CAPITOLO VENTESIMOSECONDOIL DUELLO

Italo sangueL'un campo e l'altro: gioventù superbaMagnanima, feroce e di una madre.Francesca da Rimini,trag. diEduardo Fabri.

Italo sangueL'un campo e l'altro: gioventù superbaMagnanima, feroce e di una madre.Francesca da Rimini,trag. diEduardo Fabri.

Italo sangue

L'un campo e l'altro: gioventù superba

Magnanima, feroce e di una madre.

Francesca da Rimini,

trag. diEduardo Fabri.

«Che ora fa egli?» domanda per la quarta volta Ludovico balzando a sedere sul letto.

E Giannozzo, il vecchio famiglio, che adagiato su di un immenso seggiolone lo vegliava, si recò alla finestra e, speculato il cielo, rispose: «Tra un'ora sarà giorno.»

«Dammi la veste, chè voglio alzarmi.»

«Deh! Vico, rifate le forze col riposo, chè oggi ne avrete bisogno davvero; dormite: non vi date un pensiero al mondo, ch'io vi sveglierò in buon tempo.»

«Va tu piuttosto a dormire, Giannozzo... tu sei vecchio e non devi vegliare.»

«Io dormirò a bell'agio entro la fossa, o figliuol mio! perchè in questa terra il sonno di rado scende sopra le mie palpebre; — il pianto non cede la signoria degli occhi... ed io piango e veglio tutte le notti, o Vico!...»

«E perchè vegli? — E di che temi?»

«Figliuol mio — chiuso nel vostro dolore non vi accorgete del mio; — spesso tornate a casa pallido come un'anima, parlate tra voi, non rispondete; spesso vi gettate sul letto e discorrete di uccidere e di uccidervi, di una donna, di un tradimento e di altre cose che mi trafiggono il cuore. E quando tanto vi travaglia l'affanno, può egli dormire Giannozzo vostro che vi ha veduto nascere, che da voi in fuori non conosce altra gioia su questa terra?...»

Ludovico, sporgendo il fianco dal letto, gittò le braccia intorno al collo del servo amoroso, e il capo gli posando sul petto, singhiozzava forte senza favella e senza lacrime. Il vecchio invece piangeva e gli baciava i capelli; — pure alla fine Ludovico con un gran gemito disse:

«Ah! io sono misero assai... Porgimi la veste.»

«Ma perchè non riposate?»

«Giannozzo, se tu potessi immaginare i carboni sopra i quali distesero san Lorenzo essere un letto di rose in paragone di questo su cui mi giaccio, non mi consiglieresti a rimanervi di certo... non è egli vero?... Dammi la veste, imperciocchè prima di partire mi convenga soddisfare a parecchi santissimi uffici.»

Indossata la veste, si pose davanti allo scrittoio e cominciò a scrivere: la penna volava, i fogli diventavano neri con meravigliosa prestezza; con la voce sovvenendo alla memoria, ad ora ad ora proferiva quello che andava scrivendo; — rammentò i parenti, — i servi, — sua ultima volontà, perdono, — misericordia di Dio.

Il vecchio portava senza posa lo sguardo dalla penna alla faccia di Ludovico, e nel contemplarlo tranquillo, si rimaneva stupito.

«Giannozzo!» chiamò Ludovico, piegato che ebbe e suggellato il foglio; — e Giannozzo, levatosi da sedere, gli si pose dinanzi; ma Ludovico, volgendo di subito la mente a nuovi pensieri, si rimaneva immemore con la mano tesa; — poi, all'improvviso risensando, «Giannozzo,» continuo, «io ti consegno il mio testamento olografo scritto in procinto senza formalità, ma che voglio non pertanto religiosamente eseguito: — credo d'aver pensato a tutto e a tutti; — dove di alcuno mi fossi dimenticato, tu supplirai... tu avrai cura che sia la mia memoria benedetta..., non è vero Giannozzo?»

«O Gesù misericordioso!» il servo fedele rispondeva singhiozzando, «io vi ho veduto nascere e non devo vedervi morire... voi non dovete morire..., voi non annoverate ancora trentatre anni...»

«Io ho vissuto secoli, — centinaia di secoli; — i miei minuti compresero anni di angoscia, i miei anni neppure un minuto di refrigerio... Io muoio contento.»

«Su, Vico mio... messer Vico, fatevi animo; — voi vincerete; l'angiolo custode mi predice che stasera tornerete glorioso a casa vostra.»

«E chi si rallegrerà della mia vittoria? qual creatura amante ed amata mi getterà le braccia al collo?» interrogò Ludovico volgendo gli occhi d'intorno.

... Maria precipita genuflessa fra mezzo quei due furibondi, e li tenendo, quanto ella ha lunghe le braccia, discosti,...Cap. XIX, pag. 442.

... Maria precipita genuflessa fra mezzo quei due furibondi, e li tenendo, quanto ella ha lunghe le braccia, discosti,...Cap. XIX, pag. 442.

E Giannozzo volge anch'egli lo sguardo per vedere se discerne qualcheduno;nè lo vedendo, susurrò a fior di labbra: «Eppure io vi amo come figliuolo.»

«Sì... ma....» nè aggiunse parola Ludovico; non pertanto il cuore del vecchio concepì intera l'amarezza di coteste parole, e gemendo esclamò:

«Pur troppo la vostra anima abbisogna di più forte affetto... e più gentile....»

Successe lungo silenzio. Ludovico, crollata prima alquanto la testa, riprende:

«Senti, Giannozzo; — io non morrò — forse; — per me sta la buona causa e Dio: non pertanto la vita è fragile cosa, — fragilissima poi quando la commetti al filo di una spada; — un passo in fallo... una tarda parata... un battere di palpebra, e il ghiaccio dello stocco nemico ti penetra nelle viscere; — e il destino sta chiuso nel pugno dell'Eterno, ed in questa incertezza di morte parmi ufficio di buon cittadino avere riguardo a tutto.... Però ascoltami.... Non volli scrivere per l'appunto ogni cosa... sarebbe parsa vanità...; molto mi è forza commettere alla tua fede. — Alla povera vedova la quale veniva ogni sabbato di nascosto per la elemosina darai cento fiorini d'oro per servirsene ad accasare la figliuola con qualche onesto artigiano il quale valga a farle le spese; ella conserva la superbia della passata fortuna, — confortala di accomodarsi ai tempi, — rammentale che il pan bigio acquistato col sudore della fronte nudrisce le viscere, mentre il pan bianco comprato a prezzo d'infamia si converte in cenere e non passa la gola. — All'uomo di arme mutilato il quale sovente si ripara qui in casa come la rondine inferma al suo nido, darai ad abitare una stanza al secondo piano e lo nudrirai non altrimenti che se fosse tuo fratello, perchè guai alla città che consente il soldato il quale per lei perdeva la mano destra stenda la sinistra. — I servi, finchè rimangono in casa, terrai come tenni io. — Nessuno cavaliere voglio che prema più il dorso de' miei cavalli, — nessuno; — manda i miei cani in campagna, tranne solo uno, Italo, il quale auguro ti faccia quella buona guardia che ha fatto sempre a me. Finchè tu viva, verun parente entri nel mio palazzo... a ciò provvidi nel mio testamento, — e te lo ripeto adesso..., stieno lontani i parenti, i quali, chiamati dalla speranza della mia eredità, mi si sono stretti alla vita, quasi una cintura di corvi all'odore dei corpi morti.... Conserva i mobili... i letti... non mutar nulla; se alle anime è concesso visitare le dimore ch'ebbero care in vita, io tornerò a visitare questa mia — e mi compiacerò ravvisarla nello stato primiero: — se mai io ti apparissi, Giannozzo, non prenderne spavento; io non verrò ad atterrirti, bensì a trattenermi teco in fidato colloquio.... — Coraggio, via, non piangere, mio buon padre Giannozzo... accostati... Gesù mio! come tremi... tieni... ristòrati... bevi questo liquore... bene! — Ora fa di ascoltarmi pacato. Quando sarò morto, mi vestirai della mia buona armatura di Milano e mi porrai nella cassa questa croce di san Pietro.... Vanità di vanità, dice il predicatore, ma io l'acquistai colmio sangue in battaglia, — nè su l'orlo stesso del sepolcro mi riesce considerare la gloria vanità... — E poi, Giannozzo, questo sopra tutto ti raccomando.... mi depositerai sul seno dalla parte del cuore questa borsa di seta cremesina... ah! no, me la rendi, imperciocchè ella non mi darebbe — nè anche morto — pace.» E ripresa dal servo la borsa, il quale come stupito la teneva sul palmo della mano, ne sciolse i legacci e ne trasse fuori due ritratti: — uno di questi lasciò cadere sopra uno scrittojo; — l'altro si accostò alla bocca e baciò con immensa passione:

«O madre mia», esclamò fisso contemplando il ritratto, «tu non avresti voluto concepirmi, se alcuno ti avesse detto che sarei stato tanto infelice! — Quando fanciulletto io dormiva, con quanta furia accorrevi a cacciare via l'insetto che scendeva a infastidirmi la guancia con la sua mite puntura... ed ora, vedi, le angosce mi hanno lacerato il cuore; — io non ne posso più.... Apri le braccia, o madre, ed accoglimi sul tuo letto di pietra.»

Giannozzo alla vista delle sembianze della sua signora che aveva amato e reverito cotanto, ricuperando la parola, le stendeva le mani in atto supplichevole e pregava:

«O madonna Maria, vi prenda pietà del vostro figliuolo, comandategli vivere, ditegli di non ispegnere seco la inclita casata vostra, ordinategli che vi dia un nipote, — ordinateglielo voi, madonna mia, perchè la voce del vecchio servo non ha potenza sopra il suo cuore..., parlategli... parlategli voi, madonna, altrimenti ei si lascia morire.»

Ludovico chiudeva gli occhi e declinava il capo, — la sua mano poco a poco calando depose il ritratto, avendo cura di voltarlo dalla parte opposta.

Giannozzo, a caso guardando sopra lo scrittoio, fissò lo sguardo sopra l'altro ritratto; egli era di donna maravigliosamente bella, ma non si ricordava averla mai incontrata; onde, dopo lungo meditare, quasi lui non volente, parlò:

«Questa donna io non conosco. — E come si chiama ella?»

Ludovico, balzando in piedi, come se lo avessero toccato con carboni ardenti, gridò imperversato:

«Si chiama angiolo, si chiama demonio; — questa donna è colei che mi toccò il cuore e me lo fece di pietra — questa è colei che nella sua mano atroce strinse i palpiti, le immagini, le soavi illusioni della mia giovanezza, e mi rese le cure nei tardi anni, la sazietà delle cose create, il fastidio di me medesimo.... maledetta l'ora in che i nostri occhi s'incontrarono... e sii maledetta tu stessa; — così potess'io cacciarti dal mio seno, come ti lancio fuori della mia casa; — qui si accostando al balcone ne schiudeva furiosamente le imposte, pur tuttavia esclamando: Va, ogni uomo ti calpesti — ogni sozzura ti contamini. — E levò la mano in atto di gettarlo, e subito dopo lasciando cadere abbandonata la mano, con parole interrotte riprendeva: «Ahi stolto me! misero me! Maria... perdono! — Io non so più quello ch'io mi dicoo ch'io mi faccia; io ti amo... fuori di misura io ti amo; per te bestemmiai il mio Creatore, ma per te prima imparai ad onorarlo; — per te soffersi e tuttavia soffro tormenti di dannato, ma per te mi deliziai di voluttà divina; — ed io ti accuso a torto, — sono ingiusto con te; — tu ami il Bandino e lo detesti; colpa del destino, non tua; — tu rodi questa passione come un destriere il suo freno, e, misera! non ti giova, chè il morso del destino non si rompe... — Giannozzo, per quanto amore porti al tuo Dio, insieme a quella di mia madre farai che questa immagine mi riposi sul petto. Maria si chiamò la diletta mia genitrice, Maria anch'ella si chiama; — entrambe amai... ad ambedue eressi un tempio nel mio cuore, nè ben distinguo chi più di loro mi sia cara, — tanto l'amore di sviscerato figlio si confuse con quello di amante, — per loro io vissi, per loro io perisco: — queste due immagini deposte sul mio cuore compongono la storia della mia vita; — la prima lo ha fatto palpitare, — la seconda palpitare troppo... — e si è rotto... Ch'è questo? — ch'è questo, Giannozzo? — Il suono della tromba? — Per Dio, mi aspettano... su via... affrettati... presto. Io che ho sfidato non avrei dovuto comparire secondo alla chiesa di San Michele Berteldi.»

E tosto di armi apparecchiato e di vesti si cacciò giù a gran furia per le scale; giunto all'estremo gradino, il suo cane fedele saltò fuori della casuccia e, le zampe deretane puntando in terra, quelle davanti tenendo levate col collo teso, faceva prova di rompere la catena per arrivare al suo signore.

«Italo!» esclama il Martelli, «povero Italo! tu mi ami davvero; dicono la tua anima morirà col tuo corpo; se così è, me ne duole non tanto per te, quanto per colui che ti creava: — la tua anima meriterebbe sopravvivere al sepolcro più che migliaia di anime umane...» Così discorrendo, con la mano gli liscia la testa; e il cane si distende, si voltola sul pavimento, poi balza in piedi scrollando la testa, e come per vezzo mordendo dolcemente la mano a Ludovico; allorquando poi questi procedendo oltre si allontanava, la bestia amorosa si pose a guaire come se lo avessero ferito a morte.

Scese nel cortile; quivi lo attendevano i servi vestiti a festa; — la mestizia dei volti in molto strana maniera contrastava con la vaghezza degli abbigliamenti: — appena lo videro, lo circondarono e, piegati i ginocchi in diverse attitudini e pur tutte pietose, gli domandarono la benedizione.

«Sono io per avventura vescovo o papa, che possa darvi la benedizione?» gridava egli tentando liberare le mani e i lembi della veste dal bacio dei suoi servitori; — e mentre profondamente intenerito mal s'ingegna a sostenere cotesta scena, leva gli occhi, e gli occorre davanti l'uomo d'arme mutilato, il quale con la mano che gli era rimasta reggeva pel freno il suo bellissimo cavallo turco, e alle continue scosse del focoso animale se ne stava immobile quanto i colossi di Castore e Polluce sulla piazza di Monte Cavallo a Roma.

«Il mio destriero a me...»

Il soldato glielo guidava; egli vi salì sopra veloce come baleno, e al tempo stesso stretta la mano all'uomo di arme, gli disse:

«Gran mercè! — non vi sconfortate; — io ho ben pensato anche a voi...»

«Andate e vincete», rispose il vecchio, «e se san Giorgio non dimentica di essere santo, vi darà vittoria; io vi aspetterò qui senza bere nè mangiare finchè non siete tornato... e se non tornerete più... ebbene, io mi lascerò morire di fame...» — e non versò una lacrima nè mutò sembiante, ma si avviluppò nel mantello e si stese per terra come uomo deliberato nel suo proponimento.

Si aprono le porte; — i poveri della contrada, uomini, donne e fanciulli insieme confusi, urtantisi, affollati, erano accorsi a salutare il buon cavaliere, il benefattore di tutti: — «Dio lo benedica! — Dio gli conceda la vittoria!» si udiva mormorare da ogni parte; e quando se lo aspettava meno, si vide vicina la vedova, la quale traendo seco una giovanetta sul fiore degli anni, gliel'additava dicendo: «Vedi, cotesto è il gentiluomo che ci ha salvato dall'avvilimento e dalla infamia.» — Sicchè, gentile com'era, Ludovico si tinse di rossore e dette degli sproni al cavallo per sottrarsi a tanta confusione.

Quando il destriere, percorso buon tratto di via galoppando, si pose a passo più lento, udì dietro a sè uno schiamazzo indistinto di voci umane. — ma chiaro e continuo il latrato del cane, e,

«Odi», disse a Giannozzo, «il grido e forse l'amore del mio Italo superano quelli degli uomini; e' mi manda da lontano il suo ultimo addio.

La piazzetta di san Michele Berteldi ingombravano infinite persone. Dante, abbigliato secondo il convenuto, se ne stava circuito dalla sua comitiva, motteggiando e aspettando; allorchè gli fu presso Ludovico, smontarono entrambi, e, strettasi la mano, così il primo favellava al secondo:

«Dio ci mandi il buon giorno!

«Amen, fratel mio», rispose Ludovico, e fissava Dante nel viso come meravigliato; e Dante sorridendo favellò:

«Vi paio strano, Ludovico? E' mi son fatto radere il barbone[245], onde riuscire meglio spedito, imperciocchè ho pensato essere cosa men trista lasciare in questo duello la barba che la vita. Or andiamo via, chè frate Benedetto ci attende.»

Entrarono in chiesa, dove frate Benedetto da Foiano, ministrando loro il sacramento della Eucaristia, gli riconciliò con Dio; poi, confortati dell'acqua benedetta sparsa sopra di loro con acconce orazioni, quinci si tolsero per incamminarsi al convegno.

Comecchè immenso popolo di parenti, di amici, d'uomini di arme e di cittadini tenesse lor dietro, la compagnia destinata a seguitarli fuori delle porte si ristringeva al numero determinato nella licenza del principe. L'ordine era il seguente, secondo che narra Benedetto Varchi diligentissimo storico: andavano innanzi due paggi vestiti di rosso e bianco sopra due cavalli bardati di corame bianco, e poi due altri paggi parimenti abbigliati sopra corsieri grossi di lancia; dietro ai paggi due araldi, uno del principe di Orange, l'altro del Malatesta, i quali andavano sonando continuamente le trombe. Dopo di loro venivano il capitano Giovanni da Vinci, giovane di forme colossali, padrino di Dante, e Pagolo Spinelli, soldato vecchio di moltissima esperienza, padrino di Ludovico, e messere Vitello Vitelli, padrone di ambedue, se per sorte gli avversarii, mutato consiglio, avessero eletto di combattere a cavallo. Seguivano Dante e Ludovico sopra destrieri turchi di maravagliosa bellezza; vestivano su la corazza una casacca di raso rosso con la manica squartata di teletta; avevano calze di raso rosso filettate di teletta bianca e soppannate di teletta di argento, e in capo un berrettino rosso con un cappelletto di seta pur rosso, ornato di uno spennacchino bianco. Ai piedi di ciascheduno dei combattenti camminavano sei staffieri vestiti nel modo stesso degli altri a cavallo, cioè di raso rosso squartato il lato ritto e la manica ritta di raso bianco, e le calze soppannate di teletta bianca, e le berrette, ovvero tôcchi, di colore rosso: dietro loro, ma non per uscire, parecchi tra i più prestanti capitani della milizia fiorentina, e quindi carriaggi e muli carichi di tutte quelle cose che loro potessero abbisognare così al vivere come all'armamento tanto a piè quanto a cavallo; imperciocchè, abborrendo servirsi delle offerte dei nemici, portassero seco pane, vino, biada, paglia, legna, carne di ogni sorta, di ogni ragione uccellami, pesci di molte qualità, confezioni di tutte le maniere, padiglioni co' fornimenti e masserizie di qualsivoglia specie, infino l'acqua; — non mancarono il prete, il medico, il chirurgo e in fondo due lettighe o piuttosto bare portate a spalla da otto uomini vigorosi, onde potere in caso sinistro traslocare i feriti. In questa guisa pervennero in piazza dei Signori, dove si era adunata inestimabile moltitudine di gente per vederli passare; la Signoria, anch'ella, comunque dimesso l'abito magistrale, stava sopra i gradini del palazzo salutandoli e con ardentissimi voti accompagnandoli: piegarono in Mercato Nuovo, poi volsero a mano diritta percorrendo la strada di Borgo Santi Apostoli; svoltato il canto delle Case Buondelmonti, riuscirono in piazza Santa Trinità, non anche infame per la colonna su la quale Cosimo I poneva una figura armata di spada, quasi angiolo sterminatore di qualunque pensiero che non fosse di servitù!

Da questo punto, chè amore aguzza la facoltà visiva, a Ludovico riuscì distinguere un volto tra i tanti affacciati ai balconi e sì forte quella vista lo scosse che, a sè traendo con atto convulso le redini, costrinse il buon cavallo tormentato nella bocca a dare di uno sbalzo subitaneoindietro, per cui egli ebbe a rimanere tolto di arcione. Molti lo tennero per sinistro augurio; egli, comprimendo l'acerbità della passione, si aggiusta in sella e seguita la via. Quel volto intanto appariva più prossimo e si mostrava pallido, addolorato quanto quello della madre di Cristo a piè della croce. Giunto sotto il balcone, Ludovico levò arditamente la faccia, vibrò uno sguardo feroce, e al tempo stesso, stesa la mano, accennò una delle bare portate alla coda del convoglio. Il volto diventò bianco — ed abbassandosi sparve.

Siccome Dante e gli altri della comitiva a destra e a sinistra riverivano con le mani le gentildonne e i cittadini fattisi ai balconi, così nessuno si accorse dell'atto di Ludovico, tranne Giannozzo, il quale camminava alla staffa del suo signore. Ludovico nel declinare del capo si avvide, incontrando gli occhi del vecchio servo, che aveva ormai un testimonio al suo amore.

Quel volto era di Maria, che, mal potendo sopportare il cenno disperato, svenne cadendo sul pavimento; riavutasi dopo lunga ora, si prosternò agli altari, ma gli altari non le davano più pace: — non sapeva per cui pregare; — chi dei due combattenti vincitore desiderasse, esitava dire a sè stessa; — cominciava un'orazione ardentissima perchè i santi e la Madonna impedissero il duello; ad un tratto, presaga che non varrebbe, la smetteva; allora ne principiava un'altra, affinchè il Bandino vincesse, e la concludeva supplicando che il Martelli superasse: — cuore mortale non sostenne mai più fiera contesa; — però dal fondo dell'affanno sentì nascere una quiete, — forse foriera della tomba, — ma pure quiete: dall'incessante paragone tra Ludovico e Giovanni conobbe a prova la gentilezza del primo, l'animo scellerato del secondo: — quegli, sapendola amante di altro uomo, la propria vita sagrificava alla patria ed a lei; questi, dubitandola infedele, conservava la sua per vendicarsi, lei trucidando e contro la patria proditoriamente combattendo; — l'uno, avendo grave argomento a rampognarla, non usò parola che potesse avvilirla, o se alcuna ne adoperava, quasi suo malgrado gli era traboccata dal cuore colmo fino all'orlo; l'altro invece a piene mani le aveva gittato sopra il volto la infamia: — assai più cose penetrò col pensiero, e all'ultimo le parve la sua anima spogliarsi quasi di una nebbia incresciosa e distinguere intera la bruttezza morale del Bandini; a cagione del contrasto singolare della nostra natura, le dolse la scoperta, — volle riporsi la benda che la tenne accecata; — invano: — lo spirito, come uccello sfuggito dal carcere, abborriva riprendere i lacci della passione: — fabbro umano — nè forse divino, — vale a racconciare il giogo spirituale rotto una volta ch'ei sia; — natura ed arte non conoscono balsamo che sappia riunire i margini delle ferite dell'anima: — ella non amava il Martelli e già sentiva di abborrire il Bandino.

La cavalcata continuando il suo cammino, scorsa la strada di Parione, si avviò al Ponte alla Carraia; procedevano silenziosi in balìa di pensieri diversi, quando all'improvviso il Martelli, fermando il corsiero, sipiegò sull'arcione per contemplare anche una volta la diletta sua patria. Il sole non coloriva ancora de' suoi raggi l'estremo emisfero, — la città, rischiarata dalla prima luce del giorno, appariva quasi ninfa montanina scesa su l'alba dai colli di Fiesole per bagnarsi le membra nei lavacri dell'Arno, e le infinite ville biancheggianti di cui andavano popolate le prossime colline avevano sembianza, di un gregge di capre sparse pei balzi della pastura della menta e del timo: — all'improvviso spunta la luce, e spuntata appena, ecco percuote le finestre lontane dei palagi e i merli delle torri, — balena una immensa quantità di fiammelle, si suscita quasi un incendio, e l'aspetto della città di umile diventa superbo. Allora si mostrò Firenze nella pienezza della sua gloria, quasi regina cinta la testa di corona di gemme scintillanti; — donna augusta, signora di provincie seduta sopra il dorso del leone... Onde, preso da tenerezza e da orgoglio, scese da cavallo, si prostrò a mezzo il ponte e, chinato il volto, baciò la terra esclamando:

«Salute, o patria, salute!»

Quindi, tornato a cavallo, la salutò con la mano aggiungendo:

«O patria, addio!»

Giunti a porta San Friano, tolsero commiato dai parenti e dagli amici, imperciocchè la Signoria avesse ordinato; diligente guardia, onde nessuno uscisse oltre le persone descritte, tranne il Sordo delle Calvane, che aveva il braccio al collo per una archibugiata tocca scaramucciando, e Iacopo detto Iacopino Pucci, ai quali concesse speciale licenza.

Usciti fuori della porta con le salmerie e cariaggi loro, andarono lungo le mura fin presso Porta San Pietro Gatolino, dove attraversarono in su la mano diritta e, scesi alla fonte del borgo della medesima porta, presero la via della casa del Cappone, dov'era il termine delle trincee dei nemici, e quindi si condussero a Baroncelli, correndo tutto il campo a vederli, essendosi convenuto che, infino non fossero giunti davanti al principe, non si dovessero trarre artiglierie nè grosse nè minute da nissuna delle parti; e così fu osservato[246].

Pagolo Spinelli, con certo suo piglio soldatesco, presentatosi davanti al principe di Orange, il quale, tostochè vide entrare nella sua tenda cotesta nobile comitiva, si era alzato insieme co' suoi baroni per complirla, proferì pacato le seguenti parole:

«Signor principe, sono qui il mio principale, messere Ludovico Martelli e il principale del capitano Giovanni di Vinci mio collega, messere Dante da Castiglione, i quali si apprestano al vostro cospetto con loro cavalli ed armi, in abito da gentiluomini, per entrare in campo chiuso e combattere messere Giovanni Bandino e messer Roberto Aldobrandi, che qui vedo presenti, loro avversari, col nome di Dio, di Nostra Donna e di San Giorgio il prode cavaliere, secondo il tempo e il luogo da voi medesimo assegnati con vostra patente del dì primomarzo 1529. Eglino stanno allestiti a fare il debito loro e vi ricercano che vogliate dar loro parte del campo e sicuranza, dove confidano vincere con lo aiuto di Dio e col favore dei santi. E poichè hanno i miei principali concesso agli avversarii la scelta dell'arme, si protestano di questa capitolazione, la quale, dopo che sarà da me letta, depositerò nelle mani vostre per rimanervi come giudice ad ogni buon fine di ragione.»

Qui trattasi dal seno una carta, lesse:

«Capitolazione. Messer Ludovico Martelli e Dante da Castiglione protestano, affinchè gli avversarii non portino in campo armi inusitate, sibbene secondo la costumanza di gentiluomini...

«Oh Cristo!» interruppe il Bandino, «io torrei piuttosto una stoccata nel petto che ascoltare qui siffatti fastidii; — tregua alle forme, e cominciamo il duello.»

Lo Spinello volgendosi bieco parlò severamente queste parole:

«Perdonate; io mi credeva stare tra gentiluomini intendenti delle regole di cavalleria...»

Il Bandino era sul punto di replicare, sicchè si correva rischio di vedere suscitata una querela incidentale, dove il principe non fosse intervenuto dicendo:

«Lasciate, messere Bandino, adempire il suo debito al cavaliere Spinello.»

E lo Spinello riprese:

«E cavalieri onorati, senza fraude, inganno nè vantaggio e non impediti; —itemprotestano che chi tocca le corde dello steccato, o si dia per vinto, o si tagli il membro col quale avrà tocco; item protestano, quando eglino non possano vincere in questo giorno i loro avversarii, che la battaglia continui la notte a lume di torcie, o il giorno seguente, finchè sieno morti o vinti. Finalmente protestano in generale e in particolare che le cose suddette valgano come profittevoli e necessarie, facendo speciale protestazione congiuntamente e separatamente in nome di tutti e di ciascheduno di loro.»

Don Ferrante Gonzaga allora si trasse innanzi col conte Pier Maria Rossi di San Secondo, ambedue patrini del Bandini e dell'Aldobrandi, e favellando il primo tal dava risposta alle dichiarazioni del capitano Pagolo Spinelli:

«Signor principe, qui stanno i nostri principali messer Giovanni Bandini e messere Ruberto Aldobrandi, pronti a scendere in campo chiuso e sostenere con lo aiuto di Dio, di Nostra Donna e di san Giorgio, a tutta oltranza, finchè morte ne segua, la querela avuta dagli attori falsa e mendace; — protestano accettare tutte e singole le cose contenute nella capitolazione avversaria; protestano voler combattere in camicia, con istocco, manopola scempia di ferro, cioè fino al polso, senza difesa in testa. Più presto fia, e meglio loro aggrada.»

«Cavalieri e baroni», favellò il principe levandosi in piedi e scoprendosi il capo, «dacchè onesto modo di composizione io non conoscotra voi oggi, giorno dedicato a san Gregorio Magno, dodicesimo del mese di marzo, mantengo e concedo il campo nei modi e termini contenuti nella mia patente del 21 febbraioab incarnatione1539. Assumo giurisdizione di giudice, e come primo atto della mia autorità delibero si differisca l'abbattimento per sei ore continue, affinchè i cavalieri provocatori abbiano tempo a riprendere lena. Adesso, spogliando la veste di giudice e con migliore animo riassumendo quella di cavaliere privato, vi prego, o signori, che vogliate onorarmi di ristorarvi nella mia tenda...»

E proseguiva; ma quell'austero vecchio dello Spinello gli troncò a mezzo le parole dicendo:

«Noi ci portammo anche l'acqua.»

«Fate come meglio vi talenta», rispose il principe quanto per lui più cortesemente si poteva, ma non tanto però che non comparisse in volto alcun poco turbato; e s'inchinò per accommiatarli.

Già il sole declinando oltre il meriggio segnava l'ombra delle cose da ponente a levante quando Pagolo Spinello, recatosi in compagnia di Giovanni da Vinci alla tenda del principe, disse:

«È l'ora.»

Filiberto di Orange trasmise immediatamente l'ordine sgombrassero il campo fatto apparecchiare alle radici del poggio Baroncelli sur un prato che giace a mezzo della strada che conduce al convento dei religiosi chiamato comunemente la Pace[247]; e poi mandò una guardia di Tedeschi e Spagnuoli, onde ricingesse lo steccato e, che alcuno vi si accostasse, impedisse.

Era lo steccato un luogo quadro, separato all'intorno da pali di legno fitti in terra, dai due lati paralleli aperto per lasciare libero l'ingresso e la uscita; dagli altri lati s'innalzava un palco ornato di bandiere pel principe, giudice del campo, e dirimpetto a questo un lieve rialto di terreno pel contestabile. Oltre i cancelli sorgevano due padiglioni dove i combattenti aspettavano il segnale per comparire dentro la lizza.

Poichè ebbe ogni persona occupato il luogo che secondo il suo grado le conveniva, o che per fortuna le toccava in sorte, il principe mandò l'araldo in mezzo del campo, che a voce alta e sonora pubblicò il seguente bando, di cui è notabile la evidenza:

«Per parte dell'eccellentissimo signore Filiberto di Chalons, principe di Orange, generale dell'esercito per Sua Maestà Carlo V imperatore e re, si fa divieto a chiunque qui presente che nè in fatti nè in detti favorisca alcuna delle parti combattenti, nè in qualunque altro modo, cenno, via, maniera, forma o colore avverta una parte, o mostri vantaggio o svantaggio dell'una contro l'altra, sotto pena della forca da essere allora allora eseguita, ecc.»

Ritiratosi l'araldo, e fattosi un solenne silenzio, si udiva lo squillo delle trombe; cessato che fu, comparvero fuori dai padiglioni i padrini seguiti dai loro principali, che a passi lenti e con sembianza severa s'incamminarono alla volta del principe; — seguivano dalla parte dei provocati, due araldi portanti un fascio di armi, imperciocchè spettasse loro il carico di provvedere stocchi e manopole. Venuti alla presenza del principe, i padrini posero un libro degli Evangeli sopra certo altare, e fattosi ognuno alcun poco da parte, lasciarono ai lati dell'altare Ludovico Martelli e Giovanni Bandini: — sporse il primo bramoso la mano sinistra e, stringendo la destra al secondo e tenendogliela ferma sopra il libro, proruppe con terribile impeto:

«Uomo ch'io tengo per la mano, giuro per Dio e per gli suoi santi la mia querela contro a te buona e giusta, e tu combattere proditoriamente contro la patria.»

Il Bandino subito svincolando la mano e afferrando a sua posta con la manca la destra del Martelli, con voce cupa rispose:

«Uomo ch'io tengo per la mano, giuro per Dio e per gli suoi santi essere la tua querela contro di me temeraria, e possa il tuo sangue ricadere sopra la tua testa.»

Un soldato spagnuolo si accosta quanto può meglio vicino all'orecchio di un soldato italiano che la perorazione del bando del principe aveva fortemente commosso, e susurra con voce dimessa queste parole:

«Signor soldato, non vi par egli il giuramento imperfetto?»

«Per qual cagione, Moreno?»

«Hanno omesso giurare che non avevano addosso nè pietra nè erba, incantagione, fattucchieria,la camicia della necessità[248], od altro sussidio diabolico, deliberati in tutto di vincere con l'aiuto di Nostra Donna del Pilastro e di Dio.»

«Don Moreno, voi prendete un granchio per due ragioni, una meglio dell'altra: primo, perchè la vostra Madonna del Pilastro qui non conta proprio nulla essendo posta Fiorenza e il suo contado sotto la protezione della Madonna della Impruneta e di san Giovanni Battista...»

«Ah! questa vostra ragione, signor soldato, e' pare che abbia qualche parentela col senso comune.»

«L'altra ragione si è, che il diavolo non usa più in Italia.»

«Diavolo! Oh! come non usa più?»

«Che cosa volete ch'io vi dica, don Moreno? — E' pare che il diavolo abbia abbandonata la Italia dacchè ci siete entrati voi altri fedelissimi sudditi di Sua Maestà l'imperatore d'Austria; forse perchè vi conosce più demonii di lui.»

Mentre cosiffatto colloquio avveniva, Pagolo Spinello con quel suo piglio soldatesco favellava:

«Or sarà bene che proviamo un poco le armi, dacchè ai tempi nostri abbiamo veduto inganni e malefizi infiniti: armi avvelenate, guanti che nel chiudere il pugno cacciavano fuori punte da ferire la mano, e simili altre ribalderie; sicchè la diligenza è a senso mio una delle poche cose dove il soverchio non rompe il coperchio.»

«Usate del vostro diritto di padrino», notò il conte di San Secondo con alterezza, «ed astenetevi da parole gravi all'onore di questi cavalieri.»

«Io vo' che sappiate, messere lo conte, che quarant'anni nella milizia non me gli sono mica giocati a primiera; conosco meglio di voi quanti piedi entrano in uno stivale: — parola non è mal detta, se non è mal pensata; — e se la giornéa vi fa male, allentatela come vi aggrada.»

Ed a questi aggiungendo, secondo il suo costume, più altri proverbi assai, tolse dalle mani dell'araldo una spada e, provatala, disse:

«Questo è buono stocco, e questa è buona manopola; — prendete, Vico: quest'altro è pur buono stocco, — e la manopola senza eccezione; — a voi, Dante. Signori, ho fatto il mio ufficio.»

«Concedete adesso che noi facciamo il nostro», riprese don Ferrante, volendo provare a sua posta le spade rimaste; ma lo Spinello lo arresta parlando:

«Parmi che buttate via l'opera e il tempo; — non avete portato le armi voi stessi? Or come volete provarle?»

«Lasciate», soggiunse svincolando la mano don Ferrante; «se portammo le spade, non per questo le abbiamo provate. Messere Bellino, questa ci pare spada di buona tempra, — quest'altra... per Dio! la si è spezzata... io stupisco.»

«Ed io me l'aspettava!» esclama Pagolo; «conciossiachè come dic'egli il proverbio? In chiesa co' santi, e in taverna co' ghiottoni. L'arme era falsa, e si conosce espresso; — chi portò l'arme se ne rese mallevadore;combatta dunque col troncone il Bandino; — questo caso fu preveduto dal Codice della cavalleria...»[249]

«Noi non saremo per consentire giammai che il cavaliere scenda con tanto suo vantaggio nello steccato», riprese il conte di San Secondo.

«Porti la pena del tradimento», grida Pagolo.

«Di che tradimento parlate? Voi ve ne men...», urla il conte; se non che don Ferrante gli pone la mano pronto su i labbri e gli dice:

«Tacete: volete voi fare la querela vostra? Egli è padrino...»

Intanto correva la fama celere e varia ad ogni moto, siccome si nota avvenire delle nuvole portate dal vento traverso il cielo. Le teste dei popoli quivi raccolti agitavansi rumorose a guisa delle onde di un mare in burrasca: secondo le diverse passioni diversi erano i detti, tutti però esagerati o mendaci. Lo spagnuolo Moreno, riappiccando il discorso col soldato italiano.

«Vedete, signor soldato», diceva, «ciò avvenne perchè non recitarono il giuramento intero: a qualcheduno di loro io porto opinione che abbiamo trovato addosso la fattuccheria; il diavolo usa sempre anche in Italia.»

Giovanni da Vinci e Pagolo Spinello con grandissimo impeto sostengono dovere il Bandino combattere col troncone, altrimenti ritirarsi dal duello i principali loro: questa la legge; dove presumessero non osservarla, avrebbero pubblicato la infamia degli avversarii, la querela vinta e mandato la notificazione a tutti i principi della cristianità.

«Pace!» non si potendo più frenare, grida il Bandino, «io non provvidi l'arme, si tolse questa cura il conte Piermaria qui presente; — mi smentisca, se può. — Ora tregua alle parole: io mi cimenterò col troncone... siete voi contenti? — O si finisca una volta!»

«La vittoria non mi darebbe pregio, la perdita infamia. Ludovico Martelli potrà forse chiamarsi, se così vuole la fortuna, cavaliere sventurato, ma nessuno lo potrà dire scortese; — abbia l'avversario nuova spada nonostante qualunque cosa in contrario: se fu caso, lo ripari; se malizia, mi basta la sua vergogna.»

«Cercatevi dunque, messere Ludovico, un altro padrino, dacchè io mi ritiro.»

«Vorreste voi per avventura mancarmi in questo estremo, messer Pagolo?»

«Non sono io che vi manco, sibbene voi mancate a voi stesso. Io non voglio si dica un giorno avere male sostenuto le vostre parti: — ogni uomo deve conservare la sua fama, specialmente noi vecchi, perchè il tempo ci manca a riparare un fallo, se mai avessimo la sventura di commetterlo: a voi piace il nome di cortese, a me quello di austero; a voi la rilassatezza, a me l'osservanza delle regole. Nè per la mia assenza voi scapiterete in nulla, chè vi manderò Jacopino dei Pucci. Non pertanto mi piace in questa ora porgervi un consiglio che la dolorosa esperienza del vivere tra gli uomini mi ha dimostrato buono e di cui vi desidero possiate far senno in processo di tempo: non prestate mai danaro agli amici; non dite mai il vostro segreto a femmine; non siate mai cortese verso i vostri nemici. Addio.»

Nè preghi nè scongiuri valsero a trattenere quel vecchio caparbio; mentre si partiva dalla lizza, il generoso Dante scotendo il capo diceva:

«Il popolo sostiene che la morte sopraggiunge improvvisa: — non è vero; — giunti che siamo a certa età, ogni anno ci porta via una virtù: la vecchiezza è il vestibolo della morte: prima l'uomo serve di camposanto alla sua anima, — poi la terra di camposanto all'uomo. Io udiva lodare Pagolo come uno dei più gentili cavalieri d'Italia, e ora...»

Iacopino dei Pucci, mandato dallo Spinelli a sostenere le sue veci si presenta: il momento del duello si avvicina.

Suonarono le trombe e fu fatto silenzio.

I combattenti e i padrini si divisero in due partite. Dante, Bertino, Giovanni da Vinci e il conte Piermaria si pongono da un lato del campo, — Ludovico, Giovanni, don Ferrante e Iacopino dall'altro.

Allora tesero due corde che in due lizze uguali partirono il campo.

I padrini con molta avvedutezza avvolsero e legarono i cordoni pendenti dall'elsa degli stocchi intorno al polso dei combattenti; quindi toltili pel braccio, li guidarono a mezzo il campo, dove distribuito con vantaggio eguale il vento e il sole, si ritirarono dicendo:

«Dio vi aiuti!»

Dante tiene fitti gli sguardi sopra il suo avversario, e lo vedendo così bello di forze e di giovanile baldanza, nè ricordandosi averlo più mai incontrato altrove e pensando come ora dovesse con lui cimentarsi all'ultimo sangue, se ne sta a guisa di trasognato, poi con voce che studiò rendere, quanto meglio poteva, soave, gli domandò:

«Che ora fa egli, giovanetto?»

E il Bertino, a cui parve essere tolto a dileggio, rispose con accento di minaccia:

«L'ultimo della tua vita.»

Dante con un suono pur malinconico soggiunse:

«Oh! figliuolo mio, la morte degli uomini sta nel pugno chiuso di Dio...; non potrebbe anche essere l'ultima della tua?... e allora che cosa direbbe tua madre?»

«Ciò che dirà la tua.»

«La mia? Oh! la mia direbbe: egli morì per la patria e non piangerebbe. — Ma tu ti chiami Aldobrandi e sei fiorentino, — perchè dunque Dante da Castiglione t'incontra nel campo nemico? — Vedi! nella mano mi tentenna la spada, pensando che sta per versare sangue cittadino..., e tu non pensi a nulla?

«Nel contemplarti così aitante della persona, penso al Filisteo abbattuto da David.»

«Ma David» riprese tosto il Castiglione infervorandosi nel dire, «ma David combatteva per la sua patria, e Dio lo sovveniva!»

«A me poco preme che il diavolo mi aiuti, purchè tu muoia.»

«Ma non ti sta punto a cuore la tua patria?

«La mia patria è la spada.»

«Ahi! serpente... la tua anima è un nido di vipere, — muori!» proruppe Dante; «dacchè il tuo cuore trabocca di veleno, si rompa... la tua tristizia supera i tuoi anni; — muori! — tu hai vissuto anche troppo...»

E sollevò lo stocco.

Io ho veduto questo stocco! — E lo baciai, perocchè fosse impugnato per la difesa della patria, — e lo bagnai di pianto, imperciocchè versasse sangue fraterno.

Lungi circa otto miglia da Firenze, continuando per la via che mena a Carreggi, dove morì impenitente il magnifico Lorenzo del Medici del più atroce peccato che uomo possa commettere quaggiù, e pel quale gli uomini meritamente non danno perdono nè Dio, voglio dire il disegno di togliere la libertà alla patria[250], tu incontri un'erta malagevole: percorrila intera e troverai su la cima, come aquila che riposi dentro il suo nido, Cercina castello della casa Castigliona; — davanti le si mostra Firenze, dietro ha un dirupo: — il tempo avendo cacciato la mano nelle viscere della montagna, la costrinse da questa parte ad avvallare, sicchè i muri di Cercina squilibrati, per molte frane paurosi, minacciano precipizio.

E qui l'araldo lancia in atto di minaccia un guanto ai piedi del Bandini,...Cap. XX, pag. 453.

E qui l'araldo lancia in atto di minaccia un guanto ai piedi del Bandini,...Cap. XX, pag. 453.

Io imprendeva cotesto breve pellegrinaggio con uomini ai quali il cielo fu largo di arguto intelletto e, meglio dell'intelletto, di cuore gentile che sa amare la patria quanto ella è più sventurata[251].

Trovammo il castello abitato da un nepote di Dante, povero e solo.Egli ci mostrava sembianza selvatica, quasi leoncello sorpreso nella sua caverna; anni correvano ed anni che orma di piede italiano non era comparsa lassù! Ma quando egli udiva essere noi saliti a venerare l'onorata reliqua, esultò: — una stilla del sangue dei Castiglioni gl'infiammò la faccia, ci offerse cortese la tazza ospitale e trasse da un vecchio armario lo stocco, di cui all'elsa stava appeso un cartello che a lettere d'oro diceva:Questo è il famoso stocco col quale Dante da Castiglione combattè il duello... nel1529. — Posto perpendicolare al terreno mi giungeva a mezzo il petto, — tagliava da due parti; — la impugnatura e il pomo tutto di ferro, se non che si vedeva sul pomo alcuna traccia di doratura; — il guardamano si componeva di una sbarretta di ferro posta a traverso, — sulla sbarretta un cerchio, dove insinuandosi l'indice e il medio, si potesse stringere la radice della lama in cotesto punto scavata; — e intorno la sbarra e il cerchio copia di cordone di seta bianco e rosso, forse per meglio impugnarlo e acconsentire il campo, — e questo cordone prolungandosi da ambe le parti termina in due nappe, — prolungamento il quale serviva, come vedemmo, ad avvolgerlo intorno al braccio del combattente, onde per lassezza o per altro caso non rimanesse disarmato.

O casa Castigliona, ecco quanto rimane di te! — Un castello che rovina[252]— una fama che si perde, — una spada che la ruggine consuma! — Però, qualunque tu sii, o nepote di Dante, che te ne stai come uno spettro custode delle tombe a vigilare su la spada dell'inclito tuo avo, — esulta! — esulta! — tu non sei povero! Tu hai in casa un ferro che può servire di leva al trono più superbo della terra; — tu hai un ferro che alzato può infondere un magnetismo di gloria nell'animo di un popolo — un ferro che posto nelle mani anche di un morto avrebbe la virtù galvanica di farglielo brandire minaccioso. — Esulta! la povertà di te abitante il castello de' tuoi padri commuove la nostra ammirazione, mentre la dovizia di quelli che abitano l'avvilita Firenze fa piangere. Dappertutto può concepirsi l'antica Firenze meglio che nella Firenze moderna; — colà tralignati nepoti hanno venduto l'usbergo che difese il petto ai loro parenti, — colà la spada impugnata per la patria scambiarono in scuriada. — Vuoi leggere le carte dove i nostri grandi vergarono l'eterne sentenze? Va nelle biblioteche dei popoli stranieri[253]: — questa stirpe svergognata ha venduto la sua eredità per un pugno di monete: che cosa non venderebbe ella mai? l'animase l'avesse, — l'ossa degl'illustri antenati, se non fosse stupida tanto da ignorare dove riposano, l'azzurro e le stelle del firmamento, se le potesse stringere nelle sue mani codarde.

Miseria e sventura!

Oh! se potessero queste pagine scritte col sangue durare, io da gran tempo mi sarei aperto le vene, perocchè vorrei rimanessero in testimonianza che nel presente deserto delle anime visse un precursore di cui la voce protestò contro la tristizia dei tempi ed invocò l'aurora di un giorno di gloria; perocchè vorrei che i nostri figli, entrando per avventura in qualche antico camposanto, si trattenessero dall'oltraggiare le ossa paterne, pensando come fra tante miserabili reliquie forse si trovano mescolate quelle dell'uomo che l'amor santo di patria accettò come mandato di grandezza e di martirio, nè gli fu mai infedele finchè i suoi occhi poterono versare una lacrima, la sua bocca proferire una parola, il suo cuore mandare un sospiro per la libertà[254].

Intanto Dante e Bertino hanno mutato molti colpi senza offendersi. Bertino, agilissimo, dall'uso quotidiano esercitato, muove così veloce la spada che a gran pena la seguita l'occhio. Ora si distende sul terreno, quasi a toccarlo col petto, e là puntando la mano manca si sostiene; ora balza di un salto da un lato, ora dall'altro; — spesso aperte ambe le braccia ed abbattuta la spada, invita con perfida lusinga il nemico a ferirlo nel petto; — e' par che scherzi intorno alla spada nemica a guisa di farfalla intorno alla fiaccola senza bruciarsi mai l'ale. Certamente cotesto è giuoco pericoloso da volere spacciato il duello con un colpo solo.

Dante, accortosi non potere, a cagione della gravezza delle sue membra, reggere la prova coll'avversario in cotesto assalto procelloso, se ne sta guardingo, tutto in sè ristretto, vigilando a non perdere la misura; anzi è fama che prevalendosi della sua molta forza, lo stocco sostenesse pel pomo, e così spazio tale acquistasse per cui Bertino non sarebbe mai giunto a toccarlo nel petto, se non che deviandone fortemente la lama dalla parte destra o dalla sinistra. L'Aldobrandi, sdegnoso di resistenza così lunga, raddoppia i conati, all'improvviso finge di accennare alla spalla e di repente descrive mezzo cerchio con la punta e minaccia il torace, quindi replicando col ferro in senso inverso la curva, ferisce al Castiglione il braccio diritto verso la scapula.

«Ah!» urla Bertino, «l'ho pure veduto il tuo sangue; — ma per renderti il ben dell'intelletto mi è forza aprirti più largamente la vena.»

E prevalendosi del ribrezzo che ogni uomo prova nel sentirsi un ferro tagliente e ghiacciato penetrare nelle carni, vibra lo stocco di nuovo e lo aggiunge leggermente nella bocca.

«Dimmi, Castiglione, or che lo assapori, ti par egli buono il tuo sangue?»

Dante non rispondeva, ma digrignava i denti da mettere ai meglio animosi spavento, le sopracciglia orribilmente stringeva, gli erano diventati ritti i capelli; — non pertanto fermo osservava con risguardo il nemico.

«Per santo Jacopo!» esclama Moreno il soldato spagnuolo, «cotesto vostro gentiluomo fiorentino mi sembra lo scoglio del quale fece Moisè scaturire la fontana: — versa sangue da due ferite e non si move.»

«Guai all'Aldobrandi, se si moverà!» risponde l'italiano.

«Ei mi parrebbe tempo; — vedete, — ecco, — ha toccato un'altra ferita nel pesce del braccio sinistro.»

«O santo Giovanni Battista, assistetelo voi!» supplicò il soldato italiano, «messere Dante corre pericolo presentissimo di vita: — vedete, — per la seconda volta ha rilevato un fendente nel braccio sinistro.»

Invero Dante già da quattro ferite è impiagato; — e comecchè leggere elle sieno, non cessano per questo di indebolirlo e d'affliggerlo: — fu suo proponimento, quando prima scese nel campo, vista la furia dell'avversario, stancarlo; e quantunque egli avesse in questa parte conseguito l'intento, ciò non era avvenuto senza suo danno: ond'è che, sentendosi adesso venir meno la gagliardìa, deliberò, deposta la difesa, assaltare francamente l'Aldobrandi.

E per meglio investirlo alla sprovvista, finse indietreggiare come smarrito. Se Bertino lo incalzasse improvvidamente baldanzoso non è da dire; — già nell'accesa fantasia lo spinge ai pali dello steccato, già lo costringe a rendersi; — gli dona la vita; — le sue orecchie intendono il grido della vittoria, — la sua anima s'inebria di gloria!

Mutati anche due passi, Dante si ferma. Bertino, divampante d'ira a cagione della resistenza impreveduta, mena la spada con tanta rapidità che coruscando la lama al raggio del sole declinante toglie la vista al Castiglione.

Ah! giovanetto, tu se' prode in battaglia, ma tu potrai più presto smovere le Alpi dalla base loro che spingere vivo il tuo avversario dal posto nel quale egli ha deliberato omai di vincere o di morire; un'altra volta vibri la spada, e un'altra volta la fortuna te la tinge di sanguenemico... ultima però; — lo spazio ascendente della curva hai percorso, ti rimane lo spazio che discende e declinando conclude con la morte.

La quinta ferita colse Dante nel braccio sinistro, e forte gli lacerò la carne; onde, preso da terribile furore, cacciato via ogni riguardo, venne a mezza spada. — Molti poeti assomigliarono l'ira umana, come per dimostrarla fuori di modo spietata, a quella dei leoni, degli orsi e di altri cosiffatti animali. — Male accorti! — Il furore dell'uomo non ha paragone; egli è solo in natura. — Dante tempestava, — il battere de' suoi denti scuoteva i nervi dei circostanti: — imbrattato di sangue, sozzo di polvere, alza con ambe le mani la spada... guardati, Bertino, che ti cala adosso un colpo tremendo.

E fu tremendo davvero, chè il taglio del suo stocco scontrato il taglio dello stocco avversario, lo incise profondamente per traverso, e poi, mutando direzione, fece scoppiare un pollice di lama, la quale scheggiò via sibilando intorno al capo di Bertino, come palla di archibuso. — Il braccio di Bertino con impeto irresistibile sbalestrato lontano dal cuore lascia scoperto il seno di lui; — ci si avventa la punta del ferro di Dante bramosa di sangue.

Non pertanto schivò l'Aldobrandi l'assalto volgendosi spedilo a mancina di faccia al sole: il Castiglione si prevalse del vantaggio allargando un passo da parte e non concesse campo a Bertino di mutare cotesta posizione senza suo grave pericolo.

E cotesta situazione di per sè stessa lo esponeva a pessimo partito, dacchè i raggi del sole gli abbagliavano gli occhi, e tra quella luce scintillando la spada nemica gli balena funesta sugli occhi quanto quella dell'angiolo che allontanava dall'Eden i primi padri colpevoli.

Il conte di San Secondo, male sapendo come potere in tanto estremo sovvenirlo, immemore delle leggi della cavalleria stese l'alabarda su la quale erasi fino a quel punto abbandonato, come per accennare, e con grave voce esclamò:

«Bada al sole! — Poni mente al sole, — o tu sei morto!»

Giovanni da Vinci, padrino di Dante, il quale a cagione della immobilità e taciturnità sua aveva fatto dubitare se fosse un cavaliere vivente o piuttosto un colosso inanimato, ruppe il silenzio dicendo:

«Signor conte, per avventura dimenticaste il bando?»

«Me ne ricordo, capitano; il peggio che può andarmene è la forca.»

«No, il principe di Orange non vi condannerà ad essere appeso, ma io vi passerò molto bene da una parte all'altra con la mia partigiana.»

«Voi?»

Un urlo immenso, doloroso, troncò cotesta lite.

Tacquero entrambi ed attesero a contemplare il campo di battaglia.

Miserando spettacolo!

Giace l'Aldobrandi supino con le braccia prosciolte; — la manopola uscita dalla mano si era tratta dietro la spada che stava adesso lontana dal braccio che l'aveva impugnata; — dalla gola aperta versa un fonte di sangue.

Confuso dal bagliore, scambiò Bertino un istante il raggio del sole col baleno dello stocco avversario; — un solo istante smarrì il ferro nemico, e Dante sottentrando allungò le braccia con quanta forza gli aveva concesso natura e gl'immerse la spada nella gola: penetrò la punta omicida nell'ugula, ruppe l'osso del palato, e l'occhio sinistro si rovesciò sanguinoso fuori dell'orbita. — Un momento prima tanto bello, tanto leggiadro, — adesso orribile... orribile a vedersi!

«Arrenditi!» gli grida il Castiglione, «arrenditi, o ti finisco!»

«A molto... migliore cavaliere... che non sei tu... io mi arrendo», risponde con parole interrotte Bertino Aldobrandi; «mi arrendo... a Dio.»

Percosso il Castiglione dalla voce e dalle parole, punta a terra la spada; la sua naturale pietà adombrata come da una nuvola di furore tornò luminosa a spanderglisi su l'anima, e ridivenuta mite, si curva affannosa sopra il morente.

«Oh! io mi sento morire», riprende a gran pena Bertino, «presso a morte Dio mi rischiara l'intelletto... ahi tardi!... pure in punto che basta a pentirmi... Perdonami... e vogli una grazia concedermi... Deh! gentil cavaliere, non volermi questa grazia negare... non maledire alle mie ossa... ma le seppellisci pietoso... nell'avello de' miei maggiori... credo in Santa Maria novella... Ahi! madre mia!...»

«O giorno di dolore! o giorno d'ira!» esclama Dante appoggiando il mento sul pomo della spada; «Ecco, i fratelli uccidono i fratelli, e figli di una stessa terra si lacerano tra loro! — noi bagniamo questo suolo col sangue del parricidio, — e il suolo sconsacrato produce un frutto amaro, — il frutto della schiavitù. — O patria mia ridotta a tale che non sai se devi affliggerti maggiormente delle sconfitte o delle vittorie dei tuoi figliuoli! — miseri noi, cui la morte del nemico tormenta con i rimorsi medesimi del delitto! — la congratulazione pesa come una rampogna; — la fama turba come il chiodo che conficca il nostro nome alla storia quasi a gogna perpetua, — ormai la nostra scelta sia nel vivere codardi o nel vivere iniqui. — O giovanetto! — fossi tu spagnolo, o tedesco; la mia anima si allegrerebbe: — ora ella piange, — ella maledice la sua fortuna, — ella desidera scambiare teco il destino. — O Dante! tu che tanto amasti la patria, qual giudizio ti aspetta in faccia dei posteri! — Tu hai spento un uomo che valeva meglio di te. — E chi ha detto ch'egli sia spento? — Egli se ne mente... egli vive, ed io l'ho conquistato alla patria...» E qui, buttate via manopola e spada, s'inchina palpitante sopra Bertino; — mancandogli pannilini, straccia la sua camicia, tenta arrestare il sangue della ferita, gli fascia con amore la gola, e poi corre a raccogliere lo stocco e la manopola caduti al trapassato, e l'una e l'altro gli adattando alla destra, «Sorgi», continua con voce di comando, «tu non sei morto; — io appena ti vidi, ti amai, — come dunque posso averti ucciso io? — Stringi la spada. Fiorenza aspetta la tua difesa... affrèttati... stringi la spada, ti dico; oh! dolore... dolore... la morte gli tiene irrigidite le braccia... egli è morto!... ed io l'ho trucidato!...»

La stanchezza, il dolore e il molto sangue perduto lo facevano vaneggiare; forse sarebbe caduto, se Giovanni da Vinci nol sosteneva; con lo aiuto di alcuni staffieri accorsi egli lo trasportò fuori del campo, non senza avere prima gettato uno sguardo sopra la lizza gridando:

«Vittoria! — vittoria!»

Il conte di San Secondo, fieramente turbato, si volse con man piglio verso il capitano da Vinci e gli parlò minaccioso:

«Tu rompi la legge del bando...»

«Tu la rompesti primo, — solo faresti troppo trista figura sopra la forca: appesi insieme poi le daremo sembianza di gentildonna con le sue gioie da festa. — Vittoria, Martelli! vittoria!»

Ma la vittoria aveva abbandonato Ludovico Martelli.

Quando prima scesero in campo, Ludovico e il Bandino si gittarono giù dalle spalle un mantello che gli riparava dal freddo, nè presero cura di metterli tanto in disparte che non potessero in seguito apportare loro impedimento.

Tremavano entrambi; se alcuno dei due avesse avuto animo più pacato, al primo colpo terminava la battaglia. I circostanti mandavano un mormorio simile a quello degli spettatori mal soddisfatti di uno spettacolo scenico: — pareva che non osassero, — eppure cotesta esitanza nasceva dall'odio soverchio che infiammava ambedue; — avevano per trucidarsi mestiero che quella ardente passione si sfuocasse. — Alloraquando diventò l'ira pacatamente omicida cominciarono le disperate percosse, e furono poste in pratica le arguzie tutte, gl'inganni e le orribili arti di tagliarsi le membra.

Volle sventura che, mentre dava il Martelli un passo indietro per ischifare una botta, il piede gli s'intricasse nel mantello, sicchè venne a perdere l'equilibrio del corpo, onde il Bandino sottentrando veloce lo giunse, comechè leggermente, con la punta della spada sopra la fronte tra ciglio e ciglio. Ludovico, toltosi d'impaccio, rispose di una stoccata tesa, la quale avrebbe da parte a parte trafitto il Bandino, dove questi non avesse piegato speditamente il corpo, non tanto bene però che lo stocco nemico non gli forasse la carne sotto la poppa manca e via gli portasse una lunga brandella di pelle.

La ferita riportata da Ludovico sopra la fronte stillando sangue glien'empie gli occhi e gl'impedisce la vista: — egli fruga per trovare un pannolino: — non lo avendo o non lo trovando, tenta strappare una nappa di seta pendente ai cordoni avvolti intorno alla sua mano. Un solo istante china lo sguardo per vedere di bene afferrarla, e questo istante bastò al Bandino per sollevare la spada e calargliela sopra la testa.

Improvvido di consiglio, ma ben fermo da saltare indietro o da parte, il Martelli allunga la mano e stringe il taglio della spada nemica; il Bandino la tira a sè con forza e gliela recise fino all'osso; — intanto il sangue negli occhi si condensa più copioso; — egli comincia a scorgere mezzo gli oggetti, — confusamente, — circondati da iride sanguigna; — gliscorre un sudore ghiacciato per tutto il corpo; sente intronarsi le orecchie di un zufolio fastidievole: — due volte si vide il ferro del Bandino minacciante sul capo, e due altre volte, riportandone sempre profonde ferite, si difese con la mano sinistra; fermo di morire, ma bramoso di trascinare seco l'avversario nella tomba, punta la spada al petto e precipita là dove gli sembra che stesse il Bandino: — fu agevole a questo sfuggire quel cieco moto, — pure così rapido gli venne addosso che gl'incise buona parte del braccio di larga, non già pericolosa, ferita. Il Martelli rimane scoperto — e in qual parte siasi ritirato il suo avversario non vede; — mentre brancolando si sforza incontrarlo, una fiera percossa gli spezza la testa e lo costringe a vacillare come uomo ebbro di vino; — barcolla tre volte e quattro... sta... trema... e finalmente cade stampando della sua persona un'orma sanguinosa sopra la polvere.

«Muori!» urlò pieno di tremenda esultanza il Bandino, e curva la gamba sinistra, stesa la destra, ambe le mani levate, l'intero corpo acconsentendo all'urto, si atteggiava a fendere fino al mento la testa del caduto; — ma non ancora aveva percorso la metà del giro, che un'altra idea di vendetta più truce gliela fermò, nè gli parendo potersi ormai trattenere più oltre, chiuse le mani, e la spada cadde inoffensiva sul fianco del Martelli; — egli poi si rimase con le braccia aperte nella guisa dell'uomo che manda una maledizione: — infatti egli intendeva lasciare a quel prostrato la vita come una maledizione. — Se muore — egli pensò, — il suo tormento cessa; — se vive, gli si rinnoveranno ogni giorno i dolori della morte; non che tôrgli il sentimento, avrebbe dovuto dargli parte del suo; — se non sente, non soffre, ed egli stava per aiutarlo a riparare dietro al sepolcro! Oh! viva e racconti la sua bocca al mondo la disfatta patita, — palesi il suo aspetto al mondo la propria vergogna, — duri testimonio vivente che Dio non esiste, o, esistendo, non prende cura degli uomini; o se pure la prende, i suoi giudizi paiono oltraggi di cinico, non già consigli di suprema intelligenza.

«Vivi!» replicò il Bandino; «tu mi salvasti la vita, io te la rendo. Dio ha giudicato tra me e te: — impara a rispettare chi val meglio di te: — il cielo ti dichiara traditore... non sono eglino infallibili i decreti del cielo?»

«Tu hai vinto la persona... e non la querela....»

«Ho vinto l'una nell'altra... arrenditi!»

«Dio mi ha abbandonato... una volta abbandonò il suo figliuolo... adesso abbandona la libertà... ma che più nulla di divino deve durare sopra la terra?»

«Arrenditi!»

«Mi arrendo al marchese del Guasto...»

«A me devi arrenderti... a me che tengo sotto i miei piedi la tua testa...»

«Oh! io mi arrendo...»

E che? — Egli aveva giurato di voler morire, egli un'ora innanzi avrebbe tagliato la gola a chiunque si fosse osato proporgli di comporsi in pace col Bandino; — e adesso si arrende così? Gran parte e la migliore di sè gli sfuggiva dal cuore insieme col sangue; dianzi le arterie gli vibravano piene di vita, — adesso languidissime sembra appena che palpitino; — il dolore gli tiene l'anima ingombrata per modo che non lascia luogo a pensiero di sorte. — Quanti superbi disegni si porta via la vecchiezza! — Quanti orgogliosi proponimenti all'appressarsi della morte impallidiscono! — Gli anni penetrano nel sangue, come il mercurio, e lo irrigidiscono; — la stupidità, scacciati via l'odio e l'amore dal cuore umano, se ne compone quasi un sepolcro di pietra; — l'uomo è signore del momento presente; e tosto che conosce esserne signore, il momento è passato; quello che segue rimane fuori della sua potestà.

Ma quando assale un pensiero di orgoglio o turba la invidia, m'incammino là dove sopra lieve eminenza giace il cimitero della mia città: — quivi, appoggiando la spalla alla soglia della porta, mi volgo a contemplare la terra che abbandonai, e, immaginando essere convertito nel Tempo, esclamo: O città dei vivi, tu sei grande, ma questa città dei morti già ti contiene dieci volte, e ti conterrà venti, cento, quanto parrà a me, perchè il sepolcro è una delle cose nel mondo che non dice mai: Basta! — Io compendio tutto, — uomini e cose; — io solo posso comporre in pace nella medesima fossa l'oppressore e l'oppresso; — per me il conquistatore si contenta di tre braccia di terra, e se gli pongo al fianco un cadavere, ve lo sopporta mansueto e paziente senza dirgli: Fatti in là; — egli ve lo sopporta, mentre vivo imponeva a' popoli interi sgombrassero le provincie per lasciargli libero il passo, ordinava al mondo estendesse i suoi confini, ai cieli si allontanassero per respirare più aperto: — io riduco in essenza gli enti creati, — degli animali mi basta la cenere, — delle città la polvere; — nel cavo della mano porto l'esercito di Cambise, — su le mie spalle in un sacco Sodoma e Persepoli. — Un giorno verrà ch'io mi volgerò al sole e gli dirò: Chiudi le palpebre e dormi, tu hai vigilato assai; — e poi soffierò su le stelle e le spegnerò come fiaccole rimaste accese dopo la fine del festino... e perchè no? — Forse non ho cacciato dai cieli una moltitudine di numi, come il castaldo, terminati i lavori dei campi, licenziate le opere? — Forse non ho lasciato appesa alle volte del firmamento una serie di dii, quasi scheletri di condannati al patibolo... spettacolo pieno di miseria e di scherno? — Un giorno, stanco di distruggere creatori e creature, cause ed effetti, io staccherò dai cieli il manto azzurro e me ne comporrò un sudario funebre per addormentarminel seno della eternità... Eternità! — Io me ne torno alle domestiche mura salutando umilmente per via anche il mendico che mi domanda l'elemosina per l'amore di Dio.

Da ambedue le parti sconfitta: — dall'un lato e dall'altro silenzio di trombe, mormorio di voci inquiete: — i baroni tedeschi e spagnuoli irrompendo dentro lo spazio vietato ricordavano i colpi e le vicende del duello.

«È stato un nobile duello, — quale avrebbero potuto combattere due cavalieri castigliani!» esclamava uno Spagnuolo, cui uno smilzo Tedesco rispondeva:

«Certo degno di due baroni alemanni.»

La querela dichiararono non persa nè vinta, e dalle genti credule fu reputato segno che la fine della guerra avesse ad essere per ambedue le parti infelice; per la quale cosa avesse a giudicarsi la ragione stare di qua e di là, o piuttosto non fosse ragione in nessuna[255].

Dante avendo con giuramento dichiarato ultima volontà del morto Aldobrando essere stata di avere sepoltura negli avelli de' suoi maggiori, potè trasportarsi seco il suo cadavere. Lo accomodò pertanto con amore infinito dentro ad una bara, lo fece con diligenza lavare, poi gli mise attorno l'armatura completa, sicchè pareva un guerriero il quale col sonno rifacesse le forze.

Nell'altra bara composero il Martelli.

Giannozzo, il servo fedele, sostenuto dalla speranza di salvare la vita al diletto padrone, vigilava il trasporto.

Sul tôrre commiato dal principe, in segno di militare onoranza, ordinò si sparassero tutte le artiglierie; al quale frastuono la città, paurosa di sventura, rimase taciturna.


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