... affrettatevi... volate... Viva la Repubblica di Fiorenza! Morte all'impero...Cap. XXV, pag. 577.
... affrettatevi... volate... Viva la Repubblica di Fiorenza! Morte all'impero...Cap. XXV, pag. 577.
Il Castiglione, con gli occhi chini al pavimento, aspettò lungo tempo che il Soderini continuasse. Poichè ebbe invano aspettato, egli stesso riprese con suono di voce che studiò rendere quanto meglio poteva soave:
«Andrò da vostra madre...»
Lorenzo trasalì, curvò la persona, gli occhi strinse e le mani e non potè proferire parola.
Chi può ridire il dolore che Lorenzo soffrì in cotesto istante supremo? Il suo corpo non meno che la sua anima stette percossa dall'atroce catalessi. Quando pure potesse descriversi, le lagrime cancellerebbero l'inchiostro, la mano tremante impedirebbe si formasse la parola; — io passo questo momento senza narrarlo.
E nondimeno volendo Lorenzo esprimere quel suo concetto, per riuscirvi cominciò da più lungo circuito e riprese a dire:
«Io già sono morto; la pena mi ha colpito prima della scure: in faccia alla legge, la terra raccolse le mie ossa; — l'estremo bene concesso ai moribondi mi è negato; — io non posso fare testamento; nè ciò mi duole perchè mi premesse beneficare amico o parente: in questa ora mi accorgo avermi circondato lusingatori pessimi, non amici; — ma sì perchè avrei voluto istituire mia erede la Repubblica. — La Repubblica, — voi mi direte, — non ha mestiere de' tuoi doni, e lo so; ma io la supplicherei, quanto meglio umilmente potessi, a non rifiutare le mie sostanze, — le accettasse come offerta espiatoria, come testimonio di pentimento che non cesserà con la vita. Ciò che mi è conteso faccia la madre mia; finchè vive ella goda dei miei beni; — ella però vivrà poco, — non istarete gran tempo a riaprire la lapide del domestico avello per lei: mal si accosta alla bocca il pane bagnato di lacrime, o se pur vi si accosta, non si converte in alimento, sibbene in veleno dentro le viscere... Messer Dante, voi andrete da mia madre e le significherete questa mia volontà; — ditele come la sicurezza mia che per lei venisse soddisfatto questo mio desiderio empiva di pace gli ultimi istanti della mia vita... Ella mi ha amato sempre..., e lo farà...»
Ad un tratto Lorenzo stende la mano verso la daghetta di Dante e trattola prestamente si allontana. Il Castiglione gliela vedendo brandire, caccia un urlo ma non si muove. Lorenzo, reciso che s'ebbe una ciocca di capelli, gliela rigetta sul letto e muove le labbra a mesto sorriso.
«Non temete, io non posso uccidermi, — sarebbe aggiungere a delitto delitto. Dopo la colpa di avere tradito la patria non mi rimane altra colpa a commettere che sottrarmi alla sua sentenza: no, il mio capo mozzo dal carnefice giova che dia salutevole esempio a chiunque tanto fosse infelice da seguitarmi nel misfatto, — ed io per certo non vorrò privare la patria di questo spediente per atterrire i traditori, perocchè, Dante, — vedete se ridotto a tale estremo io volessi ingannare nessuno! — assicuratevi che io non era il solo nè il più terribile degli altri: — guardatevi dal Malatesta. — Ora, messer Dante, voi recheretequesti miei capelli alla mia genitrice e le direte che avrei voluto mandarle il cuore: — ella avrebbe allora conosciuto che se il cuore di suo figlio fu infedele alla patria, non lo è mai stato per lei, — che i suoi ultimi palpiti furono per Dio e per lei; epperò non gli dia al vento, ma se li serbi per sè sola nel seno ch'io ho ferito di tanti dolori, — che gli abbia cari, che pensi a me, — che viva, non posso raccomandarle felice, — e non mi maledica... Anche una grazia Dante, una sola grazia, — e poi le mie labbra non favelleranno più di cose terrene; — io non ho diritto a domandarvela, e non pertanto la pretendo da voi; — me la farete, Dante? — Dite che me la farete...»
«Parla, e Dio non mi accolga in luogo di salute se io non te la faccio, perocchè l'angoscia ti abbia rigenerato, e i tuoi pensieri appartengano al paradiso. Spera; — il pentimento ha il suo battesimo, come l'ha la speranza, ed anche al caduto resta una gloria, ed è questa: poter dire rilevando il capo dalla polvere: Detesto la colpa.»
«Sentitemi dunque: quando udrete insultare la mia vecchia madre..., difendetela voi, trattenete le mani dallo avventare pietre su quella testa che non ha più lacrime e pure trabocca di affanno; — fate osservare che i suoi capelli, più che per gli anni, diventarono canuti per una disperazione che non ha misura; — impedite il popolo di sfasciarle la casa[279]; se in lei albergò un traditore, adesso è stanza di madre sconsolata; — perchè io la feci tra tutte le femmine la più infelice, non dovrà avere un riparo per riparare il suo corpo dalle intemperie delle stagioni? — Ella non ebbe parte nel misfatto del figlio nè deve renderne ragione: deh! almeno morto io non le debba essere causa di amarezza. Se poi vorranno ad ogni modo sfasciare la casa..., il cielo vedrà più scoperta la sua miseria, e ne sentirà prima compassione... Oh quanto fui scellerato!...»
«Spera», riprende Dante e gli pone ambe le mani in atto amorevole sul capo; «quanto di nobile si contiene in Fiorenza consolerà la tua genitrice; — anche i tristi rispetteranno lo spasimo di una madre senza fine dolorosa; sulla testa piegata dall'Eterno non deve posarsi mano mortale.»
«Ah! consolatela! parlatele d'un premio che diventa maggiore pei patimenti sofferti, — mostratele sempre il cielo, ond'ella non abbia ad abbassare gli occhi e vedere la fossa del suo figliuolo maledetta; — beata lei, se non le s'inaridisce il fonte delle lacrime! — Infelice me, che in ricompensa dei mali per me sofferti non posso altro migliore bene desiderarti che la facoltà di piangere!... Ahimè misero!...»
E qui tornava alle lacrime e tra il pianto ad ora ad ora veniva sclamando:
«Senza speranza di salute eterna! — infamia e supplizio interminabili!...»
Dante racconsolava cotesta smania e rispondeva.
«Confortati, Lorenzo, non disperarti; Dio non ti sarà più severo di quello che ti sieno stati gli uomini... le tue lacrime hanno estinto l'accusa; mira, Cristo placato ti apre le braccia.»
Si mitigò lo spasimo nel Soderini, cessarono le lacrime, si rimasero i singulti; una specie di letargo investì quel corpo spossato.
In mezzo a cotesto silenzio squillò più acuta la voce del bronzo che annunziava la penultima ora destinata al supplizio. Dante fremè per tutte le membra, volse lo sguardo pauroso sopra al Soderini e respirò più libero lo vedendo assopito:
«Dio lo ha perdonato», pensò tra sè, «poichè gli risparmia anche questo dolore.»
Nell'alzare degli occhi ecco vede presentarsi sopra la porta due strani sembianti, — il cappuccino e il carnefice: — parvero quasi la lingua biforcata vibrata da vipera in furore: — uno, quello del cappuccino, era pieno di angelica bellezza; l'altro, del carnefice, sembrava uscito dall'inferno; eppure in quell'ora male avresti saputo distinguere qual fosse stato dei due più sinistro dell'altro.
Vedendo che s'inoltravano per isvegliarlo, Dante si fece loro incontro e prendendo ambidue per le mani li trasse indietro favellando sommesso:
«Non lo destate.»
«E la confessione?» replicò il cappuccino.
«E il supplizio?» soggiunge il carnefice.
«Uditemi», riprende il Castiglione: «l'ufficio vostro in parte è uguale; voi, frate, dovete sollevargli lo spirito, — a te, carnefice, spetta di risparmiare dolori al suo corpo. Se il suo spirito ricava d'altronde che da voi, o frate, la sua pace, il vostro ufficio torna inutile, come lo sarebbe il tuo, o carnefice, se in questo punto ei morisse. Frate, non gl'invidiate il sonno; Dio sa come l'anima nostra si consoli meglio dell'uomo assai, nè quel sopore lo addormenta senza consiglio divino; voi fareste contro al vostro ministero svegliandolo, poichè lo contristereste; pregate basso; lo sovverrete quando vi chiamerà. Per te poi, o carnefice, se il cielo abbia sede anco per te dubito forte: ma se tu speri nella misericordia divina, aspetta senza moverti dal tuo posto che la giustizia umana ti getti una vittima da sagrificare, e aspettala col cuore mesto, come se la sventura ti aggiungesse; e sappi che qualunque passo tu moverai incontro alla tua vittima, quel passo come delitto ti sarà contato nel libro delle colpe.»
Il cappuccino piegò umile il collo e rispose con voce soave:
«Fratello, la vostra parola è buona; aspetterò che mi chiami; intanto io pregherò per lui.»
Il carnefice si accovacciò come un mastino minacciato di percosse e brontolava tra i denti:
«Alla fine dei conti il mio viso somiglia quello degli altri; — prima o poi mi ha da vedere e sentire.»
Quando Lorenzo si risvegliò, si guardò ansiosamente dintorno e non vide più il Castiglione: un suono languido gli uscì a fiore di labbra che disse:
«Ahimè sono solo! — Mi hanno tutti abbandonato!»
«Dio è con te, fratello!» rispose il cappuccino, e gli pose davanti gli occhi il crocifisso, il quale preso tosto dal Soderini, lo baciò con intentissimo affetto.
Sonarono le quattordici.
La porta del palazzo dei Signori dal lato della dogana fu aperta; ne usciva prima una banda dell'ordinanza con la fronte spessa di uomini; i tamburi battevano scordati; la campana grossa del comune empiva l'aria a tocchi lenti che parevano singhiozzi, — le rispondeva la campana del Bargello, sicchè avresti detto essere coteste due campane le prefiche della patria che lamentavano la morte di un figlio scellerato. Subito dopo la milizia seguiva la compagnia dei Neri; l'antesignano portava il Cristo con la faccia rivolta verso i condannati; — dalle mani, dai piedi, dal costato e dalla testa pareva che grondasse sangue, — immagine terribile di compassione e d'orrore! — Al termine della compagnia venivano Lorenzo Soderini e frate Vittorio Franceschi. Menare un frate al supplizio non fu anche pei tempi che correvano cosa agevole e piana, avvegnadio, quantunque allora come ora i Domenicani detestassero i Minori Osservanti, questi gli Agostiniani, gli Agostiniani gli Olivetani, catena di odio interminabile, pure, fatta adesso causa comune non pel frate, dicevano essi, ma per l'ordine, scombussolavano il mondo perchè ne uscisse pel rotto della cuffia; — e le dicerie che andarono d'attorno erano state infinite: ai deboli cacciavano addosso la paura dell'inferno, agli altri il sospetto della divisione e dell'abilità fatta alle armi imperiali di penetrare in Firenze se nasceva trambusto; e sarebbe nato di certo, ma gli Otto, non badando il dire, avevano molto bene atteso a fare e mandavano il frate così vestito dei panni della sua religione al patibolo.
Si presentava appena la processione a capo di una contrada che la gente a furia chiudeva le botteghe, le donne forte sbattevano i balconi, ognuno si affrettava a ripararsi altrove, e ciò per la superstizione che se gli occhi del condannato si fossero incontrati nei tuoi, ti portavano malaventura; la quale però, anche nel caso che siffatto incontro fosse avvenuto, poteva di leggieri evitarsi col toccare immediatamente un'altra persona e rigettarla sopra di lei[280]. Le strade per cui procedevano, comparivano deserte; sembravano fuggissero tutti dall'aspetto dei traditori.
I condannati camminavano con passi incerti; frate Rigogolo poi aveva sembianza di ebro. Da una parte il cappuccino, dall'altra un battuto, i quali gli sostenevano sotto le ascelle e di qua e di là ponevano loro davanti gli occhi tavolette con immagini, affinchè non si distraessero dalla preghiera e riposassero gli occhi sopra oggetti dolenti.
Il cappuccino che confortava Lorenzo gli ripeteva con molto fervore:
«Sperate, sperate, — Dio vi apre le braccia.»
E il Soderini tutto umiliato gli andava rispondendo:
«Io spero...»
Ben altramente camminava la bisogna con frate Franceschi: — a lui pure il frate assistente favellava di paradiso, di perdono, di Cristo che lo aspettava a braccia aperte, di angioli che stavano ad ammanirgli la palma del martirio. Ma frate Rigogolo con un tal suo aggrinzamento di bocca come chi mangia limone, mostrando disdegno, con piccola voce diceva:
«Non mi state mo' a rompere il capo; assai ne ho con questo volermelo levare senza misericordia dalle spalle, perchè voi veniate a metterci la giunta delle vostre parole sceme. Eh! frate mio, rammentatevi che frate sono pure io e che conosco quanti paperi vanno al paio; se voi andaste a contare le vostre novelle ad un altro, pazienza! Lo comprenderei ancora io; — ma che veniate a contarle a me che sono del mestiere! — Davvero gli è tempo perso. — Dunque mi dite piuttosto, se a levarmi di mano a questi giudei ci hanno pensato. — Si sono uniti? Le armi le hanno pronte?»
«Affrettate il passo. Gli spettabili signori Otto hanno ordinato che alle quindici ore sia spedita ogni cosa.»
Queste parole dette dal sergente maggiore della milizia fiorentina interruppero il tristo frate.
Alle quattordici circa e tre quarti giunsero presso la porta alla Croce, dove avevano innalzato il patibolo. Lorenzo Soderini, soffermatosi a piè della scala e alzati gli occhi, gemè dal profondo.
«Fate cuore, fratello», lo avvertiva il mansueto cappuccino, «non è mai troppo dolorosa quella scala che mette al paradiso.»
Di repente, una femmina prossima alla vecchiezza, di nobile portamento, vestita a corruccio, sbuca di sotto al palco: e si pianta ferma davanti al Soderini presso la scala.
«Sgombrate il luogo, femmina....»
«Io! — Io sono colei che mette posta maggiore in questo giuoco di sangue.»
«Ahi madre mia!» urla Soderini, e si voltola smanioso ai piedi della sua genitrice.
Ella poi non muta positura e nè anche sembiante; immobile e severa favella:
«Qui ti aspettava.»
«Per pietà trascinatemi al supplizio; — chiudetemi presto gli occhi, — fate che i miei orecchi non ascoltino....»
«I tuoi orecchi non cesseranno di ascoltare prima che dentro loro risuoni una parola. Solo hanno potenza i genitori di proferire questa parola, ma ella porta seco la sentenza di morte contro l'anima — ella continua a perseguitare oltre la fossa lo scellerato che la provocò....»
«Ah! non la dite, madre, questa parola... il cielo vede il mio pentimento, — apritemi il cuore, vedetelo anche voi... e non mi maledite.»
«Donna, la polvere presumerà più del suo Creatore? Perdonate questo infelice; — Dio lo ha già perdonato», diceva il cappuccino.
«Se Dio ti ha perdonato, se detesti la tua colpa, allora anch'io ti perdonerò: tu mi nascesti dilettissimo e solo, — tu dovevi essermi corona di gloria, — tu mi sei stato corona di spine; — tu hai morso le mammelle che ti davan il latte. — Se sei pentito, il seno di tua madre ti fu di guanciale nel nascimento, te lo sarà anche in morte. Ecco, ti abbandonano tutti... anche Dio, — ma tua madre non ti abbandonerà, — salirò teco la scala del supplizio... perocchè la madre non si vergogni mai del suo figliuolo.»
Gli astanti piangevano: solo veniva interrotto quel pianto dallo stridere che faceva le scure acuita dal carnefice con la pietra nel modo stesso che fanno i mietitori.
E la madre continuava:
«Oh Vergine santissima, vedi, io sono più derelitta di te; tu sapevi il figliuol tuo morire a torto, — sapevi ancora aspettarlo risuscitato una gloria per secoli senza fine...» — E poichè il figlio continuava a piangere: — «Perchè piangi? Tu mi hai resa la più misera tra tutte le donne, — eppure io non piango. Io ti aveva dato il mio sangue perchè tu lo trasmettessi ai tuoi figliuoli e non perchè me lo rendessi esecrato sopra un patibolo; io ti aveva donato tutte le mie sostanze, ed ora vuoi che raccolga la tua lagrimevole eredità come un peso che le mie spalle non possono sostenere, come un ferro infuocato che mi brucia le mani. Vieni, ti precederò al supplizio; se io non seppi insegnarti a vivere, deh! fammi contenta imparando a morire da me....»
Nessuno ardiva opporsele. La disperazione della madre esercitava sopra tutti i circostanti virtù di fascino. Il carnefice ardì stendere la mano per trattenerla; — la donna dignitosamente superba lo respinse e subito dopo si trasse il guanto e glie lo gettò nel volto dicendo: «Carnefice, rammentati che tu devi toccare soltanto col ferro.»
Sventurata! Ora pone la mano sotto le braccia del figlio, e lo sovviene a salire.
«Pensa un po'», gli mormorava agli orecchi, «qual cuore sia il mio! Certo il piacere ineffabile che provai quando, affidando te povero infante alla balia per recarti al battesimo, le raccomandava badasse bene fosse tepida l'acqua che ti avrebbe il sacerdote versato sul capo e poco il sale che ti avrebbe posto sopra la bocca, — quel piacere, dico, è ben pagato, — troppo pagato eh! col dovere adesso raccomandare quel medesimo capo al carnefice perchè... te lo spicchi prestamente dal busto... con un colpo solo. O figli! voi non pensate alle vostre madri; imperciocchè, se la metà dei dolori che soffrono per voi vi fosse manifesta, non le travagliereste come fate. Tu sapessi quante volte, tardando a ridurti alle nostre case, se mai udiva per la notte sonare a disgrazia la campana della compagnia del Tempio, come cotesti squilli mi paressero voci interrotte della tua agonia, ed ogni squillo mi fosse una coltellata nel mezzo del cuore: ma ormai al passato non pensiamo più oltre, al presentenè anche: il nostro presente appena lo segna il sole sopra la meridiana; avvertiamo al futuro; se mai non mi uccidesse il dolore, mi aspetti la tua anima, perchè, senti, grande veramente è la misericordia di Dio, ma anche il tuo peccato è fuori di misura grande; ti sei pentito, sta bene; ma se ti accogliesse in paradiso, io temerei che Giuda mandasse dal profondo dell'inferno una voce a Dio che dicesse: Anch'io mi sono pentito; perchè non mi togli da questi tormenti, dove patisco da mille cinquecento e trent'anni? — Ma Giuda forse non ebbe madre che supplicasse per lui; aspettami, tu l'hai e oltremodo sventurata; io ti raggiungerò ben tosto... non piangere! Mi desidereresti per avventura la vita? In ciò che mancherà al tuo pentimento suppliranno i miei spasimi. La Madre celeste, che anch'ella vide pendere il suo figliuolo dalla croce, conosce a prova un'angoscia che altrimenti non si potrebbe immaginare, ed intercederà per noi. — Ecco siamo giunti.»
Il carnefice si accosta per bendargli gli occhi.
Il cappuccino, baciandolo, gli ha detto:
«Andate in pace.»
La donna parla di nuovo al carnefice:
«Fosse la tua anima dura quanto la tua accetta, ascolterà nondimeno una preghiera. Sono io la madre che nove mesi l'ho portato, che col mio latte l'ho nudrito; io, che, le intere notti ho vegliato a mitigare le sue doglie infantili, a ventilare l'aria d'intorno alla sua culla, perchè placido dormisse i suoi sonni; — io, che, lui morto, non ho più nulla sopra questa terra; io che, per dimostrargli l'amore immenso che per lui ho sentito e tuttavia sento, mi trovo ridotta a supplicarti, come si fa i santi, che tu... carnefice... assesti bene il colpo... non me lo straziare!... soffra meno che si può... se un rincalzo molle sotto al suo capo può... rendergli il colpo meno penoso, vi porrò le mani... vuoi? Non vuoi. — Ebbene, mi rimarrò. E se la preghiera non giova, prendi... questi sono fiorini... ti basteranno sei mesi a nudrire la tua famiglia... Lorenzo, l'ultimo bacio su questa terra... fra un istante ci rivedremo in cielo....»
Il Soderini si è genuflesso, il capo ha deposto sul ceppo. La madre sta in piedi alla sua destra, il carnefice dalla sinistra. Questi solleva la scure....
Perche non vibra il colpo? Qual mai forza lo trattiene a mezzo? Gli manca per avventura l'animo? No; egli ne ha spacciati ben molti da questo mondo. — Nell'abbassare la scure egli incontrava gli sguardi della madre. La virtù che immaginarono i poeti emanasse dalla testa di Medusa, e i naturalisti raccontano da certi serpenti dell'Asia, adesso provava il carnefice; quegli occhi gl'impietrano il sangue nel corpo, — gli pareva di fare, — e forse faceva disperati sforzi, nè gli riusciva pure di un pelo declinare le scure. Allora penso gli avesse soffiato addosso qualche gettatura, e per malignità d'incantesimi lo avesse costretto a rimanersi tutta la vita senza potersi punto muovere da cotesta terribile attitudine; e a questa paura straluna gli occhi — i capelli gli si drizzano come stecchi sopra la fronte.
Forse queste cose tutte avvenivano in meno di due secondi: mutata positura, il carnefice si accorse rimanergli libero l'esercizio delle membra; — non pertanto abborrì cimentarsi di nuovo sotto lo sguardo della trucissima donna; — pianamente si volta dall'altro lato e fa sì che le rimanga dietro le spalle; — guarda davanti a sè per sospetto, — non vede nessuno; — si avaccia con tale un moto che parve di rabbia, e aspirando col seno capace largo tratto di aria, solleva con ambe le mani la scure.
Il Soderini aveva cominciato una invocazione; la prima sillaba uscì chiara e distinta, la seconda no, perchè fu proferita dalle labbra di un capo che rotolava sanguinoso sul pavimento del patibolo.
La madre si mosse incontro al capo per impedirgli che traboccasse dal patibolo giù sopra la piazza, ma all'improvviso cadde quasi fulminata. Ella gittò uno strido che percosse come dardo le orecchie degli astanti; — quell'urlo corrispondeva all'ultimo palpito di un cuore spezzato.
Poi andarono pel frate: senonchè questi, sperando nel soccorso di un qualche tumulto, s'ingegna differire, quanto meglio per lui si può, il momento del supplizio. Le mani aveva legate; co' morsi si affatica, co' piedi e col capo; — prega, minaccia e bestemmia, muggisce di affanno; male gli giovano i conati; — comechè reluttante, lo trascinano a forza.
Il popolo, il quale ha sempre plaudito il gladiatore che muore con sembianze animose, vilipeso il codardo, non frenando lo sdegno alla vista di cotanta viltà, irrompeva con urli e schiamazzi da scuotere la terra: «Taglia, taglia....»
Soldati in copia avevano mosso a vedere cotesto spettacolo, e poichè sapevano i cittadini vivere in sospetto di loro, temerono fosse quello il segnale della strage; i cittadini ebbero per le medesime cause uguale paura, e tu avresti veduto all'improvviso in quel mare di popolo una frotta correre in un senso, un'altra in un altro, simile a correnti di mare; e quando venivano a urtarsi come i cavalloni che si spezzano contro gli scogli, andavano all'aria cappucci, elmi, lembi di vesti, e tra mezzo alla tempesta vedevi alzarsi e calare bastoni, coruscare qualche spada; inoltre un rovinio, un muggito simile anch'egli al fragore delle acque sconvolte. Tra le voci discordi superava quella ditradimento; la città tutta si levò a rumore, — il frastuono corse fino al palazzo dei Signori, i quali, adunatisi per provvedere al pericolo, dettero ordini di chiamare la milizia. Nel qual caso, scrive Benedetto Varchi gravissimo storico, si conobbe quanto valgano le armi bene ordinate in una città, avvegnachè i giovani ad un tratto e di quieto si ridussero ciascuno al suo gonfalone, e arrivati sul luogo, parte con buone parole, parte con migliori fatti, sedarono il tumulto. Il popolo a mano a mano si dilegua; dopo breve ora nessun altro testimonio avanzava dal naufragio tranne alcuni cadaveri talmente pesti che mal si sarebbe distinto a quale specie di animali appartenessero.
Fu biasimata molto cotesta giustizia eseguita in quel luogo ed in cotesta ora.
Il giorno appresso apersero l'avello di casa Soderina e vi calarono prima un corpo mutilato, poi una donna e per ultimo una testa. Il manigoldo aveva in un colpo troncato due vite[281].
La pubblica compassione allo spettacolo di tanta miseria rimase profondamente commossa; una mano pietosa pose alla desolatissima madre la lapide. Sul principio del secolo passato se ne leggeva ancora una parte la quale diceva così:
. . . . . . . . . . .IVSTAM. FILII. NECEM. ADPRECARIAC. FERRE. NON. POTVI. . . . . . . . . . .IN. VITA. IN. MORTE. IN TVMVLOCOMITAVI. ILLVM. . . . . . . . . . .A. CAPITE. FILII. MISERRIMIMOERORE. MATERNOAVERTE. IRAM. DEI. PUNTISSIME. VIATOR.
Ai tempi nostri non m'è riuscito rinvenire questa lapide; certamente tra tanto volgere di vicende rimase distrutta con altri incliti monumenti di storia patria.