime Michelangelo Buonarroti, «io traditore! Per dimostrarti, popol mio, che non sono traditore, ecco io ti do un consiglio contrario a quello di Malatesta Baglione, ed oltre il consiglio, io te ne do il comandamento, imperciocchè io tengo tuttavia l'ufficio di procuratore generale sopra i ripari di questa patria comune. — Mal si potrebbe difendere cinta più larga: — quanto meglio si trovano prossimi i combattenti, e più si aiutano o con mano o con voce: le antiche mura sono tali da non sofferire batteria; e prova ve ne faccia la fatica inestimabile durata dal Bozzolo e dal Navarra quando rovinarono le torri che a guisa di ghirlanda incoronavano Fiorenza[201]; ancora ponete mente che il Mugnone riempie d'acqua i fossi intorno alle mura, e questo benefizio non avremmo intorno l'argine; ancora, le mura non istanno sole e nude, sibbene molto validamente munite; oltre i puntoni delle porte, le guardano il bastione presso alle mulina, il baluardo di Santa Caterina, l'altro non meno forte alla Mattonaia, il cavaliere tra le porte della Giustizia e della Croce[202]. Giù i borghi, dai quali i nemici possono offendere la città; aprite libero il campo al fulminare delle artiglierie; non ci calga delle ville; i nostri nemici ci torranno, non che le ville, la vita: si taglino le piante, perchè, se qui tra noi rimane la libertà rifioriranno, — se invece prevale la tirannide, che Dio non voglia, uomini e cose moriranno inaridite. — V'incresce forse dei magnifici palazzi, dei vaghi edifizii? Ecco, queste sono mani che sapranno rialzarli più belli»; e baldanzoso levava in alto le braccia: «poveri ma liberi... — Ma io meco stesso mi sdegno di consumareun tempo in parole che più acconciamente dovrebbesi impiegare in opere; roviniamo i borghi, poi vi mostrerò a bell'agio la necessità di siffatto provvedimento.»

I popoli si commossero, brulicarono e si avventarono a guastare case e giardini, amorosa cura degli avi e di loro stessi. Se in cotesto istante fossero sopraggiunti i nemici, nel vedere il furore che gli agitava, non avrebbero saputo che cosa pensare; gli olivi, le viti cadevano; sbarbavano cedri, melaranci e rosai; i tempii e i palagi rovinavano; i padroni delle case e degli orti, non che si mostrassero mesti nel sembiante e mettessero guai, inanimavano gli altri, e sopra gli altri non rimettevano dallo affaccendarsi; per quelle rovine si avvolgevano tutti polverosi, sudanti, divampanti nel volto. Dante da Castiglione, Ludovico Martelli, il Busini, Lionardo Bartolini e frotte di giovani per virtù propria e per chiarezza di stirpe cospicui. Donne e donzelle si mescevano tra la folla ed emulavano, operando, i più gagliardi, seguendo la natura loro sempre estrema così nel male come nel bene; e sì che quei luoghi erano cari alla più parte di esse per soavi ricordanze di amore: lì presso a quel rosaio venne prima il diletto garzone, là in quel viale per la prima volta gli favellarono, in quell'altro la prima parola di affetto fu mormorata, — udì quel pergolato i fidati colloqui e discreto testimonio ricoperse gli amanti dei copiosi suoi pampini; e la musa sogguardando tra le rosee sue dita, ben altri atti scoperse, e brevi sdegni e liete paci, che pure potè senza arrossire, comunque vergine cantare sopra la celeste sua lira. Per questi prati fioriti vennero spesso giovani amanti e donne innamorate; e mentre l'arancio profumava l'aria del divino suo alito, la melodia degli uccelli riempiva l'emisfero come di un inno di gloria, e il cielo era azzurro, il sole maestoso nella potenza dei suoi raggi, ripensarono all'arcano desío dei loro cuori, e in quella universale ebbrezza della natura rimasero esaltati, lo abbellirono di tutto quel riso del creato; che fosse oggetto terreno e mortale dimenticarono, lo incoronarono di rose eterne, per celebrarlo adoperarono un linguaggio che, da Platone e dai poeti fiorentini in fuori nissuno altro labbro nel mondo seppe favellare poi. Amore; carità di parenti, fede di religione, — qualunque affetto taceva; — ogni potenza dell'anima legata: il pensiero della patria tiene avaramente in sè raccolto ogni altro pensiero; la gioia sospende i suoi tripudii, l'angoscia i suoi lai: rideranno o piangeranno poi; — adesso tutti alla patria, a nulla più attendono che la patria non sia. Ludovico Martelli, siccome quegli ch'era di gentile natura e delle storie antiche non meno che nei cortesi modi cavaliereschi intendentissimo, si veggendo attorno una corona di vaghe gentildonne le quali non aborrivano le mani delicate adoperare in cotesta impresa, esclamò:

«Voi, donne, siete le stelle della terra; se mi donassero la scelta tra il sorriso della donna mia e la corona dei Cesari, io per me direi: mi sorrida la donna. — Già ricorda la storia un vostro fatto antico che salvò la patria; e la storia manderà ai posteri anche questo, che certamente salverà Fiorenza...»

«Deh! narrateci il fatto, cortese giovanotto, nè per ascoltarvi smetteremo il debito nostro», dissero a un punto le gentildonne adunate presso di lui.

«La storia è breve. Nel 1282, quando messer Giovanni da Procida ebbe ribellata la Sicilia al re Carlo, questi, avendo raccolto grosso naviglio a Napoli, mosse incontro Messina, dove postosi ad assedio, mandò ai Messinesi comando si riponessero sotto alla sua obbedienza. I Messinesi, sprovveduti di difese, vedendo tanto sforzo di esercito, col mezzo del legato della Chiesa gli domandarono per patto: perdonasse alle ingiurie; di quanto pagavano gli antichi loro per anno al re Guglielmo si contentasse; signoria latina, non provenzale, concedesse. — Alla quale domanda il re superbamente rispose: I nostri soggetti che contro a noi hanno infierito a morte domandano patti? Ebbene, io li perdonerò, ma voglio ottocento statichi, dei quali farò a mia volontà, e tengano da me quella signoria che a me piacerà siccome loro signore. — E notate, donne, i nostri padri guelfi lo chiamano il buon re Carlo.»

«Il Signore gli dia nell'altra vita mercede condegna ai meriti suoi!» soggiunsero le donne; — «ma i Messinesi qual davano risposta alle tracotanti parole?»

«Ecco, ce l'ha conservata Giacotto Malespini, storico guelfo, che Dio lo perdoni», continuò Ludovico: «Anzi volerne morire dentro alla nostra città colle nostre famiglie combattendo, che andare morendo in tormenti e in prigioni e in istrani paesi[203].»

«Oh i gloriosi cittadini! Onore ai valentuomini!» con le voci e palma battendo a palma plaudivano le donne.

«Udite!... però la terra in parte non aveva mura, e il re da quel lato dette un furiosissimo assalto: i Messinesi si difesero, come si difende l'uomo il quale combatte per gli affetti più cari che la natura c'infuse nell'anima: dopo sanguinosissima battaglia ributtarono il nemico aspramente. Il re Carlo si ritirò a notte, fermo nel consiglio di espugnare alla dimane la terra o morire nella mischia. Cotesta fu una molto terribile notte pei Messinesi, e come disperati si sconfortavano: se non che le donne loro gli sostentarono, gli abbattuti spiriti ravvivarono, e rovinando case e tempii al chiarore delle fiaccole, con isforzi miracolosi nel breve spazio della notte munirono di muro quella parte di città che n'era senza. Allora un poeta del popolo fece certa canzone la quale tuttavia si rammenta. Carlo alla mattina conobbe impossibile lo assalto: mutato modo di guerra, pensò averla per fame; vi stette attorno circa due mesi invano, poi gli fu forza lasciare con sua vergogna la impresa.»

«E la canzone come diceva ella?» richiesero le donne.

«Della canzone i tempi serbarono una strofa sola.»

«Ditela su, noi la vogliamo sapere.»

«Ella dice così:


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