Maramaldo, udito il trambusto e prevedendo l'evento, si dava della mano per la fronte e su l'anca, bestemmiava Dio, se la prendeva contro le stelle, faceva cose insomma da muovere al riso chiunque gli stava d'intorno; rimesso alquanto da quel primo furore, ordinò si soccorresse la cava: sapere bene egli quello che diceva; se non gliela guastavano, doversi rendere Volterra; andassero, corressero, mostrassero all'imperatore che anche Fabrizio Maramaldo sa vincere. Nessuno mutava passo, conoscendo di andare a morte certa ed inutile. Fabrizio di pazza ira avvampava: irrompendo in parole forsennate, li tacciò di codardi. Allora quei vecchi soldati risposero: «Colonnello, voi ci spingete a morire come pecore, e ve lo faremo vedere a vostra vergogna»; e s'incamminarono verso la cava.
Gli udì Ferruccio ed esultò: non potendo contenere la interna allegrezza, replicò più volte: «Eccoli! Eccoli!» Allorchè conobbe essersi tanto inoltrati da percuoterli in pieno, sorgendo in tutta la maestà della sua persona, con terribile grido comandò: «Fuoco!»
Vico, Annalena e il padre di lei, affidati a poderosi cavalli, fuggivano traverso la moltitudine dei nemici;...Cap. XXIV, pag. 519.
Vico, Annalena e il padre di lei, affidati a poderosi cavalli, fuggivano traverso la moltitudine dei nemici;...Cap. XXIV, pag. 519.
E i cannoni balenarono; le palle prendendo obliquamente la colonna dei nemici vi seminarono la strage: ora, mentre, incerti di consiglio, ignorando da qual lato si partissero le offese, non sapendo, mancati gli ordini, se dovessero spingersi avanti o ritirarsi, le artiglierie lanciano di nuovo la morte tra loro, l'istinto della conservazione prevalse alladisciplina, e laceri, sanguinosi si ritirarono. Fabrizio Maramaldo chiuso nella sua tenda non lasciò vedersi da alcuno.
Qui fu che i soldati del Ferruccio, usando meno che temperatamente della vittoria, uncinarono per la pelle della schiena una gatta penzoloni fuori le mura della terra: la quale miagolando dileggiava il Maramaldo. Scrivono alcuni che questo ordinasse il Ferruccio, la quale cosa mi repugna credere di uomo così severo e feroce: ad ogni modo, o da lui lo illepido scherno movesse o da lui si sopportasse, non merita meno biasimo, conciossiachè il Sassetti, con parole che nè più gravi nè più acconce si potrieno immaginare intorno a siffatto proposito, osserva: «le facezie che mordono, lasciano cruda memoria di loro, e co' nemici più combattendo che burlando si guadagna.» Di vero i nemici voglionsi sterminare, non ischernire; ma la plebe matta e la gioventù folle questo o non sa o non vuol sapere; e tale vidi io che di venticinque anni non ardiva afferrare una spada per liberare la patria, prendere ad argomento di scena il Radetzky che vecchio di ottantaquattro e più anni spingeva il cavallo in battaglia per opprimere ventiquattro milioni d'Italiani. Non è anche l'ora di vincere; la vittoria ha da arrivare in compagnia della virtù, o vogliamo dire ferocia nelle armi; però che pei tempi che corrono di altra virtù non abbisogni la Italia.
Più fiera tempesta sovrasta al Ferruccio. Il marchese Del Vasto viveva malcontento nel campo, dove, non che i primi, i secondi onori gli erano stati negati; agli altri capitani dell'esercito cesareo era come stecco sugli occhi: per la qual cosa avendo domandato di andare a combattere pel contado, gli venne più che volontieri concesso; andò di fatti e insieme con Diego Sermiento capitano dei Bisogni prese Empoli, meglio delle armi sovvenendolo il tradimento dell'Orlandini e la viltà del Giugni; del quale infelicissimo caso favelleremo altrove con larghezza maggiore.
Venuto il marchese a Volterra, per essersi poco diligentemente accampato di prima giunta presso la Porta Fiorentina, fu subito dall'infaticabile Ferruccio assalito, — ma, accorso al trambusto, spinse il grosso dell'esercito contro ai pochi compagni del nostro capitano e così celere gli si avventò alle spalle, per mozzargli la strada, che se egli era meno veloce a ritirarsi, non ne usciva in quel giorno a salvamento; ond'è, che seco stesso considerando allora quanto lo superasse il nemico di numero, deliberò di non avventurarsi in troppo fortunose imprese, attendendo a condurre ripari di ogni maniera, siccome sono ritirate, fossi larghi e cupi, nel fondo dei quali aveva fatto mettere tavole, con certi aguti da recare certissima morte a chiunque vi fosse precipitato sopra: tutto il suo sforzo consisteva nel ben munire la parte delle mura verso San Giusto, sì perchè gli pareva dal piantarvi che vi aveva fatto i suoi cannoni il marchese volesse batterla da questo lato, sì perchè, essendo quivi copia di terra, riesciva agevole al nemico di alzare le difese.
Malgrado la previdenza di lui, l'astuto marchese muta nel corso dellanotte, le batterie; da San Giusto le trasporta a San Lino, provvede alle difese con sacca piene di terra, stipe e argomenti altri siffatti. Ferruccio si confuse un momento; poi, non disperando riparare alla trascuranza, moto raddoppia e vigore, — ordina si carreggino i cannoni alla parte minacciata, l'opera aggiunge al comando: apparecchiano monti di picche e di accette; ogni altra difesa presto è condotta a quella parte, — egli in piedi accanto al gonfalone aspetta l'assalto.
Cominciarono a briccolare le palle nemiche su l'aprire del giorno 13 giugno, rade da prima, poco dopo turbinose, e spesse a modo di tempesta; il muro debole s'introna, la torre della porta a Sant'Agnolo si sfascia, in poco d'ora quaranta braccia di muro rovinano; al trambusto che fecero cadendo mancò il cuore ai soldati, i cittadini pensando alla barbara avarizia degl'imperiali agghiacciarono di spavento. Ferruccio tra il fumo e la polvere comandava imperturbato; — ora tutto chiuso nel fumo si udiva soltanto tuonare la sua voce, simile a Dio quando dettò la sua legge sul Sinai; ora compariva parte del suo corpo, il capo o una mano agitantesi e il rimanente avviluppato dentro a nebbia misteriosa, quasi soprannaturale creazione che si affaccia alla mente nei sogni di terrore. Ferve la mischia; in difetto di terra, a ciò confortandoli gli stessi cittadini, sia che l'amore antico o piuttosto, com'è da credere, la nuova paura gli animasse, adoprano per riparo balle, sacca piene di lana, forzieri, casse, masserizie di tutte specie dai Volterrani sgombrate nel monastero di San Lino, molto adoperandosi in questa faccenda il capitano Morgante da Castiglione. Le palle urtando in quelle fragili difese le dirompevano con alto fracasso, — i frantumi schizzavano lontano, causa anch'essi di dolorose ferite.
Ora il marchese, imbaldanzito per lo avventuroso successo, spinge francamente i suoi soldati all'assalto: e per meglio tutelarli, mentre si accostano alla breccia, raddoppia il fuoco delle batterie; la morte passeggia nel trionfo della distruzione.
«Fermi!» urla il Ferruccio, — e il frastuono e l'anelito non gli concedono formare altre voci: «fermi! viva la Repubblica!»
E nell'estro della battaglia faceva mulinello della picca; una palla gli porta via la picca, una schiappa nel tempo medesimo lo priva del cimiero; i suoi gli cadevano attorno come pomi maturi da un albero scosso fortemente nel fusto.
«Goro!» diss'egli voltandosi al capitano Goro da Monte Benichi, «dammi la tua picca, e tu va per un'altra, perchè io non mi posso muovere.»
Una archibusata fracassa la gamba al povero Goro, che stramazza per terra e cadendo risponde:
«Messere Francesco..., anch'io non posso muovermi...; mi hanno portato via le gambe.»
Il Ferruccio si sentì bagnare il volto, — se lo asciugò pensando fosse sudore, — ma erano lacrime suo malgrado sgorgate, perchè sebbene avesse altre volte voluto impiccare questo capitano a Empoli a cagione del pronto stendere le mani su la roba altrui, ciò non guastava puntol'affetto che gli portava pel forte menare delle mani contro i nemici della Repubblica; ond'è che, piegato il capo dalla parte opposta, soggiunse:
«Signor Camillo, porgetemi la vostra...»
Colpito a mezzo del corpo da una palla di cannone, Camillo da Appiano, signore di Piombino, trae un doloroso guaito scontorcendosi negli ultimi moti vitali.
«Muoio! oh muoio!» lamentava; «almeno avessi un po' di confessore... perchè l'anima di un cristiano è troppo pesa per volare al cielo, se un confessore non la liberi dalla gravezza del peccato... Signor commessario, assolvetemi voi... Le mie colpe sono poche... nella espugnazione delle terre... quando la vittoria ubbriaca il soldato... intendete!... e poi la repuguanza irrita... e le più volte era ingiusta... perchè... L'altra è che tutto l'oro che mi trovo sopra l'armatura non lo aveva mica comperato dagli orafi di Ponte Vecchio... e... e...»
Un getto di sangue che si scoppiò dalla bocca gli ruppe ad un tratto la parola e la vita[276].
Gli assalitori si arrampicano sopra le rovine del muro, altri appoggiano le scale; le artiglierie proteggono l'assalto; nessuna palla passa senza recare offesa; d'intorno al Ferruccio, o di urto o di ferita, ad ogni istante casca gente; qualcheduno si rialzava, più molti rimanevano in terra prostesi, — era un tentare la provvidenza la più lunga dimora in cotesto luogo. Iacopo Bichi, il quale fino a quel punto non si discostava mai dal Ferruccio, adesso gli grida:
«Commessario, sgombrate di qui... il nemico ha voltato da questa parte tutte le sue artiglierie... non è il vostro posto...»
«Non è il mio? — Non vedo altro pericolo maggiore... Lasciatemi stare.»
«Messere Francesco, scansatevi per Dio!» urla da un'altra parte Vico, «voi siete ferito nel ginocchio...»
«Non me ne sono accorto; — sta cheto, figliuol mio.»
«Venite, o vi faccio portar via dai cavalleggeri di messere Iacopo.»
«Guardati dal farlo, figlio mio, ch'io ti passerei da una parte all'altra con questa picca...»
«Ah! lo sapeva... Per la testa di san Giovanni Battista!» mormorò tra' denti Iacopo Bichi nel vedere rotolarsi nella polvere Francesco Ferruccio, che, percosso nel ginocchio opposto della gamba prima ferita, non aveva saputo più reggersi in piedi.
«È morto! è morto!» battendo palma a palma, prese ad esclamare Vico Machiavelli.
«Silenzio!» lo rampogna severo il capitano Morgante da Castiglione, uomo di vaste membra e di cuore anco più vasto[277]. — «La patria preme assai più del Ferruccio; è morto da prode uomo di guerra: lo piangeremo poi; adesso bisogna celare la sua morte, altrimenti ne seguirebbe sconforto e perdita di tutta la impresa; io gli porrò il mio elmo e l'assisa; mi vestirò la sua; voi trasportatelo fuori di qui... trattenete le lacrime... a quanti ve ne domandano rispondete... è il capitano Morgante ferito.»
In quel viluppo di uomini, nella orribile confusione che sconvolgeva ogni cosa d'intorno, riuscì agevole condurre a fine il proponimento del Morgante; nessuno ebbe tempo di accorgersi della mancanza del capitano; e in quanto al menare le mani, molto bene ne teneva le veci il valente capitano Morgante da Castiglione.
Colla visiera calata, il corpo coperto di un panno, Vico in compagnia di due soldati portava il Ferruccio: egli ed un altro sottentrandogli con le spalle alle ascelle, ricingendolo con le braccia traverso la vita, lo sostenevano dalla parte del capo; il terzo postosi tra le gambe e recatelesi su gli omeri, lo teneva sollevato dalla parte dei piedi. Vico preme la immensa angoscia e morde un lembo del panno che cuopre il Ferruccio per paura di non si tradire con una esclamazione.
Lo menò nel suo quartiere; licenziò gli uomini, chiuse con diligenza le porte: e non badando ad Annalena, che pure gli corre dietro smaniosa e lo chiama co' più dolci nomi nella più soave favella che mai avesse tocco orecchio d'amante, libera il giacente dell'elmo, e scoperto che gli ebbe la faccia, incominciò a lamentare:
«O messer Francesco, perchè ci avete abbandonato? Che farò io senza guida su questa terra? Che farà la patria senza il vostro consiglio? Io non vi darò sepoltura finchè ella non sia caduta; — voi dovete entrare insieme nel medesimo sepolcro. Oh! come queste labbra, che pur dianzi sostenevano con la voce la battaglia, taciono adesso! Come questi occhi pieni di vita non vedono, non dicono più nulla! Messere Francesco, non ci abbandonate... non ci abbandonate per amore di Dio!»
A Lena, quando contemplò il volto del giacente, stette per mancare sotto il terreno; non pertanto, meno sopraffatta dalla passione di Vico, conobbe il capitano dai colori della faccia non trapassato, bensì dallo spasimo delle ferite tolto fuori di sè. Con virile animo ella gli spogliò l'usbergo e le gambiere; vide una contusione sotto le coste spurie, dal lato destro; esaminò le piaghe delle gambe, — non le parvero pericolose, — e già si accomodava a medicarle, allorchè il Ferruccio, sciolto un grande sospiro, con maraviglia e terrore di Vico, il quale si era lasciato in balìa del proprio affanno, prese a parlare:
«Cavalleggieri, a me! — stringetevi, — incrociate le picche... Schiavi, all'inferno! E tu, marchese, a tua posta schiavo, sappi che una spada nella mano dell'uomo libero taglia per sette!» E quindi si leva a sedere, volge attorno gli sguardi attoniti e grida:
«Dov'è la battaglia? Dove mi avete portato? Vico, sei tu? È distrutto il nemico?
«O commessario! ai muri si combatte asprissima zuffa; noi vi abbiamo tolto dal terreno per morto.
«Perchè mi avete tolto? Perchè non mi avete lasciato? Improvvidi! e non sapete che anche morto avrei potuto spaventare il nemico? Forse non è il campo di battaglia il letto di riposo pel guerriera? Vico, m'invidii la morte sul campo? Pensi che sosterrei la vita per terminarla tra il pianto dei congiunti e le preghiere dei sacerdoti? Su!... ridonami l'aria aperta, mi sento soffocare qua dentro; datemi la picca... menatemi contro al nemico... Non sopra inglorioso letto, — non tra lenzuola ha da morire il Ferruccio... sibbene sul campo, — avvolte le membra dentro il gonfalone della Repubblica.»
E siccome Vico non si moveva, Ferruccio concitato a profondissimo sdegno riprese:
«Nessuno sosterrà il guerriero ferito! Mi basterà l'anima... se no, piuttosto che i miei combattano senza di me, mi spezzerò il capo nelle pareti.»
Balza dal letto; le gambe addolorate e dalla perdita del sangue infievolite gli negano l'ufficio; egli cade percotendo della faccia il pavimento. Vico e Lena lo soccorrono e tentano portarlo nuovamente sul letto. Ferruccio si oppone con minacce e preghiere, — poi comanda a Vico di sostenerlo tanto che arrivi contro al nemico. Vico a mani giunte lo supplica a deporne il pensiero.
«Per l'autorità che in me trasferiva morendo il tuo genitore, t'impongo di aiutarmi per tornare alla muraglia.»
Vico esitava pur sempre.
«Rompi gl'indugi, — o io ti maledico.»
Vico lo sorregge — invano. — Ferruccio non può mutare due passi; ambedue si fermano sconfortati; all'improvviso Ferruccio grida:
«Pommi su questa sedia; chiama gente che ti dieno mano e portami così su la breccia.»
La gente venne. Lena si affaccendava a fasciargli le piaghe, ma il capitano impazientito la respinge da sè:
«Non importa... vi rimane sangue che basta a salvare la patria... Sentite!... sentite! — Viva l'imperatore! — Ah! il nemico ha messo piede su i muri... presto... affrettatevi....volate... Viva la Repubblica di Fiorenza! Morte all'impero! morte al papa!»
Il fiero capitano cacciò quel grido con tutte le viscere, sicchè il suono tonante della sua voce superò lo strepito delle armi e il fragore delle artiglierie. Tempestando e minacciando ottenne lo riponessero sulla breccia dirimpetto le artiglierie nemiche, a canto il gonfalone della Repubblicaquivi il terreno appariva solcato dalle palle; i più animosi si allontanavano dal luogo reso terribile per cumulo di cadaveri: il marchese Del Vasto, disegnando spingere la sua milizia a nuovo assalto da cotesta parte, fa drizzare le scale, spinge i soldati che si precipitano, salgono e già già afferrano la estrema parte dell'argine rovinoso.
«Cavalleggeri! Lascerete uccidere qui il vostro commessario senza difesa? — Viva la Repubblica! — La vittoria è nostra! — E staccato il gonfalone, con quanto aveva di forza lo agitava continuando a gridare: «Viva la Repubblica!»
Si riaccese la mischia; l'animo inasprito a nuova ferocia non faceva sentire la stanchezza delle membra e le ferite; unirono gli sforzi, ed anche per questa volta gl'imperiali furono ributtati dalla breccia. Il Ferruccio quando li vide in fondo del fosso, si risovvenne di certo suo scaltrimento di guerra, che consisteva nell'avere allestito non poche botti piene di sassi, le quali, riputando contenere munizioni, non avevano in sua assenza adoperato; — le rotolano adesso su l'orlo dell'argine e le lasciano sopra ai nemici; forte percotendo nel fondo del fosso le botti si sfasciano con impeto immenso; i sassi schizzano violentemente, e quale offendono nel piede, quale nelle gambe, tal altro nel fianco o nel volto; pesti, infranti, non sanno come mettersi in salvo: coloro che rimangono illesi prorompono in fuga precipitosa; nuova rovina di sassi, una pioggia dolorosa di acqua e di olio bollente si rovescia sopra gli offesi; oscene morti avvengono in cotesta infame fossa: — gli urli dei dannati possono appena uguagliare, non vincere, i guai che escono quinci entro a funestare le orecchie degli amici ed anche dei nemici; — membra troncate galleggianti nel sangue.
Il marchese Del Vasto, ineccitabile quanto il ferro che gli vestiva il petto, conobbe non dovere più oltre ostinarsi nello assalto; si guardò di sfiduciare i suoi soldati dalla speranza del vincere e sonò a raccolta; volle risparmiare il sangue, non per pietà di loro ma per amore di sè, imperciocchè quel sangue fosse venduto e gli appartenesse; in quel sangue stava riposta la sua gloria e la libidine di censo più largo.
Il giorno 21 di giugno, il marchese ricomincia la batteria da più parti, a Sant'Andrea e a Sant'Agnolo; con estremo sforzo si adopera contro; caddero i muri, corsero all'assalto; — pari l'ira da una parte e dall'altra, il valore pari; — ma o sia che il valore dei soldati di libera città comprenda virtù vera, e quello dei mercenarii del principe partecipi piuttosto del furore, o sia che vicino ad abbandonarle volesse Dio circondare di luce le armi fiorentine, nei petti degli uomini trovarono gl'imperiali un muro più insuperabile dell'altro composto di pietre. Si rinnovarono le morti, i casi miserevoli, le sconce ferite; — di nuovo i muri grondarono sangue, — il cielo fu bestemmiato o invocato, — ed ei stette pur sempre azzurro e sereno.
Comecchè l'anima gli ruggisse dentro, e' fu mestieri al marchese dichiararsi vinto e ritirarsi. Ferruccio gli sorgeva contro invincibile come la necessità. Partì con vergogna; e la gloria del superbo guerriero,seppure gloria deve rettamente chiamarsi il rumor vano che l'uomo acquista combattendo per lo straniero contro la sua patria, andò a spezzarsi entro le mura di Volterra. Le parole tra lui e il Maramaldo furono molte e acerbe: crucciato non volle tornare al campo e si ridusse alla moglie nel regno; colà trasse nell'ozio e consumò nella inerzia una vita oscura, — invecchiato strumento di tirannide; — la sua morte non compiansero figli, — gli circondarono il letto parenti avidi del suo retaggio, come il demonio della sua anima. Possa Dio non concedere miglior destino a coloro che feriscono il fianco della madre che gli ha generati[278]!