«Deinde illis omnibus qui cubantes in lectulis suis somniant somnium de universali felicitate filiorum Adam in terris et expectant libertatem civitatis ab æquitate potentiam, abrumpe somnium et spem, et dic unicuique.»«Quindi a coloro tutti i quali prostesi sui giacigli sognano il sogno della universale felicità dei figli di Adamo sopra la terra, e libertà aspettano dalla giustizia dei potenti, il sonno rompi e la speranza, e favella a ciascuno.»HypercalypsisDidymi Clerici,c. 18, v. 26.
«Deinde illis omnibus qui cubantes in lectulis suis somniant somnium de universali felicitate filiorum Adam in terris et expectant libertatem civitatis ab æquitate potentiam, abrumpe somnium et spem, et dic unicuique.»
«Quindi a coloro tutti i quali prostesi sui giacigli sognano il sogno della universale felicità dei figli di Adamo sopra la terra, e libertà aspettano dalla giustizia dei potenti, il sonno rompi e la speranza, e favella a ciascuno.»
HypercalypsisDidymi Clerici,c. 18, v. 26.
Una falsa dottrina ha preso per somma nostra sventura a mettere le barbe negli ingegni della presente generazione italiana; ma tanto mi affido nel genio della bella contrada che spero non avranno tempo da diventare radici. Traviando dietro deplorabili vaneggiamenti ai quali imposero il nome specioso di scienza trascendentale, abbandonarono i severi precetti della pratica filosofia per correre dietro ad astrattezze di cui il meno che possiamo dirne si è che tornano inutili. Per me ho tenuto sempre questi strani cervelli in concetto di uomini incompiuti, ermafroditi intellettuali, cioè nè osservatori nè poeti; se osservatori, tu li vedresti speculareargutamente i casi umani, dedurne le poche conseguenze sperimentali capaci di applicarsi ai bisogni degli uomini, comporne un libro d'istituzioni accomodato allo intelletto comune, non già misteri cabalistici dove nè Dio nè il diavolo comprendono parola; se invece poeti, anzichè immaginare inabile congerie di strumenti, di ruote, di suste e ordigni altri siffatti incapaci a imprimere un moto qualunque, i morti dalle antiche sepolture evocherebbero, a favellare delle virtù e delle colpe passate con la magia dell'ingegno costringerebbero, dalla intera natura colori per avvivare i canti loro raccoglierebbero, e poi o Anfioni edificherebbero Tebe, o Timotei Persepoli incendierebbero. Essi, all'opposto, come Curzio, si cacciano nella voragine, non già per salvare, sibbene a perdere le menti in infelici sofismi: nella vertigine incomposta dei pensieri loro, afferrata una nuvola, si affaticano a foggiarla nel sembiante del Giove di Fidia, e un soffio leggiero di vento gliela converte nel più grottesco diavolo che dipingesse il Calotta nellaTentazione di santo Antonio.Icari dalle penne incerate, volano per cadere, — ogni nome di essi indica un errore, ogni sistema un grado di avvicinamento alla follia. Questa è la storia dei libri di siffatti empirici che hanno tolto il nome di filosofi. Tale tra loro in molti volumi s'ingegnò di provare l'uomo nascere incredulo, la scienza farlo scettico in prima, poi condurlo alla fede, — altri altre cose. Sortimmo noi la facoltà di pensare per disperderla in giuochi siffatti di spirito? E poi hanno preteso descrivere Dio, le leggi della creazione, e stampare la carta topografica dell'anima con la famiglia delle passioni e delle idee. Fossero stati almeno cotesti loro sogni leggiadri! Ma no, tenebrosi, confusi a guisa di deliri, spossano l'anima e la infastidiscono miseramente. Sempre nel disegno di sostituire i propri vaniloqui alla esperienza, parlarono di morale e di politica. Qual morale! Qual mai politica!
Non si adoprarono già a temperare l'orgoglio dei fortunati con la evidenza di un fine comune, — non intesero a sollevare gl'infelici con la speranza di più nobili destini, — non ispesero l'opra a provvedere all'effettuale miglioramento di tutti, — no; pretesero provare ottime le condizioni presenti della umanità; non dissero al caduto: Sorgi. — bensì invece: in cotesto fango tu stai da principe, rimantivi e godi. — Almeno il maligno di Ferney nel suoCandidorideva; questi poi favellano come se si fossero accomodati sul tripode della pitonessa.
Avrei voluto non rammentare nomi, ma non mi riesce tacere del Degerando. Immaginatevi, se vi dà il cuore, costui ridotto nella quiete di stanza riposta davanti un banco elegante, tepide le membra per un bel fuoco, il capo e i piedi coperti di pelli o di seta, senza pure sorridere, dettare le seguenti sentenze: «Il cavatore che, sepolto nelle viscere della terra, del continuo percuote il duro sasso, sembra piuttosto patire un gastigo che esercitare industria; il minatore vede la sua esistenza rianimarsi, una luce più pura di quella del giorno ch'ei contempla lo rischiarerà nel seno delle caverne sotterranee, riprenderàlietamente il grave arnese caduto dalle mani spossate e dirà a sè stesso: Ed io pure adempio alla santa legge imposta dalla natura! E per me pure la vita è preparazione a più alti destini[282]!»
O Degerando! non andate a tenere questo proposito al minatore; imperciochè s'egli riprenderà il martello caduto dalle mani spossate, sarà per darvelo sul capo: e farà bene. Povero minatore, intendi tu queste belle parole? Degradato alla condizione del bruto, e peggio del bruto, imperciocchè egli almeno goda l'aspetto del cielo e cibi sul prato l'alimento acconcio al suo corpo ed abbia sortito dalla natura una pelle che lo ripara dai rigori del freddo; e tu, infelice minatore, col cervello inselvatichito, con l'agonia della luce, del cibo, della bevanda, di tutte le necessità, ti placherai a siffatti conforti?
O Degerando! perchè non vi volgete piuttosto alle passioni dei potenti e non gli ammonite a rinunziare ai metalli che cava il minatore? Perchè non insegnate a costoro rispettare la immagine di Dio, rimovendone il piede dal collo avvilito? Quando celebrerete l'uomo uguale all'altr'uomo, — quando direte la umanità non essere nata onde una parte di lei sia più che numi, un'altra meno che bestie; allora sì che vi saluterò filosofo davvero. Che se le condizioni della pervertita nostra natura non consentono miglioramento, allora tacete. Non accrescete ai dolori di questa maledizione che si chiama vita il fastidio delle vostre voci. Nella schiavitù di Babilonia, le vergini di Giuda appesero l'arpa al salice — e piansero.
Negli ultimi tempi una simile filosofia, ch'io volentieri chiamerei narcotica, più che altrove intorpidì l'Alemagna. Colà il sospetto aveva posto un puntello sotto il mento degli uomini e costringeva le teste a starsi rivolte verso le nuvole, — temeva gli sguardi si chinassero alla terra. Goethe, ingannato, o ingannatore, a modo di mago aveva descritto un cerchio e contendeva agli spiriti affollati oltrevarcarlo. Allora quelle profonde menti tedesche, mancando gli argomenti pratici, consumarono la copia della interna energia in astrattezze infinite, in deduzioni di deduzioni, in serie interminabili di vertiginose fantasticherie. Ma Goethe, il quale gravitava con la propria gloria sopra il suo paese a guisa di vampiro, cessò: sciolto è l'incantesimo, il circolo rotto: il braccio della tirannide diventò paralitico, e l'ingegno tedesco già scende terribile gladiatore nell'arena delconcreto.Ora volgono pochi anni, e la filosofia germanica assume forme convenienti ai bisogni; già muovono guerra agli edifizi feudali, imperciocchè quivi bene abbia il secolo crollati i castelli dei baroni, ma non ancora la ragione distrutto le leggi della barbarie. Scopo presente è la rovina; rifabbricheranno poi; ora non deve rimanere pietra sopra pietra. Secondi la fortuna i migliori! A savio cominciamento conséguiti fine propizio! Essi hanno inteso il precetto di Cristo: Guai a chi appone la toppa nuova al vestimento vecchio![283]— Le pauroseriforme, i provvedimenti codardi alla immensità dei mali antichi paiono giunchi posti a riparo del mare in burrasca. Sceglievasi forse tra paralitici o tra infermi il sacrificatore che immolasse di un colpo la vittima davanti all'altare di Giove? Non è questo lavoro delle figlie di Neottolemo; qui si vogliono la forza e la clava di Ercole: non vi pare ella questa nostra società più ingombra delle stalle di Augia? Badiamo di non lasciarci andare ai sofismi; abborriamo imbiancare i sepolcri, bensì scopriamoli e diligentemente rimettiamoli dentro. Altri popoli ci hanno preceduto nel bene; pensiamo allo spazio da loro percorso e non immaginiamo potercelo risparmiare; chi dice altrimenti ci porge consigli d'ignavia e ci tronca la via alla redenzione. La civiltà non procede a mo' di saetta, di cui appena ti offende il baleno, ed una casa già cade in cenere. Le grandi verità lasciano una ruga sopra la faccia del mondo; il parto della ragione a prima giunta conturba la terra quanto la morte di Dio[284]. Innanzi di giungere al paradiso non percorse l'Alighieri tutti gli orrori dell'inferno?
La nuova generazione si guarderà dal prosternarsi all'idolo cui già disertano i meno ostinati fra gli adoratori; noi le lasciamo un retaggio di falli e di colpe; — ne faccia senno e cammini per la diritta strada a noi nati e vissuti nelle tenebre procureranno i tempi pietà, non che perdono: in loro l'abuso dell'intelletto frutterebbe infamia di traditori. Può l'uomo tradire la patria ugualmente col pravo che con lo stolto consiglio. A noi la provvidenza concesse e vita e ingegno e sostanze non come nostra proprietà, sibbene come arnesi per contribuire al maggior incremento della patria. In quella guisa medesima che il castaldo nella stagione della messe raccoglie a sera dai mietitori la falce che loro consegnava sull'alba e gl'interroga come l'abbiano adoperata e quante biade mietuto; così la patria sul finire della vostra vita vi domanderà conto dei doni che vi aveva compartito. Contro i tristi e gli ignavi ella avrà due pene, — due pene soltanto, ma ch'ella sola può dare e poi imporre ai secoli che le confermino: la vergogna, o l'oblio.
Lorenzo trasalì, curvò la persona, gli occhi strinse e le mani e non potè proferire parola.Cap. XXVI, pag. 605.
Lorenzo trasalì, curvò la persona, gli occhi strinse e le mani e non potè proferire parola.Cap. XXVI, pag. 605.
Già io lo affermava poc'anzi, la morale e la politica compongono una medesima cosa: non pertanto, avvertendo come la morale domestica possa talvolta discordare nell'applicazione delle sue teorie dalla morale pubblica, o contendere con essa, ne hanno fatto una scienza a parte; ciò poco importa. Ma qui principalmente i sofisti deviando dalle tracce severe della storia non curarono esaminare gli uomini nel modo in che esistono, sibbene in quello nel quale vorrebbero farli esistere. Composto un sistema, si posero alla cerca di qualche fatto che valesse a sostenerlo; e o sia non darsi genere di assurdità che gli uomini non abbiano commesso, o sia qualsivoglia fatto tormentandolo possa presentarsi sotto aspetto diverso dal suo naturale, o sia infine che adoperassero mala fede nel riferirlo, non mancarono di aggiungere alla regola l'esempio: ma l'assurdità non somministra fondamento a speculare, ela tortura dei fatti si assomiglia all'opera di cotesto avaro che comperava la cornice prima della pittura, e se non vi capiva, la tagliava; — rispetto a mala fede poi, i filosofi dovrieno lasciarla ai falsari. Così invertito il metodo di ricavare dai fatti la regola concreta, alle regole astratte applicarono il fatto, e a questo cumulo di superbia e di errore imposero il nome di filosofia della storia, imperciocchè di titoli pomposi non patiscano penuria. Se quei loro vaneggiamenti non uscissero dalle coperture del libro, basterebbe non leggerli, e tutto sarebbe detto: invece si avvolgono strepitose per le scuole, — le menti facili dei giovani sorprendono; e quando giungono i tempi grossi, i sofisti, chiamati dai settari a far prova dei loro sistemi, si gittano col corpo traverso la civiltà e ne impediscono il corso.
La Francia sconta troppo amaramente l'inganno dei suoi sofisti, perchè noi d'ora in poi non ci guardiamo ben da giurarein verba magistri.Colà un sofista s'ingegnava accordare la legittimità con la libertà, — politico Mezenzio[285], e immaginava un sistema nel quale fosse concessione quanto doveva resultare da contratto bilaterale tra i due poteri legislativo ed esecutivo, tra popolo e principe: invece di tenere la potestà esecutiva emanazione della legislativa, rovesciate le cose, dava al cielo l'origine di una condizione umana che Dio riprovò prima del suo nascimento per la bocca del profeta Samuello[286]. Un altro sofista in cotesto infelice paese non seppe stendere la mente oltre il suo sistema foggiato sopra le antiche forme della costituzione inglese: quei nobili inglesi ravvisandole adesso squallide e viete, si affaticano a modificarle; egli giunse tardi, — non importa, — il secolo non deve procedere di un punto oltre il segno al quale arrivava egli. Se costui fosse vissuto ai tempi in che David peccò, quattro sarieno stati i flagelli minacciati dal profeta Natan, — peste, fame, guerra e Guizot. Certo, se la Francia avesse potuto scegliere, io per me penso che avrebbe tolto qualunque altro flagello, tranne cotesto arido calvinista. Non parlo di cui non ebbe pure il merito d'immaginare l'ecclettismo[287]. I sofisti hanno logorato il tempo a disputare su la forma e sul peso degli anelli, ma non ebbero mai nè intenzione nè potenza di rimovere le catene dalle mani di un popolo che libere intendeva alzarle al cielo per ringraziarlo della ricuperata libertà. Nè a vero dire essi soli furono i malaugurati sofisti. Tal visse a cui non era amica la morte: come Cesare sul finire della vita si gittava il manto sugli occhi; — egli ritardò, chi sa per quanti anni, i destini del suo paese con quel suo ghiribizzo politico ditrono circondato da istituzioni repubblicane.Sarebbe stato più agevole comporre in pace i truci fratelli i quali chiusi nel seno della madre contesero, in vita si spensero arsi sul rogo l'odio immortale manifestarono bipartendo la fiamma che gli consumava, anzichèaccordare repubblica e re. Tanto giovi a quest'uomo lo splendido mattino della vita che lo salvi dal biasimo di averne in siffatta guisa ottenebrato il tramonto; come parimenti desidero che rimanga esempio perenne, onde in processo di tempo si guardino i padri dal giudicare la causa di una generazione con le arguzie e i motteggi, e abborrano i figli da confidare le sorti di un popolo a menti affralite dagli anni.
Zanobi Bartolini sopra gli altri contribuì alla perdita della libertà della patria; non già che le fosse nemico, anzi ei l'amava, ma a modo suo e non senza vantaggio di sè. Gli altri, come Baccio Valori e Francesco Guicciardini, le nocquero meno, quantunque le procedessero apertamente avversi, perchè le suggestioni loro apparvero sospette e furono respinte; quelle invece del Bartolino benissimo accolte, movendo da persona che pensavano di ottima mente verso l'attuale governo. Era l'ingegno di Zanobi in apparenza pieghevole, in sostanza poi piuttosto ostinato che fermo; avendo egli composto un modo di società al quale da gran tempo non trovava da aggiungere o da togliere più nulla, chiuse lo intelletto dentro un circolo determinato, e nella maniera medesima che aveva posto al suo spirito le colonne di Ercole, così consentiva la umanità progredisse fino a quel punto e non più oltre; di là dal segno non sapeva immaginare altro che abisso e rovine. Superbo più che ad uomo non conviene, pose la sua parola contra l'onda popolare, stimò l'avrebbe rispettata. Dio solo ha potuto porre tra il mare e la terra una parola che si mantenne dal principio dei secoli fino a noi, quasi muro di bronzo alle usurpazioni del soverchiante elemento: quando un uomo, comunque re, comunque circondato di gloria terrena, ardì imporre leggi all'Oceano, questo gli rovesciò con la spuma il suo trono, gli empì la corona di alga, e se men ratto alla fuga era costui, col più breve de' suoi flutti gli avrebbe dato una sepoltura vasta quanto i suoi regni. Parlo del re Canuto quando, insuperbito dalle parole dei cortigiani che gli dicevano potere quanto volesse, ammantato di porpora comandò al mare che non oltrepassasse il suo trono innalzato sopra la sponda. Il Bartolino commosse il popolo contro i Medici allorchè si accorse i Medici attendere a regnare soli ed assoluti signori, e la tirannide non gli piaceva; nel moto del popolo poi egli non ravvisò argomento per mutare gli ordini vecchi dello stato, bensì all'opposto occasione di modificarli, — anzichè rottura non saldabile mai, una via di transazione; immaginò che i Medici, ammaestrati dagl'inefficaci tentativi (come se i principi nelle commozioni popolari piuttostochè insegnamento da seguitare non ravvisassero sempre e poi sempre delitti da punire), si sarebbero rimasti da toccare uno scettro a cui quante volte avevano steso la mano, tante se l'erano scottata; avrebbero consentito reggere come magistrati sottoposti alla legge ch'essi insieme con gli ottimati avrebbero promulgato; il principio popolare non doveva starsene mica senzarappresentanza nel consiglio; al contrario giovava che l'avesse, ma poca, come corpo che abbisogna di perenne tutela, buono a mantenere, non reggere lo stato. Quando all'opposto si accorse che il popolo intendeva, licenziati i sopracciò, camminare speditamente senza pastoie, lo tenne perduto; non potendo con la man fiacca governare il corsiero generoso, lo calunniò sfrenato, lo bestemmiò e lo maledisse: antichi vezzi rinnovati allora, rinnovati più tardi e giù giù per i tempi diversi fino a noi: cauto ed astuto deliberò rifare i passi, ma, dissimulator potentissimo, mantenne la consueta apparenza; solo in segreto raccolse intorno a sè tutta la fazione dei Capponi, e qualcheduno della Pallesca, disse sopraggiunto il tempo dei Ciompi, sentirsi piovere addosso gli ordinamenti di giustizia, non sapere dove si andasse a finire. A cui troppo bene voleva ascoltarlo parlava. I giovani nobili, i quali tanta caldezza mostrarono da principio, commossi dall'autorità dell'uomo e dalla gravità delle parole, adesso incerti da qual parte dovessero pendere, s'intepidirono, in seguito aggirati, dubitando nuocere alla patria, tenendo le sorti loro più oltre congiunte con quelle del popolo, se ne staccarono, finalmente gli si fecero avversi, come a nemico.
Malatesta trovò il Bartolino in siffatta condizione allorchè prima fece cascare sopra l'animo di lui una parola che lietamente accolta era seguitata da altre più aperte, e finalmente compita con promesse di aiutarsi l'un l'altro. Malatesta e Bartolino, mulinava il Bartolino (tanto è vero che in pelliccieria per ordinario occorrono pelli di volpe) dovevano andare insieme uniti ai più tardi nepoti, come salvatori della patria. Bartolino avrebbe condotto gli accordi; Malatesta rimasto con le milizie in Firenze, mantenuto l'osservanza dei medesimi finchè non si fossero le cose assodate da non far temere il tradimento; in ciò il Perugino ingannava Zanobi, non già che quegli superasse quest'altro in astuzia, chè anzi di gran lunga gli restava addietro; ma perchè lieve cosa sia ingannare chi già inganna sè stesso.
La invidia che i giovani nobili, specialmente l'Antinori, portavano profonda a Dante da Castiglione, contribuì non poco a separarli dal popolo.
L'Antinori finchè mantenne la speranza di poter superare il Castiglione, lo emulò lealmente; però, sentita che ebbe la propria impotenza a pareggiarlo, non che a vincerlo, prese ad astiarlo. L'astio, siccome questa perversa passione costuma che tiene della natura del cancro, appena nato gli divorò ogni affetto del cuore, gli inaridì qualunque altro o buono o tristo affetto. Comecchè il truce astio gli ribollisse dentro al cuore ardente e furioso, quivi stette contenuto alcun tempo prima di giungere agli orli estremi: pure vi giunse, e l'alito della coscienza che muore lo soffermò anche alcun poco su questa ultima parte; poi il suo angiolo custode torse altrove la faccia, e l'astio sgorgò, come torrente di veleno, per tutte le vene dell'Antinori, — la sua lingua dardeggiò mortale come quella del serpente, e dalla menzogna, dalla calunnia, dagli altri tutti assassinii della bocca s'incamminò all'assassinio della mano. Alle vecchie cagioni di odio che venni esponendo nel corsodella storia un'altra se ne aggiunse e fu questa. Correva in Firenze l'usanza di giuocare nel carnovale al calcio. Le memorie greche, latine e italiane raccolte sopra cotesto giuoco lo affermano di origine antica; la quale cosa credo di leggieri ancor io, perchè, considerando com'egli principalmente consistesse in calci ed in pugni, penso queste essere nati gemelli con le mani e coi piedi, che ogni uomo sa esistere contemporanei al padre Adamo nel mondo. Il conte Giovanni dei Bardi, tra gli accademici della venerabile Accademia della Crusca il Puro Alterato, ce ne lasciava la descrizione scritta in lingua che fa testo per l'acconciatezza delle parole soltanto, perchè in ciò che spetta alla precisione, poco s'intende e a gran pena[288]. Costumava farsi simil giuoco sopra la piazza di Santa Croce: si divideva il campo in due parti uguali e si circondava di steccato: i giuocatori, sebbene il suddetto Alterato prescrivesse dovere essere ventisette per parte, trovo nel Varchi che quello di cui mi occorre far parola fu giuocato da venticinque. Si dividevano in quattro classi: i così dettiInnanzi, che stavano presso alla linea partitrice del campo, gliSconciatorivenivano dopo, succedevano iDatori innanzi, chiudevano finalmente iDatori dietro.Vestivano leggieri e spediti di colori svariati, — rossi e bianchi, verdi e gialli, o simili; premio della vittoria una gioia, una veste, una bandiera. Ai due capi del campo alzavano due tende, dove stanziavano gli alfieri o capi delle parti, i quali appartenevano alle famiglie per chiarezza di natali e per fortune maggiorenti: questi mettevano tavola ai giuocatori e con ogni ragione rinfreschi gli regalavano: in processo del tempo sotto il principato vi si mescolarono burlevoli accessorii. Io ho sott'occhio una stampa rara che dimostra il calcio fatto in Firenze il dì primo maggio 1691, per le feste delle reali nozze del serenissimo elettore palatino del Reno, colla serenissima Anna Maria Luisa principessa di Toscana, dove tra i giuocatori pronti a pestarsi di busse la persona compariscono introdotti genii e amorini, poi Giunone da un lato ed Imeneo dall'altro, la prima in guardinfante, l'altro con un immenso morione di penne, entrambi abbigliati di manti a strascico; nè qui finisce: seguitano Giunone, Flora con quattro giardiniere, Minerva con quattro amazzoni e dodici ninfe, tutte, bene inteso, con guardinfanti ai fianchi e piume in testa. Imeneo si tira dietro sei sacerdoti (e qui sta bene, perchè non vi ebbe dio che tanto fosse dovizioso di vittime come lui), le tre Grazie e per ultimo sei Virtù, ch'io a confessarmi candidamente, non giungo a comprendere; solo vi scorgo una Giustizia, ma con certi bilancioni spaiati ch'io non mi attento quasi a sostenerla Giustizia, sebbene a bilance pari io in coscienza non l'abbia mai veduta fin qui. Or dunque il giuoco incomincia col battere della palla: un mandatore vestito di ambedue i colori della livrea batte la palla al muro, talchè subito risalti in mezzo agl'Innanzi, e si ritira. Gl'Innanzi accorrono tosto, e quanto più possono si affaticano a far propria la palla;se ad uno di loro viene fatto di côrla tra i piedi, gli altri si affollano attorno e lo difendono ond'egli possa avviarla agli Sconciatori; ma quando anch'egli arriva a distrigarsi dalla mischia; non così lieve troverà la via dal suo posto a quello degli amici Sconciatori, imperciocchè gli Sconciatori avversi ecco che gli correranno sopra di fianco e lo costringeranno a lasciare la palla, dove gli Sconciatori amici non lo sovvengano di prontissimo aiuto: bolle il conflitto; se la fortuna seconda i primi conquistatori della palla, dagli Sconciatori ella passa ai Datori innanzi, e questi o col calcio o col pugno stretto le danno con forza da spingerla oltre lo steccato di faccia. Quando poi, per la prossima pugna degli Sconciatori e degl'Innanzi, i primi Datori non abbiano comodo di bene assestare il colpo, inviano la palla ai Datori indietro; ai quali, siccome posti in parte tranquilla, è concesso agio di divisare il come e il dove indirizzarla. Possono ancora gl'Innanzi quando sieno veloci di gamba e gagliardi, prendere la palla e via correndo tra gli emuli destramente serpeggiando portarla dall'opposto steccato con bell'onore di vittoria; ma ciò pochi tentano, ed a pochissimi concede la fortuna di poterlo effettuare. Come ognuno pensa, ciò non avviene senza capi rotti, nasi pesti, occhi contusi e qualche volta costole fracassate; molto più che l'onorevole accademico Puro Alterato ci fa sapere come caschi nel gioco certa rifioritura a crescergli leggiadria giovevole il prendere, quando capita il destro, a traverso la vita l'avversario e sbattacchiarlo supino a stampare la sua persona sopra l'arena, o attraversatogli il passo con la gamba insidiosa mandarlo a rompersi i denti contro la terra: gioconde venustà, piccolezze urbane che mettono proprio addosso la voglia non solo di vederle, ma di pure provarle. Due passate laterali della palla, o falli, formano una caccia a danno di chi li commetta; una palla passata oltre lo steccato opposto fa una caccia, due, due cacce; allora suonano trombe e tamburi, e i giuocatori mutano di luogo.
I Fiorentini non vollero intermettere la usanza antica di giuocare il calcio nell'anno dell'assedio, e all'amore del patrio costume si aggiunse il desiderio di recare onta al nemico. Fecero pertanto sulla piazza di Santa Croce una partita a livrea, venticinque bianchi e venticinque verdi; premio della vittoria una vitella; e per essere non solamente sentiti, ma veduti dal nemico, misero i sonatori sul comignolo del tetto di Santa Croce, dove fu loro tratta da Giramonte una cannonata, che passò alta e non offese persona.
Tra i giuocatori erano Dante da Castiglione dalla parte dei verdi Sconciatori presso il muro, e il Morticino degli Antinori dalla parte dei bianchi Innanzi nella quadriglia di mezzo. Dopo varie vicende del giuoco che qui non occorre rammentare, il Morticino, che audace era molto e di membra snelle, standosene sbrancato dagli altri, attendeva a ghermire la palla per portarla poi, correndo e schivando gli avversari, dall'opposta parte del serraglio; cosa, come vedemmo, altrettanto piena di pericolo che di gloria; gli riusciva afferrarla; ratto procedendo edavvistato, perviene ad evitare gl'Innanzi, e già disegnava oltrevarcare gli Sconciatori tra lo Sconciatore dritto alla fossa e l'altro traverso alla fossa medesima, quando il primo correndogli addosso di fianco lo costringe a piegare verso lo Sconciatore di mezzo; poi, non gli parendo bastasse lo spazio, s'incammina verso lo Sconciatore traverso al muro, e all'ultimo, non trovando nè anche qui campo sufficiente al suo disegno, corse alla volta del Castiglione Sconciatore diritto al muro. Questi, che si sentiva grave della persona, stava a canna badata, volendo con la diligenza supplire alla tardità delle membra: onde, scorto che ebbe il Morticino indirizzare i passi alla sua posta, gli fece punta addosso correndo in linea retta mentre quegli si avanzava di scancio: ormai giunge l'Antinori al mal passo; presto curvandosi s'ingegna sottrarsi alle mani poderose di Dante, che gli cadono sopra tenaci come uncini di nave e lo tirano a sè prepotentemente. La bestiale ira che assalse l'Antinori non è cosa da potersi descrivere; pesta, sgraffia, morde, si agita in modo che poco più farebbe, se gli fosse entrata in corpo una legione di demonii. Ad ogni invito del Castiglione di metter giù la palla risponde del pugno o di un calcio, — poi si fruga, come per cercare il pugnale. Dante, venutagli meno la pazienza, comanda con con gran voce:
«Innanzi a me, — fatemi spalla; e poichè non vuole lasciare la palla costui, guadagneremo la caccia spingendo Innanzi e palla fuori dello steccato.»
Così detto, lo avvinghia intorno ai fianchi e lo leva da terra con maraviglioso piacere dei riguardanti, i quali, parteggiando pressochè tutti per lui, col battere delle mani e con voci alte e diverse applaudivano.
L'Antinori si ostina a non lasciare la palla, che anzi tiene strettissima col braccio manco, e con la mano destra continua la tempesta dei colpi sul capo al Castiglione; poi tenta nuova prova per isvincolarsi. I suoi piedi giungevano appunto alle ginocchia dell'avversario: pian piano gl'inoltra fin dietro alle giunture della gamba, e allora, raccogliendo quanto aveva di forza, sferra con i talloni tale urto che sperò ce ne fosse di avanzo per traboccare il Castiglione supino. Pari colpo, racconta Omero, fu usato da Ulisse contro Aiace Telamonio[289]nei giuochi per la morte di Patroclo, ma con diverso evento, chè Dante non cadde come il Telamonio, ed anzi, piegato appena il ginocchio, sentì invadersi i precordi di furore, e col furore nuova gagliarda. Però quella continua grandine di colpi sul capo, comechè lo riparasse non poco il berretto soppannato, glielo intronava molestamente, dalla bocca grondava sangue e dal naso; gli occhi aveva contusi in molto sconcia maniera; con le mani non poteva aiutarsi, si provò co' denti; una volta gli riuscì azzannare la manica della veste all'Antinori, — questi a sè la trasse di forza e lasciandovene un brano riprese il martellare; secondandolomeglio la fortuna una seconda fiata, il Castiglione perviene a mordergli la nuda carne; — se adesso stringesse non è da dirsi: — il sangue respinto nelle vene di sopra e di sotto al morso vi faceva greppo, e pareva che le volessero scoppiare, — i tendini rappresi non consentivano al Morticino di bene stringere o bene distendere la mano, — un'angoscia cocente gli tormenta il braccio fin lungo la scapola; sul punto di trarre un guaito per vergogna ci raffrena, ma intanto scricchiola i denti e manda fuori un sommesso mugolio.
I compagni di Dante, facendosi largo con gli urti, menando busse e calci, acquistando animo quanto gli avversari ne smarrivano, dal plauso popolare confortati, guadagnano terreno. Non fu però senza contrasto la vittoria; spesso da una parte e dall'altra uscivano di schiera giuocatori vomitando sangue e denti; più spesso accorsero per ordine del maestro del campo esperti famigli che trassero dalla calca alcuni caduti e tutti pesti, li portarono a braccia nelle tende, dove gli affidarono alle cure dei medici: pur finalmente dopo vari casi Dante si accosta allo steccato: la immensa brama di balestrare oltre il Morticino, non gli concede di appressarvisi: tuttavia allarga le gambe e tanto preme vigorosamente le piante che il terreno gli si avvalla dintorno, — stringe più forte con le braccia l'avversario, più acuti gli addentra i denti nelle carni, — quindi da sè respingendolo con veementissimo impeto, lo caccia a rotolare lontano nella polvere, al di là dei cancelli.
Il popolo assurge dai suoi seggi e quasi percosso da delirio prorompe in grida inestinguibili, la gloria del Castiglione levando a cielo. Le trombe ne suonano il tronfo. Ogni buon popolano tenne come sua la vittoria di Dante; tutti si congratulano, gli fanno festa dintorno; le donne sventolano i pannilini dai balconi e gli gettano a piene mani fronde di alloro.
Un tenebrore di morte fasciò gli occhi allo Antinori; stette alquanto come morto, ma quando gli si avvicinarono i famigli per aiutarlo, egli balzò in piedi da sè e volse attorno trucissimi gli occhi. Quel volto, per ordinario pallido, ora livido e nero, il sangue rappreso, lo sguardo torto empirono di spavento i famigli, che non si attentarono accostarglisi. Come si narra dell'antico Anteo, che quante volte traboccato a terra, tante si rialzava di nuovo vigore ingagliardite le membra, costui se cadde tristo, si levò iniquo: rotto ormai ogni freno, il pudore postergato al mal talento, irruppe nelle più brutte turpitudini per offendere il Castiglione: cospirare alla perdita della patria e della libertà, purchè fruttasse adempimento della implacabile vendetta, non solo reputa atto indifferente, ma gli parve merito e dovere; e poichè, o peccato nostro o naturale cosa, troppo più operative vediamo essere la invidia e le malnate passioni che non l'amore della virtù e gli affetti gentili, così gli venne fatto di riuscire oltre le speranze. Tanto si travagliò costui che i giovani nobili, delusi, desiderarono la tirannide dei Medici, come partito unico di emanciparsi dal giogo del popolo.
Ad atterrire le menti sopraggiunsero giorni adri per casi lacrimevolie per sinistre apparizioni, chiamati dai volgariegiziachio più comunementeuziachi. Il sole scurò ai ventotto di marzo, e con paura notarono che quantunque volte il sole eclissava, seguivano in Firenze tristi accidenti. Pochi giorni dopo fu decapitato Stefanino delle Doti per avere in compagnia di Piero di Giovanni del Fornajo ucciso a tradimento messere Bernardino di Arezzo, insegna dei signori Dieci, mentrechè usciva di palazzo. Otto Cocchi, senza che se ne sapesse la cagione, di per sè medesimo si tagliò la gola. Un soldato ferito, mal comportando l'acerbità della piaga, fatto caricare da un garzone lo archibuso, se lo sparò nel petto. In piazza dei Signori avvennero tre risse, ed in più parti della città si pose mano alle armi con ispargimento di sangue ed offensione di molti. Lione di Agnolo della Tosa, percosso di un sasso nel capo, mentre battevano la torre di San Giorgio, uscì incontanente da questa vita. E poco prima una masnada di Côrsi di quelli di Pasquino spensero a colpi di alabarda Andre di Lionardo Ghiori e lo rubarono. I frati corrotti spargevano veleno dai confessionali, l'animo ai più baldanzosi scrollavano. I Palleschi già procedevano a testa levata, col motteggio e la minaccia sulla bocca. Gli Arrabbiati non cessavano dal rammemorare la profezia del Frate: che lo aiuto verrebbe quando ogni speranza di soccorso fosse perduta; ma per questa volta con sembiante allibbito e a fiore di labbra.
A crescere lo scompiglio ebbe parte quella Caterina dei Medici che, allora fanciulla di undici anni, per comandamento della Signoria conservata nel monastero delle monache Murate, destinavano i cieli ad esercitare il truce ingegno sul reame di Francia. In costei la ragione sopravanzando l'età, non pretermise argomento di sovvenire alla fortuna della sua famiglia: dapprima vinse parte delle monache e le indusse a seguitare la sua fazione, sicchè il santuario sonò di preghiere discordi e più sovente di male parole e di peggiori fatti; poi divenuta alquanto più baldanzosa, mandò a presentare i sostenuti e i principali Palleschi, quasi per confortarli a tener fermo, con paniere di berlingozzi, nel fondo delle quali aveva effigiato per mezzo di fiori l'arme delle palle. Onde, quando fu deliberato in consiglio qual partito dovesse prendersi sopra di lei, Lionardo Bartolini, repubblicano avventato, non senza riprensione dei più tepidi, disse: «Quando t'imbatti nella vipera ècci forse partito altro diverso da quello di correrle tosto sopra e di romperla co' piedi? Io per me sostengo che la si abbia a mettere spenzoloni da un merlo delle mura contro le prime archibusate del nemico.» — Non pertanto vinse il più mansueto consiglio, e per tôrre via gli scandali mandarono di queto messere Salvestro Aldobrandini affinchè quinci la rimuovesse e nel monastero di Santa Lucia la traslocasse.
Ma sopratutto fu grave sventura la perdita di Empoli. Vi avevano mandato, come altrove dicemmo, per commessario Andrea Giugni, uomo conosciuto sempre svisceratissimo della libertà e nella gioventù sua piuttosto audace che animoso, ma di maniera che sogliono essere i giovani poco civili. Sul quale proposito il Nardi, santissimo petto, pone una avvertenzanelle sue storie che importa molto ripetere, onde gl'Italiani la meditino e se ne giovino: «generosità di animo, che abbiamo per esperienza di questa guerra veduto essere molto differente dal valore dell'arte militare, come ancora per l'opposto abbiamo visto molti giovani di vita modesta e civile essere diventati nella guerra valorosi soldati[290].» E al Giugni aggiunsero per capitano o sargente maggiore Piero Orlandini, il quale reputarono infellonito contro i Medici perchè un suo consorto, chiamato del medesimo nome di lui, avendo in tempo di sede vacante scommesso con Giovammaria Benintendi che il cardinale dei Medici non sarebbe papa, quando il Benintendi gli disse che lo avesse a pagare, rispose voler vedere prima s'egli era canonicamente stato fatto; quasi intendesse inferirne che, non essendo legittimo, non poteva esser papa: per le quali parole, preso e collato, gli fu dopo poco ore barbaramente mozza la testa nella corte del bargello; molto più poi che Francesco Ferruccio non rifinava nelle sue lettere ai Dieci di raccomandarlo comeuomo assai pratico della guerra e che avrebbe fatto loro onore, chiedendone la promozione come ricompensa alle fatiche sostenute, che intendeva durare in pro della patria[291]; ma costui, rotto alle lascivie e solo intento ai grossolani diletti della vita, esercitava le armi come mestiero atto a procacciargli il pane giorno per giorno, parato sempre a servire quello che glielo crescesse e meglio glielo accertasse.
Il principe di Orange, considerando di quanto grave momento fosse per l'esito della impresa il conquisto di Empoli, deliberò fare ogni sforzo per ottenerlo: comandò pertanto a Diego Sarmiento vi andasse ad oste con tutte le sue bande dei Bisogni, alle quali, per dare maggior nervo, aggiunse alquanti soldati vecchi del marchese del Vasto, impose a don Ferrante Gonzaga vi cavalcasse con tutti i suoi cavalieri, e commise al signor Sampietro maestro delle artiglierie il carico di trasportarvi buona parte dei cannoni del campo; — spedì ancora con diligenza al signore Alessandro Vitelli che stanziava co' suoi su quel di Pistoia quinci si movesse, e quanto meglio avesse potuto celato e spedito si accontasse col Sarmiento sotto le mura di Empoli. Ciò fu ottimo appresto di guerra. Nè pretermise gl'inganni, in cui forse, più che nelle armi, riponeva fidanza. Avuto a sè Giovanni Bandini, gli disse: essere per commettere grave imprudenza, della quale la prospera fortuna poterlo giustificare soltanto, sprovvedere il campo dei migliori combattenti, di cavalli e di artiglierie per espugnare Empoli; volere ad ogni costo prendere quella terra e prenderla presto; lo sovvenisse in quella sua estremità; l'opera e il consiglio suoi assicurarlo meglio di venti bombarde; andasse, vedesse se v'era modo appiccare alcuna pratica con quei di dentro; nelle sue mani depositare il proprioonore e la propria vita: — e a queste aggiunse tante altre di quelle parole che i signori sanno trovare quando hanno bisogno degli altrui sussidi.
Promise il Bandini e mantenne oltre la promessa; imperciocchè, essendosi aggiunto Nicolò Orlandini, fuoruscito di Firenze e sviscerato Pallesco per soprannome il Pollo, mandò un segreto messaggio al capitano Piero Orlandini, sua conoscenza vecchia, per fargli palese che, se avesse potuto ascoltarlo, egli era per dirgli parole che lo avrebbero reso il più lieto uomo del mondo. Si strinsero tutti a parlamento, e il Bandino col Pollo, parte col mostrargli la causa della Repubblica perduta, parte con buona somma da pagarglisi di presente, molto maggiore in futuro, senza troppa difficoltà svolse l'Orlandino a fare il piacer suo. Però l'Orlandini lo ammoniva sul Giugni non potersi contare, avvegnachè ben fosse ignavo e trascurato, ma non pertanto zelantissimo della Republica; ancora doversi prima ostentare una grande dimostrazione di forza e battere furiosamente le mura, dacchè i terrazzani, le reputando insuperabili, e di vettovaglia non patendo difetto, se ne stavano baldanzosi; e poi quel Ferruccio gli aveva esaltati in modo che da senno credevano potersi, non che dagli uomini cogli archibusi, ma dalle stesse donne con le rocche difendere la terra.
Il Bandino, lasciando l'Orlandino bene edificato, conferisce partitamente col Sarmiento, e convengono piantare due batterie, una da parte di tramontana, l'altra verso ponente; alla prima comandò il Sarmiento, alla seconda il Vitelli. Il Sarmiento, cosa per quei tempi stupenda, senza punto ristarsi, trasse trecento colpi di cannone: perchè parte di un puntone e della muraglia si sfasciò con terribile rovina.
Anche a' giorni nostri chiunque ne avesse vaghezza, soffermandosi in Empoli, potrebbe contemplare le stimmate impresse sulle mura di quella terra dallo straniero in pro della tirannide domestica; ma chi passa per Empoli ad altro non attende che a sollecitare la muta dei cavalli per attingere presto la Pafo d'Italia; e sì, che se l'aspetto delle margini sul seno del guerriero reverenza ispirano e amore, amore e reverenza più grandi dovrebbero infondere negli amici le ferite della nostra città. E in questa parte sieno grazie alla tirannide, che lasciava a qualche nuovo Antonio la veste insanguinata di Cesare da agitarsi un giorno davanti al popolo raccolto in benefizio della libertà. — Io mi dilungo dal vero: non vive più popolo, bensì un tristo gregge di animali senza occhi, senza orecchi e senza cuore, — una mandra di enti abbietti assai più che lo stesso tiranno non desidera: egli cessò da gran tempo di tormentarli, perchè non riusciva a strappare loro nè anche un sospiro; li percuoteva sul capo, rispondevano con un sorriso; le mogli ne stuprava e le figlie, e gli profferivano grazie; a qualcheduno gittava la testa di suo padre recisa, ed egli curvo la riceveva e ossequioso come presente di re. Io continuo la storia.
Rovesciata la muraglia, gli Spagnuoli con furiosissimo impeto si cacciarono giù nel fosso per salire all'assalto: giunti in fondo, troppotardi si accorgono del fallo: quivi la terra melmosa si avvalla loro sotto i piedi, sicchè rimangono inestricabilmente impantanati; e quei della terra, inanimati dal capitano Tinto da Battifolle, gli sfolgorano con gli archibusi, gli ammaccano co' sassi e spesso uccidono a un punto e seppelliscono sospingendo loro addosso interi cantoni della muraglia intronata: e' fu mestiere ritrarsi. Dalla parte di occidente il Vitelli rovesciò spazio non minore di muraglia ma, capitano più circospetto di don Diego, abborrì avventurarsi in quel fondo e si rimase contento a quella prima prova. Nella notte, che come è madre di alti partiti agli animosi così partorisce le paure e i sospetti nei codardi e i tradimenti nei perversi, si restrinsero insieme i più doviziosi di Empoli, tra i quali la storia ricorda Nicolò di Quattrino e Francesco di Tempo, e agli adunati l'Orlandino espose: — come essi dal resistere più oltre molto avessero a perdere, nulla a guadagnare; non volessero mostrarsi tenaci a difendere la libertà di Firenze più di quello che si fosse mostrata la medesima Firenze; già avere ella capitolato; Ferruccio disfatto esulare di Toscana; ormai le cose della Repubblica disperate del tutto; in quanto a sè, uomo di guerra, nulla potere aspettarsi di buono dalla pace; non pertanto increscergli forte delle loro famiglie e di loro; si accordassero ora che si trovavano in tempo buono; non vedevano lo sbigottimento dei soldati dopo che avevano veduto cascare morto su i bastioni il suo capitano Tinto da Battifolle? pensassero qual prova avessero fatto le mura della terra, che il troppo fidente Ferruccio sosteneva bastevoli a qualunque più fiera batteria. In cui fidavano? No certo nel Giugni, badassero che un giorno o l'altro cotesto accidioso, sè e i soldati acconciando con gli avversari, non lasciasse i terrazzani a distrigarsi come meglio sapessero con loro. Dessero pertanto spesa ai propri cervelli; egli ammonirli a fine di bene. — Senz'altro consiglio convennero avesse a rendersi la terra, salve le persone ed i beni; e fu tra loro fermato l'ordine della resa.
Su l'ora del desinare del giorno seguente, per cura dei mentovati cittadini, e di Piero, si tolsero le artiglierie e le guardie da certa parte di mura, e gli Spagnuoli non mettendo tempo fra mezzo corsero a salirvi sopra. Superati appena i ripari, si sparsero per le diverse vie gridando: Sacco, sacco! — e quanti cittadini empolesi capitarono loro davanti, tanti ammazzarono; e cui rammentava la capitolazione, irridendo, rispondevano non avere camminato delle miglia più di mila per non acquistare roba in Italia: le libidini tacquero, — ma di fatti crudeli, e più degli avari non ne fu penuria.
Con la perdita di Empoli comincia l'agonia della Repubblica fiorentina. I nemici accampati sotto Firenze ne fecero festa, e in segno di allegrezza spararono tutte le artiglierie; i Fiorentini all'opposto ne sentirono danno e dolore inestimabile: — persero la vettovaglia quivi in copia raccolta, — rimase loro preclusa strada a procurarsene della nuova, — l'animo dei cittadini cadde, e per prova vediamo niente contribuire tanto ad attirarci addosso una sventura quanto temerla e aspettarla.
Andrea Giugni e Piero Orlandini ebbero fama di traditori, e come tali furono dipinti; la Quarantia li condannò alla pena infame, comecchè contumaci, i loro beni posti nel fisco, le case sfasciate[292]. Tutta speranza di salute riposta nel Ferruccio. La fortuna ha deposto su quel capo la vita o la morte delle libertà italiane, tre e più secoli di progressione verso l'ordinato vivere civile o di storno verso la barbarie. Condizione dolente per un popolo, quanto gloriosa per un individuo, quando la esistenza del primo s'immedesima al palpito del cuore del secondo. Il più delle volte rovinano entrambi: quando invece riescono a stare, la vita di cotesti uomini forma un'era nuova nella durata dei secoli.
I magistrati di Firenze confermano Francesco Ferruccio commessario generale e gli conferiscono autorità dittatoria, cioè quanta n'esercitava la medesima Signoria.
Mentre si disperava del come fargli pervenire la commessione, il Pieruccio si offerse parato di portare la carta e condurre incolumi fino a Volterra Marco di Giovanni Strozzi chiamato Mammaccia, e Giovambattista di Girolamo Gondi per soprannome Predicatore, eletti commissari di cotesta città in luogo di Francesco Ferruccio. Ora stiamo a vedere quali saranno le imprese di questo uomo, che in pochi mesi ha superato in fama i capitani del tempo, e già si avvicina gli antichi.
La storia non riescirebbe piena, nè potrei acconciamente proseguirla, dove io tralasciassi di raccontare i modi adoperati dal Malatesta per ispegnere la virtù dei giovani fiorentini; molti essi furono, e tutti iniqui: cominciò ad affermare deboli i ripari, non già perchè fossero gli edificati mal sicuri, che invece erano sicurissimi, ma pochi: e siccome le ragioni ch'ei ne dava, avevano apparenza di vero, così si attese a soddisfarlo. Si alzarono nuovi puntoni e nuovi cavalieri, si trassero cortine, si cavarono fossi, nulla insomma si pretermise di quanto può riuscire necessario od utile alla maggior fortificazione della città; in ciò egli s'ingegnava, onde i giovani, spossati da coteste opere manuali, non volgessero il desiderio al combattere. I giovani per lo contrario s'infastidirono presto di simili fatiche, e considerarono che se una città senza ripari è debole, molto più debole è poi quando ha ripari, e non cittadini animosi a difenderli. Sparta difesero per molto tempo gloriosamente i petti di cittadini, non già muraglie di sassi: — le iattanze nemiche gli offendevano, — statuirono far prova di sè, anelarono i campi aperti, il sole delle battaglie.
Malatesta, assottigliandosi a trovare suoi espedienti, ora gli armava e rassegnava, prometteva condurli contro al nemico, e quando gli aveva fatti rimanere otto o nove ore in procinto di muovere, gli rimandavasotto vari pretesti; quando non poteva fare altrimenti, ingaggiava scaramucce parziali, o, come allora dicevano, badalucchi senz'altro fine che quello di scemarli con le morti e con le ferite. Però il tristo Perugino sortì esito diverso affatto da quello che si era dato a sperare: i giovani si sbigottivano meno delle perdite che non s'infiammavano pei vantaggi, accorgendosi le spade loro tagliare quanto quelle dei nemici; videro che, per essere soldati, bastava l'animo disposto a vincere o morire, — spesso cedevano alla disciplina del nemico, più spesso il nemico cedeva all'impeto di loro. Ebbe fama nei tempi un fatto di arme tra cavalieri, nel quale si portò tanto egregiamente dalla parte dei nostri Iacopo Bichi che, il principe di Orange dovè accorrere con tutti suoi capitani a rinforzare la battaglia se non voleva vedere quanti erano i suoi cavalieri disfatti. Poco dopo si presentò un trombetto a Malatesta, esponendo che un cavagliere imperiale desiderava rompere una lancia con alcuno quei di dentro. Ottenne l'onore pericoloso il capitano Primo da Siena: si scontrarono i due cavalieri presso ai fossi fuori delle mura, dove, dopo alcune scorrerie condotte con maestrevole vaghezza, che ambedue cavalcavano buono e poderoso destriero, spronarono impetuosi ad incontrarsi; la lancia del cavaliere nemico percosse l'arcione della sella del capitano Primo, e quantunque ferrato lo passò oltre più che quattro dita. Se il colpo toccava alcun poco più alto, pel capitano Primo era finita; — l'asta si ruppe rasenta al ferro, e per la gran forza il troncone uscì di mano al cavaliere. Il nostro gli pose la mira al petto con tanta possanza che la lancia si spezzò in più parti, una delle quali scorrendo infranse il bracciale e ferì il nemico nella spalla sinistra. Poco dopo avvenne altra zuffa, dove Giometto da Siena si portò con indicibile valore, e di leggeri sarebbe riuscita battaglia campale, se una dirotta pioggia sopravvenuta all'improvviso non avesse scompartito i combattenti.
Nè vuolsi lasciare inonorato il caso e il valore di Anguilotto da Pisa, di cui la fine tanto si rassomiglia a quella di Siccio Dentato, nome inclito nelle antiche storie romane. Costui, avuto sdegno col conte Piermaria da San Secondo, passò agli stipendi di Firenze con parte della sua compagnia, cosa acerbamente intesa non pure dal conte, ma dal principe medesimo, e della quale statuirono prendere, potendo, insigne vendetta. Anguilotto, come colui che ardimentoso era molto, non si rimaneva mai dall'uscir fuori qualunque volta gliene capitasse il destro, quasi per isfidare i nemici. Ora avvenne che, tenendogli le spie addosso (o come pare più verosimile, da segreti avvisi del Malatesta), furono avvertiti sarebbe Anguilotto uscito da porta alla Croce con poca compagnia per iscortare certi contadini che andavano per legna; gli tesero insidie, e trascorso ch'ebbe appena la imboscata, che avevano posto grossissima, gli si precipitarono contro i principi Orange e Salerno, il duca di Melfi ed altri dei principali con più di duemila fanti, don Ferrante Gonzaga con cinquecento cavalieri, e lo posero in mezzo. Tanto potè in costoro una brutta ira che non vergognarono andare con mezzoesercito a combattere un uomo! Anguillotto, vista la piena, si tenne morto, ma non per questo s'invilì nell'animo o si abbassò ad atto che paresse codardo; anzi, deliberato in tutto di morire da prode uomo com'era vissuto, si accostò ad un albero e quivi prese a menare le mani; lo investirono primi il conte Piermaria con sei cavalleggeri, e a quello che più lo stringeva dappresso vibrò sì gran colpo che lo trafisse da un lato all'altro: sovvenuto da Cecco da Buti, suo luogotenente, continuarono a combattere finchè durarono loro le armi ed il vigore di sostenerle. Anguillotto, poichè ebbe tagliata la punta del partigianone, trasse la spada e, pur sempre ferocemente menando, tanti ne uccise che si era innalzato come un riparo di cadaveri davanti: ma la spada ecco gli è diventata troncone, il taglio ottuso, e per parecchie ferite gronda sangue, sicchè opprimerlo adesso riusciva agevole, e non pertanto sbigottiti dalla stupenda strage gli assalitori nicchiavano. Bellanton Corso correva a soccorrerlo; — Giovanni da Vinci, il quale era a guardia di porta alla Croce, non patendo la morte di quel generoso, dimenticando l'ufficio di capitano, lascia la guardia e con certi fanti si muove ratto alla riscossa; — Iacopo Bichi apprestati i cavalli sprona in ajuto di lui; invano però; in quel punto Anguilotto percosso di una zagagliata nel petto casca a terra senza riportarne altro danno tanto lo difese il fortissimo giaco! Allora il conte di San Secondo si getta giù di sella e, sovvenuto da un suo servitore, lo scanna prima che ei si potesse rimettere in piedi. Cecco da Buti, visto morto il suo capitano, getta l'arme e chiede i quartieri. «Questi sono i miei quartieri,» risponde il conte, e gli tira a tradimento tale una stoccata nel petto che andò a riuscirgli dietro le spalle: poi tutti salirono a cavallo e fuggirono via. La coscienza dava loro il sembiante di ladroni. Italiani sperperavano soldati italiani in pro della tirannide straniera e in danno della libertà della patria.