Chapter 28

«Deh! com'è gran doloreLe donne di MessinaVederle scapigliatePortar pietre e calcina[204]!»

«Deh! com'è gran dolore

Le donne di Messina

Vederle scapigliate

Portar pietre e calcina[204]!»

«Oh! continuate, andate innanzi...»

«L'altro s'ignora...»

«Ce lo ponete di vostro, per poco che siate poeta.»

«Ma io non sono poeta.»

«Continuate... continuate... per quanto amore portate alla vostra donna.»

E Ludovico sospirando riprese a cantare: —

«Deh! quanto è gran doloreRuinar di nostre maniL'arche dei padri nostriLi tempii dei cristiani!»

«Deh! quanto è gran dolore

Ruinar di nostre mani

L'arche dei padri nostri

Li tempii dei cristiani!»

Le donne per istinto di armonia ripetevano in coro:

«Deh! quanto è gran dolore»

«Deh! quanto è gran dolore»

E Ludovico di nuovo:

«Deh! quanto è gran dolorePensar che a tal destinoMena la madre patriaUn papa e un cittadino.Ma di tener FiorenzaNon avrai, papa, il vanto,O tu l'avrai morentePer darle l'olio santo.»

«Deh! quanto è gran dolore

Pensar che a tal destino

Mena la madre patria

Un papa e un cittadino.

Ma di tener Fiorenza

Non avrai, papa, il vanto,

O tu l'avrai morente

Per darle l'olio santo.»

E così continuarono finchè n'ebbero vaghezza.

Il Baglione, quando prima vide la moltitudine precipitare alla rovina dei borghi e lasciarlo spregiato, lo vinse l'ira per modo che, dato degli sproni nei fianchi al suo muletto e quindi tirate forte le briglie, lo tormentava in istrana maniera, sicchè quel misero animale scalpitava, si agitava e grondava sudore. Volendo poi tornarsene alla sua stanza, nel volgersi che fece, gli occorse Zanobi Bartolini, il quale, piegato il capo sul seno, non si era mosso; onde in passandogli da canto esclamò:

«Chi sa dove mai trarranno la patria cotesti Arrabbiati!»

«Ahi, povera Fiorenza! l'ora anche per te è venuta di essere ridotta in un mucchio di rovine.»

«Onta a voi che ne siete la colpa: — in fè di Dio, ora che corre stagione di mostrarvi più che uomo, voi mi diventate men che fanciullo. Dove lasciaste voi l'antico vigore, quando, commissario a Pistoia, col carnefice da un lato e la giustizia dall'altro, accomodaste quella scomposta città[205]?»

«Colpa è del papa, che non volle udire parola di libertà; e tra i due estremi del vederla o rovinata o serva noi lasciamo andare in rovina la patria.»

«E chi vi ha detto il papa non volere udire parola di libertà?»

«A me?... lo hanno riferito gli oratori nostri. Forse voi pensereste al contrario?»

«Lo penso... e forse... posso ancora saperlo...»

«Davvero? E a voi chi lo assicurato?»

«Uditemi bene, messere Zanobi...»

E così andando alternarono un colloquio nel quale i futuri destini di Firenze furono irrevocabilmente fissati.

«Michelangelo, che nuove?» tutto anelante domanda il Carduccio traendo in disparte il Buonarroti.

«Cristo morendo ci lasciò in eredità i chiodi e le spine: io nulla ho ottenuto... nulla... e, oh dolore! la salute della patria pendeva dalla riuscita dell'opera mia. — Io rientro nella mia patria, come lo spettro torna alla sua tomba su lo apparire dell'aurora...»

E poichè il Carduccio, le mani incrociate sul petto, il capo a terra chino, pareva come sopraffatto dall'angoscia, Michelangiolo lo scosse con impeto e gli domandò:

«Dunque è ben morta ogni speranza, o Francesco?»

«Il Carduccio crollò la testa quasi per iscuoterne i molesti pensieri, poi vestì la faccia di un sorriso languido e rispose:

«La speranza rinasce dalle sue ceneri, perchè questo popolo è grande.» — E così favellando gli accenna la moltitudine brulicante nella distruzione. — «Ma in breve narrami i casi tuoi.»

«Io me ne andai a Ferrara...»

«Parla sommesso; — qualcheduno, parmi, ci si avvolge d'intorno per origliare le nostre parole.»

«Egli è Andrea del Sarto; forse desidera darmi il ben tornato: — dilunghiamoci qua oltre e fingiamo non ravvisarlo; Dio non lo ha creato tristo, ma fievole di animo così ch'io volentieri gli terrei lo ingegnodell'arte. — Ora dunque me ne andai a Ferrara, riducendomi, quanto più secretamente potei, ad abitare all'osteria: il duca però, il quale per suoi nuovi sospetti si fa mandare ogni sera la lista degli osti, avendo saputo subito la mia venuta, mi mandò a levare di su l'osteria e mi usò ogni maniera di amorevolezze; di buon principio era questo; intanto presi a spandere fiorini fra i suoi cortigiani; — oh! la gran devozione che portano al nostro Battista cotesta gente tutta quanta! In ogni sguardo io vedeva un uncino, in ogni mano il ronciglio, sicchè presto mi ridussi al verde; bisognò concludere presto, altrimenti mi divoravano carne e ossa. Aveva con ogni modo studiato rendermi benevolo Alfonso; e perchè ei nulla potesse rifiutare a me, io nulla seppi ricusare a lui, fino a promettergli dipinto di mia mano un quadro rappresentante Leda col cigno: — adesso mi pento averlo promesso; ma, non essendo nato principe, fede di gentiluomo mi stringeva mantenere la parola[206]. Alfine un giorno gli scopersi pienamente l'animo mio con tutte quelle ragioni che voi sapeste dimostrarmi; al quale ragionamento egli rispose: Prima che tu parlassi, ti aveva letto nel cuore: — e poi si alzò, aperse uno stipo, ne trasse fuori una lettera e soggiunse: Leggi. — Egli era un comandamento dell'imperatore di non soccorrere apertamente nè celatamente i Fiorentini, per quanto amore portava alle cose sue; in questo modo operando, si obbligava solennemente a perorare in suo favore nelle controversie con la Chiesa: in caso diverso avrebbe dichiarato Ferrara devoluta alla Sedia Apostolica. — Quando ebbi letto, alzai la faccia ad Alfonso, che, ripiegata la lettera e messala di nuovo nello stipo, tornò alla mia volta proferendo queste poche parole:mors tua, vita mea.Non perciò pretermisi industria a persuaderlo: gli rappresentai essere agevole sovvenirci con tanta segretezza che neppure il diavolo potesse darsene per inteso. — Il demonio forse, rispose il duca, non mica i preti: per ora io dormo: ma quando mi sveglierò, partirà dai miei sguardi una favilla che incendierà il Vaticano. — Così disse: poi, come pentito di essersi lasciato troppo scoprire, si rinchiuse nelle sue ambagi, e da quel sasso non iscaturì più vena di acqua; riuscirebbe prima all'uomo di tagliare il porfido con le unghie che rimuovere quel cupo principe dal proponimento già preso.»

«E come incendierà egli il Vaticano? Questi sottili artifizii rovineranno sempre i principi italiani; la forza aperta è più generosa ed anche più efficace.»

«Per quanto mi occorse intendere da uomini prudenti, le dottrine degli eretici di Alemagna trovano favorevole accoglienza alla corte di Ferrara; le principesse, dicono, avere appreso i nuovi dogmi da un eresiarca tedesco venuto espressamente a convertirle.»

«Alfonso di Ferrara poteva vincere la Chiesa con le sue artiglierie:non lo avendo voluto, nelle argomentazioni egli perderà di certo... Inoltre cotesto tuo è concetto che non mi attaglia; imperciocchè, se le principesse sentono dell'eretico, il duca poi faccia professione di beghino. E a Vinezia?»

«Vinezia invecchia: — ama il riposo, rinunzia alla magnanimità, alla gratitudine, alle virtù senza le quali le repubbliche muoiono; ella pesa tutte le vicende dei pericoli alla bilancia dove i suoi mercanti riscontrano il peso delle monete d'oro: in lei è spento ogni alito di grandezza, altro non le rimane che diventare decrepita e morire. Il Gritti, col dorso voltato dagli anni verso la terra, vede la fossa e dubita; i suoi pensieri tendono ad abbellire la bara dove un giorno sarà composta la patria: io lo pregava di avere a cuore la libertà italiana, ed egli mi pregava a volergli fare un disegno pel ponte di Rialto[207]. Nissuna parola da voi suggerita dimenticai; non tacqui un esempio: e poichè guardando sopra la tavola mi occorse un libro manoscritto[208]che di fuori diceva:Historie de Nicolò Machiavelli, — cercai al libro quinto, dove racconta che i Viniziani stavano sul punto di abbandonarsi se i Fiorentini con presentissimo pericolo mandando loro il conte Sforza non gli sovvenivano; e gli notai col dito le parole dello storico con le quali dimostra quale e quanto effetto partorisse l'orazione di Neri Capponi al senato viniziano: — promettevano che mai per alcun tempo non che dai cuori loro, ma da quelli dei discendenti non si cancellerebbe così insigne beneficio, e che quella patria aveva ad essere comune a Fiorentini ed a loro. — Messere Andrea mi toccò su la spalla e mi favellò le seguenti parole. La ragione degli Stati procede diversa assai da quella degli individui; — i posteri biasimeranno in me doge della Repubblica viniziana ciò che tu loderesti in me Andrea Gritti. — Ed io, che a stento mi poteva frenare, gli risposi: Messere Andrea, io di queste sottigliezze non intendo, ma più di piacere ai posteri m'importerebbe piacere a Dio; e inoltre se un tal fatto reca vergogna a un uomo, non so vedere come e perchè non tornerebbe pure in onta ad un popolo, il quale si compone di una moltitudine di uomini. No: nè voi nè altri sapranno convincermi mai, che o popoli o privati non debbano pagare la colpa di riconoscenza, di lealtà, di grandezza tradite; e male argomenta colui che la durata della patria circoscrive al brevissimo spazio della sua vita. — E me ne andai fremendo. Vinezia! Vinezia! le genti ti contemplano colorita dal sole, rigogliosa di vita, ma il verme inosservato ti penetrò nelle viscere. Quando decrepita e moribonda chiamerai le tue sorelle d'Italia a consolarti nella sventura, vedrai intorno di te i principi, ai quali ti affidasti, irridere alla tua agonia ed imprecarti la morte, come eredi impazienti di raccogliere il tuo retaggio. E nondimeno, nè Alfonso di Ferrara, nè Andrea di Vinezia furono quelli che più mi fecero vergognare di appartenere alla stirpe umana; l'irae il ribrezzo di essere nato uomo mi venne dai nostri concittadini, Carduccio, dai mercanti di Fiorenza dimoranti a Vinezia.»

«E come ti avvenne questo?»

«Io mi trovai a Vinezia allorchè giunse, mandato da Lorenzo Carnesecchi nostro commissario a Castrocaro, Pietro Borghini, il quale, accolti quanti mercadanti fiorentini tengono ragione in cotesta città riferì a costoro le imprese maravigliose di quel valentuomo di Lorenzo; narrò come sovente fosse venuto alle mani con Leonello di Carpi presidente ecclesiastico nella Romagna, e sempre con suo vantaggio, — e di Marradi, ribellato prima e tosto da lui ridotto nell'antica devozione, — dell'assedio di Castiglione sciolto, — dell'assalto di cinquemila e più fanti ributtato da Castrocaro, — della taglia posta da papa Clemente sopra il suo capo e della taglia da lui posta sul capo del papa, tutte queste cose disse, ed altre ne aggiunse non meno stupende e degne di memoria; ed infine egli aggiunse essere il Commessario deliberato di fare un servizio rilevantissimo in pro della patria, quando loro bastasse il cuore di fornirlo di denaro; e, per assicurarli avrebbe loro obbligato i suoi beni e quelli di Giorgio Ugolini tenerissimo della libertà. Capi dei mercadanti adunati erano Matteo Strozzi, Luigi Gherardi, Ludovico Nobili, Filippo del Bene, Giovanni Borgherini e Tomaso Giunta; ricchi tutti e, comechè avari, usi a sprecare in vizii e in giuochi le migliaia di ducati: e non pertanto, il sangue mi toglie il vedere nel rammentarlo, nessuno ebbe cuore di sovvenire di un solo fiorino il Commessario Carnesecchi. Matteo Strozzi allegò che la sicurezza offerta sui beni di Lorenzo e dell'Ugolini in tanta distanza era come nulla, potendo cotesti beni andare gravati di debiti sconosciuti, e così favellando parve sospettoso notaro, non fu cittadino: il Borgherini si scusò perchè aveva fondaco a Roma e temeva la vendetta del papa: più turpe degli altri, se in tanta turpitudine possono darsi screzii, Tomaso Giunta, il quale disse non essergli patria Fiorenza, ma Vinezia; imperciocchè a Vinezia avesse accumulato i danari, ed i denari comporre il vero sangue e la vera anima dell'uomo; poco importargli che la libertà della Repubblica fiorentina stesse in piedi, purchè la sua libreria non cadesse. Io rimasi esitante se dovessi rispondergli a parole o nel modo con che mi favellò, nella mia fanciullezza, il Torrigiano[209]quando di un pugno mi sfasciò il naso; pur mi rattenni e parlai: Stampatore Giunta, quando il papa e l'imperatore ti avranno strozzato la patria, pensi tu che non potranno farti smettere la stampa delle opere avverse all'impero ed a Roma, e con la quale tu ti sei arricchito? — Ed egli a me: Allora stamperò quelle che argomenteranno a loro vantaggio. — Ma, ripresi io, — ciò non basterà loro; si sforzeranno affinchè gli uomini non imparino a leggere. — Lo svergognato concluse: Di qui a quel tempo gran tratto ci corre: prima che i fanciulli diventino uomini io sarò morto; e morto io, morto il mondo; buona notte a chi resta. — Glivoltai le spalle, chè uomini cosifatti paionmi, e certamente sono scorpioni sbagliati: tornato a casa mi spogliai di tutte le veste e le gettai sul fuoco, abborrendo di più oltre portarle, siccome appestate da quei fiati velenosi. Apersi il mio Dante[210], e sopra i margini del trentesimoquarto nell'Infernovi segnai la brutta sembianza di quei mercadanti come traditori tormentati nella Giudecca: il Giunta posi in una delle bocche di Lucifero, perocchè io non consenta punto col poeta quando mette Giuda, Cassio e Bruto a maciullare tra i denti di lui; Giuda lasciai, in luogo di Cassio vi posi il Giunta, la terza bocca rimane tuttavia vuota, e aspetto a riempirla col Malatesta. Ho sentito parecchie volte ricordare in famiglia, come uno dei nostri vecchi esercitasse il commercio di panni franceschi; or ora, come torno in casa, cercherò la sua immagine, e la velerò di un panno nero, come ho veduto in Vinezia che praticarono col ritratto del doge Marino Faliero. — di due cose, o Signore, principalmente io ti ringrazio; la prima per essere nato italiano, la seconda per non avere sortito ingegno da mercadante[211].

«Michelangiolo, ciò che tu parli il Carduccio magistrato non riferirà al Carduccio mercadante; parla sommesso, però che ai soli mercanti sia dato adesso sovvenire in tanto estremo la patria. Non tutti, come quei di Vinezia, si mostrarono iniqui al luogo dov'ebbero la vita; quei di Fiandra, d'Inghilterra e di Lione, mandarono grosse somme di pecunia. Le consorterie di per sè non hanno vizii, sibbene tu li trovi negli uomini, e questi sono più infelici che stolti, più stolti che scellerati. Il danaro tutto può...»

«Il danaro nulla può: raccogliete quanto vi pare fiorini e ditemi un poco s'essi vi scolpiranno un altro Davidde davanti il palazzo della Signoria.»

«No, ma pagheranno l'artefice che lo scolpirà. Perchè tu non hai condotto la sepoltura di Giulio II col disegno che prima intendevi? forse non perchè gli avari nipoti di Della Rovere eredarono le ricchezze del papa, non già il suo cuore di spendere nelle magnificenze?»

«Quando i Fiorentini diventarono mercadanti, posero la prima pietra della servitù.»

«I Fiorentini dovevano adunare danari e non deporre le armi: li danari soli e la virtù sola poco tratto camminano; l'ingegno solo è l'anima senza corpo, li danari soli mi paiono il corpo senz'anima. Se ti viene fatto di trovarti vicino alla chiesa di San Brancazio, Michelangiolo mio, entra nel chiostro, e vedrai sopra la sepoltura degli arcangelieffigiato il simbolo della mia dottrina: troverai una cassa con due ale tese sotto in alto di volare[212]. Virtù e pecunia, e convertirai il mondo in paradiso.»

«Quant'è vero ch'io sono figliuolo di Ludovico Buonarroti cancellerò cotesta immagine: e' mi sembra uno sfregio fatto dalla morte su la faccia dei viventi; perdio! la cancellerò, dovessi sopportare la pena di violato sepolcro; no, voi non giungerete a farmi intendere cotali novelle, Carduccio...»

«Ed io supplico Dio che tu non le intenda mai; forse altrimenti non saresti divino... — Adesso separiamoci: — tu viemmi con diligenza a trovare in palazzo; — colà mi esporrai più distesamente la tua commissione: per avventura ciò che a te parve repulsa, in sostanza può dirsi che non si abbia ad intender cosa tale; gli uomini spesso, e i capi degli Stati quasi sempre, e' son tali libri che bisogna intendere alla rovescia. Addio.»

«Messer Carduccio, uditemi; la mia parola risponde al palpito del mio cuore; — perchè esiterei davanti a voi? Voi mi parete meno assai sconfortato di quando v'incontrai nel cimitero di Sant'Egidio. Le condizioni della patria mutarono, o le vostre?»

Il Carduccio sorridendo mostrò di non si accorgere del fiele contenuto in cotesta domanda; e pacato rispose:

«Quelle della patria: — il popolo oggi mi ha levato in isperanza; — poco prima due uomini mi tolsero dalla disperazione.»

«E come si chiamano eglino questi due uomini? Io vo' conoscerli.»

«Uno ben lo conosci, perchè sei tu; l'altro si chiama Francesco Ferruccio. Cristo non ci lasciò soltanto eredità di spine e di chiodi; egli ha staccato dalla croce la lancia della sua passione, la pose in mano al Ferruccio, e nel dargliela disse: Tu vincerai. — Conosci il Ferruccio? In lui, giurerei, si agita puro il sangue romano senza miscuglio di barbaro.»

«Ferruccio!» ripete pensando Michelangiolo, tenendo fisso lo sguardo sul terreno: e il braccio destro distende col pugno chiuso ad eccezione del pollice, il quale muove a quell'atto che gli scultori fanno allorchè plasticano le figure in creta; e poi all'improvviso prorompe: — Ferruccio! Sì lo rammento; egli deve esser grande, — egli è grande davvero; lo riconosco al pensiero di audacia e di dolore che distingue le anime divine rinchiuse dentro un corpo di terra, — il pensiero che ho scolpito sopra la fronte del mio Moisè; — la forza che ci solleva sopra la natura umana e non ci vale per conseguire la celeste; — la intelligenza che percuote sempre alle porte dell'infinito; non importa... cotesto pensiero fascia, come cerchio di ferro rovente, il cranio che lo contiene..., ma luce sparge e salute agli uomini in mezzo ai quali egli nacque... ravviso il segno...»

«Capitano Giovanni, deh! per Dio, lasciatelo, — egli è un fanciullo:...»Cap. XIV, pag. 343.

«Capitano Giovanni, deh! per Dio, lasciatelo, — egli è un fanciullo:...»Cap. XIV, pag. 343.

In questa, la terra, come scossa da terremoto, tremò; si volsero ilBuonarroti e il Carduccio dalla parte donde pareva loro il rumore movesse; il campanile della badia di San Salvi era scomparso; un nuvolo denso di polvere occupava gran tratto di paese, e dietro quel nuvolo prorompevano strida, schiamazzi e manifestazioni di gioia frenetica. All'improvviso il rumore cessa, nissuna traccia rimane del fatto, tranne una striscia di polvere che ingombra l'emisfero, e il vento si porta; e' sembra che il campanile, cadendo, abbia sprofondato la terra, traendo seco nell'abisso i demolitori. Smisero dal favellare i nostri personaggi, ed affrettando i passi piegarono a quella volta.

Nuovo spettacolo occorre adesso davanti agli occhi di loro; — cosa incredibile io narro, ma vera. I cittadini, giunti che furono con la rovina in luogo, dove si scoperse loro il refettorio nel quale di mano di Andrea del Sarto era dipinto un cenacolo di Gesù Cristo, stettero vinti da inusitato stupore nel contemplare quelle celesti sembianze, dove aveva trasfuso l'artefice tanta parte di Dio, — cotesti atti così pieni di vita presente; — essi pensarono vedere ad ora ad ora muovere la mano al Cristo per benedirli; — e pure aspettando la benedizione, qual si prostese, quale altro piegò la persona, — si composero tutti in varii atteggiamenti di umiltà e di venerazione[213].

«Miracolo dell'arte!» esclamò appena arrivato il Buonarroti.

«Gentilezza di animo bennato!» riprese il Carduccio.

E le turbe, tostochè videro Michelangiolo, ad una voce parlarono:

«Maestro, noi non possiamo andare più avanti.»

«Voi ferireste nel cuore la gloria di Andrea del Sarto. Dove si trova Andrea? — Venga, noi lo coroneremo re dell'arte; — sopra un carro di trionfo o sopra le rovine sarà sempre bella la ghirlanda, poichè gliene cingeranno le tempie libere mani...»

«Andrea del Sarto!» chiamò il popolo con tale una voce da rompere il sonno ai sepolti nel chiostro della badìa, — «Andrea del Sarto!»

E Andrea non compariva. Allora si levò una figura livida, oltremodo cresputa nel volto, parte a cagione degli anni, e parte per la continua abitudine al riso, e,

«Popolo», disse, — «Andrea del Sarto si è ritirato a casa per timore che la Lucrezia del Fede sua moglie non si accorga della sua venuta quaggiù. Ella lo ha minacciato, che tornando i Medici, gli farà la spia per aver dipinto in Condotta, nella facciata della mercatanzia, i capitani Cecco e Jacopantonio Orsini e Giovanni da Sessa, e siccome egli gl'impiccò in immagine pei piedi, ella s'ingegnerà perchè lui impicchino davvero per la gola: il cuore dell'uomo, il quale ritrasse questo volto che adorate, trema dinanzi alla più rea e sozza femmina che mai nascesse in Fiorenza.»

Ciò detto, con un riso sparì; un senso di freddo scorse per le ossa della moltitudine; rimase spento ogni entusiasmo; continuò l'opera, ma la continuò taciturna e pensosa.

«Quando», favellò Michelangiolo al Carduccio, «Andrea s'invaghì di cotesta mala femmina, il suo cuore diventò di pietra pei suoi vecchi parenti: essi morirono soli e nella miseria, — ma prima di morire imprecarono la maledizione[214]sul capo dello snaturato figliuolo. La maledizione paterna ecco si adempie: — così è; lo Spirito Santo lo ha profetizzato: — la donna valorosa è corona di gloria al suo marito: quella poi che reca vituperio gli è come un tarlo nelle ossa; — tocche dalle mani contaminate della moglie impudica s'inaridiscono le foglie della corona di Andrea; egli se le vede cadere morte prima di lui: — tutto terra, sarà reso alla terra. I posteri visitando la sua contrada natale diranno: Insegnatemi il luogo dove dipinse Andrea del Sarto, — nessuno dirà: Menatemi all'arca dove riposano le ceneri di Andrea del Sarto.»


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