CAPITOLO VENTESIMOPRIMOLA SEPARAZIONE

Ci separi l'odio. — Sia sciolto ogni vincolo tra noi; io getto via questo amore, come un arco rotto privo di corda.Mrithakaii, dramma indiano.

Ci separi l'odio. — Sia sciolto ogni vincolo tra noi; io getto via questo amore, come un arco rotto privo di corda.

Mrithakaii, dramma indiano.

Correva la notte antecedente al giorno tredici di marzo, tempo da Ludovico Martelli e da Dante da Castiglione fissato per condursi al campo a definire la querela trasmessa al Bandini. I soldati di maggior nome che militavano sotto le insegne della Repubblica, i cittadini più notabili di Firenze si erano portati a casa Martelli per l'ufficio di amicizia verso Ludovico, non già per confortarlo ad avere buon animo, dacchè troppo bene sapevano non fargli mestieri incitamenti.

Ludovico gli aveva accolti nella immensa sala nel suo palazzo, e in quell'ora si stavano sparsi in gruppi separati, siccome avviene quando la compagnia si fa oltremodo copiosa, favellando di antiche e recenti novelle, o secondo la vaghezza loro attenendo a cure diverse.

Da un lato Amico Arsoli, soldato di buona riputazione non solo nelle armi, ma bene anche nelle lettere umane, circondato da varii nobili cittadini, raccontava la famosa disfida di Barletta tra Italiani e Francesi, e con quella franchezza che non conosce invidia levava a cielo Fieramosca e lo laudava degnissimo di poema e di storia; e poi, infervorandosi nel parlare dei grandi condottieri italiani, favellava delle azioni del Giacomino Tebalducci ed esponeva la rotta da lui data all'Avianoe la presa di Pisa. — Senza punto badare che fosse esecrabile il nome dei Medici, diventava acceso nel volto discorrendo del signor Giovanni dalle Bande Nere, del terrore che ispirava ai Tedeschi, che lo chiamavano il gran diavolo, della sua ferita a Borgoforte per causa dei falconetti del duca di Ferrara, della sua morte a Mantova, dove, Abramo giudeo tagliandogli la gamba, non volle essere tenuto da nessuno, minacciando chiunque gli si accostasse, perocchè egli sapeva molto bene tenere sè stesso: — e il prode uomo, inebbriandosi nella memoria delle imprese italiane, parlò delle guerre lombarde e di quelle del regno, dove gli Italiani combatterono con tanto onore, con tanto sangue e con punto vantaggio di loro, — e quel suo lungo favellare, non che infastidisse gli ascoltanti, così grande era la efficacia delle parole, la veemenza dei gesti, che parendo loro vedere l'urto dei cavalli, udire lo strepito della battaglia, ne sentivano maraviglioso diletto. — Poch'oltre il Carducci, il Varchi, il Busini, con altri più assai nelle storie degli uomini versatissimi, ragionavano dei giudizii di Dio; sostenevano alcuni averli ignorati gli antichi, altri invece conoscerli; nella qual disputa ricercato il parere del Varchi, come quegli che era più che non conveniva modesto, rispose esitando, in quanto a lui reputarli di origine antica, ed in conferma della sua opinione citò un passo dell'Antigone di Sofocle, dove certo uomo accusato di corruzione offre di maneggiare il ferro rovente in prova della sua innocenza; aggiunse, Eustazio descrivere certe fonti in Artochimide e in Dafnopoli nelle quali esperimentavano la pudicizia delle vergini, e Tazio rammentare nei suoi scritti la spelonca del dio Pane, dove entravano le donne accusate di atto disonesto per purgarsi dalla nota d'infamia; parlò eziandio della prova dell'acqua amara ordinata dal levitico, onde la donna incolpata di adulterio potesse difendersi dall'accusa; e finalmente tante altre belle cose seppe esporre, con tanti esempi bellissimi confermarle, che lasciò ognuno convinto. Dipoi mossero disputa, se i giudizii di Dio dovessero o no reputarsi argomento valevole a scoprire la verità: e qui non mancarono esempi pro e contra, prove di manifesta provvidenza e d'ingiustizia evidente; ricordarono quell'Ansel ladro degli arredi alla Chiesa di Laon, il quale poichè gli ebbe venduti ad un povero mercadante, lo accusò di furto e sfidatolo a duello lo uccise: citarono l'altro fatto del ciambellano del re di Borgogna, accusato di aver morto un bufalo della foresta del re, e dal popolo, comecchè innocente, messo a morte; non passarono sotto silenzio il caso del cavalier Grigio incolpato a torto dalla moglie del gentiluomo Carrouge e, per confessione di altro cavaliere venuto a morte, scoperto senza misfatto dopo aver perduto la fama e la vita; sicchè dopo molti ragionari il Carduccio concluse che, sebbene Iddio avesse talvolta con segni sensibili dimostrato il suo intervento per isvelare la verità, prudenza insegnava lasciarlo stare quando se ne potesse fare a meno.

Dante da Castiglione non diceva parole, ma operava. Tra le tante armi, di cui appariva ornata la sala, presi due guanti di ferro e due stocchiinsieme col capitano Amicoda Venafro (il quale poco tempo dopo, con biasimo universale, il signoro Stefano Colonna fece, comunque solo, disarmato e ferito, presso la chiesa di San Francesco assalire e con ventisette ferite dategli dalle sue lance spezzate spegnere a ghiado) si esercitava; e questi, come apertissimo nella scherma, gli mostrava il colpo di gettarsi all'improvviso per terra, e la spada nemica lasciatasi passare sul capo, ferire l'avversario nel ventre; gli confidò ancora l'altro stratagemma da adoperarsi a caso perduto, che consisteva ad uscire di parata, e trattosi di repente in disparte, muovere veloce un passo avanti, la spada avversaria afferrare, e spingere la stoccata nella gola del nemico; insomma gli accorgimenti tutti della scuola italiana, la quale, per essersi ai tempi nostri conservata soltanto nel regno di Napoli, ha nome di napolitana.

Di repente Amico da Venafro, declinando la punta dello stocco sul pavimento e con la manca asciugandosi il sudore, favellò:

«A proposito, messere Dante, foste voi che arrestaste quello sciagurato del Soderini?»

«Io no; mi cacciai dietro ad uno di quei tristi, ma ben mi accorsi dir vero il proverbio, chi corre corre, ma chi fugge vola, per quanto mi affaticassi non mi riuscì raggiungerlo: più fortunato o piuttosto più veloce degli altri fu Vico, il figliuolo di messere Nicolò Machiavelli; egli arrestò il Soderini.».

«E lo conobbe arrestandolo?»

«Maino; quando vidi tornare vana la mia corsa, me ne andai difilato in palazzo per avvisare la Signoria e i Dieci; — entrato nella prima sala, mi occorse Vico, il quale teneva stretto così pel collo il Soderini che per poco non lo strangolava; lo confortai a lasciarlo sotto buona guardia in sala e a venir meco da messere Carduccio. — Vi rammentate voi, messere Francesco, qual volto faceste e quali parole lanciaste contro quel povero garzone?»

«Me ne rammento», rispose Carduccio, «nè poteva fare a meno, ignorando la causa della sua tardanza: il suo debito era rendersi al ritrovo alla prima ora di notte, ed io vegliando lo aspettai fin presso al giorno; molto importava spedire la commissione al nostro Ferruccio; forse, e senza forse, dipende da questa la salute della patria.»

«E la patria non perirà, se riposa sopra il Ferruccio; allora io esposi l'accaduto, perocchè il dabben giovane dall'acerbità delle parole vostre fosse rimasto come basito; voi lo abbracciaste, gli domandaste perdonanza: poi, saltando nella sala, toglieste il cappuccio dal volto del prigione e riconoscemmo lui essere Lorenzo Sederini. Lascio immaginare a voi se restassimo maravigliati.»

«Oh!» insisteva il Venafro, «come può essere avvenuto questo? Qual mai causa ha spinto lo sciagurato a tanto misfatto?»

«Vanità di spirito meschino», riprese il Carduccio, «rabbia nel vedersi trascurato dal nuovo reggimento, presunzione, superbia e tutte le altre infelici passioni le quali si ammogliano alla nullità che si crede sapiente.Io penso che non ci abbia mai perdonata l'andata del Ferruccio a Prato per correggere gli errori della sua commessaria...»

«Amici o nemici, questi Soderini furono sempre funesti alla nostra patria. Il gonfaloniere Pietro con la sua ostinata lega con Francia perse lo stato», osservò il Castiglione.

E il Carduccio tosto rispondendo,

«O Dante mio», disse, «il fallo di Pietro è ben anche il nostro; — ormai vuole il destino che le sventure passino sopra di noi senza esperienza; — il tempo andato si dilegua e non ci lascia neppure il tristo retaggio degli esempi luttuosi; — l'errore di oggi mena all'errore domani: Francia gravi colpe ha da scontare col mondo e con noi; ella in antico tolse di mano ai pontefici il vincastro di pastore e dette loro un flagello di ferro; ella cancellò l'ultimo seme dei Romani e nel sangue affogò gli estremi aneliti della libertà palpitante su le rovine del mondo[243]. La lega con Francia ci fece nel 94 perdere parte, nel 12 tutto lo Stato; rilevati dal nostro buon genio, appena ci è conceduto adoperare la nostra libera volontà, ecco ci gettiamo di nuovo nelle braccia del genio malvagio; poniamo la testa in grembo alla Francia, come Sansone in quello di Dalila, — e Francia ci tradisce pur sempre e forse con danno per questa volta irrimediabile; i fati ci menano: pressochè tutti gli animali sortirono dalla natura lo istinto della propria conservazione; noi soli, simili alla farfalla, ci ostiniamo ad aggirarci intorno ad una fiamma che ci consuma...»

«Tema la Francia il giudizio di Dio: — egli non paga il sabato, e quando visita i popoli nel suo furore, li punisce a misura di carbone...»

«Finchè Francia conterà un milione di parrocchie, ed ogni parrocchia contribuirà con un uomo di arme all'esercito del re, ella non penserà all'ira di Dio...[244]»

«Dunque cammineranno per la terra impuniti i tradimenti, la fellonia, la slealtà?»

«Il Soderini andrà sul patibolo a cagione del delitto medesimo che fa prosperare la Francia; perchè le leggi, secondo il detto di quell'antico filosofo, sono tele di ragnatelo, buone a prendere le mosche e sfondate dai bovi: — ben si può imprigionare, confinare, mozzare la testa al Soderino, non già confinare o decapitare la Francia; però ella se ne va fastosa, a testa alta, con un diadema di tradimenti, come la meretrice clamorosa e sviata folle delle sue turpitudini...»

«Quanto era meglio credere alle parole di messer Luigi Alamanni e collegarci con l'imperatore!»

«Collegarci con nessuno: chi si appoggia all'altrui spalla, segno è certo che ha le piante inferme; diffidate della libertà che vi presentano i re come dono; il veleno quasi sempre si amministra in nappi dorati; se le vostre mani non sono gagliarde da sostenere la spada non l'affidateall'altrui braccia; le catene si fanno di quel ferro che vinse per voi le vostre battaglie; la libertà è tale albero che vuolsi piantare con le proprie mani, se intendiamo che frutti davvero; se le vostre mani invece sono fiacche, prendete rosarii e pregate. Udite, Dante, queste mie estreme parole: Qualunque popolo vive in servitù, così vive non per forza altrui, sibbene per viltà propria, ed è indegno di libertà.»

E che fa egli Ludovico Martelli? Solingo in disparte passeggia per la vasta sala e per le stanze contigue; a vederlo trapassare dallo spazio illuminato dalla luce più viva là dove a mano a mano digradava e finalmente scomparire tra le ombre, si sarebbe pensato avesse voluto penetrare nei regni della morte; e quando uscito all'improvviso dalle tenebre tornava a mostrare la sua pallida faccia, lo avresti detto uno spettro evocato dalla tomba per lo scongiuro dell'incantatore. La sua anima era ingombra di sinistri pensieri. Gli occhi volgendo alle pareti, contemplava le immagini de' suoi maggiori defunti e li vedeva animarsi, e dalle loro labbra udiva suoni che non ben comprendeva, ma che pur gli parevano inviti o preghiere di ripararsi nella pace dell'eternità; — aveva il sepolcro chiuso ogni affetto di lui; colà egli padre e madre ritroverebbe e parenti; — sotto terra lo aspettava un tesoro, — tesoro di amore perduto nel mondo. A che dunque più vivere? Qualunque alito comecchè benigno, poteva adesso agitare la cenere, non suscitarla ad ardere; — l'incendio era finito, la sostanza consumata. — Ahimè! La speranza sirena ingannatrice od angiolo consolatore, la quale precorre gli uomini nel sentiero della vita e chiude loro su la testa il sepolcro; la speranza che dopo questo ufficio estremo non gli abbandona ancora, ma postasi a sedere sopra la lapide, come sopra un altare, vi canta un cantico nuovo di risurrezione e di premio; — la speranza gli aveva a mezza via stretta la mano e datogli un bacio di addio, quasi ad amico che, pronto a pelegrinare in lontane regioni, in cuore dubita di mai più rivedere. L'arco prima di tendersi si ruppe; — il fiore appassì sopra la pianta; — lo assaliva invincibile il fastidio della vita; nella stessa guisa di Giob sovente diceva al sepolcro: Tu sei il padre mio; — ed alla Morte: Tu sei mia madre, — e tutto questo perchè non aveva potuto acquistare l'amor di Maria.

E nondimeno, dove sopra tanta tenebra di pianto si fosse potuto diffondere un raggio solo di speranza, le lagrime sarieno diventate liete dei colori dell'iride, come le stille della rugiada in faccia del sole, — convertito l'inferno nel paradiso, — nè egli forse la sua condizione avrebbe scambiato col paradiso.

Vedesti mai, quando l'aura vespertina turba la placida superficie di un lago, riflettervisi dentro così confusamente, in mille maniere vorticose, fantastiche e non pertanto vaghe, le piante, gli edifizii di cui vanno popolate le sponde e i colli lontani? — nel modo stesso nella mente di Ludovico si avvolgevano idee indefinite di felicità, di affetti di sposo, d'amor di padre, egli allora avrebbe aborrito la morte — delle generazioni uscite dal suo fianco composta una splendida catena,l'avrebbe lanciata traverso il futuro per aggiungere la soglia della eternità.

Soave è il vento che spira dai patrii monti, ma a mille doppii più caro l'alito della donna amata. — Bene invogliamo a piangere di amore le voci che muovono a celebrare sul mattino le glorie del Creatore, ma nessuna voce giunge più desiderata all'anima del padre di quella del diletto suo figlio. — Bellezze della terra e del cielo, quanto mi sembrate pallide in paragone della faccia del figliuol mio! Chi dice ch'io sia morto? Ei mentisce: ecco il mio figlio col mio senno e con la mia spada. Chi sostiene che il mio figlio mi abbia raggiunto nella fossa? — Menzogna! Ecco il mio nipote che parla consigli di sapienza e combatte le battaglie della sua patria. — E tutto questo perdeva, perchè non aveva potuto acquistare l'amore di Maria.

Ma quel vaneggiare del pensiero era una perfida lusinga uguale alla calantura, specie di mania che presso alla linea equinoziale presenta al montanaro nelle onde turbate le valli e i monti dell'alpestre sua patria, i camosci, le nevi e i lavacri scorrenti giù pel dorso delle rupi, sicchè, vinto da feroce desio, si lancia fuori della prora e trova la morte nel mare. Offeso Ludovico da siffatta allucinazione morale, si sommerge anch'egli dentro un abisso di affanno.

Oh! tra coteste gioie e lui non palpita per avventura una vita? — Certamente due pensieri gli sorsero nell'anima gemelli, come due fulmini scoppiati nella medesima nuvola, — l'adulterio e l'omicidio; ma il suo cuore sentì che il bel frutto d'amore non può esser côlto da mani insanguinate. — A chiunque poi il talamo altrui insidiando s'insinua nelle case degli uomini, come serpe tra l'erbe, e, avvelenata la sorgente, confida estinguere la sua sete in acque dolci — maledizione! — A chiunque crede femmina degradata serbi eterno l'amore stretto dalla colpa, quando ella non seppe mantenere l'altro persuaso dalla religione del giuramento, — che educata alla menzogna si astenga dal mentire, — che instruita nella frode non voglia far sopportare all'infame maestro la pena de' suoi turpi insegnamenti — maledizione! — E maledizione e sventura a chi, giacendo in letto solitario, e forte vi desiderando la donna altrui, potè immaginarsela in quell'ora baciare baciata... e non balzò furibondo dalle piume e non empì le tenebre di tale un urlo che mettesse in chiunque lo udiva spavento. — A colui che non aborre accostarsi alla femmina come il mendico alla porta del convento per ottenere in elemosina la scodella piena quando la volta gli tocca, io non ho nome d'obbrobrio, nel modo stesso che Dragone non ebbe pena pei parricidi; — almeno i pomi del lago Asfaltide apparivano splendidi al di fuori; — qui invece cenere all'esterno e dentro, — abiezione umana di cui Satana medesimo sentirebbe pietà. — Sfortunato quel padre che non può chiamare liberamente un fanciullo col nome di figlio senza che vergogna ne nasca alla madre! — Infelicissima la madre alla quale riesce di rimorso il suo portato!

Quando più il tradimento s'inebria nella sua voluttà, la penitenza,comecchè stanca di correre sempre la terra, si pone in via; — il tradimento, giovane in prima ed esaltato dal vino della colpa, precede vigoroso, — poi si consuma — e invecchia presto; — la penitenza per mutare di tempo non cambia sembiante: — il tradimento dorme, le palpebre della penitenza non s'incontrarono mai;. — alfine un giorno lo raggiunge, e allora gli pone, come dentro a nido apparecchiato, un aspide nel cuore, — gli spalanca il sepolcro e glielo mostra tremendo di spaventi, peggio dell'arca di Regolo irta di ferri acuminati.

Siffatti pensieri si avvolgevano per la mente commossa di Ludovico Martelli.

All'improvviso lo percuote una voce:

«Io vi dico e vi giuro esser morto ieri notte pochi minuti dopo ch'io vi lasciai sul canto di Diamante.»

«E' mi pare impossibile. Se lo aveva veduto la mattina a terza su la piazza della Signoria!»

«Il bargello e la morte vengono a casa senza avvisi.»

«Dicono sia morto di colica per troppo mangiare.»

«Ben gli sta; — con quel suo ventre affamava Fiorenza; — le cose del papa avvantaggiava assai meglio che una compagnia di lanzichenecchi o di bisogni...»

«Per me gli porrei in epitafio: — La migliore azione operata in vita da Nicolò Benintendi fu quella di morire.»

«Chi morto? — Chi avete detto che morì ieri notte?» con immenso anelito domandò Ludovico.

«Oh! non l'avete voi inteso? — Messer Nicolò Benintendi.»

Morto! — Si è mai goduto tanta esultanza per la morte di un uomo? — Un desiderio ardente pose mai sul teschio della morte fiori sì lieti della speranza? — Torna a fluttuare per le vene di Ludovico il sangue vitale; — gli si colorano le guance, — i suoi passi si accelerano, — i suoi pensieri prorompono, si urtano e non hanno tempo di definirsi; — l'orlo del calice comparisce appannato pel contatto dei labbri di un altro uomo, pure egli contiene abbastanza liquore da invitarlo a bere; — la bocca fu baciata, — non importa, — ella potrà pur sempre proferire la parola che lo renderà il più avventuroso o il più misero degli uomini; — sopra tappeti di Siria ei non avrebbe mai mutato così soave il passo com'ora sopra la terra di recente smossa di un sepolcro. — Ah! misero! Non impunemente tu esulti della morte di un uomo; — come chi va per alpe, superato un giogo, ne incontra un secondo e un altro ancora, — il Benintendi spento, ecco, tra la donna del defunto e te sorge la testa del Bandino... oh! ma cotesti occhi possano chiudersi, quel capo abborrito nascondersi sotto terra per sempre;. — e poi usare la spada contro lui non è delitto, ma pietà; — in quel modo fie disperso il fascino che la sua donna tiene avvinta al maladetto, — lo cancellerà a un punto dal libro della vita e dall'anima di Maria col ferro. — Fisso in questo proponimento, come immemore del luogo e del tempo, gridava:

«La spada! — Su, qua la spada!»

I fanti, pensando volesse provare qualche nuovo colpo, pronti gli porgevano manopola e stocco acconcio alla scherma. Ludovico l'una e l'altro afferrando si avventa contro Dante da Castiglione; invano forza egli oppone e destrezza; — lo stocco nelle mani di Ludovico sembrava folgore; — non valeva riparo, — a destra scende improvviso e a sinistra: fendenti, punte manrovesci, finte, tutti gli accorgimenti in somma del giuoco periglioso posti in opera e con tanto turbinosa velocità che Dante ne rimase sopraffatto, e in un momento, — in un solo momento che riprendendo lena accorse meno presto alla difesa, si sentì percosso nel capo, nel petto e nella gola; onde dando di un passo indietro esclamò:

«Per Dio! mi avete voi tolto in iscambio del Bandino, davvero?»

«Ah! tu non sei il Bandino, è vero», esclama Ludovico, e buttato là lo stocco per terra, torna a passeggiare con le mani conserte sul petto.

Un vecchio famiglio che lo aveva veduto nascere entra nella sala e, incamminandosi alla sua volta domesticamente, lo chiama:

«Vico!»

Egli passa e non bada, ed il famiglio alza gli occhi al cielo e sospira. Non si attentando seguitarlo, lo aspetta. Ludovico, pervenuto alla parte estrema della parete, rifacendo i passi torna davanti.

«Vico!» ripetè in suono lamentoso.

E Ludovico con benigno volto fissandolo lo richiede:

«A che mi vuoi, Giannozzo?»

«Giù», e il servo discreto si accosta più da presso al suo orecchio, «giù nelle stanze terrene una gentildonna vi aspetta.»

«Gentildonna! — E come si chiama ella? E quali sono le forme di lei?»

«Chi ella sia non so dirvi? — la faccia ha coperta di taffetà nero...; però mi sembra senza misura dolente.»

L'uomo innamorato è divino: il suo cuore acquista tal senso che gli altri non possiedono a gran pezza. — Perchè domanda egli chi si fosse la donna? — Non glielo aveva detto l'impetuoso fluttuare del sangue? — Scende, giunge nelle stanze terrene, e correndo a braccia aperte verso la donna velata, esclama:

«Ah! siete voi, Maria?»

Ma quando stava per gittarle le braccia al collo, soprastette improvviso e, mutati atti e sembiante, con voce pacata riprese:

«Madonna! la morte ha visitata la vostra casa.... posso io esservi utile in nulla nella presente vostra strettezza?»

«O Ludovico! i tuoi labbri non contengono la piena del disprezzo di cui è colmo il tuo cuore, — non importa: — affanno, più affanno meno, ormai nulla può aggiungere al peso sotto del quale la mia anima cadde. Vorrò forse dirti essere io incontaminata quanto la tua diletta genitrice, a cui tu davi pietosa sepoltura nei chiostri di Santa Croce? — Ti giurerò che piansi morto il Bandino, il quale mi si offerse la prima volta davanti quando io ricusava partecipare il tuo amore? che mi era stato promesso sposo, — che lo amai come sa amare verginesconsolata e sola? — No, — tu non lo crederesti, ed io abborro scendere a discolpe; — la mia alterezza di donna si è risentita; — tra la mia coscienza e gli uomini ormai desidero solo giudice Dio; — comprendo la dignità del silenzio; — per altro io venni, — venni per dirti come, essendo piaciuto a Dio rompere l'unico vincolo che mi teneva stretta alla terra, ho fermo in tutto di abbandonarla e rendermi monaca. La mia vita turbarono venti procellosi, sicchè la mente affaticata sospira riposo e non lo spera che nella solitudine di un chiostro; — mi seppellisco viva... è questa l'ultima volta che c'incontriamo sopra la terra; — io mi considero moribonda. Se presso a ripararmi sotto il manto della misericordia al nostro Creatore ti domandassi una grazia... grazia che l'ora della morte mi farebbe la più lieta della mia vita, — poichè in te sta rendermi meno amaro un momento da cui tutti rifuggono inorriditi, — s'è vero che tu mi amasti tanto... Maria... quella povera donna che ti onorò come suo unico sollievo, — ti scelse per amico, — ti salutò fratello... quella dessa, Maria, a mani giunte ti supplica che, come fu infelicissima, tu non consenta a renderla del pari scellerata.»

E qui si tacque; entrambi stettero muti, con gli occhi chini al pavimento, imperciocchè non ardissero contemplarsi in faccia. La donna alfine con parole interrotte rispose:

«Qualcheduno di voi sarà Caino...; il sangue di uno tra voi attesterà contro di me nel giorno del giudizio...; non avrò pace mai nè in questa vita nè nell'altra. O Ludovico, per amore, — per amore di tua madre, non fare che questo duello succeda.»

«Madonna, ciò non può essere; — la sfida corse e fu accettata; — la legge dell'onore lo vieta; — avete voi mai, madonna, sentito favellare di onore?»

E queste parole proferendo, leva gli occhi e le avventa uno sguardo a guisa di raggio improvviso di luce.

Maria senza punto sgomentarsi sostenne quella domanda e quel guardo — quindi prestamente rispose:

«Io conosco una legge la quale domanda non ammazzare, — un tribunale che condanna quando gli uomini assolvono, — ed assolve quando gli uomini condannano: — conosco un giudice che distingue se la mano impugna la spada per la patria davvero, o se piuttosto se ne fa pretesto pel gran desiderio che ha del sangue di una creatura, — pretesto all'orgoglio che gli divora le viscere, alla vendetta che gli riarde il cuore...»

«Madonna!...»

«Iniquo desiderio, — abbominevole vendetta e vana: nessuno di voi mi avrà; — piuttosto di porgere la mia destra alla vostra insanguinata, io me la vorrei tagliare; — ed io non ti appartengo, nè su me avesti diritto mai: — capo mortale non poserà più sul mio letto; — unico compagno d'ora innanzi il Crocifisso; — domani mi chiuderò nel chiostro, e prima di venire in potestà di uno di voi mi getterò dal campanile della chiesa...»

«Madonna, ben posso darvi la vita, non l'onore: — mille volte ho promesso che avrei volentieri, o Maria, sagrificato la vita per te... ed ecco venuto adesso il tempo di mostrartelo a prova; e tu lo ami sempre immensamente, Maria, e invano t'ingegni celarmelo; — nella tua anima vive la fiamma pel traditore: — non ti muove la religione, non il terrore che sangue si versi, sibbene paura che il sangue versato... non sia il mio... pel tuo Bandino tremi... — Va, — vivi ed esulta; io mi terrò avventuroso, se con la mia morte potrò farti contenta... esulta... va... ti prometto con giuramento di lasciarmi uccidere.»

E così, appena favellato ch'egli ebbe, quinci disparve a guisa di spettro.

Maria tentò raggiungerlo correndo, più volte lo chiamò con voce di dolore, ma i suoi passi e i suoi lamenti si perderono inani per le tenebre della notte.


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