CAPITOLO VENTESIMOQUARTOIL SACCO DI PRATO

Ma chi pensasse al poderoso temaE all'omero mortal che se ne carcaNol biasmerebbe, se sott'esso trema.Dante.

Ma chi pensasse al poderoso temaE all'omero mortal che se ne carcaNol biasmerebbe, se sott'esso trema.Dante.

Ma chi pensasse al poderoso tema

E all'omero mortal che se ne carca

Nol biasmerebbe, se sott'esso trema.

Dante.

Sei tu mai salito in cima alla cupola di Santa Maria del Fiore?

Se vi sei salito, ti ricorda del punto in cui, abbandonate le consuete scale, ti fu forza appigliarti alle staffe esterne di ferro per giungere alla palla che incorona la cattedrale di Firenze.

In quel momento ti venne fatto per avventura di porgere l'orecchio verso la terra? Allora tu avrai udito un rumore indistinto di voci umane che muore poco oltre i lembi del cielo. — mentre invece, quando il cielo parla alla terra, egli la scuote ne' suoi più intimi penetrali con la magnifica voce del tuono. — E se nel medesimo tempo ti piacque declinare lo sguardo, avrai veduto gli uomini, e ti saranno parsi quello che veramente sono: insetti brulicanti sopra una terra che li produce e li divora.

O superbi! Si annoverano esse le foglie che cadono nei giorni d'autunno? Voi siete meno che foglie cadute o cadenti dallo immenso albero della natura.

Se tu pertanto, sospeso tra il cielo e la terra, queste cose udisti o vedesti, e non ti strinse la paura di precipitare, — beato te! — Dio ti concesse nervi di ferro.

A me giunto in questa parte del mio faticoso lavoro sembra sentire lo sconforto che in quella occasione mi assalse: mi trema l'animo.

Fossi io potente come l'aquila delle Alpi! Dalla vetta del più alto comignolo dei monti patrii caccerei un grido che scuotesse dal capo alle piante la mia patria diletta e mi nasconderei volando nella immensità.

Ma io sono un povero novellatore; ho sbozzato un colosso, ed ora mi fa ribrezzo a vederlo; — non mi attento accostarmivi per sospetto che, debole com'è sopra la base, non mi si rovesci sul capo e non m'infranga...

Oh la vita misera ch'io meno! Il mio cuore ha sentito una voce che l'intelletto non seppe comprendere e le labbra non sanno ridire. Con pochi cannelli di carbone sopra una rozza parete mi prese vaghezza di effigiare l'Iliade... il divino poema! — Accorre la gente e ride; — pochi, i migliori, ne sentono compassione.

Dite, — pensate voi forse essere questa opera di gloria od esercizio di vanità? Voi v'ingannate, — ella è opera di dolore e di amaritudine di spirito: ella è opera di vendetta e di terrore: ella è opera di eccitamento e grido di resurrezione: io la porterò al termine senza soccorso di Cireneo, quando pure dovessi cadervi sotto tre volte, — quando pure dovesse, come la croce di Cristo, convertirsi nel mio supplizio.

Che importa poi che la sua memoria vada dispersa con le sue pagine? Nè a me nè ad altrui dorrà di certo che caschi nell'obblio; di lieto cuore invoco che la scintilla rimanga perduta nelle vampe, a patto però che desti lo incendio.

Questi libri battaglie, queste scritture agonie non ponno e non vogliono essere compresi che dalla gente oppressa da lunga, immane e abborrita tirannide, e che ha fermo di strozzare anche quando dovesse morire un'ora dopo.

Imperciocchè due cose non possono contemplarsi senza pianto come senza ira nel cielo o sopra la terra: — la morte di un Dio e la morte di un popolo.

Ma Dio dopo tre giorni risorse; — a quando la resurrezione del popolo?

Se le giornate della servitù si compongono di cento anni, — tre secoli già sono scorsi dacchè il mio popolo cadde...

Si approssima l'ora? — non so, ma gli armati vigilanti alla custodia del sepolcro tremano; non gli assicura la pietra che vi posero sopra...

Intanto io piango la morte di un popolo, perchè un altro ne rinasca.

Però alla mia mente per ora si affacciano solo sinistre fantasie, perchè il mio cuore è inebbriato delle ultime lacrime piante da una nazione caduta, perchè il sibilo delle ossa de' suoi grandi travolte dalla bufera forma il suono che accompagna la mia storia.

Tristo o beffardo, il mio grido move dallo spasimo di piaga insanabile.

Via, lasciatemi lamentare in pace sopra la terra de' miei padri, — poi mi coprirete con le ceneri delle sue desolate città.

Perchè, quando il poeta stenderà la destra al salice per istaccarne l'arpa e cantare l'inno della risurrezione, possa con la manca raccogliere i fiori che la natura avrà fatto germogliare sopra la mia fossa e comporsene una corona.

O Italia mia, tutte le miserie di Gerusalemme ora tornarono più incomportabili che mai ad aggravarsi sopra di te; — nulla ti manca della città riprovata, tranne il compianto de' suoi profeti.

A me basta l'animo per essere il tuo profeta.

«La miglior patria nel mondo è la groppa di un cavallo che corre», ha detto il poeta arabo, e il poeta per questa volta non disse la verità: buono è il cavallo che corre quando la notte ingombra la terra e la necessità ti stringe di passare tramezzo ai nemici che occupano il tuo paese all'intorno.

Allora, anche quando il corsiero divorasse la via, come nella ballata di Leonora, il cavaliero griderebbe pur sempre: All'ali! all'ali! Allora se volge gli occhi al firmamento, invidia la facoltà che Giob attribuisce al Signore di tenere suggellate le stelle, e maledice la quarta giornata della creazione.

Vico, Annalena e il padre di lei, affidati a poderosi cavalli, fuggivano traverso la moltitudine dei nemici; ogni speranza di salute ponevano nella velocità.

E a Vico, oltre quei due capi diletti, importava di porre in salvo cosa da cui forse pendeva la salute della Repubblica; — la commessione dei Dieci al Ferruccio di tentare gli estremi rimedii alla tutela della patria: — egli non aveva potuto consentire di separarsi dal fianco nei pericoli di quella fuga la sua amata Annalena; — malgrado il disagio, la volle seduta in groppa al suo corsiero e con ambedue le braccia stretta intorno alla sua vita. In questo modo correvano e non proferivano parola.

Dalla rapidità del moto nasce durante il giorno una specie di ebbrezza lieta di fiori, di luce, di cose e di animali: — nella notte, piena d'immagini sinistre e di fantasime spaventose; — e poi l'aria soffiava umida, — investiva le membra un tepore quasi alito di febbre, — il sangue si rimescolava nelle vene a modo di metallo fuso.

Annalena chiude gli occhi e sempre più forte si appiglia ai fianchi di Vico, ma indi a poco il tenerli chiusi le incresce, e li riapre non già riposati, anzi maggiormente sconvolti dalle tristi visioni del suo pensiero.

E guardando la terra, le sembra che la via le fugga di sotto, mentr'ella crede di rimanersi ferma; — gli alberi le appaiono la schiatta deigiganti resuscitata che corre al giudizio finale; — l'agitarsi e lo stormire delle frondi un piegare dei capi loro e un susurrarsi parole misteriose di favella sconosciuta; — un suono di gemiti e di preghiere di trapassati ingombra quanto è vasta la campagna. Se atterrita volge lo sguardo al cielo, ecco ella contempla rovinare da un lato le nuvole e dal lato opposto precipitarsi la luna colla foga di cavalla selvatica per le lande della Lituania; — vede ruotare vorticoso il firmamento, sicchè teme l'ordine della natura consumato, le leggi dell'armonia sospese e la creazione prorompere nell'antico suo caos.

E Vico sentendo intorno ai fianchi una stretta convulsa le domanda:

«Lena, tu tremi?»

«Sì, ma di freddo.»

In questa medesima maniera è fama rispondesse Silvano Bailly al carnefice quando lo strascinava assiderato per le vie di Parigi al supplizio; — e forse Silvano Bailly, come il mio personaggio, non diceva il vero, imperciocchè l'anima che si consacrò intera al miglioramento degli uomini, se consideri gli schiavi liberati avere convertito le loro catene non già in ispada per difendersi contro i tiranni, sibbene in mannaia per percuotere i liberatori, ha paura, — ella trema dei destini della umanità, — e se può non tremare per sè, trema per Dio!

Venuti al sommo di una altura, lanciano lo sguardo nella sottoposta vallata e vedono facelle andare in volta di su e di giù, quasi lucciole vaganti alla campagna nelle notti di estate. Da prima Vico n'ebbe sospetto; — si fermarono tutti; — all'improvviso uscendo egli dalla meditazione,

«Avanti,» esclamò, «non v'ha pericolo... indovino l'avventura.»

Nè furono andati gran tratto di strada che sentirono i passi precipitosi di uomo che fugge, e poco dopo videro trapassarsi d'accanto un'ombra, e dietro alla lontana accorrere un altro che affannosamente gridava:

«Alla croce di Dio! misleale, marrano, fermati... se ti aggiungo, ti ammazzo come un cane... ahi! tristo ladro! — Arrestate il ladrone — Al ladro! al ladro!»

Quando fu presso a Vico, questi gli domandò:

«Che hai tu, villano?»

E il villano rispondeva:

«Oh! messer cavaliere... udite la mala azione che mi ha fatta Giomo di Lapo... Eravamo andati insieme a spogliare i morti... perchè in verità nei tempi che corrono non abbiamo altro mezzo da campare la vita... ed avevamo raccolto un buon fastello... un pesante fastello in verità; ed egli disse: Mariotto, portalo prima tu, e quando ti sentirai stanco, io ti rileverò; — ed io com'ei disse feci, e non credeva mi volesse ingannare, che uguanno a maggio gli battezzai un figliuolo; — e quando mi parve essere lasso lo chiamai: — Fratelmo, dammi aita, ch'io più non posso; — e il tristo rispose: Va pure innanzi un altro mille passi, che io allora prenderò il fastello e senza darti altro impacciolo porterò fino a casa: — ed io mi sforzai, finchè, rifinito di lena, fui per cadervi sotto. — Giomo allora, ch'è giovane ed aitante di persona, mi tolse il carico e, recatoselo prestamente in ispalla, cominciò a camminar forte e a dilungarsi da me; — alla prima svolta della strada con quanto aveva di forza nelle gambe si cacciò alla dirotta a fuggire», ed io vecchio e stanco ormai dispero raggiungerlo; — egli dimani ciberà sè e la famiglia... io, se torno a casa, vedrò morire di fame la mia... Oh! io non tornerò a casa... tanto anche qui vi è terra da seppellirmi!»

E piangendo lasciò cadersi in mezzo della via. Vico gli gittò un fiorino. Il villano, quando l'ebbe riconosciuto al tatto e al chiarore della luna in quel punto velata da nuvole meno dense, balzò in piedi e, senza rendere grazie, deposta a un tratto la vecchiezza, la stanchezza e il dolore, con alti scoppii di risa si dileguò per la campagna.

Proseguono la via, ed ecco un nuovo incontro; — due villani avviluppati insieme rotolavano sul fango; — alfine uno prevalse, e puntato un ginocchio sul petto dell'altro e forte stringendolo per la gola, gli diceva:

«La catenella dorata la voglio per me... me la darai?»

«Io la vidi primo, — dammela... o ti strangolo...»

E l'altro, quantunque dalle fauci compresse potesse appena articolare parola, ostinato nella rabbia della rapina, rispondeva:

«Io prima la presi... la voglio per me...»

«Dunque ti ammazzerò.»

«Ammazzerai tuo fratello? — E che dirai a nostro padre?»

«O scellerato!» grida Vico mettendo fuori la spada, «lascia il tuo fratello, o se' morto...»

La libidine di guadagno vinceva nel nuovo Caino la paura della morte; — sentiva il ferro penetrargli nelle carni e non abbandonava la gola del fratello: fu mestieri che Vico e il padre di Annalena scendessero e a forza gli separassero: — appena il fratello ebbe lasciato la gola del fratello, come se uscisse dal fascino gittatogli addosso dal demonio del fratricidio, si percosse la fronte e si allontanò traendo dolorosi guai:

«Ohimè! Qual confessore mi darà l'assoluzione di tanto misfatto? Ohimè! che se adesso io mi morissi, me ne anderei dannato. Tienti la roba, io non la voglio, — mi rammenterebbe il mio delitto.»

E l'altro, quasi non si accorgesse del pericolo da cui era scampato o non lo rammentasse, gli tenne dietro parlando:

«Avrai il tuo mezzo dei gabbani, delle spada, — di tutto avrai il mezzo; — ma la catenella la voglio intera per me che intendo donarla alla Ginevra mia... Che vuoi tu farne, fratello? tu non hai innamorata, nè mai ch'io sappia ti sei fidanzato con alcuna fanciulla della pieve...»

Alla fine i nostri personaggi si trovarono in parte che, per aver dato campo a mortalissimo scontro tra i soldati del Ferruccio e le bandeimperiali scorrenti pel paese, era piena di uccisi; le varie e tutte miserevoli attitudini di morte offendevano la vista; più offendeva l'odorato un fetore infame di corpi corrotti; — e non pertanto queste sensazioni erano di gran lunga superate dal turpe spettacolo della umana avidità.

I saccomanni, con gli occhi cupidamente intenti a trovare cosa che loro piacesse, senza pietà scorrevano sopra le sconcie ferite; le mani rapaci senza tremare si bruttavano di sangue e di marcia; — le ultime vesti toglievano, restavano i nudi corpi in disonesta mostra nel mezzo della via; e se s'imbattevano in alcuno che portasse anella o cerchietti di oro alle orecchie, se riusciva loro agevole di quinci rimuoverli, sì il facevano; — altrimenti le orecchie e le dita ornate del metallo prezioso tagliavano e dentro lo zaino riponevano — alle figliuole e mogli loro serbavano la cura di separare con comodo a casa le dita dagli anelli, le orecchie dai cerchietti.

E videro un corvo posato con gli artigli sui labbri di un morto pascersi avidamente degli occhi di lui; — di repente balzò fuori da un folto cespuglio un lupo, stese le branche sul cadavere e ne cacciò il corvo; il quale volando altrove manifestò coll'osceno gracchiare l'ira di trovarsi sturbato nel suo festino di putredine: — e il lupo ebbe appena bevuto un sorso di sangue, stracciato un brandello di carne, che ecco gli fu sopra l'uomo, il potentissimo tra gli animali di rapina; sicchè, mal sazio e ringhiando di furore, toccò al lupo sgombrare davanti all'uomo, come il corvo sgombrava davanti al lupo.

Questa avventura illuminata dal raggio sanguigno che tramandavano le lanterne portate dai villani, durò appena due minuti, ma lasciò in coloro che la videro tale impressione da non dimenticarsi nè anche quando poseranno il capo sul capezzale di pietra dentro al sepolcro.

Vico sciolse un lungo sospiro ed esclamò:

«Ecco la storia degli uomini che furono, sono, ed ahi! Dio voglia che non sia, di coloro che in futuro vivranno.»

Davano forte degli sproni nei cavalli per lasciare il luogo maledetto da tanta e siffatta manifestazione di umana tristizia; ma la fortuna parava loro davanti un nuovo scontro.

Le zampe del cavallo del vecchio percuotono sul petto di un giacente traverso il cammino; le ossa delle costole sotto il colpo sgretolarono, — l'aria violentemente compressa si sviluppa dalle viscere e manda suono come di sospiro: — fremerono tutti e scesero precipitosi di sella.

Con molta cura furono attorno al giacente, — e lo ponendo a sedere, se residuo alcuno gli fosse rimasto di vita investigarono; male però riuscivano nei tentativi loro, sepolti com'erano d'ogni intorno nel buio. Come volle fortuna, alcuni villani carichi di preda passavano quinci poco discosto portando lanterne, — li chiamarono e li pregarono per Dio volessero essere cortesi di aiuto a cotesto infelice.

... tentando liberare le mani e i lembi della veste dal bacio dei suoi servitori;...Cap. XXII, pag. 479.

... tentando liberare le mani e i lembi della veste dal bacio dei suoi servitori;...Cap. XXII, pag. 479.

E poichè l'uomo è creatura strana, sebbene nel richiamare quel nemico alla vita corressero rischio di consumare poi a sanarlo parte eforse tutta la preda, accorsero i villani alla voce di carità e lo sovvennero.

Appena però eransi curvati, si rialzarono atterriti da un urlo spaventevole che aveva gittato il vecchio, e nel punto medesimo lo videro protendersi ferocemente, avventare le mani intorno al collo di quel corpo, quasi intendesse strangolarlo; per certo il furore gli accecava l'intelletto, dacchè, scorto il giacente alcun poco al chiarore del lume, conobbe essere da gran tempo fatto cadavere.

Il vecchio muta all'improvviso consiglio; toccato appena il giacente, si rileva da terra e, scopertosi il capo, gli occhi affissando al firmamento favella in suono ispirato:

«Dove passò la vendetta di Dio che cosa mai aggiungerebbe la mano dell'uomo? — Io aspettai lunghi anni invano questa vendetta, e poichè non la vidi, ti rigettai dal mio seno, — ora che hai posto l'uccisore del figlio sotto la zampa del cavallo del padre, io tremo tutto davanti alla tua tremenda giustizia, o Signore!»

Tacque e dopo un silenzio non breve riprese:

«Costui, non che i più scellerati tra gli uomini, vinse in nequizia le più feroci tra le belve; però la sua iniquità non toglie l'obbligo a voi di mostrarvi pietosi, dacchè egli ebbe nascendo il segno della salute: — dategli pertanto sepoltura, ma non gli ponete memoria; — il suo nome rammenterebbe delitti che per decoro della umana natura è bene s'ignori che possano essere stati commessi: — non gli dite preghiera, ella andrebbe dispersa; comunque infinita la misericordia di Dio, i suoi misfatti la superano. — Patria di quell'anima era l'inferno.»

Si allontanò precipitoso; — i villani impauriti non osarono accostarsi e le fiere lo divorarono.

Il vecchio abbandonate le redini, si lasciava in balía del cavallo; avvertito di badare alla strada, non pareva intendesse; domandato a grande istanza più volte chi fosse colui del quale gli era occorso il cadavere e per quali casi a lui noto, non dà risposta: molti argomenti adoperati e tutti riesciti a vuoto, Annalena e Vico non cercano rimuoverlo dal suo pertinace silenzio.

Annalena, volgendo il discorso a Vico, incominciò:

«Vico, quando ti curvasti a soccorrere quel corpo che tanto par che abbia in odio il padre mio, ti cadde il piego dei Dieci...»

«Ben me ne accorsi, e me lo riposi nel seno», riprese Vico, tentando con la mano se vi fosse pur sempre.

«Ma tu non ti accorgesti che cadde sopra una piaga del morto e s'imbrattò di sangue...»

«Ti sei ingannata; per certo scambiasti il suggello rosso con una macchia di sangue.

«Io non isbaglio... guarda...»

Pur troppo la fanciulla aveva ragione; il piego era macchiato. Vico nel riporselo di nuovo sotto le vesti continuò:

«Non credo si rimarrà per questo di spiegarlo il signor commissario...»

«Lo spiegherà, io ne sono sicura.»

«E tu lo dici in suono di pianto? E di che temi?»

«Non so, Vico; — ma vedi, quel sangue mi arriva di sinistro augurio...»

«Da quando in qua gli uomini di guerra tolsero per sinistro presagio il sangue dei nemici?»

«Io odio la guerra... e quel sangue mi spaventa...»

«Consòlati; — per noi una spada tagliente val meglio di un buon presagio.»

«Ah! tu non sai quanto è duro il destino.»

«So che un re di Roma recise col rasoio una pietra.»

«Sì, ma l'avrebbe egli tagliata con gli occhi? L'uomo sopra il suo destino può, io dubito, quanto gli occhi possono per tagliare le pietre.»

«E allora che importa sgomentarci? libiamo, come costumavano gli antichi, agli dèi infernali e moriamo.»

«Significate al signor commissario che Vico Machiavelli giunto or ora da Fiorenza ha da consegnarli lettere degli magnifici signori Dieci di libertà e guerra», diceva Vico, smontato in Empoli al quartiere del Ferruccio, alla lancia spezzata che v'era posta di guardia.

«Non si può. Il commissario ha comandato che per cosa al mondo non si turbasse prima dell'Ave mariadel giorno.»

«Andate tuttavia; e se dorme, svegliatelo.»

«Ferruccio non dorme: — guardate quella grand'ombra sopra l'opposta muraglia, — è il signor commissario Ferruccio che passeggia su nella sala del primo piano.»

«Dunque avvisatelo.»

«Non si può; l'ordine non lo concede.»

«Almeno portategli o fategli portare questo piego.»

«Non si può; — l'ordine non lo concede.»

«Il diavolo riposi le tua ossa», mormora tra i denti Ludovico, e subito dopo riprese: «Ebbene, tostochè giunge l'Ave mariarecategli questi fogli: se mi vorrà, ditegli che sono al quartiere; se mal ne avviene, il mio debito è compito.»

E quinci si partiva sdegnoso; ma appena fu in lui un poco queto quel primo impeto d'ira, ripensando come il Ferruccio, avendo tolto l'arduo incarico di ripristinare l'onore della milizia italiana, doveva mostrarsi zelantissimo della disciplina, e il danno poco ed incerto che poteva derivare dal soverchio rigore non era da paragonarsi a gran pezza al danno immenso e sicuro che sarebbe nato dalla troppa rilassatezza, — concluse, siccome gli avveniva il più delle volte, di dar torto a sè, ragione al Ferruccio.

Si ridusse ai quartieri — apre la porta rimasta socchiusa, penetra nella stanza e vede Annalena e il padre di lei seduti davanti al focolaree così sprofondati nelle proprie meditazioni che non si accorsero della sua presenza, — presa pertanto una scranna, egli si pose dall'altro lato del focolare di faccia a Lena.

Lucantonio all'improvviso, senza muovere ad atto alcuno le membra, senza quasi agitare le labbra, come se la voce partisse da precordii di pietra, in suono roco parlò:

«Annalena..., voi cesserete d'ora in poi di chiamarmi padre... perchè... perchè voi non siete mia... figlia...»

La fanciulla, presaga di sventura, teneva l'animo apparecchiato alla rassegnazione, come colei che attende di sentire una condanna: ma le parole del vecchio superarono in dolore ogni sua aspettativa; prorompe in istrida angosciose e corre a gittargli smaniante le braccia al collo.

Lucatonio stette immobile alle carezze; le lacrime della bella sconsolata cadevano invano sopra di lui, come le stille della rugiada sopra i leoni di marmo posti nella loggia della piazza dei Signori; non l'accolse, non la respinse; si sentiva impietrito.

Passò forse mezza ora di tempo, a capo della quale Lucantonio, ma questa volta con voce tremula, che l'umanità tornava a soperchiare sul cuore del vecchio, riprende:

«E' mi era così dolce sentirmi chiamar padre...! e da te, Lena! — ed ora mi chiamerai Lucantonio senz'altro, — perchè non mi sei figlia.»

La passione gittò gli argini; scoppiò da' suoi occhi irrefrenato il pianto; strinse con impeto convulso tra le sue braccia Annalena, ed Annalena lui: pareva ambedue s'ingegnassero mantenere a forza di amore quanto avesse potuto perdere per natura il vincolo che da tanti anni gli univa.

«Ahimè!» riprese il vecchio ponendo una mano sopra la fronte alla fanciulla, «questo tuo capo innocente non seppe immaginare il male neppure all'insetto che ti pungeva, ed ora dovrà contenere il germe dell'odio ch'io vi semino dentro... Dio voglia che rimanga senza frutto! — D'ora in poi, quando camminerai tra i campi nel bel mese di maggio, i fiori non avranno più profumi per te, non più canto gli uccelli, non più sorriso la natura: — occuperà l'anima intera una tremenda contemplazione di misfatti; — i tuoi sogni verginali cesseranno, atroci fantasmi ti sveglieranno nella notte, e tu stenderai paurosa la mano sul guanciale, perchè nel sogno ti sarà apparso temperato di sangue: ascoltami, io ti racconto una storia funesta; tu la crederai appena, tanto ella è truce; — io la vidi con questi occhi, con questo cuore io la sentii, e forse non ti rendo con le parole la millesima parte del vero. — Tu nasci dei Tosinghi e sei di Prato; io nacqui in Casa di tuo padre; — a lui per fortuna sarei stato famiglio, ma l'amore ammendando i torti della fortuna ci volle fratelli, imperciocchè avendo egli ucciso nascendo la madre sua, noi bevemmo la vita dal medesimo seno, e le nostre braccia s'intrecciarono da pargoli sopra un medesimo collo. — Taccio le voglie e gli studi della infanzia: giungemmo aglianni della giovinezza; percorrendo il nostro cammino egli lasciò per la via il suo genitore, — io il padre e la madre; — a lui rimase la madre di suo padre, ma non per durare; a me nessuno; egli vinceva me negli studii, io vinceva lui nell'esercizio dell'armi: — entrambi però agli studii anteponevamo il diletto di vagare pei monti, d'inseguire le fiere, di lanciare il falcone per aria, e il mantenere cani e cavalli. — Un giorno, trafelati dopo lunga corsa, perduti di vista i famigli, rinvenimmo un luogo delizioso per l'ombra che vi facevano antichissimo pioppi, — l'erba folta invitava a ristorare il corpo stanco, — ci ponemmo a giacere; non alternammo parola; da tutto il corpo aspiravamo il misterioso diletto che muove dalla faccia lieta della natura: — all'improvviso ci percuote un canto, — un angelico canto che diceva versi di amore, — li quali noi riconoscemmo fattura di Dante; — ben mi ricordo che terminavano così:

E par che dalla sua labbia si muovaUno spirto soave e pien d'amoreChe va dicendo all'anima: Sospira[257].

E par che dalla sua labbia si muova

Uno spirto soave e pien d'amore

Che va dicendo all'anima: Sospira[257].

E cessato il canto, udimmo più distinto il fremito delle fronde, il mormorio delle acque vicine, sicchè ci parve ch'ei tenesse bordone a quelle rime: — nè io lo proposi a lui, nè egli a me, — eppure ci levammo entrambi e c'indirizzammo colà donde usciva la voce; l'intelletto pieno di libri latini, noi pensavamo incontrare una driade o qualche altra ninfa più gentile, — ma il cuore co' suoi palpiti m'assicurava avrei trovato una sorella di amore: un ventilare di veste bianca ci fece scorti della presenza della donna... poco oltre ce ne occorse un'altra; — una cantava e l'altra coglieva fiori sopra l'argine ombroso; — spigliate entrambe di persona, di piè leggiero, di gioventù splendide e di bellezza, — questa coglieva fiori e ne tesseva ghirlande! l'altra se ne incoronava così per vaghezza il capo, quasi a santificarle col tatto delle sue chiome, e poi le appendeva ai rami degli alberi: noi ci mostrammo così umili in vista che non ne presero sospetto e ci guardarono di tale uno sguardo che parve dirci: Noi vi aspettavamo. — Simili alla rosa nascosta nella valle che attende il raggio del sole per colorirsi e per ispandersi, ambedue attendevano uno sguardo di amore; — noi le guardammo, ed esse si fecero vermiglie. Per singolare accidente erano entrambe sorelle di latte, entrambe orfane, e così strettamente unite da amoroso legame che in nessuna delle due appariva sforzo per dimenticare da una parte i troppo superbi, dall'altra i troppo umili natali. Dicono nessun maggior dolore travagli l'uomo che quello di rammentarsi dei tempi felici nella miseria; — io però non conservo idea distinta del bene goduto... tanto peso di sciagura gravitò sopra il mio intelletto! — Io scorgo confuso traverso una caligine, — la mia animaha perduto perfino i piaceri della memoria. Taccio i dolci desiri; — io amai Selvaggia, tuo padre Tomaso madonna Ermellina; ci fidanzammo; — il giorno destinato alle nozze venne. Tomaso aveva da fanciullo avuto dimestichezza con Naldo Monaldeschi, gentiluomo del contado di Prato, dimestichezze che l'anima bisognosa di amare confonde con l'amore, e sovente non sono altro che infermità dello spirito; — costui abbandonò le case paterne, corse varii casi di fortuna, fu soldato e combattè, spada di ventura, ora per impero, ora per la Francia, nelle guerre di Napoli e di Lombardia. Rimasta la guerra, se ne tornò a casa con qualche danaro di meno, qualche anno di più e per aggiunta alcune ferite riportate sopra campi dove bene si poteva acquistare o morte o preda, ma gloria non mai. Tomaso, quasi questo tempo fosse scorso pieno di soavi cure e di esercizio di gentili discipline al compagno come a sè stesso, ricominciava l'antica comunanza di affetti, la fraterna intimità. Lo volle pertanto compagno agli sponsali, convitato al festino: — quando andammo a tôrre le spose a casa, Naldo era della comitiva; — egli non aveva mai veduto le donne: allorchè si apersero gli usci, e vestite di bianchi panni, inghirlandate di rose si presentarono alla nostra vista, Naldo le guardò, allibì e si accostò tremante alla parete, — sì forte il tremore lo assalse; io me ne accorsi e ne sentii orgoglio, comecchè non sapessi chi di loro fosse capace a recare siffatto turbamento nell'animo del soldato; ma, o movesse dalla mia o dalla donna del mio fratello, era per me la causa dell'orgoglio medesima. — Ci prostrammo agli altari, si compirono i riti: Naldo, come se fosse tramutato in uno dei santi di pietra che occupavano le nicchie, non faceva atto di seguitare la comitiva quando usciva di chiesa; — lo scotemmo per le vesti, — ei risensò e ci tenne dietro col capo chino, a passi lenti. Fu imbandita la mensa: quivi non mancarono voti di poeti che dovevano rimanersi inani ed augurii che riuscirono bugiardi. Quando una voce chiamò i convitati a propinare alla salute di madonna Ermellina, le labbra di Naldo non si mossero — la coppa gli stette colma davanti. Però da quel giorno in poi Naldo si prese usanza della nostra casa, sempre più si pose avanti nell'animo di Tomaso ed anche nel mio; imperciocchè sia l'amicizia un tesoro che per divisione non iscema, all'opposto dell'amore. In lui mi piaceva la saldezza del corpo, la faccia tinta dal sole delle battaglie, uno sfregio sopra la fronte tra ciglio e ciglio, e poi la comunanza dei diletti: — ma non andò guari tempo ch'io l'odiai, dacchè senza nessuna reverenza parlasse delle donne; le quali ci largiscono piaceri ed affetti che se durassero, potremmo esser contenti della terra senza più oltre desiderare il paradiso; — in ogni caso rispettate la donna, perchè vostra madre fu tale: — ancora, se narrava le geste passate, egli non toglieva argomento di onore dai colpi arditamente feriti, sibbene dalle insidie parate con sottile scaltrezza, dalla vittima improvvidamente caduta, dalla morte con animo tranquillo arrecata; e a caccia, quando il cervo rifinito si abbandonava in balia dei veltri, e il cavaliere pietoso allo strazio del nobile animalescende di sella e gli dà il colpo di grazia, egli invece si rimaneva immobile a cavallo contemplando le viscere di lui palpitanti sotto i denti dei cani. — Spesso lo smarrimmo per la foresta e lo trovammo tornato a casa... Insomma a che mi vado io dilungando? Egli aveva concepito ardentissimo amore per madonna Ermellina; se non che tanto lo tratteneva la virtù della castissima donna che ben si accorse sarebbe speso ogni consiglio invano di tentare apertamente l'onor suo; — sentendosi inetto a inspirare amore, ogni suo studio pose a seminare la discordia. In questa opera d'iniquità, i più tristi i migliori; — quindi egli riusciva anche troppo. — Era tuo padre superbo, tua madre timidissima; i cuori si gonfiavano, ma le labbra stavano mute; intanto la rifiniva l'angoscia — il verme rodeva il bel frutto, e da qual parte vi fosse penetrato non appariva. — Certa volta mi occorse una doviziosa catena appesa al collo della mia Selvaggia: lo domandai da cui le venisse e come; — mi disse avergliela donata messer Naldo, onde io le notai: Selvaggia, le catene di oro si adoperano a tenere schiava l'anima, come le catene di ferro a tenere schiavo il corpo; chi dono accetta padrone riceve; mal facesti a tôrla, ma dacchè l'hai presa, bada al fine. — Nè stette molto la mia povera Selvaggia che venne a me tutta tremante, dichiarandomi messere Naldo dopo molte parole e larghe promesse averle raccomandato l'amor suo presso madonna Ermellina; essere il suo amore divenuto furore; non vedere nè ascoltare più nulla; volerla sua ad ogni costo, viva o morta. — Deliberai meco stesso il giorno appresso, mentre erravamo pei boschi, dichiarare pianamente la bisogna a Tomaso e farlo scorto del pericolo che correva; ma il giorno dopo, così consigliando od ordinando Naldo, ci dirigemmo verso la foresta, dove occorreva certo ponte sopra un torrente copioso nell'inverno di acque, nelle altre stagioni arido e di letto orribilmente scabroso. Naldo prese a favellare meco e mi trattiene indietro, narrandomi alcuni fatti d'arme avvenuti tra gli Spagnuoli e i Francesi nel regno ai tempi del gran capitano Consalvo. Tomaso, come vaghezza lo consiglia, precede spronando a precipizio, — tocca il ponte, e il ponte sparisce sotto le zampe del cavallo: — tavole, pietre, cavallo e cavaliere vanno a rifascio sossopra. — Dio lo salvò; — il cavallo si ruppe tra i massi: Tomaso, in più lati ferito, ebbe salva la vita: — quando lo rinvenimmo vivo, Naldo si morse le labbra e ne fece scaturire il vivido sangue; io stetti per piantargli il pugnale nel cuore, ma subito dopo tanto amorosa sollecitudine ostentava, in così angosciosi lamenti irrompeva, ch'io bandii dalla mente il truce sospetto con la prestezza con la quale vi era comparso: — risanò e, appena ebbe alzato il fianco infermo dal letto, chiese di esser tratto nel giardino a respirare l'aria aperta; gli fu impedito quel giorno, pel seguente concesso: — venuto al barco del castello, volle dimorarvi anche dopo il tramonto per rinfrescarsi del vento vespertino; — cominciavano a non bene distinguersi le cose circostanti, quando ad un punto stesso udimmo lo scoppio di un archibuso ed il ronzio di una palla. A Tomaso fu portato via, senz'altra offesa, il tôccodi capo, e la palla oltrepassando sfiorò la pelle delle spalle di madonna Ermellina che in piedi al fianco dello sposo ne sorreggeva la testa; proruppe la donna in un grido e cadde con la faccia sul terreno. Naldo, tratto fuori di sè dall'ira soverchiante, mormorò tra i denti: Ahi! male accorto! — e cavando la spada si avventò dalla parte donde era mosso il colpo. — Io lo seguiva; uno scherano con le mani e co' piedi si affaticava arrampicarsi su pel muro che circondava il barco del castello; ei gli fu sopra e con ispaventevole soprammano dai reni lo passò al ventre, sfregiando con la punta della spada l'opposta parete; rovesciò supino lo scherano, e sollevati gli sguardi già pieni di morte vide il suo uccisore, lo riconobbe ed esclamò queste parole: Oh! come voi, messer Naldo?... Ma questi non gli diè tempo di continuare, — forte lo calcò di un piede sul petto, gli spinse dritta la spada verso la gola, e sopra appoggiandovisi con ambe le mani gli ruppe le fauci. Per quanto investigassimo, non giungemmo a scuoprire alcune traccie di delitto, — solo trovammo sul morto copia di monete, prezzo certamente del sangue. I miei sospetti si accrescevano, ma ormai non mi si offriva più comodo di restringermi a parlamento con Tomaso. Naldo gli aveva atterrita la mente: — forse i suoi nemici, forse, e con più verosimiglianza, i parenti gl'insidiavano la vita; non volergli mancare in tanto estremo non consentire ad abbandonarlo, ed altre siffatte novelle pretestando, fermò sua stanza al castello. Adesso si attacca a Tomaso come un rimorso, non gli lascia ora senza paura, gli empie le notti di angoscia; la stessa sposa Tomaso riceve sospettando, — accumula arme di ogni maniera nella sua stanza, raddoppia la spessezza dei muri, munisce di ferro le porte, prende a custode degli agitati suoi sonni un molosso delle Alpi. I servi la più parte accommiata, i ponti levatoi alzati; i cavalli percuotono invano le selci delle scuderie; i cani stanno pigramente distesi a canto del focolare. — La fortuna ordinò che, recandosi certo giorno per mie bisogne da Tomaso, il suo cane, sia che lo spingesse maligna natura o non mi ravvisasse, mi si avventa alla persona per mordermi: io tento placarlo, egli vie più s'inferocisce; allora consigliato dalla tutela di me gli sferro tale un pugno nel capo che lo mando a rotolarsi per terra: Tomaso, di cui era infermo l'intelletto, arde di sdegno, abbranca una mazza d'arme e me la lancia contro; beato me, ch'ebbi agile il fianco per ischivarmi, e l'ira gli faceva tremare le mano! la mazza dette in pieno nella porta e vi si fermò confitta. — Rimasi immobile, smarrii la vista e vacillai un istante: subito dopo rinvenuto esclamai: O Tomaso, vi sono io diventato tale che la mia posponiate alla vita di un cane? — Tu sei un cane..., tu m'insidii la vita... — E tra il fascio dell'arme afferrata una spada, si avventò contro di me; io pure trassi fuori la mia... ma Annalena, ti giuro per il tuo amore che mi è sì caro, non averla tratta ad offesa del padre tuo, soltanto a tutela di me: — a qual miserevole fine sarebbe riuscito cotesto caso non saprei dirti, se Naldo e madonna Ermellina sopraggiunti non lo trattenevano. — Io gittai il ferro e fuggii via. Giungoansando nelle mie stanze e, fatto rifascio di quanto mi cade tra mano, esco dal castello del tutto compreso da terrore: — corso ch'ebbi grande spazio di via, la coscienza prese a domandarmi: E dove vai? Dove lasciasti Selvaggia? Come vivrai senza il tuo Tomaso? — Gittai il fastello, mi vi posi a sedere e vôlto dalla parte del maniere cominciai a vagheggiarlo, come donna innamorata; mi si sciolse il furore, e copertami la faccia con le mani piansi; — poi mi alzai e ripresi la via del castello: — qui giunto, rimisi con diligenza le cose donde le tolsi, e mi accorsi allora nella mia preoccupazione non aver badato come la più parte fossero vesti ed arnesi donneschi. — Correva l'ora nella quale secondo il costume scendeva a invigilare la profenda dei cavalli: — andai alle scuderie e attesi al governo degli animali con maggiore cura del solito. Mentre uscito dalle scuderie mi volgo a chiuderne le porte, ecco mi sento percuotere leggermente sopra una spalla: — era Naldo. Costui veniva a invelenirmi la piaga; io lo ascoltai e ormai pacato finsi assentire ai suoi detti; — che più? — Il tristo mi propone mescere nel vino di Tomaso un liquore che mi darà vendetta piena e non sospettata; tale, insomma, da bastare a qualsivoglia offesa, comunque atrocissima. Presi la caraffa e subito dopo, mutata voce a sembiante: Ahi perfido e misleale uomo! voi cristiano battezzato non abborrite dal consigliare un delitto che menerebbe alla eterna perdizione l'anime nostre? Io da gran tempo studio le vostre storte vie, e poichè la paura dell'inferno non vi rattiene, forza è che vi trattenga una scure sul capo. — Egli poi non mutò sembiante, ma, forte com'era della persona, mi venne addosso, mi abbracciò e, côlto il destro, mi tolse la caraffa di mano esclamando: Io m'infingeva: tu sei il migliore uomo che io mi abbia conosciuto; oh raro esempio di virtù vera! — ed altre siffatte parole aggiungendo, ruppe la caraffa sul selciato. — Così come l'acqua contenuta nella caraffa si disperde, egli soggiunse, si disperda ancora la memoria del fatto, o si rammenti soltanto per celebrare la virtù del servo fedele. Lucantonio, nei detti acerbi contro di me profferiti ebbi dimostrazione dell'animo tuo: — se altri tu ne avessi adoperati, a quest'ora io ti odierei; io primo narrerò a Tomaso la tua magnanimità! — E mi lasciava.

«M'ingannassi nel mio sospetto! — Guardai il selciato e vidi l'acqua innocente aver corroso la pietra; — mi feci cuore e mossi ratto alle stanze di Tomaso; mi negarono l'entrata; pregai ed anche minacciai, ma non riuscii nell'intento. — In questa scendeva la notte, ed io, pieno di rabbia, improvvido di consiglio, contemplando il male nè lo potendo prevenire, mi caccio tra gli alberi del barco del castello: immemore di me calcava e ricalcava le medesime vie, quando mi accorgo di uno stormire di fronde; mi soffermo e al tempo stesso sento percuotermi a tergo e stracciarmi violentemente e vesti e il giustacore di bufalo, — Spicco un salto, volto la faccia, e l'omicida è già lontano. Quantunque l'ombre fossero già alte, io ravvisai nel fuggente lo scudiere di Naldo. O casa dei Tosinghi a quale estremo ridotta! Il pugnale mi era rimasto fittonel corame; ne lo trassi fuori, e al primo lume conobbi essere quel desso che Naldo portava sempre alla cintura, quel desso ch'egli soventi volte mi diceva aver avuto a gran prezzo da un mercatante saracino perchè maravigliosamente attossicato. — Deliberai di farmi a trovarlo e mi avviai al maniere; uomini sconosciuti vi stanno a guardia, — il passo precluso alla maggior parte dei vari appartamenti, — quelli di Naldo e di Tomaso sopra tutti vietati; — era per disperarmi. All'improvviso si apre fragorosa una porta, e n'esce Naldo, com'uomo cui prema altissima cura; udendo rumore, alza il torchio e mi ravvisa, — prorompe in un grido di meraviglia, e quindi, ostentando sicurezza, Lucantonio, comincia, voi qui? — Io qui; vi sorprende per avventura, messere? Io vengo a riportarvi cosa che avete smarrita. — Smarrita io? — Sì bene voi: ecco il vostro pugnale. — Pugnale! Non riconosco cotesto pugnale... e si tirava indietro per sospetto. — Colpa della poca luce: egli è il vostro famoso pugnale avvelenato; il pugnale che porta sul pomo la vostra arme di cesello... — Gran mercè dunque... e dove lo trovaste mai? — Fitto nel mio giustacuore, mentre tentava addentrarsi nelle viscere...; però ve lo riporto. Quando voi, messere Naldo, troverete il mio, non me lo riporterete, perchè vi starà fitto nel cuore: — e mi salvai, essendo egli armato di tutte armi, ed io in giustacuore di bufalo. — M'ingegno penetrare nelle stanze di Tomaso; mi vengono meno gli scaltrimenti e l'ardire, — trovo, dovunque mi volga, gente nuova e di sinistre sembianze; — si preparava il misfatto. Un buon consiglio mi venne dal cielo: — la notte aveva consumato la metà del suo corso; — scendo nel parco e cauto mi porto sotto le finestre di Tomaso. Infelice! Il sonno non iscende più sopra le sue palpebre, un'ombra nera traversa la finestra rischiarata dalla lampada interna, — la notte gli accresce i terrori. Allora io presi a cantare la canzone che udimmo nel tempo felice dai labbri di madonna Ermellina, quando prima la incontrammo sull'argine fiorito: l'ombra non comparve più, ristette il mio signore pensoso e, come mi narrò in seguito l'unico scudiere che gli avevano lasciato attorno della sua buona famiglia, e dopo avere lunga pezza porto ascolto, domandò: Ella è questa la voce di Lucantonio? — Mai sì, messere. — Mi avevano pur detto ch'egli si fosse allontanato! Va' e caccialo via. — E siccome lo scudiere non si moveva: Guai! continuò Tomaso percuotendosi la fronte, guai al signore di cui il famiglio vergogna obbedire quei comandi ch'ei non vergogna trasmettere! — E poi mutato animo, Va', ordinò allo scudiere, e digli apparecchi il mio cavallo; — mi accompagnerà a Fiorenza, dove mi chiamano a render ragione di accusa di fellonia. — Che rete infame si fosse questa non comprendeva; — di madonna Ermellina non udiva novella, di Selvaggia nemmeno; apparecchiai i cavalli e mi posi ad aspettare sopra la soglia del maniere — Silenzio e tenebre: — un'ora prima del giorno, porgendo attentissimo l'orecchio, ascolto rumore di pedate; — si accostano; — si aprono le porte, e vedo comparire Tomaso squallido, gli occhi spenti entro un cerchio colore di piombo che assai gli scendeva sopra le guance; — loséguita il fido scudiere, da un lato ha Naldo che sembra dargli conforto, e dietro sei uomini d'arme a me del tutto nuovi. Giunto sul limitare, afferra con la manca le redini e i crini del collo del destriero, e la diritta porgendo al perfido amico, favella: Naldo, io temo che noi non ci rivedremo più; nelle cause di stato la innocenza non giova, imperciocchè non puniscano il fatto, sibbene la potenza di commetterlo, e gli stati deboli conoscemmo sopra gli altri crudeli. Avrei potuto fuggire, ma non si porta mica la patria sotto le suola delle scarpe, e a me aggrada assai meglio restarmi in patria tradito e sepolto che ramingare vivo presso popoli stranieri; abbi in custodia il mio castello, fa buona guardia a madonna..., t'ingegna celarle, quanto più puoi, il mio fato; e se i casi mi volgono siccome prevedo..., ramméntati la promessa, e addio. — Messere Tomaso! allora io proruppi di forza e tentai significargli la frode; ma Naldo, avventatomi negli occhi un suo sguardo pieno di ferocia, mi strinse la gola e sorridendo rispose: Tomaso, fatevi animo, il cuore mi dice che presto ritornerete; il vostro castello sarà ben guardato dai vostri nemici, — io vi ho messo gente che a un cenno mio si lascerebbero andare giù dai torrioni... parate a tutto, — e qui guardandomi di nuovo: — assolutamente a tutto; avrà la vostra donna leale custodia e i conforti dell'amicizia; andate presto per ritornare più pronto. — Tomaso crolla il capo in segno d'incredulità, scioglie un sospiro, solleva lo sguardo al maniere, e saltato in sella, caccia via il cavallo alla dirotta. Io mi era taciuto per timore di lui, vedendo come fosse in potestà di Naldo convertire in opera di sangue l'opera di frode, però sul punto di allontanarmi non potei contenermi dal dirgli: Naldo, badatevi; Iddio non paga il sabato. — Ed egli a me irridendo: Il diavolo è molto miglior pagatore, — ei paga in tempo debito. — Spronai il mio destriero per raggiungere Tomaso. Provveduto di più poderoso cavallo, egli mi precedeva di non poco cammino; — lo chiamo, non mi ode o non mi porge ascolto; — urlo, percuoto, mi affatico tanto che alla fine gli sono vicino: allora, tra per l'affanno della lunga corsa e per la passione che forte mi agitava, presi a parlare parole confuse a guisa di forsennato. — Tomaso temè avessi perduto lo intelletto; io quanto più m'infiammava, tanto meno riusciva a farmi comprendere; certo si perdeva un tempo oltremodo prezioso, ma, per concludere qualche cosa, era mestieri di esporre partitamente i miei sospetti a Tomaso; lo feci; dapprima egli m'interrompeva, non consentiva udire muovere dubbio sopra la fede di Naldo; poi gli parve il cumulo delle prove tanto grave che stette a intendermi pensoso; all'improvviso esclama: Ahi! tristo servo, perchè non mi hai avvisato? — Oh Dio! risposi, — quando ebbi piccola prova, non ardiva parlarvi perchè voi non mi avreste creduto; — quando invece ebbi prove anche troppe, trovai preclusa ogni via per giungere a voi. — Ma Selvaggia? — Io non so più che cosa sia divenuto di lei. — O perfido, ora conosco la cagione per cui con diversi argomenti ti sei ingegnato a tenermi lontano da madonna Ermellina... Lucantonio, diamo volta... e accorriamo... — A farci ammazzare comescomunicati neh? Non vi movete di qui, che io corro per provvedere al vostro bisogno.

«Eravamo prossimi alla casa di persona devota; la destai, in brevi parole le esposi quanto avesse a fare; — i suoi molti figliuoli giovarono; — sparsi di qua e di là per la campagna, adunarono in poco tempo buona quantità di villani; — avevano tutti chi archibuso, chi spada, che le guerre degli stranieri hanno fatto simili arnesi comuni nelle più riposte terre d'Italia. In questo modo armati, c'incamminammo cautamente alla volta del castello; — chiuse le porte principali, i ponti levatoi alzati, — nel circuirlo occorremmo alla postierla di tramontana; — quivi fuori varii scudieri tenevano allestiti alcuni cavalli, — apparecchio di prontissima fuga. Agevol cosa sorprenderli; — ordinammo loro tacessero, pena la vita. Passammo oltre e giungemmo alla sala terrena del maniero; una voce di donna ci percuote; — era Selvaggia che, svelta a forza dalla sua diletta signora, plorava sconsolata e Dio chiamava e gli uomini in soccorso della male arrivata donna. Feci atto di muovermi a cotesta volta, e meco coloro che io aveva condotto. Tomaso si stava, — non ardiva manifestarmi il suo concetto; — io lo compresi e, mutato animo, gli strinsi la mano; — i miei affissi negli occhi di lui e mormorai: Confortatevi, a me penserò dopo; ed egli, lo sguardo e le parole considerasse come il sacrifizio più grave di cui potessi dargli prova, o come rimprovero della passata ingiustizia, diventò rosso e mi tenne dietro coprendosi il volto. Madonna Ermellina erasi ricoverata nella stanza di Tomaso: colà, stretta una spada, come meglio poteva si aiutava. Noi giungemmo allorchè Naldo, smesse le dolci parole, le manifestazioni dell'osceno suo amore e le preghiere, riassumeva l'impeto della feroce natura. Alle minaccie mesceva giuramenti da subbissare il castello; — ormai, diceva, avere aspettato anche troppo; pericoloso l'indugio; lo seguisse per amore, altrimenti lo avrebbe seguito per forza; fin qui essersi astenuto dal sangue; comincerebbe adesso e al sangue aggiungerebbe l'incendio. In chi fidare costei? Il marito lontano, la casa piena di suoi fedeli; temesse che il suo amore ad un tratto per tanta repugnanza non si convertisse in odio... e, — Vieni, accostandosele aggiungeva, vieni; Naldo vale quel tuo stolto Tomaso. — La donna schivandolo rifuggiva nell'angolo opposto della stanza e lo rampognava: — Vorreste voi usarmi violenza? e non temete? — E di che ho a temere io? Nessuno qui può trattenermi. — E Dio? — Egli è troppo buon compagno per impedirmi nelle mie bisogne. — Madonna Ermellina allontanandosi da colui passava traverso la porta dietro la quale noi dimoravamo; Naldo la incalzava ardentissimo. Tomaso si pone improvviso tra la sua donna e lui. Naldo, come percosso sui capo, impallidì, vacillò, gli occhi declinò a terra, poi gli rilevò pieni della malignità dei serpente; ma avendo veduto la stanza ingombra di villani con l'arme, si conobbe spacciato. Tomaso con voce solenne gli disse: Naldo, fate che gli occhi vostri mai più s'incontrino su questa terra co' miei... potete partire. — Mentr'egli si allontanava con l'inferno nell'anima,io lievemente percotendogli la spalla gli susurrai nell'orecchie: Dio non paga il sabato; — ed egli a me: Mal ride chi ultimo non ride, ed io vivo pur sempre. — Di lui non udimmo più novella; — tornò il corso della nostra vita lieto, e se alcuna volta rammentammo i sofferti travagli, ciò fu per meglio rallegrarci delle gioie del tempo presente. Nel bel mese di maggio, quando il prato è verde e l'aria serena, giova rammentare le brume dell'inverno e la tempesta. I servi accommiatati ripresero gli antichi uffici, suonarono di nuovo le volte del castello di canti; giullari e menestrelli lodarono la cortesia del cavaliere e la beltà della dama. Finalmente per colmo di esultanza fu la nostra vita coronata di figliuoli; — voi, Annalena, con altra fanciulla e due giovanetti, formaste l'orgoglio di vostra madre... io... ahimè! ebbi un figlio... Beato me, se non lo avessi avuto mai!»

Il vecchio si tacque, come spossato dall'amarezza della memoria, quindi, ripresa lena, continuò:

«Correva l'anno 1512; — la fortuna di Francia dopo la battaglia di Ravenna scadde in Italia. — Cesare nemico a Fiorenza, perchè amica di Francia; papa Giulio avverso anch'egli alla patria nostra pel concilio di Pisa; — i Fiorentini poveri di armi, di valore e di consiglio. Giovanni cardinale de' Medici, che poi fu papa Lione, scampato come per miracolo di mano ai Francesi, incita Raimondo di Cardona, vicerè di Napoli, ai danni della patria sua: di presente gli pagava buona somma di danaro, assai maggiore gliene prometteva, conquistato il paese, perchè i Medici furono sempre generosi ladroni. L'esercito spagnuolo, superati i monti del Mugello, allaga il piano. Tomaso, devoto alla Repubblica di Fiorenza, provvede il castello di ogni cosa al combattere necessaria e si rimette in arbitrio della fortuna. Noi vedemmo dall'alto dei muri l'oste nemica e non la tememmo, perchè, manchevole di artiglieria, non avendo in tutto l'esercito che due soli cannoni, poco danno poteva apportarci; inoltre difettava di vettovaglia; — la gente del contado non lasciava occasione di tribolarla con la guerra alla spicciolata. Tentarono i soldati spagnuoli una volta l'assalto, ma, quantunque valorosamente si comportassero, furono respinti: — presto speravamo ci liberasse il flagello. Tomaso, percosso di palla d'archibuso, non potè certo giorno vigilare alle ronde consuete: finchè le gambe mi ressero, mi aggirai io sopra le mura. A notte inoltrata mi raccomando alle guardie stessero all'erta: poi me ne andai a riposare qualche ora al maniero. Mi svegliano furiosissimi colpi: confuso dal sonno, sicuro del presente pericolo, pensando fosse al di fuori sopraggiunta cosa che domandasse nuovi provvedimenti, apro le porte... Ahi vista!... Tra il chiarore di torcie bituminose, circondato da una mano di nemici, io riconosco Naldo. Appena ebbi tempo di gettare un grido; fui stramazzato al suolo, strette le mani, chiusa la bocca. Il notaio del castello, Francesco da Puglia, ci aveva traditi[258]. — Si empie il maniero di singultie di aneliti, la infame strage incomincia; — da ogni parte sangue. Tomaso, la consorte, i figli, Selvaggia mia, a forza erano tratti nella sala dov'io mi giaceva legato. Qui, Naldo propone a Tomaso che se la moglie e i figli di sua mano trucidasse, gli salverebbe la vita. Tomaso assente, e gli dànno una spada. Le mie viscere fremevano: egli guarda prima Naldo con occhi pieni di morte, — ma vedendolo cinto di armatura di ferro, circondato da troppi scherani, all'improvviso volta la spada contro il suo petto e cade morto ai piedi dei figli. Il mio cuore riprese i suoi palpiti; un grido d'imprecazione si levò dalla bocca delle vittime contro l'empio assassinio: egli pensando che, quelle voci tacendo, tacerebbe eziandio la sua coscienza, ordinava trucidassersi. Si avventarono iniqui contra a quei corpi delicati, nei seni, nelle gole immersero i ferri, — e quelle misere creature non si difendevano, — non imprecavano, — invocavano solo il nome santissimo di Dio. Alla rabbia degli uomini si aggiungeva la rabbia del cielo; — cadeva la pioggia a torrenti, — l'uragano rovesciò edifizii, schiantò alberi, — un fulmine rovinò la cappella e, rotta la lapida di un'arca antichissima murata su la parete, sparse per la terra le ossa degli antenati della famiglia. Era il mio voto a Dio distruggitore perchè sobbissasse gli uomini e la terra che gli sostiene. — Mi si accosta Naldo e, toccatami la spalla, vi lascia la impronta delle dita sanguinose: — Mal ride, egli esclama, chi l'ultimo non ride. — Per suo comando mi levano da terra; nulla curato il furore degli elementi, mi traggono nel barco e mi legano ad un albero; — io non proferiva parola. Giunto a cotesto estremo, abborriva la vita, ed anche con isperanza di salvarla non avrei fatto mostra alcuna di viltà; e poi tra tante immagini di morte non essendomi comparso davanti il figliuol mio, consolazione ineffabile in quella ultima ora erami il pensare che, non trovato da quei feroci, vivesse... Un vortice di fiamme scaturisce dalle più alte finestre del maniero, — al chiarore dell'incendio della mia casa vedo il mio figliuolo legato... in mano dei feroci ancora esso: ogni mio proponimento venne meno; supplicai... mi avvilii... e, oh Dio! con qual frutto? Ah! io non posso dirlo... questa memoria mi abbrucia il cervello... No... dolore non fu mai pari al mio su questa terra di maledizione... ahimè!..., ahimè!»

Povero Lucantonio! doveva bene angustiarti tormentosa la memoria del caso; imperciocchè dopo diciasette anni ti agitava una smania convulsa, e fremevi e battevi i denti e percotevi dei piedi la terra, sicchè poco più avresti fatto, se in quel punto ti avessero lacerato le membra con le più crudeli torture. Poi lo sovvenne il conforto estremo della sventura, il pianto. Annalena e Vico piangevano anch'essi.


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