CAPITOLO OTTAVOGIOVANNI BANDINO

Io con gli occhi dolenti e il viso bassoSospiro e inchino il mio natio terreno,Di dolor, di timor, di rabbia pieno,Di speranza e di gioja ignudo e lasso.Alamanni,Sonetti.O paese, o paese, o paese!...Geremia, cap. XXII, v. 22.

Io con gli occhi dolenti e il viso bassoSospiro e inchino il mio natio terreno,Di dolor, di timor, di rabbia pieno,Di speranza e di gioja ignudo e lasso.Alamanni,Sonetti.O paese, o paese, o paese!...Geremia, cap. XXII, v. 22.

Io con gli occhi dolenti e il viso basso

Sospiro e inchino il mio natio terreno,

Di dolor, di timor, di rabbia pieno,

Di speranza e di gioja ignudo e lasso.

Alamanni,Sonetti.

O paese, o paese, o paese!...Geremia, cap. XXII, v. 22.

O paese, o paese, o paese!...

Geremia, cap. XXII, v. 22.

Se la tua mano non si contaminò giammai effigiando immagine di tiranno, — se nel tuo petto arde la fiamma del genio italiano, giovane fabbro che avesti dal cielo potenza d'imporre alla pietra sembiante umano, vieni e scolpiscimi Italia. — Prima di volgere la mente a concepirne il pensiero contempla il suo cielo azzurro e sereno, le cerulee marine, i campi floridi, i colli ridenti; — poi guarda il Colosseo, i ruderi del Foro romano, le basiliche del medio evo, il tempio di Michelangiolo; — rammenta i fieri giuochi dei gladiatori, le solenni ecatombi, il muggito dei bovi percossi dalla bipenne empire le volte del Panteon di Agrippa, Giulio Cesare pontefice massimo; ancora, — il memore intelletto diffondi sui trionfi dei re della terra incatenati al Campidoglio, sopra la lega lombarda, su Federigo Barbarossa, il Serse superbo dei bassi tempi disfatto, — all'improvviso chiudi la porta del passato e guarda un gregge di preti e di frati, sozza ftiriasi[134], brulicanti pei capelli e per le membra di unadonna estenuata, — una generazione d'idioti, genuflessa davanti a mille idoli dipinti di rosso, di verde e di giallo, svolgere col volto compunto una serie di globi di legno, o di pietra... Questo è il rosario!

Domenico di Guzman, fondatore della Inquisizione e carnefice degli Albigesi, inventò il rosario... Oh! la preghiera di colui che la natura vergogna chiamare col nome di uomo, e la chiesa salutò come santo, giungerà mai gradita al Dio delle misericordie?

Sopra il trono di Augusto contempla un vecchio che non sa regnare e pure non cessa dalle libidini del regno, e vestito di gonnella muliebre stende la mano tremante a tutti i suoi nemici limosinando fra lo scherno e il ribrezzo un giorno, — un'ora, un minuto di regno.

Giovane scultore, fingi quanto ha di più superbo la grandezza, di più abietto la miseria; fingi una fortuna che superi la maraviglia, una sventura a cui non bastino lacrime, — una dimostrazione infinitamente estesa di bene e di male, — una vita che rimase sotto gli artigli che la lacerano, sotto ai denti che la divorano; — tutte queste cose immagina ed altre più assai, perchè, vedi, la mia favella manca a narrartele intere; — ponmi qui la mano sul petto, io tenterò trasfonderti nel sangue le vibrazioni del mio cuore; — poi scolpiscimi Italia. Fa ch'ella posi il fianco sopra un lione addormentato; — abbia la corona di torri, però che Dio la creasse regina, nè mano di uomo può rapirle il dono de' cieli, — ma la più parte ricoperte di edera e per lunga stagione scrollate; le stieno intorno al braccio sinistro avvolti sei aspidi dal veleno narcotico... hai bene compreso? aspidi. Se tu non indovini quello che significhino questi aspidi, vatti con Dio, non sei lo scultore che cerco. Sei aspidi che le stillano nelle vene il sonno e la morte. Il volto di lei sia solenne d'immortale bellezza e sventura, — come di persona che abbia inteso una voce dall'alto, — un comando di risorgimento. Sopra la fronte attonita apparisca la contesa tra il sopore del veleno e la vergogna, la memoria di quello che fu e la coscienza di quello che al presente ella è. Ricerchi con la destra brancolando la spada da secoli e secoli abbandonata ai suoi piedi.

Perchè no?

Cola di Rienzo tribuno strappò un giorno lacrime di rabbia al popolo romano con la pittura della Italia combattuta nelle procelle...[135]

Io innalzerei un tempio consacrandolo alla Italia sconsolata e poi chiamerei i suoi figli gridando: «Venite a confortare vostra madre che piange un pianto di secoli!»

Custode del tempio, noterei i nomi dei pellegrini, farei tesoro delle ire dei popoli; e quando avessi contato venti mila volte centomila, salirei sul giogo estremo delle Alpi medie... (Angioli del giorno finale, datemi voi la voce che risveglia i defunti!) ed urlerei con tutta la forza delle mie viscere ai quattro venti della terra: «Figliuoli d'Italia, avete pianto tutti! Tutti avete fatto rosso il terreno col sangue dellevostre vene! O Calabrese, tu hai giurato davanti al simulacro, come l'alpigiano giurò; — abitatori delle tre sponde italiche, le vostre ire qui fremerono uguali ai vostri flutti intorno alle vostre marine; qui pari suono mandarono le catene di tutti... Sorgete dunque tutti una volta in un solo volere nel nome santo di Dio!

Salute, o Firenze la bella! Fabbricata su campi lieti di fiori, appellata dal nome dei fiori, essi ti concedevano eterna la facoltà di piacere, e tu sei fiore caduto dai giardini celesti in testimonio delle magnificenze del paradiso germogliato sopra la terra. Una corona di colli ridenti ti circonda vaga a vedersi come la cintura di Venere. Colà sagrificava Lorenzo dei Medici alle grazie e alle furie, in quella parte meditò i suoi scritti Francesco Guicciardini storico sommo, pessimo cittadino; da quell'altra Gallileo, Colombo dei cieli, quantunque volte lanciò lo sguardo al firmamento, altrettanti mondi vi discoperse, sicchè forse gelosa dei suoi arcani Natura è da credersi gli chiudesse nelle tenebre l'audacissimo sguardo. A vederti su l'ora del meriggio, quando il sole ti scintilla nelle pienezze dei raggi sul capo, quando il cielo che di te s'innamora ti cinge limpido e diafano, e per le tue vie si sparge fragore di gente o di opere, tu rassomigli a una menade che stanca di correre per le balze riposa palpitante, e mentre bagna le lunghe trecce nelle onde dell'Arno, si vagheggia come consapevole della sua leggiadria nello specchio delle acque. — Verso sera poi, nell'ora mesta dell'Ave Maria, se il sole declinante ti manda da lontano un addio di fuoco ed infiamma il vapore di che il tuo fiume diletto ti cinse la fronte, quasi nimbo radiato col quale incoronano i cristiani la testa ai loro santi, allora tu sembri una vergine di Raffaello, divina per espressione di affetto materno, per luce celeste che discende dall'alto e per gloria di angioli esultanti. — Ma di', Firenze, che cosa hai tu fatto dei tuoi giorni di gloria? Dove i tuoi lioni coronati? Dove gli uomini grandi? Ahimè! Nessuna fra le tue sorelle italiche più di te comprende nel seno illustri defunti. Glorie di sepolcro! Superbia di avelli! Infelicissimo vanto! Certo un pugno della cenere di cotesti morti vale troppo meglio di mille tuoi vivi... non pertanto ella è cenere. O Firenze! dove sono i tuoi grandi? Tu ridi... veramente così com'è quel tuo sorriso par cosa creata in cielo; però una volta assai diversa ridevi. In campo l'elmo, impugnata la lancia, vergine e diva ti mostravi alle genti quale apparve Minerva uscita dalla testa di Giove; poi l'elmo t'increbbe, deponesti la lancia, facile sorridesti a chiunque passò per le tue vie; — lo straniero ti vide, si accese di te e, un giorno che tu ne stavi immemore, la mano ti pose sul core delicato... Ah! da quel giorno i tuoi occhi furono gravi di lascivia, — il tuo sorriso si uguagliò a quello dellaOdaliscache suo malgrado sorride al feroce sultano perchè non l'offenda con le battiture...

E se degradata fra tutte le tue sorelle italiche te continuano i popoli a salutare col nome di bella, quale eri allora che sola in questa terra di sventura vigilavi intorno ai tuoi bastioni, riparo l'ultimo delle italiane libertà? — Quando l'oste nemica, Tedeschi, e Spagnuoli si affacciarono al monte dell'Apparita e l'occhio profondando giù nella valle ti videro, stettero immoti e non proferirono parola.

Potrebbe forse l'aspetto delle meraviglie della natura accogliere potenza di placare nel cuore umano le furie della cupidigia e del sangue? Così talvolta per conforto dell'anima sconsolata immagina il poeta, — ma invero là dove si curvano più placidi i cieli, e la terra manda più soavi fragranze, quivi in copia maggiore vivono rettili velenosi e belve ed uomini pei quali la vendetta è un delirio, il sangue più dolce che l'umore della vite. La empietà, smisuratomacenilliero[136], di cui le radici penetrano nell'inferno, e la cima forse nel paradiso, sparge mortale influenza sopra tutta la terra. — Volgiti a settentrione, e udrai grida disperate di offesi i quali chiamano invano il Creatore in soccorso della creatura: — volgiti a oriente, e ti percolerà un singulto a cui rispondono eccheggianti secoli senza fine, Abele non lasciò discendenza, noi tutti nascemmo dal fianco di Caino; — portiamo il peso della iniquità dei padri — e il nostro.

Sia dunque che alla vista di tanta bellezza la cupidigia dei nemici si placasse, sia piuttosto, come pare più vero, che la cupidigia rimanesse maravigliata nel considerare la preda superiore alla aspettazione, cotesto istante di quiete cessò, e all'improvviso con indicibile allegrezza stranamente atteggiando la persona, chi vibrò l'asta, chi bandì la spada, e insieme tutti esclamarono:

«Signora Fiorenza, apparecchia li tuoi broccati, che noi veniamo per comperarli a misura di picche!»

Il vicerè di Napoli Filiberto principe di Orange armato di splendida armatura si mise attonito pur egli; il suo volto esprimeva quello interno contento che ogni cuore, per poco intenda gentilezza, sente alla vista dei miracoli della natura o dell'arte, — dopo alcun tempo piegando la persona verso Baccio Valori, commessario in campo del papa, e altri fuorusciti fiorentini, addita loro la città e favella:

«S'io fossi nato là dentro... la difenderei...»

«Come noi la difendiamo», interruppe officiosamente il Valori, «imperciocchè noi siamo qui venuti per liberarla dalla insopportabile tirannide che la tiene oppressa.»

«Non sembra però la libertà che le portate troppo le piaccia, perchè si apparecchia a ributtarla a colpi di bombarda; nè in verità credo le armi nostre vengano per questo. Io ho voluto dire che la difenderei da chiunque movesse armato contro di lei... anche da mio padre.»

«Ogni uomo se la intende colla sua coscienza, io con la mia; e questa, o principe, se ne sta tranquilla nella fiducia di operare il bene della sua patria.»

«La carità di Erode, il quale mandava i pargoli in paradiso prima che peccassero![137]»

«Principe!»

«Commessario! — Io, vedete, per volontà e per obbligo sono soldato fedele di Sua Maestà Imperiale, e non pertanto uso liberamente la lingua. Abbiatelo in buona o in mala parte, vi dico che con quel vostro ingegno riuscirete ad ingannare tutti, — tranne la coscienza; — pensate al fine; — io non vidi mai traditori capitare a buon porto. L'esempio del contestabile di Borbone vi stia sugli occhi.»

E la coscienza, che pur testè vantava pura il Valori, tale gli dava acerbissimo morso in quel punto ch'ei ne rimase per molte settimane dolente, e con sentenza che non concede appello gli ordinava: Taci, ribaldo! — E Baccio taceva pensoso del futuro.

Poc'oltre a man destra del principe, immobile come pietra, sta Giovanni Bandino; il volto tiene e gli sguardi tesi verso Firenze. Dalla fronte pallida gli piovono grosse gocce di sudore; — paiono lagrime piante sopra di lui da occhi invisibili: trema forte e non proferisce parola. In campo lo spregiavano e temevano; — ma egli fuggendo ogni umano consorzio non dava luogo alle offese: — quando negli scontri di guerra vedeva bestialmente inferocire i soldati e fatti ciechi per ira, egli, scoperto di ogni arme difensiva, si cacciava là dove più spessi cadevano i colpi e gli uomini. La fortuna gli negava la morte; — sovente ebbe dalle palle degli archibusi forato il beretto o la veste, e nondimanco si rimase illeso. All'assalto di Spelle seguitò impassibile fin sotto il muro gli assalitori; fischiavano le palle intorno al suo capo, rovinarono corpi di uccisi o sconciamente mutilati, ed egli pareva nulla vedesse od ascoltasse; quando un colpo di sagro percotendo a mezzo il petto Giovanni da Urbino, tra quanti erano prodi nello esercito, valorosissimo, lo balestrò sfracellato ai suoi piedi, egli allora proruppe in altissime risa e balzò al posto dove rimase ucciso l'infelice guerriero; a tutti sembrò il demonio della strage: non perdonava a cui implorasse quartiere, o a chi resistesse; dal capo alle piante spesso appariva sordidato di sangue nemico senza che pure una scalfittura ne versasse del suo. Gli Spagnuoli, secondo l'indole loro superstiziosi, sospettavano fosse ciurmato, ma poi, sapendolo uomo del papa si ricredevano, in seguito nel sospetto si confermavano. Dovunque mostra la faccia cessano i colloquii, la gente si apre in due file per lasciarlo passare, assalita da misterioso ribrezzo. — Immemore dei circostanti, lunga pezza il Bandino dimorò nello stato di fissazione di che scriveva poc'anzi; all'improvviso, stendendo ambe le braccia, con suono angoscioso di voce prorompe:

«O patria mia!»

La quale esclamazione avendo udita monsignore di Orange, la man gli pose sopra la spalla sinistra lo interrogando così:

«E perchè dunque tra i nemici di lei?...»

Si riscuote il Bandino, — guata bieco l'Orange e brontolando fugge via a precipizio.

Scendeva intanto dal monte schiamazzante l'esercito; rotte le ordinanze procede baldanzoso, come chi va al corteo; invano lo richiamano alle insegne i capitani: invano si affaticano a riordinarlo sergenti e caporali; con più rispetto camminano i mercanti per le strade del patrimonio di san Pietro, tanto poteva in lui il sentimento del proprio coraggio e della nostra viltà; e sì, che a Spelle duro intoppo incontrava, ebbe Cortona non per forza di guerra, ma per tradimento; pure la memoria dei soldati poco si profonda, e i fatti d'Arezzo gli avevano inorgogliti. — Va, va, soldato; la valle che vedi, comunque angusta, sopravanza al tuo sepolcro.

Il principe non sapeva scendere dal sommo del monte. Baccio Valori, riappicatasi la maschera del cortegiano per un momento cadutagli dal volto, rideva e motteggiava con certe sue arguzie da rallegrare la brigata.

«Or mi dite, commessario», domanda l'Orange, «cotesta fabbrica immensa sarebbe per avventura Santa Maria del Fiore?»

«Voi l'avete detto, monsignore; ammirate di grazia la cupola del Brunellesco; e' non vi pare proprio voltata dalle mani degli angioli?»

«Fu dunque colà che i Pazzi uccisero Giuliano dei Medici e ferirono Lorenzo?»

«Certo, in quel tempio. Guardate adesso cotesta torre merlata: la fabbricò Arnolfo di Lapo, e soprasta al Palazzo della Signoria.»

«Parmi avere sentito raccontare fosse in cotesta torre sostenuto Cosimo dei Medici in dubbio di perdere il capo, e lo perdeva senza l'aiuto del buffone Farganaccio; non è vero, messer commessario?»

«Vero. Voi, monsignore principe, mi sembrate molto bene informato delle nostre storie...»

«Come no? Io ho voluto partitamente conoscere la stirpe di coloro che difendo e il molto affetto che gli lega ai concittadini loro. — Ditemi, e cotest'altra torre di forma leggiadra, tanto diversa dalle altre, come si chiama ella?»

«La torre di Badia; — la edificò il marchese Ugo insieme con altre ventitre per tutta Toscana, spaventato dalla visione ch'egli ebbe dell'inferno.»

«Il marchese Ugo accompagnò in Italia Ottone imperatore, il quale, supplicato dai Fiorentini, loro concedeva libero reggimento: ora Carlo imperatore, istando i Fiorentini, abolisce la repubblica e fonda assoluto principato. Quando foste più savii e meno tristi, ora od allora, messere commissario?» — E non aspettando la risposta, aggiungeva: «Quell'altra torre come appellate voi?»

«La torre del Bargello...»

.... fuorusciti fiorentini, addita loro la città e favella: «S'io fossi nato là dentro.... la difenderei....»Cap. VIII, pag. 200.

.... fuorusciti fiorentini, addita loro la città e favella: «S'io fossi nato là dentro.... la difenderei....»Cap. VIII, pag. 200.

«Se la memoria non m'inganna, nella corte del Bargello fu già mozzatala testa ad uno dei Medici. Messere commessario, sapete voi singolarissimo amore essere quello che tra loro si portano Medici e Fiorentini? i primi anelano stringere i secondi in un amplesso di catene di ferro; i secondi poi, quando possono, i Medici o bandiscono o decollano.»

Baccio Valori stringendosi nelle spalle pensava: o Padre Santo, tu mi sembri proprio il cavallo che implorò l'aiuto dell'uomo per vincere il cervo.

Il principe, mutando all'improvviso sembiante, più contegnoso riprendeva:

«Basta, questo è affare tra voi; per me obbedisco agli ordini di Sua Maestà l'imperatore; — il soldato non deve ricercare tant'oltre; egli grida: Viva la gloria! e si fa ammazzare per quattro soldi al giorno, quando glieli danno... Fiorenza vedremo a vostro bell'agio dentro; ora conviene apparecchiare gli argomenti per prenderla. A noi le carte, a noi i colonnelli.»

E tosto gli apportarono le piante della città e le carte dei luoghi circostanti minutamente e diligentemente disegnate. Le une e le altre gli consegnò papa Clemente, il quale molto tempo innanzi aveva commesso al Tribolo e a Benvenuto della Golpaja un modello di Firenze, ed avutolo, sì l'ebbe caro che finchè visse volle tenerlo nella sua stanza da letto. Il principe, considerate le carte e riscontrando coll'occhio il paese sottoposto, domandò:

«Commessario, è nuova, o antica la fortezza su quel poggio costà...?»

«Ella è il convento e il campanile di San Miniato; credo vi abbia condotto nuove opere attorno a Michelangiolo Buonarroti.»

«Se tali sono i campanili, pensiamo un po' che cosa saranno le fortezze! E poi questo Buonarroti mi occorre dappertutto; vivono forse più uomini in Italia col nome di Michelangiolo Buonarroti?»

«No, principe; poichè Dio si riposò dal creare, a nessun uomo più che a costui concesse il creatore suo spirito; egli fu che dipinse la volta della cappella di papa Sisto, egli scolpì il sepolcro di papa Iulio; egli fonde, egli architetta, egli fortifica, egli filosofa, egli poeteggia, arringa, combatte, egli insomma fa tutto...»

«Dunque non può dirsi iniqua una causa quando la sostiene un tanto uomo. Gravi danni io temo da cotesta fortezza, commessario. — Converrà bombardarla con tutte le artiglierie al fianco... da questo poggio... che si chiama... si chiama...», e guardava sopra la carta.

«Giramonte.»

«Giramonte appunto; e quell'altra torre ch'io vedo là da lontano sorgere sopra le mura a quale ufficio immaginate voi la destinino?»

«Le mura di Fiorenzaab antiquoandavano tutte inghirlandate di torri simili a quella. Nel 1526, quando vivevano incerti sopra le mosse dell'esercito di Borbone, Federigo da Bozzolo e Pietro Navarra vennero per commessione del papa a munire Fiorenza e le abbatterono: come quella una sfuggisse la universale rovina non saprei dirvi.»

«Oh perchè non si fermarono essi agli stipendi della Repubblica! Due architetti come loro mi avrebbero risparmiate venti bombardi, nè avrei mestiero delle artiglierie di Siena o dei marraiuoli di Lucca...»

«Quel Buonarroti mi mette in sospetto più dei Côrsi del Baglioni», osservò Valerio Orsino colonello del papa.

«Ma quale odio lo muove contro Sua Santità?» — interrogava l'Orange.

«Anzi io credo che l'ami...»

«E che maniera d'uomini siete voi altri Italiani? Il Buonarroti ama il papa e si apparecchia a combatterlo?...

«Monsignore, la è piana, se pensate che il Buonarroti più del papa ama la libertà.»

«Sta bene. Or dunque», riprese il principe tenendo un dito sopra la carta e ad ora ad ora sollevando gli occhi, «in questo momento la nostra gente non basta a stringere la città da ogni lato; — circondiamo intanto la sinistra parte, occupiamo tutti questi colli che le fanno semicerchio da oriente a occidente, da porta San Nicolò a porta San Friano. Signor Giovambattista Savello, voi accamperete con la vostra gente costà a Rusciano; voi, signor conte Piermaria, al Gallo; Alessandro Vitelli fatevi forte sul Giramonte; Sciarra Colonna, occuperete il Poggio di Santa Margherita a Montici; Castaldo, Cagnaccio, monsignore Ascalino, alloggiate i vostri colonelli la presso coteste case... che leggo appartenere a messere Francesco Guicciardini. Duca di Malfi, vi condurrete a questo punto chiamata casa Taddei. Pirro Colonna, prendete luogo a casa Barducci; Orsini, a casa Luna. Presso San Giorgio andrà lo strenuissimo marchese del Guasto. I lanzi si accampino sul poggio dei Baroncelli e si distradano fino al monastero del Portico. Gli Spagnuoli si attendino parte sul medesimo colle accanto ai lanzi, parte San Gaggio, parte a San Donato in Scopeto; una banda di quattro mila occupi tutto il piano sotto Marignolle e tutto il Monte Uliveto verso occidente. Voi, messere commessario, dove intendete di porre il quartiere?»

«Io mi starò col contatore Berlinghieri sul poggio nelle case del Vacchia; e voi?»

«Io là sul piano, dov'è maggiore il pericolo, su la piazza del Mercato.»

«Veramente non parmi...»

«Prudente! vorreste dirmi, commessario? il destino dà a cómpito la lana della nostra vita alle parche; e il tuo fato ti giunge, pauroso o audace. — Acerbo bene tu lo avesti, o mio infelice nipote, caduto spento sul fiore della speranza e della vita!»

Dame e cavalieri, le quali ed i quali consumate, che Dio vi perdoni, i vostri begli occhi su queste carte fastidiose che parlano di patria, di sangue, di storie già vecchie e fuori di andazzo, avreste per avventura compreso qualche cosa della maniera in che a prima giunta l'Orange dispose l'assedio? — A dirvi il vero, finchè lo lessi su i libri non vi compresi nulla neppur io; poi trovai la maniera, ed è questa. — Il pellegrinoche visita la mia bella Firenze, se lo punge vaghezza di conoscere addentro le cose ch'io narro povero novelliere, sappia trovarsi, non ricordato dalle Guide, dagli Osservatori e libri altri cotali, nel palagio della Signoria un quadro a fresco rappresentante l'assedio di Firenze; — dov'egli lo cerchi, gli occorrerà nelle stanze che chiamano quartiere di Leone X posto a mezzogiorno della sala del Savonarola, e quivi pure ammirerà, se ne ha voglia, un quadro importantissimo al subietto del quale discorso, voglio dire Clemente VII e Carlo V convenuti di amichevole parlamento; esaminato il quadro, si rechi il passeggero su al poggio San Miniato e ascenda il campanile, il quale pur tuttavia conserva le traccie delle palle balestrate contro di lui nell'assedio. Badi però di andarvi su la mattina, che a vespro non consentirebbe il guardiano ad aprirgli la torre, imperciocchè a quell'ora vi sieno rientrati i colombi di monsignore arcivescovo, ai quali, non che il suono delle bombarde, giungerebbe insopportabile l'aspetto comunque pacifico del pellegrino; e allora, rotto il sonno, prorompendo dalle aperture, andrebbero dispersi per la campagna e forse, ahi! tolga Dio tanto danno, ghermiti da mani profane sazierebbe le voglie di palato plebeo. — Così è: cotesto campanile glorioso, il quale difeso da Michelangiolo e da Lupo bombardiere sostenne per tre giorni il fulminare di quattro grossi cannoni dell'esercito imperiale, quel campanile che resse agli urti, sicchè tuttavia si mantiene in testimonio di un tempo che desideriamo molto, speriamo poco vedere rinnovato, adesso è fatto stanza di colombi, che aspettano costà dentro la degnazione di essere acconciamente arrostiti pel pranzo di monsignore arcivescovo, che Dio tenga nella sua santa guardia.

Giunto sul campanile, in un colpo d'occhio comprenderà quello che io mi affaticherei invano dargli ad intendere con molte pagine, e vedrà come se il cielo sorride a Firenze, Firenze ancora sorride al suo cielo, e il riso loro vicendevolmente ricambino a guisa d'innamorati; — gli parrà rinnovata l'antica storia dei figliuoli di Dio presi di amore per le figliuole degli uomini, nè Dio per questa volta sdegnato nel connubio — mandare a castigarlo il diluvio, sibbene benedirlo dall'alto con un torrente di luce[138].

Disposti gli alloggiamenti, le difese provviste, le sentinelle collocate, Filiberto d'Orange, diligentissimo capitano e come quello sul quale riposava la somma della guerra, non fidandosi altrui, volle di per sè stesso esaminare ogni cosa. Montato sopra generoso cavallo, lo accompagnando le sue lancie spezzate, visitò i diversi posti, suggerì opportuni provvedimenti, raccomandò ai colonnelli stessero in procinto; e quando gli parve adempito il suo debito, essendo già discesa la notte, si avviò ai suoi alloggiamenti giù al piano in certe case dei Guicciardini tra la piazza del Mercato e le forche.

Sia che memorie del passato o disegni del futuro lo tenessero inteso,allenta le briglie al cavallo e lascia che di buon tratto di strada lo precedano le lance spezzate; così s'inoltra nella notte, non badando al rumore confuso del campo nè ai fuochi accesi sopra tutti quei poggi: all'improvviso il cavallo si arresta, ed intende una voce di uomo che si lamenta.

«Ormai il dado è tratto; — tra morire infame, o morire invendicato, mi piacque la vendetta», con parole interrotte mormorava la voce; «ma per aver vendetta mi bisogna dar fuoco alla patria, — ed io l'amo questa patria; — nè l'amico di Filippo Strozzi dovrebbe travagliarsi in pro dei Medici.... non pertanto il fato ci avviluppa insieme; noi non siamo padroni del fato.»

Qui il cavallo del principe mutando passo urta una pietra, la quale smossa rotola ai piedi dello sconosciuto, che tosto rizzatosi domanda in suono superbo:

«Chi sei?»

«Non so se amici», rispose il principe, «ma non certo nemici; voi mi parete il Bandino, ed io sono Orange; il mio cavallo ha sbagliato sentiero, m'ingegnerò ritrovarlo: — buona notte, messere.»

«Ditemi, principe,» soggiunse il Bandino arrestandogli per le redini il cavallo, «in conto di che mi avete voi?»

«Ma... nel conto che mi avreste me, s'io fossi voi.»

«Principe, in mercede parlatemi aperto, in qual concetto mi tenete?»

«Fiorentino movete ai danni di Fiorenza... di uomo siffatto può essere mai dubbiosa la fama?»

«Ah! certo il nome ch'ei merita è un solo per tutto il mondo», favella in suono sconsolato il Bandino lasciando le redini del cavallo...

«Eppure!...»

«Eppure voi non siete un codardo; questo molto bene conosco, che mi furono dette novelle della virtù vostra nella guerra di Milano, dove militaste col conte Pietro Nofreri; — io non vi mescolo con messere commessario e consorti, i quali patria, affetti e Dio tengono nella borsa; una cagione profonda, a cui non potete resistere, certo vi spinge: — io vi compiango e vi lascio. — quando gli amici di Giobbe si fanno a visitarlo e seduti in terra a canto a lui piangono insieme, mi paiono consolatori divini; allorchè poi aperti i labbri lo ammoniscono o confortano, mi riescono importuni; — molte sventure per parole inasprisconsi; e tale giudicando la vostra, io mi taccio. Tra la vostra anima e Dio non deve intromettersi nessuno. Vorrei stimarvi come mi stimerei propenso ad amarvi. Ma a fine di conto i fati tirano... e voi mi sembra che lo dicevate quando prima io v'incontrai, — l'uomo non è padrone del fato.

«Così non può essere.... scendete.... bisogna che voi mi stimiate.... A chiunque tentasse indagare il mio segreto pianterei un ferro nel cuore.... a voi, che rifiutate conoscerlo, forza è ch'io il dica..... scendete.... e sedetemi accanto.»

Un non so che d'impero e di preghiera si conteneva in queste parole del Bandino, chè il principe si sentì a un punto come sforzato ecommosso; aggiungi la naturale curiosità, che, malgrado le proteste in contrario, punge ogni uomo di penetrare il destino altrui; — il tempo e l'ora, tutto lo indusse a soddisfare il Bandino; — scavalcò pertanto e, legato il cavallo ad un albero, si acconciò per ascoltare.

«Conoscete l'Italia?» comincia impetuosamente il Bandino, «ella è terra di delizie e di vulcani; — conoscete il cuore dei suoi figli? due sole passioni se ne dividono il regno, demoni, credo, ambedue: amore e odio... — forse voi penserete altramente dello amore, perchè il volto ha leggiadro e favella con parole soavi, ma in verità egli è demonio, ed io l'ho provato e provo. — L'amore talvolta diventa odio, l'odio non muta mai; dei due odii terribilissimo il primo, entrambi fuoco d'inferno; ma il primo, fatto più intenso dalla gelosia, dalla vanità offesa, dalla ricordanza dei piaceri goduti, dei piaceri perduti... olio e bitume sopra fiamma di per sè stessa tremenda. — Dio mi creò per amare: io mi ricordo di un fanciullo sensitivo, vago di solitudine, abbandonare il trambusto della città, e lontano nei campi voltarsi indietro a contemplarla, come l'Alighieri descrive il naufrago che, uscito fuori dal pelago alla riva, si volge all'acqua perigliosa e la guata; egli errando pei boschi udía la voce arcana che pare mandi natura al suo Creatore, intendeva commosso le armonie degli uccelli ed invidiava la voce loro per cantare anch'egli un inno di gloria, e le ali per accostarsi al firmamento, perocchè gli avessero detto il Padre del Creato abitare nei cieli. Quanto tesoro di amore vivea nell'anima di quel fanciullo! Appena la campana della sera indicava l'ora dei morti, prosternato davanti alla immagine di Gesù Cristo, non senza lacrime lo supplicava per le anime dei suoi defunti... per tutti quelli che purgandosi aspettano di sollevarsi alle gioie divine; egli aveva una parola di conforto per qualunque sconsolato, un voto per ogni afflitto, un soccorso per ogni bisognoso, e quando incontrava sventure che non potevano consolarsi, bisogni che non potevano sovvenirsi... piangeva. Ah! quel fanciullo fui io. — E adesso la mia mente tentenna dolorosa nel pensiero che Dio non è, od è tiranno; e sento solo la vita allorchè gli uomini, diventati bestie feroci e più che bestie, si lacerano, le bombarde fulminano la morte, la terra va ingombra di uccisi, e i demoni della discordia e dell'omicidio tripudiano pei campi di battaglia a piene mani lanciando contro il cielo sangue e membri umani, in dileggio o in rampogna del Dio che sembra aver creato gli uomini per divorarsi tra loro.

«Noi altri Italiani c'innamoriamo in chiesa; colà la mezza luce che nelle ampie navate si diffonde traverso i vetri coloriti, le melodie degli organi, il profumo degl'incensi, le voci angeliche di fanciulli invisibili esaltano i sensi e ti dispongono ad amare, in cotesto punto, se i tuoi occhi, lassi di vagheggiare una Madonna creata da Raffaello, abbassandosi incontrano il tipo di cotesta Madonna..., spaventato ritorni in fretta a sollevare gli occhi alla immagine, dubbioso che discesa dal quadro siasi fatta viva.... La immagine però non si mosse, ma ormai i tuoi occhi non si alzeranno più alla immagine per adorare Dio. Lui adorerai nella vergineche piange e che ride; la vergine che movendo lo sguardo accelera o arresta le pulsazioni del tuo cuore. Finalmente Rafaello non infuse la vita nei suoi dipinti! — Allora il cielo si confonde alla terra: — il creatore adori nella creatura; — all'impeto naturale della passione tu aggiungi l'impeto della passione religiosa; — la febbre acuta t'invade le fibre e le ossa; le arterie delle tempie ti pulsano quasi volessero rompersi, vertigini di fuoco ti si avvolgono dinanzi gli occhi.... odi frequente un tintinnio negli orecchi che ti tormenta, e tuttavolta non vorresti cessato... il petto si gonfia in ispessi sospiri... uno sguardo ti ha mutato tutto: — nulla è più tuo; — ogni cosa umile ti pare superba; se il piede della donna che ami ti calpestasse..., sarebbe il sommo del tuo paradiso: — questo è italiano amore... ed io l'ho provato. Ma la donna che inspira un sì grande affetto lo partecipa ella? O Cristo, che tanto imprecasti contro i farisei, come quelli che ti parvero sepolcri imbiancati, e che altro è la donna mai se non un sepolcro imbiancato? Perchè creare così splendida la coppa che contiene veleno senza pari mortale? Dio, che ponesti nel cuore dell'uomo il ribrezzo alla vista del rettile e la paura all'incontro della fiera, ond'è che non lo avvertisti dello approssimarsi della donna con queste od altre cosiffatte passioni? Forse accoglie la femmina ingegno meno perfido del rettile, o brama meno truce della fiera? Nessuno ente mai ingannò quanto la donna ha ingannato, non tradì quanto la donna ha tradito. Michelangiolo, dipingendo la prima tentazione di Satana, la quale ci fruttò la perdita del paradiso e della vita, immaginò il tentatore mezzo demonio, mezza femmina. Satana, tuttochè Satana, non seppe trovare immagine meglio adattata alle insidie... Ahi femmina! Quantunque alla vostra stirpe imprecando io turbi le ossa della defunta mia madre.... e l'anima mi rimorda come di parricidio commesso.... maledette sieno quante posseggono sopra la terra sembianze di angiolo e cuore di demonio...»

«Ditemi principe,» soggiunse il Bandino, arrestandogli per le redini il cavallo, «in conto di che mi avete voi?»Cap. VIII, pag. 208.

«Ditemi principe,» soggiunse il Bandino, arrestandogli per le redini il cavallo, «in conto di che mi avete voi?»Cap. VIII, pag. 208.

E queste parole profferisce con rabbia sì intensa, e le parole accompagna con tanto convulso atteggiare di muscoli e stridere di denti che il principe si ritrasse di alcuno spazio indietro come spaventato; dopo breve silenzio egli disse:

«Bandino, i tempi di sostenere a tutta oltranza l'onore delle dame non corrono più, e nondimeno, come cavaliere cristiano e figliuolo amoroso, io prendo a provare in campo chiuso la mia genitrice per la più casta ed onorata matrona del mondo...

«Rammento il giorno e il luogo in che ella primamente mi comparve dinanzi», continua il Bandino senza rispondere alle parole del principe, fisso com'era nel suo pensiero; «per la festa di san Zanobi in santa Maria del Fiore, là presso alla parete ov'è sospeso il simulacro del divino poeta,[139]i nostri occhi s'incontrarono insieme; parve che imiei sguardi la infiammassero, perchè ella si fece accesa nel volto, come le vampe di fuoco le ardessero davanti, ed abbassò il velo: poco importa; ormai la sua immagine mi stava incisa nel cuore; dovunque guardassi io la vedeva; ed in vero ella si partì dalla chiesa, io non rimossi mai gli sguardi dal luogo che ella tenne occupato; gli uffici divini cessarono, tacquero gli organi, spensero i ceri, ed io pur sempre mi rimaneva immobile credendo tuttavia di vederla. Agevole cosa mi riuscì conoscere chi ella si fosse, a quale casata appartenesse: nobile stirpe e superba, di ogni bene di fortuna largamente provvista; ma anche i miei nacquero di gentile lignaggio, se non che gli averi erano scarsi; la mercanzia siccome aveva favorito la famiglia della donzella, aveva nabissato la mia. Secondo il costume dei giovani cominciai a passare sovente sotto alle sue finestre; presi dimestichezza con gli artefici vicini per avere onesto motivo di trattenermi nella contrada; nella notte o sul mattino, accompagnandomi sul leuto, le cantai sotto il balcone dolcissimi versi d'amore; praticai in somma quello che costumano coloro cui scalda il petto l'ardente fuoco della passione e non sanno trovare modo altro diverso da manifestarla alla amata donna. Con quanta speranza io mi moveva da casa, e come avvilito vi rientrava! Verun cenno apparve alle finestre mai; mai vidi sporgere un capo il quale indicasse intendere all'amoroso lamento; io conduceva tristissimi giorni disperato della vita. Certa volta che dopo lunga e sempre vana dimora mi era fermato a novellare con certo archibusiere della contrada, io mi tornava a capo basso, dolente; giunto che fui allo estremo della via sul punto di scantonare, una ispirazione interna mi disse: volgi la testa, — ed io di subito mi voltai: una figura si ritrasse dalla loggia alta della casa, veloce più che mano non si allontana dal ferro rovente; — amore aguzza lo sguardo, ed io la riconobbi... era ben dessa, e ne piansi di gioja. — Deh! in cortesia, monsignore, vogliatemi perdonare s'io vi trattengo con la storia di siffatte quisquilie... Se sapeste però come taglienti me le abbia incise la memoria nel cervello... se lo sapeste! non vi dirò come trovassimo modo a favellarci; non vi dirò nemmeno come per una serie di eventi ora tristi ora lieti e sempre pieni di passione venisse lo istante nel quale la fanciulla, vinto il pudore verginale, mi confessava: Io ti amo... Io vi giuro, monsignore... in che vi giurerò io? Non conosco più nulla di sacro nella terra o nel cielo. E pure gli angioli avrebbero potuto senza velarsi gli occhi con le ale contemplare cotesti colloquii, imperciocchè le parole e gli atti vi fossero casti quanto quelli ch'essi alternano in paradiso. Io ti amo! ella mi disse: ora, quando anche vi avessi fede, la vita futura non m'ispira speranze nè terrore; il gaudio dei santi e i tormenti dei reprobi io gli ho provati. — Comunque vi ponessimo diligentissima cura, non potemmo tanto cauti procedere nei nostri amori che alfine uomo non se ne accorgesse; già non si cela amore! — All'improvviso ogni via di vederla mi venne tronca nè in chiesa più nè in casa di amiche o di parenti; il suo palazzo chiuso, impenetrabilmente chiuso. Certa notte ch'io mivi aggirava d'intorno come forsennato, sento una man forte percuotermi sopra la spalla e minacciarmi una voce: — Fa di allontanarti da queste contrade, se tu non vuoi lasciarci la vita. — Trema egli Appennino ai venti di primavera? Tale mi rimasi io alle superbe parole, e continuai a visitare di e notte quei luoghi più frequente di prima. Non corse gran tempo da questa a un'altra notte nella quale, passando vicino alla dimora dell'amata donna, di repente un colpo mi ferisce sul fianco; e fu sì fiero che, sebbene io me ne andassi riparato di giaco, il pugnale lo trapassò fuor fuori rompendovisi dentro: poco mancò non percotessi con la faccia la terra; non mi smarriva di animo per questo e, tratto di sotto la cappa la spada, mi posi in difesa; erano tre, e due fuggirono, il terzo rimase; essendo buio fitto, ci saremmo per certo uccisi ambidue, quando i vicini svegliati al rumore si affacciarono ai balconi coi lumi; io vidi allora il mio nemico armato di spada e pugnale: a mia posta strinsi lo stiletto, ed opponendo al suo stile la spada, alla sua spada lo stile, cominciammo un gagliardo combattimento; i vicini urlando raccomandavansi non volessimo insanguinare la contrada; vedute riuscire le raccomandazioni invano, chiamavano la famiglia del bargello; noi non gli ascoltavamo e tuttavia attendevamo a schermire. Egli era franco cavaliere il mio nemico e spedito così che ben ci voleva arte e prontezza per accorrere alle difese; chi fosse ignorava: — il volto tenea coperto con la maschera di velluto. Durava da un quarto d'ora il duello, nè la fortuna pendeva da una parte piuttosto che dall'altra, quando ecco accorgermi ch'ei tenta imprigionarmi la spada e strisciando col pugnale lungo là lama ferirmi; uso l'inganno e fingo lasciarmi vincere, sicchè egli, precipitando a mano destra l'offesa, allenta a mano sinistra la difesa; allora con un punto rovescio ponendo la sua spada a contrasto tra la lama del mio pugnale e la traversa, le do a leva di forza e gliela faccio balzare di mano: nel medesimo tempo indietreggio di un passo, riguadagno la mira e poi sottentro veloce tenendo a bada con la spada il suo pugnale ed incalzandolo mortalmente col mio: povero di consiglio, presago oramai del suo fine, mentr'egli cerca salute nei passi retrogradi incespica e cade. La maschera gli sfugge dal volto, le sue sembianze rivela; allora un altissimo grido mi percuote, sollevo gli occhi e vedo la donna mia scarmigliata affacciarsi alla finestra e, tese le braccia supplicare in mercede: Deh! per Dio non lo uccidete, ch'egli è mio fratello di sangue. — Già dal suo palazzo prorompevano intanto armati e il padre per aiutarlo: intempestivo soccorso perchè la sua vita stava nelle mie mani. Riposi pacate la spada e il pugnale, e la mano gli porgendo a sollevarlo. — Messère, gli dissi, potrei darvi là morte, ma penso dovere esservi molto maggiore castigo la vita; perchè tanto odiate chi vi ama? — Ciò detto partii. — Bene, nei giorni successivi e nelle notti non disusai aggirarmi per quelle contrade e di tenere fisso lo sguardo al palazzo; d'ora in poi mi fu chiuso come il sepolcro: i vicini interrogati rispondevano non avere più veduto la fanciulla nè donna altra di casa; aggiungevanoalcuni: Forse la menarono in villa. Ed ecco ch'io percorro le campagne, prendo voce, indago, per iscoprire mi travesto, e sempre invano; così che alfine ne perdo affatto ogni traccia. Spesso, di animo e di corpo abbattuto, truci immaginazioni mi spaventavano: — l'avessero uccisa! — e la morte di lei in cento modi diversi e tutti terribili agitava la inferma mia mente; — appena io mi era ristorato alquanto, tornava col mattino la speranza... Voi ben sapete come sia la speranza palpitante e vitale nel giovane innamorato. — Alfine io sopravvissi alle sue lusinghe e, fatto cadavere prima di chiudere gli occhi al sonno eterno, mi distesi muto sul letto aspettando e invocando la morte. Le lagrime del povero padre mio che amava tanto e la poca vita tenace a rimanersi mi concitavano a sdegno, sicchè un giorno empiamente gli dissi: Lasciatemi in pace, padre mio: il male maggiore mi venne da voi quando mi deste la vita; ora concedete che al vostro misfatto io ripari procurandomi la morte! — Mio padre cessò il pianto, e seduto a lato del letto mi abbracciò con ambe le mani le ginocchia dicendo: — Moriamo insieme; — ed io: — Moriamo, se così vi talenta. — E certo morivamo di inedia, quando sul declinare del giorno udimmo strepito alla porta della camera, e subito dopo entrare un giovane di oneste sembianze, il quale piegatosi al mio orecchio susurrò: — Per quanto vi è cara la vita di colei che amate, sorgete e venite meco! — Lo fissai con occhi esterrefatti e immaginando la sua apparizione errore della fantasia: — Partite, risposi volgendo il fianco sopra l'altro lato, chè io non posso andare standomi in colloquio colla morte. — Ma egli si dimostrò cosa reale e parole mi disse per le quali sentendomi all'improvviso pieno di vita, mi gettai giù dal letto e gli tenni dietro. Mio padre vinto dalla stanchezza dormiva... nè io pensai a svegliarlo e per suo conforto avvertirlo; non mi venne neppure in pensiero quale e quanta sarebbe stata la disperazione del vecchio destandosi e non vedendomi più, inconsapevole di quello fosse accaduto di me... tanto è demonio l'amore! — Arrivato all'aria aperta, mancarono al desiderio le forze; e sarei caduto, se lo straniero non mi avesse sorretto e accomodato in groppa al suo cavallo. Con misteriosa diligenza giunti sul canto di Via dei Pescioni, consegna il cavallo a un famiglio quivi appostato e sorreggendomi mi conduce verso il palazzo della mia donna. Ben mi cadde in pensiero il tradimento, ma non lo temei, tanto, peggio di vivere non poteva accadermi: fu aperto un usciuolo, mi trassero silenziosamente per diverse sale e poi mi deposero dentro una cameretta: vidi un piccolo altare, sentii odore d'incenso, l'aere calda, indizii manifesti che il Viatico si era soffermato là dentro, e presso l'altare sopra un letto mi occorse giacente la donna mia, calate le palpebre, le labbra bianche e la pelle del colore di cera, come persona prossima al transito; — sentii uno stringimento di cuore e caddi privo di conoscenza, lieto pensando di toccare l'estremo momento della mia vita. — Quando rinvenni, mi percosse in prima uno schiamazzo, un pianto e preghiere e minaccie in molto terribile guisa: apersi gli occhi e vidi il padredella donna mia avvampante di sdegno, con labbra enfiate rampognare certe donne che gli stavano attorno con atti supplichevoli e lo fermavano per le braccia con parole dolcissime raumiliandolo. Il giovane a cui aveva salva la vita, quando il padre sembrava piegare agli scongiuri delle donne, se gli accostava all'orecchio e gli dicea parole che a guisa di vento suscitavano la fiamma dell'ira in quel vecchio feroce. La donna mia piangeva, ma le mancava la forza di articolare parola, ed a me pure mancava: mi provai più volte, e sempre invano: al fine fiocamente favellai: Pel sangue di nostro Signore Gesù Cristo, lasciateci morire in pace! — E quasi fosse stato sforzo superiore alla mia poca lena, svenni di nuovo. Tornato lo spirito agli uffici consueti della vita, mi vidi al capezzale il padre della donna, il quale con volto benigno, Attendete a ristorarvi, mi disse, e preparatevi ad ascoltarmi; quello che il cielo vuole forza è che uomo anche voglia! — Lo rividi verso sera, ed accostatosi quanto più presso poteva al mio volto, — Figliuol mio, cominciava, poichè umano argomento non vince l'amore che la mia figliuola ti porta, e poichè vedo a prova manifesta come anche tu ardentissimamente l'ami, e il contristarvi le nozze sarebbe certa cagione della morte di entrambi, a Dio non piaccia che in questa mia vecchia età prossimo a rendere conto della mia vita all'Eterno, contro al mio sangue mi renda micidiale. La tua stirpe è gentile, i tuoi costumi onesti: una sola cosa mi offende in te, e non è tua colpa, voglio dire il difetto dei beni di fortuna, ciò mi trattenne fin qui dal consentire che tu tolga in moglie la mia figliuola Maria: tu saprai un giorno quanto piaccia al cuore del padre allogare i figliuoli in famiglie più potenti della sua e quanto all'opposto rincresca scemare; però siete giovani entrambi, che tu non mi sembri toccare il diciottesimo anno, e la fanciulla appena ne conta quindici: la fortuna, come donna, ama i giovani; viviamo in tempi nei quali riesce di leggieri, a cui vuole davvero, metter insieme danari; sopra tutte le parti del mondo vedo prosperare i nostri mercadanti in Ispagna, fuori di misura doviziosa per l'oro che a lei mandano le Indie non ha guari scoperte. Io ti prometto la figlia: fidanzatevi, ve lo concedo: poi su questa croce giurami che te ne andrai a procacciare tua ventura in Ispagna per tornare presto a condurre donna e statuire famiglia con lo splendore conveniente alla stirpe donde esci e a quella a cui la tua moglie appartiene. — Promisi e con pieno cuore; — qual cosa non avrei io promesso? Restituito alla vita, rigoglioso di giovanezza, felice per potere consumare i miei giorni al fianco della donna amata e dirle: — Io ti amo, e sentirla rispondere: Ed io pure ti amo; — parole mille volte ripetute e mille volte ascoltate con dolcezza ineffabile... miracolo nuovo di amore! — Ebbro del presente, dimenticai la promessa, che troppo mi occupava l'anima la mia passione per conservare memoria di quello che fu, paura per quello che sarebbe stato. — Più volte mi parve esitasse il padre di turbare così lieto vivere esigendo l'adempimento della promessa: pure una notte, quando me lo aspettava meno, mi trasse in disparte; e, Figliuol mio, — così favellandopiangeva lacrime forse vere e forse finte, perchè chi aggiunge l'uomo nella simulazione? — Figliuol mio, quanto più ti trattieni, e più allontani il tempo delle tue nozze: va, la stagione ti corre propizia, ed io ho ferma speranza in Dio di rivederti fra due anni tornato ricco a casa. — Vi tacerò gli augurii, i pianti, le disperazioni per trattenermi, e poi i voti, le promesse, i giuri quando fu determinata la partenza; tutte cose meste, non dolorose nè di triste presagio, come quelle che da lontano illuminava la speranza: solo l'aspetto del fratello era in quel tumulto di passioni quasi serpe tra i fiori, quasi Satana nel Paradiso terrestre: mi stese la mano, ed io la sentii umida di freddo sudore, n'ebbi ribrezzo come se avessi tocco la pelle di un rettile: — ma la gioventù è obliosa, la sperienza viene col tempo e ci fa notare questi eventi col sangue più puro del nostro cuore. La fortuna, per flagellarmi meglio, spirò un fiato favorevole nelle vele; partii, giunsi e dimorai a Cadice e a Siviglia, dove impresi traffici smisurati: nei traffici rovina agli altri, io cresceva; i pazzi consigli miei riuscivano meglio dei savi provvedimenti altrui; apparvi oracolo, e fui soltanto avventuroso; la turba m'invidiava, mi applaudiva ed adulava. Le lettere prima mi vennero frequenti da casa, poi più rade, ma affettuose pur sempre, — in seguito più rare ancora, — finalmente cessarono; ciò accadde presso al terminare del secondo anno, epoca in cui aveva statuito il ritorno; la mancanza di nuove mi tenne di mala voglia, non mi sconfortò nè fece temere infortunio, imperciocchè sapessi come Giovanni d'Albret re di Navarra, cacciato ingiustamente dal regno per opera di Ferdinando d'Aragona, avesse co' soccorsi di Francia ricuperato l'antico dominio, e quivi si agitassero terribilissimi combattimenti, a cagione dei quali il comunicare per terra di uno stato all'altro veniva rotto, e dalla parte di mare i legni di Francia e degli alleati loro, tra i quali fedelissimi si mantenevano i Fiorentini, non si attentavano farsi vedere nei porti di Spagna. Incerto del ritorno, lascio fondaco aperto in Siviglia, ed imbarcatomi sopra un brigantino giungo a Genova; travagliato dal mare che sembrava volesse impedirmi il ritorno, continuo il viaggio per terra; nessuna lettera mi precede; intendo arrivare inaspettato e sconosciuto. Oh come forte mi tremò il cuore quando prima scopersi da lontano la cupola della basilica nostra! se avessi avuto l'ale non mi sarebbe sembrato di affrettarmi a mia voglia: pur giungo e difilato mi avvio alla casa paterna; la mano mi manca per bussare alla porta, altri bussa per me, si apre, chi mi apriva non guardo, corro, corro in traccia di mio padre; la casa è vuota!.... Rifaccio i passi, e vedo il vecchio genitore genuflesso davanti un Crocifisso, e ascolto tra i singhiozzi pregare riposo all'anima mia.... — Sono io morto, perchè mi diciate ilrequiem? — esclamo maravigliato; e il padre piange e più che mai si raccomanda: mi accosto, ei trema e non ardisce guardarmi. Anima benedetta, egli diceva con stupenda prestezza, anima benedetta, va in pace, io spenderò in suffragarti l'ultima mia masserizia... va in pace. — Tornate le persuasioni invano, mi vinse lo sdegno, mi dolsi del modocol quale mi accoglieva, minacciai andarmene tanto lontano che mai più avrebbe riveduto la mia faccia, di poco amore lo rampognai. Egli sorse allora tra stupido e spaventato, e: Tu vivi? — mi domanda con parole interrotte... Mi tocca... mi bacia... e quando il suo dubbio fu tutto spento, crudeli! crudeli! esclama e mi cade semivivo tra le braccia. Qual io rimanessi non saprei con discorso convenevole raccontarvi. Egli rivenne tosto, e io ansiosamente gli domando: Ch'è questo, padre? e la donna mia? — La donna tua? mi risponde, — quanti ne corrono del mese? — Il dieci di febbrajo. — Il dieci, veramente il dieci? — Sì, il dieci. — Vieni a vedere la tua donna, — e con impeto giovanile mi trasse fuori di casa. Giungiamo alle porte di Santa Maria del Fiore; quivi incontrammo fanti e donzelle, i quali tenevano per le redini in copia palafreni; entriamo in chiesa, la più parte sepolta in profondissima oscurità; andiamo oltre, e pervenuti al punto della nave dove sospeso alla parete si ammira il simulacro di Dante, coronata con la ghirlanda nuziale, con lo sposo al fianco, blandita da gioconda comitiva, ritorna da legare la sua fede eternalmente ad un uomo dal piè degli altari una donna, e questa donna è la mia!... Empii di un grido orribile le volte del santuario e, stretto il pugnale, mi precipitai a trucidare la spergiura; mutati appena due passi, il ghiaccio di un ferro mi penetra nelle viscere, e precipito avvolgendomi nel mio sangue sul pavimento. Non piacque all'inferno ch'io mi morissi: udite stupenda nequizia umana! Aperti gli occhi, mi trovo giacente sopra miserabile pagliericcio, dentro una stanza vuota, le mani e i piedi stretti da funi... non mi rinveniva, cercava con la mente nè giungeva a indovinare in qual luogo mi avessero condotto e perchè così legato. All'improvviso mi spaventa uno schiamazzo confuso di minaccie, di percosse, di pianto, di preghiere e di risa; e sopra tutte queste voci tempestare un urlo che diceva: — Chiudete le porte, san Pietro! — san Paolo, di grazia, a che tenete quello spadone ai fianchi? — Or dov'è andato l'arcangiolo Michele? — I demoni danno l'assalto al paradiso.... e' l'hanno preso, — l'hanno preso, — scomunicati! — eretici! — così bussate il Padre Eterno? poveraccio! — Mi accorsi che mi avevano condotto all'ospedale dei pazzi. Nè stette guari che, aperti gli usci della stanza, vidi entrare diverse genti, che riconobbi dagli abiti pel medico, lo spedalingo e i servigiali. Il medico, lindo, aggraziato, superbo del suo bel mantello pavonazzo, si accosta al letto e, vedendomi con gli occhi aperti, mi domanda: — Come va, frate? — Oh Dio! messere, una gran doglia il fianco destro mi tormenta, e queste funi mi segano le braccia: deh! per la croce di Cristo scioglietemi, che soffro tanto che poco più si ha da soffrire nell'inferno. — Il mastro, tastandomi il polso senza altrimenti badare alle mie parole, si volge allo spedalingo e gli dice imperturbato nel volto: — Reverendo, non vi lasciate ingannare da questa quiete apparente; le arterie gli battono come se fosse un cavallo, con buon rispetto parlando; è natura di questi morbi rimettere alquanto della loro malignità per quindi travagliare più veementi di prima: nongli sciogliete le mani: perchè non ha egli preso la purgagione? Ingegnatevi fargliela trangugiare, se non per amore, per forza. Il cerusico muterà l'apparecchio alla ferita: — badate che non si agiti quando lo medica; ogni moto qualunque gli apporterebbe certissima morte. — Davvero le arterie dovevano battermi con impeto; io sentiva dentro ribollirmi il sangue, non potendo sostenere coteste parole che mi sonavano dileggio. — Scioglietemi, gridai, o me ne renderete ragione davanti gli Otto: chi vi ha detto che io sono pazzo? Dov'è questo marrano, questo ribaldo? Io fui tradito, percosso, ed ora mi legate per pazzo... ve la dirò io la storia... uditela... forse ne sentirete pietà. — Ecco, interuppe lo spedalingo dal volto di colore del piombo, i sintomi da voi presagiti ritornano; un accesso di mania lo minaccia... — È indubitato! risponde il medico aggiustandosi con sufficienza il collare, e si dispone a partire. — Forse non volendo il medico mi conservava la vita; imperciocchè se mi avessero sciolto un momento, malgrado la debolezza estrema, la piaga mortale, io sarei balzato dal letto per correre non già alla vendetta ma al sepolcro... e per avventura era il meglio. Se colà dentro io non perdei lo intelletto, ne ho l'obbligo al pensiero fisso dei miei dolori, il quale non mi concedeva che non ponessi troppa mente ai miseri rinchiusi nell'ospedale. Immaginate: da un lato mi stava una madre maniaca la quale nell'ultima piena dell'Arno aveva perduto casa, marito e due figli. Ogni notte, quando il sonno cominciava ad aggravarmi le palpebre, ecco la donna con urli lugubri gridare: — La piena viene!... la piena viene! — prendi il tuo figliuolo, Giovanni; io prenderò la bimba, e fuggiamo via... — E dopo poco mutando voce riprendeva: — Sta cheta, strega, io vo' dormire; se non ismetti di gracidare ti do della marra sul capo... — Sii maledetto! borbotta fra i denti e quindi soggiunge con voce naturale: — Lévati, prendi il figliuolo e quanta masserizia più puoi; ubriacone, lévati... senti.... senti.... ah! non è più tempo.... misericordia! che notte!.... guarda alla vampa del fulmine il fiume che precipita... fuggi... — Io vo' dormire. — Dormi: gran mercè dell'aiuto! Tancia, Lessandra, che notte! acqua e fuoco; ma la Dio grazia io tengo l'argine; costà ho lasciato in gola al fiume poche cose in verità... le masserizie e il marito.... e un figliuolo... dalle masserizie... in fuori devo ringraziarne la fortuna... mi basta la figliuola.... questa ho menata con me.... io l'amo tanto! — e qui, a dirvela in confessione, Tancia, la mia figliuola Nannina l'ho avuta dal vostro fratello Baccio; ci amavamo prima ch'io andassi a marito, e non me lo sono potuto scordare; il sere mi dice ch'è figliuola del peccato... ma oh! io amo la figliuola e il peccato.... Nina, vieni.... dove sei? Nina.... Nina.... in qual parte ti sei cacciata adesso? Se la nascondeste, donne, rendetemela per carità... se l'avete veduta, indicatemela... me ne fossi dimenticata.... no.... sì.... ah trista me! l'ho scordata. Baccio, va a salvare tua figliuola; ah! egli non si vede.... egli tarda.... e il tempo stringe.... Chi siete voi? uomini forse? andate a salvarmi la mia Nannina; non posso offrirvi nulla, la pienami ha portato via ogni bene della terra; se vi piaccio, vi abbandono il mio corpo; se no, voi avrete per certo a rifabbricarvi la casa; le acque vi hanno affogato il giumento, io vi porterò pietre e calcina.... non siete andati? Non volete andare? Iniqui! scherani! e l'ora fugge, e la maledizione non salva la mia figliuola... Cristo, che sostenesti san Pietro sul mare, sostieni anche me povera madre! Affogo.... affogo.... — E qui si rotolava sul pavimento continuando a cacciare urli disperati, ma indistinti a guisa di singulti. — Dall'altra parte era rinchiuso un giovanetto diventato pazzo per amore; — la giovane anima sua, comparsa appena su l'emisfero della vita, si ottenebrava, ed egli ora forniva il suo corso mortale ricinto di nebbia, siccome sole nei giorni incresciosi dell'inverno; la morte aveva dopo di lui baciato le labbra alla sua donna, e il giorno appresso trovò il verme là dove poche ore innanzi aveva libato il profumo dell'amore. Nel giorno, il misero taceva; verso sera cominciava a preludiare una canzone; caduta la notte, cantava con armonia mesta, arcana, per così dire pregna degli effluvii della sua vita, perchè invero la commozione che pativa cantando lo consumava, e di giorno in giorno, secondo quello che si racconta del cigno, più dolcemente cantava e più si approssimava a morire; tutte le canzoni compiva col verso:


Back to IndexNext