CAPITOLO VENTESIMOQUINTOVOLTERRA

Tanto fischiar di strali,Brillar di brandi ignudi,Colpi così mortali,Urto sì fier di scudi,Sangue non fu mai tanto,Nè più letizia e pianto.Arminio,tragedia.

Tanto fischiar di strali,Brillar di brandi ignudi,Colpi così mortali,Urto sì fier di scudi,Sangue non fu mai tanto,Nè più letizia e pianto.Arminio,tragedia.

Tanto fischiar di strali,

Brillar di brandi ignudi,

Colpi così mortali,

Urto sì fier di scudi,

Sangue non fu mai tanto,

Nè più letizia e pianto.

Arminio,tragedia.

Era Francesco Ferruccio. Egli s'inoltrò con passi gravi, e in sembiante severo; ma quando vide la fanciulla atteggiata di dolore, quasi statuetta che un bel pensiero di artista abbia posto sul sepolcro di un primogenito o di sposa nuovamente divelta dalle braccia — forse dal cuore — dell'amato consorte quando dal volto di Vico e di Lucantonio conobbe l'angoscia esser passata colà, di severo divenne mesto ed appoggiò il gomito destro sul pomo dello spadone, sopra la mano la faccia.

E dopo alcun tratto di tempo incominciò:

«Ludovico, io sono venuto a dirvi addio. Prima che nasca il sole, mi è forza partire in servizio della Repubblica per impresa piena di pericolo e di gloria. I giorni dell'uomo sono uguali ai passi del viandante, — i giorni del soldato trovano appena paragone nei passi del cavallo che fugge.»

Ludovico alzò gli occhi attonito e rispose:

«Perchè rimango io?»

«Per ordine dei signori Dieci consegnerò la terra al nuovo commissario Andrea Giugni... Costui conobbi sempre studioso della licenza, la quale, finchè non trovi luogo a dimostrarsi nel suo brutto sembiante intera, assai sovente si scambia con la libertà, — uomo di corrucci e di sangue, non di quell'animo fermo che i gravi casi della patria domandano, — di costumi corrotto e superbo, — ogni bene riposto nei grossolani diletti della vita. La impresa a cui mi prepongono i Dieci gioverà assai alla salute di Fiorenza, perchè, vincendola, come, da Dio sovvenuto, confido, ridurrà alla sua devozione una città ribelle, e il suo credito scaduto verrà a rinverdire; in ogni caso, scemerà forza all'esercito, perchè Orange manderà gente a tentare di ricuperarla. Però il danno non compenserebbe il vantaggio perdendo Empoli: finchè conserviamo questa terra, non sarà mai spacciata la patria; la campagna ci è aperta fina a Pisa, — comodissima ci sovviene la facilità di provvedere gli assediati; — insomma il Palladio di Fiorenza si conserva qui dentro. Or dunque voi comprendete di quanta importanza mi sia lasciarvi persona sicura che vigili attentissima tutti i casi che possono accadere alla giornata e me ne ragguagli con diligenza.»

«Ma», riprese esitando Ludovico, «la promessa che voi faceste al padre mio moribondo mi suona diversa; o non prometteste voi ch'io vi sarei morto al fianco per la patria combattendo?»

«Vico, io non muto mai; ma dite: — voi da quel tempo in poi nulla vi sentite mutato? Allo amore di patria non si mescolò per avventura un altro amore? Vostro malgrado, non si levò nel cuor vostro un istinto di conservazione per la vostra vita dacchè un'altra vita vi preme molto più della vostra? È santo il vostro affetto, ed io lo approvo; pure sarebbe stato meglio che vi avesse acceso in altra stagione. Ma i fati reggono gli eventi; io poi non domando mai cose superiori alla umana natura; — male, penso, si lascia il fianco della sposa per affaticarsi quotidianamente al raggio del sole in battaglia.»

«Amaste voi mai?» una voce soave interrogò il Ferruccio, e si partiva dalla fanciulla.

«Io? — Amai mio fratello Simone, valente spada e fidato consiglio; — amai l'uno e l'altro mio genitore, ed amo le mie due sorelle, che, rimaste a casa, certo nè anche a quest'ora cessano dalle notturne preghiere per la tutela della mia vita... ma sopratutto amo la patria; — donna amata e gelosa, custodisce tutti i miei affetti... la mia anima è a Fiorenza, intorno al gonfalone della Repubblica; — la mia anima sta sulla corona che circonda la testa dei lioni del Comune... gran partedella mia anima posa eziandio su questa spada... oltre di ciò, io temo non avere anima per nessuno.»

«Misero voi!»

«Misero io! — e perchè, giovanetta?»

«Perchè», risponde Annalena sollevando all'improvviso le ciglia e con ardentissimi sguardi fissando il commessario, «perchè amando avreste appreso nessuno intelletto essere tanto grande nè cuore gagliardo ai quali il buono amore non aggiunga grandezza e gagliardia; la patria nuda di affetti a me rassembra un sepolcro: — l'uomo difenderà per religione quel sepolcro, perchè contiene le ossa de' suoi congiunti e conterrà le sue; — ma se vi aggiungi la difesa della sua sposa e dei figliuoli, allora il soldato ti parrà fulmine di Dio contro i nemici: io mi rammento avere udito raccontare dal padre di Vico come gli antichi Spartani non accettassero combattenti nella falange sacra dove non fossero innamorati...»

Ferruccio crolla, sorridendo, la testa; e la fanciulla con maggior fervore continua:

«Voi altri, perchè dotò natura di più salde membra di noi, non rifinite mai di lamentare la nostra debolezza; ci pretendete più forti e non vi restate dallo sconfortarci in ogni maniera; l'avvilimento nostro volete a un punto e rimproverate. Or dunque da che traete argomento di sospettare che l'amore sarà d'impaccio alle opere generose di Vico? Se dall'esser mio di donna, senzachè vi ricordi più remoti esempi, qual cittadino di Fiorenza fin qui ebbe virtù che potesse, non dirò superare, ma reggere al paragone di quella di Lucrezia Mazzanti? Ed io fui sua figliuola d'amore, ed io con questi occhi contemplai gli estremi aneliti della sua vita mortale. Ai giorni nostri, donna Maria di Padilla non difese vivo il consorte, non lo vendicò morto e, quando ai più animosi mancò l'ardire, non sostenne ella sola la libertà della Spagna contro lo sforzo di Carlo, che Dio confonda? Se perch'io mi sono Annalena... voi non mi conoscete ancora.»

«E che vorreste fare, giovanetta?» le domanda amorevolmente il Ferruccio.

«A lui», riprese Annalena additando Vico, «quello che spetta a moglie d'uomo che combatte per la difesa della patria; a voi quanto incombe a figliuola di padre affettuosissimo: — io per me abborro il sangue, — e la guerra è necessità che deploro con tutta l'anima; — la vita considero dono di Dio, la quale non possiamo spendere mai tanto bene quanto nella tutela della libertà...; e quindi io pregherò il Signore che volga gli occhi alla terra e favorisca non il più forte, ma il più giusto; — appresterò bende e rimedi alle ferite mentre voi vi avventurate al pericolo di riceverle; — vi veglierò infermi; — vi tempererò con freschi pannilini l'ardore delle membra quando vi travaglierà la febbre; riceverò nel mio seno il colpo che vi sarà indirizzato... vivrò con voi, e per voi morirò.»

«Padre! su, padre!» esclama il Ferruccio agitando il braccio di Lucantonio; e questi:

«Chi mi rammenta che una volta fui padre? Quale spietato rinnovella in me l'antico dolore? Sei forse Dio, per potermi rendere il figliuolo? Uomo, — intendi, — tu puoi schiudere la bocca del sepolcro, ma per traboccarvi dentro il tuo simile, non già per trarnelo fuori.»

Ferruccio attonito non sapeva che cosa volessero significare coteste lugubri parole: Vico gli espose in breve i fieri casi di lui e come non fosse sua figliuola Annalena, sibbene orfana e nata di messer Tomaso Tosinghi da Ponzano.

«La donna, comunque si chiamasse, che fu degna del tuo cuore ben poteva ottenere anche il tuo nome; e non pertanto mi piace ch'ella esca dei Tosinghi; — così per te riviverà un gentile e onorato lignaggio. — Lucantonio, io sono il Ferruccio. — A me il padre di Ludovico morendo commise la cura d'incamminarlo nella vita: vorreste voi unire la vostra Annalena col mio Vico? Pari di età e di animo, paionmi concepiti da un medesimo pensiero del Creatore.»

«Di', l'amerai come l'ho amata io?» con immensa passione Lucantonio interroga Ludovico senza badare alle parole del Ferruccio; «la sosterrai nella vita, le torrai dal sentiero che deve percorrere i triboli e le spine? Io, vedi, quando era stanca me la recava in collo e la portava finchè le braccia intormentite potevano sorreggerla: — guarda i bei piedi ch'io le ho saputo conservare; — se il freddo l'agghiadava, io le sue mani mi riponeva nel seno e col calore del mio cuore le riscaldava, sicchè il gelo non le stagnò mai il sangue sopra le dita, — ed ora nota come le ha bianche e delicate: quando camminammo nella estate per le aperte campagne, tra il sole e lei posi il mio corpo, e la sua pelle rimase intatta; — col mio fiato le inumidii i capelli; — quando ebbe sete, io le porsi tutta l'acqua della mia tazza... Abbile cura... allorchè dorme le solleva la testa, imperciocchè il suo alitare sovente sia soffocato... e in quel momento Dio ti salvi dalla tremenda paura che mi ha travagliato. Se così l'amerai, prendila; — siate due in una carne; — tu, Lena, appóggiati al nuovo sostegno; — appena io posso ormai sostenere me stesso... Ora non mi avanza altra causa per dimorare su questa terra... Accoglimi dunque nella tua pace, Signore.»

Il Ferruccio, modesto com'era, andò egli stesso pel prete. Il matrimonio fu celebrato nelle domestiche pareti, chè prima del concilio di Trento molte formalità, diventate in seguito sostanziali, si trascuravano; mancarono i riti solenni; non vi assistè la corona dei parenti e degli amici. Furono nozze dicevoli al soldato in procinto di perdere la vita, — alla donna che corre pericolo di diventare vedova prima che sposa. La religione del cuore supplì alle pompe religiose, l'amore immenso dei pochi alla proterva allegrezza dei molti convitati.

Compiti appena gli sponsali, Vico baciò in fronte la sua donna e tenne dietro al Ferruccio disposto a partire. Annalena, comunque abbattuta dalla notte vegliata e più dalle sensazioni sofferte, apparecchiò le poche masserizie a trasportarsi necessarie; Lucantonio taciturno l'aiutavasenza mostrarsi affaticato. Tal era quel vecchio che gli anni non sapevano aggiungergli una ruga sopra la fronte, l'angoscia una puntura sul cuore, il disagio indebolire que' suoi nervi di ferro.

Il sole co' suoi primi raggi faceva coruscare la picca brunita in cima all'asta che regge il gonfalone del popolo fiorentino. Prossimo d'ora in poi a ricercare invano la bandiera della libertà sopra la nostra terra, pare ch'ei la vagheggi con aumento di luce. La brezza mattutina svolge agitando le pieghe del gonfalone, e n'esce un fruscio confuso che ti fa credere che, animato per miracolo, voglia all'improvviso favellare, e per troppo affetto la parola non si formi distinta, come immaginò l'Alighieri di quel suo avo Cacciaguida quando gli comparve davanti nel Paradiso.

Millequattrocento fanti stanno schierati sopra la piazza maggiore di Empoli sotto diverse insegne e divisi in sette compagnie capitanate da Nicolò Strozzi, Paolo Corso, Sprone, Balordo e Giovanni Scuccola da Borgo a San Sepolcro, Goro da Monte Benichi e Tomè Siciliano. Si aggiungevano quattro compagnie di cavalleggieri sotto la condotta dei meglio animosi cavalieri che agli stipendii della Repubblica militassero, Amico Arsoli, Iacopo Bichi, Gherardo conte della Gherardesca e Musacchino[259].

Il Ferruccio, accompagnato dal nuovo commessario Andrea Giugni e dai capitani che lasciava alla difesa di Empoli, Piero Orlandini cui egli stesso con fervidissime istanze aveva più volte raccomandato ai Dieci come prode non meno che prudente uomo di arme e della libertà sviscerato, Tinto da Battifolle, Bocchino Corso e il conte di Anghiari, percorre le file, esaminando se avessero trasgredito in nulla i comandamenti di lui.

Imperciocchè egli avesse prescritto che ogni soldato si provvedesse di pane per due giorni, apparecchiassero picconi e strumenti altri siffatti da espugnar terre, una soma di polvere d'archibuso, due some di corda cotta e tre some di scale. Quando co' suoi propri occhi conobbe essere stato obbedito in tutto, si volse ad una banda della ordinanza fiorentina distinta dalle altre compagnie per la sciarpa verde che costumavano i giovani ascritti alla medesima, in segno, dice lo storico Nardi, dello sperato frutto delle loro fatiche, e pel gonfalone del Comune, insigne di una croce bianca in campo rosso.

«A voi», incominciò egli con forza, «non dico nulla. Quando vi cadrà dalle mani la bandiera, un'altra cosa vi cadrà sul collo, — la scure del tiranno. La libertà sta impressa sopra la vostra testa, — l'una non può reggersi senza l'altra. Allorchè l'animo non vi bastasse ad essere eroi, siatelo per disperazione; da una parte troverete gloria, sicurezza, leggi buone, vita larga e tranquilla, — dall'altra, vituperio e sangue.»

Ciò detto, stese la mano e indirizzò la voce alle compagnie stipendiate:

«L'ira di Dio e i misfatti degli uomini ci hanno reso stranieri tra noi; — noi favelliamo uno stesso idioma, noi allevò una medesima terra, e tuttavolta la nostra patria non è la vostra; — ben potrei dirvi difendersi in Fiorenza la libertà dell'universa Italia, — qui essersi quasi intorno al cuore ristretti gli ultimi palpiti di lei; — fiaccola accesa sopra il faro illuminare anche i popoli che non contribuiscono coll'olio a mantenerne il lume. Ma io la vostra condizione presente comprendo e compassiono. Privi da gran tempo di libertà, ella vi sembra nome vano e senza idea; all'amore di gloria or si sostituisce in voi l'amore di un frammento di metallo coniato; — combattete senza passione perchè non avete patria. Però io non pretendo da voi cose superiori all'opera comunale del soldato pagato. Chiunque non si sentisse gagliardo abbastanza per seguitarmi nelle nuove imprese, rimanga; — adesso gli concedo facoltà ampia a restarsi; varcata che avrà di un passo la porta di Empoli, non sarà più a tempo; — un passo indietro lo spingerà irrevocabilmente alla morte. Intanto mi corre l'obbligo di saldare i debiti. Romanello, uscite di riga.»

A queste parole si fece innanzi un giovane di forme egregie, nato nel contado di Arezzo, il quale si era virtuosissimamente adoperato in quelle quotidiane avvisaglie; il Ferruccio, sorrisogli alquanto, gli disse:

«In premio delle prodezze vostre vi dono una celata ed un cavallo. La Repubblica adesso non può guiderdonarvi nè di più nè di meglio. Sta in arbitrio vostro lo stare come l'andare[260].»

«Con buona licenza vostra rimarrò a provare se buon cavallo e buona celata mi donaste voi.»

Gli accenti severi e il dono onorato commossero i soldati, — i volti loro avvampavano di vergogna, — il cuore battè con violenza sotto gli usberghi di ferro, imperciocchè l'uomo, come la pietra sotto la mano del fabbro, diventi ad un tratto o la statua d'un Dio, o un mortaio da sale, — e con unanime grido risposero:

«Noi verremo tutti: — voi siete la nostra patria.»

I soldati amavano il Ferruccio più che padre, — ed io ebbi luogo di notare che il capitano giusto e severo è temuto a un punto ed amato; — i soldati riconoscono la pena non da lui bensì dalla legge, mentre il premio all'opposto, anzichè dalla legge, da lui solo derivano. Io però non affermerei questo avvertimento tanto generale che non andasse soggetto a gravi eccezioni; — nondimeno io l'ho fatto replicate volte con animo quieto e forse preoccupato da pensieri poco onorevoli alla umana natura: — certamente l'uomo è migliore della sua fama.

Il Ferruccio, agitando la destra, di nuovo favella:

«Or dunque deponete le vostre particolari bandiere, accoglietevi tutti sotto il gonfalone della Repubblica; — per ora abbiate una bandiera comune: — tra poco, Dio sovvenendoci, ci acquisteremo comune anche la patria.»

E come disse, fecero. Allora egli si strinse da parte col nuovo commessario Giugni e, prendendogli ambe le mani, favellò:

«Messere Andrea, per lo corpo santissimo di Nostro Signore vi raccomando la difesa di Empoli. S'egli non è tale, come ho scritto agli magnifici signori Dieci, che le donne, non che altri, lo possano con le rocche e coi fusi difendere, certo i soldati con le picche e con gli archibusi molto agevolmente il potranno. Questo Popolo ha buona mente verso la Repubblica; ma voi sapete bene essere il popolo voltabile cosa e pronto a levarsi al primo vento che vi soffi dentro. Il migliore spediente ond'ei non senta la fatica consiste nello affaticarlo del continuo: pensate ch'Empoli perduto darebbe vinta ai nemici la guerra; fate buona guardia; in caso di assedio, badate alle mura verso la porticciuola d'Arno e verso San Donnino; — da questi lati paionmi più deboli che altrove: — praticate un fosso interno, — a me il tempo mancò per farlo; — giù in fondo conficcatevi aguti di legno o di ferro; — innalzate un argine: in castello troverete legname a ribocco, e quando le terre possiedono legname, le non si ponno sforzare; troverete copia di munizioni tanto al vivere quanto al combattere necessarie. Addio, messere Andrea; fino dalla gioventù prima procedeste sviscerato della libertà e mille volte poneste a sbaraglio della vita per cause da nulla; adesso pertanto rammentatevi che sopra il vostro capo riposano i destini di Fiorenza e forse d'Italia; abbiate fisso nella mente che voi avete a perdere una patria e un nome che di padre in figlio a voi pervenne onoratissimo e splendidissimo. — Partiamo»

Iacopo Bichi, piegandosi sopra la sella del cavallo, mormorò nelle orecchie del Ferruccio:

«Di nemici va pieno il contado, commissario; non parrebbevi prudente, onde fuggire ogni impaccio, che ripiegassimo il gonfalone, e i tamburi e le trombe tacessero?»

«No, Iacopo», riprese il Ferruccio; «e' bisogna incamminarci al conquisto di gloria non come ladri, sibbene da eroi. — Date nei tamburi. Viva la Repubblica!»

I soldati ripeterono il gridoViva la Repubblicae si posero in via.

Volterra è città antica, posta quasi nel mezzo della Toscana, sopra un monte assai alto: sedendo sopra cinque gioghi, dicono gli storici che presenti per pianta quasi la figura di una mano. Chi prima la edificasse ignoriamo; alcuni le danno origine propria, altri straniera; tra questi chi l'attribuisce ai Lidii, chi a' Pelasgi, chi a Tirreno; non manca chi ne affermi fondatore Noè: incertezze e favole le quali nonpertanto valgono a dimostrare i suoi remoti principii.

Ciò che apertamente possono esaminare i pellegrini sono le reliquie delle mura ciclopiche che occorrono pur sempre nel suo territorio, escritture di lingua che ormai non intendiamo più: le prime fanno fede che visse un di una schiatta di uomini dotati di forze assai superiori a quelle dei popoli moderni; — le seconde, di un tempo tanto antico che mal si accorda colla età attribuita alla nostra terra. Dicono Giano nascesse in lei; affermano quivi ancora trovasse i natali san Lino; i quali casi, se come narrano, avvennero, segno è certo avere usato sempre benigno riguardo a quella città la Idea, che i popoli posero con vicenda perpetuamente alterna nel cielo a disimpegnare le funzioni di Dio. Volterra fu delle dodici città etrusche sede dei lucumoni; qualche archeologo volterrano sostiene essere stata prima tra tutte; gli antiquari aretini scrivono lo stesso di Arezzo; altri altre cose: la quale questione di preminenza, come delicatissima, lascio alla decisione del benigno lettore.

Si resse prima con proprie leggi; e tanto i suoi antichi cittadini o amarono la libertà o abborrirono la tirannide che ordinarono nessuno di loro tenesse i magistrati, ma annualmente si concedessero agli schiavi fatti liberi: quale tradizione riportata da Aristotele non so come si accordi con l'altra che quivi ponesse sua stanza il principale lucumone di Etruria. Come che sia però, se a lei piacque la libertà, la invidiò in altrui; e gli storici ci riferiscono ch'ella, collegata con Arezzo, Chiusi, Rosselle e Populonia, tentasse restituire Tarquinio in Roma. Male incolse a Volterra provocare l'aquila romana, dacchè, quando usciva appena di nido, rimase da lei malamente ferita; fatta adulta, la divorò. Elio Vuturreno con sessantamila Toscani, comportando acerbamente il minacciato servaggio, giurarono vincere o morire: giacquero spenti sul campo di battaglia presso al lago di Valdimone. Volterra e la rimanente Etruria diventarono da prima municipio, poi colonia romana. Nelle contese tra Mario e Silla, Volterra seguì le parti del primo: superando il secondo, ne sottopose alla legge agraria il contado.

Durante il medio evo la ressero conti, marchesi e gastaldioni, poco dopo, i vescovi; ma questi più di nome che di fatto, imperciocchè nell'esercizio dell'autorità temporale li troviamo contrariati tutti, spesso banditi, uno — Galgano vescovo — trucidato.

A libertà scomposta successe tirannide sfrenata. I Belforti, congiunti finchè attesero a dominarla, si divisero poi su lo spartire della preda: i deboli ricorrono ai Fiorentini per aiuto. Secondo l'antica natura dei potenti, i Fiorentini sovvengono i deboli contro i vincitori per opprimere entrambi. Volterra, col nome di socia, diventa sottoposta a Firenze. Però, se togli qualche ingiustizia commessa dal popolo fiorentino per necessità della sua politica, se dalla parte dei Volterrani qualche impeto per rivendicarsi nell'antica libertà, tra signore e servo non vedemmo mai concordia più diuturna nè più sicura di questa.

La maggiore iniquità che avessero a sopportarvi i Volterrani venne da Lorenzo dei Medici il vecchio. Siccome il racconto di questa avventura giova a svelare l'ingegno di un uomo che la fortuna sembra proteggere anche, dopo la morte così che perfino il titolo di onoranza atutti i cittadini comune muta in attributo singolare della sua magnificenza[261], non mi sarà grave esporla con qualche larghezza.

Mentre mi dispongo a farlo, mi occorre alla mente un pensiero importuno, ed è questo. L'unico conforto che avanza al magnanimo oltraggiato da' suoi contemporanei consiste nel confidare il proprio nome al futuro e dal sepolcro, dove precipita col cuore rotto, appellare alla fama. E pure anche questa fama diventa ancella della fortuna e dura a celebrare, per inerzia e per costume, morto colui che adulò vivente. Lorenzo dei Medici salutano tuttavia i posteri col nome di Magnifico, lui dicono grande, lui generoso e sapiente. Scrittori stranieri impallidirono sopra antichi volumi per rinverdirgli la corona e nascondergli officiosi sotto le fronde dell'alloro la impronta di tiranno che un ferro popolano gli segnava sul collo. — Quanti furono coloro che encomiarono il Ferruccio? E non pertanto questi morì per la libertà della patria, — quegli, come vedemmo, moriva senza l'assoluzione del Savonarola promessa a patto di restituire la patria alla libertà.

Or dunque si narra come Bernuccio Capacci da Siena offerisse alla Signoria di Volterra di condurre in affitto per dieci anni i pascoli del Sasso e le miniere dello allume; la quale offerta, quantunque fosse da autorevoli cittadini vigorosamente contradetta, non pertanto venne dai priori e dai collegi approvata. Il popolo cominciò a riprendere come lesivo l'affitto. Il Capacci, per assicurare il negozio, ci chiama a parte Paolo Inghirami, uomo fiero e potente, e Lorenzo dei Medici. Aperte le miniere, tanta fu la copia dell'allume che, tra per invidia di alcuni contrarii allo Inghirami e la lesione che veramente sentiva il popolo, invocato il disposto delle antiche leggi, si ottenne cassarsi il partito e di nuovo proporsi il negozio davanti il magistrato. Varie ebbe vicende questa trattativa; e forse, cresciute a termine conveniente le offerte, usata modestia e blandizie, sarebbesi condotta la bisogna di quieto a buon termine, se l'Inghirami, trasportato dalla superba natura, fidandosi nella forza, non avesse preferito ai modi benigni i riottosi. I magistrati offesi, volendo far mostra di autorità, ordinano gli operai dalla miniera si cacciassero, gli edifizii si demolissero. Paolo, bollente di sdegno, si riduce a Firenze per avvisarne Lorenzo; e questi, ne' suoi privati interessi mescolando la patria, fa decretare si rimetta ad ogni costo l'Inghirami nel possesso della miniera; i giudici che ardiscono amministrare la giustizia a suo danno s'imprigionino: Rafaello Corbinello, capitano di Volterra, provveda onde abbia forza il decreto. Paolo torna in Volterra, percorrendo le strade con accompagnatura di Côrsi armati, in sembianza e più nei modi tiranno. Il popolo, che in moltissime cose si assomiglia al bove, lo assomiglia anche in questa, che, quando è quieto, un sol fanciullo lo mena, ma quando monta in furore, cento uomini lo fuggono. Al popolo dunque un giorno scappò la pazienza; —l'accompagnatura dei Côrsi disparve, distesa appena una delle sue mille mani; — Paolo e i suoi aderenti, costretti a salvarsi, riparano nel palazzo del capitano. L'autorità e la paura di pena remota mal giovano contro a furore presente: a malgrado le dimostranze, cadono spezzate le porte; il popolo irrompe; Romeo Barbetani, che primo si oppone, riduce in pezzi, — gli altri ristretti in cima della torre collo zolfo e col bitume soffoca, — poi ne strascina per le strade i cadaveri, miserabile trofeo di cittadina discordia.

Lorenzo dichiarò la maestà del fiorentino popolo offesa per cotesta strage, pernicioso l'esempio dove si lasciasse impunita. I priori gli ebbero fede o s'infinsero, chè ormai in lui di tiranno era tutto, tranne la corona, superflua eppure ambita insegna di potenza.

Un popolo si armava ai danni dell'altro per sostenere Lorenzo dei Medici nella impresa degli allumi: fu questa guerra avaramente incominciata, crudelmente combattuta. Lorenzo mosse contro Volterra Federico duca di Urbino con poderosissimo esercito; e poi impedì che la città si soccorresse, — gli amici di lei corruppe o spense; sicchè abbandonata, soprafatta dal numero e dal tradimento, cedè alla fortuna del nemico. Con quanta misericordia si comportasse verso i vinti Lorenzo, che la posterità si ostina a chiamareMagnifico, si dimostra da queste poche parole di uno scrittore volterrano: «Io non istarò a narrarvi la universale desolazione, gli incendii e gli spogliamenti di cui vanno piene le storie del tempo. Basti dirvi che la rovina di questa patria fu tale che pochi esempi sono accaduti simili a questo, per cui non è risorta mai più[262]»

Alcuni cittadini di Volterra, i meno, — perchè i generosi non furono mai troppi, anteponendo alla servitù l'esilio, ricoverarono in varie terre d'Italia. Poco dopo sopraggiunse nella rovinata città Lorenzo con pecunia per corrompere il popolo e per innalzare la fortezza; ogni privilegio le tolse, di libera la ridusse serva, e tali e tante vi commise enormità che presso a morte la memoria di quelle lo travagliava fino al punto di disperarlo del perdono di Dio.

Il popolo fiorentino, scacciati i Medici, attese a riparare le ingiurie del tiranno, restituì ai Volterrani il governo e l'entrate; ma, ormai troppo profondamente offesi, non poterono risorgere all'antico splendore.

Però quando Firenze, venuta meno ogni speranza d'accordo, deliberò sostenere gagliardamente la guerra contro le armi collegate dello imperatore e del papa, i Volterrani mandarono ambasciatori alla Signoria per offerirle tutte le forze loro in quanto valevano. Cresciuto il pericolo ed occupato in gran parte dal nemico il dominio, ottennero licenza dal capitano Nicolò dei Nobili di armarsi e di provvedere con ogni argomento tornasse loro più destro alla difesa della città. Ma l'affezione veniva meno con la fortuna: quotidianamente cresceva il numero di coloro che dissuadevano gli animi da mettersi in mezzo a fortune per lomeno incerte e difficili, e con la speranza dei beneficii del barcamenare gli lusingavano: e l'uomo, per sua natura, senza mestieri di sollecitazioni, vediamo essere ad abbandonare l'amico infelice pel nemico avventurato anche troppo inchinevole: infida, ma potentissima paciera, — la prosperità.

A Giovanni Covoni potestà di San Gemignano parve bene lasciare cotesta terra, non avendo forze sufficienti a mantenercisi; e poi lo consigliavano a quinci remuoversi le notizie che ad ogni ora gli venivano più certe, starsi i Volterrani in procinto di dar volta e ribellarsi al Comune. Presentatosi alla porta di San Giusto con le sue quattro compagnie, i Volterrani lo accolsero con sembianze liete, — ma, per quanto ei sapesse pregare e ammonire, nol vollero alloggiare in città; solo gli concessero stanza nei borghi. Per la qual cosa sdegnato il Covoni ordinò che alla mattina seguente su l'aprire delle porte entrassero i soldati senza rumore nella terra e prendessero i canti della piazza dei Priori; e, come disse, fecero, ma non senza rumore nè senza spargimento di sangue, avvegnachè volendo contrastare i Volterrani, due di loro, ch'erano fratelli, rimanessero uccisi.

Adesso il commissario abbandona per istoltezza quanto aveva in virtù della forza conseguito. Lasciandosi aggirare dalle insinuazioni dei maggiorenti tra i Volterrani e malgrado le proteste dei più savi, impone ai capitani Goro da Monte Benichi e Paolo Côrso ritornino alle stanze fuori di Volterra. Usciti appena dalle porte, chiudono i cittadini le imposte e si fanno ad assaltare le due compagnie rimaste: insufficienti a sostenere l'impeto, uscirono anch'esse, più che di passo, di Volterra, ed accozzatesi con le altre due, piene di mal talento presero la volta d'Empoli.

Parendo, com'era, grave fatto cotesto, la Signoria di Firenze provvide ai rimedii mandandovi Bartolo Tedaldi con due compagnie; partito intempestivo quando inefficace. Avendo prevalso le parti dei Medici, al Tedaldi parve somma ventura ricoverarsi co' soldati in cittadella. I Volterrani, liberati dalla sua presenza, convengono a patti con Taddeo Guiducci commissario del papa; poi mandano oratori a Clemente e ne ottengono laudi, benedizioni e promesse, di cui non fu mai penuria in corte di Roma.

Procedendo del tutto avversi alla Repubblica i Volterrani, ed a ciò confortandoli Alessandro Vitelli, costruiscono bastioni, innalzano cavalieri, turano le bocche delle strade che menano alla cittadella, e le case opposte riducono ad archibusiere per offendere chiunque si avvisasse sortirne per irrompere nella terra. Temendo poi fossero pochi i soldati stanziati colà per sostenere le parti del papa, condussero dugento fanti, poi altri cento, finalmente chiesero ai Sanesi artiglierie e munizioni. I Sanesi dettero cinque bariglioni di polvere, le artiglierie promisero, non mandarono: onde si volsero ai Genovesi; i quali, desiderando gratificare al pontefice, concessero due cannoni, due colubrine, un mezzo cannone e un sagro, con trecento venti palle di ferro: e perchènessuno dei popoli italiani mancasse a spegnere il focolare della libertà d'Italia, Luigi da Bivigliano dei Medici, spedito in poste dal marchese del Vasto dopo la prima ributtata dalle mura di Volterra, dette ventiquattro bariglioni di polvere[263].

I chiusi in cittadella non si restavano; e comecchè avessero piccola artiglieria, giorno e notte indefessamente traevano contro la città: per altra parte cominciavano a patire difetto di vettovaglie; sicchè, mosse parole di accordo, convennero in una tregua di due mesi, a patto che l'uno non dovesse offendere l'altro, i Volterrani pagassero al Tedaldi commessario della cittadella scudi trecento, e giornalmente pel giusto prezzo gli dessero copia di vettovaglie necessarie al bisogno degli assediati. Siccome avviene, firmati appena i patti, l'una parte e l'altra attese a non mantenerli; per la qual cosa indi a breve riassunsero le offese molto più gagliarde di prima, ed alla fine, volendo ad ogni costo il pontefice porre fine alla impresa, ragunato sforzo di gente e di arme, deliberarono venire all'assalto.

Tale era la condizione della città quando Francesco Ferruccio, ordinandolo i Dieci, abbandonava Empoli per sovvenire alla fortuna pericolante della Repubblica in queste parti del suo dominio.

Ferruccio, affrettati i passi, giunse in Volterra il giorno stesso 26 aprile che si partì da Empoli, trascorsa appena la ventunesima ora: subitamente introduce i fanti per la porta del soccorso nella cittadella; fatti smontare i cavalleggeri e cavare le selle ai cavalli, per la medesima via gli mette dentro. Se i soldati lo accogliessero con dimostrazioni di allegrezza è agevole immaginarlo; egli, come uomo a cui il tempo tardi, imposto modo a coteste gioie, favellò brevi parole:

«Attendano i soldati a riposarsi, — di cibo si confortino e di bevanda; tra mezz'ora io gli richiamo alle armi.»

Uno dei cittadini di Volterra chiusi in cittadella accostando la bocca all'orecchio di certo soldato fiorentino, mormorò:

«Ecco un comando ch'è più facile a darsi che ad eseguirsi. Come faremo a confortarci di cibo e di bevanda che in cittadella avanzano appena sette barili di vino, e dei pani forse ne avremo cento?»

E il Fiorentino ghignando:

«Sta quieto; non sai tu che il nostro capitano si è fatto imprestare il miracolo di multiplicare il pane quante volte egli vuole?»

«Ahi tristo! per poco voi altri Fiorentini non diventate luterani: tu schernisci il miracolo; non ischernirlo, perchè io, alla croce di Dio, ti giuro che l'ho veduto.»

«Lo hai veduto?» riprese il Fiorentino spalancando gli occhi; «amici, apriamogli la vena.»

«L'amore.» «Ho giurato! ho giurato! Lasciami... io sono sacra...Cap XXXI, pag. 514

«L'amore.» «Ho giurato! ho giurato! Lasciami... io sono sacra...Cap XXXI, pag. 514

«Che vena e che non vena! io ti dico che costà nella terra dentro la chiesa di San Francesco si conserva un frammento del pane moltiplicatodal Redentore, — è di orzo e fresco, come se uscisse pur ora di forno[264].»

«Io non dileggio: — guarda; — il miracolo si opera.»

I soldati, aperti gli zaini, ne avevano cavato pane e vino, e stesi per terra, dimentichi dei disagi della vita, improvvidi dei futuri pericoli, motteggiando e ridendo di gran cuore, adempivano il comandamento del capitano.

Ferruccio intanto, quasi il sole non gli avesse riarsa la faccia, il cammino stancate le membra, la fatica e la polvere assetato, taciturno si aggira per le mura della cittadella, specola i luoghi, esamina i muri, nota le archibusiere avverse, poi assente col capo ad una sua interna determinazione e, percotendo della palma aperta il parapetto, esclama: «Può farsi!»

E subito dopo chiamò Vico e gl'impose portassegli una tazza di vino; si trasse l'elmo, non scosse la polvere, raddrizzò il cimiero. L'elmo pesante gli avea segnata sopra la fronte una traccia di sangue pesto; non importa: vi sovrappone di nuovo l'arnese di ferro; ei non ha tempo di sentire il dolore.

«Oh! questo è un uomo davvero», discorreva un soldato asciugandosi col dorso della mano la bocca dopo di aver bevuto; «egli principia dal principio; quando il soldato si è cibato e ha dormito, riprende allegramente il suo cammino, fosse anche per la eternità.»

«Certo, il capitano Ferruccio», discorreva un altro, «ha avvertenza a tutto: infatti qual concetto dovrebbero formarsi nell'altro mondo dei soldati della Repubblica fiorentina, se, arrivati appena in paradiso, chiedessero da mangiare?»

«Ouf!» esclama un terzo sbadigliando e stirando le braccia «muoio di sonno... Lasciatemi dormire.»

«Soldati!» tuonò all'improvviso la voce del Ferruccio, «soldati!»

E gli uomini d'arme, fanti e cavalieri, assursero come se una bombarda fosse loro scoppiata vicina.

«Mi dispiace che la necessità mi costringa a menarvi a combattere senza che vi abbiate tolto ristoro al disagio sofferto; ma la prontezza dello assalto levando ai nemici l'animo di difendersi, con poco di fatica vi procaccerete riposo durevole e sicuro[265]. Or dunque perchè vi farei io lunghi discorsi quando è duopo adoperare le mani? La mia pazienza è metà più corta della mia picca: vedete costà quella torre? la ravvisate voi?»

«Sibbene la ravvisiamo: ella è la torre del palazzo dei Priori.»

«Or dunque sappiate che stanotte voglio giacermi là dentro; aiutatemi a conquistarmi il letto; mi tarda dormire.»

«Lo pensate voi? sapete che ora fa egli?»

«Che importa l'ora? Qualunque istante è buono per combattere e per vincere i nemici della patria.»

«Ma le ventidue ore si avvicinano: siete voi Giosuè? — Pretendereste arrestare il sole su in cielo?»

«Con l'ajuto di Dio, intendo affrettare le mani sopra questa terra. Rompete gli indugi, — attelatevi, — seguitemi, — la città è nostra!»

E fece aprire le porte e si spinse avanti abbassando la testa, come uomo fa per riparare il volto dalla procella. Da una mano brandiva la picca; dall'altra teneva la rotella e una scala.

I Volterrani avevano, come narrammo, recinto intorno la fortezza con archibusieri e bastioni; e di questi ne avevano innalzato fino a tre nella strada di Santo Antonio, donde, sortendo dalla fortezza, è forza passare se vuolsi riuscire sopra la piazza e quindi nello interno della città: da cosiffatti ripari cittadini e soldati mandavano continue scariche contro i Ferrucciani; ma, o sia che le feritoie mirassero alto, o nel precipizio dei moti non aggiustassero i colpi, nessuno rimase morto su quella prima sortita.

Il capitano appoggia la scala: per meglio resistere all'urto delle pietre che gli rovinano sul capo, prende tra i denti la picca, e con ambe le mani afferra la scala. A vederlo innalzarsi di grado in grado imperturbato tra mezzo il turbine dei sassi che gli rimbalzano su l'elmo e su le spalle; a vederlo ora comparire, ora mezzo dileguarsi tra un nuvolo di terra e di polvere di calcina, non paveva cosa umana, bensì paurosa apparizione di spirito soprannaturale; amici ne tremarono e nemici.

Tentano respingere la scala dal bastione e cacciarlo riverso a rompersi sul terreno; non vi riescono; quando poterono aggiungerlo pel cimiero, s'ingegnarono tanto squassarlo che cadesse; ed anche questo fu invano; egli torna a brandire l'asta e le vibra veloce come il serpente la lingua; da destra, da sinistra spesseggiano i colpi; già il sangue colora la parete esterna del bastione; — morto il quarto ed il quinto, gli altri nemici non aspettano le percosse poderose: al Ferruccio viene fatta abilità di piegarsi col torace sul parapetto, poi mettervi la gamba destra; — eccovelo in piedi[266].

In altra parte non favorisce la fortuna i suoi soldati. Il primo che ebbe montati i gradi supremi della scala tocco in fronte da una palla precipitò sopra i suoi. Vico, appunto atterrito, gli tiene dietro sopra la scala perigliosa. Iacopo Bichi e Amico Arsoli, vergognando lasciarlo solo al mal passo, appoggiano accanto altre scale e ascendono deliberati a vincere o a morire: ben fu opportuno a Vico il sussidio, perchè a mezza scala una pietra lo colse così sconciamente sul capo che stordito sarebbe per certo caduto, dove non lo avessero sorretto e con le rotelle tutelato dai colpi succedenti quei due valorosi.

Da questo punto a quello superato dal Ferruccio era tirata una cortinasenza terrapieno forse larga due palmi; simulazione di difesa piuttosto che difesa vera, — distava da terra dieci braccia circa, — piena di pericoli pel trapasso, come quella che era stata composta di varie maniere sassi lasciati nella naturale loro informità. Il Ferruccio vi si avventura: grave di armi vi corre leggiero quasi sopra un prato; — tutta la sua forma alta ed asciutta si disegna sul cielo scoperto; pareva volasse; mercè il suo ajuto anche quel punto venne sforzato: la bandiera della Repubblica sventolò sopra i bastioni volterrani.

Vinto il primo bastione, rimase ad espugnarsi più ardua difesa; tutte le case avevano ridotto a trincera, e internamente sfondate potevano scorrere dall'una all'altra ed essere pronti ai soccorsi; non visti offendevano, con ogni arnese ferivano, dal basso lanciavano fuoco e ferro, dall'alto tegoli e materie ardenti. Coteste strade anguste, paurose per tanti modi di morte, mettevano sospetto nei meglio arrisicati; e il sospetto accrebbe quando all'improvviso percosso da mano invisibile il capitano Balordo da Borgo San Sepolcro vacillò e senza pure raccomandare l'anima a Dio stramazzò spento. I soldati balenavano; anche un momento concesso al pensiero, volgeranno le spalle. Ferruccio, il quale in cotesta impresa si comportò più da soldato che da capitano, ha incorso il biasimo degli storici, principalmente del Segni. A parere nostro il Segni merita quel biasimo che troppo facile compartiva al Ferruccio: guerre erano quelle che al capitano non bastava disegnare, bensì gli correva il bisogno di propria mano in gran parte eseguire; non come ai giorni nostri il problema della vittoria poteva sciogliersi dentro un gabinetto mediante i calcoli fatti con cifre di carne e di ossa: questo vanto era anch'esso serbato a noi Italiani, ma più tardi, — parlo di Napoleone Buonaparte. In somma, il Ferruccio con la sua mente pensò quell'assalto e con le sue mani lo vinse; preso da furore, cominciò da ferire quanti tra i suoi mostravano viltà, e fatta una testa di cavalleggieri armati a piede, si caccia avanti e riesce a capo della Via Nuova. Allora presero a rompere i muri delle case e sforzarsi di entrare; la disperazione da un lato e la speranza presentissima di vincere dall'altro riaccendono la mischia; di qua e di là, morti e ferite. Pur finalmente i muri furono rotti, — i Ferrucciani si spandono nelle case. Allora comincia una guerra spicciolata su pei tetti, nelle cantine, di stanza in stanza, con molta strage dei soldati e dei cittadini di Volterra. I Ferrucciani, dalla dura resistenza inacerbiti, non serbano più modo, ed agli orrori già tanti aggiungono il fuoco, il quale apprendendosi agli antichi edifizii, come voglioso di primeggiare nella opera della distruzione, in breve ora riduce in cenere quaranta case: le avrebbe distrutte tutte, se all'improvviso squarciandosi il cielo con procella di saette e di tuoni non avesse mandato giù un acquazzone, il quale spense il fuoco e le forze degli assalitori spossati dal cammino e da sei ore di affannoso combattimento.

I capitani stavano attorno ai soldati e con ogni industria s'ingegnavano stimolarli: Ecco, dicevano loro, e dicevano il vero, più poco rimanea vincere la città, il più è fatto; un lieve sforzo, e basta; pensate quanta gloria e quanta utilità ci viene dall'acquistarla, e quanta vergogna e danno ci verrebbe dal perderla ora che i nemici sono battuti: considerate il pericolo di lasciarli ad agio onde le forze rinfranchino e gli animi; e durante la notte potranno raccogliere gente dai paesi circostanti e metterle dentro, fabbricare nuovi ripari, ricevere soccorsi dai militi che scorrono il contado: in somma chi non coglie il frutto quando e' può, pensi che mille ostacoli si metteranno poi fra la mano e quello. Non gli ascoltavano; imperciocchè dove abbia la fatica vinto il corpo davvero, nè volere proprio nè esortazioni altrui giovano nulla. Più degli altri, ma con profitto pari, procedeva acceso ad eccitare i soldati il capitano Nicolò Strozzi, strenuissimo cavaliere, a cui taluno, potendo appena aprire gli occhi, rispose:

«Vedete, anche il signore commessario ha lasciato la presa: l'uomo fa quello che può; lasciateci in pace.»

Di vero Nicolò si guarda attorno e non vede il Ferruccio: presa lingua di quello che ne fosse accaduto, seppe essersi ritirato poco prima in fortezza; e là essendosi fatto con presti passi a cercarlo, lo trovò che, avendo rilevato un embrice sul capo, temendo venir meno dallo spasimo, ed i suoi si perdessero di coraggio, si era ridotto in fortezza per prendere un po' di ristoro e poi tornare. Appena il capitano Strozzi con parole succinte gli ebbe esposto la causa la quale a lui lo conduceva, il Ferruccio, senza profferire motto, salta su in piedi e corre via; dietro a lui si mette Nicolò. Passando per le strade della città, lo Strozzi dal rinnovato traboccare dalle finestre di sassi e tegoli si accorse che i Volterrani riprendevano fiato, e si accorse eziandio come il commessario, spinto dalla sua impetuosa natura, fosse uscito senza celata, sicchè ad ogni istante correva pericolo di restar morto sul tiro. Nemico era lo Strozzi del Ferruccio e per causa onorata; e la guerra e il comandamento espresso dei Dieci avevano piuttosto sospesi che spenti gli scambievoli rancori: non pertanto, conoscendo come nella virtù di cotesto uomo fosse ormai riposta la salute della patria, si levò di capo la celata e la pose su quello del Ferruccio, senza che questi, tanto era preoccupato a rinnuovare l'assalto, ci ponesse mente.

Non era impresa umana reintegrare le forze dei soldati; nè al Ferruccio riuscì meglio degli altri impartire loro non l'animo, bensì la balìa di muovere le braccia: allora, altro non potendo di meglio, pensò di mettere al sicuro l'acquistato, ordinando ai suoi prendessero i canti della piazza di Santo Agostino e ritraessero sotto la cittadella due pezzi di artiglieria caduti in sue mani; distribuì le sentinelle, trasmise istruzioni, e nulla trascurò, dopo essersi mostrato audace guerriero, di quanto si addice a prudente capitano.

Rivolgendo con animo pacato i passi alla fortezza, come per lenire il fiero dolore di capo che lo travagliava, si cava la celata, e vede non essere la sua; guardandola meglio, la riconosce per quella del capitano Strozzi; ond'è che, scorgendoselo vicino e scoperto, gli domanda:

«Come va che la celata vostra io mi ritrovo in capo?»

«Ce la misi io, perchè usciste senza e correvate pericolo di rimanere côlto dai sassi.»

«E voi?»

«Io non sono il commessario... dei capitani se ne trova su di ogni canto.»

Il Ferruccio tacque; e andarono anche alcuni passi; poi il primo si fermò e disse:

«Nicolò, noi avemmo lite insieme e rappacciati siamo per ordine dei Dieci... Volete voi che ci rappaciamo per ordine dei nostri cuori?... il mio almeno mi comanda di fare così...»

E gli stese le braccia: il capitano Strozzi lo abbracciò e lo baciò, e si dissero amici fino alla morte[267].

Mentre i due valentuomini procedono con le braccia conserte verso la fortezza, ecco d'improvviso percuote il Ferruccio un suono di pianto e voci sconsolate che gridavano: Al fuoco! al sacco! — E levati gli occhi, mira traverso la vampa delle fiamme correre donne sbigottite co' pargoli in collo, traendosi dietro altri figliuoletti attaccati ai lembi delle vesti, e uomini carichi di varie maniere di masserizie, e finalmente un vecchio tratto sopra le spalle di due giovani, il quale dandosi di una mano nella fronte e in atto d'angoscia, sclamava: Federigo da Urbino e Ferruccio da Fiorenza, distruggitori di questa nobile patria! I miei occhi hanno veduto il saccheggio nel 1472, ma la seconda calamità supera la prima; il capitano della Repubblica ci si mostra più fiero del capitano dei Medici. Ahi! Patria mia![268]»

Divampante d'ira, il Ferruccio si spicca dalla folla dei circostanti che aspettano i suoi ordini e si precipita a furia nella Via Nuova, dove scorge ad ora ad ora le fiamme scaturire fuori dai fessi, ed ogni volta più ampie circondare le pareti; — urta chiunque gli si para davanti: — un soldato carico di preda afferra pel collo, e caccia uomo e cose a rotolare lontano da sè sopra il selciato; — ad altro, non lo potendo arrivare, avventa la picca tra le gambe, e quegli pure stramazzandopercuote della faccia la terra: — feriva, mordeva; tanto fece in somma che giunse a penetrare là dove brulicavano più spessi i rapaci.

«Ah! ladroni, non soldati! Voi mi rapite la bella fama! Io non potrò domani mostrare più il volto! Davanti i traditori voi mi farete arrossire! Per Dio! spegnete il fuoco, lasciate il sacco, o vi mando al capestro, per la fede di Cristo!»

La sua voce era fioca, l'armatura coperta di polvere e sordidata di sangue, la faccia parimenti brutta di sangue e di polvere d'archibugio, sicchè i soldati non lo ravvisando gridavano:

«Morte al ribelle! — Dategli su la testa! — Un palmo di lama traverso il ventre per elemosina della predica! — Chi è costui? — Chi sei tu?»

«Chi sono io?» tuonò con voce minacciosa balzando sopra una pietra che si trovò vicina; e con ambe le mani traendosi verso le orecchie le chiome lunghe intrise di sangue, mostrò il volto terribile di furore e di grandezza: «chi sono io? sono il Ferruccio...»

Ai più protervi mancò il coraggio, e non sostennero quella vista; un profondo silenzio successe.

Ma riprendendo lingua uno più petulante degli altri:

«Capitano», soggiunse, «io vengo di Lombardia e combatto per la paga; voi nè ci date il soldo nè ci consentite il saccheggio: a quali guerre ci menate voi?»

«Questa è guerra domestica; non dobbiamo sterminare nemici, sibbene ridurre al buon cammino uomini traviati che ci furono e che ci saranno fratelli...»

«Fratelli! Si fanno ai fratelli le accoglienze col ferro e co' sassi? Credeva che voi steste d'accordo come il diavolo e la croce.»

«Taci, mercenario! Tu non puoi sentire in qual modo sei figlio di una patria comune. Io ti ho comprato, ubbidiscimi: e poichè voi tutti alla fama anteponete il guadagno, cessate dal sacco, spegniamo l'incendio, e vi prometto due paghe.»

Spensero il fuoco, si rimasero dalla rapina, e, tranne quel primo tumulto, stette incolume ogni cosa. Scrittori volterrani che esposero in processo di tempo quel caso, intendendo con iniquo consiglio a lusingare il principato calunniando la Repubblica, narrarono di orribile saccheggiamento, di ferro e di fuoco e di atti altri più nefandi[269]. Essi mentono. Il Varchi, storico dabbene, il quale, comechè dettasse le sue storie per espresso comando di Cosimo I, osò dire la verità, dichiara al libro undecimo: «Ai Volterrani fu salvata la vita e la roba, alle donne l'onore; il che veggendo i soldati, cominciarono a dolersi pubblicamente di lui... perchè il Ferruccio, parlando loro coll'aiuto dei capitani, fermò il tumulto e promise loro due paghe.»

Il giorno seguente, spuntata appena fu l'alba, mise il Ferruccio tutta la milizia in ordinanza per espugnare quanto rimaneva della terra, ela confortò ad operare animosamente. I Volterrani, perduto l'animo, avviliti per le molte morti, la più parte della terra in potestà del nemico, gl'istigatori già in salvo, mossero parole di accordo, alle quali il Ferruccio rispose si rimettessero in lui liberamente: e poichè i cittadini, avendo avuto avviso che Fabrizio Maramaldo era in via per soccorrere Volterra, cercavano con subdolo consiglio dilazionare la conclusione, Ferruccio impone si risolvessero tra un quarto d'ora, altrimenti riprenderebbe la battaglia: e' fu mestieri accomodarsi a quei patti: i soldati, con le insegne basse e ravvolte su l'aste, erano rimandati, — tutti gli altri trattenuti prigioni. Giovambattista Borghesi, capitano per la parte del papa, innanzi della partita domandò in grazia rivedere il suo fratello morto la sera precedente al bastione di Santo Agostino; glielo contese il Ferruccio acerbissimamente dicendo: «Cotesto tuo affetto perchè? chi non ama la patria non può amare persona; e in quanto al morto, fortuna sua morire così, che ai felloni della propria terra aspetta il capestro.» Indi appresso, Bartolo Tedaldi e Nicolò dei Nobili restituisce nel palazzo del capitano: egli ferma la sua stanza in quello dei Priori, che privi di ufficio rimanda a casa; — poi, ragunati i principali, favellò loro agre parole; alle quali umilmente risposero rammentasse che un cittadino di cotesta città, perchè ebbe nome Clemente e ingegno pari al nome, fu accolto da Dio nella gloria dello empireo, e gli uomini lo adorarono sopra gli altari. — E Ferruccio di rimando soggiunse che se v'era un santo chiamato Clemente, eravene un altro da tutti i popoli e da loro medesimi Volterrani adorato; e che a lui garbava meglio di san Clemente e si diceva san Giusto; che in lui non istava facoltà di far grazia: — quando pur fosse, non l'avrebbe fatta. Dicono gli adulatori dei principi essere la grazia il migliore giojello della corona: la quale sentenza forse deve intendersi che tra le cose pessime di cui si fregiano costoro sia per avventura la meno trista; imperciocchè la grazia comprenda in sè ingiustizia, offesa per quelli che ne rimangono esclusi, oltraggio alla legge, turbamento agli ordini sociali: con tutto questo non volere però egli adoperare rigore estremo; — se così intendesse, avrebbe dovuto sovvertire di cima a fondo la città e tra le macerie piantare un palo con la iscrizione: — qui fu Volterra! — Rammentarsi la passata lealtà, scusarli da un canto come traviati; sebbene per altra parte pensando che, appena veduto l'antico amico afflitto e in pericolo, lo avevano abbandonato, e rivolto contro il suo fianco il ferro traditore, si sentiva ribollire il sangue a tanta turpitudine. — Quali beni vi procacciarono i Medici? Le vostre mura portano tuttavia impresse le tracce dell'incendio che appiccarono qui dentro; forse vivono ancora femmine che alla memoria dei Medici si nascondono il volto nelle mani... Generazione tralignata e codarda, almeno uno dei tuoi padri volle col ferro vendicare le offese della sua patria[270]; — tunon pur le perdoni, ma invochi dal cielo catene, come s'invoca la pioggia su i campi inariditi: tu supplichi un piede che ti calchi il collo... Oh! io mi vergogno di avere sembianze simili alle vostre. Confessate dunque il misfatto, e se ne roghi pubblico strumento, affinchè ne rimanga memoria eterna negli annali delle infamie di questo popolo.

Piangenti, a voce mesta, confessarono, tranne due, Cornelio Inghirami e Filippo Landini; se non che il Ferruccio avendo detto loro con mal piglio: «Voi lo confesserete in ogni modo o qui o al sacerdote perchè io vi farò impiccare per la gola», confessarono anch'essi, e ne fu stipulato contratto.

Allora il commessario Tedaldi manifestò ai Volterrani essere decaduti da tutti i privilegi ed esenzioni, ed impose eleggessero dodici cittadini co' quali potere convenire intorno ai nuovi capitoli. Dipoi fu promulgato un bando, che tutti i soldati albergassero in Volterra, — che nessun cittadino andasse armato, pena la forca; — che in quel giorno medesimo gli fosse rimessa nota precisa di tutto il grano, farine e grasce, per farle con le artiglierie riporre in cittadella; — dalle tre ore di notte in poi non si suonassero campane; chiunque si era rifuggito di Volterra vi avesse a tornare sotto pena di confisca; ogni cittadino portasse la croce bianca, antica insegna del comune di Volterra, altramente andasse in prigione. — Bandi e pene, comechè incomportabili, nondimeno sopportate senza querela: ma quando si venne all'imporre seimila fiorini di gravezza, si udirono gemiti, voci d'ira a mala pena compresse e querele umilissime. Non increbbe a costoro la infamia del malefizio e neppure la turpitudine della pena; nulla i perduti privilegi, la trista condizione della città nulla, — i soli denari strapparono da quei cuori di pietra un sospiro che affetti più generosi non avevano saputo suscitare. Però inutili riuscirono le rimostranze: e perchè indugiavano a pagare, il Ferruccio, presi alcuni dei maggiorenti, li cacciò nel fondo della torre di Rocca Vecchia e fece loro intendere che non ne sarebbero usciti se non gli pagavano la pecunia richiesta. Non li potendo vincere cotesta minaccia, gli spaventò col capestro; pagarono quando videro alzare la forca, tranne solo uno, e fu Bartolomeo Falconcino, uomo abbietto, nel quale molto più potè l'amore del danaro che la paura del capestro, e si rimase in torre fino al termine della guerra.

Grave carico danno, io non lo vo' tacere, a Francesco Ferruccio, di aver mandato alla forca Buonincontro Incontri ed un altro Volterrano, e rimesso a Nicolò Gherardi molto maggiore peccato: ma le sono novelle. Innanzi tratto vuolsi considerare come i Dieci gli avessero commesso di cavare dai Volterrani ribelli non solo tanto danaro quanto bastasse alle paghe dei soldati che di presente con esso lui militavano, ma altresì sopperisse ad assoldare mille fanti, i quali, uniti co' due mila che Giampagolo di Renzo da Ceri doveva condurre a Pisa o con gli altri che in pari numero avrebbe raccolto Andrea Giugni in Empoli, e sotto la sua condotta sarebbero comparsi da qualche parte alle spalle del nemico a combattere onorate non meno che utili fazioni. Due fini pertanto ebbein mira il Ferruccio: procacciarsi pecunia per assoldare soldati, e averli bravi e fedeli. Però impiccava l'Incontri, il quale avendo ricevuto danaro dal Ferruccio per soldare gente, vista la città sua tôrsi alla ubbidienza della Repubblica, truffò le paghe, gettandosi dalla parte nemica: questa colpa meritava, giusta la legge del tempo, la forca, ed era dovere; il Ferruccio poi, versandosi in pericoli tanto supremi, dovendo tenere osservanti tante maniere di gente di ogni risma, ed anco per la sua natura austera, avrebbe fatto errore a rimettere il castigo. Impiccò l'altro Volterrano perchè colto su l'atto della fuga, da lui massimamente abborrita, come quella che, oltre a dare indizio di animo avverso, gli toglieva il modo di procacciare danari. I ricordi dei tempi testimoniano come il Ferruccio non potesse apprendere cosa che tanto lo mettesse in furore quanto questa di sottrarsi con la fuga a partecipare, mercè poca moneta, alla salute della patria; così vero che il conte Gherardo da Castagneto soldato devoto alla repubblica, avendo chiesto licenza di menare seco fuori delle mura Flaminio Minucci suo cugino, il Ferruccio gliela concesse a ritroso, non senza molto ammonirlo che badasse a non lasciarselo scappare; e poichè avvenne appunto come Francesco dubitava, quando il conte gli si parò dinanzi tutto avvilito, egli, postergato ogni riguardo alla potenza ed ai meriti del personaggio, tratta la spada voleva ammazzarlo ad ogni modo; e lo faceva se non lo avesse ritenuto il signore Amico d'Arsoli ed altri capitani di vaglia, che con molta fatica lo raumiliarono. Perdonò al Gherardi, mosso dalle supplicazioni della moglie che con quattro figliuoli gli si era inginocchiata davanti, e perchè la colpa di tenere pratica col campo nemico non compariva del tutto chiarita, lo mosse eziandio la persuasione di Pagolo Corso capitano di valore cui gli premeva tenere insieme agli altri bene edificato; e finalmente perchè ne trasse somma notabile di argento pei servizii della Repubblica.

Però, non bastando le somme raccolte alle paghe dei soldati e agli altri bisogni della guerra, il commessario cominciò a porre mano sugli argenti delle chiese, non mica sopra i vasi necessarii al culto divino, ma sopra statue di santi condotte in metalli preziosi e sopra arredi per troppa copia superflui. Se preti, e frati subissassero, non è a dirsi; a pensare che quei bei santi di argento stavano per ridursi in moneta, e in moneta destinata non per loro ma pei soldati, erano per dare del capo nel muro. In Firenze i sacerdoti chiamavano Ferruccio Gedeone, in Volterra Acabbo o peggio; — egli però non era uomo da rimanersi; chiamati alquanti di loro, egli si fece trovare seduto davanti una tavola sopra cui stava aperto il libro degli Evangeli.

«Perchè», levandosi in piedi esclama il Ferruccio, e la destra tenendo sopra il libro aperto, «perchè ricusate partecipare alla commune difesa? non comandarono gli apostoli agli universi cristiani, e non insegnò san Pietro che, comperati a prezzo di sangue, non dovessimo diventare servi degli uomini? Guardate, questa è l'epistola che egli scrisse ai Corintii; vorreste per avventura smentirla? Di che vi lagnate? Voi mi chiamate empio, perchè statue d'argento e d'oro rappresentantiimmagini di Dio e dei santi io intendo convertire in moneta in pro della patria? Empio fu chi prima adoperò la materia a figurare l'Eterno con forma che perisce! Leggeste voi mai, o sacerdoti, i libri sacri? Udite Isaia: — Gittarono nel fuoco gl'iddii loro perchè non erano iddii, anzi opera di mano d'uomini, — pietra e legno, onde gli hanno distrutti. — Porgetemi ascolto, io vi leggerò un'altra sentenza del profeta[271]«A cui assomiglierete Dio, e qual sembianza gli adatterete? Voi non avete conoscimento. Egli siede sul globo della terra, e gli abitanti di essa al suo cospetto appaiono locuste; egli stende i cieli come una tela e gli tende come un padiglione; egli riduce i principi a niente, e fa che i rettori della terra sieno come una cosa vana, come se non fossero pure stati piantati, nè pur seminati, o che il ceppo loro non fosse radicato sopra la terra; solo che soffi contro a loro, si seccano, e il turbo li porta via come la stoppa.» — A cui dunque lo agguagliereste voi? Non prendete di Dio maggior cura di quella ch'egli stesso si prenda: — pensate abbisognare egli della protezione vostra? Dio padre non isdegnerà sovvenire con le sue immagini la causa santa che difende col suo spirito dall'alto. Temete che pel cessare delle immagini d'oro e di argento venga a mancare la fede di Dio? Forse non illuminerà il sole, non isplenderanno le stelle, non lo sentirà il cuore dei generosi, non parlerà di lui tutta la natura? Andate ed assumete sensi di carità per la patria vostra; — ricordatevi che a Cristo serviamo meglio con l'esempio che non con le parole, — e Dio redentore si aperse le vene per salvarci col sangue[272].»

Piegarono il capo, non ammollirono i cuori, e giù per le scale si susurrarono agli orecchi essere il Ferruccio ariano, luterano, ateo e manicheo insieme, perocchè tra tutte le ire quella dei sacerdoti come la più cieca così è la più codarda e spietata.

E poi siccome, malgrado le esortazioni, nessuno dava gli oggetti richiesti, Ferruccio se li prese: e siccome i frati di Sant'Andrea avevano celato i loro e giurato non possederne, ne mandò tre in carcere, donde non poterono uscire se prima non ebbero pagato duecento cinquanta fiorini d'oro.

Il commessario pel papa, Taddeo Guiducci, essendo rimasto prigione, Ferruccio se lo fece comparire davanti, ed è fama che appena lo vedesse con questi accenti gli favellasse:

«Messer Taddeo, se io non temessi di rincrescere a Dio col farmi micidiale del mio sangue, vi troncherei in questo punto con la vita la facoltà di commettere altri misfatti.»

Era Taddeo Guiducci zio materno del Ferruccio; uomo di lieta vita, pingue del corpo, di guance piene, ridondanti, color pavonazzo, segnate di una rete di vene chermesi e azzurre, con gli occhi sfavillanti, le labbra perpetuamente aperte al motteggiare o al bevere. A quel fierorabuffo rimase quasi fuor di sè; di lì a poco riprendendo fiato, si attentò a domandare:

«Francesco mio, dite voi da senno? Non vi rammentate che siete figliuolo della mia sorella.»

«Io lo rammento pur troppo! Per lei nascendo mi seguita un peccato contro cui acqua di battesimo non vale; ormai la vita sarà per me una battaglia tra il voto della mia anima e il tristo germe che mi contamina il sangue; per voi io mi trovo in istato di affaticarmi non per conquisto di onore, ma per fuggir vituperio.

«Figliuolo mio», riprese amorevolmente il Guiducci, «te fino da fanciullo sconvolsero sempre queste parole prive di senso. Or odimi bene: o il principato prevale, o la Repubblica; se il principato, primi ad oltraggiarti saranno coloro nei quali massimamente confidi; — se la Repubblica, il popolo mal vedemmo sopportare sempre il benefizio: ti pagherà coll'esiglio, e Dio voglia che non adoperi il capestro.»

«Voi non intendete la fama ch'io desidero; — nella gratitudine altrui non confido nè devo confidarvi, imperciocchè operando il bene compiaccio a me stesso. L'assentimento della mia coscienza propongo alla lode di mille generazioni: sommo de' miei voti egli è questo, che, la sventura cogliendomi, io possa levare al cielo la faccia e domandare animoso: — Perchè mi opprimi?»

«Sconsigliato! Dà retta a me. Ormai la fortuna abbandona la Repubblica, — unisciti ai più forti e comanda...»

«Via dalla mia presenza; — le vostre parole non hanno facoltà di vincermi, e tuttavolta mi turbano, come i vapori della terra che non offendono, eppure velano la faccia del sole. — Soldati, custoditelo con diligenza; — quest'uomo che in altri tempi dove ci fosse offerto schiavo noi rifiuteremmo, vuolsi serbare caro adesso, perchè lo potremmo cambiare con qualche nostro fratello di arme rimasto in mano al nemico.»

«Francesco! e il sangue?»

«La infamia, come la morte, scioglie ogni vincolo; in voi ravviso un traditore, non un congiunto... vi risparmio la vita, e forse faccio male... Levatemivi dinanzi... traetelo fuori della presenza del vostro capitano[273].»

Fabrizio Maramaldo napoletano ebbe indole codarda e feroce; cupido di rinomanza quanto meno si sentiva a conseguirla capace; invidioso e superbo: costui militava nell'esercito imperiale e, fortuna fosse o favore, pervenne a tenere gradi supremi. Quando gli giunse la nuova della espugnazione di Volterra, trovandosi su quel di Siena, si vantò che gli sarebbe bastata la vista per menarsi dietro legato il venditore dei panni, chè tale ei chiamava il Ferruccio; lo avrebbero riveduto tra giorni; e mosse le compagnie, si portò sotto Volterra, dove con tutte le sue genti si pose alla porta di San Giusto. Appena fermato, manda un trombetto al Ferruccio intimandogli la resa, salve le vite: al tempo stesso con ispregio così del diritto delle genti come del Ferruccio gli confidava parecchie lettere dei fuorusciti scritte ai loro consorti, onde s'ingegnassero di levare a rumore Volterra, aiutando con le mene interne gli assalti di fuori. Venuto costui alla presenza del capitano della Repubblica malgrado gli avessero fermato addosso le lettere, non rimessa punto la napolitana burbanza, superbamente espose la superba ambasciata. Il Ferruccio non gli rispose parola; bensì presolo per mano lo riconduce verso la porta, e sul punto di accommiatarlo, presentandolo di alcuni fiorini, gli favella così:

«A cui ti manda dirai che le città si prendono con le bombarde, non con le parole; che tra poco noi gli faremo in persona più ampia risposta; — te poi messaggero avverto che a soldato, quale sei tu, disconviene portare proposte infami a soldato quale sono io; e peggio poi ordire tradimenti: per questa volta hai ricevuta benigna accoglienza e doni; — non ritornare; — quest'altra tu avresti il capestro: va via.»

E senza por tempo tramezzo, messi in ordinanza alcuni de' suoi, uscì fuori di Volterra ed appiccò una grossa scaramuccia con le genti di Fabrizio. Dove i soldati nemici non fossero stati meno tristi del capitano quel sùbito assalto dava al Ferruccio vinta la impresa; ma, usi alle guerre, di per loro stessi si rannodarono, strinsero le ordinanze, e conoscendo pericoloso il luogo dove gli aveva spinti Fabrizio, a canto la porta di San Giusto, si ritirarono nel borgo, dove parve bene al Ferruccio di lasciarli stare. Ora, nel mentre ei tornava baldanzoso in Volterra, ecco farglisi innanzi il trombetto da lui testè dimesso, col duplicato delle lettere addosso dei fuorusciti ai consorti loro, e di più un bando che promettea grossissima taglia a chiunque ammazzasse il Ferruccio: ancora recava la seconda intimazione al commessario di rendergli la città; insane cose e incredibili, se le non fossero, vere[274].

«Impiccatelo!» appena lo ebbe scorto, grida con voce concitata il Ferruccio.

«Signor capitano, rammentatevi che io sono un trombetto; — l'ambasciatore non porta pena.»

«Mia non è la colpa: ti aveva pure avvertito; — ricada il tuo sangue sul capo del Maramaldo. — Impiccatelo!»

Non valsero scongiuri, non lo mossero i volti dei circostanti nè la gioventù del messaggero, nè lo spesso invocare ch'ei faceva i parenti e la madre; stette inesorabile, e fu impiccato.

Gli storici del tempo biasimano cotesta azione del Ferruccio, e Benedetto Varchi, comunque espositore pacato delle cose di cotesta guerra, e delle virtù di quel capitano innamorato, non dubita qualificarlo superba e crudele e forse finalmente cagione della morte del Ferruccio.

Io per me non dissimulo i brutti fatti; e se tale veramente dovesse reputarsi questo del capitano della Repubblica, non vorrei diminuirgli in nulla la reprovazione che merita: se non che reputo debito del mio ufficio fare presente a cui legge che, per consenso degli uomini intendenti del mestiero delle armi, hassi a reputare verace messaggero il trombetto mandato a intimare la resa della terra, allorchè questa assalita nelle regole si trovi ridotta in termine da opporre poca resistenza o nessuna; mentre per lo contrario, s'ei si presenti prima ancora che sia stata battuta, si considera provocatore, come quello che propone atto vituperosissimo, o spia: inoltre bisogna avvertire altro essere l'animo di quale disamina i casi umani per raccontarli, altro quello di colui che gli sopporta e gli vendica; e meglio ancora, — ardua impresa essersi tirata sopra le spalle il Ferruccio, quella cioè di salvare la patria pericolante con tale uno esercito al quale mancava ogni senso di moralità, ogni disciplina preordinata al vincere: effetti che possono in tempi quieti conseguirsi con l'ammaestramento e con gli esempi buoni; ma quando il tempo manca, nissuna cosa può meglio provvedervi come la manifestazione di volontà inesorata. Però prima di giudicare il nostro eroe, si ponga mente alla condizione di lui, e poi secondo la coscienza consideri ognuno se merita conferma la rampogna antica, o se piuttosto debba oggi assolversi pienamente. La quale opinione, degna di benigno riguardo a cose ordinarie, non cade più adesso che si ha come il trombetto recasse eccitamenti a ribellare la terra e ad uccidere il commissario; nel qual caso, se il Ferruccio non lo impiccò di prima côlta, hassi a reputare piuttosto trascurato che magnanimo. Per ultimo non rimarrò dallo addurre un'altra ragione, la quale comechè mi paia la meno degna dello riferire, avvegnadio la colpa altrui non valga ad escusare la propria, tuttavolta in guerra si mena buona anche oggidì e si chiama rappresaglia: e questa fu che il Maramaldo aveva impiccato barbaramente il giorno innanzi alcuni uomini del Ferruccio che gli erano capitati nelle mani[275]. Che se il Varchi avesse conosciuto questi fatti come sonochiari a noi, si sarebbe risparmiato di appuntare il preclaro uomo che a ragione salutiamo l'ultimo degl'italiani.

Fabrizio Maramaldo, inasprito per quel primo scontro e lo attribuendo a mille altre cause meno che alla vera, la imperizia propria, immaginò, e gli pareva un bel trovato, di condurre una fossa a onde fino sotto le mura di Volterra per praticarvi una cava. Invano gli dimostrarono i più savi sarebbe riuscita cotesta opera disagevole e inutile; disagevole, a cagione della natura del terreno pietroso; inutile, perchè immediatamente conosciuta dai nemici, i quali stando in parte assai alta, avrebbero, per così dire, annoverato i loro passi. Non gli ascoltava; volle ad ogni costo imprendere la cava. Il capitano fiorentino fingeva non accorgersi di codeste mene e lasciava fare; quando tempo gli parve, di notte con diligenza infinita piantò alquanti pezzi di artiglieria sopra un cavaliere, con la bocca volta verso lo spazio che correva tra la trincea ed il campo del nemico: ciò compito, divenuta la notte più nera, ordinò a Goro da Monte Benichi, soldato di molto valore, uscisse da Porta Fiorentina con la sua compagnia, e con le corde degli archibugi coperte, per non essere osservato, si conducesse alla cava e sturbasse la impresa. Andò il capitano Goro, e comecchè egli restasse sul primo incontro ferito di una picca nel petto, combatteva con tanta virtù che il nemico non seppe resistergli. Qui mentre si levava rumore grande di voci, di colpi di archibuso e di passi di fuggenti e d'incalzanti, Ferruccio col corpo steso sul terreno oregliava per sentire se alcuno si movesse al soccorso.


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