CAPITOLO DECIMOTTAVOAMORE

Ti xe bella, ti xe zovene,Ti xe fresca come un fior.Vien per tutti le so lagrime;Ridi adesso e fa' l'amor.Barcaruola veneziana.

Ti xe bella, ti xe zovene,Ti xe fresca come un fior.Vien per tutti le so lagrime;Ridi adesso e fa' l'amor.Barcaruola veneziana.

Ti xe bella, ti xe zovene,

Ti xe fresca come un fior.

Vien per tutti le so lagrime;

Ridi adesso e fa' l'amor.

Barcaruola veneziana.

Belle luci di amore, siete sublimi quando l'aere si distende sereno, e l'orizzonte è azzurro. Vi saluterò io, fiori immortali della eterna primavera dei cieli? O piuttosto ninfe divine che venite a rinnovare i vostri cori per le volte eteree del firmamento? — Perchè, se ai nostri occhi è dato contemplare i vostri moti, non possiamo ancora deliziarci nei vostri suoni? Ah! forse le nostre fibri destinate a morire mal potrebbero sostenere le vibrazioni della lira celeste. Voi non usciste di mano a Dio per guardare la terra; che cosa è ella mai questa piccola massa di fango sanguinosa verso di voi tanto magnifiche, tanto raggianti di proprio splendore? No, voi non guardate la terra, altrimenti le vostre palpebre sarebbero adesso intenebrite nel pianto, — e quel vostro limpido tremolio diventato vermiglio come il pianeta di Marte. Poichè da voi emana luce, non lacrime, voi non guardate la terra, nè vi cale guardarla; ella si avvolge dentro un manto di nuvole: — ella sovente ai vostri castissimi raggi maledice. Caino invocò perenni le ombre e l'abisso sopra il suo capo fulminato. — Voi non morrete, figlie primogenite del pensiero di Dio: nel giorno della distruzione egli vi radunerà con amore e se ne comporrà un diadema per la suafronte immortale — e quando il suo spirito, come nei secoli precedenti alla creazione si trasporterà sopra le acque, se lo prenderà fastidio della sua immensa esistenza, si guarderà nello specchio dell'oceano mostruoso e dirà: Io mi son fatto un magnifico diadema! — Dove egli spegnesse anche voi n'esulterebbe lo spirito degli abissi, come esultò il giorno nel quale vide pullulare sopra la terra la pianta avvelenata della tirannide.

Modeste come vergini, leggiadre come angioli, la mia anima vi séguita, o stelle, nei vostri notturni pellegrinaggi con sacro raccoglimento: voi avete potenza di sollevarla dalle miserie e dalle infamie della vita; da voi in lei scende virtù che la consola: — voi blandite i suoi mille dolori; — confortata da voi, ella si affretta a compire il suo pellegrinaggio, quasi un esule alla patria diletta.

Ah! se veramente composto di spirito e di corpo potrà il mio spirito sciolto avvolgersi volando tra voi, — immergersi nei tesori della luce e dell'armonia, allora fingete la morte con le sembianze dell'Ebe di Canova, coronatela di rose, le ponete nella manca un nappo gemmato, nella destra un vaso pieno di un liquore composto di speranza e di obblio, — ambrosia divina che addormenta la vita.

Ma se, invano pietose sogguardando il mio sepolcro, quanto ora di me rimase coperto della terra, se il mio occhio non potrà vagheggiarvi, il mio labbro benedirvi, allora io mi contristo su la vita che manca come di un amico che mi abbandona, di un fiore che mi si appassisce tra le mani, — dell'amore che mi si disperse in un sospiro per l'aria.

Egli dormiva, e la vergine gli vegliava a canto, e considerando quella fronte pacata, la prese vaghezza di deporvi un bacio. Il bacio ebbe virtù di svegliare Vico, che glielo rese tremante su i labbri. Gli angioli poterono vedere cotesto atto senza velarsi con l'ale la faccia, imperciocchè eglino si amino di pari amore nel cielo. — La musa rivelò al poeta la natura angelica: due anime le quali di amore continuo si sieno amate sopra la terra lassù nel paradiso formano un angiolo[233].

Ed intrecciando le braccia i due giovani si recarono nel giardino, dove la vergine gentile si deliziava nel contemplare le stelle, e sovente veniva così richiedendo il fidato suo amico:

«Come hanno nome cotesti astri tanto splendidi all'occhio?»

«Perchè fu donna che amò di forte amore, vide Berenice della sua chioma ornato il firmamento e resa per quelle stelle immortale...»

«E quell'altra così tremolante, così gioiosa, come si chiama ella?»

«I nostri padri essendo pagani, immaginarono una dea della bellezza ed a lei consecrarono la stella gioconda che tu vedi. Se come leggiadra di forme, l'avessero finta casta nel cuore nessuno dio avrebbe vinto in questa terra il culto di Venere. — Amore è anima del mondo — amore è mente che governa il creato...[234]»

«Oh! amo le stelle anch'io, — e chi le creava, — e te.»

«Lena, deh! non oppormi Dio per rivale. Io non lo voglio: può ella la creatura contendere col suo Creatore?. — Egli flagella i fianchi della montagna con i suoi fulmini; egli col soffio delle narici sconvolge l'oceano... come potrò io dunque venire in paragone con lui, — io atomo di polvere nella mano di un gigante?.

«Sta pur sicuro, Vico: perchè se quando mi volgo al cielo o lo contemplo nella sua pompa di luce a te prepongo il Creatore, allorchè poi rimiro la terra e vi scuopro il delitto e la sventura, te... Dio mi perdoni!... te sopra Dio riverisco. La tua vita è piccolo rio, e non pertanto le sue acque scorsero sempre conforto agli uomini tuoi fratelli...»

«Veramente io il dolore non avrei creato nè la morte, vedi, Annalena: quanto sta la colomba a batter l'ala, tanto duriamo noi nella vita, e nondimeno così può contristarcela l'affanno da farla parere eterna.»

«Oh! io conosco un asilo alla sventura, Vico, — il capo riposando sopra il tuo seno... ma la morte... io l'odio.»

«Sì; orribile è la sua immagine; — la sua presenza non vince l'aspettazione; — Le mani mi pongo sugli occhi per non vederla schifosa su la faccia del giovine e del vecchio; — però l'occhio del pensiero non si chiude, e quando mi figuro il verme là dove un giorno deposi il bacio dell'amore, e la putredine là dove libai un alito che mi rinfrescò l'anima... io non so accordare l'idea del sommo bene col creatore della morte.»

«E non pertanto io conosco uno stato peggiore assai della morte.

«Oh! anch'io lo conosco, — e me lo insegnò la paura.»

«Quale?»

«La vita senza te.»

«Voglia la Vergine santissima salvarmi da questo misero stato!»

«Cristo mi tenga lontana tanta tribolazione!»

«Non la desidero a te, — ma vorrei non sopportarla io. — Gemi? — Perchè gemi, Annalena? Forse ti offesi?»

«Oh! no; — mi piace gemere: tutto è mutato in me; — rideva prima, ma dacchè ti conobbi, sospiro e sento quanta maggiore dolcezza comprendano i gemiti che i sorrisi: — non gli muove timore, — non desiderio o dolore, — pure io sento un fremito interno che mi sforza a piangere, — ad amare gli uomini, gli animali, le cose inanimate, perchè tu mi ami...; di' mi ami, Ludovico?»

«E non te lo dissi le mille volte? e non lo vedi? e nol sai?»

«Lo so, — ma poichè una esultanza ineffabile mi scende al cuore nel sentire dalle tue labbra che mi ami, — così godo ascoltare perpetuamente ripetuta questa vibrazione armoniosa; i' fo come il fanciullo che mai non si stanca dal gridare un nome per intenderlo ripetuto dall'eco della caverna.

«Ma il mio cuore non è mica una spelonca vuota, — il grido che ti rimanda non è l'eco della tua voce, — egli possiede voce propria e potente come la tua,»

«Sì, — nè io voglio cederti in amore — nè desidero che tu me.... i nostri cuori sono...»

«Due creazioni gemelle di un medesimo pensiero...»

«Un suono mandato da due corde compagne. — Scambievolmente ci tengono luogo di tutto, — di padre, — di madre, — dei parenti più cari; — all'uopo ancora potrebbero tenerci luogo di paradiso — e di patria.»

«Di paradiso forse... di patria no...», disse una voce forte e profonda che spaventò i due amanti; e al tempo stesso videro sorgere dalla terra uno spettro in atto minaccioso. Annalena si stringe ai fianchi di Ludovico e glieli abbraccia trepidamente esclamando:

«Un'ombra! — un'ombra!»

«Non sono ombra, carne ed ossa bensì, come siete voi, — se non che voi sentite la vita amando, ed io per le percosse che tutto giorno ricevo dai miei fratelli....»

«O Pieruccio, siete voi? O che fate accovacciato qui dentro al giardino?»

«Pieruccio è nome di una miserabile cosa, di una infelice cosa; non vi par egli, fanciulli? Dov'è il padre del Pieruccio? — il figlio non conosce il padre, il padre il figlio... e la madre? La madre, appena nato lo depose sopra un letto di pietra, — non si voltò a guardarlo, non gli porse la mammella; s'ella non lo spense, non la mosse amore per lui, ma paura di pena per sè, imperciocchè lo aborrisse, come una testimonianza vivente della sua vergogna. Il padre del Pieruccio abita nei cieli, — nè la sua voce fioca giunge tanto alto, — e Dio non si curva per ascoltarla. I gradini di Santa Croce furono i guanciali che lo raccolsero infante, il cielo di gennaio gli fece una copertura di neve, i cani ululando per la notte salutarono la sua nascita. Ahi, povero Pieruccio! La natura mi benedisse sul capo col pugno chiuso, onde la mia mente rimase ottenebrata, quasi un giorno d'inverno breve e nebbioso. — E la sua vita? Oh la curiosa vita che mena Pieruccio! — udite e ridete: — perchè egli non ha cervello, gli uomini assicurano non appartenere alla specie umana, e percotendolo lo cacciano fuori delle loro adunanze; — i cani per via gli si avventano e il mordono, nè lo vogliono tra loro; perchè non ha quattro gambe... O Dio, concedimi mente serena e mutami anco in verme, se vuoi; — io meno la vita di Cristo flagellato alla colonna; — cotesta e' fu una dolente giornata anco per lui — seimila seicento sessantasei battiture! Io non pertanto vinco Cristo in percosse... Adoratemi, io sono il re del dolore...»

... fu trovato seduto davanti la tavola, — tenendo con le mani a guisa di tanaglia grancito il cranio del figliuolo; — vollero allontanarlo da cotesto spettacolo;...Cap. XVI, pag. 401.

... fu trovato seduto davanti la tavola, — tenendo con le mani a guisa di tanaglia grancito il cranio del figliuolo; — vollero allontanarlo da cotesto spettacolo;...Cap. XVI, pag. 401.

E così continuava fino all'alba, se Ludovico non lo interrompeva domandando:

«Ma come qui a quest'ora, Pieruccio?»

E Pieruccio, stringendosi con ambe le mani la testa, quasi per adunare i pensieri vaganti, rispose:

«Se la mente senza mia colpa mi si è guasta, il mio cuore arde di carità per la patria: — io non ho padre che mi abbia baciato, maamo l'Arno che dissetò la mia gola inaridita; — io non ho madre la quale mi abbia allattato, ma sopratutto mi è caro il campanile di Giotto, che mi riparò con la sua ombra nei giorni di estate. Fiorenza, tu sei la madre mia: — potessi salvarti col mio sangue, non mi parrebbe essere uscito in questo mondo invano! Un tuo figlio snaturato si muove ai tuoi danni, e le genti lo venerano vicario di Dio su questa terra: — io ti disseterei col mio sangue, e la gente mi chiama pazzo!... non importa; — potessi almeno salvarti!»

E qui taciutosi alquanto, si volge improvviso ai due amanti favellando con incredibile velocità:

«Non ve lo dissi un'altra volta? — amatevi, affrettatevi ad amare; — che significhi essere amato non so, ma il mio cuore mi rivelò essere l'amore di donna dolcezza di paradiso; — vuotate di un sorso la coppa, — inebbriatevi — e morite, perchè in verità i giorni ci sovrastano nei quali le donne diranno: Beate le sterili, beate le mammelle che non hanno allattato; — e le genti imprecheranno ai monti: — Cadeteci addosso; — e ai colli: Copriteci[235]. — Il tradimento c'inviluppa nelle sue spire, come il serpente dell'Apocalisse.»

«Tradimento! in nome di Dio, di quali traditori favellate, Pieruccio?»

«Dei traditori ch'io conosco, e qui verranno quando la campana dei Priori avrà battuto mezza notte: io gli ho ascoltati, essi favellano del papa, del Malatesta e dei maggiori cittadini di Fiorenza; convenuti ormai nel tradimento, e' pare che non si accordino sul prezzo e sul modo. Giudei che contendono per la veste di Cristo prima di metterlo a morte; veggo i sembianti, — intendo le parole, — e non so come punirli: se mostro la mia faccia al popolo, m'inseguirà co' sassi: se mi presento alla Signoria, ella, come pietosa, mi farà chiudere nell'ospedale, ed io chiuso mi sento a morire, la poca luce del mio intelletto si spegne quando manco di aria e di libertà; — solo non valgo, ch'essi sono troppi e certamente troppo bene armati; — avrei potuto tamburarli, — ed invero, quando la notte si fece nera, studiati i passi, ogni lume schivando, io mi condussi spesse volte in Santa Fiore con la cedola dell'accusa, — ma giunto alla colonna, mi venne meno il cuore.... Io non so accusare di nascosto; — mi parrebbe di restare confuso con quei tristi che uniscono all'accusa la mezza moneta per guadagnare il quarto della multa. — Io mi pasco d'erba, e non mi sembra amara; ma il pane comperato con quel prezzo mi saprebbe di sangue. — Così vedo annegare la madre mia e non posso soccorrerla; se alcuno mi avvisassi di chiamare in aiuto, mi darebbe di una mano sul volto dicendo: — Pazzo, tu sogni. — Oh! venite e vedete se fu dolore uguale al dolor mio.... La patria annega, — già sparisce, — è sparita, sola una mano tende fuori delle acque, — il vortice la travolge, — e tutto è finito.»

«Per amore di Dio, favellate, Pieruccio! Non mi celate nulla: — amo la patria anch'io, — e per salvarla darei la vita.»

«Tu un giorno mi medicasti la testa; ora mi sani il cuore: — io voglio abbracciarti; — non mi sprezzare, — non percotere, veh! il povero Pieruccio, — bada a non mi avvilire, e la mia mente si farà serena e t'insegnerà il modo di svegliare la patria su l'orlo dell'abisso. Or dunque sappi avere Malatesta Baglioni imbandito una mensa e chiamato a convito i maggiorenti della terra; sai tu di che sono composte le vivande che pose loro davanti? Delle membra della nostra patria. — Affrettati, va; colà troverai un amico del tuo defunto genitore, Dante da Castiglione: — quivi incontrerai ancora Ludovico Martelli: — di' loro che qui vengano teco, e qui verranno; se possono condurre compagnia, sarà meglio, altrimenti vengano soli, ma non dimentichino l'arme: — va, — vola.»

«Ma se venissero», soggiunse Ludovico esitando, «e non trovassero i congiurati..., non penserebbero che io mi fossi fatto beffe di loro?» Pieruccio la dubbiezza del giovane considerando e vedendo quanto poca fiducia le sue parole inspirassero, sentì assalirsi da insopportabile fastidio per la vita; onde volgendo i passi vicino ad un albero, mormorò: «Io valgo meno di un cane morto»; e sollevati gli sguardi aggiunse: «Albero, albero, prestami un ramo, io ti darò un frutto... che tu non portasti fin ora... un tristo frutto in verità... un'anima disperata dentro un corpo disfatto....»

«Consolatevi... io vado...»

«Va dunque, — ma prima ascolta queste mie brevi parole. Sai tu bene che voglia dir pazzo e che dir savio? Se pazzo è quegli che sul pericolo, addormentandosi, confida a mano ignota la spada che può ferirlo, le chiavi della città allo straniero..., già non sono io il pazzo. — Tu ti pensavi savio dubitando delle mie parole e ricusando l'andare; eppure fa il tuo conto: andando, forse getterai i passi e avviserai la gente di un pericolo vano: e per altra parte forse tu scoprirai un tradimento, la patria pericolante sosterrai, a mille cittadini la roba salverai e la vita. Or, se tu fossi savio, ti par egli che tra queste due vicende si possa tentennare, tra la permanenza e l'andata? Prima di credere pazzo il tuo fratello, pensaci due volte, e sappi che sovente i consigli di coloro che il mondo reputa savi appaiono miserabili all'alienato di mente: — adesso vola.»

E Ludovico senz'altre parole aggiungere si poneva tra le gambe la via. Intanto il cielo aveva mutato aspetto, — l'aria si era fatta uliginosa, e d'ora in ora l'agitava un vento soffocante come l'alito del deserto; via trasvolando pel cammino abbandonato, Ludovico udiva sibili spaventevoli, gemiti arcani d'ignoti addolorati. All'improvviso quel vento con subita vicenda percuote le orecchie a Ludovico di suoni e di canti; e quella vicenda, oltre all'essere súbita, riusciva ancora incresciosa, imperciocchè quel vento non sembrasse destinato a trasportare profumi e melodie, sibbene guaio di gente diserta. In fondo del sentiero ecco si mostra un palazzo di cui i contorni confondendosi col buio della notte, sembrava infinito; — dalle aperte finestre scaturiva un chiarorevermiglio, — come di sangue, — uguale a quello della mano posta dinnanzi alla fiammella del cero; — traverso a quel chiarore passavano e ripassavano rapidissimi corpi neri, di forma fantastica, sicchè la mente superstiziosa lo avrebbe creduto una dimora infernale, un pandemonio, un luogo di ritrovo dove le incantatrici si fossero adunate a celebrare il sabbato nefando.

Ludovico entra nel palazzo, e mescolatosi con la turba dei servi, gli riesce penetrare inatteso nella sala del convito.

L'animale che in prato pascola o in bosco non ti percuote mai di ribrezzo, come la mandra degli uomini seduta intorno alla mensa, dove, spento il naturale desiderio di cibo e di bevanda, attende a divorare per istupidirsi, a bevere per inebbriarsi. La più parte dei commensali di Malatesta erano ridotti in questo miserabile stato, — con gli occhi rilucenti e smarriti; dipinti in volto di un colore che sembra composto d'ira, di feccia di vino e di sangue; — i muscoli tumidi e avviluppati per entro un vapore denso uscito dai cibi, dall'alitare, dal trasudare dei corpi e dalla polvere, — l'aureola del baccanale; — e secondo quello che bene osserva uno scrittore, alla fisionomia degli inebbriati col perdere della ragione venendo meno la somiglianza umana, ti sarebbe parso vedere un convito di fiere. Chi moveva al vicino una domanda e, senza attendere risposta, tre o quattro ne replicava; chi senza essere interrogato rispondeva; — alcuno, immaginando favellare alla brigata che lo ascoltasse, narrava i suoi viaggi, gli amori e le avventure a cui niuno poneva mente; — l'altro, mugghiando con un bicchiere nel pugno, Messeri, gridava, messeri! — e subito dopo barcollando cadeva, e il vino rovesciandosegli per la faccia e pel seno, singhiozzando aggiungeva: Ahi sono morto! mi hanno assassinato! — e tutti dintorno esclamavano tra scomposti sghignazzamenti: Lo hanno assassinato!

Fu veduto uno dei Corsini, reso per troppo bere come di pietra, di repente prorompere, percuotere col pugno un vaso di cristallo, mandarlo in minutissime scheggie, ferirsi in più parti la mano, e con quanta lena gli poteva la gola si pose a gridare: «Viva Fiorenza! — viva la Repubblica, o morte!» Poi la destra accostandosi alla fronte, parve che in cotesto sforzo avesse sudato sangue.

Nel tumulto mosso da quel grido uno degli Orlandini, scoprendo l'animo suo con tanto studio fino a quel punto celato, rispondeva:

«Non importa alternare la scelta tra repubblica e morte; avremo ambedue: almeno co' Medici non ci mancava pane.»

«E i traffici andavamo meglio. — Nè i balzelli erano tanti. — E poichè abbiamo creato un re, potremmo ancora accomodarci di un duca...»

«Chi re?»

«Cristo abbiamo eletto re.»

«Con venti fave contro. A patto che i Medici vadano subito in paradiso, io darò la fava bianca per farle principi.»

Il Corsini, — quel desso del pugno percosso sul cristallo, — levandosi in piedi col volto insanguinato, — le membra gigantesche componendo in atto di lanciare una pietra nell'alto:

«Io non vo' principi; ho dato contro Cristo la fava nera nel 29, e non vo' principi. Sapete voi Cristo che è? — Cristo è un proverbio.»

Comunque da tempi remotissimi tra gli acuti cervelli fiorentini non mancassero speculatori arditi di contemplare il mondo vedovo di Dio, siccome ci racconta il Boccaccio, descrivendoci Guido Cavalcanti poeta sorpreso da Betto Brunelleschi tra gli avelli di Santa Croce a meditare che Dio non fusse, pur tante profonde radici aveva poste nel comune degli uomini la fede che valse cotesto grido a vincere la potenza dei liquori, sospendere il trambusto e far sì che il vicino, si appigliando pauroso al braccio del vicino, susurrasse devotamente: Domine, aiutaci!

Indi a poco però le menti insanirono in ischiamazzi a mille doppi maggiori, e tra quel vortice di gridi e di risa più spesse ricorrevano le voci: «Domine, aiutaci! — Fave nere, — fave bianche, — Cristo, — proverbio. — Vino, vino, coppiero.»

In questo punto Ludovico si affacciò sul limitare della porta; e dato uno sguardo di compassione a cotesto spettacolo, fissò gli occhi in Malatesta Baglioni seduto a capo della tavola: impassibile, — bianco, rassomigliava alla statua del commendatore Loiola convitato da Don Giovanni al suo ultimo festino; — la sua fronte pallida ed ampia rivelava un gran pensiero, — e poteva concepirlo grande di gloria, — ma invece lo scelse grande d'infamia; — pure era grande; — le pupille moveva del continuo inquiete da questo lato e da quello, parte per sospetto, parte come cupido di prevedere ogni cosa: malgrado la barba la quale foltissima gli scendeva dal mento, due rughe profonde agli angoli dei labbri lo denotavano uomo inclinato al dileggio e allo scherno del proprio simile, ed invero ora esultava contemplando cotesta scena di vituperevole avvilimento, la quale, giustificandolo quasi dinanzi alla propria coscienza, nella risoluzione di venderli a guisa di mandra lo confermava; — la voce interna dell'anima, mercè la prova espressa che libertà non potesse durare tra quei corrotti, placava; nè il concetto disprezzo potendo o volendo nascondere, intendeva a manifestamente straziarli, facendo imbandire vivande apparecchiate con carni di asino[236].

Ma tra tanti commensali non senza rammarico notava ai lati estremi della tavola due giovani seduti l'uno dirimpetto all'altro con le tazze mezzo vuote davanti, tristi e pensosi; il volto tenevano dimesso, accesi dalla vergogna, non dal vino, e quando uno di loro alzava gli occhi, quelli dell'altro, come se sentissero la chiamata, gli rispondevano con uno sguardo, poi insieme uniti li posavano su gli occhi del Malatesta, che sempre incontravano vigilanti sopra di loro.

In questo mentre, lo stravizzo, spossato dei suoi furori, tornava ad acquetarsi; una scolta fu intesa accennare l'ora imminente col grido: All'erta sto! — a cui, digradanti lontano, pel buio altre voci rispondono: All'erta sto!

Pareva un'ora caduta dalla mano del tempo, come pietra staccata, divetta al monte, di roccia trabalzando in roccia, rotolasse nella voragine della eternità..

E cessati i gridi, la campana dei Signori suonò mezza notte.

«È l'ora dell'amante che avvolto nel mantello striscia lungo i muri a visitare la bella che lo aspetta palpitante alla finestra.»

«È l'ora delle ombre degli uccisi a ghiado che scoperchiano gli avelli per tormentare i loro assassini.»,

«È l'ora dei tradimenti!» esclamò uno dei giovani seduti ai lati estremi della mensa, ch'era Dante da Castiglione, e ricambiato uno sguardo con Ludovico Martelli, entrambi di conserva lo avventarono contro Malatesta, come saette scoccate.

E Malatesta, mal potendo sostenere quelle tremende guardature, per celare il suo sgomento, afferrò un'ampia tazza che gli stava davanti e, propinando alla libertà di Firenze, finse di bere e si celò la faccia.

Vico, côlto il destro, percuote la spalla di Dante e gli mormora all'orecchio:

«Levatevi tosto, che il tradimento si avvicina!»

Dante fece un segno a Ludovico Martelli, e in meno che non si diceamenfurono fuori della sala.

Quando Malatesta si levò la tazza del volto, erano spariti; — si fregò gli occhi, quasi temesse d'illusione, ma non più li rivide, e la sua anima amaramente incupiva, non sapendo spiegare cotesta miracolosa disparizione.

«Dove sono eglino questi figli di malvage madri? Fo voto a Dio...», entrando nel giardino e la mano ponendo sull'elsa della spada, gridava Dante da Castiglione.

«Silenzio!» forte afferrandolo pel braccio gl'impone con voce sinistra Pieruccio; «la volpe non giunse al covo; — silenzio! chè lo schiamazzo disperde i colombi. Savio, apprendi prudenza dal folle e taci. Ora imitatemi tutti», egli proseguiva mettendosi a camminare carponi, «giù a terra, con le mani camminate o co' piedi; — passate su le foglie e non le piegate; strisciate su i fiori — e badate a non li muovere..., le vostre narici non sentano l'alito della vostra bocca..., cauti procedete come la vipera e veloci.»

I cavalieri, disdegnando cotesta umile positura, esitavano.

«Ah! ah!» ridendo prorompe Pieruccio, «imitare col corpo una sola volta le bestie aborrite, — e per bene, — voi che così sovente le imitate coll'animo per male. Tanto spaventa di alcun poco imbrattare le mani voi che tanto strascinate nel fango il vostro spirito immortale?»

«Che cosa abbiamo noi fatto!» esclamarono i cavalieri battendosi la fronte, e si disponevano a partire.

Pieruccio col suo corpo giacente attraversando loro il cammino,

«No, voi non partirete», diceva, «se prima non calpestate questemisere membra. Ah! messeri, per amore di Cristo e dei suoi santi, non ve ne andate: — se vi ho offeso, ve ne domando perdono; — oh! per carità perdonatemi; — io talvolta non so bene quello che mi dica, — ma abbiatemi fede, perchè so molto bene quello ch'io mi faccia; voi lo vedete, tutti i giorni per me si rinnuova l'aceto e il fiele; — l'anima mia rigurgita di amarezza, e mio malgrado ne sgorga una parola acerba... una parola...; o Dio mio, che cosa ella è mai una parola? Io senza lagnarmi sopporto strazii e percosse. Quando mostro la mia squallida faccia, e i fanciulli mi prendono a sassi gridando: «Da' al pazzo, — da' addosso al Pieruccio!» molto agevolmente io potrei a qualcheduno di loro staccare il capo dal collo, e nondimeno mi placo, perchè forse in quel fanciullo pose natura il germe delle imprese onorate e la gloria della patria. La patria! lei vuolsi ad ogni cosa preporre, anche alla salute dell'anima, come lasciò nei suoi ricordi Neri Capponi, — un gran cittadino in verità...»

Il Martelli volgeva le spalle per cercare altro cammino, il Castiglione esitava, e Pieruccio afferrando il lembo della veste del primo,

«Non ve ne andate», aggiungeva, «per quanto amore portate a vostra madre che non vi lasciò su i gradini di Santa Croce in una notte di gennaio. Messer Dante, ditegli che non se ne vada. Messer Ludovico, io vi conosco caritatevole e benigno; — ora ponete pur ch'io sia pazzo, — pensate pure essere questa mia voglia follia, — ma la follia è infermità, e se per mitigare un dolore pochi passi vi bastano, — che cosa potete far di meno per un vostro fratello? — Ricuserete rendermi contento? — Finalmente anch'io fui battezzato in San Giovanni, — anch'io ho una vita che spendo in pro della patria, anch'io...»

«Basta, basta», interrompe Ludovico Martelli intenerito, «va' innanzi, povero Pieruccio, io ti tengo dietro.»

«Ah! Dio vi benedica...»

Pur troppo Pieruccio aveva scoperto il vero: tre uomini stavano in agguato, e sovente con empie imprecazioni dimostravano la impazienza loro, come quelli che avevano lungamente aspettato invano.

Alla fine comparve un punto nero dalla lontana, il quale andava ingrandendosi a mano a mano che si accostava.

Pervenuto a convenevole distanza, uno di coloro che aspettavano gli messe contro la voce dicendo:

«Come ti chiami?»

«Mi chiamoOdio; —e tu?»

«Vendetta.»

«Vieni dunque, — sposiamoci; ci sono amiche le tenebre, e gli spettri assisteranno ai nostri sponsali.»

«Quale è il dono delle nozze che mi dai?»

«Io ti darò un pugnale.»

«Il tuo pugnale è corto.»

«Basta per giungere al cuore dei nostri nemici.»

Allora si accostarono, si strinsero le mani e stavano per cominciare il colloquio, quando, non si potendo più frenare, il Castiglione proruppe:

«Ahi! traditori, siete tutti morti.» E, balzato di un salto fuori della siepe, prese a minacciare i traditori col ferro.

Vico, Pieruccio e il Martelli lo seguono cacciando urli spaventevoli.


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