Non ha virtù che di corrucci e sangue:Derisor dei mortali e dei celesti,Nè di patria gli cal nè di fortunaNè di sè molto: forte nacque e pugna.Ajace
Non ha virtù che di corrucci e sangue:Derisor dei mortali e dei celesti,Nè di patria gli cal nè di fortunaNè di sè molto: forte nacque e pugna.Ajace
Non ha virtù che di corrucci e sangue:
Derisor dei mortali e dei celesti,
Nè di patria gli cal nè di fortuna
Nè di sè molto: forte nacque e pugna.
Ajace
Era compiuto un giorno, e il secondo declinava verso vespero, dacchè il Morticino degli Antinori cibo non gustava nè bevanda: la lingua arida gli sta attaccata al palato, gli cerchia la gola insopportabile bruciore; talvolta un freddo sottile dai reni gli scorre su per le vertebre della spina o gli stringe il cervello, tal'altra lo invade dal capo alle piante una ondata di sangue, quasi lavacro di metallo fuso; spesso gli sfugge di sotto la terra gli si piegano le ginocchia, ed accenna cadere, — non pertanto rimane disperatamente fisso al suo posto, immerso entro un abisso di dolore e di furore.
Accomodato il corpo del giovane Frescobaldi sopra una bara, con la sua destra gli stringe la destra e lo viene, di tanto in tanto, guardando.
Ahi com'era da quello di prima diverso! Le belle chiome, sua giovanile alterezza, ora di sangue sordidate e di fango, ne rendono orribile l'aspetto, gli occhi ha pesti; pei labbri, donde così feroce prorompeva il grido di guerra, su per le narici che aspiravano tanto largosorso di vita, — l'insetto sorvola, — si posa, — trascorre, quasi sopra propria posessione; la morte lo abbracciò, e la putredine segna il vestigio di quell'amplesso; — la morte gli soffiò sopra e spense una vita di uomo e ne suscitò un'altra schifosa a vedersi, — la vita dei vermi brulicanti nei cadaveri corrotti. — Alla croce di Dio, cotesto spettacolo pareva incomportabile per anima viva.
Ma che forse mancano servi, amici o parenti al Morticino, i quali valgano a strapparlo da tanto orrore? — Un vecchio fante gli si era accostato sommesso e con molta pietà gli aveva susurrato all'orecchio le parole di — provvidenza, — rassegnazione, — preghiera, — ed altre consimili, le quali non rinverdirono la foglia caduta; — ed egli non vi aveva posto ascolto, se non che, travagliato dallo importuno ronzío, si scosse, si avvisò di quello che era; la parola — pazienza — gli suonò piena di amarezza nell'anima: allora tanta ira lo vinse che stretta la daga la menò con rabbiosissimo impeto contro il suo consolatore: ben pel vecchio che fu a tempo a curvarsi per modo che il taglio della daga gli recise le vesti, e così a flor di pelle gli graffiò l'epidermide del ventre — altrimenti, rovesciate le viscere sul pavimento, quivi l'infelice moriva. Dopo lui nessun altro ardì mettersi alla ventura.
All'improvviso si spalancano le porte, uno splendore di ceri, un salmeggiare di frati empie la sala: si abbassa una croce e, trapassata la soglia, torna a sollevarsi nella sua superba umiltà. I frati della cura venivano pel morto.
Così tremenda urlò il Morticino una bestemmia, che lo splendore dei lumi sparì, siccome era apparso, veloce: i frati sbigottiti, lasciatisi andare i ceri di mano, si cacciarono a precipizio giù per le scale; — il segno della salute vacillò e cadde, — quasi la bestemmia lo avesse côlto a guisa di un colpo di balestra.
Quell'urlo intronò tutto il palazzo nei penetrali più intimi e valse a scuotere la madre del Morticino dal suo consueto letargo. Aprì le palpebre gravi e domandò:
«Ch'è questo?»
«La compagnia dei frati di san Domenico venne pel morto....» le rispondevano.
«Avvisatela che si trattenga un'ora e porterà via anche me,» Ciò detto, riabbassò le palpebre e s'immerse di nuovo nel letargo della decrepitezza.
La fama dell'angoscia mortale del Morticino correva di bocca in bocca, e molti ne sentivano pietà; più molti, sapendolo fastidievole e tristo, pensavano gli avesse Dio mandata quella tribolazione per umiliarlo. Quando giunse all'orecchio di Dante da Castiglione, questi, siccome era magnanimo, deposto subitamente ogni rancore, deliberò di farsi a confortarlo: invano voleva rammentarsi la ingiuria patita; lo avrebbe odiato felice, ma lo amava misero; e parendogli ancora di potergli dire cosa che lo avrebbe richiamato da morte a vita, statuì seco stesso di non indugiare più oltre, perocchè in compagnia del Martelli, del Busini,del Bichi, dell'Arsoli e di altri illustri soldati e cittadini s'incamminò alla volta del palazzo degli Antinori.
Il Morticino non si accorse della loro venuta. Dante gli si accostò e, ponendogli una mano sopra la spalla, gli disse una sola parola. Di repente nel Morticino la virtù dello sguardo si rifece viva, lascia la mano del morto, trasalisce, guarda fisso Dante nel volto e con immensa passione esclama:
«Bada di non ingannarmi.»
«La mia bocca ignora la menzogna, ed apparécchiati.»
Allora il Morticino gli si abbandona nelle braccia, e alcune lacrime rare gli solcarono il volto bianco, quasi goccie di rugiada sgorganti dal cavo degli occhi di una statua, dove in troppa copia le depose l'aurora. Nè per questa volta si pentì dell'amplesso; — lungo si produsse e smanioso; — mosso dalla ferocia, non già dall'amore, il Morticino avrebbe abbracciato un ferro rovente.
Egli è da sapersi, che il Castiglione, amico del Carduccio, conobbe da lui apparecchiarsi in quella notte una incamiciata contro il campo nemico, ed egli aveva promesso di conservare il segreto ad eccezione di una sola persona, e questa persona fu il Morticino degli Antinori.
Il muto affanno del Morticino si converte in ebbra loquacità: cibo prende e bevanda; corre di su e di giù, chiama, urla e tempesta, allestisce le armi, tenta il taglio della spada e della daga, ora prorompe in risa sfrenate, ora in minaccie o in bestemmie. I servi non sapevano se meritasse maggiore compassione, adesso in quel folle affaccendarsi, o dianzi nella sua cupa immobilità.
Poi disse volersi riposare, impose ai servi lo chiamassero all'ora dell'Ave Maria, badassero di non obliarlo, o mal per loro: si pose in fatti a giacere sperando quiete; invano però, chè lo starsi gl'increbbe meglio del camminare: si volge sopra questo o quel lato, e forte geme e respinge con grande sforzo di respiro l'aria che pareva soffocarlo; pur chiuse gli occhi, e le vicende orribili della veglia gli rotearono pel capo più orribili ancora, scomposte o fantastiche; dopo un lungo flagellarsi su quell'aculeo di letto, all'improvviso sogna essere la incamiciata finita, ritirarsi le compagnie, giungere troppo tardo... fallita del tutto l'impresa: — si sveglia di soprassalto cacciando un grido e si precipita giù dalle piume.
Il sole non era per anche scomparso dal nostro emisfero; ma, spogliato di raggi, tinto di un funesto vermiglio, si accostava all'occaso; la terra, verso la quale pareva declinare, lo avviluppa nei suoi vapori di sangue. Questo astro benigno di amore e di vita oh come stringe l'anima dei mortali, allorchè si mostra cruccioso! In quella sera sembrava l'occhio di Satana che venga a vigilare se le angosce, le infermità e la morte adempiano il fiero mandato che loro affidò il consiglio misterioso, che a noi sembra crudele, di Dio.
Il Morticino, a cui increbbe di non lo vedere ancora scomparso, leva minaccioso il pugno al cielo esclamando:
«Un giorno ti soffermasti nel firmamento per contemplare una strage[215]; poichè la strage ti talenta, affrettati a dileguarti: adesso a noi fa di mestieri la tenebra.»
Cala la notte: di orrore si empie e di silenzio la città; Firenze sembra tramutata nel campo dei morti. — Squilla un tocco della campana: — quel tocco solitario si diffonde per la terra deserta, e pare una percossa data sul mondo dalla eternità per conoscere dal suono se sia in procinto di dissolversi sfracellato tornando nel suo caos primiero.
Il fremito del bronzo taceva appena per l'aria che fu sentita una voce lugubre che gridava:
«Adunatevi, uccelli del cielo: — la spada vi apparecchia il convito; basterà la carne a voi e agli implumi che lasciaste nel nido. — Lupi dell'Appennino, scendete, portate la vostra gran fame, — prima che l'aurora si levi, il vostro ventre sarà sazio di carne, — dico di carne umana. Uccelli, lacerate; — lupi, sbranate i corpi morti, senza misericordia, perchè il Signore ha scritto che nessuno dei difensori della patria morderà la polvere a cagione del ferro nemico.»
Era la voce del povero Pieruccio, — il profeta del popolo.
Stefano Colonna, conferito prima col Malatesta il disegno, armato di zagaglia presso il bastione di San Francesco, innanzi di sboccare dalla porta di San Nicolò, si volse alla gente che gli traeva dietro e le disse queste poche parole che la storia ci ha conservate: «Valorosi soldati, io vi meno a una certa e sicurissima vittoria; fate quello che voi vedete fare a me.»
Erano cinquecento fanti: cento archibusieri e gli altri quattrocento in corsaletto armati di partigianoni e di alabarde; ai quali si aggiunse una banda della milizia del gonfalone dell'Unicorno capitanata da Alamanno de' Pazzi; sopra il corsaletto portavano tutti un camicia bianca per distinguersi dai nemici, — motivo per cui questa impresa notturna si chiamava incamiciata.
Quanto più possono chetamente s'inoltrano; divisando Stefano Colonna incominciare l'assalto dall'alloggiamento del colonnello di Sciarra Colonna, contro il quale nudriva nimistà mortale, si apprestano a salire su pel poggio per a Santa Margherita a Montici. Alcuni più arrisicati e conoscenti del sentiero trascorrono; ecco sono giunti presso al tabernacolo delle cinque vie, dove i nemici tengono due sentinelle perdute.
«Chi viva?» gridano entrambe.
«Viva la morte!»
Si ode una procella di colpi; un suono di usberghi percossi sul terreno; — le parole: Gesù, abbiate misericordia dell'anima mia! — vengono tagliate a mezzo, così ordinando ragione di guerra; quindi un gemito roco, — e poi più nulla.
S'inoltrano per la valle che giace tra Rusciano e Giramonte, — la passano, — già toccano alla coda dell'esercito. — Apra l'inferno le sue porte! Ecco improvvisamente danno dentro all'alloggiamento di Sciarra; — molti,i più avventurosi, dal sonno si trovano balestrati nell'eternità; altri si svegliano per vedere soltanto la spada che penetra loro nelle viscere: sorge un cieco viluppo, un trambusto di gente che fugge o che muore e un gridare: — Accorruomo! — accorruomo! — arme! — aiuto! — e minaccie e preghiere, suoni compassionevoli o ferici. Smeraldo da Parma, luogotenente di Sciarra, corre forsennato per radunare le milizie, rincorarle e far testa; così al buio si scontra nel signore Stefano e lo garrisce come neghittoso; questi, accecato dalla brama di sangue, lo scambia con lo Sciarra suo consorto e gli menando un colpo di zagaglia nel petto, — «Sciarra», gli grida, — or ti parrà ch'io sia venuto troppo tosto!» — Segue una mischia atroce, — i nemici, mentre tentano difendersi, l'un l'altro, confondendosi, percuotono; dove adunarsi non sanno; non risplende lume, per ogni parte li circonda la morte. — Oh Dio! qual desolazione è mai questa! — potessimo almeno morire da soldati combattendo! — sia tradimento? — tradimento! — tradimento! — E lo scompiglio e la strage crescono terribili più, quanto meno veduti. — Dove l'affronto mena più tremendo il rumore: la voce del Pieruccio, superando i gridi e le percosse, invoca i lupi e gli avoltoi ad accorrere per satollarsi di carne battezzata.
Dentro una trabacca distesi sopra il medesimo letto dormono due; — giovane l'uno, giace nudo avvolto dentro la coltre con un braccio sotto il capo, l'altro penzolone fuori della sponda; il secondo di maggiore età, armato di tutto punto, eccetto dell'elmo; a giudicarne dal volto paiono padre e figliuolo. Giovanni da Sassatello turbava in quel punto un mal sogno; gli pareva che una moltitudine di armati circondasse il letto e ve lo tenesse su fermo; egli si sforzava svincolarsi, e non gli riusciva, dava scossoni, raddoppiava i conati, e sempre invano; grondava sudore, agitava le labbra con sordo mormorio.
Il sogno era verità, almeno in parte; una mano dei nostri penetra nella trabacca e va difilata alla sua volta per ispaciarlo di vita.
Egli continua nel sogno spaventevole; — uno degli armati con man potente gli strappa l'usbergo e gli pone una mano sul cuore; per tutte le membra gli scorre ribrezzo; batte i denti e non può proferire parola. Intanto l'armato si trae la daga dal fianco; poi, come se lo impacciasse la visiera, con la manca la solleva. La coscienza del volto del cavaliere gli presenta la sembianza di Lionardo Frescobaldi da lui ucciso, a tradimento, il quale, comechè morto, veniva a prendere la sua vendetta.
I nostri già gli stanno vicini: — la sua morte precipita giù dalla punta di un pugnale..
«Morte di Dio, fermatevi!» — urla prorompendo nella trabacca il Morticino degli Antinori, che cercando in ogni lato il Sassatello, si era a caso colà abbattuto in quel punto, e al chiarore della lampada posta sopra la tavola lo aveva ravvisato, — «fermatevi! Se lo uccidete dormendo, voi mi togliete più che mezza la vendetta. Svegliati su, Sassatello, svegliati per contemplare la strage del tuo figliuolo. — e morire.»
Si svegliò lo sciagurato, — stupidì, — stette per isvenire, — poi adun tratto gli rende potente la persona una sopraumana gagliardia; — è sbalzato su in piedi, — ha stretto una mazza d'arme, — abbassa colpi a destra e a sinistra, si versa intorno al letto come serpente col suo corpo flessibile. Affannosa, — anelante, — pure ricupera la voce e, «Eustachio,» grida, «svegliati, difenditi, figlio mio... noi siamo morti.»
Il giovinetto sonnacchioso:
«Padre, che hai? — ma sentendo il fragore delle armi, spalanca gli occhi, vede il pericolo e, ghermita dal capo del letto una spada, si pone con un ginocchio piegato a difendere francamente la sua vita.
«Santi del paradiso, venite in soccorso di noi!» esclama il padre pur tuttavia menando le mani.
«I santi si chiudono le orecchie alle preghiere dei traditori», gli gridano dintorno.
E il padre desolato continuava:
«Sciarra, Smeraldo, — aiuto!... aiuto!»
«I tuoi gridi non gli faranno venire, — noi gli abbiamo ammazzati.»
Amor di padre lo costringe a volgere la faccia, e contempla il Morticino, il quale, copertosi con la rotella la testa, drizzata la punta della spada, spia il momento di cacciarla nel costato al figliuolo; — egli distende la manca e, forte abbrancando l'Antinori pel collo,
«Cane, indietro!» grida, — «non me lo ferire, — egli è innocente.»
Mentre così intende in altra parte, i nemici che gli stavano di fronte trovano la via a impiagarlo sul capo e su la guancia; egli però non se ne accorge o non se ne cura, badando pur sempre a tener fermo l'Antinori. Questi, inasprito dal dolore e, più che dal dolore dalla rabbia di non aver potuto condurre a fine il suo disegno, indietreggia di alcun passo e forte appoggiato il taglio della spada sulla mano di Sassatello, ne recide ferocemente i muscoli e le vene. — Il Sassatello ritira spasimando la mano, e l'Antinori si avventando presto come una pantera, contro il giovane Eustachio, che non se lo aspettava, lo colpisce presso alla forcella del petto; il sangue scorre, — listando il tenero corpo e il bianco lenzuolo di cui si avvolgeva. Egli era pietosissimo e non per tanto bello spettacolo vedere quel giovane di ben composte forme, co' capelli ventilati dietro le spalle per la rapidità dei moti, il volto pieno della morte imminente e d'indomabile coraggio, lottare contro l'ultimo fato a guisa dell'antico gladiatore che tenta guadagnarsi il plauso romano con lo spirare maestoso dell'anima. Giovanni da Sassatello, tempestando con la mazza d'arme punte e fendenti, ha respinto gli assalitori: adesso torna a vedere il figlio e l'osserva impiagato.
«Ahi! Eustachio mio, tu grondi sangue...» E dimentico del proprio pericolo sta per voltare il fianco ai nemici, i quali prevalendosi dell'atto gli si stringono addosso di nuovo. Eustachio conobbe esser quella l'ultima ora del padre, se non si parava, e:
«Padre, badatevi.... badate a voi.... a voi solo, o che io mi lascio ammazzare...»
«O Antinori, pel tuo Dio, non me lo uccidere!»
«Io non conosco Dio.»
«O Antinori, per quanto amore porti alla tua donna, non me lo uccidere!»
«Io non amo... nacqui per odiare.»
«O Antinori... Antinori, pensa lui essere il mio unico figlio!...»
«Tanto meglio... così sarà più presto distrutta la razza delle vipere...»
«Sciarra..., Smeraldo..., aiuto!...»
«Già te lo dissi... noi gli abbiamo ammazzati.»
«Satana benedetto, io ti fo voto dell'anima, se mi salvi il figliuolo!»
Tutte queste parole focose, arrangolate, erano profferite tra l'intervallo dei colpi e mentre, difendendo sè stesso, il Sassatello volgeva le spalle alla zuffa tra il Morticino e il figliuolo. Dopo un breve silenzio, — silenzio di voci, però che i ferri aspramente battuti tra loro mandassero spaventevole fracasso, — il padre in suono di pianto domandò:
«Eustacchio, come ti difendi?»
«Bene...»
Ed in quel punto il giovane toccava una seconda ferita. — Il Sassatello sentiva mancarsi la lena; la piaga della mano lo tormentava; i suoi occhi cominciavamo a perdere lume; volendosi tergere il sudore che giù li grondava dalla fronte, tenta di farlo con la manca, e il volto e la barba gli s'imbrattano di sangue; quell'orribile lavacro parve che in lui facesse riardere il furore; — si scaglia contro i nemici, i quali si scostano atterriti. Prevalendosi di cotesto istante di posa, si volge nuovamente al figliuolo... e lo mira tutto sanguinoso...
«Dio», esclama, «come me lo hai concio!» e ormai improvvido di sè si dispone ad accorrere dall'altra sponda del letto; — di repente due mani vestite del guanto di ferro gl'imprigionano la destra e gl'impediscono il passo.
Molti colpi aveva menato Eustacchio, ma invano, perocchè l'Antinori come tutti i suoi compagni, fossero chiusi dal capo alle piante dentro arme di tempra stupenda: — di cento colpi avversarii ne aveva riparato la maggior parte, non pertanto tre lo avevano tocco, e, come quello che nessun riparo difendeva, n'era rimasto sconciamente ferito: altra speranza non gli avanzava che percuotere l'Antinori con tanta veemenza sull'elmo da cacciarlo trammortito per terra; allora gli si sarebbe lanciato sopra e, insinuandogli la punta nella commessura tra il corsatello e l'elmo, confidava svenarlo. In questo disegno afferra la spada con ambe le mani e, levandosi ritto sul letto, acconsente quel colpo con tutta la persona. — Agevole fu al Morticino, destrissimo, di tirarsi da parte e mandare a vuoto la percossa; sicchè il giovane, non trovando contrasto, venne tratto fuori di bilico a traboccare dal letto spezzandosi sopra la terra le labbra e i denti. L'Antinori gli balza sopra, la mano gli pone entro i capelli, intorno al pugno gli attorce, e traendole di forza lo strascina. Il padre, visto quel caso miserabile, non già immeritato, così impetuoso scosse le braccia che mandò quei due che lo tenevano stretto lontani da sè a rotolare per terra, — ed accorrevaal soccorso... Ma i due caduti urtando nella tavola su la quale ardeva la lampada, la rovesciano; — mancò la luce... ma il raggio moribondo si prolunga riflesso sopra la spada del Morticino che si abbassa sul corpo del giovane Eustacchio. Quando le amate sembianze gli scomparvero dallo sguardo al Sassatello, mancate sotto le gambe, venne meno il coraggio, gli si ottenebrò l'intelletto, — rimase immobile — pauroso di offendere le membra del figliuolo, non ardiva movere passo: i nemici lo atterrarono, — gli avvinsero di corde le braccia; — egli non mandò sospiro, — non gemito di angoscia; immerso dentro un abisso di dolore, stette muto.
In altra parte accadeva altra strana vicenda. Parmi d'avervi già raccontato come un poeta, Annibale Bentivoglio bolognese, militasse contra a Firenze nel campo pel papa; costui, siccome soventi volte accade ai soldati, abborrendo le sciagure di quella misera contrada e chi n'era cagione, non per tanto si adoperava in vantaggio degli oppressori; raccolto la sera nella sua tenda, malediceva alle infamie con quella medesima destra che aveva aiutato a commetterle la mattina; destato nello scompiglio, travolto nella fuga del suo colonnello, tolte appena le vesti e la spada, si riparava nelle parti più munite del campo, lasciando le carte sparse sopra la tavola. Ludovico Martelli, precorrendo la compagnia della milizia fiorentina di cui era capitano, entra nella tenda, e, viste le carte, lo prende vaghezza di leggere quello che contenessero. Il poeta aveva tracciato le due prime terzine della satira nella quale descrive il travaglio della città assediata; — le terzine dicono così:
Sovra i bei colli che vagheggian l'ArnoE la nostra città, che or duolsi et havePallido il viso e lagrimoso indarno,Sono un di quei che con fatica graveAl marzïal lavoro armati tieneQuel che di Pietro ha l'una e l'altra chiave.
Sovra i bei colli che vagheggian l'Arno
E la nostra città, che or duolsi et have
Pallido il viso e lagrimoso indarno,
Sono un di quei che con fatica grave
Al marzïal lavoro armati tiene
Quel che di Pietro ha l'una e l'altra chiave.
Arse di nobile sdegno il Martelli e, recatasi nella mano la penna, subito scrisse sotto continuando:
Ma non sarien l'empie sue voglie piene,Se d'italico sangue alcuna stilla,Snaturato, tu avessi entro le vene.
Ma non sarien l'empie sue voglie piene,
Se d'italico sangue alcuna stilla,
Snaturato, tu avessi entro le vene.
Poi gettata la penna, esclamò:
«In verità a chi ebbe intelletto da conoscere il malefizio, e il cuore non gli basta per sfuggirlo, la giustizia di Dio apparecchia doppia pena nell'altra vita.»
E poichè, tra tanti orrori nei quali va trattenendosi la mente, un esempio di virtù giunge gradito come aurea fresca che ristori il sangue, — giovaqui ricordare — che il Bentivoglio, tornato nella tenda, avendo letto quel foglio, sentì divamparsi il volto di vergogna; gli venne in fastidio la turpe vita e, pretestata certa sua infermità, si ritrasse dal campo; perocchè la musa infonde nell'uomo con la mente arguta un senso gentile, che rifugge dalle opere inique come da sconcezze che bruttano l'armonia del creato.
Qual mai cagione impedisce al principe Filiberto d'Orange di prendere un riposo che la natura concede al più misero dell'esercito imperiale? Il rumore dell'assalto non giunse per anche in quella parte remota del campo che egli abita. Sarebbe per avventura previdenza d'infaticabile capitano? Mai no, ch'ei se ne sta neghittosamente seduto, con le guance appoggiate sopra entrambi i pugni chiusi e gli occhi fissi, — senza sguardo però, — su certe carte deposte dinanzi a lui sopra la tavola. Forse considera le mappe di Firenze e indaga il luogo più destro agli assalti, o immagina qualche nuovo accorgimento di guerra per rintuzzare l'audacia, che si hanno tolta gli assediati nelle frequenti loro sortite? No; — causa della veglia del capitano di Cesare è questa lettera che mediante un suo fidato gli fece consegnare la madre:
«Sire principe, nostro dilettissimo figliuolo. — Quella che noi viviamo lontano da voi non può dirsi vita, e morte nemmeno, avvegnachè, quantunque di questa ultima io patisca incessanti dolori, non però mi apporta l'oblio e la quiete. Tra i terrori dell'inferno e i terrori di madre vinsero gli ultimi; noi osammo scoperchiare le sepolture, profferire con la nostra bocca gli scongiuri vietati e interrogare l'avvenire. — Nè perciò disperiamo della salute dell'anima nostra per ottenere il perdono ci sarà mediatrice presso a Dio la Vergine santissima: ella come madre conosce a quali estremi sia condotta la donna per amore del suo sangue — Filiberto, le mascelle dei defunti si sono riunite, e sapete voi qual vaticinio usciva dalla loro bocca senza labbra? — Voi perirete nella guerra di Fiorenza. — Deh! figliuol mio, lasciate cotesta impresa; voi siete l'istrumento col quale un parricida intende straziare le viscere della propria madre: voi non guadagnerete gloria terrena e porrete in pericolo la salute dell'anima. Dentro un poeta italiano, e parmi fiorentino, ben mi ricordo aver letto un giorno come certo cristiano si acquistasse l'inferno a cagione dei consigli di un papa[216]. — Rimovetevi dunque da cotesta impresa; pensate tramontare con voi il sole di casa Chalons, nessun figlio potere sostenere la gloria della nobile nostra famiglia, e sopra tutto pensate che la vostra eredità caderebbe addosso a me povera inferma, già grave di anni, come un peso sotto del quale rimarrei infranta[217].»Filiberto sentiva suo malgrado tale sgomento che gli pareva una voce del Destino: — i polsi di mano in mano gli battevano più languidi, — stava come sotto la potenza del fascino; — tant'è, — aveva paura: — se la sua lingua avesse proferita cotesta parola, ei se la sarebbe tagliata co' denti; — se in cotesto punto occhi umani avessero potuto leggergli nel cuore... od egli avrebbe spento quegli occhi, o trafitto il suo cuore. — Oh! non morrò, — le foglie non cadono già in primavera, ed io son bello, forte e potente; — ora non posso morire: — bisogna che la Morte aspetti; — aspetterà... almeno finchè non mi nasca un figlio legittimo, altrimenti la gloria mia sparirebbe dal mondo a guisa di quelle statue di plastica apprestate per celebrare qualche festa, — decoro di un giorno, — poscia neglette nella bottega dell'artefice; — la mia insegna, che resi con tanto sangue famosa, si sperderebbe inquartata entro chi sa quale altra arme. I morti mentiscono, — io mi sento pieno di vita. Ma!... Filippo il Bello..., grande..., figlio d'imperatore, padre d'imperatore..., glorioso..., avventurato, cadde sul fiore degli anni; — la Morte lo spense nel modo stesso che il chierico avaro soffia sul torchio appena acceso dicendo tra sè: vo' risparmiare la cera. — I corvi non si rimasero dal bezzicare gli occhi e schiaffeggiare con le ale le guance dell'avo di Filippo, — del bisavo di Carlo imperatore, Carlo il Temerario, là presso Nancy, comunque potentissimo tra i principi cristiani; — la Morte quando entra in camera del papa, non si curva mica al bacio de' piedi, ma gli va dritto e scuote il vicario di Dio della vita con la stessa agevolezza con la quale si scoterebbe una stilla di rugiada da un fiore... Ah!...
E sollevò la faccia.
Era visione? Era realtà? Nell'alzare gli occhi il suo sguardo s'incontra in uno sguardo acuto, come di vipera; un terribile simulacro di uomo gli stava davanti; — la pelle gli s'informa dall'ossa, — i capelli scomposti gli danno sembianza del capo di Medusa; tiene levata la destra scarna stringendo un pugnale; — però non s'inoltra, sembra essere trattenuto da forza misteriosa.
«Chi sei?» interroga il principe balzando in piedi e stringendo una pesante mazza d'arme, «e da parte di cui tu vieni?»
«Vengo da parte mia. — Temerario!» col manico di un coltello percotendosi la fronte esclama il personaggio apparito; «io ben sapeva non essere la tua ora anco giunta: — quello che Dio incide sopra la pietra cancellerà l'uomo coll'alito?...»
«Chi sei? parla...»
«Io mi sono uno che vengo per dirti: Filiberto, i fati hanno contato i tuoi giorni... guàrdati dall'aquila dei nostri Appennini; ella ha il rostro gagliardo e gli artigli taglienti...»
«Torna all'inferno, donde uscisti, demonio!» E qui il principe con quanto aveva di forza nel braccio scagliò la mazza d'arme contro il fantasma.
Il fantasma disparve tra le ombre. Filiberto con qualche esitanza sirecò in quella parte dove lo aveva veduto cadere, fidando trovare un uomo morto, ma non gli occorse persona; la sua mazza è lucida come se non avesse diviso altro che l'aria.
Corse nella parte anteriore della tenda; — le guardie dormivano, — una sola vigilante, interrogata, rispose non aver veduto od udito anima viva. L'Orange, quasi bisognoso di più libero respiro, uscì all'aria aperta. Il fantasma era Pieruccio; costui avanzandosi carponi tagliò la tenda in parte inosservata e vi penetrò col disegno, che gli uscì a vuoto, di uccidere il principe; quando questi gli lanciò contro la mazza d'arme avendo già disposto andarsene, prevenne il colpo distendendosi sul terreno per uscire siccome era entrato. Incolume riparò tra i suoi.
Posto ch'ebbe il piede fuor della tenda, il principe vide passare con presti passi un sacerdote accompagnato da un fante che gli rischiarava il sentiero col lampione; mosso da vaghezza di sapere a che si affrettasse, domandò:
«Dove andate, ser cappellano?»
«Ad amministrare l'olio santo al magnifico Girolamo da Morone che sta per morire...»
«Come?... che dite?... Il Morone!... Voi fate errore; — poc'anzi noi favellavamo insieme...»
«Figliuol mio, la morte non manda corrieri: il Morone si muore...»
Chi fosse Girolamo Morone ora non cade in acconcio di qui raccontare. Di lui scrivono tutti gli storici del tempo; meglio degli altri Francesco Guicciardini.
Filiberto adesso, ponendovi mente, ode rumore di guerra; — intende col guardo nelle ombre e poco si addentra; — all'improvviso un baleno illumina la città, il piano, quanto i colli circondano; e in quella subita luce vede, o pargli vedere, una zuffa, una fuga, un viluppo terribile di uomini e di cose.
Dico di cose, perchè discerne scorrere di qua e di là pel lampo certi grossi volumi bianchi che dando di cozzo alle tende, vi s'impigliano dentro e le fanno cadere: — poi la pèsta cresce; — diventano gli urli e lo strepito delle armi percosse più distinti; — di repente le mura di Firenze parvero circondate da una cintura vermiglia, e poco dopo rimbombò una scarica di cannoni grossi pel cavo dei colli. Allora si accòrse di quello che fosse; ma i capitani e i consiglieri non apparivano; — intanto il pericolo si accosta. Stava per dar fiato al suo corno, quando affannosi, mezzo armati, accorsero tutti in gruppo i principali dell'esercito in cerca di comandi. Filiberto nella urgenza del caso rinfranca l'animo smarrito; in presenza della morte il timore di morire lo abbandona; manda Pirro Colonna e il conte di San Secondo là dove più feroce conobbe essersi appiccata la mischia; spedisce messaggi ai colonnelli più lontani affinchè si armino, si stringano insieme e non si muovano se non ricevono avviso. — In questo ecco Baccio Valori come smemorato affrettarsi alla volta del principe, il quale, riconosciutolo appena al chiarore di un lampione, gli disse;
«Frate, tardi venisti... I Fiorentini non ci vonno lasciar dormire stanotte...»
«Oimè! — È il finimondo... il Morone mi spirò tra le braccia...»
«Il diavolo chiude le reti. — Vi ha egli lasciato nulla?»
E senza attendere risposta si volta a don Ferrante Gonzaga e gli comanda di calare verso il piano alla riscossa del colonnello di Sciarra; quindi riprese, come interrogando coloro che gli stavano attorno:
«Valenti uomini, guardate un po' costaggiù: — vedete quei corpi bianchi, — che cosa vi pajono?»
E tutti allora guardavano, — e non sapevano.
Allorchè meno se lo aspettano, ecco presso del principe prorompere un muggito; egli volta la testa e si contempla vicino un bove trafelato dalla corsa.
«Intendo» disse il principe, «messer Bacio; poichè il Morone è morto, il bove viene a profferirsi di compiere il numero dei miei consiglieri.»
Filiberto volse l'avventura in burla alle spalle del commessario del papa, siccome sovente costumava: non pertanto prima di riderne ne aveva avuto paura.
Ora è da sapersi che i nostri nel rompere impetuosamente gli usci delle case per uccidere coloro che dentro vi fossero, atterrarono la porta della stalla di un beccaio, donde uscite le bestie presero imbizzarrite a imperversare nel campo, spargendo per ogni dove lo scompiglio e la paura; nè vorrebbe attribuirsi ad amore del maraviglioso l'affermare che la metà del danno in quella notte venne da questi animali furiosi, i quali sbarattavano le intere compagnie, pestavano uomini, rovesciavano tende, mandavano sottosopra quanto loro si parava dinanzi[218].
«... Morto?» ripete forsennato l'Antinori. «Vi aveva forse promesso rendervelo vivo?»Cap. XIV, pag. 351.
«... Morto?» ripete forsennato l'Antinori. «Vi aveva forse promesso rendervelo vivo?»Cap. XIV, pag. 351.
Il disegno fermato col Malatesta fu, che il signor Orsino, rimasto a vigilare sul bastione di San Francesco, quando avesse veduto essere necessarii i rinforzi, sparasse le artiglierie ed uscisse con le sue genti dalla Porta di San Nicolò, siccome nel medesimo punto sarieno usciti Ottaviano Signorelli da Porta a San Pier Gattolini, e Giovanni da Turino da quella di san Giorgio. La bisogna avvenne nel modo che avevano divisato, e dando dentro francamente, cominciarono a tagliare; i nemici spauriti, non bene armati, appena opponevano resistenza; cotesta piuttosto che guerra giusta, era strage promiscua. Il principe d'Orange, circuito di uomini poveri di consiglio in quell'estremo, si stava presso alla porta della casa albergata dal Morone, incerto sopra i provvedimenti da opporsi all'ignoto pericolo; un paggio gli tiene fermo il caval di battaglia; — un altro gli porta l'elmo decoroso di piume: — di momento in momento si succedono messaggieri spediti da tutte le parti del campo, le ultime novelle più triste; — si raccoglie, cerca un rimedio che valga, e nulla trova; — alfine contro sè stessosdegnoso lascia andare un terribile colpo in un pilastro della porta, schizzano — fischiando le scheggie, — scintillano vampe di fuoco, — gli rende l'ira la mente, — ordina ritirarsi i colonnelli su le cime dei colli, lasciare le tende, accendere fuochi, nessuno trattenersi a salvare uomini spicciolati o intere compagnie; chi rimane disgiunto incolpi sè o la fortuna, — ma nessuno torni indietro: — così si restringerà l'esercito, si serrerà più denso, potrà meno scomporsi negli urti, meglio respingere gli assalti; poi monta in sella al cavallo e lo spinge verso il monastero del Paradiso, dove la mischia gli parea più forte.
Michelangiolo e Lupo, anime pari con diverso intelletto, sopra il campanile di San Miniato argomentavano tra loro come potessero recare molestia ai nemici. Lupo intendeva scaricare le artiglierie, nascesse che cosa sapeva nascerne; se non che Michelangiolo lo impediva dicendo:
«Non le toccare, Lupo, veh! le palle potrebbero uccidere nella confusione qualcheduno de' nostri,»
«Lasciate fare: — se la palla uccide un nemico ed uno dei soldati perugini agli stipendi nostri, la città ci guadagna il doppio; — i soldati forestieri uscirono i primi...»
«Che monta ciò? Io giurerei che i nostri giovani della milizia, comechè ultimi a uscire, sono stati i primi ad assaltare.»
«Sentite, Michelangiolo: io tirerei; — guardate colà presso al comignolo, — vedete quei lumi fermi? — cotesto è segno certo che colà non combattono; ora levando una zeppa alziamo i cannoni, e le palle non offenderanno il mucchio che mena le mani più al basso dentro quel buio...»
«Dio ti abbia in aiuto! — fa parlare da' tuoi cannoni una parola di ferro a quella mandra di scomunicati.»
Il campanile di San Miniato sfolgorava a gloria; ora s'incorona di un cerchio di fuoco, ora scomparisce per le ombre; lo avresti creduto un gigante che venisse a prender parte nella contesa in favore di Firenze[219]; ad ogni scarica lanciava la morte dentro quelle spesse colonne di uomini, i quali, trattenuti dal contegno dei capi, dalla disciplina severa ed anche dall'amore della reputazione acquistata nelle guerre trascorse, stavano a riparare con le membra loro cotesta bufera di ferro e di fuoco non senza mormorare però ed accennare che per poco non si sbarattavano dandosi alla fuga.
«Per Dio! per Dio! — Maledetto il buio! — Qui non possiamo nè anche vedere come si muoia...»
«Che importa il come, purchè si muoia da valorosi?...» grida sopraggiungendo Filiberto; «tenete fermo, se non volete essere sgozzati come una mandra di agnelli.»
«Viva il principe di Orange! Viva!»
Alcuni soldati che portavano torcie fecero calca intorno al capitano: uno tra gli altri gli si era posto davanti alla testa del cavallo; — all'improvviso,ecco una palla coglie il soldato nel capo, glielo porta via netto dal busto... e palla e testa percuotono dentro un masso del monte; la palla schiacciata rimbalzò fischiando, — la testa si sbrizzò, ed alcune scheggie degli ossi tagliarono il collo o il volto dei circostanti; il masso rimase chiazzato di una ruota di sangue, come se vi avessero buttato dentro una spugna intrisa di cinabro. Ne sentirono i più animosi ribrezzo.
Filiberto, mentre alzata la mano vuole imporre silenzio per favellare e inanimare i soldati, sente mancargli sotto il cavallo e con grande impeto stramazza sottosopra a terra in un fascio con lui. Un'altra palla dei cannoni di Lupo aveva infrante ambedue le gambe deretane del male arrivato animale. I soldati levarono altissimo grido:
«Il principe è morto!...»
«Paltonieri! assalitori di conventi! chi vi ha detto che io sia morto?» grida a sua posta il principe rilevandosi tutto fangoso; — «la palla che deve uccidermi non è anche fusa; non vedeste mai cavalli morire in battaglia?»
Nondimeno conobbe impossibile mantenersi in quel luogo.
«Campanile sconsagrato!» disse minacciando il campanile di San Miniato, «me la pagherai.»
E poi ordinò si ritraessero e dietro il colle lontano dal tiro delle artiglierie riparassero.
Io non istarò ad affaticarmi più oltre la mente nel raccontare i molti casi avvenuti in codesta notte memorabile; sì perchè mi converrà mettere parole di altri scontri ferocissimi di guerra, sì perchè le tenebre ne celarono la maggior parte. Le storie dei tempi rammentano che, mentre i morti nemici sommarono a parecchie centinaia e i feriti a numero quasi infinito, dei nostri non ne rimase spento veruno od anche ferito: il quale ricordo non corre senza un cotal poco di esagerazione, imperciocchè Benedetto Varchi, che in quella notte colla banda della sua milizia guardava il monte, assicuri di avere veduto trasportare certo soldato con una archibusata in una coscia. Si disse che i Fiorentini avrebbero potuto rompere il campo e sciogliere l'assedio, se eglino avessero fatto prova non già di maggiore audacia, che la mostrarono smisurata, ma se il capitano generale, ormai venduta l'anima al papa, non si fosse ingegnato di mandare a vuoto la bellissima impresa.
Stefano Colonna, poichè dopo la feroce resistenza, vide così di leggieri lasciargli il terreno il nemico, conobbe com'egli volesse rendersi forte su le cime dei colli ed invitarlo in parte dove, per essere ripido il suolo, avrebbe potuto vendicare la ingiuria patita; — ebbro di quel primo successo avventuroso, non rifiutava spingere l'affronto ai termini estremi, ma per ciò fare abbisognava di maggior copia di milizie; aveva già mandato nunzii alla città, e il popolo, appena conobbe le novelle liete, menava gazzarra, correva per le strade cantando o si affollava alle chiese per render grazie a Cristo e alla Madonna. Malatesta però era deliberato di non ispedire i rinforzi, e per questa volta ai disegni di tradimento si aggiunse la invidia contro al signore Stefano. Raccoltia sè d'intorno i principali dell'esercito, espose loro il pericolo d'indebolire il presidio, già scemato per le bande di recente sparse pel dominio e per le milizie uscite col Colonna; poteva mandare, e certo mandò, il principe d'Orange avvisi al conte di Lodrone, che stanziava co' suoi lanzi in San Donato in Polverosa; e dove questi si fossero mossi all'assalto, correva rischio la città di essere presa: insomma tante ragioni dedusse, al vero così destramente mescolò il falso, tali aggiunse preteste di amore sviscerato alla libertà di Firenze che i colonelli, in parte persuasi, in parte svolti dall'autorità sua, convennero non fosse da avventurarsi la somma della guerra. Il Colonna, mentre aspettava impaziente i soccorsi domandati e con amaritudine immensa vedeva freddarsi la caldezza delle sue milizie, sente il corno che gl'intimava ritrarsi; — egli pensò sul principio essersi ingannato; poi quando più distinto lo percosse il suono, immaginò partirsi dai nemici; finalmente allorchè non gli rimase nessuna via da illudere sè stesso, fa per disperarsi, — stette un tempo esitante se, disprezzato il comando, dovesse gittarsi in balìa della fortuna: ma questo capitano di sua natura prudente ed avvezzo a dipendere, quantunque preposto a corpi di eserciti, dai comandi di un generale supremo, non osò; l'animo gli mancava all'uopo, — la indisciplina gli parve vergogna uguale alla viltà: — spirito senza genio, che ignorava gli eventi giustificare le imprese e i fatti che il mondo ammira magnanimi e veramente sono, il più delle volte essere stati condotti o contro o fuori della legge. — Ordinava pertanto la ritirata.
I Fiorentini, postisi in mezzo i prigionieri, s'incamminano verso Firenze. Il giorno gli sorprese a mezza strada, sicchè ai primi albori poterono distinguere i volti di quelli che menavano legati. Il caso volle che il Morticino guardandosi attorno scorgesse prossimo a sè Giovanni da Sassatello, il quale alla meglio fasciato procedeva col volto chino immerso dentro inenarrabile dolore. L'Antinori non conosceva quel senso di gentilezza che mai non si scompagna dai forti davvero, e che consiste, quando il nemico è caduto, ad ammollire il cuore e a dirgli: Basta. — Vendetta fino alla fossa, ed anco oltre la fossa, era la religione sua se del tossico preparato al nemico una sola stilla si fosse smarrita, a lui pareva non avere nulla ottenuto. Con pronti passi gli venne dietro, e violentemente percossolo sopra la spalla:
«Capitano Giovanni da Sassatello», gridò tra beffardo e feroce, «Dio vi mandi molti giorni simili a questo.»
Il Sassatello levò la faccia come smemorato, ma all'apparire improvviso di cotesto uomo sinistro, l'anima dolorosa rammentò distinti i casi della orribile notte; — il raggio estremo della lampada riflesso su la spada calata contro il collo del figlio torna a balenare su la tenebra del suo pensiero, — l'ira, la pietà, la paura riarsero dentro di lui, e senza profferir motto, furibondo tentò rompere i legami per darsi la morte.
«Badatelo», ordinava il Castiglione, «l'empio ladrone deve lasciare la testa sul patibolo.»
«Oh! no», risponde l'Antinori, «Dante, lasciamolo andare.»
«Siete voi, Antinori, che dite questo?»
«Sì, sono: Dio perdonò su la croce, non può perdonare anche l'uomo?»
«Antinori!»
«Dante, vicino a inebriarmi di vendetta ho conosciuto quanto costi esser crudele; — in fondo al vaso dell'ira trovai la compassione; — anche Pandora in fondo all'urna dei mali vide la speranza...»
«Antinori!»
«Forse anch'io non ebbi nascimento sopra la terra che fu patria a Giovanni Gualberto, il santo misericordioso? Lasciamolo andare, ve ne scongiuro...»
«Per me, nel caso vostro, vorrei che fosse giudicato nelle forme e poi decollato come si merita, per esempio di giustizia.»
«E sempre giustizia! e sempre giustizia. Ma che cosa diverremo noi, se Cristo invece di giustizia non ci usasse misericordia?»
Dante si strinse nelle spalle e conchiuse:
«Intendo anch'io che se la bilancia deve pendere, meglio è che penda dal lato del perdono...; però io non avrei perdonato... e non avrei creduto che voi, perdonaste...»
«Le lacrime del pentimento di questo infelice mitigheranno il fuoco dentro il quale si purga l'anima di Lionardo; e mentre così favella scioglie le funi che legavano il Sassatello, e quindi aggiunge: «Va, — pentiti, fratello mio, e Cristo ti conceda molti giorni uguali a questo.»
Avete mai veduto una rondine presa a cui si ridoni la libertà? Incerta o salvatica, non si attenta dapprima volare, — ella ch'è così desiosa di percorrere di su e di giù le vaste curve nel firmamento! Poi, tacendo ogni dubbio di schiavitù, sferza l'ale e si allontana veloce più che saetta. Tal fu il Sassatello; si fermò alquanto incredulo, — levò le braccia, — stese un piede, se lo sente libero, — all'improvviso accelerando i passi si caccia giù a fuggire alla dirotta, dolorosamente chiamando:
«Eustachio! — Eustachio!»
L'Antinori prorompe in altissimo riso; — così sinistro questo gli sconvolge il volto che Dante non potè sopportarlo e abbassò gli occhi. Il Morticino, continuando nelle dimostrazioni di gioja frenetica, chiama a sè dintorno il Bichi, l'Arsoli, il Busino ed altri uomini valenti nella milizia.
«Udite... uditemi», s'interrompeva sghignazzando, «oh! l'ingegnoso trovato... il buon consiglio che mi dava l'angiolo custode... quando fu rovesciata la tavola, spenta la lampada, il Sassatello prigione..., non so nemmeno io quante mai volte forassi da una parte all'altra quel marrano ch'ei chiamava suo figlio; — mi lavai nel suo sangue le mani, — me lo posi su i labbri e lo bevvi... Chi vanta il vino, gli è un grullo! più grullo chi vanta l'amore! Che intende pregustare nel mondo i diletti ineffabili del paradiso, arda prima di odio e si disseti poi nel sangue dell'odiato! — Pur non mi sembrava sentirmi contento... è non lo era... nè lopoteva essere... Mi cadde in mente un pensiero... una burla.., ridevole, per Dio!... e la fortuna l'ha favorita.... Accomodai il cadavere d'Eustachio sul letto dond'era caduto e gli tagliai la testa... poi i piedi., poi sul collo vi adattai i piedi e al termine delle gambe la testa;... che vi par egli? Non è arguto il trovato? Ridete. — Ridete. Pensate mo' se il Sassatello spalancherà gli occhi più della porta di San Francesco che ci sta davanti, quando vedrà il figliuolo acconcio in questa guisa...»
I valorosi soldati gli voltarono le spalle lasciandolo solo; egli distese la destra al Castiglione, favellando:
«Porgetemi la vostra, congratulatevi meco; io sono contento...»
«Antinori, le mie mani come le vostre appaiono intrise di sangue; — nondimeno io mi sento degno di toccare anche adesso l'ostia consacrata; — andate, uomo feroce... voi mi fate orrore.»
Il Sassatello, un'ora dopo, fu trovato seduto davanti la tavola, — tenendo con le mani a guisa di tanaglia grancito il cranio del figliuolo; — vollero allontanarlo da cotesto spettacolo; — egli era morto... aveva sul teschio reciso del figlio versato non lacrime, ma con un effluvio di sangue prorottogli dal petto — la vita.