Non fu mai più bel solazzo.Più giocondo nè maggiore,Che per zelo e per amoreDi Gesù divenir pazzo.
Non fu mai più bel solazzo.
Più giocondo nè maggiore,
Che per zelo e per amore
Di Gesù divenir pazzo.
Quando il Carduccio, severamente riprendendo l'oratore, parlò:
«Messere Iacopo, la Signoria intese ieri la predica di frate Benedetto in Santa Maria del Fiore; oggi vorrebbe qui dentro favellare di negozi».
Il Guicciardino allora condusse in breve il suo dire a fine aggiungendo:
«Quanto uomo può immaginare, e bocca discorrere, tutto esponemmo al principe dei nuovi farisei; — vi adoperammo lacrime, sospiri e perfino, con manifesto pericolo di noi, minacce. Rispose Clemente alle minacce, lusinghe; alle lusinghe, minacce; tentò corromperci; pose inopera il perverso ingegno a disgiungere la nostra dalla causa della patria; e quando pieni di pietà e di sdegno uscimmo dal suo cospetto, non adontò mandarci per un suo camerario all'albergo questa carta. Qui dentro è riposta la sua mente intera. Spettabili Signori e miei onorandi concittadini, in mercede dei travagli patiti, mi concedete che i miei occhi non si contristino a leggere così fatta abominazione, nè la mia bocca si contamini a proferire gl'ipocriti sensi di questo crudelissimo nostro nemico.»
E tesa la mano presentava al gonfaloniere una carta, la quale egli prendendo fece per un tavolaccino portare a messere Donato Giannotti segretario della Repubblica; e subito dopo gl'impose:
«Ser Segretario, leggete.»
Il Giannotto, obbedendo al comando, si levò in piedi per leggere. In quella vasta sala, da tanta gente ingombra, si sarebbe inteso il ronzìo d'un insetto, — così profondo vi si diffuse allora il silenzio. E dalle ringhiere sporgevano alcuni il capo e parte del busto per meglio ascoltare: altri ritti sulle punte dei piedi appoggiavano il mento sulla spalla di chi stava loro davanti, altri atteggiati in altre sembianze e pur tutte rivelatrici dell'alta intensità dell'anima. La voce del Giannotto, comechè picciola, riempiendo la sala, diceva:
«Dilectis filiis civibus florentinis Clemens papa VII salutem et apostolicam benedictionem.— Mediante gli onorevoli vostri oratori ci avete fatto sapere essere in tutto disposti di accordare con noi; la quale disposizione, comunque giunga tardi per la nostra giustizia, arriva in tempo per la misericordia nostra. Epperò, ricevendoli nell'antico favore della Santa Sede Apostolica e trattandosi dell'onore nostro, intendiamo e vogliamo vi rimettiate intieramente nelle nostre braccia, chè mostreremo al mondo che, per essere nati nella vostra città, vi saremo fratelli; e per essere capo dei fedeli, vi faremo da padre.»
Si levò uno scoppio spaventevole di urli, di mani percosse sui banchi, di sghignazzari di scherno. La terra battuta mandò rumore e nuvolo di polvere, quasi vi sottostasse il vulcano.
Il Carduccio stende ambo le mani per comprimere il tumulto come uomo che tenti frenare l'impeto di cavalli indomati; e poichè indi a brevi momenti decrebbe (chè l'ira, l'odio, l'amore e ogni altro affetto col tempo si placa), non senza grave turbamento incominciò:
«Già voi li sentiste: — i patti coi quali ci offre pace il padre di tutti i fedeli e nostro vi sono alfine manifestamente proposti; — con la superba tirannide che non conosce vergogna, costui ve li definisce e pone dinanzi agli occhi. Gli porgano i cieli la mercede che merita; — almeno noi sapremo a qual partito attenerci, rifiutare i consigli incerti e nelle risolute deliberazioni confermarci. Volete pace? ebbene incominciate a disimparare la libera favella repubblicana, educate le labbra a proferire le parole:di umiliati al temuto trono, di supplica ossequiosa, di servo indegno e di suddito, di prostrato agli augusti piedi, e tali altre siffatte bruttissime e disoneste laidezze, che se l'uomo si attentasse adoperareverso il suo Creatore, questi di certo nol sopporterebbe, dicendo: solleva la fronte; se io avessi voluto che tanto si umiliasse la creatura, non vi avrei impresso la immagine di me; guardami in faccia, perchè i sacerdoti mi hanno calunniato, ed io sono Dio di amore. — Apparecchiate le vostre sostanze; il tesoro raccolto con industria e parsimonia da secoli il tiranno divora in un giorno; — alla libertà rifiutaste il vostro soverchio, adesso date alla tirannide anche il necessario; nè confidate schermirvi con ingegnosi partiti: la tirannide conosce tali strettoi da premere in una scossa l'oro, il sangue e le lacrime di un popolo, — e l'oro prende tutto, del sangue beve un sorso e poi lo restituisce al popolo con le sue lacrime intere perchè ritorni a piangerle. — Educate le vostre donne a compiacersi delle libidini del tiranno; voi stessi persuadete che vi tornino ad onore, e quando il principe lascerà nelle vostre case una striscia velenosa come il rettile, mostratela ai vicini, vantandovi: Il duca ci degnò della sua presenza. — Nè questo basta ancora: — noi tutti non vorrà sopportare vivi; con la morte degli uni acquistano grazia i superstiti. — I nomi nostri imborsiamo, leviamone a sorte quaranta, e le teste dei sortiti in bacile d'argento presentiamo con le chiavi della città, quando il vicario di Cristo si accosti alla dolcissima sua patria, — dono gradito a chi lo riceve, pegno di favore a cui il porta. Cittadini, ecco la pace di Clemente VII, servo dei servi di Dio. La guerra per altra parte ci si mostra piena di pericolo. — Ma evvi pericolo maggiore della pace? Noi possiamo perdere la guerra, ma possiamo anche vincerla; e quando pure la perdiamo, qual danno ricaveremo più grave della pace? E forse il vincitore, anche nella vicenda più trista, sapendo quante morti abbia sofferto in espugnarci, o rispetterà la virtù dei superstiti o temerà di ridurli a disperati partiti. Resistendo, acquistiamo tempo; e il differire, causa di sventure nelle guerre offensive, nella difesa abbiamo veduto sempre giovare. Già le cose dei Luterani in Germania molestano Cesare molto più che altri non pensa; il Turco si tiene grosso sotto Vienna, sicchè il fratello dell'imperatore, non che abbia potuto abbandonare gli stati suoi per assistere alla incoronazione di lui, a grande istanza lo chiama per divisare i ripari contro Solimano; nè le forze del papa e di Carlo sommano a tanto quanto si temeva; e le milizie nostre superano il numero che speravamo; le mura abbiamo forti, dei soldati forestieri fioritissima cerna e, meglio delle mura e dei soldati forestieri, cittadini disposti in un fermo volere. Io pertanto vi conforto a combattere. Ma voi, prestantissimi uomini, liberamente consigliate; chè, qualunque sia per essere la determinazione vostra, la Signoria e i Dieci non solamente approveranno come utile, eseguiranno come onorevole, ma eziandio commenderanno come onesta[130].»
Terminata l'orazione del gonfaloniere, avvenne un momentaneo scompiglio, perchè ognuno dei cittadini adunati si raccolse sotto il suo gonfaloneper discutere la proposta e dare il voto. Se non che tanto era il generale consenso che poco vi fu mestieri disputa, e tutti convennero nell'affermativa. Allora, secondo il costume, i gonfalonieri, cominciando da quello di Santo Spirito e secondo l'ordine succedendo gli altri, si recarono in bigoncia, dove esposero la risoluzione del rispettivo gonfalone con la formula breve e consueta: — Di tanti che sono, tutti dicono di sì.
Quantunque uso volesse che nel riferire la mente dei suoi il gonfaloniere adoperasse la formula concisa rammentata poc'anzi, già non s'intende mica che fosse loro proibito favellare più diffusamente: ed in fatti Lionardo Bartolini, il quale era gonfaloniere dell'Unicorno, salito tempestando in bigoncia, gridò:
«Tutti i miei dicono di sì; ma dicono ancora: i magistrati attendano a guardarli alle spalle, mentr'eglino combattono di faccia: non tutti i nostri nemici stanno in campo; molti, in città, molti, con inestimabile dolore e sconforto dei buoni, in questo stesso recinto...» Uno applauso forsennato lo interruppe; — parve ai Palleschi giunta la loro estrema ora di vita. — Il fiero Arrabbiato continuò: «Io li vedo, io li conosco; potrei nominarli o accennarli!... Che pazienza, che viltade è mai questa? Se non vogliono aiutarci, non ci nuocciano almeno. Perchè non sopportano essi in parte il carico comune? Dunque l'odio manifesto contro la patria basterà ad esentare dalle gravezze; e quanto più l'uomo si mostra alla Repubblica amorevole, più gli farete sopportare i balzelli e gli accatti? Bell'arte di governo, in fede di Dio! Utile accorgimento di stato! Or via affrancate la timida mano: con migliore prudenza vorrebbero consegnarsi al sepolcro. Se non vi piace, sosteneteli, aggravateli con le tasse, i beni interi dei frati vendete. Perchè ne avete venduto il terzo solamente? O fu giustizia venderne parte, e giustizia sarà venderli interi; o fu necessità di stato, ed allora, le cause della necessità tuttavia sussistendo, ragion vuole che pienamente il concetto vostro adempiate. Se ci pretende la Signoria animosi, cominci ella a somministrarcene l'esempio; a testa debole non mai udimmo andare congiunte mani robuste.»
Ora in un lato della sala intorno al gonfaloniere del drago verde di San Giovanni stava raccolta una mano di gente, la più parte piccoli mercanti e bottegai: soperchiati costoro dai minuti interessi, a quanto accadeva non porgevano ascolto — La repubblica stava dentro la bottega loro, — felicità suprema dormire i sonni interi, — sapienza di stato il mezzo di vendere a ingordi guadagni quello che avevano comperato a poco prezzo; ed ora detestavano la guerra, perchè se una bombarda avesse loro guasta la insegna dipinta a nuovo, sarebbe stato infortunio da far piangere una settimana monna Filippa o monna Lessandra; e se un giorno i nemici fossero penetrati in città ed avessero scomposti, guasti e vuotati i barattoli, se rubate le masserizie in casa, se poste le mani addosso a monna Filippa o a monna Lessandra, — misericordia! sarebbe stata la fine del mondo. Sicchè per loro volevanoaccordare in ogni modo, a qualunque patto. Sapete voi come si chiamasse o chi fosse il gonfaloniere del drago verde? Statemi a udire, chè io ve lo dirò partitamente senza pure lasciare inosservata un'iota. Egli si chiamava messer Bono Boni e apparteneva a quella trista mandra che non avrebbe pari nel mondo se non la vincessero i giudici nella nequizia, — voglio significare lui essere dottore di leggi. Aveva le spalle incurvate sotto il peso invisibile, forse delle commesse ribalderie. Quando camminava, gli era mestieri dondolare con moto a semicerchio da un piede all'altro, e questo moto accompagnare con ambe le braccia, che parevano staffe di cavallo che corra senza cavaliere: la testa grossa e compressa gli pendeva sul petto come un melone per benefizio di acque cresciuto più che non convenga al suo gambo. Non aveva un colore fisso, perocchè il fondo del volto fosse di un misto di giallo rosso, poi chiazzato di macchie vermiglie e di punti nerastri, quasi lo avessero contaminato col fango di macello: — essendo balusante, spesso aguzzava gli occhi dirigendone il raggio alla punta del naso lunghissimo, sicchè pareva che a modo dei santi indiani, i quali guardandosi la punta del naso si procurano beatifiche visioni, egli vedesse su quella estrema parte germogliare i pensieri. Come poi la natura tanto largheggiasse di naso in costui faceva meraviglia; certo nel fabbricarlo non avendogli dato cuore, poteva supporsi che avesse supplito in tanto naso: — ma la cosa non è così, ed ecco come sta la storia, la quale abbiamo trovato su libri degni di fede. Cotesto naso non gli venne dalla natura, ma dall'accidente: un giorno ch'egli si arrampicava su per gli scaffali dello studio in cerca di libri legali, mancatagli la scala di sotto, rimase appiccato pel naso traverso due codici; — pareva un pesce preso all'amo di madonna Giustizia pescatrice. Ne dubitereste voi forse? In verità vi dico che questo può darsi; rammentate la luna. Femmina e diva, ella scese talvolta in terra a prendere diletto nelle caccie; ed io vi giuro avere le mille volte incontrata madonna Giustizia ora vestita da pescatrice, ora da cacciatrice, tal'altra... in somma io l'ho veduta sotto tali aspetti da disgradarne Proteo. Il nostro dottore favellava con due voci: ora pareva, ora non pareva lui, ed era sempre lo stesso. Egli, fosse naturale inclinazione o piuttosto abitudine di mestiero, quando nulla aveva da rodere d'altrui, rodeva sè stesso, e così forte si lacerava le unghie da mostrarne sovente le mani sanguinose. Fin qui Bono Boni (di cui vedemmo il ritratto mirabile così che ci sembrasse vivo) faceva ridere: ma Bono Boni aveva poi dentro tutte le facoltà disposte a far piangere. Nel suo genere completo quanto Guccio Imbratta o ser Ciappelletto, prima di tutto si doleva poi dell'altrui bene che non si affliggesse pel proprio male; purchè gli altri perdessero un occhio solo, egli avrebbe consentito a patto di rimanere privo di ambedue: costumava portare nella tasca destra il ritratto del Frate, nella sinistra l'arme dei Medici; e se incontrava un Piagnone, torceva il collo, inumidiva il ciglio e a lungo gli commentava la profezia del Savonarola: —Florentia flagellabitur, et post flagellum renovabituret prosperabit; — sicchè lo lasciava edificato delle dottrine e santità sue: se invece gli occorreva un Pallesco, così alla sfuggita gli Mostrava l'arme e poi, toccato il cuore, gli occhi levava al cielo e se ne andava sospirando. Se l'astio lo rodeva contro una qualche persona, egli cominciava a celebrarla: tentato il terreno, se lo trovava arrendevole, sgorgava il veleno a bocca di barile; se incerto, lo circondava, lo stringeva, con proposte continue di fede e d'amore si onestava, sicchè lo rimandava convinto; nè bastava dichiararsi contrario alle tristizie sue, imperciocchè così lene lene con la sua lingua di vipera egli blandiva e tanto sottilmente il tossico v'insinuava che pur giungeva cacciargli il sospetto nell'anima. Penetrava nelle famiglie, come il tarlo: alacre in procacciarsi donazioni e legati; fiutatore dei cadaveri solenne meglio dei corvi, e' si teneva seduto accanto il letto del moribondo non altrimenti che l'avaro sopra lo scrigno: lo spirito vacillante gli arroncigliava, nè alcuno sperasse levarglielo di sotto tranne la morte: chi lo conosceva sotto la pelle, lo affermava entusiasta della misericordia pei morti, spietato poi per la misericordia dei vivi. È fama che, essendo spirato il suo zio paternoab intestato, egli non consentisse abbandonare la stanza mortuaria per paura che espilassero dalla eredità i pochi panni del defunto; sicchè, gittato il cadavere giù dal letto, vi si ponesse egli a dormire dicendo: buona ventura abbiamo stassera; acquistiamo robe e risparmiamo il fuoco per iscaldarci i lenzuoli. — Tali, e non tutte, erano le facoltà morali del nostro dottore di legge: siccome Guccio Imbratta, lui fregiavano certe altre taccherelle che si lasciano per lo migliore[131]. — Però non si creda che vivesse lieto tutta la sua giornata: la coscienza spesso lo infastidiva, ma finchè la luce durava, riusciva a cacciarla come mosca importuna. — Venuta la notte, non trovava riposo, dava volta su questo e su quel fianco, nè il sonno veniva; — spesso abbandonava il letto mormorando: — Alla croce di Dio, mi hanno ripieno l'origliere di pianto! — Lo spirito agitato gli mostrava cento mani di vedove e di pupilli spogliati da lui circondarlo in atto di chiedere; ed egli urlava: — Lasciate di tormentarmi; renderò quanto vi ho tolto; a voi... prendete e andatevene in pace. — E qui apriva uno stipo e immaginava mettere monete su quelle mani stese. Ma alla dimane trovando il terreno seminato di fiorini, diligentemente gli raccoglieva, irridendo sè stesso de' suoi terrori e ad ora ad ora esclamando: Se a cinquant'anni non hai saputo disfarti della coscienza, o Bono Boni, oggimai ti puoi accomodare a morire novizio.
.... non gli riuscì come la pensava, imperciocchè una mano di giovani nobili lo inseguivano dileggiando.Cap. VII, pag. 193.
.... non gli riuscì come la pensava, imperciocchè una mano di giovani nobili lo inseguivano dileggiando.Cap. VII, pag. 193.
Quando ebbe a riferire Bono Boni per suo gonfalone, salì in bigoncia e con un tal suo garbo che tentò rendere dignitoso, e a tutti parve di scimmia, salutò l'uditorio, stette alcun poco pettoruto sopra di sè e poi cominciò a favellare dicendo:
«Magnifici Signori e cittadini prestantissimi. — Poichè i più gravi tra i filosofanti, tra i quali a causa di onore rammento Aristotele nelsuo trattattoDe republica, poichè i più gravi tra i filosofanti c'insegnano doversi adoperare maturità di consiglio nelle deliberazioni dove può andarne la salute dello stato, noi abbiamo molto bene ed in ogni sua parte considerata la bisogna; avegnachè Celso, quel sommo lume della giurisprudenza, ch'è, come sapete, conoscimento delle cose divine ed umane, e scienza delle leggi avverta acconciamente non potersi decidere se prima non si esamini nell'insieme e nelle singole spartizioni il caso concreto. Onde, veduto il pro e il controquid faciendum, quid vitandum, siamo venuti nel presente concetto che se i beni e la vita senza la libertà sono poca cosa, la libertà senza i beni e la vita è ancora meno. Vivere libero piace, ma più di tutto piace vivere. Della libertà, dei beni e della vita, prima giova porre in salvo la vita, poi i beni, poi la libertà. — Conviene procedere con ordine e misura; dovendosi perdere, si comincia dal meno necessario e si va su su verso quello che fa maggiormente di bisogno. — Il buon nocchiero assalito dalla bufera concede parte delle merci al mare tempestoso per salvare il restante. E nel caso nostro il papa è la procella, Fiorenza la nave in travaglio, e la Signoria il nocchiere. Di quaranta che sono nel gonfalone drago verde trentacinque votano l'accordo, cinque la guerra.»
«Giù da cotesta bigoncia in tua malora!» urlò Lionardo Bartolini: «se tu aggiungi un'altra parola per l'accordo, ti taglio in pezzi senza misericordia. — Giù, giù di bigoncia il tristo uccello! — E' vorrebbe rogare il testamento alla Repubblica. — Gittiamo dalle finestre.» Tra uno schiamazzo alto, discordante di voci diverse o d'ira o di scherno, più distinte si udivano quelle già rammentate. La prosunzione combatte con la paura; nè il dottor di legge, che si dava vanto di perito nel dire, sapeva indursi ad abbandonare la bigoncia; ma, crescendo il tumulto, scese a rilento, esclamando: «Anche il fiore della vera eloquenza è perduto sotto questo iniquo reggimento!»
I Signori, i più modesti cittadini e i tavolaccini imposero silenzio; il quale avendo a gran pena ottenuto, successero a mano a mano gli altri gonfalonieri, i Buonuomini e ad uno ad uno i Signori. Il Carduccio, il quale era rimasto in piedi con immensa ansietà finchè il numero dei votanti rendeva incerte il consiglio della Pratica, appena conobbe decisa la guerra, lasciò andarsi abbandonato sul seggio, quasi da giubilo che non aveva ardito sperare.
E riprendendo forza, terminati i voti, si levò in sembiante ardito e con voce più ferma che mai favellava:
«E guerra sia! Questa volevamo, questa con preghiere ardentissime dal cielo supplicavamo. Ma con gli animi pronti abbiate, o cittadini, pronte le sostanze e la vita. Se la Signoria non ricorse a violenti partiti, ciò non fece perchè la mano le tremasse o l'animo, no certo; sibbene perchè, sentendosi forte, non teme ingiuria da nemici interni: ciò fece ancora per mostrare al mondo che questo nostro stato presente aborre da rimedi estremi nelle strettezze nelle quali si trova, ed in cui spedientisiffatti non solo si scusano, ma si commendano e approvano. Ognuno conosca dal governo del tempo infelice con quanta giustizia la Repubblica sarà per procedere in tempi quieti. Però, cittadini, ora bisogna che dimostriate intera la carità vostra verso la patria. A noi non mancano milizie sì forestiere che nostre: a noi non mancano munizioni da guerra, — di vettovaglia non patiamo difetto; — solo il danaro scarseggia. A che vale la provvisione di vendere i beni delle arti, se nessuno si presenta a comperarli? Il gonfaloniere dell'Unicorno propone che, come vendemmo la terza parte dei beni ecclesiastici, così noi li vendiamo interi: — e a cui noi dovremo venderli? Simili argomenti non procacciano pecunia. Fra tasse ordinarie, accatti, gravezze e balzelli straordinarii, fin qui giungemmo a tredici. La prudenza e le leggi non ci concedono oltrepassarne il numero. Carità, carità, cittadini! Potessero uscire fiorini dalle mie vene! Il popolo minuto corre volonteroso e si disfà dei suoi pochi argenti in pro della patria: voi di molti beni provveduti dalla fortuna contemplerete il bello esempio indarno? Il cuore chiuderete e la borsa? Messere Zanobi Pandolfini spontaneo donava mille scudi, messere Alessandro Malegonelle ottocento, messere Michelangiolo Buonarroti mille....»
«Il quale non vi darà più oltre pel valore di un bagattino!» proruppe sdegnato Michelangiolo.
«E perchè, messere Michelangiolo? Perchè?» domandarono mille voci ad un tratto.
«Perchè quando mi piace dare quello permettono le mie povere facultà, come io lo dimentico, così vorrei lo scordassero gli altri — nè ci ha mestieri strombettare pei cantoni, — Michelangiolo dava tanto, quasi in dileggio della mia povertà, o in rimprovero del poco volere...» Profferite le quali parole se ne stava cruccioso.
«Lode al Signore», continuò il Carduccio levando in alto le mani, «il quale volle ai tempi nostri mostrare di che sia capace un cuore benigno unito a sublime intelletto. Michelangiolo voi siete grande; il mondo lo sa, e voi non ve ne accorgete. — Ora, signori colleghi e cittadini adunati, questi spettabili Dieci hanno inteso i vostri pareri, e anderannosi accomodando a quelli. E, per concludere le cose deliberate, vi raccomando rammentarvi la promissione fatta nel Consiglio Grande in nome di tutto il popolo fiorentino a Gesù Cristo figliuolo di Dio, di non volere altro re accettare tranne lui solo; e, della vostra promessa ricordandovi, egli molto bene si sovverrà della sua di sostenervi e difendervi. Addio. — Non sarebbe il tempo bello di gloria, ove non fosse pieno di pericoli. Verrà giorno che sopra le nostre lapidi i figli riconoscenti incideranno: E' fu di quelli che si trovò alla Pratica per difendere la libertà di Fiorenza contro Clemente papa.»
In questo modo la Pratica si sciolse; e, con fragore come di acque lontane, i cittadini sgombrarono la sala; giù per le scale andavano bisbigliando chi una novella, chi un'altra. Molti lodavano l'ardire del Carduccio, e dicevano che se Pietro Soderini avesse nel 1512 cotaleanimo avuto, la Repubblica non si perdeva di certo; alcuni pochi lo biasimavano, come se si fosse a troppo grave risico avventurato, ed all'opposto degli altri affermavano che, come il Soderini aveva perduto la Repubblica per essere troppo rispettivo, questi la perdeva perchè troppo avventato. Ma il popolo, amico delle vigorose deliberazioni, conosciuto l'esito della Pratica, applaudiva empiendo l'aere di gridi: — Viva la Signoria! Viva la Pratica! Non vogliamo accordi! Chi brama Fiorenza, venga per essa! — ed altri siffatti. Come il vento, quando all'improvviso soffia sopra la terra levando il turbine della polvere, gli uomini avviluppa e le cose sicchè o non si distinguono o si distinguono in confuso, la fama percorrendo tra il popolo vi sommove passioni, affetti e voleri pieni d'impeto e di fallacia: onde corse voce da prima, le contese in Consiglio essere state molte e gravi, avere i cittadini l'uno all'altro detto ingiuria, nè mancate le minaccie e le percosse; per la qual cosa il gonfaloniere, smarrito l'animo, era caduto privo di sentimento sul seggio; la parte pallesca prevalere, i repubblicani spacciati; se non fossero pronti agli aiuti, gli avrebbero trovati spenti.
«O Dio, che avverrà di messer Dante?» diceva un popolano. «A questa ora possiamo recitare unDe profundisa messer Lionardo», esclamava tal altro. — E ognuno andava ricordando l'uomo in cui aveva maggiore affetto riposto. I dodici Buonuomini tenevano le porte custodite diligentemente: da qualunque lato meno impossibile penetrare in palazzo oltre le porte; quelle partigiane forbite toglievano l'animo ai più audaci. Intanto la fama diventava più limpida; una contesa era avvenuta, ma non tanta; le ferite nulle, tutti concorrere nella guerra, da uno solo in fuori, il gonfalone del drago verde: gonfaloniere del drago essere Bono Boni dottore di leggi. «Quell'uomo pio....», cominciava a favellare un Pallesco. — «Che pio e che non pio?» interrompeva un Arrabbiato: «egli è un gabbadeo, un furfante da ventiquattro carati, un ribaldo da mandarsi al mare per bastonarvi i pesci[132], un pendaglio da forca. — Alla Dianora mia zia rubò la dota; — a Braccio vaiaio divorò le campora di Brozzi; — e' inghiottirebbe la luna se gli riuscisse agguantarla.» — «Chetatevi, male lingue», parlò certo vecchio autorevole fra il popolo: «la vostra bocca fa peggio della campana del bargello, che suona sempre a vituperio,» — «Fratel mio», gli rispose un vispo popolano, «le cose e' si chiamano pei nomi che hanno. Se io vi salutassi: — Ciapo calzaiuolo; che Dio vi abbia nella sua santa guardia, — lo torreste in mala parte? Mai no, perchè vi chiamate Ciapo e siete calzaiuolo; così se diciamo: — Bono Boni dottor di leggi è ladro, — egli è perchè comprende l'una e l'altra cosa. Glielo abbiamo ordinato noi di affibbiarsi addosso cotesta giornea?»
Intanto ratto ratto traversava Bono Boni il cortile del Palazzo per uscire quanto meglio poteva inosservato; ma la cosa non gli riuscì come la pensava, imperciocchè una mano di giovani nobili lo inseguivano dileggiando.
«Sere», gli urlava dietro Alamanno de' Pazzi, «sere! badate che vi fabbrichi ben salda la corazza mastro Spada.»
«Se le ribalderie fanno imbottito», soggiungeva il Bravo da Somaia, va pur franco alla guerra; non troverai spada che ti arrivi sul vivo.»
«Bisognerebbe», replica il Morticino degli Antinori, «mandare al campo messere dottore con tre compagni a scelta per affamarlo in tre giorni.»
E Bono non rispondeva, sibbene affrettava il passo, tenendo sentiero obliquo, come i rettili fanno quando fuggendo cercano un buco dove possano riparare. — Dal suo volto spirava un misto di rabbia e di paura da mettere sospetto e indurre a riso: quei suoi occhi lustri come la lama brunita del pugnale, avrebbero desiderato dare la morte guardando, secondo che si racconta del basilisco. Il popolo, vedendolo posto in dileggio da personaggi autorevoli, ruppe il freno schiamazzando: — Ben venga il sere, che gli faremo la corona di bietole.» — «Dacchè teme la guerra, mandiamolo a Pisa, — e per Arno, — sì, per Arno: — all'acqua il barbone! — all'acqua il dottore!»
Un popolano lo afferra pei lembi del lucco e per poco nol fa stramazzare bocconi: — un altro lo tira pel beccuccio all'indietro: se lo spingono da una mano all'altra lo pestano, gli lacerano le vesti; ed egli non proferisce parola, sbarra gli occhi stralunati, la lingua grossa tiene fitta al palato; in breve lo riducevano in massa deforme di fango e di sangue, se il soccorso tardava.
A Dante da Castiglione increbbe l'atto turpe, non già per Bono, ch'ei ben sapea meritarsi anche peggio, ma per l'esempio pessimo e pel disdoro che veniva a ridondare sopra la città. E, disposto com'era impedire che il popolo si disonorasse, con mani potenti levato in aria l'infelice corpicciuolo del dottore se lo pose dietro alla persona, dipoi, opponendo il petto virile alla onda popolare:
«Che furie, che sdegni sono eglino questi?» prese a parlare; «si vede bene che del vivere libero non sapete più nulla, dacchè in così brutta maniera ne abusate. Se il dottore ha misfatto, ricorrete agli Otto o alla Quarantia e accusatelo: v'è il magistrato per ricevere la querela, vi sono le leggi per punirlo. Se il dottore mal consigliava, la Pratica concede libertà di parole; e voi rispettate i consigli tristi, se volete averne sempre dei liberi e dei buoni: e poi il dottore non può incolparsi, o poco incolparsi; colpa bensì è di loro che lo elessero a gonfaloniere o gli commisero la relazione. Sicchè lasciatelo stare. Il popolo di Fiorenza fa per impresa il lione; — imitatene la generosità. Vi pare egli subbietto di sdegno Bono Boni dottore di leggi? Miserabile creatura! lasciatela stare. Voi, Tebaldo, che sempre conobbi per uomo dabbene, date primo l'esempio. E voi, Bindo, non vi vergognate? Di bene altre ire ora abbisogna la patria. Su via, seguitemi, andiamo alle mura per vedere l'esercito nemico che tiene assediata la città: — guerra al nemico!»
Tebaldo e Bindo, i quali parevano tra i popolani i meglio clamorosi,si quietarono e, mutando voglia, si misero ad urlare quanto ne poteva loro la gola: — «Alle mura! alle mura!»
Al Morticino degli Antinori, giovane ferocissimo ed emulo antico del Castiglione, increbbe quel parlare modesto, e più del parlare l'autorità grande esercitata sopra le turbe, onde, morso da invidia, si avvicina a Tebaldo e gli susurra all'orecchio:
«E chi siete voi da lasciarvi menare così pel naso da quel Morgante maggiore? Alla statura, ma più alla durezza, e' mi sembra il fratello del Davidde di Michelangiolo: — diamo la baia anco a lui; prendiamo a sassi il protetto e il protettore.»
«Questo non faremo noi», con mal piglio, rispondeva Tebaldo: «e chiunque si attentasse di farlo, proverebbe come le mie braccia pesino. Chi siete voi, messere? Io non vi conosco. Dante mai sempre ci si mostrava amico, — anche al tempo dei Medici, sapete, egli mi domandava: Tebaldo come stai? come va la moglie e i figliuoli? e lavori ve ne sono? — e quando io era tristo e crollava la testa, mi confortava sommesso: «spera, non sempre rideranno costoro; non per anche abbiamo fatto i conti; Dio non paga il sabato e per ogni tuo bisogno fa capo a casa. Noi non nascemmo gentiluomini per essere ingrati....»
Ed un altro del popolo riprendeva:
«Aggiungi, frate, ch'io mi rammento aver veduto il messere a codazzo dei Medici e dei cardinali quando dominavano la città. Ora, dite voi altri, ci vedemmo noi mai messer Dante?»
«A che perdiamo più tempo con questa figura da campo santo?» continua un altro. — «I compagni si sono avviati, e noi arriveremo ultimi. Lasciamo il dottore, — un giorno o l'altro ci darà maggiore diletto, quando si dimenerà dentro il paretaio del Nemi[133]».
Rimasero sulla piazza dei Signori Bono e il Morticino, — quegli salvato dal danno, questi impedito dal farglielo: — e non per tanto o non si odiavano, o si odiavano di un odio minore a quello che portavano entrambi a Dante. Se avesse potuto l'uno contemplare lo sguardo dell'altro, che tenevano ardentemente teso sopra il Castiglione, il quale si allontanava, si sarebbero abbracciati come fratelli, — per istringersi poi nel vincolo più saldo che mai possa legare due cosiffatte creature, — voglio dire il delitto.
Pensava Bono nella codarda anima sua: «Oh! potess'io pagarti la difesa con una manciata di veleno nel vino che beverai stamane.»
L'Antinori sentiva una voce fastidiosa, come di sega, mormorargli intorno alle orecchie: «Cotesto uomo nè vincerai nè uguaglierai tu mai: ti supera in tutto, fa di suscitargli querela e tenta ch'egli muoia per le tue mani o tu per le sue.
Umano cuore! Era pur meglio tu talvolta rimanessi creta!