Chapter 38

«Muori!» urlò pieno di tremenda esultanza il Bandino,...Cap. XXII, pag. 499.

«Muori!» urlò pieno di tremenda esultanza il Bandino,...Cap. XXII, pag. 499.

«Udite... se mai fu strazio più osceno di questo... venitemi a canto... abbracciatemi... imperciocchè senta che l'animo non mi basterebbe al nefando racconto, se l'amore... se l'aspetto vostro non mi sostenessero.. Venitemi appresso... più presso al cuore... non mi lasciate... io finisco. — Me lo appiccarono... Geri... il mio bel figliuolo... l'unico mio figliuolo... che tanto rassomigliava Selvaggia... me lo appiccarono ai rami dell'alberosul mio capo... me lo appiccarono... e mi lasciarono; — e per tutta la notte m'intronò lo sghignazzare di Naldo e la sua voce che ripeteva: Mal ride chi ultimo non ride. — I piedi del giovanetto agitati dal vento mi scompigliavano i capelli; — una lastra di ferro rovente offende meno. Sforzo con tremendo conato i lacci che mi legano all'albero, — i miei polsi rimangono più dolorosamente stretti che mai, la corda cede tanto ch'io posso levarmi su la punta dei piedi... il corpo di Geri non oscilla più... i piedi del figlio riposano sopra il capo del padre! — Geri..., se sei vivo, rispondimi per amore di Dio... Geri, aiùtati con le mani... allárgati il capestro... Geri, rispondimi... — E Geri non rispondeva. Chi potrà dirvi tutte le parole ch'io proferii, — con quanti cari nomi io lo chiamai? Chi lo spasimo durato allorchè, i piedi rifiutando sostenermi in cotesta sconcia positura, mi era forza riposarli a terra; e allora io non sentendo più il corpo del figliuolo sfiorarmi, dondolando, i capelli, temeva che quel momento di sostegno cessato avrebbe potuto cagionargli la morte? Chi la lunga contesa, il disperato dolore e l'esitanza?... Rifinito di forze, mi abbandonarono gli spiriti; misericordia di Dio fu sospendermi in quel punto la vita, maggior pietà sarebbe stata tôrmela affatto. — Quando gli occhi miei tristi si riapersero alla luce, mi trovai sciolto, — molti miei conoscenti mi stavano attorno contristati; — il capo, i piedi e le mani acerbamente mi dolevano, tentai levarmi e non potei; mi posi a sedere, e gli occhi drizzai all'albero maledetto; io non vedeva bene. — O voi pietosi, io cominciai, che mi circondate, ditemi per pietà, se mio figlio pende tuttavia dall'albero! Lo avete salvato? — Mi risposero singhiozzando, e poi uno di loro riprese: Lo abbiamo sepolto accanto a voi. — Piegai la faccia, e al lato destro mi occorse una fossa coperta di piote recenti. Il delirio mi vinse, e mi atteggiai come il cane quando raspa per iscavare. — Ah! prima che la terra me lo ricuopra per sempre, ch'io lo rivegga anche una volta. — Mi levarono per le braccia onde allontanarmi dalla vista di tanta miseria. Giungemmo presso al castello; la pioggia aveva spento l'incendio, la parte superiore rovinata, la inferiore illesa: io non so come mi tornarono le forze; mi liberai da coloro che mi tenevano, e corsi alla volta della casa... penetrai nella sala... deh! mi sia concesso non ricordarvi la strage nefanda: così potesse non rammentarla l'anima mia!... Selvaggia mia, se il cuore non mi ti avesse indicata, non avrebbero saputo ravvisarti i miei occhi... come orribilmente ti avevano lacera la gola, con quante ferite guasto il castissimo corpo!... Mi prostrai... la faccia posai sul pavimento, e dai precordii sospinsi una molto terribile bestemmia, però che maledissi colui che, avendo dei fulmini pei giusti, sembrava impassibile agli scellerati. Per Dio! odo il mio nome susurrato da una voce che sorge dalla terra: — vivesse Selvaggia? La sua gola non fosse insanabilmente lacerata? — Levai la faccia... ahi dolore! pur troppo la testa appena giunta le stava al busto per la pelle della nuca... ella era morta... irrevocabilmente morta! — Caddi di nuovo, e il mio nome da capo susurratomi percuote le orecchie... temei fosse un errore della fantasia commossa, — e non mi levai finchè una terza chiamata mi assicurò che io non m'ingannava: la voce si partiva dal cumulo dei cadaveri della famiglia del povero Tomaso: vinsi il ribrezzo e mi detti a frugare con cupide mani tra quella massa di carne sanguinosa... Tranne uno spregio sopra la spalla, tu eri rimasta illesa... la tua genitrice una volta ti porse la vita col latte del suo seno medesimo... ella riparò le tue ferite, ella ti coprì col corpo; comunque morta, ti aveva difesa, e tu cauta per istinto ti eri taciuta finchè non ti comparve davanti una faccia amica... Sventurata, e pure non del tutto misera, madonna Ermellina, se morendo potesti salvare i giorni della tua pargola... mentre io infelicissimo padre... oh!»

La fiamma del focolare all'improvviso cessa, e dalle legna vermiglie si leva una colonna larga, bianchissima: nel tempo medesimo un gran colpo fu bussato alla porta.

Vico, Annalena e Lucantonio si strinsero in un solo abbracciamento e proruppero in grido doloroso.

Passata la prima impressione del terrore, Lucantonio asciugandosi la fronte col dorso della mano, mormorò:

«Ah! mi era parso vedere l'anima del mio figliuolo.»

Annalena giunse le mani e alzandole al cielo diceva:

«O Signore, io sperava tu mi avessi conceduto la vista della mia genitrice.»

E Lucantonio riprese:

«I luoghi che prima amai m'increbbero: raccolto quanto meglio potei dal naufragio della nostra fortuna, mi ridussi ad abitare su quel di Fiorenza: a te costumi diedi convenienti alla nuova condizione; tacqui i natali e le sventure per non ti contristare la bella giovinezza: due amori suscitai nel tuo seno, quello della patria primo, poi quello di me; non perchè lo meritassi, ma perchè ne aveva immenso, irresistibile bisogno... Adesso in te se ne leva un altro il quale per certo non ispegnerà gli altri due... Se ciò avvenisse... sento che la tazza del dolore non si vuota mai. Di Naldo che avvenne? Voi lo avete veduto, or non è guari, cadavere miserabile sotto le zampe del mio cavallo.»

I giovani stavano per consolarlo, quando furono trattenuti da un secondo colpo più fortemente bussato.


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