CAPITOLO UNDECIMOIL PROFETA PIERUCCIO

Mentre che in forma fui d'ossa e di polpeChe la madre mi diè, l'opere mieNon furon leonine, ma di volpe.Gli accorgimenti e le coperte vieIo seppi tutte...Dante.

Mentre che in forma fui d'ossa e di polpeChe la madre mi diè, l'opere mieNon furon leonine, ma di volpe.Gli accorgimenti e le coperte vieIo seppi tutte...Dante.

Mentre che in forma fui d'ossa e di polpe

Che la madre mi diè, l'opere mie

Non furon leonine, ma di volpe.

Gli accorgimenti e le coperte vie

Io seppi tutte...

Dante.

Molto tempo innanzi che le cose narrate accadessero, Malatesta Baglioni certa notte, dopo avere dato volta ora sopra un fianco ora su l'altro, non trovando riposo, balzò da letto gridando:

«Maladetta la notte! — Finchè la luce dura, io sono più forte della mia coscienza e mi riesce a tenermela sotto; quando ella cessa, la coscienza diventa più forte di me e torna a galleggiarmi sul cuore. O notte, io ti detesto, sia che come adesso t'ingombrino tenebre impenetrabili quasi strati di lava, sia che il perfido chiarore della tua luna mi spaventi convertendomi in fantasmi i palazzi e le torri. — Quanto silenzio!» — E si accostando alla finestra, l'apriva. — «Fiorenza, dormi? Tu sei più felice di me... io non trovo riposo. Se il giorno checi lasciò fosse l'ultimo! Se queste tenebre durassero eterne! L'eroe non vorrebbe commettere le sue opere magnanime senza sole, — forse nè anche i suoi delitti il masnadiero. Dormissero tutti la pace eterna!»

«All'erta sto! — urla una scolta; — All'erta sto! risponde un'altra; — All'erta sto!» s'intende ripetere da cento voci a mano a mano digradanti nella lontananza, finchè per troppo spazio vengano affatto a mancare. Tale è l'ufficio delle sentinelle ad ogni quarto d'ora che passa.

«Ecco», riprende il Baglioni, — «così gli anni si chiamano passando; — così dopo la vita succede la fama, — dopo la fama nulla; noi siamo l'eco dell'eco, — ombre di sogno. E allora perchè travagliarci tanto? Non ti compra mica la infamia una eternità di piacere, — anzi nè manco una scintilla di luce, — e nè un alito di fumo, ed ogni cosa finisce... Appunto perchè ogni cosa finisce, bisogna ingegnarci a godere molto nella vita... — ma veramente finisce ella la vita? — Oh! sì, finisce; godiamo e come? Con l'amore forse? Io non ci credo: e poi sta nella potenza altrui darlo o negarlo: il timore puoi incuterlo quando meglio ti sembra. Godimento vero consiste nel far paura. Sopra tutti avventuroso l'Eterno, perocchè i pensieri di sdegno gli scoppino fuori dalla fronte come fulmini. Bene mi talenta Fiorenza, ma la vagheggia il papa; la croce di questo prete percuote più forte della mia daga: ond'io, Fiorenza, comunque bella tu sia e tu mi piaccia assai, ti abbandono alle voglie del sacerdote con un sospiro; a patto però che sia nostra Perugia. — Senti... il gallo canta! — Vorrebbe forse egli dirmi essere io traditore? Il gallo cantò a san Pietro quando egli rinnegava Cristo; — io non rinnego nessuno, anzi gratifico il vicario di Cristo, e mi si deve professare amico san Pietro. — Se mai mi dannassi l'anima, san Pietro, ramméntati che il faccio proprio per la tua Chiesa, sicchè quando Dio non vede tu mi aprirai le porte del paradiso alla sfuggita. — Giuda! Chi è che ha rammentato Giuda? Ah! mi sono io stesso susurrato questo nome all'orecchie. Come entra Giuda con me? Giuda gitta via il prezzo, ed io lo prendo; Giuda s'impicca, ed io nè m'impicco nè mi lascerò impiccare... — Non mi lascerò. Bada, Malatesta, vecchia fama nel mondo dice orbi i Fiorentini; però guai a te, se di alcun poco schiudano gli occhi... e quel Carduccio, comechè gli mandi strambi, e' ci vede meglio che se gli avesse diritti; — ramméntati di Baldaccio dell'Anguillara:... non obliare Pagolo Vitelli ch'ebbe la testa mozza prima di accorgersene. Le repubbliche vegliano sospettose più degli altri reggimenti; tu hai potuto considerare a tuo bell'agio in Venezia le colonne tra le quali tagliarono il capo al Carmagnola. — Per Dio! E dove lascio mio padre Giampagolo?.. Papa Lione.., già non vi spirò lo Spirito Santo quando me lo trucidaste in Sant'Angiolo. Quanti traditi e quanti traditori! Oh![166]»

«Or dunque mi ami?....» E la solleva esultante.Cap. X, pag. 254.

«Or dunque mi ami?....» E la solleva esultante.Cap. X, pag. 254.

Malatesta si copre con ambe le mani la faccia, e così rimane assorto da angosciose considerazioni; gemeva, ansava come travagliato da tormento insopportabile; poi scosse la testa ed agitò le mani aggiungendo:

«Male m'incoglie, se mi muovo; peggio, se riposo;.... ho il sangue avvelenato; — mi è parso.... no... no... ho veduto.... messere Gentile e messere Galeotto Baglioni i quali... mi scotevano innanzi agli occhi la camicia insanguinata... Non vi uccisi già io... voi non potete portare il vostro sangue in testimonio contro di me.... vi spense Orazio il fratel mio... Andate a tormentarlo a vostro bell'agio nell'inferno. Voi, messer Giampagolo, lasciatemi in pace... dormite nel vostro sepolcro di marmo... perchè mi mostrate il vostro capo mosso? Che ci ho che fare io? Se i Medici mi tolsero il padre, i Medici mi renderanno Perugia; e voi, padre mio, non valevate Perugia quando eravate vivo;... pensate, se la valete adesso che siete morto! — Se intendete avvisarmi... riposate tranquillo... io non mi farò ammazzare così, come un montone; in ogni estremo caso, ecco il pugnale.... Ma Cencio perchè tarda tanto a tornare? Se Cencio mi tradisse, se a quest'ora stesse davanti al gonfaloniere dicendogli: Magnifico messere Carduccio, Malatesta vi tradisce... se già si movesse il bargello.... se il carnefice.... ah! — Chi è là? — Nessuno. — Come dura lunga la notte! — Questo Cencio oramai ne sa troppe....»

S'intende lo scalpito lontano di cavallo... si accosta... si è appressato... scende il cavaliere, entra nel palazzo Serristori, salisce frettoloso le scale.

«Questi è Cencio; riconosco i suoi passi. Egli ne sa troppe.... ne sa troppe; Cencio potrebbe tradirmi, — è colmo sino alla bocca..., bisogna torcelo dinanzi... mezzo palmo di lama, o tre grani di tossico lo spingeranno tant'oltre da non temerne il ritorno. Cencio... — O Cencio, sii il benvenuto, figliuolo mio, ti aspettava....»

«Davvero? rispose Cencio gittandosi sopra una sedia, dove stirò le braccia e tese le gambe con plebea dimestichezza; — quindi a poco a poco continuava: «Ho sonno, — fame e sete.... — Malatesta, datemi da bere.»

Il sangue baronale del Baglioni si rimescolava da cima a fondo; — un moto delle labbra svelò il cruccio dell'anima, ma potente com'era a simulare ridusse quel moto in sorriso, empì una tazza di vino e, la porgendo a costui, favellava:

«Bevi, Cencio, e confortati.... la tua vita mi preme quanto la mia....»

«Ahimè tristo! sarò io a tempo domani per testare delle cose mie?»

«Ch'è questo, Cencio?»

«Nei tanti anni che facciamo via insieme verso l'inferno mi sono accorto, o Malatesta, che quando vagheggiate oltre il consueto qualche famigliare, voi lo avete già in cuor vostro condannato alla morte. Orsù, se mi deste il veleno, ditemelo, ond'io mandi in tempo pel notaro e pel confessore.»

«Lascia il motteggio, Cencio: papa Clemente accettava il trattato?»

«Più gli aveste domandato, più vi avrebbe promesso; e meno vi manterrà: la vita di Sforza e Baccio Baglioni, con tutti gli aderenti loro;indulto ai capitani e soldati che hanno militato con voi; remissione di pene amplissima al capitano della Cornia e al conte da Scopeto; a voi le terre domandate, il vescovado per lo nipote, la figlia del duca da Camerino a Ridolfo vostro.... in somma tutto.»

«E la indulgenza, Cencio, l'assoluzione?....»

«Ahi l'assoluzione.... già anche questa.... e questa, non dubitate, vi manterrà... non costa nulla... Ma, signore Baglione, chi pretendereste voi d'ingannare adesso? Il papa, me, o Dio?»

«Nessuno: anche le indulgenze sono buone a qualche cosa quando non costano nulla; a senno mio ben si avvisava colui che accendeva un cero al diavolo e un altro a Cristo; — giova serbarci amici dappertutto. E intorno alla sicurtà che cosa ti diss'egli papa Clemente?»

«Fece sembiante di scandalezzarsi che altri movesse dubbio intorno alla sua fede... tentò arrossire.... ma, per quanto ritenesse il fiato, non venne a capo di richiamare il rossore sul volto, — sentiero oramai da tempo immemorabile disusato per lui: alla fine m'impose, che da sua parte vi offerissi per sodo rimanervi in Fiorenza co' soldati finchè non adempisse alle promesse.»

«In questo modo mi metto in capo il più bel cappello di traditore che mai sia stato.»

«O che vorreste v'innalzassero un statua? Voi siete curioso voi; — a me basta che non m'impicchino... e l'ho per bazza.. — Sua Santità si raccomanda alla Vostra Magnificenza a voce, e meglio in questo scritto che sì compiaccia di tradire presto e bene, onde la città non soffra e non rovini il contado.... non vi par egli caritatevole il buon pontefice? Udiste mai carità più pelosa di questa?»

«Cencio, dimmi, ti sembra ch'io possa stare sicuro del papa?»

«Ringraziate messere vostro padre, che vi lasciò terre e castelli, perchè voi, per lo ingegno che avete, non vi trovereste a possedere tanto terreno da stendervi sopra il vostro mantello bagnato.»

«Ch'è questo, Cencio?»

«Egli è, che il papa vi ha promesso certamente, e per la facoltà datavi di tenere le milizie in Fiorenza finchè non vi abbia soddisfatto è probabile che le cose promesse egli vi abbia a mantenere; — ma andando voi ad abitare su quello della Chiesa, è del pari probabile che un giorno vi tolga la roba e la vita per giunta....»

«Ma io cercherò di non somministrargliene causa veruna.»

«Chi il suo can vuole ammazzare, un pretesto sa trovare, mi diceva mia madre, che Dio abbia in pace.»

«Or dunque, Cencio, che mi consiglieresti?»

«Oh! la Magnificenza Vostra vuole abbassarsi a tôrre consiglio da un pendaglio da forca quale sono io? E poi prima del fatto avrei forse potuto suggerire anch'io un poco d'avviso; ora a cosa finita non mi rimane altro che lodare; e' sarebbe come se un poeta venisse a domandarvi il vostro parere sopra un sonetto stampato.»

«Nondimanco parla.»

«Prima di tutto avrei bene atteso ad esaminare la mia condizione, e se mi fosse tornato a mostrarmi buono o tristo; dove le parti avessi veduto uguali o di poco inferiori pel buono, mi sarei posto alla ventura per questo; conciossiachè la fama mi piaccia, e ogni uomo senta in sè il gentile orgoglio di essere salutato magnanimo.»

«Come? tu, Cencio?...»

«Io Cencio, se fossi stato Malatesta, avrei statuito così. E quando non avessi fatto civanzo a scegliere la parte buona, avrei tolto la trista; e allora, o il papa poteva darmi sicurezza intera, e intera l'avrei pretesa; o non poteva intera, ed io avrei ricusato la mezza, perchè questa inspira diffidenza e non ti salva. Vedete come ho proceduto con voi; — vi chiesi mai pegno? Vi posi la mia vita in mano come la grù il capo in bocca al lupo.... ed ho lasciato a Dio prendere cura del resto.»

«Ma perchè non mi hai discorso di tutte queste cose avanti?»

«Prima, perchè non me le avete domandate; — poi, perchè, obuonaomala, voi sietela testache pensa, ed io il braccio ch'eseguisce; — finalmente perchè mi vengono in capo per lo appunto adesso....»

«Qui bisogna rimediare.»

«Certo, bisogna.»

«Nel caso mio che faresti, Cencio?»

«Nel caso vostro me ne andrei a dormire; — avrei un poco di discrezione e non pretenderei da un uomo che casca dal sonno consigli da praticare quando la gente è sveglia. In conseguenza di ciò piaccia alla Signoria Vostra ch'io mi addormenti: — buona notte.»

E senz'altre parole, avviluppatosi nel mantello, si stese sopra un lettuccio, dove dopo alcuni momenti, vinto dal sonno, incominciò a russare.

Malatesta, travagliato dalle infermità e dalle cure, invano cercava riposare un istante; i suoi pensieri non potevano dormire in lui; cessata una paura, ne sorgeva un'altra; questa idra dell'anima lo lacerava con le sue cento bocche.... Ora se tale lo sconvolge la semente, che sarà mai quando in mercede dei suoi tradimenti avrà mietuto la infamia e il rimorso?

Dopo un affannoso avvolgersi per la stanza, si fermò davanti al lettuccio dove dormiva il suo tristo compagno.

«Cencio», susurrava con parole interotte, «la tua testa è troppo pesa di segreti e d'iniquità.... bisogna ch'ella ti cada dalle spalle;.... portala poi dove ti sembra, pur che non sia sopra le spalle, a me poco importa. — Cencio, tu ami tanto dormire!... io ti farò dormire a bell'agio... non più viaggi... non più ronde... non ti risveglieranno nè manco le bombarde.... cosicchè me ne andrai obbligato. Tu sei un demonio e da tempo in qua mi sei diventato ribelle, e per aggiunta mi schernisci.... bisogna che tu muoi...»

E il dormiente tra il sonno mormora:

«Nel buon vino ho fede, — E credo che sia salvo chi ci crede...[167]»

«Tanto meglio; così non andrai dannato. Però.... costui non ha chi lo agguagli tra' miei... pronto, sagace, di mano e di favella spedito... se lo potessi tuffare in Lete!»

«Santi del paradiso!» urta disperatamente Cencio, balzando a sedere sul letto e con ambedue le mani tentandosi il collo, «io mi sognava di essere strangolato! E voi, signor Malatesta, che fate costì con quel pugnale in mano?»

«Io?» riprese il Baglione giocolando con la punta dello stile, «intendevo pungerti, perchè tu cessassi lo sconcio russare che mi turba il sonno.»

«Non era dunque troppo lontano dalla morte, signor Malatesta? Però non avreste avuto buon partito. Gli astrologhi mi hanno predetto che noi moriremo lo stesso giorno.»

«Cencio, parli davvero? Perchè non avvisarmelo subito?»

«Perchè l'albero che mi deve appiccare non è anche cresciuto, e il pugnale che mi deve uccidere non è ancora fabbricato. Io torno a dormire: voi procurate di fare lo stesso, ed avvertite bene che senza il consentimento di Dio voi non potrete svellermi nè anche un capello di capo.... e buona notte di nuovo.»

Malatesta confuso finse sdegnarsi della diffidenza di Cencio, — lo chiamò ebbro; molte altre parole aggiunse, e tutte invano; — Cencio dormiva come se nulla fosse avvenuto.

«Costui ha il diavolo in corpo, seppure egli stesso non è il diavolo addirittura», disse il Baglione ed a sua posta si gittò sul letto.

Il sole, assai alto, penetrava coi lucidissimi raggi traverso le imposte della stanza del Malatesta, quando uno dei suoi fanti percosse alla porta con molto riguardo. Malatesta, il quale non ben dormiva, ma se ne stava mezzo assorto in cotesto assopimento più assai tormentoso della veglia, perchè le cause di terrore ti si mescolano confuse senza séguito nel pensiero, di subito domandò che fosse.

«Magnifico messere, un mazziere della Signoria.»

«Della Signoria! Cencio! o Cencio! odi tu? un mazziere della Signoria....»

«Che ora fa, Malatesta?»

«Un mazziere della Signoria.»

«Buona nuova.»

«Ed io la temo avversa.»

«Avete torto, s'ella fosse avversa, non ve la farebbero notificare per mezzo di mazziere. A gente come siamo noi prima mozzano il capo, fanno poi il processo; — animo, su, Malatesta, questa è una buona nuova.»

«Dio voglia che sia così. — Avanti il mazziere.»

Entra il mazziere con grave cerimonia, vestito di scarlatto, con lainsegna del comune sul mantello, e salutato il Malatesta, gli espose con solennità il suo messaggio.

«Strenuissimo e magnifico messere Malatesta, essendo finita la condotta di don Ercole principe di Ferrara, piacque ai signori Dieci, ragunata la Pratica, mandarvi alle fave per subentrargli nell'ufficio di capitano generale della Reppublica. Essendo stato vinto a favore vostro il partito, il magnifico gonfaloniere mi manda a darvene avviso e a pregarvi di stare pronto a riceverne la investitura questa stessa mattina con le consuete solennità nella Chiesa di Santa Maria del Fiore.»

«Stamane! — appunto stamane! — ebbene, andate e riferite ch'io, con le ginocchia della mente chine, ne rendo loro quelle grazie che so e posso maggiori...»

Cencio a questo punto del discorso prese una zimarra di velluto di Malatesta e la spiegò sopra la tavola. —

Malatesta notò quell'atto con la coda dell'occhio e riprese:

«Che, come il cuore, ho da gran tempo il corpo parato in servizio di questa eccelsa Repubblica; che rimettendo in salute di lei le sostanze e la vita, non mi parrà a gran pezza essermi sdebitato dell'obbligo il quale a lei per gl'infiniti beneficii ricevuti mi lega. Ora vi piaccia, mio gentile messaggiero, accettare per amore mio questi pochi ducati...»

«Gran mercè, signore,» risponde il mazziere e con atto di riverenza si allontana.

«Prendete! e' sono cinquanta ducati d'oro del sole; se più non ve ne dono, attribuitelo a quel tristo di papa Clemente, il quale mi tiene sequestrati i miei beni a Perugia.»

«Sarieno anche troppi; — ma vi ringrazio, signore.»

«Come! rifiutereste voi cinquanta ducati d'oro nuovi del sole?...»

«Messere, la legge lo vieta.»

«Qui non v'è legge che vegga. Quante cose la legge vieta, e tutto giorno si fanno!...»

«La legge vede pur troppo, perchè ogni buon cittadino la serba impressa qui nel suo seno, o signore. I padri miei, quando emanarono siffatto provvedimento, lo riputarono buono; e poichè tale parve a loro buono deve parere anche a me. — Un giorno anch'io sarò chiamato a formare la legge; e se voglio accogliere speranza che i miei figliuoli la osservino, forza è innanzi tutto ch'io obbedisca a quella dei miei padri. Nelle repubbliche ad ogni cittadino preme mantenere intatta la legge, perchè creata da lui a beneficio universale; nei principati ogni suddito s'ingegna rompere la legge, perchè emanata da un solo a danno di tutti. Magnifico signore, voi dimenticaste militare agli stipendii della Reppublica di Fiorenza.»

E proferite queste parole non senza una qualche iattanza si dipartiva. A noi non giunge nuovo il mazziere, avvegnachè egli fosse Bindo di Marco, il giovane cavallaro che accompagnò gli oratori fiorentini a Bologna. Il gonfaloniere lo aveva promosso a cotesto ufficio per la svisceratafede che aveva alla Repubblica, ed egli lo esercitava con la solita devozione. Malatesta si rimane col braccio teso, il volto tra stupido e beffardo.

«Oh! vedi ve' dove mi si caccia un Licurgo... Hai tu sentito come sdottorano questi maruffini? Cencio, dimmi, — ma che la virtù forse ci sarebbe nel mondo?»

«E perchè no? Ci sono io, ci siete voi, ci è questo giovane che rifiuta cinquanta ducati d'oro, ci è chi paga per vendere, ci è chi vende senza essere pagato, ci siamo tutti; ogni diritto ha il suo rovescio...»

«Cencio, e se un bel giorno io mi destassi virtuoso?»

«Voi non potete destarvi virtuoso, perchè la virtù non è un vestito per modo che si possa dire: — Cencio, aiutami a levarmi questo giubbone di ribaldo da dosso e ponmi la zimarra di uomo onesto; — no, non si può dire: le virtù non nascono mica come le natte sul naso, elle sono un fiore con molta cura nudrito, su terra acconcia educato; con amore continuo difeso; — all'età nostra può caderci in mente la paura dell'inferno o quella molta più prossima del capestro, e rimanerci da misfare; — tuttavolta ciò non si chiama virtù. Ma lasciate di grazia coteste ubbie, vedete mo' come il demonio vi spiana la strada; e' sarebbe ingratitudine inaudita a disertarne la bandiera; e senza il diabolico aiuto a questa ora chi sa quante volte sareste capitato male se io non era, forse il mazziere metteva gli occhi sopra la lettera del papa...»

«Dov'è la lettera?»

«Qui sopra la tavola; io l'ho ricoperta con la zimarra di velluto.»

«Tu meriti ch'io ti faccia imbalsamare: — porgimela; d'ora in poi non mi uscirà di dosso.»

E se la ripose insieme colla borsa nella tasca laterale delle larghe brache alla spagnuola. Quindi, tremante o di gioia o di qualsivoglia altra passione che adesso non importa ricercare, ordinò a Cencio lo vestisse con gli abiti meglio sontuosi che serbasse entro i suoi forzieri.

«Cencio, questa cappa mi pesa.»

«Pesano più quelle che Dante pone addosso agl'ipocriti nell'inferno.»

«Marrano! — taci una volta, — tu godi a spaventarmi.»

«Io lo faccio perchè l'inferno non vi appaia affatto nuovo quando ci entrerete. D'altronde deve il buon cristiano apparecchiarsi alla morte.»

«Allentami il collare... mi stringe troppo.»

«Strinse più il capestro il collo di Giuda.»

«Cencio, per Dio! rammenta che la tua vita pende da un filo.»

«Malatesta, non dimenticate essere destino che ambidue noi abbiamo a morire il medesimo giorno.»

Quando Cencio fu per porgergli la berretta, notò come intorno intorno vi avesse fatto ricamare in oro la parolalibertas.

«Libertas!» esclama; «questa parola intorno al vostro capo si addice come la parola dionorein bocca al ladro, come la parolaonestàsu i labbri del dottore di legge, come la parolagiustiziain bocca al giudice.»

«Tu mi riesci fuori di modo insoffribile.»

«Se troppo vi paiono gravi i paragoni, — vi dirò come il cappello da prete in capo a un senatore romano, come il cappuccio di san Francesco all'Apollo del Vaticano...»

Così continuò l'oscena tresca di motteggi insolenti da un lato, e di pazienza codarda dall'altro, finchè il signor Stefano Colonna, forse per dissimulare il mal talento concepito nel vedersi altri anteposto, con onorevole comitiva di capitani, colonnelli ed altri principali nella milizia, si recò a casa Serristori per prendervi Malatesta e accompagnarlo alla cattedrale.

Lettore mio benigno o maligno, secondo che ti parrà meglio, per questa volta io ti farò grazia risparmiandoti la descrizione del come avvenisse la investitura del supremo comando, quali cerimonie vi si adoperassero, quali giuramenti vi si proferissero. La tela è lunga, — ormai mi sono cacciato in alto pelago, nè il punto donde mossi nè quello a cui tendo ormai discerno, e il freno dell'arte mi abbandona; — mi conduca a salvamento il voto del cuore, se il concetto dell'ingegno non basta. Io pertanto non esporrò siffatta cerimonia, poichè se mai, o lettore, ti avvenisse visitare Firenze, andando al palazzo Gaddi ti occorrerà dipinta in un bel quadro del Rosselli, o del Pomarancio; solo ti dirò che il gonfaloniere nel consegnare a Malatesta le insegne della sua nuova dignità, oltre all'avergli più volte rammentato la morte acerba di suo padre Giampagolo, concluse:

«Piglia dunque, illustrissimo signore, piglia prodissimo campione ed invittissimo general nostro, con fausto auspicio di te e di noi da me gonfaloniere e da questa inclita Signoria in nome di tutto il magnifico popolo fiorentino, questo stendardo quadrato ricamato di gigli, questo elmetto di argento smaltato medesimamente di gigli, arme del comune di Fiorenza, e questo scettro di abete così rozzo e impulito com'egli è, in segno, secondo il costume nostra antico, della superiorità e maggioranza tua sopra tutte le genti, munizioni e fortezze nostre, ricordandoti che in queste insegne quali tu vedi, è riposta, insieme con la salute e rovina nostra, la fama e la infamia tua sempiterna[168].»

Malatesta abbracciò quasi commosso le insegne, e tra le pieghe dello stendardo nascose la faccia, sulla quale mandò il pudore il suo ultimo addio. Certamente avrebbe arrossito anche Satana.

Poi piegò le ginocchia per proferire il giuramento solenne dinanzi all'argenteo altare, dove molti capitani avevano giurato prima di lui, come Raimondo da Cortona, Bernardone delle Serre, il conte di Pitigliano ed altri non pochi, nessuno però con animo deliberato, come il Baglione, di tradire la Repubblica. Ora volle fortuna che, mentre ei si chinava a giurare, gli uscissero dalla tasca, dove le aveva riposte, la borsa e la lettera di papa Clemente. Dove siffatta lettera fosse stata spedita in forma di breve, toccava Malatesta l'ultimo istante di vita: — fu sua venturasomma che non vi avessero apposto il suggello del pescatore, o segno altro qualunque il quale dichiarasse la sua origine. Dante da Castiglione, che gli stava vicino, raccolse la lettera e la borsa, e tentato Malatesta nel braccio, gli parlò sommesso:

«Capitano generale, vi è caduto roba di tasca.»

«Qual roba?»

«Una carta e una borsa.»

«Una carta! Ah! la lettera!» — E tinto del pallore della morte, — «Spero, proseguiva, o messere, che vorrete rispettare il segreto di un foglio capitatovi per questa via nelle mani.»

Cencio, quel suo fedele così corrivo a pungerlo di parole, eragli poi legato per la vita con le opere; senza Cencio, Malatesta non avrebbe impreso tanti avviluppati disegni, o senza fallo vi si smarriva dentro. Cencio poteva chiamarsi l'angiolo custode del delitto; ed ora vedendo lo imbarazzo dei suo signore, lo soccorse piegandosi all'orecchie del Castiglione per susurrargli con arcano:

«Egli è concio fino all'osso di male francioso, e pur non si rimane dal mantenere commercio con femmine di ogni maniera.»

«Quando anche», risponde il Castiglione al Malatesta toccando con la mano destra la lettera, «ve la mandasse papa Clemente, conosco troppo gli uffici di gentiluomo per prevalermi nel caso... Prendete, capitano generale...»

Malatesta stendendovi sopra prontissime le mani, aprendo le labbra ad un sorriso, mentre gli stavano i denti stretti pel freddo della paura, sibilò in certo modo le parole che seguono:

«E' sarebbe, messere, bene strana novella che io mi presentassi a giurare fedeltà co' patti del tradimento sopra la persona....»

«Dio solo», soggiunse Dante, «penetra nei cuori...»

«Talvolta anche l'uomo», proruppe il gonfaloniere Carducci, — e le parole accompagnò con tale uno sguardo tagliente che Malatesta si sentì come fulminato: — forse gli mancava l'animo dove per ricoprire la insolita confusione non si fosse affrettato a toccare gli Evangeli e proferire il giuramento. Furono gli Evangeli la tavola che lo salvò dal naufragio; — ma Dio non paga il sabato.

Chi va in Terra-Nova, trova per quanto corre la fama, scogli i quali, comechè di leggieri battuti, fanno sollevare le acque a spaventevole grossezza, con rumore di tuoni e spessa morte di cui si avvisa percuoterli[169]. Il popolo si assomiglia a questi scogli quando vede o sente cosa, che lo commuova forte a passione. Contemplato quel giuramento, che gli pareva sicurissimo pegno di libertà, dette in un grido... era di allegrezza o di rabbia? Già mezzo lo aveva prorotto il popolo, e Malatesta non ne ravvisava lo scopo; — piegò il capo atterrito, il grido fu pieno, ed il suo cuore esultò. Ormai il cuore di Malatesta ha messo il tallo sul delitto; i suoi fati lo tirano. E non pertanto Malatesta fu ungiorno valoroso capitano e versò copia di sangue in Romagna in pro dei Veneziani. Nè però tanto ne aveva versato che una stilla non gliene fosse rimasta nelle viscere; piegando il capo, vide il popolo pronto su le armi a mettere la vita per la libertà, vide la divisa verde, insegna di una speranza ch'egli si era legato per patto a rendere inane, e il corruscare delle armi, sentì il plauso delle genti, si trasportò su' campi aperti, su le vicende della battaglia, s'infocò nell'orgoglio della vittoria, il cuore vinse la mente, e preso da entusiasmo agita la berretta ed esclama:

«Ai ripari, ai ripari, andiamo a sfidare i nemici!»

Ma quella stilla di buon sangue italiano in siffatto effluvio si consuma, e se il volto gli diventa vermiglio, ciò fu come il crepuscolo del pudore che muore. Quando la sua anima fu mutata, sollevò gli sguardi ed incontrò la faccia di Cencio; questa rideva di un riso che a Malatesta parve ilDe profundisdella sua virtù defunta; — veramente il paragone sa del grottesco, nè io lo avrei adoperato, dove non mi avessero chiarito che al Baglione parve per l'appunto così.

La milizia, ricevuto il comando dai capi, cangia ordine; e stendendosi in lunghe file, s'incammina pel corso degli Adimari verso la piazza della Signoria, ognuno dietro i suoi gonfaloni in ammirabile apparecchio di guerra.

Ora avvenne che il capitano Francesco Ferruccio, il quale conduceva la sua compagnia, montasse in quel giorno il suo bel cavallo turco Zizim; uscito dalle angustie della Via Calzaioli presso al tetto dei Pisani, per soldatesca baldanza prendeva vaghezza a farlo corvettare, onde tutte mostrasse le stupende sue forme il nobile animale. Lì presso una femmina col suo bambino al collo tanto si era ingegnata con gli urti e con le preghiere che pure alla fine giunse a cacciarsi sopra gli altri avanti; si scorgendo adesso vicino il cavallo del Ferruccio, turbata da subita paura si volge alla fuga; di sè sola curando ella dimentica il figlio; sicchè aperte le braccia lascia caderselo dal seno. Appunto in cotesto istante Zizim abbassata la groppa e posatosi su i piè di dietro spiccava una corvetta, il fanciullo gli rotola sotto; quando Zizim poserà le zampe davanti sopra la terra, troncherà la vita di cotesta creatura.... infelice! ella, baciata appena la soglia dell'esistenza, si sentirà respinto nel deserto della morte. — Gli astanti torcono altrove lo sguardo, per non vedere il momento sanguinoso; — sola la madre alza un grido, — quale non udì mai Firenze dopo quello cacciato dall'altra donna che bastò a sottrarre dalla bocca del lione il suo figliuolo Orlanduccio. — I volti dei borghesi ritornano nella prima loro attitudine — le zampe del cavallo si sono abbassate, — ma pure hanno calpestato le selce; — il capitano Ferruccio di pallido ch'egli era, riprese i suoi colori; le sue labbra sorridono adesso. — Una vergine confusa tra il popolo non fuggì, — non urlò, — non volse altrove gli sguardi; — appena contemplato il caso, si mosse, splendida e presta come stella cadente dal cielo e pose il corpo delicato tra le zampe del cavallo e il fanciullo. — Ilbuon destriere, meglio che per il cenno delle redini tese, di per sè stesso conobbe doversi rimanere a mezzo il suo moto; tanto si sforzò che parve per buona pezza un modello effigiato a rappresentare la immagine di statua equestre, finchè la vergine non ebbe spazio a togliergli di sotto il pargolo, quindi si slanciò brioso, — scalpitò spedito tre o quattro volte il terreno, quasi intendesse manifestare il suo giubilo.... E perchè no? hanno le bestie anch'esse passioni e sovente meno triste degli uomini; — noi quando vogliamo oltraggiare un uomo, lo chiamiamo bestia; — se le bestie possedessero la favella, per ingiuriarsi, quante volte si direbbero uomo!.... e con più ragione di noi.

La donzella solleva in trionfo il pargolo salvato, e lo affidando alle braccia della madre, la quale stupida non sapeva ridere nè piangere, così le parla:

«Donna! io vorrei rampognarvi, se il dolore che avete sentito non superasse qualunque rimprovero. Custodite meglio il vostro figliuolo; un giorno dovrete renderne conto alla patria e a Dio.»

Il Ferruccio riconobbe la fanciulla; era quella dessa che nella chiesa di Santa Croce potè con un cenno indurre alla pace le anime superbe di Benedetto e Zanobi Buondelmonti; onde maravigliando si volge a Vico Machiavelli, il quale gli cavalcava al fianco, per domandargli chi ella si fosse. A Vico tremavano nelle mani le redini; — egli teneva fitti gli occhi ardentissimi verso la parte dov'era avvenuto il caso, — non dava ascolto al Ferruccio. Questi seguendone la direzione conobbe posarsi sopra la fanciulla, la quale a sua posta lanciò al giovane uno sguardo e sfavillò in un riso bello come il baleno della notte stellata. Allora il Ferruccio, scosso forte pel braccio Vico, gli dice:

«A voi mi raccomando, dacchè mi accorgo che avete conoscenze in paradiso.»

E Vico sempre più trema, declina la faccia, e gli manca la balía per favellare. Il Ferruccio si piega sopra la sella, ed abbracciandolo amorevolmente soggiunge:

«Beato te! chè tanto più ci è cara la patria, quanto maggior copia di affetti ci conserva.»

Continua l'ordinanza il suo cammino, — trapassa il Ponte alle Grazie, — sbocca nella piazza Serristori. Già abbiamo narrato come Malatesta sul principio dello assedio le case di questi cittadini abitasse: — dirimpetto al palazzo sopra una base di pietra serena sorgeva una croce colossale che in quei tempi stava per la città come simbolo di fede palpitante e viva, non come segno di linguaggio ormai non più inteso da nessuno. Intorno questa croce sopra la base giace con la faccia stesa a terra un uomo vestito di sacco, cinto di corda traverso i fianchi, nudo le braccia, le gambe, i piedi scalzi; le chiome folte e sordide gli si ripiegano sopra la fronte; le mani tiene giunte in atto di orare: estenuato più che a corpo tuttora vivo si sarebbe creduto possibile; se mai vedeste il san Giovanni dal Donatello condotto in bronzo[170], avreteidea più completa di questa creatura e a me risparmierete la fatica di meglio efficacemente descriverla. Costui aveva nome Pieruccio.

Chi è Pieruccio? Nessuno sa dire se venisse a Firenze piovuto dal cielo, o se ve lo avesse balestrato la terra, come il vulcano una pietra; quanti anni contasse ignoravano: la sciagura aveva prevenuto l'età nella rovina, e il tempo non trovò ruga da aggiungere o contorno da guastare; le intemperie perdevano forza sopra di lui, le infermità non l'offendevano; — forse le tribolazioni alle quali va sottoposta la rimanente specie umana volevano rispettare intanto quel santuario di dolore. Quando il Savonarola predicò, egli accovacciato in guisa di cane sotto il pergamo mandava ad ora ad ora così lugubri singulti che la gente, sul primo atterrita, immaginò scaturissero dalle viscere della terra, dove le ossa degli antichi defunti tocche dalla parola potente si commovessero. La sua voce annunziava l'alba e il tramonto della libertà di Firenze. Accostandosi il tramonto, empiva la città del suo strido sinistro e spariva; — in qual parte si nascondesse era mistero per tutti; la tirannide spesso lo cercò per farne vittima, e gittò via tempo e danaro: forse, come il serpe cessa di vivere nei giorni invernali, a lui abbisognava per respirare un giorno scaldato dal sole della libertà. I fanciulli quando lo udivano profetare per la via, gli gridavano dietro: Pazzo! pazzo! — e ai gridi aggiungevano sassate e offese d'ogni maniera. Il povero Pieruccio si volgeva e in suono pietoso domandava: Perchè mi offendete? — Ma i fanciulli, tratti da naturale vaghezza a mal fare, chè in ciò mi trovo d'accordo con santo Agostino[171], non gli attendevano, anzi vieppiù lo infestavano, sicchè talvolta, la pazienza mutata in furore, ne afferrava alcuno, la mano alzava a percuoterlo, ma, vinto all'improvviso da tenerezza, lo rimandava baciandolo e benedicendolo. In Gerusalemme per avventura lo avriano adorato, — poi forse crocifisso come profeta; — a Firenze alcuni lo salutavano santo, più molti lo tenevano matto; chi avesse ragione non saprei, e chi torto nemmeno; forse dipendeva dal punto del quale lo consideravano; — certamente amava la patria. Quando gran parte della milizia ebbe passata la croce, ecco ad un tratto egli balza in piedi come tolto fuori di sè, porge la destra mostrando un teschio umano al popolo ed esclama:

«Meglio per voi se le vostre teste fossero come questa inaridite; — almeno qui dentro stanziano le formiche e talvolta anco le vipere, nelle vostre poi non trova luogo nè anche un pensiero. La maledizione di Dio vi ha percosso; — avete gli occhi e non vedete, avete gli orecchi e non ascoltate. Guai a te, o Fiorenza! Chi vuole intendere intenda. Ei vi fu nell'età passate un barone di contado ricco dei beni della fortuna, potente di vassalli, di famiglia avventuroso, a cui, come troppo spesso accade, i suoi vicini volevano male di morte. Ora avvenne che certa notte, sendo altrove la sua masnada, e si trovando solo nellarôcca, udisse bussare la porta; si fece al balcone e vide un pellegrino che gli domandò ospizio per Dio. Abbassa il ponte, accoglie il pellegrino e lo convita a cena. Sazii di cibo e di bevanda, — Or via, dice il barone al pellegrino, i miei occhi sono gravi di sonno; ecco, prendi la mia spada e la mia lancia e guardami la rôcca mentre ch'io dormo. — Il barone si addormentò, e quando riaperse gli occhi si sentì il corpo ricinto di funi e udì la voce del pellegrino, il quale recatosi al balcone domandava a gente di fuori del castello: — Chi andate cercando? — Il barone, — rispose il suo nemico, perchè abbiamo sete del sangue di lui. — Quanto mi date, soggiunse il pellegrino se io ve lo consegno con le mani e co' piedi legati? — Furono convenuti i patti, il barone tradito... Ben egli rammentò al pellegrino, l'ospitalità profanata, il benefizio largito, lo supplicò per l'amore dei suoi morti per Cristo, pei santi, — n'ebbe scherni, percosse; e fu tradito....»

Frattanto Malatesta e la sua comitiva si accostano tanto alla croce che di leggieri possono intendere le parole del profeta. Il Pieruccio nel vederselo comparire davanti non muta aspetto, non varia discorso, anzi indirizzandosi baldanzoso al Baglione,

«Ecco», esclama, «ti riconosco all'impronta di Caino; nè cotta di arme nè carne od ossa nascondono allo sguardo di Cristo il pensiero del tuo cuore. Altri ha tradito il Figliuolo di Dio, tu ne tradisci la figlia... però che la libertà nacque del primo palpito di compassione che il Creatore sentì per la sua creatura... Pentiti! — Se Giuda è tormentato settanta volte, tu lo sarai settanta volte sette...

«Toglietemi dinanzi quel pazzo!» — grida Malatesta con labbri tremanti... «cacciatelo via... — trucidatelo...»

«Addosso! — Al matto! — Ammazzatelo! — Ammazziamolo! — È un profeta. — Se la intende col diavolo. — Tacete, impostore, avrebbe dato la posta al diavolo a piè della croce? — È un santo, vi dico. — Un ladro, — ammazziamolo.» — Così le turbe; e il Pieruccio, con tale una voce che superò il mugghio delle turbe proruppe:

«Tu sarai tormentato settanta volte sette!»

«Sta a vedere come faccio tacere io quel tristo corvo», parla Cencio ad un suo compagno, — ed agitando in mano una grossa pietra con tanta aggiustatezza la vibra che ne coglie su la tempia l'infelice Pieruccio; — questi alzò le mani verso la ferita, a mezzo l'atto gli ricascano abbandonate, piega la testa e batte di forza sul tronco della croce bagnandolo di sangue... sangue meno prezioso di quello che vi sparse sopra il Figlio dell'uomo, ma non meno innocente: — poi rovinò e scomparve dietro la base di pietra.

«Abbominazione!» gridarono alcuni cittadini inorriditi, «nella terra dove si versa violentemente il sangue dei martiri, la tirannide vive o la libertà si muore....»

«Cada dal braccio la mano che percuote colui che Dio ha percosso!» gridarono altri. — Tutti poi si sentirono tocchi da pietà: l'ira riarse nei petti dei fiorentini contemplando il misero così malconcio da bracciostraniero; le mani involontarie correvano alle daghe sotto le vesti, — cominciava quel suono cupo precursore delle popolari procelle. Se un qualche animoso avesse rotto l'argine con una parola o con un cenno, cotesto era l'ultimo giorno di Malatesta, e Dio sa quali altri destini si apprestavano a Firenze; la fortuna non volle, ed invece partecipò ardimento al Baglione di spronare il cavallo e cacciarsi avanti; lo seguitarono i compagni con impeto uguale; le ordinanze antecedenti incalzate ripresero il cammino; i popolani vedendosi arrivare quella tempesta addosso sbandaronsi; l'amore della propria conservazione spense la pietà per altrui; fu sturbato il pensiero, tacque il volere; così per un punto il popolo soventi volte riesce la più magnanima o la più turpe delle cose create.

Un cavaliere solo uscì d'ordinanza, e questi fu Vico; — egli non prestava fede alle profezie del Pieruccio, e non pertanto spesso gli ricorrevano alla mente le sue sentenze; quei suoi detti non gli sembravano matti, comechè le sue opere fossero ben folli; non sapeva dire se lo amasse o no, ma nel fondo del cuore sentiva affetto per lui: ond'ei lo avrebbe coperto del suo mantello per non vederlo assiderato dal freddo, avrebbe il proprio pane spartito con esso, gli avrebbe fatto del proprio corpo riparo; — ed ora vederselo così scomparire sanguinoso davanti... incerto se fosse rimasto morto sul colpo... era per lui troppo grave dolore; si affrettò alla croce, scese.... Il Pieruccio giaceva immerso dentro un lago di sangue, — un moto convulso dei labbri soltanto lo accennava vivo; — l'anima a guardarlo ruggiva dentro a Vico di rabbiosa pietà; — declina un ginocchio a terra, si curva e, presolo di forza sotto le ascelle, lo pone seduto con le spalle appoggiate alla base della croce; — qui mentre povero di consiglio non sa in qual maniera aiutarlo, alza la faccia e mira a se davanti quell'angiolo di consolazione, la sua amante Annalena; — bianca nel volto, gli occhi dimessi e con la guancia china nel cavo della destra, sembrava il genio della malinconia pensoso su le miserie della umanità.

«Povero Pieruccio!» sospirò Annalena, e subito dopo: «Vico, andate per un po' di acqua, e sovveniamo questo sventurato.»

Vico ricambia con la vergine uno sguardo, e recatosi sul greto del prossimo Arno, empie di acqua la barbuta e ritorna con passi veloci. Annalena, lacerata parte delle sue vesti, aveva allestito le bende; — genuflessa anch'ella rimosse prima con man leggiera le ciocche dei capelli aggrupati di sangue, levatosi un pugnaletto di seno le recise; quindi lavò la ferita, speculò attentissima non vi fosse rimasta dentro o terra od altro corpo estraneo; compresse forte le margini della piaga e stringendo fasciò con amorevole cura la testa al misero Pieruccio. Ripresa poi con ambe le mani copia di acqua, glie ne rinfresca la faccia. Pieruccio scioglie un gemito e mormora:

«Perchè mi richiamate alla vita? Perchè riaprite gli occhi miei tristi? Io sono stanco di piangere su le superbe miserie, su i delitti e su i dolori della stirpe alla quale appartengo — alla quale avrei volutonon appartenere; — stirpe che aborro ed amo, — che desidero e dispero contemplare felice... Oh! mi lasciate morire in pace.»

«Su via Pieruccio, confórtati..... vedi a che ti mena lo sciogliere, come fai, il freno alla lingua! — sii cauto una volta. — Se la città può salvarsi, sarà salvata dagli uomini prudenti che la governano; se deve perdersi, allora perchè spaventi i cittadini sopra una fortuna che conosci irreparabile? Manda fuori del tuo petto una preghiera od una maledizione e nasconditi nella eternità....»

«Giovinetto, rampognerai tu il corvo perchè va vestito di piume nere, o riprenderai la nottola perchè grida con urlo dolente? Dio ci ha creati; forse posso frenare le parole che mi prorompono dalla bocca? Qui», e il Pieruccio si tocca la testa, «sovente io provo un tumulto, uno strepito di mille trombe, un'angoscia come se il cranio mi si screpolasse... Allora mi pare di scorgere il cuore dell'uomo traverso la carne e l'ossa, come se fosse dietro ad un cristallo; — immagino penetrare col guardo la terra, quasi acqua limpida di lago, e scoprire gli arcani della natura: i pensieri mi cadono irresistibili giù dal cervello, e la lingua li trasporta al sommo dei labbri... Così, quando la tempesta mugghia sul monte, si staccano i sassi dall'antico dirupo, e le acque dei fiumi li rotolano fin su le spiagge del mare.»

«Pieruccio mio, se non ti riesce tacere, almeno ti cela: le tue parole tolgono l'animo a chi ti ascolta. Se ami la patria davvero....»

«E chi dunque amerei, se non amassi la patria? O patria mia! io non conosco madre, non padre, non ebbi fratelli, sposa o figliuoli... io sono solo.... e non pertanto mi fu dato un cuore che avrebbe bastato a tutti questi affetti... un tesoro di amore.... ma io non lo potei partecipare con alcuno.... nessuno volle il mio amore... non seppero che cosa farsene.... lo hanno schifato come la veste dell'uomo morto di contagio... e allora quelle linfe purissime sono divenute stagnanti... si contaminarono e presero a sgorgarmi nelle vene avvelenandomi il sangue, in verità.... in verità il mio sangue è attossicato.... Non ci credi? Togli un insetto, pommelo sopra la pelle e vedrai come rimanga ucciso dall'effluvio mortale.»

In questo punto passavano due cittadini i quali mostravano per loro bisogne incamminarsi verso la parte meridionale di Firenze. Vico, a cui premeva correre al Monte, perchè se i nemici avessero risposto con le artiglierie, ed egli non vi si fosse trovato presente, dubitava non gliene venisse taccia di viltà, li chiamò con modi cortesi e li pregò a volere essere benigni a quel misero loro concittadino accompagnandolo all'ospedale di Santa Maria Nuova; lo raccomandassero allo spedalingo in nome del capitano Ferruccio, onde ne avesse cura come suo uomo; gli avrebbe rimunerati Dio della carità che usavano verso cotesto infelice fratello.

I cittadini sottentrando al Pieruccio lo menavano quasi sollevato da terra; al tempo stesso rivolti a Vico dicevano:

«Messere, non ci è mestieri preghiera; può egli il cristiano a piè della croce ricusare carità verso il prossimo?»


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