Direte non lasciar la patria noi,Perchè madri con noi verranno e figli?Ma il terren, le onde, gli alberi, le rupiCare dagli anni primi, e in cui la scorsaPur si rivive età, ma quelle pianteChe a un dio, ad un eroe, a un dolce oggettoDei nostri affetti consecrar ci piacque,Dite, verran? Dei nostri padri l'ossa.Che a questa terra in sen dormon tranquille,Sorgeran per seguirci?Arminio,tragedia.
Direte non lasciar la patria noi,Perchè madri con noi verranno e figli?Ma il terren, le onde, gli alberi, le rupiCare dagli anni primi, e in cui la scorsaPur si rivive età, ma quelle pianteChe a un dio, ad un eroe, a un dolce oggettoDei nostri affetti consecrar ci piacque,Dite, verran? Dei nostri padri l'ossa.Che a questa terra in sen dormon tranquille,Sorgeran per seguirci?Arminio,tragedia.
Direte non lasciar la patria noi,
Perchè madri con noi verranno e figli?
Ma il terren, le onde, gli alberi, le rupi
Care dagli anni primi, e in cui la scorsa
Pur si rivive età, ma quelle piante
Che a un dio, ad un eroe, a un dolce oggetto
Dei nostri affetti consecrar ci piacque,
Dite, verran? Dei nostri padri l'ossa.
Che a questa terra in sen dormon tranquille,
Sorgeran per seguirci?
Arminio,tragedia.
Donato Giannotti, scrivendo la vita di Francesco Mariotto Ferruccio, così concludeva: «uomo memorabile e degno di essere celebrato da tutti quelli che hanno in odio la tirannide e sono amici della patria loro, come fu egli, che, oltre a tante fatiche e disagi sopportati, messe finalmente per quella la propria vita.»
Celebriamo dunque Francesco Ferruccio; egli nacque di antica famiglia, tra quelle del secondo popolo, la quale tenne la dignità del gonfalonierato quattro volte: la prima nel 1299; priori n'ebbe venti tra il 1299 e il 1512, e fu la virtù ereditaria tra i suoi. Tuccio, fra gli antenati incliti di lui più illustre di tutti, oltre i supremi uffici della Repubblica gloriosamente esercitati, oltre l'avere dato mano alla terza cinta delle mura di Firenze ed avere combattuto in quasi tutte le battaglie dei suoi tempi, sortì dai cieli la fortuna di respingere Arrigo VII tedesco,dai muri di Firenze, e l'onore insigne di trovarsi compreso nella nota, che il respinto imperatore pubblicò a Poggibonsi, dei cittadini che più degli altri si travagliarono a cacciarlo via, dichiarandoli tutti ribelli e felloni. Antonio suo bisavo, sotto il governo del magnifico Lorenzo dei Medici, con suo onore si travagliò nella guerra di Pietrasanta e Sarzana. Simone, suo maggiore fratello, fu soprammodo accetto al Giacomino Tebalducci, il quale, finchè stette commessario alla impresa di Pisa, lo chiese sempre ai Dieci per servirsene nei casi di guerra. Francesco, da giovane, molto si dilettò di cacce; per la qual cosa gran parte dell'anno si tratteneva in certa sua possessione nel Casentino; chiamata la Tomba, dove nutricava un solo astore, di più non potendo in grazia della sostanza non troppa e della molta famiglia; poi venne a Firenze e poco fu vago di lettere, della mercanzia meno, dacchè, messo al banco di Rafaello Girolami, dopo esserci rimasto torbido e svogliato intorno a trenta mesi, toccato il quindicesimo anno, come ristucco di repente partì e non volle saperne altro. Costumava assai la compagnia dei bravi, donde mostrandosi più pronto di mani che di parole, sostenne con suo onore parecchie contese, fra le quali sporgono fuori quelle col capitano Cuio per conto di laido scherzo, e col Boccali a cagione della Sellaina, di cui chi avrà vaghezza di sapere più oltre, potrà cercarne nella vita che ne scrisse Filippo Sassetti; meglio alla lode del personaggio ed alla futura fama di lui varrà ricordare come, ridottosi a vivere in campagna, tali prove vi fece così di prudenza come di ardimento che i popoli di Romagna, per natura riottosi, a lui per arbitro delle liti soventi volte ricorrevano, ed egli in destro modo le acconciava, venendo in questa guisa a procacciarsi la reverenza e l'amore di tutto il paese. Però fino a trentotto anni non ebbe uffizii pubblici: chè tali non si vogliono chiamare le potesterie di Campi, di Radda e del Chianti, comecchè in questo ultimo magistrato palesasse la natura sua impazientissima a patire torto e la prontezza di vendicarlo; avvegnadio certi venturieri ai soldi dei Sanesi avendo fatto incursione su le terre della Repubblica e rubatovi grossa preda, egli, messi insieme alquanti archibusieri, assaltò francamente i saccardi e, menatone aspro governo, li costrinse a restituire le robe rubate. Nè di ciò deve l'uomo prendere maraviglia, vedendosi per le storie come nei tempi ordinarii e tranquilli primeggino ai governi i potenti, nei difficili i virtuosi, per essere poi rovesciati o spenti cessato il pericolo: vicenda che ogni dì si predica finita, e che ogni dì si rinuova. Fortuna fu non sua, bensì della gloria di questa patria nostra, che Giovambattista Soderini, personaggio gravissimo, avendogli posto gli occhi addosso, e piaciutegli le maniere del giovane, se lo facesse domestico, cercando sviluppare in lui quella virtù, che conobbe come un tesoro nascosto posarglisi nel cuore; intendimento e prova che superarono di gran lunga la speranza. Quando pertanto il Soderini e Marco del Nero andarono commessarii delle genti fiorentine al conquisto di Napoli con monsignor di Lautrec, lo condussero seco, e, fedele compagno nella prospera come nella contraria fortuna,nella rotta dell'esercito francese cadde co' commessarii prigione; dalla quale prigionia, secondo quello che avvertimmo, venne riscattato da messer Tomaso Cambi Importuni, ma a quanto sembra, co' propri danari.
Mentre che il Soderini visse, il Ferruccio, consapevole dovere a lui quanto sapeva ed era, gli usò grandissima riverenza: e morto, gli ebbe sempre vivissimo amore, sicchè ogni volta gli accadeva rammentarlo gli sgorgavano le lacrime dagli occhi: onde il Varchi lasciò scritto che ei fu verso il Soderino quello che si legge nei romanzi essere stato Terigi verso Orlando.
Fu adoperato ancora dalla Signoria quando il Cristianissimo convenne co' Fiorentini di mantenere Renzo da Ceri a Barletta, purchè contribuissero alla spesa; e mandato a Pesaro con seimila ducati in panni e in danari per le paghe pei Francesi, udita ch'ebbe la nuova della pace di Cambrai, deludendo la importunità dei ricevitori del signor Renzo, se ne tornò con la roba e con i danari e Firenze.
Tomaso Soderini, deputato commessario di Valdichiana, avendo bisogno di uno che lo servisse in molte azioni di guerra, come a pagare soldati, rassegnarli, ed altre cotali, fu consigliato e menare seco il Ferruccio; ed egli (sono parole del Giannotto), comechè non gli paresse la cosa secondo il suo grado, essendo anch'egli nobile fiorentino, nondimeno, per far servizio alla patria, non ricusò l'andata.
Zanobi Bartolini, succeduto nel commessario della Valdichiana al Soderini, si servì dell'opera sua nel modo che aveva fatto Tomaso; lo mandò a Perugia per la condotta del Malatesta, e parve non fidarsi di altri che a lui, quando abbisognava di uomo che alla prontezza e all'ardire aggiungesse la prudenza. Il Bartolino, nel governo della Valdichiana, per somma sventura della città, fu scambiato con Antonfrancesco Albizzi, e quello che per lui si operasse, o qual parte il Ferruccio vi prendesse, vedemmo sul principio del nostro libro. Poi si ridusse in patria; dove alcun tempo stette senza essere adoperato. Udendo i Dieci il mal governo di Lorenzo Soderini commessario a Prato, pensarono dargli un compagno e crearono il Ferruccio; il quale recatosi all'ufficio e, malgrado la obbligazione che aveva con la casa Soderina, non trovando cosa in Lorenzo che non fosse degna di rampogna, lo ammoniva con parole cortesi; e quando conobbe i suoi consigli disprezzati da cotesto ingegno vano del pari che superbo, acremente lo riprendeva. I Dieci licenziarono ambedue e poco appresso, della virtù di Ferruccio persuasi, lo elessero commessario in Empoli.
Or che fa egli in Empoli il nostro Ferruccio? Appena giunto, saldò le paghe ai soldati, li rassegnò, li ammonì che come d'ora innanzi nessuna bella azione sarebbe andata senza premio, così nessuna trista passerebbe senza pena; si tenessero pertanto avvertiti: un soldato nella rassegna uscito di fila, richiese il commessario gli fosse cortese di spedire alla sua famiglia a Firenze due ducati, e gli dette l'indicazione dei luoghi e delle persone; della quale indicazione presa nota Ferrucciorimandò il soldato al suo posto, dicendo: «Va, tienti i ducati; manderò a tuo padre un fiorino del mio.» Esaminò le mura, rinforzò le vecchie torri, ne fabbricò nuove, scavò fossi, prolungò le cortine per inchiudere nel recinto alcuni molini che rimanevano fuori: considerando poi disagevole la difesa di circonferenza sì vasta, distrasse le cortine, abbattè i molini e i borghi circostanti, copia di vettovaglie raccolse, munizioni di guerra di ogni maniera adunò; solertissimo a soddisfare alle paghe dei soldati, non sofferse rimanessero di un giorno solo in ritardo; e certa volta che da Firenze non gli vennero danari, pagò dei suoi, e restando pur tuttavia debitore, si tolse dal collo una collana di oro e, rottala in pezzi, ne presentò i capitani; invano rifiutarono questi, ch'egli insistendo favellò: «Poichè io più di voi amo la mia terra e più ne sono amato, ragion vuole che per lei spenda in cortesia»; e poco dopo vedendo che pur sempre ricusavano, «Prendete», aggiunse, «prendete; egli è ben giusto che a me si debba premio più scarso di danaro, perchè ricevo maggiore guiderdone di gloria; noi combattiamo insieme le medesime battaglie; i pericoli stessi, i patimenti duriamo, e forse il mio nome solo vivrà, rimarrà il vostro sepolto con voi.» Nè stette molto che la Signoria gli fece notificare, non che potesse spedire fuori danari, appena e a grande stento provvedeva ai bisogni della città, però cercasse il modo di aiutarsi da sè: ed egli, di capitano diventato mercante, ordinò una nuova annona di vettovaglie, cioè vino, grano, olio e biade di ogni ragione, e da quelle trasse tanto che soddisfece alle paghe senza più molestare la città[220]. Ma occupato in siffatti fastidii, non mancava poi al debito di valentuomo di guerra, che non passava giorno senza che egli scorazzando nel paese, o qualche imboscata non tendesse, o qualche scaramuccia non ingaggiasse, sovente con suo notabile vantaggio, con danno mai. Ora avvenne secondo quello che ci lasciò scritto Benedetto Varchi[221], che alcuni giovani fiorentini; ai quali più che il viver libero piacque la servitù, si avvolgessero pel dominio e sotto nome di commessarii del papa andassero commettendo male, e tra questi annovera Agnellino Capponi, giovane di poco cervello e cattivo; Giuliano Salviati, che il cervello avea nella lingua, ed uno dei Buondelmonti chiamato lo Smariuolo. A costoro venne fatto di ribellare gli uomini di Castel Fiorentino, e mostravano volersi allargare, se il Ferruccio non vi avesse posto in buon tempo rimedio; egli pertanto mosso segretamente da Empoli ed arrivato presso al castello, dichiarò ai soldati ch'ei gli menava a vincere, non a predare; badassero a non toccare le robe e le persone dei cittadini, pena la testa: dette l'assalto e vinse e ridusse di nuovo i castellani alla devozione del comune di Firenze. Qui fu che, informato come due soldati avessero trasgredito gli ordini, ponendo a sacco la casa di un cittadino, senza lasciarsi piegare dalle sollecitazioni e dalle preghiere,comandò si appiccassero; ed a coloro che gli facevano istanza per la vita dei colpevoli, «Messeri», egli disse, «molti nelle storie della mia patria lodano questo o quel fatto virtuosamente operato, dacchè la Dio grazia di belle azioni non fu mai penuria nella mia Fiorenza; ma io sopra tutti commendo e levo a cielo quello che si racconta quando i Fiorentini guardarono a Pisa negli anni di Cristo 1117, il quale è questo: i Pisani avevano apprestata una grande armata di navi per andare al conquisto di Majolica, ma essendo in quel medesimo tempo stata dai Lucchesi intimata loro la guerra, non ardivano andare e stavano per ritirarsi dalla impresa; pure vivendo essi di pessima voglia che tanto apparato avesse a riuscire invano, mandarono ambasciatori ai Fiorentini, onde piacesse loro custodire la città finchè non fossero ritornati da cotesta guerra. I Fiorentini accettarono e spedirono uomini di arme con ordine di porsi a campo due miglia fuori della città; e perchè la fede di quel buon tempo antico apparisse più chiara, sotto pena di sangue proibirono che nessuno si attentasse entrare in città; uno solo non ubbidì, entrò dentro e preso fu condannato alle forche. I cittadini pisani supplicarono il perdono e non l'ottennero; — allora vietarono sopra il terreno loro si facesse morire; ma i Fiorentini secretamente e in nome del comune comperarono un campo, e quivi per mantenere il decreto lo giustiziarono[222]; però tacete, levatemi dal mio cospetto e lasciate che la giustizia cammini la sua via[223].»
Procedendo nella sua splendida carriera, venne in animo al Ferruccio tentare cose maggiori, e però scrisse ai signori Dieci gli mandassero alcuni cavalli; i quali, ormai conosciuta la virtù dell'uomo, gli spedirono Iacopo Bichi e Amico Arsoli, che volentieri vi andarono: con questi scorrendo Val di Pesa una volta sorprese e condusse prigionieri cento cavallieri spagnuoli, un'altra volta sessanta. Così fidato nel valore de' suoi, deliberò riconquistare ai Fiorentini San Miniato al Tedesco. Gli Spagnuoli, quando prima giunsero su quel di Firenze, presero cotesto castello e, messovi dentro forte presidio, quinci tenevano infestato il cammino da Pisa a Firenze. Il commessario, provveduto buon numero di guastatori e artiglierie e zappe e scale e picconi e ordigni altri di guerra, andò ad assaltarlo; le difese degli Spagnuoli, tuttochè ferocissime non valsero; gli aiuti dei terrazzani medesimi più poco giovarono; egli primo, il Ferruccio, salito sopra la breccia, sostenne l'impeto del nemico e diede abilità ai suoi di penetrare a forza e tagliare e pezzi quanti si paravano loro dinanzi. — Presa la terra, rimaneva la rôcca, dove si erano ricoverati non pochi nemici e quivi facevano le viste di rinnovare la battaglia. Il Ferruccio, insofferente di riposo, con la rotellaal braccio, la spada in mano, gridò a' suoi: «Finchè la bandiera imperiale sventoli sulla roccia, noi non abbiamo anche vinto; all'assalto! all'assalto!» E si precipita il primo. Erano stanchi i suoi, erano sanguinosi, ma potevano senza infamia eterna del nome loro lasciare solo nel pericolo il prode capitano? Il Bichi e l'Arsoli, ammirando trasecolati come così virtuoso uomo di guerra si mostrasse di côlta, accesi di nobile emulazione, non consentirono parere da meno del valorosissimo commessario: — appoggiarono pertanto le scale e con incredibile ardore si avventuravano a quella aerea battaglia: molti caddero andando a sfracellarsi le ossa sul terreno; i muri della rôcca in più parti grondarono sangue: nondimanco l'ebbe a patti. Il capitano spagnuolo preposto alla difesa di San Miniato sotto buona scorta mandò prigione a Firenze[224]. In tutti questi affronti la fortuna aveva riparato il Ferruccio come di scudo invisibile; — non un colpo, non una graffiatura l'offese; parve l'uomo di Dio. L'onore delle donne, le sostanze dei cittadini rimasero intatti; modo di guerra nuovo a' quei tempi, nei quali piacque ai soldati la vittoria solo perchè fruttava la preda. Se i Fiorentini alla fama di tante imprese avventurosamente condotte a fine si rallegrassero, non è a dire; il Ferruccio lodavano, il suo nome volava per le bocche di tutti, ai più illustri capitani dell'antichità lo paragonavano, i partigiani del Frate lui essere il promesso, lui Gedeone dicevano. La vita della Repubblica di Firenze, la libertà dell'universa Italia era posta nel palpito del cuore del Ferruccio.
Certa sera due uomini vennero a cercarlo in Empoli; il primo gli recò una carta dei Dieci, ch'ei lesse attentamente e poi nascose in seno; col secondo, il quale aveva sembianza di esploratore, si ridusse in disparte a favellare sommesso, e dopo lungo colloquio ordinò al Bichi, all'Arsoli, a Niccolò di Morea detto Musacchino, e a Vico stessero pronti a mettersi in cammino due ore prima del giorno; andassero a riposarsi per mostrarsi alla dimane gagliardi; egli provvide a far mettere su le carra copia di grani, vini, e buona quantità di salnitro; vigilò al carico, esaminò se fossero le stanghe e le ruote salde, ebbe riguardo a tutto; finalmente, eseguita la consueta sua ronda, piegò il suo mantello e, postoselo sotto il capo a guisa di guanciale, si stese a giacere sul nudo terreno.
All'erta, soldati, il capitano è pronto! — Si abbassa il ponte levatoio, le compagnie passano e i carriaggi; — silenziosi cominciarono il divisato cammino. Il Ferruccio cavalca al fianco di Vico, e poichè ebbero proceduto buon tratto di via insieme,
«Vico», gli disse consegnandogli un volume di carte, — «presenterete queste lettere alla Signoria e accompagnerete la vettovaglia a Fiorenza.»
«Commissario», rispose Vico, — «ma perchè non mandaste qualche capo di bestie? In Fiorenza devono patire difetto di carne...»
«Sta di buon animo, Dio provvederà.»
«E a che quei tanti sacchi di nitro?»
«Figliuol mio, i nostri sono stremi di polveri, ed a me sembra religione mandarli, onde si rimangono dal sacrilegio...»
«Sacrilegio?»
«Sì, ma di cui il giudice eterno un giorno chiederà conto al pontefice, non a noi. I nostri lo vanno cercando per gli avelli dei padri...[225]»
Così è; in questo memorabile assedio le ossa dei defunti alimentarono la guerra, ed al Ferruccio pareva sacrilegio. Che avrebbe egli detto, se si fosse trovato nei tempi presenti a vedere sconvolgere la terra e trarne l'ossa per imbianchire lo zucchero? Gran parte di un filosofo adesso trangugiamo a colezione! Veramente, tra l'essere adoperate le nostre reliquie in offesa a nemici della patria o giovare alle delicature dei sardanapali, chi non torrebbe di trovare sepoltura dentro un cannone? — Ma dacchè ciò non sarà conteso, professiamoci contenti di chiarire lo zucchero; troppo mi sentiva umiliato nel pensiero che io, uomo, immagine di Dio (per quanto la Genesi mi assicura), albergo d'intelligenza immortale, morto una volta, non fossi più buono a nulla. A ciò provvedano chimici e filosofi; — intendano diligentemente a far sì che, se l'uomo non giunge a superare il bove marino, di cui i Camsciadali adattano ogni spoglia ai proprii bisogni, possa un giorno stare a pari col bove terrestre. Giova almeno sperarlo; i progressi quotidiani delle scienze ce ne porgono quasi la sicurezza: — in questa fiducia riprendo la storia.
Intanto i primi raggi del sole si affacciano su l'estremo orizzonte; scorre per la campagna un fremito di allegrezza; esulta il creato. Il Ferruccio ordinò alle milizie sostassero, ed egli primo, piegato il ginocchio a terra all'apparire dell'opera più stupenda della creazione, si chinò ad adorare il Creatore. Il Bichi, l'Arsoli ed altri capitani, usi alle licenze del campo, — usi in quei tempi di scisma a vedere ogni fede avvilita, pensavano trasognare; pure indotti dall'esempio si curvarono anch'essi tentando revocare su i labbri una preghiera antica; — non ricordarono le parole, ma il cuore pregò, e quando si rilevarono sentirono un conforto, come se quella voce dell'anima gli avesse fatti degni di partecipare alla benedizione della natura. Il Ferruccio, che se ne accorse, sorridendo dolcemente favellò:
«Compagni miei, in qual mai cosa lo spirito dell'uomo libero differirebbe dallo schiavo, se la nostra parola non salisse all'Eterno più accetta che quella dei nostri nemici?»
E proseguivano il cammino. — Il Ferruccio con la faccia abbassata sul seno pareva che meditasse, invece porgeva attentissimo l'orecchio per udire se da qualche parte movesse rumore; — qualche volta tendevalo sguardo e, contemplando tanta pace di cielo, così soave bellezza di suolo, dove i borghi e i castelli avrebbero dovuto riposarsi tranquilli come pargoli sul seno materno, imprecava nel suo secreto alle cupidigie umane, le quali ogni paradiso avrebbero virtù di mutare in inferno; tale altra sostava a considerare le serie dei monti digradanti, i più prossimi lieti di verde, i mezzani brulli ed oscuri, gli ultimi bianchi di neve e confinanti col cielo, — immagine eloquentissima della nostra vita con le promesse della giovanezza, le delusioni della virilità e la impotenza degli estremi anni... ma dove la vita caduca si rimane ecco incomincia uno spazio senza fine, azzurro, misteriosamente magnifico — eterno. — Esulta! — diceva all'anima sua: — prima di batter l'ale la farfalla è un verme; forse a te fu imposta la spoglia umana prima di scintillare stella pel firmamento; diventa tale sopra la terra che il cielo t'invidii. — Così tornando alle cure della vita, ordina a Vico continui il viaggio con le salmerie, agli altri rimangano. Or sì, or no, secondochè il vento spira, si fa sentire il suono dei tamburi, — si odono più distinti, — già le prime insegne di un colonnello imperiale cominciano ad apparire.
E Ludovico sospirando riprese a cantare: «Deh! quanto è gran dolore — Ruinar di nostre mani — L'arche dei padri nostri, — Li tempi dei cristiani!»Cap. XV, pag. 372.
E Ludovico sospirando riprese a cantare: «Deh! quanto è gran dolore — Ruinar di nostre mani — L'arche dei padri nostri, — Li tempi dei cristiani!»Cap. XV, pag. 372.
«Viva Marzocco!» e con questo grido di guerra i Ferrucciani rovinano addosso ai nemici. Il signor Pirro di Stipicciano, soccorso il castello di Peccioli e slargato l'assedio di cui lo teneva stretto Cecco Tosinghi commessario in Pisa, se ne tornava trionfante con grossa torma di bestiame fatta predando all'intorno il contado[226]; trovato quell'intoppo, come colui che, veramente essendo valoroso nulla contava nel mondo altrui, con maniera brava esclamò: «Orsù, cacciamo col calco dell'asta cotesti villani.» Tre volte menò all'assalto i suoi, e tre furono aspramente ributtati; — all'ultimo i Ferrucciani combattendo con impeto irresistibile sbarattarono le ordinanze, le calpestarono e cominciarono così disperse a manometterle senza pietà; lo stesso Pirro Colonna, mentre più si affaticava spinto a rifascio insieme al cavallo giù in una fossa piena di fango, dovè la vita alla fede ch'ebbero i nostri nella morte di lui, imperciocchè lo reputando affogato, ve lo lasciassero, onde egli, rilevatosi a stento, fuggendo a piede pei campi, potè salvarsi: la grande uccisione dei nemici, la poca perdita dei nostri, come fu a loro causa di pianto, così recò ai Fiorentini infinita allegrezza; caddero in podestà del Ferruccio i capitani Staffa perugino e Spirito di Viterbo, oltre molti uomini di conto; ritolse i bestiami e ogni altra preda[227]. Allora si affrettò di raggiungere Vico, di cui ormai non gli compariva più la vista; ben giunse all'uopo: — siccome spesso avviene nelle guerre, una mano di fuggitivi del colonnello del signor Pirro per poconon gli rapivano il frutto della giornata; esaminando lo scarso numero delle scorte alle salmerie, si rinfrancarono e da lontano gridarono a Vico: «Rendetevi tosto, o vi tagliamo a pezzi; il vostro capitano è stato rotto, sicchè riesce inutile qualsivoglia resistenza.» Vico, fatti accostare i carri e compostone quasi una barriera, allorchè giunsero vicino rispose a buoni colpi di picca; combatteva gagliardo, — non gli sembrava possibile avesse potuto rimanere vinto il Ferruccio, e nondimeno questo dubbio gli s'insinuava ghiacciato nel cuore e gl'intorpidiva le braccia. Il vento disperde con meno furia la polvere su le vie di quello che il Ferruccio si facesse di quel residuo di vinti; e la man porgendo a Vico gli disse:
«Dio ha provveduto: — tu menerai a Fiorenza copia di bovi — ed altro ancora.»
Poi tacque continuando a cavalcare di fianco a Vico. Vico a sua posta volentieri si compiaceva del silenzio, dacchè non si trovasse distratto da volgere tutti i suoi pensieri ad Annalena: — E che dirà al primo vedermi? — domandava a sè stesso. Quali saranno le sue parole? di rampogna? — di amore? — e chi sa quanto soffriva? — quanto piangeva? — quali notti vigili? — Ma l'angiolo custode l'avrà consolata; — sì, certo, egli le avrà susurrato negli orecchi: Cessa di tribolarti, — il tuo Vico vive e ti ama...
Mentre così seco stesso favella di amore, Ferruccio, come se la sua anima avesse tenuto arcano colloquio coll'anima di Vico, nel modo col quale si riprende un ragionamento interrotto parlò:
«Di piccolo aiuto potrà esserle il padre vecchio; — in città piena di confusione e di pericolo chi torrà cura di lei? — Sovente la fame stringe Fiorenza, e forse adesso le manca pane per sostentare la vita. Dacchè in città o in contado conviene sopportare disagi, meglio è che ella gli soffra al tuo fianco... fa dunque di condurre teco la tua Lena quando tornerai.»
A Vico parve la mente preoccupata lo ingannasse; — il Ferruccio non gli aveva mai fatto motto della sua donna, — il nome di Lena giammai era stato profferito dai labbri di lui; volge il volto per ragionare del suo amore col Ferruccio, — ma questi galoppando si era per buon tratto di via allontanato.
«....Onde io, previe le debite cautele, concludo doversi appiccare qualche pratica d'accordo.» — Così terminava la sua orazione nella consulta segreta messer Zanobi Bartolini.
Ma Bernardo da Castiglione, siccome aveva in costume di rispondere ogniqualvolta udiva favellare di pace, tutto stizzoso proruppe:
«No: — prima Fiorenza dentro il mio capello[228].»
«Se, come i Piagnoni, credete debbano scendere gli angioli a tôrre la difesa di Fiorenza», — replica il Bartolino, — «allora non ho altro da aggiungere, e potete intendervela con l'anima di fra' Girolamo; se invece poi vogliamo governare secondo gli argomenti della prudenza umana, in che poniamo la fiducia nostra? Francia ci abbandona, e peggio ancora, perchè con le sue ambagi persuase noi improvvidissimi a far capitale sopra un aiuto che non ci ha mai dato e non ci voleva mai dare. Il Cristianissimo con la sua fede di gentiluomo tradisce a un punto la lealtà di cavaliere e la fede di onesto cittadino; — ingegno vario e mutabile; — ingolfato nelle lussurie — a cui forse darà fama la facile natura e lo sprecare la pecunia pubblica tra artefici e poeti, siccome vedemmo per le medesime cagioni acquistarla Augusto presso gli antichi. Dio guardi nella sua misericordia la patria nostra dall'amicizia di Francia....»
Qui tacque, — e, fatto silenzio, il rumore delle artigliere nemiche sparate del continuo contro i bastioni della città aggiungevano spavento alle sinistre parole. L'oratore trasse partito del caso, e quando gli parve tempo, butta là un'altra proposizione non meno acconcia a invilire la fermezza dei padri di quello che si fossero le palle a sfasciare le mura della sua patria.
«La fame ogni di più ci stringe nelle sue orribili braccia; — vorremo aspettare che ci sforzi a divorare l'un altro?»
E il rimbombo dei cannoni veniva quasi a commentare quei detti terribili.
«I migliori capitani caddero spenti, — gli altri vivono scorati, — del contado parte occupano i nemici, parte ci si ribella, — Castel Fiorentino si è sottratto dalla devozione della Repubblica....» Sospende di nuovo il discorso e dopo pausa non breve continua: «Le campagne messe a ruba da Pino Colonna..., Volterra ribellata.... Accordiamo....»
«No, prima Fiorenza dentro il mio cappello», ripete Bernardo da Castiglione più caparbio che mai.
All'improvviso uno schiamazzo di plebe, un suono confuso di contumelie e di scede turba la consulta: nessuno dei padri si muove di seggio, così volendo la gravità dell'ufficio; — trascorso alcuno spazio di tempo, ecco percuotono alle porte della sala, sommesso sul principio e raro, — poi a colpi impetuosamente replicati, sicchè fu mestieri aprire.
Una quantità di femmine genuflesse, atteggiate in sembianze diverse di preghiera, ingombrano le stanze antecedenti; tra mezzo a loro s'inoltra il Pieruccio, il quale, menandone una per la mano, arditamente entra nella sala della consulta.
Attoniti pel nuovo spettacolo i padri non battono palpebra. Pieruccio imperturbato, quando giunse davanti al banco intorno al quale si stavano seduti, con voce ferma favellò:
«Cittadini, con pubblico bando ordinaste le femmine di rea vita fossero cacciate dalla città[229]. Cittadini, iniquamente ordinaste; forse nonbagna la pioggia, e non irrigidisce il freddo le membra delle donne di trista vita? Se le punge il ferro, non iscorre dalle loro vene il sangue? Se peccarono contro Dio, quale hanno peccato contro la città? Dio le bandisce dalla patria celeste, voi dalla patria terrena; ma voi non potrete riaprire loro le porte, se col cuore contrito si presenteranno di nuovo, mentre Dio nel suo più fiero sdegno non chiude le porte della speranza mai. Queste donne, comunque abbiettissime elle sieno, hanno affetti, — amano il luogo che le raccolse infanti, — amano i luoghi dove peccarono, amano la chiesa dove credono avere un santo mercè del quale un giorno possano acquistare il perdono del Signore, — amano il cimitero che le ossa racchiude del padre e della madre loro; quando si curvarono, prima di abbandonarla, ad abbracciare la terra diletta, udirono uscire dalle fosse dove hanno sepolti i parenti una parola che non giungeva loro alle orecchie, ma che pure le pungeva nel cuore; quando tenevano la testa alta nel sentiero della perdizione, — una parola di amore che le mutò ad una vita nuova. Quando Gesù Cristo si accorse della femmina che gli toccava la veste per ottenere il miracolo, Donna, le disse, la tua fede ti ha salvato, — ed operò il miracolo. Queste femmine abbracciarono la terra natale con ineffabile angoscia e sentono non potersene dipartire; — perchè non le salverà l'amore? Vedetele come stanno dolenti, timorose perfino di sciogliere una preghiera... ciò avviene perchè l'amore le ha rigenerate nel battesimo di virtù e di pudore. Non le cacciate via; — esse non vi saranno di carico, le membra sozze dal peccato purgheranno nelle opere, alle quali il somiero non basta; — esse non assottiglieranno il vostro pane, — andranno a procacciarsi l'alimento cogliendo erbe pei bastioni traverso lo sfolgorare delle artiglierie nemiche; — quello che ordinerete che facciano, faranno, — ma lasciatele morire nella terra dei loro padri. Perdonate alle misere pei meriti di colei che generò il nostro Salvatore, — pensate che una donna, — quando gli uomini statuivano la morte di Cristo, gli unse i piedi di olio odorifero e glieli terse con le chiome; — una donna, quando Cristo cadeva sotto il peso della croce, e Giuda lo tradiva, e Pietro lo rinnegava, e lo fuggivano i discepoli, asciugò il volto divino col suo sudario; — quando Cristo abbassò gli occhi dal patibolo sopra la terra, i suoi sguardi incontrarono una donna ai piedi della croce, poi li volse al cielo inebbriato di amore e spirò. — Non isbandite queste povere femmine; — così come paiono obbrobriose, rammentatevi che pure appartengono alla specie donde uscirono le vostre madri: La preghiera esaudita vola al trono dell'Eterno e tramutata in angiolo lo dispone ad amare il cortese che l'esaudiva; — preghiera respinta toglie la penna all'angiolo dell'accusa e segna una colpa che peserà nella bilancia di Cristo nel giorno del giudizio finale a danno dello scortese che la respinse dal cuore.»
I labbri del Pieruccio si chiusero, e per la sala si sparse un compianto sommesso, un fioco singhiozzare, quasi non ardissero le misere schiudere il varco alla piena dell'affanno che le travagliava. Il gonfaloniere,uomo di tenera indole, col dorso delle mani si asciuga una lacrima pronta a sgorgargli su le guance e mormora:
«Questo Pieruccio è un sant'uomo!»
Il Carduccio levò le mani al cielo ed esclamò:
«Io non so più che cosa possa chiamarsi grandezza, se le parole di costui muovono da follia!»
Ma il Bartolino, mente impassibile, guardando con la coda degli occhi lo strano spettacolo, mosse la bocca a certo suo ghigno di disprezzo e con lenta favella:
«L'entusiasmo offende i corpi politici, come la infiammazione i corpi umani; e poichè la scorgo scesa in tanto basso luogo, — temo forte della cangrena.»
Ma coteste parole di dubbio e di scherno non ebbero efficacia su l'animo dei padri: alla proposta segreta del gonfaloniere assentivano volenterosi; i più lontani anche prima di udirla, indovinando dai gesti, la confermavano. Il Bartolini anch'egli sorridendo l'approva. Allora il gonfaloniere si alzò e, levata la destra, con suono solenne proferisce il decreto:
«Femmine, la vostra preghiera è stata esaudita; andate in pace e pentitevi.»
Il popolo, conosciuta la causa che menava Pieruccio in palazzo in mezzo a coteste femmine, cambiato animo, apparecchia i gridi per plaudirlo e le braccia per levarlo in trionfo; ma il profeta si trafuga per una postierla che riusciva in Via della Ninna; il popolo, deluso in questa sua aspettativa, accolse festoso le donne, le quali si recarono alla cappella di Orsanmichele a ringraziare Dio. Il cielo, che prima si mostrava procelloso, finite le orazioni diventò limpido e sereno, quasi si rallegrasse di aver fatto pace con quelle traviate creature[230].
Il tempo meglio opportuno a far vacillare un'anima nelle sue risoluzioni e quello appunto in cui si trova spossata dallo sforzo commesso a sostenerle. Ciò molto bene sapeva il Bartolino, conoscitore solenne della umana natura; però, trascorsa quella prima caldezza, rinnovò sue arti, tante ragioni espose e con tanta evidenza, così sagaci argomenti dedusse, che in poca ora ebbe vinto i meno ostinati, gittato il dubbio nel cuore dei più fermi; onde, scorgendo adesso pei volti sbaldanziti, pei labbri muti, la riportata vittoria, muta stile ed attende a confermarla con impetuosa eloquenza. Un mazziere solleva la tenda — e,
«Magnifici signori», egli dice, «un corriere arrivato d'Empoli domanda a grande istanza di favellarvi...»
«Aspetti», interruppe il Bartolino, a cui doleva quel nuovo impedimento, — «aspetti tanto che i padri abbiano deliberato...»
«Anzi», insiste il mazziere, — «il corriere vi prega che non consumiate più tempo a deliberare, imperciocchè egli abbia parole a dirvi per le quali cancellereste il partito...»
«Ascoltiamolo», ordinò il gonfaloniere Girolami.
Ed ecco Vico avanzarsi anelante, la persona di fango sordidata e di sangue, consegnare le lettere del Ferruccio e non potere profferire altre parole che queste:
«Leggete..., messeri..., trattanto io mi riposerò...»
Il Girolami ruppe il suggello e, trascorrendo le carte, con voci interrotte favella:
«La ribellione di Castel Fiorentino repressa: — il contado sgombro: — San Miniato ripreso: — Empoli munito: — copia di vettovaglia raccolta: — gli armati accresciuti; — qualunque impresa non minore all'animo che gli viene fatto grandissimo dalla certezza di salvare la patria.»
«Signore!» qui esclama messere Rafaello cadendo prostrato ed ambe le mani levando al cielo, «gran mercè; — tu senti pietà dei mali nostri e ci mandi Sansone a percuotere i nuovi Filistei.»
«Aggiungete», disse Vico che aveva ripreso lena, «che qua morendo abbiamo disfatto il colonnello del conte Pirro Colonna, ritolta la preda, condotto in città carni, farine, di ogni maniera vettovaglie e munizioni da guerra; — di prigionieri è ingombro il cortile.»
Bernardo da Castiglione, oltremodo acceso, ammonisce il Bartolino dicendo:
«Poc'anzi udimmo dal Pieruccio una stupenda sentenza; la donna ebbe fede nel miracolo, ed il miracolo le fa concesso.»
«Benedetta la vostra bocca, messer Bernardo», replicò il Carduccio: «noi siamo come san Pietro; la poca fede lo faceva annegare, la speranza gli indurò sotto le acque quasi selci della Gonfolina.»
E qui si affollano intorno a Vico, la gravità consueta dimenticano, chi una cosa gli domanda, chi l'altra; alle quali, come meglio poteva, dava Vico risposta: — quindi lacrime e gridi di esultanza e lodi e conferma di volere piuttosto morire che arrendersi a patti; — in somma un giubilo da non potersi descrivere.
Il Bartolino si accorse quello esser tempo da raccogliere le vele per timore che il vento non se le portasse; e poi anch'egli volle veder meglio, dacchè, se il suo consiglio era per tornare esiziale alla patria, a ciò s'induceva non mica per animo pravo, sibbene per fallacia di calcolo e per presunzione di affidarsi soverchiamente ai proprii concetti: certo mal comportava quel governo troppo popolare, ma, innanzi di vedere Alessandro o Ippolito dei Medici a capo di Firenze, avrebbe tolto di porvi un altro Michele Lando, o qualunque altro anco ciompo dei tristi; se parteggiava per gli accordi, ciò faceva perchè, rimanendo tuttavia in piedi Firenze, Clemente gli avrebbe dettati con la penna, non con la spada; — e perchè accettando spontanei i Medici, avrebbero governato civilmente e da principi: all'opposto poi, se i Medici avesserodovuto affatto la signoria alle armi straniere, sarebbero riusciti certi tiranni: questo fu errore di messere Zanobi Bartolini.
La pratica adunata per la resa terminò coll'occuparsi a disegnare modi e provvedimenti di resistenza; — il Carduccio licenziava Vico con ordine di riposarsi e tornare all'ufficio dei Dieci di libertà e pace alle due ore di notte.
Vico, sceso dal palazzo dei Signori, raggiunse il fante che gli teneva il cavallo su la piazza dalla parte della dogana, e stava per mettere il piede nella staffa, quando lì presso vennero a passare due cittadini vestiti a lutto, uno dei quali diceva in suono di angoscia:
«Non me ne darò mai pace....»
E l'altro consolando:
«Confortatevi, — noi siamo quasi tronchi di legni gettati nell'Arno; — passa il tronco con le acque che lo menano; — la vita e il tempo si sciolgono nella eternità....»
«Sì, — ma il frutto, prima di essere maturo, non dovrebbe cadere.»
«Certo eglino erano il fiore della cavalleria... pur che volete? Ora non possiamo far altro che lodare le virtù loro ed imitarle....»
«Affrettiamo il passo, perchè temo forte che non giungeremo a tempo per udire la predica del Foiano.»
Vico, spinto da curiosità, tolse il piede dalla staffa, e ordinato al famiglio si recasse a casa, governasse i cavalli, e gli alimenti che si era portato allestisse, si mise dietro ai due cittadini, — li raggiunse a mezza piazza, e cortesemente salutatili, domandò in grazia il nome dei cavalieri che per quello ne aveva udito pareva fossero rimasti uccisi; — della sua ignoranza lo tenesse appo loro scusato l'essere giunto poc'anzi da Empoli, dove in pro della Repubblica si affaticava.
«O figliuolo mio», rispose quegli che sembrava in vista più dolente, «hai da sapere come nella notte che il signore Stefano fece la famosa incamiciata contra agli imperiali, il bombardiere Giovanni Antonio, — lo conosci di persona?»
«Sibbene il conosco e l'amo, il nostro Lupo...»
«Quel desso, con l'altro suo compagno Nannone, e Michelangiolo Buonarroti, quel cervel balzano che ora diserta la patria, ora torna a cimentarsi ai più rischievoli incontri, in cima al campanile di San Miniato conciarono in modo con le artiglierie il campo, che il principe giurò volerlo abbattere ad ogni costo; a questo fine pertanto egli piantò quattro grossi cannoni sul bastione di Giramonte e per tre giorni continui attese a sfolgorarlo, scaricando otto volte per ora. La muraglia è forte; pure, come tu medesimo potrai vedere, le palle cominciano ad ammaccarla, i cornicioni rimasero scantonati, — una palla s'incastrò nel bel mezzo quasi testimonianza dei doni che manda il papa alla sua patria. I tre ch'io ti ho detto se ne stavano in cima tra quella gragnuola di palle, come se fossero rondini di passo. Lupo, per maggior dispregio, composta una specie di mitra di carta, la pose sotto alla bandiera della Repubblica; Nannone uomo grosso, non potè frenarsi dal fare al nemicoun atto di vilipendio che per onestà si tace; tu pensa se l'ira degl'imperiali crescesse! Ultimamente, essendo questa contesa venuta in gara, i nemici così spessi adoppiarono i tiri, che due dei loro cannoni si ruppero, — altri ne sostituivano, e la furia inviperiva; allora, perchè ci era tanto baldanzosamente venuto a prendere Fiorenza non pigliasse nè anco una delle sue torri, Michelangiolo lo fasciò di balle di lana, le quali appese a certe corde raccomandate in cima al cornicione sportavano un braccio circa fuori della muraglia ed ammortivano il colpo; durò, come ti dissi, tre giorni la batteria, con inesprimibile contentezza dei soldati e dei cittadini, che si conducevano a vederla in folla, quasi fosse la fiera; i moteggi, le giullerie erano infinite; messere Salvestro Aldobrandini, quantunque grave personaggio egli sia, compose un sonetto per uccellare il papa, che comincia: —Povero campanile sventurato, — il quale non senza il riso delle brigate scorreva per la bocca di tutti. La impotente rabbia del principe contro il campanile ci confortava, quasi presagio del fine della impresa. A Dio piacque mutare la nostra gioia in pianto, ed ecco il modo in che accadde la bisogna. Erano il signor Mario Orsino e il signor Giorgio Santa Croce ieri dopo desinare nell'orto di San Miniato e quivi col Baglione trattenevasi in varii ragionamenti e si godevano la festa: appena il Baglione si era partito, i nemici di Giramonte avendo veduto mucchio di gente, aggiustano una colubrina e la sparano, la palla, come volle fortuna, percosse uno dei pilastri di mattoni presso il quale i cavalieri si trattenevano; i frantumi con tanto impeto schizzarono all'intorno che il signor Giorgio colpito nel capo rimase sul tiro il signor Mario ferito in due lati poco più visse, ed oltre molti altri malamente pesti ci cascarono spenti cinque soldati e tre giovani di Fiorenza, fra i quali Averano Petrini, che sfracellato si è morto stamattina. I corpi del Santa Croce e dell'Orsino sono stati esposti tutto il giorno in Santa Maria del Fiore, e noi andiamo a baciare loro anche una volta le mani prima che abbiano sepoltura; se tu vuoi esserci compagno a questo ufficio, farai a un punto opera pia e mostrerai riconoscenza a quei due valorosi, — dacchè morirono per la nostra patria; — essi lasciano inestimabile desiderio di sè.»
Entrarono nella cattedrale: — lugubre sempre, adesso appariva più trista per le rasce nere di cui andavano tappezzatele pareti; di tratto in tratto ricorrevano scritte a grossi caratteri sentenze di morte; intorno alle colonne stavano appesi trofei di guerra; — dappertutto squallore; — in mezzo al coro, diverso in parte da quello che oggigiorno vediamo, s'innalzava uno imbasamento sul quale conducevano due scale laterali; ai quattro canti, vestiti di sopravveste sanguigna, vegliavano quattro capitani dei colonnelli dei defunti, che ad ora ad ora si mutavano; sopra lo imbasamento era la bara coperta di sciamito rosso, e quivi armati delle più splendide loro armature giacevano i corpi del signor Mario e del signor Giorgio; intorno alla bara alternarono in drappelloni le tre armi del comune di Firenze, giglio, croce e leonecon le armi dei cavalieri. I cadaveri avevano intrecciati tra loro le braccia, come si costuma in socievole compagnia nella vita, volendo quasi dimostrare, colui che in cotesto atto li compose, che nè anche in morte si erano potuti abbandonare. Gli amici e i compagni d'armi cingevano di triplice corona il feretro, tutti vestiti di cotte sanguigne, colore di lutto adoperato dai maggiorenti a quei tempi, mentre i fanti, scudieri e l'altra famiglia costumava panni bruni e neri. Quanti erano quivi assembrati tenevano acceso un torchietto di cera[231].
Frate Benedettopredicava i morti, e, siccome bene avvisava uno dei cittadini, appena giunsero in tempo per ascoltarne le ultime parole: la voce maestosa del Foiano empiva le vaste navate e lo costringeva a ripetere i suoi detti coi loro echi:
«Forse», egli sclamava, «li piangeremo morti perchè quelle mani invitte diventarono inerti? Forse perchè quei cuori cessarono di battere? Vivono le anime immortali e, vestite di armi che per colpi non si falsano, combatteranno per noi; — armati di spade di fuoco si porranno terribili cherubini a custodia di questo nostro paradiso terrestre; nè già crediate, fratelli, che la mia mente immagini vaneggiando cose vane; no[232]: — le sante leggende assicurano non avrebbero mai i crocesignati conseguito il conquisto della Palestina, se per miracolo un esercito composto delle anime di tutti i cavalier cristiani morti nella Giudea, vestito di bianca armatura, con bianchi stendali, non fosse venuto ad aitare i vivi nelle battaglie. — Non gli piangiamo defunti, perchè in verità io vi affermo che vivono; — non può dirsi morto chi lascia tanta parte di sè nel cuore e nella memoria nostra, essi mutarono la patria terrena con la patria celeste, — esultiamo, eglino volano in seno di Dio e la nostra città gli raccomandano; — esultiamo! la libertà della Repubblica non patisce pericolo or che la proteggono in cielo due cosifatti avvocati.»
Il sole declinando ecco ora versa da uno degli occhi, praticati intorno al tamburo della cupola, una colonna di luce la quale cadendo giù diagonalmente investe i cadaveri dei due cavalieri; — i raggi ripercossi pei ricami d'oro della soprasberga e su per l'armatura brunita circondarono i defunti d'inusitato splendore, — parvero avvolti dal capo alle piante del nimbo luminoso col quale i pittori greci solevano rappresentare i loro santi: — gli atomi splendidi brulicavano di su e di giù per la striscia scintillante, quasi fossero sostanze intellettuali vaghe di aggirarsi per quella via segnata tra il cielo e la terra. Il frate entusiasta lasciò cadersi in ginocchio, ed atteggiato all'estasi dei beati,
«Prosternatevi, prosternatevi», gridò, «o voi a cui è conceduto assistere al trasporto di due anime dalla terra al paradiso; ecco la scala apparsa a Giacob nei piani di Betuel si rinnova, gli angioli mossero a raccogliere gli spiriti fratelli, e in cima della scala tende loro le manil'Eterno per abbracciarli. O lingua mia trista, a che ti affatichi più oltre a predicare coloro per onoranza dei quali il cielo manifesta le sue glorie? o miei labbri mortali, assai più che a lodare quei bene avventurosi, vi acquisterete merito presso Dio baciandone le destre venerate...»
E si precipita dal pergamo, salisce su lo imbasamento del feretro; e quivi come delirante con pianto irrefrenato si pone a baciare le mani dei cavalieri defunti. Ogni uomo si sentì a forza costretto di seguitarne l'esempio; sarebbero accorsi in folla se i capitani di guardia non avessero posto ordine e modo a cotesta subita voglia; consentivano pertanto un certo numero di persone salisse, le quali, renduto quell'estremo ufficio ai valorosi, scendevano dalla parte opposta. Vico salì con gli altri; e quando fu per recarsi la mano dell'Orsino alla bocca senti giù tra la folla un grido a stento represso; guardò fisso e riconobbe Annalena; il pensiero di avere incontrato colei che amava tanto adesso che stava per baciare quella mano rigida, — morta, — gli lasciò un senso di freddo sul petto, come se un rettile gli avesse sopra strisciato: — finse baciarla ma non la toccò, e sentì irresistibile il bisogno di recarsi al fianco della sua Annalena per obliare il sinistro presagio.
Le si fece vicino e non profferse parola; uscirono entrambi di chiesa, e muti, con occhi dimessi, camminarono buon tratto di via. Vico aveva un peso sul cuore che non poteva muovere; uno sgomento interno lo sforzava al pianto, e nondimeno le lacrime gli rimanevano rapprese nel cavo degli occhi; giunto che fu a mezzo del Ponte Vecchio, le gambe gli negarono l'ufficio, e si accostò sfinito ad una colonna sclamando:
«Muoio!»
«O Vergine, non mi rapite l'amor mio, — ho pianto tanto, — e tanto ve lo raccomandai che prometteste rendermelo sano... no... voi non me lo avete ricondotto dinanzi agli occhi per vederlo morire.»
«Oh! io mi sento pieno di vita; — temeva tu avessi, o Lena, cessato di amarmi; — insalutata io ti lasciava e sola,.. Tu dunque mi ami?..»
«Se tu non fossi stato capace di preferire all'amore della donna l'amore della patria, Annalena non ti avrebbe mai amato... e da me ti allontanavi costretto...»
«Generosa donzella!» riprese Vico e le strinse la mano con passione; poi continuarono il cammino leggieri e contenti, alternando voci, sguardi e sorrisi, e così intenti nello scambievole amore che stavano per passare, senza pure badarlo, da canto al vecchio padre di Lena, il quale si era mosso loro incontro, se questi non gli avesse richiamati dicendo:
«Figli miei, ricordatevi che i miei anni mi rendono tardo, — io non posso mica tenere dietro ai vostri passi...»
«O padre mio, siete voi? Io non me n'ero accorta...»
«Ah!» soggiunse il vecchio sospirando, «la femmina abbandonerà il padre e la madre per seguitare il suo amante... tu già mi dimentichi, figlia mia... allora ditemi requie, chè la mia giornata è finita.»
«Padre mio, non mi parlate così; — vedete, noi ci affrettavamo alla volta di voi, — senza di voi non saremo lieti.» E la fanciulla carezzevole gli si abbandonava sopra di un braccio. Vico lo sosteneva dall'altro, e così andando tante care cose egli gli disse che la fronte del vecchio ridivenne serena, una goccia di sangue giovanile gl'imporporò le guance, mutò più celeri i passi, ed ora volgendosi a Vico, ora all'Annalena, li guardava, rideva, motteggiava festoso; ponendo il piede su la soglia di casa, si fregò le mani, contemplò il cielo e in questo modo espresse la interna sua contentezza:
«Il cielo invita, tanto apparisce limpido e azzurro; — non pertanto oggi non desidero morire... sento che adesso mi fa bene il vivere.»