Chapter 51

La ballata dell'uomo e del mattone.

«L'uomo è troppo superbo, e il mattone troppo umile; — non pertanto entrambi escono dal mio seno, ed entrambi vi tornano; — entrambi io terra amo come figli gemelli, — l'uomo dico e il mattone.»

«Quando la gran madre natura comandò che dal mio seno spingessi fuori l'uomo, mi disse: fammi un uomo; — e quando volle il mattone ancora, disse: fammi un mattone; — nacquero per la virtù delle medesime parole: la creta dell'uno stava accanto alla creta dell'altro, caso fu che il mattone non nascesse uomo, e l'uomo non nascesse mattone, proprio fu il caso; ora dunque perchè l'uomo insuperbisce sopra il mattone?»

«Se l'uomo calpesta il mattone, non vi lascia l'orma — e il mattone non soffre: all'opposto l'uomo si curva gemendo sotto il piede di chi lo calpesta e non sa aiutarsi. — Lunga è la vita del mattone, sicchè può sostenere, fatte cadaveri, due o quattro generazioni di coloro che lo hanno calpestato. — La vita dell'uomo passa come ombra, e spesso egli muore nella rabbia di contemplare avventuroso il suo oppressore.»

«L'uomo si consuma nell'angoscia: — quando intendeste voi che il mattone gridasse: ahimè? — Se il mattone diventa rosso, ciò è perchè il fuoco lo cuoce: — l'uomo poi si fa vermiglio a cagione della vergogna o del sangue.»

«E l'uomo è vinto dal fuoco, dall'acqua, — da tutti gli elementi, — ma il mattone gli sfida per tempi immemorabili. Però l'uomo è più duro del mattone in una parte sola, — nel mezzo del cuore.»

«E se poni il mattone accanto al mattone, vi stanno quieti, nè il fratello dice al fratello: Fatti in là. — Poni l'uomo insieme coll'uomo, e si divoreranno tra loro — ma l'uomo ragiona.»

«Il mattone rotto si tramuta in sassi; co' sassi qualche volta si uccidono i re[370], qualche volta anche i papi[371]. — I sassi somministrano armi al popolo quando un giorno lo prende fastidio di servire da gregge. I tiranni temono più i sassi dei pugnali. — Ora a che è buono l'uomo quando ha chiusi gli occhi alla luce?»

«Io sono la terra, — la terra antica, — ma figlia sommessa alla mia genitrice natura; pure il mattone è il figlio della mia tenerezza: io non mi sono mai vergognata di lui. — Se mia madre ascoltasse il consiglio della sua figlia, io le direi: rompiamo la stampa dell'uomo; creiamo invece un miliardo[372]di tigri; anch'essi mi sono figliuoli, e se non foss'altro, hanno la pelle più vaga.»

Pieruccio lasciò che il marraiuolo ponesse fine alla canzone, poi incominciò:

«Per cui scavi cotesta fossa?»

Al suono arrogante della voce il marraiuolo tenne ch'ei si fosse un barone, per lo che, prima di raddrizzare il dorso, si recava ossequioso la mano alla berretta; quando poi vide la strana sembianza, riprese come stizzito il lavoro, rispondendo:

«Anche per te, se vuoi...»

«Sia; per me. Affréttati dunque, perchè il vivere mi pesa, — aspetterò che tu l'abbia fornita, — poi morirò; — lavora di forza. Voi altri uomini, per poco che vi si mostri un fiorino d'oro, diventate terribili; — eccoti fiorini; io me li portava addosso perchè hanno impresso il giglio e il Battista, e perchè il re di Tunisi per essi conobbe il grande stato di Fiorenza, ond'ebbe a riprendere l'astio dei Pisani che ne levavano i pezzi[373]; ma tu, villano, nulla sai di ciò e nulla ti preme saperne; — iote li dono perchè tu presto mi apparecchi il letto del mio riposo; — mi sento rifinito e mi tarda a dormire.»

Disfece Pieruccio un lembo dei suoi stracci, e sulla terra diffuse copia di fiorini. A quella vista il marraiuolo balzò fuori dalla fossa; cupidi figgeva gli sguardi sopra l'oro sparso, — poi li volse d'intorno, — ed alfine brandì la zappa.

Pieruccio, indovinando il mal talento di lui, lo avvinghiò all'improvviso pel collo e ridendo gli disse:

«Perchè vuoi uccidermi? io ti affermo con sacramento che, appena terminata la fossa, io voglio morire; indugia anche un poco; — tanto la fossa dovresti pure fornirla per nascondervi dentro il tuo delitto; — va' dunque e ti affretta; la mia vita sta nelle tue mani, ma tu non devi tormela.»

E con impeto nervoso ricacciò il marraiuolo dentro alla fossa, il quale cominciando a sentirsi agitare dai vani terrori che a quei tempi ingombravano le menti del popolo, tremando forte e senza più levare la faccia da terra, si adopera a terminare lo scavo.

Pieruccio si pone a sedere su di una pietra; i gomiti appoggia sopra i ginocchi, le guance abbandona ai pugni e contempla Firenze.

«Addio, di repente proruppe, — addio, Fiorenza la bella, — addio, patria; — io non conobbi mia madre, — mio padre mi procreò nell'ora del delitto e si vergognò del suo sangue. — Tu, Fiorenza mia, non ti vergognasti di me — tu mi hai amato come figliuolo, — io come madre; — mie tutte le tue glorie, — non concittadini, ma fratelli miei gl'incliti personaggi che uscirono dal tuo fianco. — Quando ambasciatori, baroni, uomini insomma di alto affare venivano a farti omaggio, io, aggrappato al capitello di una qualche colonna e spenzolato dal cornicione di un palazzo, godeva dello splendore del corteggio e delle cerimonie usate alla Signoria, — e il mio cuore esultava come di onoranza resa alla mia famiglia: — il mio stemma faceva giglio rosso, — il gonfalone di Fiorenza era il mio pennoncello. O Fiorenza! ti versi l'Appennino acque perenni, onde tu goda di eterna fragranza, e dal tuo fiore emanino sempre effluvii di grandezza e di gloria... Tuttavolta i fanciulli della mia città mi hanno percosso nel capo, — tale altra m'insanguinarono il fianco, — ma, — vedete, — qualche dolore ci fa meglio amar la cosa diletta. E poi qual dolore non placava l'esultanza di vagare pei suoi campi in primavera, — e i piedi, le mani, la faccia, rinfrescare di rugiada, — inebbriarsi nei primi raggi del sole, con aperte narici bevere l'area che spira vividissimo dai colli paterni? — la terra morbida per erba folta ti sembra elastica sotto le piante: tu ti senti leggiero da sfidare al volo la rondinella che venneda lontane regioni a rallegrare l'anno che rinasce... — Oh come è lieta la vita! Marraiuolo, hai terminata la fossa?»

«Più poco manca.»

«Aspetterò paziente. — Adesso, o Fiorenza, i tuoi lioni hanno cessato di ruggire. — Alla repubblica arriva gradita la voce del re degli animali, — al principe giunge increscioso qualunque suono che non sia di cortegiano. — O patria mia! tu mi giaci davanti, e sei anche bella, perchè la vergine il primo giorno della sua morte, quando l'ornano di fiori, e la vampa dei ceri accesi le mantiene su le guance un crepuscolo di vita, sembra che dorma; — pure tu sei morta, — ben morta, — povera patria! — La statua equestre di Giovanni Acuto, costà in Santa Maria, par che muova le braccia in battaglia; il suo buon destriero solleva le gambe per mutar il passo; — o gente che vi trovate sotto la mensa che sostiene il simulacro dell'Acuto, non vi prenda timore, — quel passo non sarà mutato, — coteste braccia non faranno più moto nel mondo, — il prode capitano diventò una cosa inanimata. — Fiorenza ormai non cambierà più fianco, imperciocchè ella non dorma, ma giaccia morta; — tra poco il segno della putredine contaminerà la sua faccia: — chi lo nega? — forse l'arca di marmo pario scolpita di sottile lavoro e le gemme, i monili e le vesti di velluto magnifico salvarono il corpo della contessa Matilde dell'insulto del verme? Chiunque muore si disfà. — O Fiorenza! se almeno ti avessero gettato sopra le spalle un lembo di porpora e sul capo una corona di spine, e nelle mani posto una canna per iscettro... come Gesù, saresti argomento di compassione; — ma no, gli scellerati non si tennero contenti a renderti infelice, essi ti hanno voluta contennenda e giocosa. Ti hanno acconciato in capo una corona di carta e ti posero al fianco una spada da giullare, — poi ti hanno data in moglie al figlio di un prete e gli hanno imposto per patto nuziale che ti avveleni; — egli ti viene addosso e ti porta il veleno nel manto ducale; — costui è miserabile e piccolo, — eppure non meno mortale uccide il suo veleno. — La potenza di nuocere non si misura nei principi dalla grandezza dello stato, — appartengono tutti alla medesima famiglia dei serpenti, — l'aspide spegne al pari del dragone...»

«La fossa è pronta.»

... erano condotti giù per la grande scala del Palagio nella corte a ricevervi la morte....Cap. XXX, pag. 752.

... erano condotti giù per la grande scala del Palagio nella corte a ricevervi la morte....Cap. XXX, pag. 752.

«Sii benedetto, marraiuolo; — eccomi — il mio cuore si rompe; — marraiuolo, prendi tutti i miei fiorini, — lasciamene solo uno — uno solo sul cuore; certo io non sentirò più nulla tra poco, ma l'impronta del giglio mi farà del bene: — in ogni caso, quando risusciterò, il mio primo sguardo sarà pel giglio, e la mia anima esulterà. — Marraiuolo, ponmi poca terra sul corpo, perchè voglio esser pronto alla chiamata dell'angiolo, — voglio precedere al giudizio di Dio i tiranni della mia patria che avranno sepolcro costà nella valle — e accusarli; — e se non apriranno a me povero peccatore le porte del paradiso, scongiurerò la infinita misericordia onde mi converta in demonio per tormentarli a senno mio nell'inferno. — E voglio anche precedere il tristo armento di quantivoi altri mi seppellite qui intorno, onde, quando giungeremo davanti al giudice piangolosi e supplichevoli, io possa essere in tempo a gridargli: Dio eterno, cacciali via, perchè hanno combattuto contro la libertà della mia patria. — Oh! quanto è gran dolore abbandonare la madre e la sposa, ogni cosa in somma più caramente diletta, e abbandonarla infelice! — un bacio, — un altro bacio, — un altro ancora.» — E qui si avvoltola per la terra e la bacia e ribacia con delirio smanioso, poi ripiglia: — «Dio creatore, perchè, se la terra doveva essere un luogo di pellegrinaggio, l'hai piena di tanti affetti? O perchè non ci hai fatto il cuore più duro? E se la terra era un luogo di prova, ond'è che ci adunasti tutti gli affanni dell'inferno? Perchè per un solo paradiso ci apparecchiasti due inferni? — Veramente la nostra patria è fuori di questo mondo; — qui non possiamo vivere innocenti nè illesi; — di là il ristoro delle angosce, di là il riposo, di là la riparazione dei torti, il premio e la gloria... Io chiudo le palpebre e muoio. — Nondimeno..., Dio padre..., se prima della fine dei secoli... Fiorenza mia ritorna bella e decorosa, se torna ai suoi leoni il ruggito, se il gonfalone della Repubblica alle sue torri... Dio padre, toccami gli occhi ed aprimeli, — un minuto, — un attimo, — ch'io la riveda... ch'io intenda il grido: viva Fiorenza!... e poi starò per patto un milione di secoli nel purgatorio... Fiorenza..., cuoprimi...»

La bocca del Pieruccio appariva contaminata di spuma, — la sua persona nel furente rotolarsi sul terreno sassoso era rotta in più parti nè dalle aperte ferite usciva sangue, ma poco siero sanguigno che andava rapprendendosi intorno alle margini: povero Pieruccio! sembrava percosso da epilessia; — i suoi ultimi moti erano disperati ed angosciosi come quelli del pesce trafitto dai denti della fiócina; — l'estremo atto convulso lo sorprese sull'orlo della fossa e vi traboccò dentro, tenendo le mani compresse sul cuore con un fiorino stretto tra le dita. Il marraiuolo stette alcun tempo co' capelli ritti, la persona composta a terrore, non osando nè potendo movere passo: — poi vide i fiorini sparsi e si curvò a raccoglierne uno... due... tre e tutti, non senza volgere sospettoso lo sguardo alla fossa per mirare se ne usciva il Pieruccio. Si quietò la paura, e l'avarizia prese a dominare assoluta su quello spirito tristo: allora si risovvenne del fiorino che il Pieruccio aveva tolto per tenersi sul petto, — gli venne l'agonia di possederlo, — non gli bastarono i tanti raccolti, — gli sarebbe parso di non averne pur uno, se non giungeva ad attrappargli anche quello; — però affacciarsi alla fossa non si attentava; — tra il sì e il no vacilla, — mosso appena il passo, a sè lo ritrae frettoloso, — finalmente imprime un'orma in avanti, la seconda seguita spedita, — si affaccia alla fossa. Oh Dio! — Pieruccio ha gli occhi aperti come persona viva, — come morto le pupille intente, — e la sua bocca contratta non si sa bene se rida o se minacci. — Finchè il marraiuolo vedrà quel volto, non gli riuscirà toccarlo; — concepisce nuovo consiglio, — impugna la pala e gli getta tre o quattro palate di terra sul capo; — così assicurato, si spenzola dalla fossa e,tese le braccia, s'ingegna ad aprire con forza le mani al Pieruccio e levargli il fiorino. — Sia che avanzo alcuno di vita rimanesse in questo misero, sia, come credo piuttosto, che ciò derivasse da moto spontaneo del corpo, comunque cadavere, il capo di lui si alza con violenza di sotto terra ed empie di fango gli occhi e la faccia del marraiuolo. — La paura lo vinse; — stette lungo tempo semivivo e immemore di sè, sporgente col capo, le braccia e fino al torace dentro la fossa; — mal si distingueva il vivo dal morto. Quando risensò, non potendo ricuperare l'uso delle gambe, carponi a modo bestia allontanavasi: — la cupidigia e l'avarizia sue lo avevano degradato anche sotto la condizione del bruto.

Finalmente Giovanni Bandini stampa un'orma sul terreno della patria con la esultanza del nemico che preme il seno del vinto nemico. — Ahi misero! — Adesso ha côlto il frutto della vendetta, — si accorgerà più tardi di qual gusto egli sappia, — più tardi l'agonia della offesa e il rimorso e la paura; — più tardi il cuore impietrito il volto senza pudore, il sangue tramutato in veleno: — ora il suo pensiero viene assorto dall'ansia di tenere nelle sue mani Maria.

Povera donna! oh perchè egli non la lascia in pace? Finchè l'anima di lui si mantenne innocente, fu il suo amore tutto lieto, tutto bello, come il fiore tocco dall'alito fecondo di primavera, e le sue immagini di vita serena, con la sua donna al fianco sempre amata, sempre amante, e con una corona di figli, decoro dei tardi anni; — quando poi gli s'incupì l'intelletto, — allora l'arse una fiamma d'inferno, — la passione gli stette nel seno quasi aspide nel nido, — desiderò Maria con più intenso furore, ma non per renderla felice, sibbene per tormentarla; — scopo principale della sua vita era stato sempre Maria; una volta lo agitava l'amore, adesso l'odio, e questo più forte ancora di quello, perchè aveva aggiunto al proprio fuoco le sue fiamme. Hans Verner immaginò, come altra volta avvertiva, due anime che sempre si sieno amate di santo amore nel mondo comporre un angiolo nei cieli, due anime che per amore degenerato in odio sieno costrette a cercarsi per tormentarsi; io per me penso, debbano formare giù nell'inferno un demonio.

Giovanni procede a salti a guisa di belva che si slanci sopra la preda, — giunge alla via di Parione, — tocca la soglia della casa verso la quale s'indirizzavano i suoi passi, e non si accorge due festoni di cipresso pendere dal limitare. Deserte sono le scale; — dalla parte della cappella muove odore d'incenso e talvolta un bisbiglio di voci supplichevoli. Quivi affrettandosi, penetra nella cappella; adesso gli si presenta un molto singolare spettacolo. Sopra un letto parato di seta cremesina a frange d'oro col capo inclinato su candidissimo origliere giace una pargoletta nell'atto in che dipinse Rafaello il fanciullino Gesù il qualepare che nel sonno favelli le parole:ego dormio, sed cor meum vigilat.— Ella non dormiva però; — come i fiori che la circondavano in segno della sua purità erano stati recisi dallo stelo, così ella era caduta dalla vita; — una reliquia di bellezza le rimaneva sul volto, nel modo stesso che, sparito il sole dall'orizzonte, vi si ferma alcun poco a rallegrarlo la luce del crepuscolo. E intorno al letto composti in varie sembianze apparivano alcuni gruppi di fanciulli pallidi e silenziosi, sicchè tu gli avresti tolti per uno di quei cari bassirilievi di Lucca della Robbia dove con impenetrabile magisterio effigiò i cuori degli angioli.

Il Bandino soprastette alquanto maravigliato, poi si accostò spedito, movendo all'intorno insolito strepito a cagione della armatura di che andavano gravi le sue membra. Allora i fanciulli levarono la faccia e, gittando urli spaventosi, fuggirono dalla cappella, non altrimenti che si faccia uno stormo di colombi all'improvviso turbati nei campi dove lì trattiene desio di cibo e di bevanda. Il Bandino sempre più si avvicina, e pargli che la pargola defunta tenga nella sua mano destra, — e certo tiene, — una carta suggellata indiritta a messere Giovanni Bandino, gentiluomo fiorentino. — Tristo messaggiero era quello e apportatore sicuro di sinistre novelle; — esitava a prendere la carta, pure alla fine la tolse, e apertala in furia lesse:

«Giovanni!

«Non ho più nulla che mi trattenga sopra la terra. Mia madre è morta, — mia figlia, come vedi, morta; — Ludovico Martelli, a me, come fratello, carissimo, anch'egli morto; — tu poi... avventurato te, se fossi morto! — Io rammenterò quei diletti defunti con affanno e con amore, — te poi con vergogna. — Non cercarmi; — io ormai sono fuori della tua potestà; — tu fra te e me ponesti il delitto, — io posi Dio. — E quando pure in te fosse potenza di violare il sacro asilo dove ho preso ricovero, sappi che il campanile della chiesa è smisuratamente alto, ed io, anzichè venire viva in forza tua, mi precipiterei da quello per cadere cadavere informe ai tuoi piedi. — Addio! Io scaverò con le mie ginocchia i gradini dell'altare, — la mia preghiera starà, come la lampada, eterna davanti la immagine della Madre di Dio, affinchè ti tocchi il cuore, e prima di morire tu detesti il tuo fallo. A San Pietro fu rimessa la colpa di avere rinnegato il Salvatore, ma le lacrime della penitenza gli scavarono due solchi nelle guancie, — e il rinnegare è men reo del tradire. Grande fu il tuo misfatto, pure infinita si volge alla creatura la misericordia del Signore. Gli uomini non possono più assolverti, — Dio tuttavia il potrebbe. — Io ti compiango....»

Non lesse più oltre, e con i denti e con le mani stracciò il foglio, — tanta ira lo vinse; — poi, come lo consiglia il furore, sferra un calcio alla bara, — e fiori e ceri, origliere e cadaveri manda a rifascio sossopra.

E la cercò con l'astuzia del serpente, — ma non gli valse; — ladonna aveva con raro accorgimento soppresso qualunque traccia; — in qual tomba sieno state riposte le sue ossa ignoriamo; — certo la religione avrà consolato gli ultimi anni di cotesta sconsolata, — non pertanto è facile a immaginarsi ch'ella abbia affrettato co' voti la pace del sepolcro.

Il Bandino inferocì nella sua perfidia, ebbe un brano di popolo a divorare, — anco a lui toccò una verga per percotere i suoi concittadini. Sempre con l'offesa alla mano, la ingiuria alla bocca, egli raccolse ampio tesoro di abborrimento e si tenne beato: dovunque mostrava la sua pallida faccia non ardiva apparire il sorriso, e le parole compagnevoli od erano tronche a mezzo, o le terminavano bisbigliando; — i suoi detti amari non risparmiavano gli amici meglio dei nemici, più volte ne fremè lo stesso duca Alessandro; e se non lo uccise, ciò non avvenne per dubbio di essere tenuto ingrato, sibbene perchè si sentiva come sopraffatto dal fascino di quell'uomo tutto veleno. Spento Alessandro, il Bandino, punto cangiato dagli anni, praticò gli stessi modi con Cosimo. Questi, al primo sarcasmo profferito in onta di lui e della duchessa Leonora sua moglie, fece bocca da ridere, e nel cuore segnò la sua morte; e non tanto pel motto acerbo, quanto per tórsi dattorno tutti coloro ai quali pareva dovere andare debitore del suo innalzamento, attese un pretesto che togliesse a un punto la reputazione al Bandino, e a sè con la vendetta procacciasse fama di pio; — cupissimo ipocrita fu in tutte cose costui; — ad un tratto lo accusò di tale delitto del quale i modesti non assumono difesa per reverenza al pudore. Prima di farlo infelice, lo rese infame; — quando il principe accusa, i testimoni non mancano, e caso mai essi manchino, i giudici per condannare si trovano sempre, — nè forse il Bandino era del fallo imputatogli del tutto innocente, a simile turpitudine condotto dal disprezzo di questa nostra umana natura. Preso e condannato a perpetuo confino nella fortezza di Volterra, donde dopo molti anni venne trasferito nella fortezza di San Giovanni Battista, quivi morì nel 13 agosto 1568. Di qual morte finisse è ignoto; questo solo sappiamo con sicurezza, che quelle mura furono segrete, profonde e terribili come il petto di Cosimo I, che i Medici con le proprie mani dettero opera a fabbricare veleni, — che Cosimo fu ammiratore ed amico di Filippo II austriaco re di Spagna, chiamato meritamente il demonio del mezzogiorno, e finalmente che ambedue questi principi, non che fossero inesorabili ai nemici, i propri figliuoli di ferro o di veleno spegnevano!

Ora udite la fine di Bono Boni dottore di legge.

E perchè rammenterò io la morte di così ignobile uomo con larghezza maggiore di quella che adoperava fin qui ricordando l'ultimo fato di tanti personaggi più virtuosi o più magnanimamente scellerati di lui?Perchè io conosco, anche ai dì nostri, uomini simili affatto al nostro Bono Boni: e forse il fine miserevole dell'antico Bono potrebbe ispirare salutevole spavento ai Boni moderni, — e dico spavento, avvegnachè, se mai avviene anima alcuna di costoro andare in luogo di salute, ella vi perviene di certo per paura dell'inferno, non mica per amore del paradiso.

Messer Bono ebbe donna, e la tolse non già aspettandone domestica dolcezza o per posare le agitazioni della vita nella quiete degli affetti matrimoniali, o per forme venuste, o per care doti dell'animo; tutte queste ell'erano baie per lui. Egli badò se avesse parenti e quanti; — se avanzati negli anni assai; — se di retaggio provveduti e di eredi; — e quando la mente, fatti i calcoli coll'abbaco del suo cuore, trovò il conto tornargli, — allora chiese santificare, diceva egli, il vincolo col sacramento. Nelle nozze egli ebbe in mente soltanto la eredità; — le nozze egli considerò quasi prolegomeni del testamento; e pensando poi che se la moglie veniva a morte senza figli, non pure non avrebbe eredate dal socero, dai cognati e dall'altra caterva dei parenti suoi, ma gli sarebbe toccato restituire per legge di statuto metà della dote... la prima volta diventò padre per calcolo, — la seconda per briachezza — e la terza per distrazione. Dicono l'annunzio della nascita di un nuovo figliuolo ricevesse col volto col quale intese dal suo castaldo avergli il fulmine incendiato il pagliaio. Spesso fece piangere la moglie derelitta rampognandole oscenamente la fecondità del suo alvo; imperciocchè sebbene la povera donna sentisse dello scemo nel capo, nondimeno, come ogni giorno vediamo, la natura non aveva percosso di stupidità le sue viscere materne. Quegl'infelici germogli, aduggiati dalla influenza dell'odio paterno, pesti da continue percosse, sbigottiti dai rimprocci, dal vivere sottile estenuati, svennero intisichiti quasi prima di nascere. Il padre a quale andava per dolersi seco delle morti frequenti di casa sua rispondeva con serafica petrificazione: «Miseri noi, non essi, a cui prima di contaminarsi di colpa fu dato salire al paradiso, dove svolazzano cherubini bellissimi di luce.» — La madre piangeva.

Un solo, il primogenito, sopravvisse indomato alle battiture e ad ogni genere di tormento domestico. Il padre quando vide che ad ogni costo voleva vivere, intese a cavarne profitto. La educazione a cui lo crebbe fu lo sviluppo continuo di questo assioma, che piantò nell'anima del fanciullo come principio di tutta sapienza: — Il danaro è il sangue dell'uomo. — Onde, nel cervello selvatico di cotesto sciagurato, danaro e sangue diventarono due cose per cagione di vita connesse e producentisi a vicenda, l'oro era il sangue, il sangue l'oro. — Il padre poi si compiaceva compiere la educazione del figliuolo a un punto e quella del suo mastino, — pane, — acqua, — bastone —; e catena; — pensò sarebbero stati ambidue buona guardia, — amendue avrebbero morso e latrato se mai il ladro s'introduceva furtivo, notte tempo, in sua casa, — e il figliuolo meglio del cane, perchè ci aveva maggiore interesse. Dopo la sua morte non avrebbe egli eredato il suo sangue, — il suo danaro?

Dopo la sua morte! — E chi lo ha detto? — Non poteva forse il suo figliuolo morire prima di lui? — Certo poteva, ma non perciò sariensi i suoi giorni prodotti più lunghi. Oh avesse potuto rubare al figliuolo i suoi giovani anni e aggiungerli ai suoi! Egli sapeva che fisici valorosissimi avevano trovato la via di prolungare la vita infondendo nelle vene dell'uomo decrepito il sangue del fanciullo[374], ma da sè non poteva eseguire la operazione, e il segreto gli sarebbe costato troppo oro... Basta, per ora si sentiva forte e rigoglioso; — quando gli fosse venuto meno il vigore, vi avrebbe pensato.

Talvolta spezzò la catena..., non il mastino, — il figliuolo di messer Bono Boni, — ed irruppe nel fango della vita, — il vino — e il bordello. Se il suo imbestialito intelletto non pregiava più gentili piaceri, poteva forse incolparsi? — Tornato a casa, una procella di colpi gli rompeva le ossa, — ed egli quantunque si sentisse i denti capaci di lacerare suo padre, non ardiva avventarsi a cagione dell'antico terrore; solo brontolava cupo e digrignava le mascelle orribilmente.

Il figliuolo di messere Bono Boni appena conobbe che il danaro comprava il vino e la meretrice, non volle aspettare la morte del padre per possederlo; — dal germe della idea che il danaro era sangue stava per nascerne un frutto nefando.

Però l'istinto della natura, non affatto compresso dall'abbominevole insegnamento, prevalse; — prima del sangue egli scoperse il furto. Quando la notte scendeva paurosa sopra la terra, — e la grandine percoteva crepitante su i vetri, — e il tuono squarciava le nuvole del cielo, — e gli ululati dei cani empivano l'orrore delle tenebre; — nell'ore in cui la superstizione immagina spalancarsi le antiche sepolture e quinci trarre gli spettri a tormentare i colpevoli, — in cotesta ora che il meglio animoso si stringe a cui gli dorme al fianco, — e chi si giace solo si fa il segno della salute e si avviluppa nelle coltri, — il figliuolo di messere Boni con suoi grimaldelli, a passi sospesi, ritenendo l'alito, si accosta all'arca paterna e ruba in un attimo un pugno di fiorini d'oro: — erano l'agonia di dieci famiglie ridotte dal padre alla disperazione. — Così avvenne una ed altra volta. — Certa notte poi a mezzo decembre, — la vigilia di un giorno di festa, successe il caso che sono per dirvi.

Strideva acutissimo il rovaio: — di neve ogni cosa era piena e di ghiaccio, — la campana che accenna le ore batte così distinta che pare che picchi sul tetto della casa di Bono Boni. — Lo sciagurato giovane, furente di libidine per nuova meretrice, procede a procurarsi col furto il censo grancito all'orfano, per isprecarlo in prezzo di prostituzione, — oscena serie di colpe! Pon mano sopra la serratura, — apre la porta... morte di Dio! Bono Boni con una vecchia casacca tutta rattoppata addosso, un caldanuccio davanti, agli scarsi tizzi del quale andava ad ora ad ora rinfocolando le dita assiderate, — al pallido chiarore dellalucerna mezzo spenta, a cui, mancato l'olio, avea messo un po' di rialzo da un lato onde l'umore rimasto in fondo sgocciolasse verso il lucignolo, — sta numerando i suoi fiorini, — i ducati del sole... li zecchini veneziani... in somma un tesoro, e per quanto scarso splendesse il lume, non pertanto le monete d'oro raggiavano.

Udendo Bono Boni rumore, solleva gli occhi.

Sovente avviene nelle Indie che, mentre ti accosti ad una siepe per cogliervi fiore o chiappare farfalla, tra fronda e fronda ti vedi all'improvviso comparire davanti il ceffo del tigre.

Così s'incontrarono padre e figlio; — non proruppero in urla, — non fecero gesto, — vivono soltanto negli occhi; e come il rospo avventa schizzando il raccolto veleno, essi l'un contro l'altro si scagliano un getto magnetico di odio, di maledizione e di morte. Il cuore si agita dentro cotesti empi petti, quasi groppo di vipere sturbate nei loro congiungimenti. Nessuno si minacciò; — il pensiero sta chiuso nel cervello loro, come il pugnale nella guaina, — non hanno armi, e non pertanto cotesto è duello a morte, — combattono con gli occhi, — riparano e studiano colpi di certa offesa e mortale.

Ma gli sguardi del giovane ferivano più trucemente intenti, — più divampati, — più pieni d'inferno; — quelli del vecchio da un angolo all'altro balenarono smarriti; — gli mancò l'anima, — si sente ferito; — allora pian piano stende la destra obliqua e saltellante, come il ragnatelo per ghermire la mosca, ad afferrare un coltello.

Prima che la mano giungesse al coltello, il figlio ha stretto la gola del padre e con voce incavernata gl'impone:

«Dammi i fiorini.»

«No.»

«Dammi i fiorini, ti dico...»

«No, no.»

«No? — prendi.»

E qui gli sferra una martellata sul capo, poi soggiunge:

«Dammi i fiorini...»

Il sangue inebria al pari del vino; e più il vino è generoso, — e il sangue ci appartiene dappresso, — tanto meglio l'uno inebria chi lo beve, — tanto meglio inebria l'altro chi lo versa: — quello che adesso sgorga è sangue di padre!

«Non vuoi tu darmi i fiorini? Prendi dunque, Bono; — prendi, messer Bono Boni; — prendi, prendi.»

Il cranio va ai fieri colpi sbrizzato, — un lembo di cervello si versa oscenamente pel viso a Bono Boni, — il rantolo prorompe fumoso di sangue dalle fauci di lui; e il suo figliuolo continua a martellargli rabbioso sul capo, — poi si fermò e gli disse::

«Ora vuoi tu darmi i fiorini? — Non rispondi? No? Io tornerò a domandartelo tre volte e poi riprenderò le percosse più forti di prima.»

E siccome dopo la triplicata, interrogazione il padre non rispondeva nulla, il figliuolo si avvisò esaminargli la testa. Vista che l'ebbe, scoppiò in altissime risa...

«Vedi ve'; — chi avrebbe creduto che questo capo contenesse tanto cervello?» E poi in suono lieto continua: «Certo ora non può egli rispondermi: prendili o lasciali stare, — non dirà più nulla mai: — io posso portarli via a bell'agio.»

E ne tolse piene le pugna e accorse alla casa della meretrice, la quale non aborrì dalla moneta insanguinata nè del contatto del parricida; — e sciolta appena dalle braccia di lui si affrettò a denunziarlo al bargello, empiendo le mani di nuovo denaro — e sanguinoso ancora egli. — Ora coloro che in versi o in prosa ebbero coraggio di paragonare l'uomo al tigre mi dicano in coscienza se non ne sentono pentimento e rimorso.

Pochi giorni dopo egli era tratto al supplizio; — andò nè superbo — nè dimesso, — ma stupido, — affatto chiuso nella sua bestialità. — Brevi momenti innanzi di morire un raggio d'intelligenza, — l'unico che in tutta la vita gli scintillasse al pensiero, gli si diffuse su l'anima, e favellò:

«Non so quale delle due infamie sia per me la maggiore, — o quando venni nel mondo per mezzo di messere Bono Boni mio genitore, — o adesso che n'esco fuori per le tue cure amorevoli, compare Taddeo.»

E toccò in atto di carezza le gobbe spalle al carnefice Taddeo.

La meretrice, dopo che fu giustiziato, venne presa da veemente scrupolo e, per mettere in quiete la coscienza, fece celebrare una messa per l'anima del defunto alla Santissima Vergine dell'Annunziata.

Se allora fosse costumata lareale e imperialeistituzione del giuoco del lotto, onore e lume della presente civiltà toscana ed anche romana, fors'ella ne avrebbe ricavato i numeri.

E forse vinto.

E forse diventata maggiordoma maggiore, — e allora avrebbe imbandito mense, convitato a festini; — i poeti l'avrebbero cantata con una procella di sonetti con la coda o senza; — crescendo poi gli anni, l'avresti veduta convertita in donna di pietà insigne, — direttrice di qualche asilo d'infanzia, o priora dell'arciconfraternita del Sacro Cuore; alla fine, — poichè tutte le cose hanno la fine, — defunta co' conforti di sette confessori, uno meglio dell'altro — e santi uomini tutti, — e munita in copia delle provvisioni spirituali necessarie pel viaggio della eternità.

E forse anche morta in odore di santità e dieci miglia d'intorno.

E operato miracoli, come sarebbe la guarigione dell'idrope alle fanciulle dopo nove mesi di enfiatura, — e così discorrendo.

Ora andate, se il cuore vi regge, a battere la cassa addosso alla reale e imperialeamministrazionedel giuoco del lotto.

I filosofi lo biasimano, ed hanno torto. Date loro a tenere il banco, e lo loderanno; — lo dimostreranno ancorafilantropico, siccome usa nel nostro linguaggio moderno.

Lascio del lotto e torno a messere Bono Boni, dottore di legge.

Se alcuno nel mio Bono si ravvisasse, si rammenti deldiscite iustitiam, moniti...

Lo troverà in Virgilio[375], ma costà lo dice Flegia ai dannati senza conclusione di nulla, perchè la predica ai perduti senza rimedio per sempre la è proprio il soccorso di Pisa; però io glielo dico prima di dannarsi, affinchè si provveda.

Ora contemplino i popoli la giustizia di Dio.

Correva il 23 di dicembre dell'anno 1531. Dentro una sala ampia, umida e buia Malatesta Baglioni e Cencio Guercio stanno ridotti davanti al focolare. Malatesta sopra una sedia baronale a bracciuoli da un lato, Cencio sopra uno sgabello dall'altro; lo spazio tra Malatesta e il suo cagnotto era occupato da due sedie vuote. Non dicevano parola; — di tratto in tratto il Guercio alzava gli occhi per guardare Malatesta, ma, non osando sostenere la vista di lui, gli abbassava pensoso, chè la paura gli si era cacciata nell'anima.

Da molto tempo abbandonò la salute le membra del Baglione, e nondimeno da pochi mesi a questa parte egli appariva l'ombra di quello che fu. La pelle gli s'informava dalle ossa, gli cadevano giù lungo le gambe le calze e ad ogni moto gli ondeggiavano; — il volto aveva bianco come il marmo; — alcune ciocche di capelli canuti gli fuggivano rabbuffate di sotto alla berretta, — la barba sordida ed incomposta, — segno certissimo in lui, tanto studioso della mondizie del corpo, di spirito agitato; — le sopracciglia irsute celavano a mezzo le pupille, le quali muovono continue per un'orbita dilatata, reticolata di vene sanguigne, — piena di colori biliosi; — e poi l'occhiaia livida gl'ingombra gran parte delle guance smunte e rugose. Le spalle tiene curve, il capo chino sul petto; — ambidue i gomiti riposa sopra i bracciuoli, — con le mani si appoggia ai pomi della sedia: — e' sono mani di cadavere; — le unghie lunghe, violette alla radice, in cima bianche; — la pelle gialla, — i nodelli sporgenti, e grosse vene di colore del piombo gliele traversano sinuose. — Sta nel dominio della morte.

Oh come tremenda travagliava cotesta ora l'anima del Baglioni! Prossimo ad abbandonare il suo corpo, lo spirito, a un punto vittima e carnefice, domandava a sè stesso ragione della sua esistenza. Truce rendimento di conto egli è questo, che pure noi tutti dobbiamo fare una volta. Costui tentava sottrarne alcune partite, altre s'ingegnava attenuarne, proponeva difese, implorava perdono. Se codesti arcani dibattimenti si fossero potuti significare con parole, in fede di Dio avrebbero disgradato le più magnifiche orazioni di Demostene; — ma la coscienza a sua posta incalzava, chè non è dato all'uomo mantenersi ipocrita con sè medesimo. E conchiuso ch'ebbe il calcolo, una voce profonda in suono di sospiro gli uscì dalle viscere che disse:

«Che cosa ho mai fatto?»

Parendo a Cencio che la domanda fosse indirizzata a lui, levò il mentoper rispondere; se non che dalla immobilità del sembiante del Malatesta sospettò la volgesse a qualche larva infernale, — si tacque pauroso. Il Baglioni indi a breve replicava:

«Che cosa ho mai fatto?»

Quindi, sforzato ad aprire intero il suo riposto concetto, continua:

«Mi odiano tutti! Sono venuto al mondo in orrore... e a me stesso! Sempre mi vedo al fianco queste sedie vuote... ma che? forse non mi rallegrò mai affetto di padre? O genitore infelice sopravvissi ai miei figli? No. — I miei figli vivono, — ma sfuggono da me... sono solo... Solo? no... io sto in compagnia dei miei delitti... della mia vergogna... de' miei rimorsi...

«Ahimè! e non pertanto mi sento solo, e quando la mia solitudine mi tormenta, e vacillante... tentone alla parete... con pericolo imminente di percotere del volto la terra, io muovo in traccia della mia figliuola, la rinvengo nella domestica cappella, genuflessa davanti la immagine di Maria santissima, ed io l'ascolto tra i singhiozzi supplicare la regina dei cieli che impetri perdono della misericordia di Dio ad uno scellerato che ha venduto il sangue de' cristiani, che ha tradito una terra nobilissima, che ha condannalo la sua stirpe ad una eternità d'infamia...; e quello scellerato sono io... L'ira mi spinge al coltello la mano... Povera figlia! perchè dovrei punirti della mia colpa? — Io mi sento costretto ad allontanarmi, badando ch'ella non mi avverta..., perchè dov'ella mi scorgesse, l'ultima stilla di sangue mi tingerebbe di vergogna la faccia. — I miei figliuoli cerco a un punto e fuggo; i miei figliuoli fuggono me, essi portano in fronte una rampogna, — il padre loro la infamia...

«E tu, Ridolfo Leone, che dovevi essere l'orgoglio della mia vecchiezza... tu, sul capo del quale aveva accumulato tante speranze..., tanto tesoro di affetti..., tu, che, per farti crescere di stato, mi costi sudori, fama e perfino la salute dell'anima..., perchè lasci il padre infermo a rodersi con le sue malattie e la memoria? Il principe di Camerino lo ha respinto dalla sua casa, come un vassallo, e gli ha detto: Il mio sangue non si mescolerà col sangue dei traditori. — E la sua figlia, — la fanciulla amata da lui col delirio del primo amore, — si è chiusa in monastero per tôrselo dal cuore siccome se lo tolse dagli occhi. — Sta lontano da me, Ridolfo, perchè io temo che ad ogni istante tu venga a domandarmi. Per qual cagione mi hai procreato? — E non pertanto vorrei che prorompesse contro di me in detti amari, ancora in contumelie, versasse tutta la piena del suo furore sopra il mio capo... Ma vedi, Cencio, alla croce del vero Dio! quei suoi labbri compressi, quella sua parola fredda quando mi chiama padre, mi lacera le viscere... Pensi forse ch'io non m'accorga com'egli chiama in più dolce suono il suo cane? Pensi ch'io non veda ch'egli s'ingegna nascondere alla gente che nasce di me — e muta veste e s'infinge plebeo? Cencio, dimmi, hai per avventura osservato com'egli abbia tolto dal pomo del suo pugnale l'arme di casa Bagliona? — A quest'ora egli mi maledisce... nè Dio giudice riprova cotesta maledizione, perchè meritata.

«Intanto queste sedie rimangono vuote accanto a me.

«Una parete — e un abisso mi dividono dai miei figliuoli...

«I figli di Annibale..., ma egli mi è nipote..., e poi è prete, — finchè da me sperava il vescovato con la rendita di diecimila scudi, non mi si dipartiva mai dal fianco e non cessava dal tempestarmi le orecchie con le autorità dei santi padri e coi testi della Scrittura ond'io mi mi rendessi a fare le voglie del pontefice; — mi assicurava della eterna salute, — difensore della Chiesa mi salutava e propugnacolo della fede; — adesso volge le sue lusinghe a più potente di me; — simile aglioremusdel suo breviario, egli cambia nelle sue adulazioni il nome e le applica ad un altro, — mi abbandona ai pericoli e ai rimorsi, — nè gli mancheranno citazioni per giustificare il suo operato, — perchè no? Non insegnava il suo Cristo che l'albero quando non è più buono a produrre frutto deve essere reciso? Ah! la parola di Cristo sta in bocca ai preti come il suo sepolcro in mano ai Turchi. — Egli s'ingegna nascondere il nome della sua stirpe sotto il titolo di qualche dignità ecclesiastica, — fosse anche quello di vescovo d'Aleppo. — Sta bene, nè io posso biasimarlo di sottrarsi alla torre che crolla. Dio lo esaudisca secondo i meriti suoi...

«Clemente! Clemente! Se le mie colpe saranno gravi sulla bilancia dell'Eterno, quanto mai vi peseranno le tue! Comecchè io fossi degno di avvilimento e di peggio, non per questo mi sei meno spergiuro. Tu hai falsato meco tutti i tuoi giuramenti...; solo mi gittasti davanti un brano di popolo ond'io mi v'insanguinassi le labbra, — e potere dir poi: Vedete, anch'egli è della famiglia dei lupi...

«A che mi valse il tuo consiglio, Cencio? — I miei bravi percorsero tutte le corti d'Italia, mandarono cartelli a chiunque osasse chiamarmi traditore. Sono stati derisi, e gli hanno rimandati dicendo: Non fa mestieri duello, — chi dubita essere stato traditore Malatesta?

«Clemente ha preposto al governo di Perugia Ippolito cardinale suo nepote: questi ogni giorno appresta insidie alla mia vita; — mi dolgo al papa, ed egli risponde non essere atto a fare stare a segno un cervello così eteroclito e balzano, volendo per questo modo significare che mi concede in preda al mio nemico, tanto crudele più — quanto la sua ira non nasce da passione, ma da disegno. — Odia costui la tirannide perchè non fu promosso tiranno, — ora ostenta modi ed affetti repubblicani, blandisce i fuorusciti, accarezza Dante da Castiglione, aizza contro di me i Perugini; — queste misere reliquie della mia vita contende alla infermità e desidera spingermi per morte sanguinosa dentro il sepolcro. — Ahi stolto! se tu indovinassi quali giorni io tragga, tu manderesti pel fisico più famoso del mondo onde cercasse allungarmi la vita. Qual supplizio presumi inventare più tormentoso della mia coscienza?»

E Cencio, che pochi giorni innanzi era stato preso a sassi dalla famiglia del cardinale, ed uno dei fanti aveva ardito perfino levargli la spada, romperglierla a mezzo, e quindi dargli dei tronconi nel viso, con voci di sospiro lo interrogava:

«Ma qual pensiero, quale ostinazione è questa vostra? Perchè voleterimanervi qui a farci ammazzare tutti come paterini? Avete munito di anni e di ogni sorta di provvisioni il vostro buon castello di Bettona, nè sarà facil cosa al cardinale superarne i ripari.»

«I miei capelli, comunque crescano sopra testa maladetta, sono numerati; non dubitare, Cencio, neppure uno di essi cadrà, se lo impedisce il Signore; e se per lo contrario al cardinale fu commesso dalla provvidenza di trucidarmi, le salde mura di Bettona si romperanno come vetro al suo urto; — il frutto quando è maturo bisogna che caschi. — Nessuno, Cencio, più di noi può rendere testimonio che Dio esiste... — noi sentiamo la sua esistenza come un chiodo nel cuore...»

«Ahimè! finisce il mondo, Malatesta sermoneggia», interrompe Cencio sforzandosi, comecchè inutilmente, riprendere l'antica gaiezza; «mettiamoci in salvo. Che dice il proverbio? Aiutati con due mani, e Dio ti aiuterà con una...»

«Cencio», gridò Malatesta, «non bestemmiare, vedi, o ch'io ti faccio gettare giù dai balconi...»

E alzò irato il volto per aggiungere alle parole la minaccia degli occhi.

Cencio, o sia a cagione del suo spirito abbattuto pur troppo, o sia che veramente la voce del Baglione gli sonasse più severa che mai l'avesse udita per lo tempo innanzi, levò il viso a sua posta.

E i loro occhi s'incontrarono.

La fiamma ora nascondendosi sotto i tizzoni spariva, ora scaturendo a modo di lingua di fuoco avventava un getto improvviso di luce sopra gli oggetti circostanti. E quel subito splendore gli sformava e li travolgeva in aspetti bizzarri: le cose inanimate parevano scontorcersi sotto il tormento d'inconsueti dolori. Le sembianze dei nostri personaggi disfatte e terribili davano idea del come debbano agitarsi nell'inferno le anime dei dannati. L'uno l'altro guardando, Cencio e il Baglione proruppero in un grido e al punto stesso esclamarono:

«Voi avete...»

«Tu hai...»

«Una faccia di demonio.»

E quando quella loro paura fu del tutto quieta, si celarono gli occhi con le mani, profondamene avviliti, ed esclamarono:

«A che mai siamo ridotti!»

All'improvviso il silenzio che lungo si manteneva in cotesta sala viene rotto da un alto schiamazzo, da un cozzare di ferri, da minacce; da bestemmie e grida dolorose, e poi un romore di persone qua e là accorrenti, un chiudere di porte, e quindi ancora a mano a mano appressarsi il calpestio.

Malatesta si alza tremante. — ma non per paura; però con le mani non abbandona i bracciuoli della sedia, in questo modo sostenendo l'infermo suo fianco. Allorchè il rumore sempre più appressandosi sta per prorompere nella sala, la sua destra con moto spontaneo ricorre al manco lato per cercarvi la spada; le gambe indebolite non bastano asorreggerlo in piedi, e vacillando trabocca sopra la sedia; — sorrise e si acconciò nell'atto che gli parve più dignitoso per aspettarvi la morte.

Si spalancano le imposte, e una turba di uomini e di donne inonda la sala. Alcuni dei sopravvenuti portavano torcie di bitume, sicchè la nuova scena andava illuminata da quel sinistro splendore. Non si sapeva la cagione vera del trambusto, — urlavano tutti, e più di tutti una donna, che disperatamente si abbandona sopra un ferito trasportato dai suoi compagni; — chi quell'uomo e quella donna si fossero non si distingueva, tanto erano contaminati dal sangue che copiosamente sgorgava da una profonda ferita fatta all'uomo nella gola. In mezzo a tanti gridi il Baglioni giunse a capire che poc'anzi a bello studio era passata prossima alla sua casa una masnada di bravi della famiglia del cardinale e che, avendo rinvenuto poc'oltre un suo paggio, lo avevano preso a malmenare, — ch'egli si era rifuggito a stento dentro la porta, ma che cotesti scherani, mal sopportando fosse loro scappato di mano, avevano atteso a rompere gli usci e violare il domicilio di messere conte: — che allora essi, seguendo lo esempio di messere Ridolfo figlio di messere Malatesta, avevano aperto le porte e respinto la forza con la forza; — esserne nata una molto terribile mischia, — due della famiglia del cardinale rimasti morti sopra la strada, — il maggiordomo di casa avere tocco una ferita mortale nella gola, sicchè, come poteva vedere, più poco gli rimaneva di vita; — in breve si aspettasse a sostenere più duro assalto, perocchè i famigli del cardinale, partendo, avevano promesso sarebbero tornati in forza, per lo più tardi, tra un'ora.

Malatesta udiva il racconto impassibile come se a lui non concernesse. Intanto gli occhi del moribondo natanti nella morte lo cercavano per raccomandargli con l'ultimo fiato della sua vita la moglie e i figliuoli; — favellare ad alta voce non poteva; — con lo spirito pronto a partirsi un argomento per richiamare l'attenzione di lui cercava, e non gli occorreva; — sentendosi avvicinare il diaccio della morte sul cuore, raccolse nel cavo del pugno alquanto di sangue e glie lo gettò sul viso. Malatesta si riscosse, e vedendosi cosparso da quella terribile pioggia, girò attorno lo sguardo e s'incontrò in quello del maggiordomo, il quale con estremo conato mormorò:

«La mia famiglia...»

«È morto!» urlò la moglie; e i figli con eco straziante rispondevano: «È morto! — è morto!»

«Fuggiamo, messere Malatesta», insta Cencio Guercio tremante.

«Mettetevi in salvo, signore», supplicano a mani giunte i vassalli, «tra pochi minuti non saremo più in tempo.

«Anch'io ho figli... che mi abbandonano... e che io non posso abbandonare», favella Malatesta immemore di quello che avveniva intorno a sè.

«Io non vi abbandono», susurrò Ridolfo Leone, che gli si era posto al fianco per ricoprirlo del suo corpo; «finchè il mio braccio basterà a sostenere la spada, voi vivrete, signore.»

«Ed io non ardiva abbracciarvi, riprende la sua figlia, — per paura di affliggere il vostro corpo già intormentito. — Monaldesca vostra non sa ferire, ma pregherà Dio per voi... e riceverà nel suo seno il colpo diretto al vostro cuore.»

«Ahi, figli miei! Venite qui appresso a me.» E così favellando solleva le mani, come per imporgliele sul capo, se non che, di subito mutato consiglio, lascia caderle abbandonate. I suoi occhi tentano piangere, ma non rinvengono lacrime, — invece per lo sforzo s'infiammano e par che versino sangue. «Benedirvi! No, figli miei; la mia benedizione scenderebbe veleno sopra di voi e v'inaridirebbe la testa... Figli miei, io vi domando perdono...»

«Silenzio!» gl'impose severamente Ridolfo Leone, — «non mi fate vergognare al cospetto de' miei vassalli, — le vostre colpe stieno tra voi e Dio... i vostri figliuoli non devono saperle.»

Il giorno appresso Malatesta era chiuso nel suo castello di Bettona, ma per morirvi.

Le troppe commozioni e troppo violente durate nel precedente giorno, — il corpo ormai rifinito, — l'animo fieramente turbato, — il disagio della via che così infermo aveva dovuto percorrere a cavallo — e il rigore di una notte di decembre passata a cielo aperto, — tutte queste cose gli avevano messo una febbre intensissima unita a delirio e a spasimi che lo facevano voltolare come forsennato nel letto.

Chiamato il fisico, poichè questi l'ebbe lungamente esaminato, dichiarò quello essere l'ultimo giorno di Malatesta Baglioni.

Venne il confessore, — ma le sue parole non erano intese si pose accanto al letto recitando sue preci, pure aspettando che un istante d'intelligenza gli desse abilità ad esercitare il suo ufficio.

Cotesto istante fu atteso invano: — il delirio crebbe e con esso la smania. Calato il sole, la malattia prese a inferocire più terribile; molti degli astanti non poterono sostenere gli urli dell'infermo e lo abbandonarono. — Certo era pur truce la visione con la quale Dio giudice spaventava quel tristo.


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