Riguardate e vedeteSe v'è dolore pari al dolor mio! —Geremia.
Riguardate e vedeteSe v'è dolore pari al dolor mio! —Geremia.
Riguardate e vedete
Se v'è dolore pari al dolor mio! —
Geremia.
La mia storia si approssima al fine, — ma per arrivarci meglio egli è mestieri rifare i passi e tornarcene indietro: non te ne dolga, o lettore; — vedrai una donna, e forse ne sentirai meraviglia, ad un punto e compassione, perchè questa donna sarà una madre addolorata.
La notte in cui fu arrestato Lorenzo Soderini, Cencio Guercione recò immediatamente la nuova a Malatesta, imperciocchè Cencio fosse uno di quelli che dovevano intervenire al ritrovo, ad istanza del Baglione suo signore, il quale, per istarsene appartato, non voleva meno, a guisa di ragno al sommo della tela, avere in mano le fila di quanto in Firenze si operasse o dicesse.
Appena ebbe posto fine Cencio al suo parlare, Malatesta, sporgendo fuori del letto, dove se ne stava giacente la gamba destra ed agitandola a modo di spronare un cavallo, prese a dire:
«Cencio, andiamocene; sento un'aria di forca che mi stringe la gola; va', sella i cavalli... mi pare che la terra mi manchi sotto...»
«Parlate daddovero, messero? Adesso? Sul punto di raccogliere la mercede delle onorate nostre fatiche?... io rimango.»
«Cencio, i beni senza la vita non valgono nulla.»
«E la vita senza i beni vale anche meno; addio al sangue dei Baglioni vostri crudeli parenti e nemici; — addio Bevagna, Tunigiana e le altre terre e castella: rimanga il nipote senza vescovado, — Ridolfo vostro senza la duchessa di Camerino. — Ah! voi mi fate pietà.»
«Usciamo da questo inferno, — diamo la porta al Principe e lasciamolo a sbrogliare le sue faccende con la Signoria...»
«Ma allora chi vi assicura della fede del papa? E poi per questo estremo noi siamo sempre a tempo. Abbiate pazienza, lasciate a me la cura d'ingrandirvi un tal poco; altrimenti nessuno vorrà credere che una nobile repubblica come questa sia stata condotta in rovina da un goffo come siete voi: la nostra nicchia è la ribalderia; sta bene, ma almeno occupiamone quanto basta per farci figura... che cosa direbbe il diavolo di voi?»
«Cencio... ascoltami una volta per sempre... A cui darai vanto del suono, al citarista o alla cetera? Tu sei in mia mano la cetera — ricercandoti, ne ricavo ora il basso ora l'acuto; un giorno o l'altro potrei anche lasciarmiti sfuggire di mano e mandarti a rompere sul terreno.»
«Novelle! Voi fate l'altero per isprezzarmi, ed io vi domando: va egli il cieco senza la guida? — Io sono il fidato destriero che vi mena per balze e per dirupi; voi mi tremate sopra quando muovo sul ciglione del precipizio e vi raccomandate a tutti i vostri santi; io procedo sicuro e vi tolgo dai mali passi; — sono l'anima, la mente del vostro corpo...»
«Se presumi tanto di te, — va' solo, — e vediamo...»
«Solo non posso andare, mi manca stato; la fortuna mi ha posto in tal condizione che le opere mie mi darebbero fama nella taverna che frequento o nella contrada in cui nacqui: il diavolo conta tutte le ribalderie, ma lo storico segna quelle soltanto commesse sotto l'insegna di un leone, di due pesci o di una corona; insomma anche le scelleraggini, onde non muoiano presto nella memoria degli uomini, abbisognano di una marca imperiale, reale o almeno baronale...»
«Ed in prova che, dove io non fossi, tu saresti un fantastico senza vergogna, ti osservo che, spaziando sempre nel passato e nel futuro, tu non ti risovveresti del tempo presente.»
«Ogni uomo venne al mondo col suo patrimonio di ambizione... perchè non dovrei avere ancora io la mia? Per me, vorrei acquistarmi un bel tocco di fama o d'infamia, — insomma essere rammentato, come una eruzione di Vulcano, un terremoto, un diluvio; e malgrado il mioingegno e la potenza di fare da me, voi, pur troppo io sento, mi divorerete la esecrazione dei posteri. Dio mi ha mandato Malatesta addosso come la ruggine del ferro. Se potessi rivivere fra tre secoli, leggerei sopra i ricordi dei tempi: Malatesta il più astuto... Ah! storico, invece di spendere in inchiostro, comprati elleboro, tu sei pazzo; Malatesta fu il più innocente, il più semplice uomo del mondo.»
«Ah! mi farai dormire: Cencio, invecchi e sermoneggi. — Va', muta veste, e studia indagare quali voci corrano per Fiorenza. — Mi viene un pensiero in mente. Vedi questa carta? — È una lettera del Papa. Sai a cui è diretta? — A me. — Indovini dove intendo depositarla? Alla Quarantia. — Ne comprendi la cagione? — No. — Va', va', mio buon Cencio...; col tempo imparerai a tua posta; per ora io ti saluto col nome di novizio nell'arte del tradimento.»
Cencio alzò le spalle e, avviluppatosi entro una cappa spagnuola, si accinse a partire. Malatesta, lo richiamando addietro,
«Guarda», gli disse, «che sia bene sbarrata per di dentro la porta, e i Perugini veglino.»
Cencio alzò di nuovo le spalle con tale un atto che avrebbe potuto significare: io non comprendo nulla.
Malatesta volle avviare a certa meta i suoi pensieri, ma non gli riusciva; il timore che la porta non fosse ben custodita gli teneva la mente del tutto ingombra: si levò dal letto con pena, e aiutandosi appoggiato ad un bastone si strascinò per le stanze giù per le scale, — toccò le sbarre, le tentò con quanta forza gli era rimasta nelle mani attrappite, e, assicurato da questa parte, si diresse al corpo di guardia.
I suoi fedeli Perugini vegliavano, la noia della veglia ingannando col giuoco e col vino: inosservato egli apparve in mezzo di loro e alzò la mano per favellare. I soldati cacciarono un urlo, non di sorpresa, ma di terrore, così che Malatesta se ne sentì avvilito; un pensiero gli traversò il cervello, doloroso come ferro rovente: tu sei già più che mezzo cadavere, — la tua vista mette spavento; cuopriti di cenere e muori. — Egli non potè proferire parola, stette alquanto con la mano quasi in atto di lanciare una maledizione, — poi ritornò silenzioso nelle sue stanze.
Ad ora di notte inoltrata tornò Cencio: — la pioggia cadeva giù a torrenti; la cappa e le altre vesti di lui erano imbevute d'acqua; mormorava tra i denti mozze parole. Appena Malatesta lo vide, incominciò:
«Cencio, che nuove?»
«Mi sono bagnato fino all'ossa», e senz'altro aggiungere spremeva l'acqua dalla cappa in sembianza di uomo stupido.
«Cencio, dimmi, quali parole ti venne fatto raccogliere?»
«Il freddo mi ha preso tutto il corpo; tremo come la cicogna...»
«Vuoi tu ragguagliarmi di quanto hai ascoltalo tra il popolo?»
«Il popolo, signor Baglioni, all'ora che fa, pensa ad altro che a novellare; — egli gode ciò che non possiamo ottenere più noi, — la pace del sonno.»
«Io ti comprendo, Cencio; il dispetto ti rode; tu mi porti rancore e immagini arrovellarmi col tuo segreto: — tientelo, non so che farmene, — se l'acqua ti ha concio, peggio per te. Io ho bevuto intanto del buon vino, e mi riconfortò le viscere; poc'anzi hai confessato che senza di me non potresti andare; io invece procedo molto bene senza di te; — va', lasciami dormire.»
«Or via, udite Malatesta...»
«Non voglio ascoltar nulla. Vassallo, obbedisci al tuo signore e lascialo in riposo... i rimorsi mi fanno morbido il guanciale, — il pericolo mi serve di letto: — anima volgare, a te lascio la veglia con tutte le sue paure di questo mondo e dell'altro.»
«Non ha per ora più bisogno di me!» susurrava Cencio Guercio; «sconterai la superbia alla prima occasione.»
Venti giorni dopo il colloquio riferito qui sopra, la campana del palazzo di giustizia, chiamato volgarmente il Palagio, suonava a raccolta.
Chiamava la Quarantia al giudizio di sangue: di ciò facevano fede i leoni coronati, il gonfalone appeso accanto alla porta del Palagio, i magistrati che si vedevano traversare il cortile e salire su per la immensa scala vestiti di cappe rosse.
Quando accennammo brevemente la forma del governo di Firenze, dicemmo come levata agli Otto la facoltà di far sangue, la concedessero alla Quarantia, ed avvertimmo ancora come dei due fondamenti i quali costituiscono l'ordinato vivere civile i nostri padri, periti del primo, cioè del diritto di ogni cittadino a partecipare la suprema autorità dello stato, ignorassero il secondo, la sicurezza personale. Nel 1527, sul principio della rivoluzione, vollero in parte mettervi rimedio e lo fecero instituendo la Quarantia. Certo non conseguirono lo scopo: i popoli procedono lenti, che la verità percuote obliqua i loro sguardi; comunque sia, cercarono per trovare. I delitti, in ispecie quelli di stato, dovevano notificarsi dagli Otto alla Signoria, la quale era obbligata estrarre a sorte quaranta uomini dalle borse degli ottanta, che insieme al gonfaloniero, ad uno dei priori, tre gonfalonieri delle compagnie, due dei dodici buoni uomini, due dei dieci, uno dei nove, uno dei capitani di parte guelfa, uno degli uffiziali di monte, due dei conservatori, uno dei massai di camera, dentro i quindici giorni dal di della tratta dovevano spedire la causa. Qual procedura tenessero nel giudicare vedremo in seguito.
... il Ferruccio vi si avventura: grave di armi...Cap XXV, pag. 559
... il Ferruccio vi si avventura: grave di armi...Cap XXV, pag. 559
Due uomini apparivano sopra la panca degli accusati, — entrambi stretti di pesanti catene: il primo, disfatto nella sembianza, con i capelli stesi lungo le guance, come se si fosse tuffato nel fiume, imperciocchè un sudor freddo emanasse senza mai cessare dal suo corpo; — le tempieavea cave, — le labbra pendenti e colore di piombo, — gli occhi bassi circondati da un cerchio nero; tutto svelava in lui il rimorso aver precorso la pena; — questi era Lorenzo Soderini: l'altro pochi giorni avanti fu mirabile per adipe e argomento di motteggio a chiunque lo avesse veduto per via; la paura gli aveva tolto ad un tratto la pinguedine, le guance gli cascavano giù dai lati grinzose come la pagliolaia dei bovi; il vermiglio che un dì le imporporava si era mutato in una tinta violacea, e il bianco degli occhi gli appariva chiazzato di macchie gialle solite a precorrere la itterizia; egli non imitava la immobilità del compagno, — anzi irrequieto agitavasi, gli occhi rivolgeva del continuo da un lato all'altro pieni di terrore, e con la bocca facea greppo, col capo ammicava in atto di domestichezza a quanti entravano nella sala; — e siccome la più parte passava senza badarlo, e gli altri lo guardavano biechi, egli per farsi avvertire da' primi tossiva, stropicciava i piedi, si alzava ritto ritto su la persona, non ometteva industria per richiamare la costoro attenzione; ed ai secondi si sprofondava in inchini per modo che col mento quasi veniva a toccare terra. Anche il delitto può parere sventura quando il reo prossimo ad essere colpito dalla legge si mantiene composto nella sua umiliazione e mansueto come quegli che sente essere la pena effetto di causa con le proprie sue mani fabbricata; quindi mentre l'aspetto del Soderini gli conciliava favore, rifuggiva ognuno dalla impudenza fratesca del secondo accusato; — ed infatti egli era Vittorio Franceschi, nominato fra Rigogolo, minore osservante.
Seduto ognuno al suo luogo, si alza il gonfaloniere Rafaello Girolami e con voce alquanto tremula incomincia:
«La Quarantia si trova ella di presente composta nel numero prescritto dalla legge?»
Il notaio, scopertosi il capo, risponde:
«Magnifico messere gonfaloniere, i presenti superano i due terzi.»
«La Quarantia», soggiunse il gonfaloniere, «vuole ella decidere la causa in questa mattina?»
Da tutte le parti si levò la voce:
«Vuole.»
Il gonfaloniere torna a sedersi; dopo alquanto di pausa si volge agli accusati e dice:
«Lorenzo di Tomaso Soderini, lo spettabile magistrato degli Otto vi accusa di pratiche secrete con i nemici della patria, di tentativi per sovvertire il reggimento, di voler ricondurre lo stato sotto gli antichi tiranni... Che cosa potete voi opporre a questa querela?»
Il Soderini schiuse a fatica la bocca, e dalle fauci gli proruppe un singulto; — nel tempo stesso sopra i contorni dei labbri gli comparve una bolla vermiglia, — scoppiò, — e dagli angoli della bocca gli gocciò una bava sanguinosa: una volta gli tremarono gli occhi, poi stettero quasi ghiacciati; crollò la persona e cadde sul pavimento; — non sospiro, — non gemito per lui; — il fragore delle catene fu l'unico suono che si fece sentire sul traditore caduto.
«Frate Vittorio», continua il gonfaloniere, «voi siete querelato del medesimo delitto: — che avete ad opporre per la vostra difesa?»
«Domine, in adiutorium, io vi dirò, magnifico messere Rafaello, la verità tale quale ella sta; perocchè, vedete, io sia semplice come un fanciullo pur mo' nato: il gentiluomo che voi testè interrogaste, certo giorno su l'ora di vespro, mi fece chiamare in sagrestia, dove io, credendo volesse accostarsi al tribunale della penitenza, lo segnai e gli dissi: Dite su; — ma egli mi rispose: Non occorre per oggi, frate Vittorio; io vengo da parte di Sua Santità a proporvi e, in quanto bisogna, ordinarvi di porgermi aiuto per ristabilire la sua famiglia in Fiorenza...»
«Perchè non veniste a denunziare il fatto alla Signoria?»
«Onorando messere, voi sapete da noi altri frati richiedersi tre voti soltanto, di obbedienza, di castità e di povertà; — se esigessero da noi anche quello della scienza, i monasteri sarebbero vuoti, come le aie...»
«Oh! no», interruppe una voce, «voi altri frati giurereste anche questo voto, nè lo adempireste meglio degli altri.»
«Ah! ah! come vi piace, padroni miei spettabilissimi; e infatti ogni giorno una pioggia di motteggi si rovescia sopra le nostre povere spalle, e non rifiniscono mai dal proverbiarci sopra la nostra testa rasa e il piè di legno: poc'anzi entrando qui dentro ho udito due gentiluomini che mettevano a partito se io mi avessi più duro il di sotto o il di sopra...»
Siffatta plebea umiliazione di sè, anzichè movere il riso, concitò lo sdegno degli ascoltanti; per la qual cosa il gonfaloniere lo avvertiva restringersi nella difesa: — ma il Carduccio, modestamente levandosi, tal dirigeva al Girolami grave consiglio:
«Messere, sacra cosa è la difesa dei querelati: se il frate parla scempie parole, nostro danno; noi non lo ascoltiamo per diletto sibbene per dovere; lasciamogli il conforto di dedurre difese inutili, dacchè non gli è dato promuoverne delle concludenti.»
«Dunque», seguita il frate, «io credei che mi burlasse, e con mal viso gli voltai le spalle garrendolo di venire ad uccellare i religiosi nei loro sacrosanti asili, massime nell'ora di vespro, in che facciamo la siesta.»
«Perchè avete tentato, dopo l'arresto del Soderini, trafugarvi dalla città sotto spoglie mentite?»
«Eh! ma la giustizia del bargello ha l'ale alle mani per prendere, e per lasciare soffre di gotta. Quando l'uom cade tra cotesti roncigli, avviene di noi come della pecora che capita nel pruneto; quando le va bene, qualche fiocco di lana vi lascia: onde io che aveva sentito raccontare in qual modo certo villano a cui apponeva avere imbolato il campanile della pieve se ne andasse a casa e dicesse alla donna sua: Mogliema, ti avaccia a far fagotto delle masserizie e andiamcene con Dio, imperciocchè mi accusino di avere rubato il campanile. — Statti, gaglioffo, che io di qui ne vedo la croce e ne sento le campane che sonano a gloria, gli rispose la donna; — ma il villano insisteva: Partiamotuttavia, che al bargello per udire e vedere le campane e il campanile un anno potrebbe sembrare poco, e in questo tempo meglio giova essere pollo d'aia che pollo di stia. — Per le quali ragioni e cagioni deliberai mettermi in salvo, e ch'io non argomentassi poi male lo vedete col fatto: se mi riusciva sgombrare, non sarei qui con queste smaniglie addosso.»
Cominciarono gli esami dei testimoni, nessuno a discarico; molti deponevano come frate Vittorio, convertito il confessionale in bigoncia, quinci diffondesse parole di veleno contro la Repubblica e instigazioni al tradimento; altri gli contestarono la proposta da lui fatta di accompagnarlo a inchiodare i cannoni sul poggio San Miniato; non mancarono i soldati ch'egli con impudenza pari alla goffagine s'industriò contaminare per introdurre i nemici nel convento di San Francesco vestiti a modo di frati; in somma un cumulo di prove, di riscontri e d'indizii si aggravò sopra il suo capo da convincere la mente degli uomini meglio esitanti. Per un pezzo il frate durò a gridare calunnia e vomitare contro i testimoni atrocissime contumelie; poi all'improvviso gli mancò l'ardire e si gettò genuflesso sul pavimento piangendo dirotto e gridando:
«Misericordia! misericordia! vi prenderà ira contro un cane morto? Vi appoggerete sopra la canna rotta? Abbiate compassione di un povero folle....»
«Ed io pure sono folle, ma non ho mai morso le mammelle che mi porsero il latte!» esclamò improvviso Pieruccio, il quale, introdottosi furtivamente nella sala, se ne stava accovacciato a mo' di cane sotto le panche tra i piedi dei padri, — e meglio delle parole erano rampogna il suo aspetto attrito e le sue piaghe tuttavia sanguinanti. Poi sollevando le braccia in atto solenne, così favellava ai cittadini adunati: «Voi li salverete, voi non avrete cuore di condannarli... Sventura a voi! L'albero che avete piantato non alligna nella terra dei codardi e dei traditori, — e sì, — e sì che l'albero piantato da voi, quando non frutta libertà, somministra il legno per costruire il patibolo!...»
Il gonfaloniere, supponendo offesa la maestà del luogo da quei detti acerbi, ordinava traessero altrove il Pieruccio; se non che egli, vietando ai mazzieri di toccarlo, dignitoso e superbo, sgombrò da per se stesso dalla sala. Dal rumore che si levò da ogni lato, dall'agitarsi dei capi dei cittadini, parve quasi turbine trapassato per le piante della foresta.
Intanto Lorenzo Soderini, rinvenuto dal suo sfinimento, occupava di nuovo il posto di accusato. Raffaello Girolami, con voce che studia rendere quanto più poteva soave, gli domanda:
«Lorenzo Soderini, avete da opporre discolpa all'accusa che vi danno gli spettabili signori Otto, di guardia e balia?»
Il Soderini mosse le labbra per parlare, ma non ne uscì suono; — una mano di ferro gli stringeva la gola.
Allora il Girolami si piegò all'interno domandando,
«Ecci nessuno che prenda le difese di Lorenzo Sederini accusato di tradimento?»
«Nessuno. — Mandatelo alla forca senz'altre formalità.»
«Che sensi, che voci sono queste?» riprende il gonfaloniere; «mi trovo io tra uomini civili, o...»
«Su, dite tra chi?» interruppe Lionardo Bartolini.
«O tra chi mi trovo?» ripiegò in buon tempo il Girolami avvertito dalla interruzione del Bartolini che stava per uscirgli di bocca qualche grave parola. «Perchè non avrebbe messere Lorenzo le sue difese? Finchè la legge non pronunzia sopra di lui, non può dirsi reo. E alla patria, meglio che con le ire e l'impeto, si serve coll'adempire ai buoni ordinamenti di lei.»
Questa proposizione che denotava un grado di civiltà non consentito dai tempi giunse malgradita tra quelle menti accese; parve provocazione e rimprovero; gli odii riarsero; ella fu quasi bitume sopra legna infiammate, — i cuori si chiusero alla pietà, — la sentenza non pronunziarono ancora, ma ormai la sorte del Soderino e di fra' Vittorio è decisa.
Il gonfaloniere, cui studio di giustizia moveva e forse anche amore della casa Soderina, interroga da capo:
«Chi difende Lorenzo Sederini?»
«Nessuno.»
«Affinchè i posteri», continua il Girolami, «non abbiano a dire che, la ragione postergata allo sdegno, la nostra magnificentissima Repubblica commise fatto turpe nel presente giudizio, ecce, deposta un momento la maestà del grado, io scendo alla difesa del querelato Sederini.»
«Voi non lo farete. Rimanetevi! rimanetevi!» gli gridavano d'intorno tutti commossi, come mare in tempesta.
«Quando lo statuto non lo vieta», risponde con grande animo il gonfaloniere, «staremo a vedere chi usurpa qua dentro maggiore autorità della legge!»
E si pose sotto la panca dell'accusato. Quindi acconci detti adoperando, chè fama aveva e prestanza di buon parlatore, orò fervorosamente in difesa del Soderini: disse quanto più atroce il delitto maggiore richiedersi la prova; essere contro messere Lorenzo atroce l'accusa, gli indizi incerti, perchè delle prove non ne concorreva pur una; la fuga notturna e l'arresto nulla concludere; era forse vietato uscire per la città ad ora insolita? non doveva presumersi ch'egli andasse attorno per cose da tacersi a cagion di onestà? Male condannarlo, se dal silenzio e dal pallore traessero argomento della colpa: — a cui di noi l'accusa di traditore non terrebbe, non dico la parola, ma la vita? — Lodò casa Soderina, rammentò i molti beneficii da lei operati in vantaggio della Repubblica, onorandissima famiglia la disse e tale da pregiare di sè qualunque più chiaro stato del mondo; ricordò Piero, al quale se mancò per avventura il senno, certo non ebbe difetto di volontà; ma non gli mancò neanche il senno, sol che si pensi ai tempi difficili, al viluppo dei contrari interessi, allo sforzo di principi contro ai quali non valeva potenza, e la fortuna dei quali non poteva prevedersi; che se molti lo accusano, ciò avviene perchè, come spesso ho udito dire da messereIacopo Nardi, dopo il fatto di senno ne sono piene le fosse; e più di Piero lodò Giovambattista, di cui volendo tutti gli encomi raccogliere in uno, lo salutava col nome di maestro di Francesco Ferruccio, áncora validissima della pubblica salvezza; concludeva finalmente che, quando la coscienza dei padri fosse convinta di qualche trascorso essersi reso colpevole il Soderino, procedessero con mite consiglio, con intendimento di chi corregge per migliorare, non con pena che paia vendetta. Restituissero un cittadino alla patria, non consegnassero un cadavere all'avello.
Giunto a questa parte della sua orazione, s'intese strepito di armi e rumore di passi, come di molte persone che camminano strette tra loro a modo di soldati, — si apersero fragorose le porte, — e le lancie spezzate del Malatesta si posero sul limitare.
«Chi è il temerario che ardisce presentarsi così alla Quarantia?» — domandarono alcuni cittadini; — altri guardavano sorpresi e ansiosamente attendevano.
«Malatesta Baglioni!» rispose con gran voce Dante da Castiglione.
Infatti Malatesta comparve tutto dimesso in vista, ma circondato da spesso stuolo dei suoi più fidati, con Cencio Guercio al fianco, le sue povere membra gravi di giaco, di gorgerino ed altre armi da difendere e da offendere.
S'inoltra fino al banco dei principali magistrati, vi depone una carta dalla quale pendevano vari suggelli, e tenendovi pur sempre la mano destra sopra, in questa guisa favella:
«Figlio ossequente della Repubblica Fiorentina, a me parrebbe mancare (e mancherei certo all'obbligo che le professo grandissimo e di cui non potrò sdebitarmi, quando anche eterna mi durasse la vita) dove io nel presente caso non cercassi, per quanto è in me, chiarire la mente vostra, magnifici cittadini, e non mi adoperassi con ogni mio sforzo a far sì che per voi si dia insigne esempio al mondo del come in questa terra s'invigilino e si puniscano i traditori.»
I circostanti maravigliando aspettavano il fine delle parole. Malatesta, additato il Soderini, continua:
«Costui ardiva in nome del papa propormi il tradimento di questa diletta patria: qui, voi vedete la commessione mandatagli a così onorata impresa; io la ritenni nelle mie mani in testimonio della nequizia dei nostri nemici e della mia lealtà.»
Il gonfaloniere, udita siffatta proposizione, gesteggiando a mo' di forsennato, si stacca dal fianco del Soderino. Giunto la mezzo la sala, gli si volge contro e, alzate le mani in atto d'imprecare, esclama:
«Sventura a te ed a me, che mi hai fatto dire parole le quali peseranno contro di me sulla bilancia dell'Eterno nel giorno finale!»
Si passavano di mano in mano il breve apostolico; pur troppo egli comprendeva la commessione di un cittadino a tradire la patria, la preghiera del padre dei fedeli per le spargimento del sangue cristiano, anzi pure fraterno e innocentissimo; pur troppo la feroce dimostrazione di calpestare la testa dei suoi concittadini per qualsivoglia via, comunquesnaturata. Il breve portava il suggello dell'umile apostolo che pesca, del primo vicario di Cristo redentore!
Lorenzo Soderini fece prova di favellare, ma glie ne tolse il potere lo sguardo che incontrava del Malatesta: se l'occhio del serpente affascina per la sua malignità, Malatesta superava in questo la fiera più trista che mai partorisse natura.
Quando il breve venne nelle mani di Dante da Castiglione, questi, dopo averlo letto ed esaminato molto attentamente, mosse i labbri a certo suo garbo che stava a denotare trapassargli adesso per la mente un pensiero molesto, e poco dopo con occhi bassi incominciò:
«Posso io domandare al magnifico messer Malatesta la cagione dell'avere indugiato tanto a partecipare alla Quarantia un simile fatto?»
E qui sbarrati gli occhi, glieli avventa ardentissimi nel volto. Malatesta, preso alla sprovvista, non seppe ripararsi meglio che ostentando superbia.
«E chi siete voi e con quale autorità interrogate il generalissimo della Repubblica Fiorentina?»
«Io sono uno dei vostri padroni; — io posso, quando se ne presenti il bisogno, essere uno dei vostri giudici: rispondete...»
Malatesta, percorsa con obliqui sguardi la sala, si assicurò prima se i suoi cagnotti tenevano i posti e quindi soggiunse:
«Credete voi, messere Castiglione, ch'io non abbia altro a fare che a salire in bigoncia e mettere tutto giorno male parole contro chi sento migliore di me? La Dio mercede, la mia giornata va piena di bene altre occupazioni. Se io dovessi denunziare tutte le sollecitazioni che m'indirizzano i cittadini di Fiorenza per tradire l'obbligo mio, non potrei attendere alle cure della guerra; io mi contento sprezzarle e mantenermi nel dovere senza troppo gonfiare le gote, m'intendete? Io non ho mai creduto servire bene il mio paese spaventandolo ad ogni momento con vani terrori. Le proposte del Soderini pensai che, movendo da leggerezza, non avessero séguito, epperò le obliai. Ora che, la fama m'istruisce i costui divisamenti essere più pericolosi di quello ch'io dubitava, vengo prontissimo a illuminare la coscienza dei giudici, mi affretto a destarvi dal sonno che dormite su l'orlo del precipizio: giunge sempre bene colui che arriva a tempo...».
«Ma per voi, mi sembra, avremmo potuto dormire, quanto i sette dormenti, sul margine dell'abisso...»
«Silenzio!» interruppe il gonfaloniere; «magnifici cittadini, apparecchiatevi ai giuramento ed ai voti.»
Malatesta chiese ed ottenne commiato; il gonfaloniere lo licenziò adoperando umane parole, levando al cielo la sua lealtà e l'obbligo che gli avrebbe in ogni tempo la Repubblica professato grandissimo. E non pertanto vuolsi credere che, senza gli uomini di arme i quali accompagnavano Malatesta, primo il gonfaloniere Girolami avrebbe ordinato si sostenesse e innanzi al Soderino nel capo si condannasse. Concede questa facoltà alle parole e al volto il cuore riposto in mezzo del petto e diligentemente coperto sopra di carne e di ossa.
«Che pártene? Meritai io la tua lode?» uscendo di sala appoggiato sul braccio di Cencio Guercio, gli andava Malatesta susurrando entro le orecchie.
«Avanti, — avanti», risponde quel terribile Cencio; «così continuando voi diventerete la disperazione di Dante.»
«Dante! Com'entra qui Dante?»
«Più che voi non pensate, o dolce signor mio; imperciocchè, resuscitando, egli non saprebbe in qual parte del suoInfernoriporvi; sì, voi mi pare le meritiate tutte...»
«Va', — il demonio dell'acutezza ti possiede.»
«Perchè no? In cielo e in terra tutto mi comparisce epigramma. Sapete voi che cosa ella sia la vita? Ve lo dirò ben io: — un epigramma di messere Domeneddio...»
Si allontanavano motteggiando da un luogo dove stava per condannarsi una famiglia inclita a perdere la fama, un uomo la vita. Soderini, traditore infelice e pentito, perisce; eglino traditori avventurosi e indurati si affrettano di mandare a fine il tradimento. La provvidenza li contempla dall'alto e lascia fare.
Secondo il disposto della legge della Quarantia, primo il gonfaloniere e dopo lui gli altri magistrati componenti quel tribunale, succedendosi per ordine di dignità, giurarono nelle mani dei frati di palazzo di dovere senza passione alcuna e giusta la coscienza loro giudicare. Dipoi sopra una cartuccia scrissero la pena che parve loro si meritasse la querela e la depositarono sopra l'altare; donde poi rimesse tutte le cartucce per opera dei frati e dentro una borsa raccolte, furono consegnate al notaio dei Signori, affinchè a norma delle solennità prescritte dalla legge ne eseguisse la estrazione.
Dalla estrazione resultarono più maniere di pene: a taluno pareva non dovesse applicarsene alcuna, a tal altro parve qualunque pena poca a tanto misfatto; da una parte perigliosa indulgenza, dall'altra efferata immanità, — estremi entrambi biasimevoli e consigliati da studio di parte. Poichè, non so s'io l'abbia già detto altrove, e avendolo detto, piacemi e giova ripeterlo adesso, per l'uomo di stato il delitto comincia quando la necessità delle pene cessa; i facili in ogni caso al perdono, specialmente se per motivi privati, si abbiano per traditori.
Le diverse pene dovevano mandarsi a partito; quella vinceva cui numero maggiore di voti favoriva, ma che però superasse i due terzi. Lasciarono i magistrati la sala per ridursi nelle stanze dello squittinio. I rei rimasero soli con i rimorsi e le catene.
Dopo molte ore, la porta della stanza dello squittinio si apre silenziosa su i cardini, poi si presenta improvviso come lingua di fuoco, sopra la soglia, un mazziere vestito di rosso con lo spadone dritto nelle mani; segno di morte.
Si riposero i magistrati nei seggi; i passi e i moti loro non suscitavano rumore alcuno; pareva una processione di spettri. Al cenno della mano che il gonfaloniere gli fece, il notaio dei Signori si alza e con voce tremante legge:
«Invocato il nome di Cristo Redentore, della Repubblica Fiorentina re. La Quarantia dichiara rei di tradimento contro la patria Luigi di Tomaso Soderini e frate Vittorio Franceschi, li condanna nel capo, ordina agli spettabili signori Otto di mandare ad esecuzione la presente sentenza. Data, ecc.»
Il gonfaloniere, profondamente commosso, si leva sorreggendosi con ambe le mani ai bracciuoli della sedia e indirizzatosi ai condannati, favella:
«Uomini colpevoli, la giustizia umana ha dovuto condannarvi; non perdete tutta speranza, volgetevi alla immagine di questo Cristo: egli tiene le braccia aperte per accogliervi al suo seno; il battesimo delle lacrime di penitenza basta ad acquistare il paradiso...» — Nè potè parlare più oltre, chè il singulto gli strinse la gola, e cadde a sedere di nuovo.
I cittadini componenti la Quarantia cominciarono a vuotare la sala, — alcuni con la ingiuria alla bocca, la minaccia negli occhi passando dappresso ai condannati inasprivano la sentenza col sarcasmo; altri, i favorevoli a loro, temendo essersi avventurati anche troppo, non ardivano sollevarli con parole di conforto; entrambi opprimeva un peso d'ineffabile angoscia.
Passa il nostro Dante. Egli ha dato il voto di morte, egli combattè il consiglio di più mite sentenza, e non pertanto adesso procede col sembiante compunto, la faccia tiene dimessa, sinistri pensieri lo ingombrano. Lorenzo Soderini, giunto a tale estremo, cercava con i suoi occhi velati e non rinveniva persona che lo assicurasse di pietà, — la pietà refrigerio dell'anima contristata: appena la figura di Dante gli strisciò traverso le pupille, ebbe quiete quel suo volto atterrito; — voleva chiamarlo e non ardiva toccarlo, e la lena gli mancava alla mano; pur senza accorgersene, la sua destra fece un atto, e la catena risonando aggiunse i lembi del lucco del Castiglione; questi trasalisce e si volta indietro e con voce profonda gli domanda:
«Che vuoi?»
«Una bocca che non mi maledica, un cuore che mi aiuti a morire.»
«Io!» proruppe Dante rifuggendo lontano con atto di abborrimento; se non che mutato di subito consiglio si accosta con impeto e, «Perchè?...» interroga, — e poi si rimane; quindi stringendo quanto poteva nella destra la sua barba che era tornata a crescergli foltissima, due o tre volte la squassa con violenza: «No, no», riprende, «la tua misura è colma e non ha mestieri di rampogna; io non devo aggiungere altra pena a quella che la legge ti ha dato. La colpa impunita fa bestemmiare l'Eterno, ma nello spazio che corre tra la condanna e la esecuzione della pena anche la colpa è sventurata e va soccorsa: — noi piangeremo insieme.»
Senza altre parole aggiungere gli si posa al fianco per accompagnarlo alla cappella.
Gli altri passarono; parte di loro notarono Dante, parte no: uno solo si avvisò favellargli, e fu l'Antinori; egli, ostentando maraviglia, lo richiede:
«Che fate voi qui al lato di questo traditore, messer Dante?»
E quel magnanimo senza muovere membro gli risponde:
«Qui sto a confortare un moribondo, perchè non disperi della salute dell'anima sua, e per seco supplicare Dio, affinchè egli sia l'ultimo a tradire questa dolcissima patria.»
Subito dopo si voltò dal lato opposto, come insofferente di più lunghe domande.
Lorenzo Soderini e fra' Vittorio furono condotti alla cappella.
Il maggior bene che possa farsi ad un frate sta nel non dirne nulla, ed io farò questo bene a fra' Vittorio, — non parlerò di lui. Due furono frati, per quanto io sappia, nel mondo sublimi davvero, e forse tre: — Arnaldo da Brescia e Girolamo Savonarola; e perchè i popoli le costoro ossa non convertissero un giorno in reliquie, i re mitrati del Vaticano gli arsero vivi e ne dispersero le ceneri ai venti; ma coteste ceneri ricaddero per i campi d'Italia e vi diffusero il germe del martirio e della libertà: le ceneri e il sangue ottimi fecondatori sono di libertà, e lo vediamo. Il terzo frate fu Domenico Campanella, il quale per cacciare via i barbari d'Italia intendeva legarsi co' Turchi e si sarebbe confederato col diavolo. Stupende menti e stupendi cuori furono cotesti frati; e noi ci accorgiamo che pur troppo osservarono il voto di serbarsi casti, imperciocchè morissero senza posterità!
La cappella è angusta; la luce del giorno impedita da tende nere non vi penetra dentro; molti ceri accesi sopra l'altare mandano un chiarore pallido e rendono grave l'aria che vi si respira; due battuti della compagnia del Tempio noti col nome di Neri, incappati e incappucciati, stanno genuflessi davanti l'altare recitando le preghiere dei defunti: ad ogni ora che passi, due nuovi fratelli della medesima compagnia si succedono in cotesto ufficio lugubre. Dante da Castiglione sta seduto sopra un lettuccio posto in disparte, le braccia ha incrociate sul petto e tiene il volto dimesso. Lorenzo Soderini anch'egli seduto sopra uno sgabello a piè del lettuccio vi protende abbandonate le braccia, il capo e parte della vita. Un tremito fitto fitto gl'increspa la pelle e gli addrizza la più molle calugine del corpo: dalle tempie livide e cave emana sudore perenne che scendendo giù per le ciglia si confonde su l'angolo degli occhi con le lacrime e le rende più amare.
Quali pensieri lo attristano?
Dapprima nessuno: tutto il cervello gli doleva siccome offeso da forte battitura; tentava inutilmente volgere il pensiero a un punto fisso; la fonte sembrava inaridita; si affaticava invano a suscitare la mente percossa da paralisi; — l'anima gli era morta prima del corpo; e sì che tanto breve ora gli avanzava di vita, a tante cose doveva meditare e atante ancora provvedere... Oh Dio! questa impotenza lo contristava come i sogni sinistri, nei quali ti pare sentirti il ferro dell'assassino nei fianchi e tu non puoi aiutarti con la voce nè con la fuga. Ma di un moto convulso gli venne fatto cambiare positura, ed allora la immaginazione, quasi vento burrascoso nei campi, prorompendo sommosse un turbine di affetti e di memorie. Come baleno per notte profonda illuminando largo tratto di paese rivela allo sguardo pianure e colli e fiumane e alberi e case, obietti in somma infiniti e infinitamente svariati, così la immaginazione ricercò, — rischiarò, — vestì di bellezza i casi più riposti della vita: — sentì di nuovo il Soderini le gioie dell'infanzia, quando è dolce voltolarsi su l'erba verde, e punge cura di aggiungere correndo la farfalla, o desiderio di possedere l'uccello che canta e il pomo che rosseggia sopra i rami dell'albero: seguitarono i piaceri dell'adolescenza, — il primo cane sguinzagliato dietro la fiera, il primo cavallo stretto tra le ginocchia poderose; — e qui cominciava a mescolarsi una immagine di vergine ch'egli desiderava ardentemente, e non ne sapeva la causa, — che lo faceva sospirare, e ne ignorava il perchè; amava il suo riso pel riso, gli occhi per gli occhi; la fiumana del cuore era gonfia e non pertanto scorreva entro i suoi argini. Quanto ebbe diletto in quei giorni slanciare il cavallo di piena carriera lungo la via che passava davanti alla casa della fanciulla vagheggiata, circondarsi di un nuvolo di polvere, e traverso quel nuvolo scorrere come saetta e gittare un bacio a lei, che sporgendo dal balcone mostrava la guancia pallida pel pericolo del giovanetto! Gli si presentava alla mente il verde della campagna fresco, rugiadoso come su l'alba di un bel giorno di primavera o sul crepuscolo di un giorno di autunno, quando la pioggia lieve è caduta, e poi il cielo si fece all'improvviso sereno: vedeva l'emisfero colorito del più bell'azzurro che mai abbia sorriso sul nostro capo, e in quegli spazi rotare con magnifici giri il falco pellegrino... Oh felice, felice quel falco! Poi gli tornava alla mente la madre, o come quando curvata sopra la culla gli sorrideva e, lieve vellicando il suo corpo tenerello, convertiva in riso anche i pianti di lui povero infante, o quando, inconsapevole il padre, gli somministrava danaro per le sue voglie di fanciullo, o allorchè, amorosa troppo, celava i suoi falli giovanili per non provocare lo sdegno paterno: — povera madre! non gli aveva mai detto parola che sapesse di acerbo, — dalla sua bocca non era uscita nessuna rampogna mai, — non sapeva vietargli nulla; dov'egli si fosse ostinato in cosa che le tornasse spiacevole, — Tu mi farai piangere! — ella diceva e nulla più. Oh! come le immagini mutarono nell'agitato suo spirito! il capo volge da una guancia all'altra, non trova quiete. All'improvviso pargli vedere per mezzo sentieri ingombri di pantano e di sterpi avanzarsi penosamente una femmina; ella mostra il sembiante disfatto, spessi sospiri le prorompono dal seno, i piedi muove pel fango, le vesti ha sordidate e le membra, e la bufera le sventola dietro le spalle i capelli bianchi, cade la pioggia a rovescio; i nuvoli spinti dal vento scorrono pel cielo e rassembrano i demoni precipitati quando mosserobattaglia al trono dell'Eterno. — Quella è sua madre; i suoi passi tendono ad un ampio campo recinto di mura; ella percuote sommesso alla porta: un ente senza forma, e non pertanto terribile, spalanca i cancelli e le domanda che cosa cerchi a quell'ora. — Piano! ella risponde per l'amore... è egli sacrilegio rammentare qui Dio! — Silenzio! — Ebbene, prosegue, per l'amore di Dio, sono una madre che vorrebbe piangere sopra la sua creatura; ella fu scellerata, ma io la portai nove mesi nelle mie viscere. — Cercala, riprende la voce; in cotesto spazio di terra, colà da quella parte il campo maladetto accoglie i cadaveri dei figliuoli che uccisero i propri parenti. — Non è qui. — Più in là vi sono i padri che hanno ucciso i figli, le madri che dispersero i loro portati. — Non è là. — Più oltre giacciono i fratricidi. — Nemmeno. — Là in fondo stanno i Giudei che crocifissero Cristo. — Neppure. — Femmina, o chi cerchi dunque? — Altri... altri. — O sciagurata! e allora tu cerchi un traditore della patria? — Piano! io muoio di vergogna..., sì, un traditore. — Io non tengo ricordo di costoro: corre gran tempo che la corda della forca lo ha scaraventato fuori del mondo? — Ieri all'ora del crepuscolo. — O dannati! cominciò la voce a urlare come un tuono, — o dannati! sapreste voi dire dove giaccia il corpo dell'anima che ieri cadde tra quelle che si tormentano nell'inferno? — La terra si commosse quasi la scuotesse il terremoto, e dalle fosse infinite che coprivano la campagna uscirono urli che dicevano: Lorenzo Soderini, Lorenzo Soderini! ben venga la madre sua! — scopérchiati, Soderini, fa accoglienza a tua madre! — E a lui sembrava udire sotto terra coteste parole di scherno, e con ambedue le mani afferrava la lapide per non essere scoperchiato; invano però, chè una forza irresistibile toglieva via la pietra, ed egli compariva davanti a sua madre ignudo, nero, arsiccio in mezzo di una fossa di fiamme, sicchè la madre urlava anch'essa: Ahi! povere mie carni! — e le mani cacciatesi nelle chiome, faceva atto di precipitarsi nella fornace del figlio. — Il figlio invece la respingeva, e la sua mano posta sul seno che l'aveva allattato, vi levava la fiamma e vi lasciava la scottatura, e con feroci accenti la rampognava: — Ora che hai pubblicata la mia infamia anche a' morti, va', io maledico il tuo fianco che mi ha portato. — Il condannato intanto arronciglia con le dita attratte la copertura del letto, scuote smanioso la testa e geme:
«Povera madre!»
Dante da Castiglione contemplando il nuovo spasimo, volgendo il pensiero alla femmina angosciata, ripete:
«Povera madre!»
Il Soderino temendo di beffe solleva la faccia; ma viste due lagrime scorrere giù per la barba del Castiglione, come furente strinse la destra di lui, la baciò con immensa passione e proruppe in pianto irrefrenato. Il Castiglione lo conforta e spesso gli viene ripetendo:
«Sii uomo!»
Frattanto sopraggiungono nuovi battuti per rilevar i fratelli che hannoconsumato l'ora. A Dante viene fatto, senza riporvi mente, di stendere le dita quasi per contarla. Lorenzo, che si accorge del moto, domanda affannoso:
«Quanto mi avanza a vivere? — Ditemelo, — sei ore, — quattr'ore, — due, — una? — Io non voglio morire, non posso morire così presto. Questa luce mi offende gli occhi, — quest'aria mi pesa sul petto»; e correndo con impeto apre le tende e le finestre. «Oh! — egli prosegue, — aria fresca che porti refrigerio al mio sangue infiammato dalla febbre, domani per me soffierai invano; addio, patrie valli, addio, fiume patrio, addio, colline... Sopra uno di quei monti a cielo aperto, fornito lo spazio di vita che natura concede agli uomini, l'emisfero stellato sul capo, la cara famiglia d'intorno, sarebbe meno trista, forse piacevole cosa la morte; ma ahimè! tra i miei occhi moribondi e il cielo io vedrò un ferro tagliente, un uomo che non conosco e che m'uccide... ah! egli è crudele.» — E qui caccia fuori un terribile urlo e con ambe le mani si cuopre gli occhi.
Dante accorrendo gli domanda qual cosa l'offendesse.
«Colà, — colà, — ed accennava col dito, — ho ravvisato la villa della mia famiglia, — la stanza in che nacqui: chiudete le finestre, — calate per carità le tende, — io non posso sopportarne la vista.»
Continuava a percorrere la stanza. Il suono monotono dei fratelli del Tempio gli percuote da prima fastidioso l'orecchio, poco dopo insoffribile; si ferma davanti al Castiglione e in voce spenta gli dice:
«Dante, io non sono disposto a morire, e pur conviene ch'io muoia; mi sento le membra valide, i visceri sani; e tutto questo mi renderà più dolorosa la morte... Se tu immaginassi come agiti tremenda la preghiera dei moribondi profferita sopra un uomo pieno di vita, tu allora sapresti quando sarebbe pietà imporre silenzio a quei battuti: finchè non tacciano, io non potrò sollevare il mio spirito al cielo.»
Dante ristrettosi con i due neri da parte gli supplicava:
«Fratelli, vorreste voi andarvene nell'altra camera e colà pregare sommessi? — La vostra sembianza contrista il condannato.»
«Fratello», risponde un battuto, «la nostra regola ci ordina di pregare nella stanza del giustiziato.»
«Sì, sì, ma la vostra regola ha fondamento sopra la carità, fratello; il divino Maestro lo ha pure insegnato: la parola uccide, e lo spirito vivifica: voi non farete opera meno meritoria per voi nè meno giovevole al condannato, ritraendovi nell'altra stanza; i desiderii dei moribondi son sacri, — ed a lui, voi lo sapete, avanzano appena sei ore da vivere...»
«Se ci mandate via, noi ce ne anderemo; e se cotesta anima per difetto di preghiera si perde, cada il castigo sul capo di cui n'era la colpa.»
«Noi non vi cacciamo, sibbene vi scongiuriamo a non funestare quel misero...»
«O noi preghiamo qua dentro e ad alta voce, come dobbiamo, pregheremo per lui, o ce ne anderemo.»
«Andatevene dunque. Voi avete di carità la forma, vi manca il cuore: voi movete le labbra, spingete una parola, ma la fiamma manca alla voce, e la vostra preghiera ricade come un crasso vapore che non può sollevarsi fino al cielo: andate! — Dio non ha mestieri della mediazione degli uomini per soccorrere l'uomo: il Redentore, che la pecora smarrita antepone alle rimaste nel branco, gli stenderà le braccia: Cristo, per ascoltare costui, non chinerà le orecchie più di quello che si curvasse per ascoltare voi superbi ministri del Dio di umiltà. Andatevene: se voi vi ricusate pregare, pregheranno gli angioli per lui.»
Poi dopo successe un silenzio profondo tanto che si udiva il crepitare dei ceri accesi dentro la cappella.
Ecco s'inoltra un uomo vestito di nero; — le sue sembianze paiono scolpite nella pietra, — i suoi capelli sembrano metallici; dai modi lo diresti un maggiordomo, — ed è veramente tale. Io non saprei descriverti per l'appunto le sue maniere, ma potrai vederle uguali nei cortigiani e in quelli altri che chiamano diplomatici, — specie di pifferi dove non soffia Minerva per paura di sconciarsi le gote; coteste sono maniere che sbigottiscono gli affetti e respingono atterrite nel cuore le dolci espansioni pronte a sgorgare.
Il nuovo personaggio, seguito da valletto il quale gli veniva dietro recando una guantiera, fermatosi dinanzi al condannato, con voce impassibile e cerimoniosa incominciò:
«Fratello in Cristo, e' dovete sapere, come fino dal 1300 e tanti, messer Amedeo degli Amedei, in quel tempo rettore della cappella di san Giuliano in San Nicolò delle Monache, e della chiesa di San Remolo, pei rogiti di ser Giovanni del Guiduccio ordinasse che i suoi successori nel patronato della cappella suddetta accompagnassero i condannati alla morte e li confortassero con un panellino confetto di once tre. Messere Ieronimo, mio signore, abborrendo farsi vedere in cammino con un condannato, e per altra parte desiderando mantenere il lodevole costume dei suoi maggiori, mi manda a voi per presentarvi il panellino confetto, e la mancanza della sua presenza redime con l'aggiunta di questo nappo di malvagia.»
Dante credeva trasognare, ma poi l'ira lo vinse, e con dura favella domandò:
«E chi è cotestui che tu chiami signore? La prima volta è questa ch'io lo sento rammentare in vita. Non lo conosco...»
«Colpa vostra», riprese il maggiordomo; «avreste dovuto andare a trovarlo.»
«Colpa sua», interruppe con voce terribile il Castiglione; «colpa sua se, nascendo degli Amedei, ha fatto ignorare fin qui la sua esistenza in Fiorenza; — colpa sua se tanto è da poco di cuoprire la sua abiezione con la fama dei maggiori. Non so se il privilegio di cui parli sia vero; quando pure lo fosse, riporta al tuo signore il vino e il pane, e a nome di Dante da Castiglione Catellini Filettieri gli dirai essere cotesto privilegio cessato dacchè la casa Amedei si spense; ch'egli non deriva daloro, — che mentisce stirpe, e che io sono pronto a provarglielo a tutta oltranza con lancia e spada, a piede o a cavallo, prima che il sole tramonti.»
Lorenzo, curvo con la persona, gli occhi incavati, che i minuti adesso passavano gravi sopra il suo corpo come anni, si accosta al maggiordomo e con voce cupa gli dice:
«Fratello, gran mercè, — ma per qual cagione prenderei io cibo e bevanda? Non è questo un oggi senza domani per me? Nel giorno che succederà a questo dovranno le membra mie triste fare altra cosa che rimanersi ferme nella fossa? — Riprendi dunque cotesti alimenti... non versa la tesserendola nuovo olio nella lucerna quando sta per coricarsi... Riportali al tuo signore, e gli dirai dalla parte del condannato che i suoi maggiori ebbero per avventura carità, ma furono certamente stolti... forse non sapevano che al condannato non rimane altro sapore tranne quello della morte? Quel vino avrebbe sulle mie labbra il gusto del sangue; anche non fosse stato aceto e fiele quello che dettero a Cristo nella sua ultima ora, qualunque liquore gli sarebbe parso ben tale.»
«Va'», con mal piglio continua il Castiglione al maggiordomo, «e di' al tuo padrone che aggiunga quel nappo al vino che ha costume di bere: — così almeno diventerà qualche cosa, — forse un briaco!...»
Il maggiordomo uscì salutando con la solita gravità.
Passò altro tempo senza proferire parola; adesso sporgendo attento le orecchie il Soderini mormora numeri progressivi e dice:
«Anche di un'ora mi sono accostato al supplizio.»
«Io non ho inteso nulla», soggiunse il Castiglione.
«Ah! messer Dante, i sensi prossimi ad abbandonarci diventano più perfetti, come il cuore pronto a cessare di battere estende e moltiplica i suoi palpiti; voi lo sapete, anche a Dio parve fuori di misura amaro il calice della ultima ora e pregò il Padre di allontanarlo dalle sue labbra: — arguite da ciò s'egli sia angoscioso. Ma pensiamo a morire, soggiunse scotendo tristamente la testa; — venitemi accanto, messer Dante, qui; — porgetemi ascolto, chè dalla gola m'esce piccola voce, e mio malgrado la lena mi manca. — Del conforto che, abbandonandomi tutti, vi compiaceste compartirmi, vi rimeriti Dio, ch'io nè con parole nè con altro posso. — Se di tutt'altra morte io mi morissi e per diversa causa, io vi direi, — e qui si trasse un anello dal dito, — messer Dante, portate questo in ricordanza di me; e voi lo porterete per amor mio; — ma io non ho diritto di raccomandare la mia memoria; — si raccomandano ai superstiti le cose infami? — Via da me questo superbo desiderio»; e così favellando gittò in un canto della cappella l'anello: «dimenticatemi...»
Di nuovo silenzio; alla fine del quale, a voce più fioca, quasi con pena continuò:
«Messer Dante, voi ve n'andrete, vi scongiuro, da mia madre»; e poi, come se avesse fatto uno sforzo superiore alla sua lena, si tacque.