... Sciarra, gli taglia la gola.Cap. XXIX, pag. 705.
... Sciarra, gli taglia la gola.Cap. XXIX, pag. 705.
La città era ridotta ai suoi termini estremi. I quattro ambasciatori testè rammentati condottisi al campo intendevano sopra i preliminari stabiliti a conchiudere la capitolazione. Ora cominciano a scoprirsi le insidie; Baccio Valori s'ingegna di escludere il patto principale,salva sempre la libertà; non mica che, quantunque stipulata, pensasse l'avrebbe mantenuta papa Clemente, ma perchè quando delle vergogne se ne può fare a meno, non è male risparmiarsele; e Pierfrancesco Portinari, lo vedendo stare così sul duro, non potè tanto trattenersi che non gli dicesse:
«Si penserebbe, a sentirvi, che voi siate, messere Baccio, nato in Fiandra o in Ispagna, non già che abbiate comune con noi la patria inFiorenza. Dio faccia che non abbiate a pentirvi un giorno di avere sotterrato con le vostre mani la Repubblica!»
E Baccio, comecchè inverecondo, chinò la faccia: allora ad una voce gli altri ambasciatori esclamarono che quel patto si aveva a mantenere, che altramente non potevano convenire e avrebbero tolto piuttosto di andare a filo di spada. Baccio, premuroso del dominio della città, non si ostinò più oltre a quistionare di apparenze e lasciò correre i patti, i quali furono rogati da ser Martino, di messere Francesco Agrippa Cherico, e da ser Bernardo di messere Giovambattista Gamberelli, alla presenza di sette testimoni, che furono il conte Piermaria de' Rossi da San Secondo, il signore Alessandro Vitelli, il signore Giovambattista Savello, Marzio Colonna, Giovanni Andrea Castaldo e don Federigo di Uries maestro del campo imperiale. Don Ferrante Gonzaga e don Giovacchino de Ric, signore di Balanzona, stipularono per l'imperatore, Baccio Valori pel papa, e tutti tre si obbligarono in proprio nome di farli dai principali loro ratificare dentro il termine di due mesi.
I principali capitoli di questo accordo sono tre, che io copio parola per parola, onde rimangano in perpetua memoria della infamia di cui gli ruppe prima quasi che si fosse seccato l'inchiostro col quale erano scritti.
«I. La forma del governo abbia da ordinarsi e stabilirsi dalla Maestà Cesarea fra quattro mesi prossimi avvenire,intendendosi sempre che sia conservata la libertà.
III. La città sia obbligata a pagare l'esercito fino alla somma di ottantamila scudi, da quaranta a cinquanta contanti di presente, e il restante in tante promesse così della città come di fuori fra sei mesi, acciocchè sopra dette promesse si possa trovare il contante e levare l'esercito.
IX. Che nostro signore, suoi parenti, amici e servitori si scorderanno e perdoneranno e rimetteranno tutte le ingiurie in qualunque modo, e useranno con loro come buoni cittadini e fratelli, e Sua Santità mostrerà ogni affezione, pietà e clemenza verso la sua patria e cittadini».
Vedrete come i principi mantengano fede; — ma poichè anche modernamente lo vedemmo, e sempre invano, così questo racconto io pongo non già a modo di esempio di cui possiamo far senno, sibbene come fatto che narrando, le presenti storie, non mi è concesso di pretermettere.
Conchiusi appena i capitoli, ecco arrivare con gran fretta messere Giovanni di Luigi della Stufa, il quale, inteso degli ottantamila scudi, prese a turbarsi e dare in escandescenza e strillare e protestare non sarebbe mai per ratificarli il pontefice, chè dugentomila, non che sufficienti fidenti al bisogno gli sarebbero parsi pochi; e a queste aggiunse tante altre parole e così o disoneste o precaci o inconvenienti alla occasioneche Baccio impazientito lo prese per le braccia e, trattolo da parte, lo garrì acremente:
«Messere, voi mi parete mandato a posta per mettere in iscompiglio tutta la bisogna; voi dovreste pure pensare che in Fiorenza noi non ci siamo ancora; — se tutte le sostanze dure fossero preziose, la vostra testa meriterebbe essere legata in oro e mandata in presente al soldano di Babilonia. — Se altro non imparaste nello studio a Pisa, fatevi tornare indietro il danaro della laurea, perchè in coscienza non possono ritenerlo. — Tacete, in vostra malora. — Lasciate che delle mura di Fiorenza me ne aprano quanto una cruna di ago, io poi vi farò entrare un cammello; — io bevo grosso come le balene.» E qui strettagli famigliarmente la punta della orecchia sinistra, aggiungeva: «O dove apprendeste, dottore, a impaurirvi tanto delle promesse? Promettere da quando in qua significa mantenere? Le chiavi della Chiesa aprono molto più arduo serrame che non è questo.» Con tali intenzioni stipulavansi patti nel nome santo di Dio. Dopo la conclusione dei capitoli terminò l'assedio, — non già le stragi, come tra poco vedremo, — nel quale rimasero uccisi da venticinquemila uomini per ambedue le parti, di cui circa i due terzi appartennero ai nemici, senza però contare quelli che nel contado per fame, per peste e per ferro morirono, i quali sommarono a numero infinito. I danni patiti, non dirò da ogni terra o castello, ma quasi da ogni casa più volte saccheggiata, non sono tali che possano significarsi con parole: allora, come ai nostri giorni, lo straniero non fece grazia neppure ai chiodi. La natura, oltremodo sotto il nostro cielo feconda, in poche stagioni ristorò i danni dei campi; nelle fabbriche e' durarono assai più lungo tempo, ed in alcune durano tuttavia.
Passati otto giorni dalla capitolazione, cioè ai venti di agosto, il commessario apostolico, Baccio Valori, svolgendo la trama, comunicato prima il disegno al Malatesta, manda i Côrsi in piazza coll'arme, fa prendere i canti, quindi ordina sonassero la Tonaia a parlamento. Accorsero al suono forse trecento, la più parte faziosi, il rimanente plebe corrotta col danaro. La Signoria, sforzata dai comandi, atterrita dalla presenza delle armi, scese in ringhiera, e messere Salvestro Aldobrandini domandò tre volte agli adunati:
«Piacevi che si creino dodici uomini i quali abbiano tanta balía soli quanta ne ha il popolo di Fiorenza tutto insieme?»
«Sì, sì, risposero; Palle, — Medici, — viva i Medici!»
Baccio, montato a cavallo, con accompagnatura degli aderenti dei Medici e di quanti speravano nel nuovo governo, andò alla Nunziata a ringraziare Dio! — Di strane cose, invero, ode sovente ringraziarsi Dio; brutta e consueta ipocrisia, la quale è da credersi che assai più l'offenda della manifesta empietà.
Qual fosse Firenze, perduta la libertà, con buona efficacia di concetti non meno che con vaghezza di lingua, racconta Benedetto Varchi al libro duodecimo delle sueStorie.Io rimanderei volentieri il lettore alsuo volume, se questo storico, e per essere di soverchio prolisso e per lo stile che adopera, spesso intricato ed oscuro, non riuscisse a cui lo legga sazievole; difetti però che non devono in tutto ascriversi allo scrittore, ma piuttosto alla morte che lo colse prima per lui si emendassero e si disponessero acconciamente leStoriesue, dalle quali gliene sarebbe derivata non piccola fama. La pagina però che accenno va scevra di simili falli, ed io non so come si potrebbe, non che superare, arrivare.
«Ella era (il Varchi scrive) la città piena di tanta mestizia, di tale spavento e di siffatta confusione che a gran pena, non che scrivere, immaginare si potrebbe. I vincitori, fatti superbi, guardavano a traverso e svillaneggiavano i vinti. I vinti, per lo contrario, venuti dimessi, si rammaricavano tacitamente di Malatesta e, dubitando di quello che avvenne, non ardivano di alzare gli occhi, non che di contrastare ai vincitori; i giovani, avvedutisi tardi dell'error loro, non ci conoscendo riparo, stavano di malissima voglia; i vecchi, veggendosi in dubbio la vita e l'avere, e invano delle loro discordie e pazzie pentendosi, stavano di peggiore; i nobili si sdegnavano tra sè e si rodevano dentro di avere ad essere scherniti e vilipesi dalla infima plebe; la plebe, in estrema necessità di tutte le cose, non voleva non isfogarsi almeno con parole contro la nobiltà; i ricchi pensavano continuamente qual via potessero tenere per non perdere affatto la roba; i poveri dì e notte in che modo fare dovessero a non morire in tutto di fame; i cittadini erano grandemente disperati, perchè avevano speso e perduto assai; i contadini molto più, perchè non era rimaso loro cosa nessuna; i religiosi si vergognavano avere ingannato i secolari: i secolari si dolevano di avere creduto ai religiosi. Gli uomini erano diventati fuori di misura sospettosi e guardinghi, le donne oltremisura incredule e sfiduciate. Ciascuno finalmente col viso basso e con gli occhi spaventati pareva che fosse uscito fuori di sè stesso, e tutti universalmente pallidi e sgomentati temevano ognora di tutti i mali, e ciò non senza grandissime e gravissime cagioni.»
La mala belva caccia fuori gli ugnoli, la travaglia cupidissima la sete del sangue e dell'oro; cominciava dall'oro: ostava il patto, — ma guai al popolo che non ha tutela migliore di una carta scritta! Nè al principe dei farisei, come l'Alighieri chiama il papa, voglia mancava od ingegno di giudaizzare intorno alla lettera. La capitolazione dichiara non s'impongano nuove gravezze oltre gli ottantamila scudi, nessuno impedisca che i cittadini spontanei offrano somme maggiori e più proporzionate alla mole dei presenti bisogni. Fu pertanto ordinato ai Dodici di Balía decretassero di proprio moto un accolto, ed i Dodici, mercè la persuasione del capestro, consentirono liberamente, come i senatori romani ai decreti di Tiberio: — dopo il primo successe un secondo accatto, — e di lì in breve un terzo. Guai ai vinti!
Tutti questi trovati, siccome giovavano a riempire l'erario, poco onulla avvantaggiavano le cupidigie degli aderenti dei Medici. Baccio Valori, argutissimo in siffatta specie di negozi, fece spargere ad arte il rumore che si avevano a mandare sessantaquattro ostaggi nel campo per l'osservanza dei patti stabiliti. I nomi dei più doviziosi si rammentavano. Questi, presaghi del futuro, si affaticavano a prevenire che li colpisse la disgrazia, si raccomandavano, promettevano di grossi beveraggi, amici vi adoperavano e parenti. Baccio, non mica ipocritamente nè col mezzo di terze persone, ma egli medesimo con aperta impudenza, imponeva il riscatto, riscoteva la pecunia, dava cedole d'immunità, rimandava la gente assicurata. I più zelanti alla repubblica erano primi a sottoporsi a questo infame mercato, confidando con la devozione nuova fare dimenticare le vecchie ingiurie, quasi, per non dir troppo, non fosse nato e cresciuto tra loro Nicolò Machiavello, quasi tra loro non avesse egli meditato e scritto intorno la natura, i costumi e lo ingegno del principe.
Zanobi Bartolini, ormai sgannato, trepidava per sè; e più del danno paventando assai lo scherno, se un giorno a lui avvenisse quello che accadde all'antico Busiride, prevenne il caso di doversi riscattare la vita da quel reggimento medesimo che aveva con le proprie mani fabbricato. Si condusse con questo scopo a complire Baccio Valori, e dopo le dimostrazioni di amicizia, che tra loro intervennero grandissime, Bartolini si offerse pronto ad accomodarlo di quattromila fiorini d'oro, offerta con tanto gran cuore accettata quanto con piccolo fatta. Bartolini onestò il riscatto col titolo d'imprestito, l'altro pensò a ritirare il danaro e non renderlo mai; nè forse ciò sarebbe del tutto bastato al Bartolino, come in appresso sarà manifesto.
La pecunia spremuta dai cittadini sommava a inestimabile quantità: ora forte incresceva di spenderla al papa; l'esercito o piuttosto quattro eserciti, cioè i Tedeschi, gli Spagnuoli e gl'Italiani che militavano per lui e la gente condotta agli stipendi della repubblica minacciavano divorarsela; deliberò serbarsene per sè quella parte che potesse maggiore, e affinchè chi legge conosca di che tiri sieno capaci i vicari di Gesù Cristo, non mi sarà grave raccontarne il come. Papa Clemente, chiamato a sè quel Pirro Stipicciano che di nemico gli si era fatto esecutore dei più riposti pensieri, epperò de' più scellerati, statuì la maniera, la quale fa questa. Alcuni soldati del signor Pirro dal medesimo aizzati uccisero due Spagnuoli, allegando che quelli delle bande loro avevano messo in pezzi due Italiani e poi gettati dentro ad un pozzo. Per il qual fatto essendosi levato il rumore grande, gli Spagnuoli si armarono per vendicare i compagni; se non che, frapponendosi i capitani in quel giorno, si acquetarono, nè ebbero altro seguito le cose. Il giorno appresso gl'Italiani, avuta prima la fede dei Tedeschi che non si sarebbero mossi, ingaggiarono una terribile battaglia con gli Spagnuoli, gridando: Italia! Italia! — Prevalse la virtù dei nostri, rimasero rotti gli Spagnuoli, e tuttavia incalzando gli avrebbero del tutto oppressi, se quel malefico Pirro, di concerto con don Ferrante, nonavesse con inganno persuaso Tanusio, capitano dei Tedeschi, gl'Italiani del campo procedere d'accordo co' Fiorentini; rotti una volta gli Spagnuoli, sarebbero corsi addosso ai Tedeschi — avere giurato liberare Italia dai barbari. Il Tedesco, porgendo fede alla menzogna, provvido di sè e de' suoi, assalse gli Italiani quando meno se lo aspettavano. Gli Spagnuoli, che stanziavano a San Donato in Polverosa, guazzarono il fiume e si unirono con loro. Gli Spagnuoli dispersi, si accorgendo essere così efficacemente sostenuti, fecero testa e tornarono alla zuffa. Allora agl'Italiani non valse l'ardire. Percossi da ogni lato con forze di troppo superiori alle loro, ebbero a dare volta non senza avere prima rilevata una grande uccisione. Morirono da una parte e dall'altra meglio di ottocento[357]uomini, computati anche quelli i quali per conseguenza delle ferite rimasero spenti; tra essi capitani e gente di maggior conto non piccolo numero. Così papa Clemente venne a risparmiare ottocento paghe! E forse anche più, perchè gl'Italiani andarono dispersi e, non che pensare alle paghe, si tennero avventurosi di salvare la vita. Strana infelicità del nostro paese, o piuttosto insuperabile perfidia di papa Clemente, che qualunque consiglio gli suggeriva il demonio riusciva ad un tempo stesso funesto al genere umano ed esiziale alla Italia. Dovendo conseguire con la strage il risparmio del denaro, papa Clemente, invece di procurarla ai danni dei Tedeschi o degli Spagnuoli, la volle effettuata sopra coloro che la stessa sua patria avea nudrito, che il linguaggio medesimo di lui favellavano. Ma per altra parte è giusto che quale più pecca maggior pena paghi; e forse fu disegno della provvidenza che tale riscotessero premio cotesti snaturati Italiani.
Quasi si fosse instituita tra loro gara di tradimenti, e come se il cuore non consentisse al Malatesta di rimanere in questa parte a veruno secondo, considerando ormai che se di per sè stesso non si procurava la preda il papa gliel'avrebbe data tardi e poca, ordinò ai suoi soldati, pressochè tutti Côrsi e Perugini, a fingere di ammotinarsi: e così fecero; percorrendo le vie della città tra lo spavento della cittadinanza universale gridavano: Sacco! — sacco! — Trassero a furia sopra la piazza di Santa Croce. Malatesta, simulando turbamento per quel fatto, salito sopra il suo muletto, si affrettò a quietare il tumulto; ma giunto appena, gli ammotinati lo fecero prigioniero. Di tutta quella turpe commedia il fine fu, che Malatesta disse ai cittadini che, se volevano salvarsi dall'andare a fuoco e a sangue, bisognava pagare, e subito; diecimila ducati in contanti...
In questa maniera si adempiva ad uno dei patti della capitolazione poc'anzi riferiti, cioè che la città non fosse tenuta a sborsare oltre a scudi ottantamila, per le paghe dell'esercito. Almeno era sincero lo Stufa!
Rimane il sangue. Pierodoardo Giachinotti, commessario di Pisa, dove si era condotto con rarissima fede, ebbe ordine di consegnare la città a Luigi Guicciardini; ossequente al comando, improvvido della insidia, egli la consegnò al nuovo commessario, e questi, con lusinghevoli parole assicurandolo, licenziata prima la gente della repubblica, gli pose all'improvviso le mani addosso e, gittatolo in prigione, lo martoriò con crudelissimi tormenti. Già non adoperò costui la corda, l'eculeo e gli altri strazi per fargli confessare un delitto qualunque, imperciocchè egli troppo bene sapesse non essere colpa in lui, ma perchè togliendolo subito di vita non gli sembrasse troppo mite la morte: quando poi vide non avere parte del corpo dove non fosse piaga, gli fece mozzare la testa. A papa Clemente bastava che fosse spento; Luigi vi aggiunse di suo gli strazi, e ciò per la ragione, che, essendo stato partigiano del vivere libero il gonfaloniere della Repubblica, immaginò riacquistare fede presso i Medici ostentando ferocia. I rinnegati di ogni tempo si rassomigliano tutti. Clemente papa nel suo segreto esultava, chè a lui non sarebbe sembrato aver vinto, se non giungeva ad avvilire la umana natura e rompere quel vincolo di confidenza e di amore senza del quale le compagnie, le famiglie e le cittadinanze si scompongono. I suoi nemici distruggeva nei rami e nella radice.
Frate Benedetto da Foiano, udendo che cercavano di lui per farlo morire, non gli occorrendo partito altro migliore, si fidò ad un soldato perugino il quale promise di mettere in salvo lui e le sue robe, ma egli, che della natura del suo capitano partecipava pur troppo, tolte per sè le robe consegnò il miserando frate al Malatesta, e il Malatesta alla trista derrata del tradimento aggiungendo, come bene avverte uno storico, una pessima giunta, dopo averlo martoriato prima per conto suo, con le mani e coi piedi incatenati lo mandò a Roma. Papa Clemente ordinò lo carcerassero in Sant'Angiolo, e nel consegnarlo a Guido dei Medici, che v'era per castellano, fece avvertirlo ne avesse cura secondo i suoi meriti; badasse a questo, che la sua lingua gli aveva di più aspre trafitte inacerbito l'animo che non le picche degli altri suoi nemici. Guido, di facile natura, innamorato delle virtù del Foiano e pensando la sua molta dottrina potesse avvantaggiare la Chiesa in quei tempi calamitosi, molto più che gli aveva promesso, se Dio gli concedesse vita, volere scrivere un'opera dove coi passi della Scrittura intendeva confutare l'eresie luterane, ne prese buona cura e attese a provvederlo di quanto è al vivere necessario. Così procederono per non breve spazio di tempo le cose, finchè, udendo che il papa veniva a visitare il castello, fidando placare il suo sdegno, gli pose su la via il frate, il quale prosteso, col capo chino al pavimento, le mani composte a misericordia, lo supplicava pel sangue preziosissimo di Gesù Cristo a compartirgli il perdono. I piedi del papa pestarono la barba del frate, il volume dellesue vesti pontificali s'intricò alle membra di quello, ma egli continuò il suo cammino senza badarlo, senza pur fare sembiante di vederlo, senza movere parola di lui. Terminata la visita del castello, e pervenuto sopra la soglia della porta, sul punto di prendere commiato da Guido, accostandogli le labbra all'orecchio, gli susurrò:
«Benedetto da Foiano è passato a vita migliore: monsignor vescovo, di qui a cinque giorni voi gli direte o farete celebrare l'ufficio dei morti.»
«Mai no, Santità, riprese Guido, che il Foiano vive, ed io ve l'ho posto sul vostro cammino perchè lo vedeste e gli usaste misericordia...»
«Tacete; — io vi dico ch'è morto, — e voi procurate di celebrargli l'ufficio.»
E siccome il vescovo di Civita se ne stava a guisa di smemorato, papa Clemente scotendogli il braccio con giovanile gagliardia, replicò cupamente:
«Non intendi, stolto? — egli deve morire.»
Venne l'ora consueta in cui solevano apportare al Foiano il cibo e la bevanda, ma egli attese invano gli alimenti; — pensò se ne fossero dimenticati e si pose pazientemente ad aspettare. Intanto il digiuno si prolungava, e lo stimolo della fame cominciava a tormentarlo; — si affacciò alle ferrate guatando bramoso se gli occorresse anima viva; — alla fine vide un soldato e lo scongiurò andasse dal monsignor Guido ad avvisarlo che non gli avevano portato il pane e che si sentiva fame; il soldato scosse la testa e si allontanò silenzioso. — Dopo lungo tempo ne comparve un altro, ed egli, «Fratello, in carità, si pose a gridare, — porgimi un poco di acqua, — le mie viscere ardono.» E il soldato: «Raccomandatevi a Dio; se io ve la porgessi, perderei la testa.» — Allora si rimase stupidito; poi dopo, tanta ira lo assalse per la disonesta morte a cui si vedeva condannato che a capo basso corse contro la parete per ispezzarvelo dentro, — e lo faceva; — ma il pensiero della eterna salute lo trattenne. Adesso l'istinto potentissimo della propria conservazione, l'acerbità del fine, l'occupano intero per tentare mezzo alcuno di scampo; — abbranca con ambe le mani la ferrata e la scuote cento e più volte, — e sempre invano; — allora col medesimo impeto si volge alla porta squassandola, scrollandola con quanto aveva di forza nei bracci, — e non consegue intento migliore. — Le sbarre di ferro si macchiano di sangue, — brani di pelle rimangono appesi agli arpioni della porta, — le mani ha impiagate, piene di schegge, le unghie rovesciate, — e pure non si arresta; — poi alla furia successe la quiete, e si pose sottilmente a investigare se vi fosse modo di venirne a capo con la industria. La pacatezza considerata inutile, tornò a crucciarsi; quindi di nuovo alle tranquille indagini, finchè, finita affatto la lena, gli si spense a un punto la speranza, e si tenne spacciato; si trasse verso il letto e vi cadde sopra bocconi gridando con voci di pianto: «Ahimè! questa non è morte da cristiani, e me la dà il papa!...Nei tempi andati un arcivescovo ci condannò il conte Ugolino..., ma io nongli ho ucciso i nepoti... La pena eterna dell'arcivescovo non ispaventa dunque papa Clemente? Oh! possa prima di morire il pentimento ottenergli la pace del paradiso.» — Questo pensiero di perdono volse lo spirito dell'Eterno in sollievo del derelitto; ond'egli drizzando gli occhi in alto non vide più le volte della prigione, sibbene la gloria degli angioli, il tripudio delle creature celesti intorno al trono del Rimuneratore, mentre gli apprestavano la palma dei martiri. Il frate si compose sul letto, come il morto sopra la bara, e si rimase con intenti sguardi a contemplare la visione di tanta beatitudine; — l'angiolo della consolazione gli si pose a canto del letto e col ventilare dell'ale bianche temperava l'ardore della fronte febbricitante; — assorte tutte le sue facoltà nel divino cospetto, non sente i dolori mediante i quali il corpo si avvicina alla estinzione; — non lo travagliano strette convulse, i precordi non gli straziano le trafitte della fame, — egli davvero a poco a poco manca, come lampada a cui venga meno l'alimento.
L'anima, pregustando le celesti dolcezze, non si curava affrettarsi ad abbandonare la sua terrestre dimora; imperciocchè dopo cinque giorni andando per trasportarlo al camposanto non lo trovarono, come credevano, cadavere, ma vivo e col volto pieno d'una quiete stanca, — della soavità dei santi. — «Figli miei, egli favellò con piccola voce ai sorvegnenti, — andate in carità da monsignor Guido e ditegli da parte mia ch'io sono, come vedete, in procinto dell'eterno viaggio, e che io perdono a lui e agli altri il difetto del pane corporale, solo che non mi privi del pane degli angioli, — del santissimo viatico...» — Monsignor Guido, temendo il papa non si crucciasse, mandò in fretta il suo cappellano a Clemente per sapere se dovesse concedergli i sacramenti.
Il pontefice recitava il suo breviario quando giunse il cappellano; udito che l'ebbe, rispose:
«Dunque non è anche morto colui? — Quanto tarda a morire!»
«Pochi altri momenti gli rimangono di vita; sicchè se la Santità Vostra volesse consolare cotesta anima, non può fare troppo presto a rimandarmi... pochi momenti, io vi ripeto, ha da vivere...»
«Quanti pochi?»
«Forse due ore.»
«Alla favella voi mi parete di Como.»
«Santità, sono Cremasco.»
«E come state a prebenda?»
«Santità, se non mi date commiato, io non giungo a tempo pel Foiano...»
«Voi mi parete un dabben uomo; — s'io vi creassi prelato di camera, vi piacerebb'egli?»
«Piacerebbemi, — ma adesso nulla più mi talenterebbe che giungere a tempo per consolare il frate.»
«Andate dunque, proruppe Clemente, dacchè questo frate vi preme cotanto; — non gli si amministri il viatico; — noi lo assolviamo da ogni peccatoin articulo mortis.»
Il cappellano, appena simulando l'orrore che sentiva, inchinata la persona, si allontanava.
Il papa svolgendo le pagine del breviario mormora tra i denti:
«L'assoluzione plenaria anche dei casi riserbati a noi deve bastargli, l'attrizione è sufficiente a salvarci; — s'ei non si pente davvero, la colpa è sua; per me non lo impedisco d'andare in paradiso, — anzi ci ho gusto; vada pur dove vuole, purchè non si trattenga in questo mondo. — La Eucaristia non importa poi assolutamente..., la particola... ella è poca cosa... un pugillo di farina, — e non pertanto basterebbe a mantenerlo in vita anche un'ora: che cos'è mai un'ora? Quando il tempo si misura col terrore e con la sete della vendetta, un'ora è la eternità..., ed io, mi sento vecchio... e ragion vuole ch'io mi tolga affatto d'intorno le cure, e non potendo levarmele, le abbrevii. Ricevi in pace, o Signore, l'anima di frate Benedetto da Foiano...»
Frate Benedetto morì pertanto senza il pane eucaristico: non mi fa cuore tornare col pensiero intorno al letto di lui. Intanto si rammentino i cristiani che tre frati, Arnaldo da Brescia, Girolamo Savonarola e Benedetto da Foiano furono, il primo, per comandamento di papa Adriano IV, arso vivo; il secondo, papa Alessandro VI ordinandolo, impiccato e abbruciato; il terzo, papa Clemente VII imponendolo, fatto morir di fame. — O pontefici, cosa sarà di voi quando Cristo vi domanderà ragione del sangue dei suoi martiri[358]?
Pareva alla nuova tirannide, ed era vero, che sarebbe sembrata al mondo sempre bella ed egregia la impresa per la quale aveva combattuto Michelangiolo Buonarroti; e poichè troppo bene sapeva avrebbe gittato l'opera invano tentando guadagnare quello austero intelletto, così deliberò mettergli in ogni modo le mani addosso e spegnerlo. In ciò sopra gli altri si moveva ardentissimo Francesco Guicciardini, lo storico, che fu a bella posta mandato da papa Clemente, conoscendolo di aspra natura e capace di fare più e meglio di quello non gli fosse comandato. Arte vecchia di regno è questa, mandare gli Orchi Ramiri a inferocire con le rapine e le scuri nella contrada ove s'intende piantare la tirannide, — dissodare in somma col terrore la terra destinata a raccogliere quel tristo germe. Ai tempi però del Valentino, la tirannide ingenua, adoperato lo strumento, lo infrangeva, ed Orco Ramiro compariva in piazza squartato[359], — refrigerio al popolo e risparmio di mercede al principe; all'epoca di cui favelliamo adoperavansi gli istrumenti e poi si disprezzavano e lasciavano morire nella media; ai giorni nostri si usano o si disprezzano, ma si butta loro qualche brano della provincia desolata a divorare; così il lione abbandona parte dellasua preda alla iena. Credono alcuni che ciò muova dall'ingentilita tirannide e da quella rilassatezza che ormai corre in andazzo appellare civiltà; ma io sostengo che nasce piuttosto dalla decadenza a cui tendono tutte le umane cose, e spero ed auguro che abbiano a ritornare i giorni avventurosi pel principe, l'età dell'oro della tirannide schietta! in cui egli poteva torsi dagli occhi un servo che aveva ben meritato dell'inferno e di lui, come usò il Valentino contro Orco Ramiro.
Michelangiolo, in buon tempo avvertito, si cansò ricovrandosi nella casa di un suo fidato, nè poi parendogli cotesto asilo sicuro, si nascose entro il campanile di San Nicolò. Ben gli valse esser pronto, chè gli otto, il bargello e i famigli si condussero nelle sue case e su pei camini e negli agiamenti perfino esaminarono minutamente ogni luogo. Il bargello e i famigli che adesso si assottigliavano l'ingegno per arrestare i partigiani della repubblica erano quei dessi che or dianzi si sbracciavano a legare gli amorevoli del principato. Alfonso re di Castiglia costumava dire che se il Creatore lo avesse avuto per consigliere nella settimana della creazione, gli avrebbe suggerito di far certe cose assai meglio di quello che egli abbia creato; — io, che non sono re, gliene avrei proposta sol una e gli avrei detto: Signore, un giorno dovranno per colpa degli uomini o per effetto della tua maledizione comparire nel mondo commissari di polizia, bargelli, sbirri, procuratori generali, giudici criminali ed altri simili che mi prende vergogna a rammentare; del peggior limo fabbrica una specie di animali, tra il rospo lo scorpione e il serpente a sonagli, o piuttosto un miscuglio di tutti questi rettili, e fino d'ora destinati ad esercitare cotesti uffici nel mondo; distruggi quando vuoi la umana stirpe, ma non la degradare poi tanto; e fallo ancora per onor tuo, dacchè l'uomo sosterrà lui essere creato ad immagine tua; e il pensiero che un commissario di polizia, uno sbirro, un accusatore e di tal risma animali possano vantarsi simili a te non ti fa drizzare le chiome immortali sul divino capo? — Il bargello non lo trovò e si morse le dita.
Intanto Clemente, sia per superbia di principe, sia per mantenere alla casa dei Medici l'antica fama di proteggitrice munificentissima delle arti, o perchè sentisse che la morte di Michelangiolo gli avrebbe concitato contro la indignazione dell'universo; sia finalmente (come altra volta Nicolò Machiavello insegnandolo lo avvertiva) — nessuno scellerato trovarsi così pienamente perfido che in sè non abbia parte alcuna di meno tristo, Clemente insomma spedì a Roma un cavallaro a posta a Firenze con ampio salvocondotto per Michelangiolo ed ordine espresso di non torcergli pure un capello. Michelangiolo, assecurato, uscì dal suo nascondiglio e salì al poggio di San Miniato per contemplare pure una volta la sua diletta Firenze; la fissò lunga pezza, e valse quella visione a stampargli sul volto i segni di dieci anni di vita consumata: scese chiuso nell'ira e nel dolore, e giunto a mezza costa percorse correndo e tempestando l'altra mezza, spesso borbottando tra i denti: Io la vendicherò; — e guardandosi le mani aggiungeva: Voi sole mi basterete allo intento.
Da quel momento non si lasciò più vedere, — si chiuse nella sua officina coi marmi, co' ferri e coi furori suoi; disse volere scolpire la tomba a due Medici, Lorenzo duca di Urbino e Giuliano duca di Nemours; cominciò il suo lavoro senz'altro modello che la idea che ne aveva concepita nella mente e con l'impeto per cui, secondo narra il Vasari, pareva che in breve ora dovesse sbrizzare masse enormi di marmo. Scolpì su quei sepolcri i crepuscoli, quasi per chiarire che i giorni nostri passano come ombra, e non pertanto quelli del tiranno, comunque brevi, si posano monumentali e solenni sopra una eternità d'infamia; scolpì Lorenzo profondamente pensieroso presso il sepolcroperchè i pensieri del tiranno vicino alla tomba sono rimorsi.Così illustrava questi avelli Giovanni Battista Niccolini; e quando egli non avesse scritto altro in onore della patria, meriterebbe che il suo nome durasse immortale quanto quei marmi; e poichè egli sortiva un'anima dai cieli capace di sentire Michelangiolo, gli fu dato ancora ascoltare la morte che da quell'arche aperte vi volgeva al tirannopieno ancora di vitae gli gridava: «Scendi ove comincia pei potenti la giustizia degli uomini e quella di Dio.»
Benedetto Varchi, storico di volgare intelletto, scrive che Michelangiolo, più per bella paura che per voglia che egli avesse di lavorare, si pose a scolpire questi monumenti[360]. La musa negava al Varchi mente arguta e cuor gentile, onde potè imprendere la storia d'una repubblica pei comandi del principe; quindi non gli era dato intendere Michelangiolo. Bene all'opposto lo intese Niccolini nostro, — per la qual cosa egli aggiunse: «ma, fra gli esilii e le morti dei suoi, vendicare tentava coll'ingegno quella patria che non poteva più difendere colle armi, e fare in quel marmo la sua vendetta immortale[361].»
Il qual concetto di Michelangiolo si ricava non mica da induzioni immaginose, sibbene pianamente dagli alti versi ch'ei scrisse in risposta a quelli di Alfonso Strozzi, che, nulla indovinando del pensiero di Michelangiolo e solo attendendo a lodarne l'ingegno, dettò la seguente quartina:
La Notte che tu vedi in sì dolci attiDormire fu da un angiolo scolpitaIn questo sasso, e perchè dorme ha vita:Destala, se nol credi, e parleratti.
La Notte che tu vedi in sì dolci atti
Dormire fu da un angiolo scolpita
In questo sasso, e perchè dorme ha vita:
Destala, se nol credi, e parleratti.
E quel magnanimo, abborrendo la lode, cruccioso che altri non sapesse indagare la riposta sua idea, sprezzato il pericolo, generosamente proruppe, e i suoi marmi dimostrò in questo modo:
Mi è grato il sonno e più l'esser di sassoInfin che il danno e la vergogna dura;Non udir, non veder mi è gran ventura:Però non mi destar, deh! parla basso.
Mi è grato il sonno e più l'esser di sasso
Infin che il danno e la vergogna dura;
Non udir, non veder mi è gran ventura:
Però non mi destar, deh! parla basso.
Alessandro dei Medici, tentando avvilirlo, allorchè divisò costruire in Firenze la fortezza di San Giovanni, la quale fosse come di freno in bocca ai cittadini vaghi di cose nuove, ordinò al Buonarroti con lui cavalcasse per iscegliere il luogo acconcio. Il Buonarroti rispose che ciò poteva molto ben fare da sè solo, e non volle andare. Biasimano molti questa azione di Michelangiolo, come quella che, senza provvedere a nessun benefizio della patria, a sè apportava danno: — biasimatori codardi, imperciocchè troppo bene l'uomo giovi alla patria quando le lascia un retaggio di esempi magnanimi che inciteranno i figliuoli, o che in ogni evento diletta la renderanno e onorata finchè la virtù abbia altare nel cuore degli uomini. — Venutagli meno la speranza di vedere la libertà restaurata in patria con ordinari argomenti, si ridusse a Roma e quivi attese a por fine al più magnifico tempio che abbiano le creature innalzato al Creatore, — e ciò forse egli fece perchè, Dio avendo tanto splendida dimora sopra la terra, lo prendesse qualche volta vaghezza di volgere gli occhi su di noi, e vedesse a quali termini si trovasse l'opera delle sue mani ridotta, e ne sentisse pietà.
Cosimo I, desideroso di fregiare la tirannide, lo richiamò da Roma, gli profferse onori e ricchezze, adoperò preghiere e di ogni ragione lusinghe; — nulla poterono sopra di lui siffatte istanze nè la pressa amichevole che ogni giorno gli moveva maggiore dintorno Giorgio Vasari. Stette incontaminato e fermo nel proponimento di non piegare mai il dorso alla tirannide. Ritornò il suo spirito al bacio di Dio così puro come già se n'era dipartito. Cosimo I allora s'impadronì del suo cadavere facendolo dentro una balla di mercanzie rapire da Roma, e quanto più seppe lo deturpò con onori principeschi; però, comunque s'ingegnasse, non giunse a profanare quella gloria solenne, imperciocchè lo spirito di lui ormai fosse fatto cittadino del cielo, e la sua fama avesse già aperto ale poderose da attingere, coll'avvicendarsi delle generazioni, la fine dei secoli[362].
Raffaello Girolami, non pure fatto securo della vita, ma tenuto bene edificato, accolto simulatamente in grazia e perfino promosso all'ufficio dei Dodici, mentre va accomodando l'animo ai tempi, all'improvviso è preso e confinato nella rôcca di Volterra, — poco dopo trasferito nella cittadella di Pisa. — Un giorno, aprendo la carcere, lo trovano steso morto per terra; — le membra tuttavia attratte da orribili convulsioni, la faccia colore di piombo, qua e là chiazzata di macchie brune, i labbri laceri fanno fede del veleno a lui ministrato. Papa
Clemente fu quegli che ordinava lo attossicassero; nocquero a Raffaello le cure del suo fratello prelato in corte di Roma e le istanze di don Ferrante, il quale gli aveva dato fede di renderlo sano e salvo ai suoi. — Il veleno d'ora in poi vedremo essere mezzo del tutto mediceo per ispegnere i nemici e bene spesso anche gli amici della nuova tirannide: adesso lo adoperava Clemente per liberarsi dalle molestie fraterne e amichevoli[363].
«Dormite voi?» — tentando un giacente sopra un lettuccio nelle carceri del Palagio domandava sommesso un uomo che vi si era introdotto al buio, con lievi passi, senza pur si udisse il minimo cigolio della porta volgentesi sopra gli arpioni; e l'altro non mutando costa con voce fievole risponde:
«Sì, — l'ultimo sonno sopra la terra.»
«A Dio non piaccia, — voi vivrete, messere Francesco.»
«Chi sei? Che voce è questa? Antonio!... Dolcissimo mio cognato, anche una volta mi sarà concesso abbracciarvi! Questa è grazia che supera la speranza!»
Antonio Alberti e Francesco Carducci si tennero assai tempo stretti l'uno al seno dell'altro; e, ricuperata la favella, il Carduccio prosegue:
«I figli miei, Antonio e la moglie?»
«Vivono. Ma un ferro stesso troncherà più vite... voi non andrete solo alla patria dei giusti...»
«Ah! il mio cuore palpita per la patria, per loro, per te... ed anche per me; — il cielo disperda l'augurio; — la coscienza parteciperà loro virtù da sopportare... vivranno... Io, vedi, Antonio, non desidero la vita ai miei più cari..., eppure il cuore mi si spezza al pensiero che dovranno morire...»
«Confortatevi, essi vivranno, e voi...?»
«Ieri fui coi miei compagni condannato a morte.»
Papa Clemente, preposta la vendetta al giuramento, aveva fatto sostenere in un medesimo giorno Bernardo da Castiglione, Francesco Carduccio, Iacopo Gherardi, Luigi Soderini e Giambattista Cei, e perfino spedito da Roma la istruzione scritta di sua propria mano nel modo da praticarsi per mandare alla morte questi notabili cittadini. Non pertanto ai Guicciardini, Francesco e Luigi, al Nori e agli altri Palleschi sembrava poco la morte, e ognuno andava ingegnandosi di farla precedereda qualche suo tormentoso trovato o da plebee villanie, che le anime altere offendono meglio degli strazi. Furono tutti i mentovati messi al martoro; sospesi con la infame corda, confessarono quanto vollero i giudici iniqui, — tocca appena co' piedi la terra smentivano il detto, sè protestavano innocenti: solo le parole strappate dal dolore facevano fede, — delle altre non prendevano ricordo. Il Carduccio, tosto che vide allestita la fune, dichiarò non esser mestieri cotesto argomento per indurlo a confessare; imperciocchè non pure confessava, ma si recava eziandio ad onore avere amministrato le cose della Repubblica contro i Medici: — e non gli valse. Legato, riprese risparmiassero cotesta immanità; sapere essere venuta da Roma la sua condanna; stessero contenti alla sua morte; di più non avere comandato nè desiderato lo stesso Clemente: e nemmeno questo gli valse, — lo vollero ad ogni costo mettere al tormento. Confermato tra i tormenti il supposto delitto, lo interrogarono se avesse a dedurre discolpa.
«Discolpa per aver difeso la patria? egli rispose, — guardimi Dio dal farlo! Così avessi potuto salvarla!»
Bernardo da Castiglione, richiesto anch'egli se avesse ad allegare difesa, rispose, come nelle stragi napoletane Manthonè e Speziale[364]: «Se la capitolazione non basta, non saprei e nè anche vorrei presentarvene altra.»
Stanchi, non sazi di oltraggiarli, li condannarono. Carduccio, comecchè sentisse acerbo dolore per le sue ossa slogate, pure fieramente parlò:
«Avreste dovuto incominciare donde avete terminato, valentuomini; voi avete profferito un giudizio. — Giudici, non sapete che sopra di voi vive un altro giudice? A lui mi appello e vi cito tutti a comparire davanti al suo tribunale prima che passino cinque anni. Rammentatevi del templario Molay[365].
«Ch'è questo?» domandò trasalendo Antonio degli Alberti percosso da un sinistro fragore.
«Nulla: tentano con la sbarra di ferro le ferrate ai carcerati, per accertarsi che non le abbiano segate per ricuperare la libertà.»
«Affrettiamoci dunque: messere Francesco, alzatevi, lasciatemi prendere il vostro posto; ora verranno per me... indossate i miei panni e salvatevi.»
... e finalmente ansanti si fermano nel bosco...Cap. XXIX, pag. 708.
... e finalmente ansanti si fermano nel bosco...Cap. XXIX, pag. 708.
Il Carduccio si alzò e baciò in volto l'Alberti, quindi prese a parlare queste solenni parole:
«Antonio, ascoltatemi. La vita è una grossa moneta che non va sprecata nelle minime cose, ma generosamente spesa nelle grandi. Nè a me la fortuna potrebbe presentare occasione da impiegarla meglio che a rendere abborrita la nascente tirannide. Molti hanno nemici la libertàe la virtù. Ora a quali termini voi le vedreste ridotte, se primi gli amici loro le disertassero? Che direbbe il mondo se, a me solo provvedendo, lasciassi in carcere i compagni? Qual difesa darei se, per salvare me già vecchio e infermo, io non abborrissi dal sacrificare voi giovane e sano? Così, è vero, mi troncheranno la testa, — ma, nell'altro modo, in qual parte io la sottrarei all'infamia? E tra la sventura e la colpa nè io nè voi, Antonio, possiamo rimanerci un momento dubbiosi. — Lasciate che noi muoiamo; — egli è bene che il primo gradino del trono sia bagnato di sangue, — più facilmente vi sdrucciolerà il piede del tiranno. — Forse vi fa vergogna il patibolo? E credete voi che se io ci vedessi l'onta della mia famiglia, già non mi sarei fatto cadavere? — Nessuno è signore della morte dell'uomo. No, Antonio, qualunque scala, — anche quella del patibolo, è buona quando mena alla gloria. — La mia morte è sfregio sul volto al tiranno. — Forse chi sa che non sia questa una insidia? — Quale angoscia sarebbe la mia, quale il tuo pentimento, se prima di trucidarmi giungessero ad avvilirmi? Lasciami morire onorato. Socrate non volle fuggire, e fu divino tra gli uomini...»
Il fragore delle ferrate percosse si fa più vicino, — la porta della carcere si apre, ed una voce in suono di preghiera favella:
«Uscite, messere,... affrettatevi..., o siamo tutti morti...»
«Va' dunque, Antonio, di' a mogliema che prenda buona cura dei figli e, se l'è dato, gli meni in terra meno sinistra al suo sangue...»
«Venite, aggiunge la voce, — me perdete, e voi non salvate...»
«Va'», soggiunse il Carduccio, e sorreggendosi al braccio dell'Alberti lo accompagna; «va' e porta teco questo mio estremo consiglio: provvedi a te e alla tua famiglia; — rimuovi la mente dai pubblici negozj, dove sovente raccogli ingratitudine e odio, — qualche volta la morte, — atroci cure sempre; educa i figli nel timore delle leggi, accresci il censo domestico, vivi ignorato — e muori tranquillo; — così non maledirai nè benedirai i tuoi simili...»
«Per la croce di Dio!... affrettatevi...»
«Aspetta: che se invece ti freme l'anima dentro, — se nulla aspetti di premio da' tuoi simili, — se un impeto sublime ti sforza di compiacere all'alto proponimento di liberare la tua patria, — allora, — e da me impara, — ricórdati che, sguainata la spada contro il tiranno, vuolsi abbruciare il fodero; — tratta una volta, deve nascondersi o nelle sue o nelle tue viscere: prima di venire ai patti, vadano in rovina le case, in fiamme la città, a filo di spada i cittadini. Coteste rovine sono feconde, — lì nasce il grano di cui la libertà si fa pane; — la pace del tiranno è il camposanto. — Ramméntati la morte di Bruto, — non rammentare le sue estreme parole: — non è la virtù vile nè schiava della fortuna[366], se, presso al supplizio, col corpo intormentito da dolori acerbissimi, io posso la presente mia condizione anteporre a quella dei miei oppressori.»
Il cognato, tratto violentemente, abbandona il braccio del Carduccio, e la porta del carcere si richiuse davanti a questo. Tentoni al buio, egli riguadagna il lettuccio, dove ponendosi a giacere, esclamò:
«Oh come sono infelici i miei oppressori!»
E Dio consolatore mandò il riposo degli innocenti a quel travagliato.
Due ore innanzi giorno, buona schiera di armati precedendo e seguitando, da una parte il frate, dall'altra il carnefice, il Castiglione, il Carduccio, il Gherardi, il Soderini e il Cei erano condotti giù per la grande scala del Palagio nella corte a ricevervi la morte. Il Cei scendendo pose il piede tra mezzo una fenditura degli scalini e se lo storse in isconcia maniera.
«Ci mancava anche questa!» esclamò crucciato; «io non so, messere Francesco, perchè, quando eravate gonfaloniere, non vi deste pensiero di fare accomodare questa scala.»
«Veramente, Giambattista, io non contava di averla a scendere mai.»
«Vedete! Bisogna porre buona avvertenza a tutto; e' pare ne sia stato architetto un cerusico.»
«Giambattista», riprese il Castiglione, «un romano avrebbe tolto in sinistro augurio il vostro inciampo e se ne sarebbe tornato indietro.»
«Ormai, Bernardo mio, non ne varrebbe il pregio. Messer Iacopo, a che pensate voi? Su, animo.»
«Eh! io penso non essere questo il miglior quarto d'ora della nostra vita...»
«Perchè no? Noi ci acquistiamo un tanto; — tolto che ci abbiano il capo, per esempio, non ci dorranno più i denti...»
«E poi andremo a vedere», interruppe il Soderino, «come si risolva il gran forse.»
«Come, messere Luigi, dubitereste di Dio?» domanda Giambattista.
«Io non credo e nè anche discredo; la fede non dipende da noi, non più che avere il naso lungo o corto. — I frati mi consigliavano a digiunare, ma siffatto argomento mi faceva venire fame, non fede; — sicchè all'ultimo, conoscendo ch'io non valeva a sciogliere il nodo, mi sono condotto nella vita come se Dio fosse. — Se Dio esiste, — ho detto, — per certo egli ha viscere di misericordia, e quante volte ho potuto ho soccorso i miei fratelli. In somma se il Creatore esiste, non vorrà rigettarmi dal suo seno, perchè il mio ingegno non seppe comprenderlo; — se poi...»
«Tacete», favellò il Carduccio, «l'altro supposto non possiamo concedervi or che tra l'ombre io scorgo il nostro letto di morte.»
«Anzi, appunto per questo lasciatemi proseguire; — se poi egli non è, io ho cercato mantenermi nella vita tale da accogliere la morte tranquillo come un sonno confortatore.»
«La scala è terminata, badate alle gambe», grida il Cei che camminava in capo alla comitiva.
«Ah!» sospirò profondamente il Gherardi.
«Gemete voi?» lo interrogarono gli altri affannosi; «deh! non vi manchi l'animo al maggiore uopo!»
«Ahimè! Mi duole partirmi da questa terra senza pure contemplare un'altra volta la luce divina...»
«Meglio così; — forse più forte ci stringerebbe l'angoscia se vedessimo la cara patria rallegrata dai raggi mattutini del sole...»
«Ahimè! ahimè! Carduccio mio, come lasciamo la patria!»
«Largo le lasciamo un retaggio di virtù e di sventura; noi pregheremo del continuo l'Eterno che le asciughi le lacrime e la renda alla sua prima bellezza...»
«Chi sa quanti secoli si volgeranno invano?»
«Consólati, — noi stiamo per andare in parte dove lo spazio non si misura col tempo...»
«Non penso a me, ma a' miei figliuoli...»
«Riconciliatevi con Dio», interruppe il frate, «onorandi messeri; l'ora della vostra morte è arrivata.»
«Senti, frate», parlò gravemente il Carduccio: «noi non abbiamo mestieri riconciliarci con Dio, perchè non lo abbiamo offeso mai; e quando pure, senza volerlo, lo avessimo offeso, confidiamo non essere di bisogno il tuo ufficio ond'ei ci ascolti; próstrati con noi e adoralo: chi sei tu che ti poni tra il Creatore e la creatura? A che vesti di sacco, se la superbia ti sta fitta nel cuore? Polvere, come noi, umiliati... e prega.»
Pregarono; — nessuno ardiva sturbarli, — e quando si rilevarono, il Carduccio parlò:
«Prima di partire salutiamo le nostre dimore. Frate, in carità, porgi la tazza piena del vino dei condannati; — amici, possa io abbracciarvi tra poco alla presenza di Dio. — Ecco io propino, con l'ultimo sorso che beveranno le mie labbra mortali, alla libertà della patria!»
«Dio salvi la libertà!» risposero gli altri e s'impalmarono a vicenda.
Alcuni dei soldati, mossi da irresistibile impeto, gridarono anch'essi: «Dio salvi la patria!»
E il carnefice stese la mano, ma subito la ritrasse mormorando: «Io sono un abbietto... devo privarli del capo, ma non mi è dato toccarne la destra.»
L'occhio del capitano sfolgorò alla vampa delle torcie a vento e valse a impietrire di paura gl'incauti soldati.
Il Gherardi tremava; se gli accosta il Carduccio e gli favella:
«Iacopo mio, raccogli tutta la tua virtù... siamo soli, ne circondano le tenebre, e nonpertanto tutto l'universo ci guarda. — Va' tu primo, chè troppo ti recherebbe dolore la vista della strage de' tuoi compagni... mi aspetti la tua anima, chè moveremo compagni al paradiso... va'... va', Iacopo... In questa vita tu lasci gloria immortale... lassù ti aspetta eterna esultanza.»
Iacopo Gherardi, infiammato dall'ardente parola, si accosta animoso al ceppo, — si prostra, — vi accomoda sopra la testa.
Il carnefice gli viene attorno dicendo:
«No, messere; così male acconsentirebbe la scure, e voi soffrirestetroppo.» — E con ambe le mani gli aggiusta il collo sul tronco: pietà di carnefice!
«Dio!... Libertà!...»
Del capo di Iacopo, erano rimaste sul ceppo alcune scheggiature dell'osso del collo e le cime della sua barba.
«Bravo Iacopo!» esclamarono ad una voce i compagni.
In breve ora fu consumata la strage.
Il papa, quando n'ebbe notizia, versò più di una lacrima ed ordinò un solenne ufficio di requie per l'anima di cotesti poveri defunti. — Che Dio faccia pace a quel buon papa!
E ormai insaniva la belva inebbriata di sangue: molte altre morti funestarono la città. Lionardi Sacchetti avvelenato periva, al Ciofi mozzarono il capo. Non poche condanne però riuscirono invano, come quelle di Dante da Castiglione e di Lionardi Bartolini, perchè si posero in salvo; notabilissimi cittadini stettero imprigionati nella cittadella di Pisa, nella rôcca di Volterra o nelle Stinche a Firenze; sommò a numero inestimabile la quantità dei banditi. In ogni città, in ogni castello d'Italia e qualche volta in terre straniere lasciava Firenze miserevoli brani della sua bella cittadinanza; ne confinarono su le Alpi, a Malta, nei borghi più remoti ed inospitali della Sicilia; e quello che fa maggior compassione a considerare si è questo, che molti furono o di così poca mente o di cuore tanto codardo che con disagio e spesa infinita mantennero i confini, pur confidando che la persecuzione avrebbe tregua una volta; decorso il termine del primo confine, li condannarono ad un altro più aspro; e morirono rovinati nelle sostanze, scherniti dal mondo, senza nè anche il conforto che nasce dal sentirsi incontaminati.
E perchè forse terranno alcune genti il mio racconto sospetto e lo reputeranno fatto ad arte per vituperare chi primo instituì la tirannide nella Toscana, valgami la testimonianza di Benedetto Varchi, il quale, come spesso sono venuto rammentando, scriveva storie per commessione di Cosimo I. Costui, e comecchè nè grande cuore nè peregrino ingegno si fosse, costui tuttavolta, più che al tiranno compiacendo al vero, con eterna sua lode, sposta prima la infame proscrizione, dettava la seguente pagina: «Io non so quello che a coloro i quali queste cose leggeranno sia per dovere avvenire; so bene che a me hanno elleno tanto arrecato in iscrivendole non pure di rincrescimento e compassione, ma d'indignazione e sbigottimento, che io, se le leggi della storia, le quali io, giusta mia possa, non intendo di trapassare ritenuto non mi avessino, arei in così larga occasione lungamente deplorato non meno la miseria e infelicità della natura umana che la perfidia degli uomini; conciossiacosachè queste cose fussono fatte tutte quante direttamente contro la forma della capitulazione, nella quale si perdonava liberamente a tutti coloro che in qualunche modo e per qualunche cagioneavessono o detto o fatto o contra la casa dei Medici, o contra alcuni de' parenti e seguaci loro: — e con tutto questo si ritrovano al presente di coloro i quali hanno o l'animo così efferato o la lingua tanto adulatrice o la mano cotanto ingorda che, lontanissimi così da ogni umanità come da ogni verità, scrissono nelle storie loro che papa Clemente, troppo temperato in tutte le sue azioni, parendogli che fosse uficio di reputazione e pietà sua mantenere il nome il quale s'aveva preso, usando moderata vendetta, fu contento della pena di pochissimi. Del che tante più si dovrà o maravigliare o stomacare chiunche saperrà che la volontà di Clemente era che per più tempo ad ogni mano d'Otto si seguitasse di confinarne degli altri: ma le grida che si sentivano per tutta Italia e fuori, non senza grandissimo carico di don Ferrante, giunsero all'orecchie di Cesare, e questo cagionò che in confinando non si procedette più oltre[367].»
Questo era il perdono di papa Clemente!
In qual modo si adempisse il patto sostanziale,salva sempre la libertà, adesso e più brevemente esporremo.
Un Giovannantonio Mussetola venne a Firenze con certa carta che fu dettabolla d'oro, fatta da Carlo V in Augusta a' 21 ottobre l'anno 1530, e visitata prima la santissima Nunziata dei Servi, secondo la vecchia arte di regno con la quale si tenta chiamare la Divinità a parte delle tristizie dei potenti, andò in palazzo seguito da moltitudine di popolo gridante: Palle, — Medici, — Carlo, ed altre simili voci. La Signoria gli andò incontra fino alla scala; egli entrato nella sala dei Dugento salì sopra un rialto tenendo a mano dritta il duca Alessandro, a manca il gonfaloniere con quattro signori per parte; drizzatosi in piedi, con reverenza lesse la bolla.
Diceva in sostanza il foglio: essere Firenze decaduta dai suoi privilegi per la temeraria guerra impresa contro lo imperatore; averla però di nuovo tolta in grazia per la clemenza propria e ai preghi di papa Clemente; ordinare che la famiglia dei Medici e conseguentemente Alessandro, duca di Civita di Penna, suo genero, si ricevessero e accettassero con quella stessa maggioranza la quale vi avevano innanzi che cacciati ne fossero, e, riformandosi lo stato come avanti il 1527, il detto duca fosse capo di tal reggimento in tutti gli uffici e magistrati, finchè durava la vita sua; e lui morto, i suoi legittimi figliuoli ed eredi e successori maschi discendenti del corpo suo; e mancata la linea legittima di Alessandro, succedesse in quella maggioranza il più propinquo parente della medesima casa.
Troppo grave offesa era questa alla libertà della Repubblica, e nonpertanto poca alla cupa libidine di Clemente. Nè già era costui ardito, come il Valentino, da porre la fortuna sopra un dado e trarne fuoraCesare, o nulla, bensì tale, conservato prima il mal tolto, da condursi per via di avvolgimenti a nuove rapine, — e nemmeno apertamente iniquo, come il conte Francesco Sforza, sibbene, il costume de' suoimaggiori seguitando, tale da mettere con arte altri innanzi, corrompere, tentare il terreno, fingere insomma d'indursi con mala voglia e richiesto a fare quello che, se meno era codardo, avrebbe a forza voluto e acquistato. — Cominciò ad usare suoi ingegni con Baccio Valori, Francesco Guicciardini, Francesco Vettori e Marco Strozzi; se non che questi, non meno tristi di lui, e più di lui astuti, quantunque indovinata la sua mente, fingevano di non intenderlo, parendo a loro esorbitanza degna di eterna infamia privare affatto la patria di ogni simulacro di libertà.
Considerato allora Clemente che quel battere delle buche non faceva saltare fuori la lepre, deliberò vincere la ipocrisia e mostrare aperta la sua intenzione; cosa, la quale sebbene apparisca dovere essere agevole a cui abbia ormai conculcato la virtù, vediamo all'opposto riuscire ardua a praticarsi, certamente perchè quanto più l'uomo abbandona la sostanza, tanto maggiore sente il bisogno di attenersi alle apparenze. — Chiamava pertanto a Roma Filippo Strozzi, disegnando adoperarlo per mandare a fine il suo proponimento.
Era Filippo uomo di arguto intelletto, di modi cortigianeschi e magnifici, vago di conviti, di caccie e di ogni maniera signorili sollazzi; nelle cose di amore intemperantissimo senza considerare nè sesso nè età; d'indole varia, versatile; di principe o di repubblica poco curante, moltissimo di sè; nè tutto al vizio, nè alla virtù tutto; sebbene sul principio della sua vita più di quello studioso che di questa, all'ultimo poi più di questa che di quello, onde con la morte generosa seppe redimere molte, se non tutte le colpe commesse durante la vita. Adesso compariva ed era strumento efficacissimo di servitù. I giovani nobili rimasti a Firenze, avendo preso a schifo la parsimonia del vivere repubblicano, pur troppo si mostravano vogliosi a seguitare gli esempi di Filippo, e così con la rovina delle virtù civili si apparecchiava la morte di ogni magnanimo spirito, o vogliamo dire la vita del buon ordine del principato. Ciò che apporta non poca gravezza nel considerare la ragione delle vicissitudini umane si è questo, che la corruzione, madre sempre di tirannide, suole precederla, accompagnarla ed anche seguitarla; mentre la virtù, senza di cui ogni argomento a migliorare le nostre sorti è novella, di rado accompagna e non precorre mai la repubblica: onde Vittorio Alfieri scrisse la virtù parergli piuttosto figlia che madre di liberi stati. La quale opinione mi è piaciuto accennare non già perchè nessuno deponga la speranza, ma all'opposto per la ragione che se talora gli eventi non vanno a seconda dei desiderii, i troppo vogliosi témperino i smoderati e gli accomodino ai tempi, ai casi e all'indole di questa nostra stirpe, più assai infelice di quello che in generale noi non supponiamo.
Giunto Filippo in Roma, Benedetto Buondelmonti in nome del papa si fece ad incontrarlo e gli disse essere giunto il tempo di ricuperare la grazia del pontefice smarrita e cancellare i sospetti passati, assentendo o tutte le cose che gli verrebbero proposte, ossivero di contradirle senza profitto della città e con suo pericolo estremo. Filippo prontamente siofferse qual più lo volessero, consigliere o cooperatore. Cominciarono i segreti colloqui col papa, dove, oltre lo Strozzi e il Buondelmonti, egli raccolse Iacopo Salviati, Roberto Pucci, Bartolomeo Lanfredini ed altri pochi della casa Medici svisceratissimi. Il papa espose che, essendo in là con gli anni, voleva scendere nel sepolcro sicuro che la signoria di Firenze si mantenesse nella sua famiglia, la quale a lui pareva che bene la meritasse per gli amplissimi beneficii, così in pace come in guerra, procurati a suo vantaggio. E Filippo tosto chiosava il testo dimostrando con mirabile eloquenza tempestoso il vivere nelle repubbliche; doversi ai grandi corpi politici dare un capo, una forza unica, una rappresentanza alla quale i cittadini, non potendo pervenire, cessino d'invidiare, il governo assoluto in somma; consiglio non meno pernicioso che stolto parergli quello di lasciare a governo di Firenze, siccome era al presente, due teste, il duca e la Signoria; ciò partorire pessimi effetti e mostruosi non meno nei corpi morali che nei fisici; chiamarci alla unità la natura, con splendidi esempi manifestarcela, Dio ottimo massimo esistere solo.
Alle magnifiche parole di Filippo, Iacopo Strozzi di mano in mano veniva rispondendo: «Filippo, tu non la di' come la intendi; e se la intendi come la di', tu la intendi male.»
Lo Strozzi ciò nonostante procedeva imperturbato, e, per farsi più benigno Clemente, conoscendo l'animo riposto di lui, adesso parla della necessità di fabbricare una fortezza, arnese efficacissimo a reprimere le subite ire del popolo, a porgere asilo nei frangenti pericolosi, a tutelare, il governo; avvegnachè la sperienza abbia insegnato che i moti popolari presto si calmino, e se tu ti mantieni in parte da mostrarti quando la plebe comincia a stancarsi, di leggieri la riduci all'antica soggezione. E Iacopo Salviati, che pure era parziale e parente dei Medici, oltre il citare molti bellissimi esempi di tiranni antichi, ai quali nè le fortezze nè i giachi nè il mutare di letto nè i molossi posti a guardia dei penetrali valsero punto, ricordò l'esempio domestico e moderno dei cittadini fiorentini, che, quantunque armati alla morte di Lione papa, mantennero in podestà i Medici sprovveduti di armi e di provvisioni a difendere o ad offendere capaci; e disse ancora l'annona abbondante, la giustizia dirittamente amministrata, il buon governo in somma tenevano il popolo contento, non già le fortezze, inventate a tiranneggiare i popoli ed atte piuttosto ad offendere altri che a difender sè, piuttosto a porgere sospetti che a dare sicurezza. E poichè Filippo insisteva smanioso a ributtare cotesti argomenti e si sbracciava a persuadere il contrario, Iacopo gli ebbe a dire queste parole, conservateci dalla storia: «Voglia Dio che tu, Filippo, nel mettere innanzi il disegno della fortezza, non iscavi la fossa nella quale sotterrare te stesso.»
Detto umano non parve mai più profetico di questo. Caduto Filippo dal sommo della prosperità, tratto a gran vituperio sopra un muletto, tra lo schiamazzo della folla inseguente, per la città che seppe ridurre schiava e non valse poi a rivendicare in libertà, o di propria mano, come si disse, o per l'altrui, come meglio si sospettò, trovava morte sanguinosa nelle male innalzate mura.
Data forma al disegno, Antonio Guiducci arcivescovo di Capua, giunse primo a Firenze con la risoluzione della mente del papa, poco dopo Roberto Pucci per disporre le materie, — in ultimo Filippo Strozzi per mandare a fine il concertato tra loro.
Che importa raccontare il come? Dopo dugento cinquant'anni fu casso il gonfalonierato, — il principe assoluto istituito. — Primo duca fu Alessandro dei Medici, bastardo del pontefice Clemente e della schiava africana moglie del vetturale da Colle.
Seguì una serie di turpitudini e di delitti, per cui la casa degli Atridi, al paragone di quella dei Medici, rimase disgradata; — s'inebbriano dell'ira di Dio e del sangue del popolo; — muta indole l'uomo, — muta natura la terra. — O Firenze, tu apparirai d'ora innanzi quasi una lira a cui il poeta nel suo furore abbia strappato le corde.
E la pena fu condegna alla colpa. La famiglia dei Medici mancò priva di fama, di vigore, di discendenza, — di tutto; — lasciò eredità, — non d'ira, perchè il disprezzo da gran tempo aveva vinto lo sdegno, — ma di schifo e di abiezione. E gli ultimi Medici, quando videro imminente il sepolcro a divorare la intera stirpe di loro, e conobbero i popoli sopravvivere ai tiranni, — e, pentiti delle colpe dei padri, intesero restituire il mal tolto, — la libertà a Firenze, — altri principi tiravano giù dalle loro spalle le mal rapite vesti per ammantarsene prima che fossero morti; — il ladro prima dell'ammenda fu derubato. — Ma le proteste di Cosimo III al congresso di Londra e il testamento di Gian Gastone fanno fede della rapina del principe e del diritto imprescrittibile del popolo. Chi più ne vuole, e più ne cerchi; io ho le mie ragioni onde non raccontare per ora storia moderna.
Però Dio, anche nelle estreme miserie, non ci abbandonò intero; e nel modo stesso che il sole in un giorno d'inverno, quando sta per toccare i lembi estremi dell'Oceano, all'improvviso da qualche apertura manda lontano sopra la terra pallido e non pertanto bene augurato il suo raggio, — pegno di giorno men tristo; — così sul punto della morte della Repubblica e allorchè Carlo V, gonfio il cuore di superbia, teneva i popoli in conto di polvere da calpestarsi dai suoi piedi imperiali, e i principi per iscudieri, — nel mentre ch'ei non reputa capaci a resistergli, non che altri, gli stessi elementi, e appena concede avere un emulo in cielo, — ecco un vecchio venerabile di canizie gli attraversa il cammino, e gli dice:
«Re della terra, tu hai intorno al capo un diadema di potenza e di diamanti; — me, vedi, cinge la corona della morte, — i capelli bianchi. — Re della terra, anche tua signora è la morte: e noi occuperemo lo stesso spazio in grembo alla natura. Perchè hai misfatto alla tua parola? Perchè ci hai tradito? Credi che la voce del popolo non giunga al cielo? Io vo' che tu sappi curvarsi Dio per ascoltare le querele della sua creatura. Mantienci la libertà che ci promettesti; — restituisci la patria che ci assicurasti o almeno rimettici nella nostra terra; — rendici le armi che a patto soltanto e sotto la tua fede deponemmo; — epoi conquistaci da cavaliere e da cristiano, non da traditore e da codardo.»
E Carlo tremante, volendo e non potendo sdegnarsi, che il rimorso lo pungeva come aspide, rispondeva:
«Tornate in patria; — riavrete le vostre sostanze, purchè vi lasciate governare dal duca Alessandro.»
«Noi vogliamo patria e libertà; tu ce l'hai rapite, e noi da te le ripetiamo, — e te le richiederemo al tribunale di Dio.»
Il caso avveniva a Napoli; — era l'egregio vecchio Iacopo Nardi. — Io non mi dilungo su questa avventura: adesso cominciano tempi squallidi e che pure meritano essere esposti per insegnamento degli uomini; ed io nel sospetto che le anime gentili si sconfortino nell'udirli raccontare, considerando con occhio attonito come manchi talora all'uomo una caverna per ripararsi dalla procella della tirannide, che pure fu concessa alla belva per ischermirsi dalle tempeste della natura, gli lascio. Cominci da lei chi detterà la storia del principato; — la protesta del Nardi in cima al libro parrà quasi l'impronta di Caino sopra la fronte del tiranno. Su via, sorga qualche animoso in Italia che sappia scrivere un libro col cuore col quale combatterebbe una battaglia. Nella terra di Dante non nascerà più alcuno che valga ad apparecchiare un nuovoInfernod'infamia a coloro che ridussero in servitù la nostra bella Firenze?
Il poema a cui non pose mano e cielo e terra, e che tuttavolta mi è sacro[368], qui ha fine. Però a me e ad altri sembrerebbe incompiuto, dove non raccontassi gli ultimi fati dei più notabili tra i personaggi del mio dramma. Adempirò a questo ufficio con anima pari a quello che, la Dio grazia, ho saputo conservare fino a questo momento.
Zanobi Bartolini, col cuore roso dal rimorso e dall'ambizione delusa, si ridusse ed abitare la sua villa di Rovezzano; qui, sospettando per sè, — il giudizio dei posteri presentendo severo, menò squallida vita. Il più delle volte tristo, solo e secondo il suo costume seduto, sonnecchiando, sopra un seggiolone ch'ei poneva obliquo al pavimento. A vederlo in cotesta attitudine nissuno avrebbe pensato qual battaglia combattessero nel suo spirito le feroci passioni; ma la settimana stampava su la faccia di lui le impronte dell'anno; — le sue labbra sovente balbutivano inintelligibili parole, — invocava la morte. Un giorno alcuni suoi famigliari, credendo ch'ei dormisse, si posero a lamentare su la Repubblica ed a rammaricarsi della cecità loro, che, lasciandosi svolgere dai sofismi del Bartolini, avevano le proprie forze adoperato a istituire la tirannide in casa. Chi ci torrà da dosso questo Alessandro che noi stessi abbiamovoluto? Che cosa più ormai gli rimane a tentare? Non è egli forse diventato assoluto tiranno?
«Assoluto tiranno! Chi assoluto? Voi v'ingannate; non capitolava Fiorenza a patto della conservata libertà?»
«E voi, uomo riputato prudente, pensate essere alla malevoglienza ed alla forza bastevole riparo una carta scritta? Stamani fu soppressa la Signoria, casso il gonfaloniere, Alessandro de' Medici proclamato tiranno.»
Proruppe il Bartolino in un gemito profondo, sollevò le mani e lasciò abbandonarsi la testa sopra le spalle; — la seggiola squilibrata tracolla, e Zanobi rovinando percuote di forza la nuca sul terreno; accorsero a sollevarlo; due sole goccie di sangue gli erano sgorgate dalle narici lungo la barba, — nel rimanente non pareva offeso. Pure gli giunse ogni rimedio tardo, — il colpo era stato sufficiente a cacciarlo fuori del mondo. Così Eli moriva quando gli fu riportato, con la sconfitta di Giuda, morti i suoi figliuoli, l'Arca di Dio cattiva[369].
Fu, come dicemmo, Zanobi amorevole della Repubblica, ma, disdegnoso, superbo, troppo in sè fidente, immaginò un concetto, presumendo poterlo sostenere da sè solo senz'altri aiuti, con tristi strumenti sperò fare opera buona; intendeva ingannare a fin di bene, e fu posto di mezzo a fine di male. Stando col popolo, non si sarebbe chiusi con le sue medesime mani gli occhi, e di certo gli veniva fatto salvarlo; onde, per istringere molte sentenze in una, Zanobi non con la intenzione, ma con l'effetto rovinò la patria. La giustizia degli uomini, a cui male si addice ricercare le intenzioni, sta al fatto e decide; — quindi di lui rimase fama come di traditore; — e a parere mio ebbero ragione i posteri. Non so se questo antico esempio ed altri che potrei allegarneviciniavranno forza d'incutere salutevole timore in coloro che, troppo presumendo di sè, pongonsi a capo dei civili negozi: — forse non l'avranno, ma in ogni caso non si potrà da loro dedurre la ignoranza. — Scopo di questo mio discorso è tenerli avvertiti.
E Pieruccio? — Egli si trovò in quasi tutte le battaglie della patria e quasi in tutte era rimasto ferito. Ora non gli avanzava più veste che lo coprisse, — non ferro per combattere, — non sangue, non parte di corpo che fosse sana. — Stava per mancargli la patria; — perchè si tratterrebbe più oltre quaggiù?
Ma anche lui prima di morire punse il desiderio di contemplare dall'alto un'altra volta Firenze, — e s'invogliò di una fossa posta sul colle più prossima al cielo per ricevervi le prime rugiade, il primo e l'ultimo saluto della luce, per sentire più da vicino la tromba dell'arcangiolo quando chiamerà i morti, imperciocchè i giusti non rifugganodal giudizio di Dio. — Colà verso Trespiano, ove di presente giace il cimitero della mia città, alcuni marraiuoli condotti a prezzo, pochi giorni dopo la resa, scavavano fosse e vi stipavano i cadaveri dei morti sparsi alla campagna, per amore di tutelare dai maligni effluvii l'aere del contado. Qui venne alternando lento i passi Pieruccio; — a vederlo non pareva cosa umana. — Egli non piangeva, perchè aveva consumato le lacrime; — non sospirava, perchè l'angoscia lo aveva fatto di pietra: — giunse sul margine di una fossa; il marraiuolo zappando non lo badava; — intento al suo lavoro empiva l'aere di un canto sinistro, di cui il concetto era questo: