Chapter 56

211.Il difetto di questo danaro fece posare in Romagna il Carnesecchi e, com'egli scrive Dieci, «di lione lo mutò in lepre, perchè senza il denaro, ch'è il nervo della guerra, non si può far niente.»Assedio di Firenze, pag. 271. E sì che a tutti parve mandato da Dio per essere quasi un secondo Ferruccio.212.Borghini,Arme delle famiglie fiorentine, pag. 149.213.Varchi,Storia, lib. X; Vasari,Vita di Andrea.214.Vasari, nota dell'edizione di Roma. Alfredo di Musset ha scritto un dramma sopra Andrea del Sarto, e invito a leggerlo i miei lettori italiani.215.Josuè, cap. X, v. 14.216.Dante,Inferno, canto XXVII; il cristiano fu Guido da Montefeltro; il papa Bonifazio VIII.217.Nardi,Storia, lib. VIII. Ed è fatale che la madre sua, come attesta il Busini per confessioni di Bacio Maruccelli, gli scrivesse di levarsi da quella impresa perchè era ingiusta e vi capiterebbe male.Assedio di Firenze, pag. 108.218.Varchi,Storia, lib. X; Nardi,Storia, lib. VIII.219.Nardi,Stor., lib. VIII, pag. 216.220.Donato Giannotti,Vita di Francesco Ferruccio.221.Storie, lib. X.222.Ricord. Malisp.,Stor., cap. 76.223.Nella lettera del Ferruccio ai Dieci del 26 ottobre 1520, con la quale annunzia la presa di Castelfiorentino, occorrono queste parole notabili: «Infra li prigioni v'è uno gentile homo napolitano et certi altri ricchi di Castelfiorentino, che sto fra due di appiccarli: che certamente meritano maggiore punizione gli subditi nostri che sono contro alla città, che li soldati che vengono ad oppressare quella.»224.Vedi con quanta stupenda parsimonia ragguaglia il Ferruccio i Dieci di Libertà e Pace, lettera 38, di questa fazione su la quale spesero molte e generose parole, secondo che merita, il Varchi,Storie, tomo II, e gli altri storici. Notabile è questo, che il Ferruccio nella breve lettera dimenticata perfino di annunziar la prigionia del castellano spagnuolo onde per via di proscritto aggiunse: «Mi ero scordato di dire alle Vostre Signorie quel che più vale: che in la fortezza di Saminiato si è preso un commissario spagnuolo mandato dal principe per patrone a Saminiato: el quale tengo presso di me per farne la volontà di quelle.»225.Varchi,Storie, lib. XI.226.Il Ferruccio con lettera del 7 novembre 1529 conforta il commessario Tosinghi della sua mala ventura con garbo singolare: «Per la vostra intendo voi essere ritornato in Pisa con le bande, et del non avere obtenuto Peccioli, et di esserne feriti et morti alquanti. È usanza di guerra. Basta solo avere inteso che le fanterie nostre hanno facto el debito; et del resto non si ha a tenere conto alcuno.»227.Queste diverse zuffe avvennero a Marti, a San Romano e a Montopoli; riunite in una le trasporto sopra un terreno diverso.228.Varchi,Storie.229.Varchi,Storie.230.Strana cosa: questo sviscerato amore delle meretrici per la patria occorre nelle storie. Quando Serse minacciò gli estremi danni alla libertà della Grecia, tutte le meretrici greche recaronsi a Corinto per propiziare Diana. — Donde avviene questo? Avviene perchè ogni anima non cade mai tanto basso che non senta la necessità di risorgere; e a tale intento si agguanta a qualunque canapo le venga offerto dalla fortuna.231.Diario del Monaldi in fine delleStorie pistolesi.232.Ruberto monaco,Stor., lib. V.233.Hans Werner.234.Tasso,Sonetto.235.Luca XXIV, v. 27.236.Varchi,Storie.237.«Leggesi scritto da Elinando che nel contado d'Universa fu un povero uomo il quale era buono, e che temeva iddio, et era carbonaio, e di quell'arte si vivea. E avendo accesa la fossa de carboni una volta e stando la notte in una sua capannetta a guardia dell'accesa fossa, sentì in su l'ora della mezza notte grandi strida. Uscì fuori per vedere che fosse: e vide, venire verso la fossa correndo e stridendo una femmina scapigliata e gnuda: e dietro le venia uno cavaliere in su uno cavallo nero correndo, con uno coltello ignudo in mano: e della bocca e degli occhi e del naso del cavaliere e del cavallo uscia flamma di fuoco ardente. Giugnendo la femmina alla fossa che ardeva, non passò più oltre, e nella fossa non ardiva gittarsi; ma correndo intorno alla fossa, fu sopraggiunta dal cavaliere che dietro le correa: la quale traendo guai, presa per li svolazzanti capelli, crudelmente ferì per lo mezzo del petto col coltello che tenea in mano. E cadendo in terra con molto spargimento di sangue, la riprese per l'insanguinati capelli e gittolla nella fossa de' carboni ardenti, dove lasciandola stare per alcuno spazio di tempo, tutto focosa e arsa la ritolse: e ponendolasi davanti in sul collo del cavallo, correndo se n'andò per la via donde era venuto.» — VediPassavanti,Specchio della vera penitenza, cap. II.238.In un manoscritto intitolato: Ambasceriadi messer Baldassare Carducci alla corte di Francia, ho trovato tre lettere di Pierfilippo Pandolfini, dalle quali si recava apertamente qual fosse il consiglio di Nicolò e della sua parte, che per la morte di lui non cessò di avere seguito nella Repubblica: — poi trattandosi di giudicarlo — «et anche certi Priori si condussero in modo che non si potè ottenere che la cosa s'investigasse, benchè ognuno abbia tocco con mano havere Nicolò tenuta questa pratica con gl'imperiali, et PP. non per sapere i loro progressi, ma per indurre una parte di quell'esercito alla volta di Toscana per ridurre lo Stato in mano di pochi et suoi, de' quali lui intendeva essere principe e capo...» e più sotto: «Ho parlato con messer Antonio del Vecchio, oratore sanese, quale partì due giorni sono, e diceva havere lui saputo le pratiche che Nicolò teneva con il papa e con gl'imperiali, et scusandolo di bontà, dice che non voleva distruggere lo Stato, ma dalla partecipazione di quello escluderne tanta moltitudine.» —Lettera di Pierfilippo Pandolfini a messer Carducci Baldassare, del 26 aprile 1529.239.Avendo trovato il cartello originale quale fu mandato da Ludovico Martelli e da Dante da Castiglione, mi parve religione riportarlo per lo appunto. Lo compose messere Salvestro Aldobrandini padre di Clemente VIII, dottore solenne. Si trova stampato nell'Archivio storico,nuova serie, tomo IV, parte 2.240.Fausto,Del duello, lib. I, pag. 54.241.Guicciardini,Storia, lib. XV; Robertson,Vita di Carlo V.242.Vita di Benvenuto Cellini.243.Varchi,Stor., lib. X.244.VedeteI destini dell'Europa.245.Varchi,Stor., lib. X.246.Varchi,Stor.247.Il luogo del combattimento dicesi fosse sol poggio Baroncelli, oggi Imperiale. Vengo assicurato da persona la quale ha veduto alcune scritture della nobilissima famiglia del Caccia che il luogo del combattimento non fu veramente sul poggio Baroncelli, ma bensì alle radici dello stesso, cioè in un prato che è alla metà della strada che conduce al convento nominato laPace.Scene di Vite e Ritratti, ecc.248.Questa camicia si componeva con esecrabili superstizioni; credevano difendesse da ogni male. Vedi Bedino,Dæmonomania.249.Varchi,Stor.250.È pregio dell'opera riportare certo aneddoto riferito nellaVita di padre Gerolamo Savonarolascritta da fra Pacifico Burlamacchi lucchese al capitolo che incomincia:Come Lorenzo dei Medici ammalato volle confessarsi da lui.— Lorenzo trovandosi infermo a morte, domandò il confessore; ed avendo appresso don Guido degli Angioli e messer Mariano della Barba, suoi famigliari, disse: Non voglio alcuno di loro; mandate per il padre priore di San Marco, perchè io non ho ancora trovato religioso alcuno se non lui. — Andò dunque un messo a chiamarlo da parte di Lorenzo, al quale egli rispose: Dite a Lorenzo ch'io non sono il suo bisogno, perchè noi non saremo d'accordo; però non è espediente ch'io venga. — Ritornato il servo con questa ambasciata, disse di nuovo Lorenzo: Torna al padre priore e digli che al tutto venga, perchè io voglio essere d'accordo con lui e far tutto quello che sua riverenzia mi dirà. — Ritornato dunque il servitore a San Marco e fatta la proposta al padre priore, egli prese subito il cammino verso Careggio, villa di Lorenzo lontana due miglia dalla città, dov'egli giaceva ammalato, e per compagno suo prese fra Gregorio vecchio, al quale per la via rivelò che Lorenzo al tutto doveva morire di quella infermità nè poteva scampare. Giunto questo al luogo ed entrato nella camera di Lorenzo, salutatolo prima con le debite cerimonie, dopo alquanto di ragionamento disse Lorenzo: Padre, io mi vorrei confessare, ma tre peccati mi ritirano addietro e quasi mi pongono in disperazione. — Al quale egli disse: E quali sono questi tre peccati? — Rispose allora Lorenzo: I tre peccati sono questi, i quali non so se Dio me li perdonerà: il primo è il sacco di Volterra, che patì per le promesse ch'io feci, — dove molte fanciulle persero la verginità, ed infiniti altri mali vi furono commessi; — il secondo peccato è il Monte delle fanciulle delle quali molte ne sono capitate male standosi in casa per non avere riavuta la dote loro; — il terzo peccato è il caso dei Pazzi, dove molti innocenti furono morti. Alle quali cose rispose il frate: Lorenzo, non vi mettete tante disperazioni al cuore perchè Dio è misericordioso ed anco a voi farà misericordia, se vorrete osservare tre cose ch'io vi dirò. — Allora disse Lorenzo: E quali sono queste tre cose? — Rispose il padre: La prima è: che voi abbiate una grande e viva fede che Dio possa e voglia perdonarvi. — Al quale rispose Lorenzo: Questa ci è grande, e credo così, — Soggiunge il padre: Egli è necessario ancora che ogni cosa male acquistata sia da voi restituita, in quanto sia possibile, lasciando ai vostri figliuoli tante sostanze che sieno decenti a cittadini privati. — Alle quali parole stette Lorenzo alquanto sopra di sè e di poi disse: Ed ancora questo farò. — Seguì allora il padre la terza cosa dicendo: Ultimo è necessario che si restituisca Fiorenza in libertà e nello stato popolare a uso di repubblica. — Alle quali parole Lorenzo voltò le spalle nè mai gli dette altra risposta; onde il padre si partì e lasciollo senz'altra confessione. Nè dopo molto spazio di tempo Lorenzo spirò e passò all'altra vita.251.Uno di questi, Giovambattista Niccolini, fiore di cuore e d'ingegno veracemente italiani, in ogni fortuna leale amico mio: gli altri cessarono essermi amici; se poi abbiano continuato ad amare la patria a me non istà giudicare: questo diranno i nostri figliuoli cessate che sieno le passioni le quali adesso contaminano gl'intelletti.252.Ahimè! adesso ne anche questo rimane più. Cercina, la casa di Dante da Castiglione, e stata venduta all'incanto perespropriazione forzataa istanza dei creditori. Durano tuttavia in fiore le famiglie di quelli che tradirono la patria o non la sovvennero...O sommo GioveChe fosti in terra per noi crocifisso,Son gli giusti occhi tuoi rivolti altrove?253.L'ultima lettera che scrisse ai Dieci il Ferruccio il 1 agosto 1530 da Pescia, col poscritto in data del 2 da Calamec, si crede che sia nella Biblioteca di lord Ashburnham, a cui l'avrebbe venduta Guglielmo Libri.254.Venti anni dopo che fu dettato il libro, io lo rivedo, confitto su questo scoglio di Corsica dalla legge dura dello esilio: nè dello esilio m'incresce, bensì della perduta libertà della patria, e, più ancora della libertà perduta, della mansuetudine pecorina affatto con la quale il patrizio volgo e il plebeo sopporta questa perdita in pace.255.Segni,Stor.lib. IV.256.L'altro sorrida e misticoPer man lo piglia e diceFa cuor, — sei giunto al termineDel tramite infelice.E gli orna il crin d'un candidoFior vago in sullo stelo:«Martirio» in terra appellasi,«Gloria» si appella in cielo.(Beatrice di Tenda, ballata di Orombello).257.Dante,Sonetto.258.Nardi,Stor., lib. V.259.A Pisa gli si aggiunse il signor Camillo Appiano; sicchè in tutti potevano sommare a 2000 fanti e 130 cavalli.260.Sasselli,Vita di Francesco Ferruccio.261.Dicono Lorenzo il Magnifico, ed invece allora lo chiamavano magnifico messer Lorenzo, come magnifico Niccolò da Uzzano magnifico Diotisalvi Neroni, e via discorrendo.262.Dissertazione del Riccobaldi, pag. 5.263.Cronache di frate Giuliano Ughi della Cavallina, minore osservante, pag. 161.264.Giacchi,Ricerche sopra Volterra, tomo II, pag. 191. Il Buccinelli narra che nel 1493 Giuliano Cecchi, proposto di Pescia, donò con pubblica scrittura questa reliquia a Volterra.265.Vita di F. Ferrucciodi Filippo Sassetti: le segnate sono parole precise di Ferruccio.266.Il Sassetti, che più distesamente degli altri parla delle cose di Volterra, narra che il primo a salire il bastione fu l'alfiere del capitano Nicolò Strozzi, detto il Contadino.267.Causa della lite fu questa. Otto da Montauto, mandato dai Dieci in Mugello a reprimere le scorrerie di Ramazzotto, prendere al Trebbio Maria Salviati ed ammazzargli il figliuolo, va, e trovato Ramazzotto partito, non cura l'ordine circa la prigionia e morte della moglie e del figliuolo di Giovanni delle Bande Nere: per la qual cosa i Signori lo sostengono in Firenze. Ragionandosi su questo fatto tra Nicolò e Francesco, quegli commendava assai Otto per non avere sofferto di eseguire opera indegna di soldato, mentre questi lo riprendeva come disobbediente e indisciplinato: su di che essendosi ricambiati parole ingiuriose, il Ferruccio mise mano allo stocco e corse addosso allo Strozzi per ferirlo; i circostanti, postisi fra mezzo, impedirono si facesse sangue. — Sul movere alla volta di Volterra i Dieci ordinarono al Ferruccio di cacciare via ogni rancore che avesse contro il capitano Nicolò Strozzi per amore della Repubblica. Vuolsi avvertire che Nicolò parlava da quel solenne galantuomo ch'egli era; ma il Montauto tradiva come si vide poi dai premii che per la sua slealtà ebbe dal papa.268.Giovanni Parelli volterrano dettò una cronaca di questi casi e le pose il titoloSeconda calamità volterrana; comparve nell'Appendice dell'Arch. stor. ital., volgarizzata per Marco Tabarrini. Badisi che questo Parelli, per essere canonico, si mostra più parziale del papa e però dei Medici che non della patria e della libertà.269.Giacchi,Saggio di ricerche, ecc. sopra Volterra, — Riccobaldi,Ragion. V.270.Il prete che ferì nel collo Lorenzo dei Medici il vecchio era da Volterra e si chiamava Antonio Maffei.271.Isaia, 40.272.Nè molti nè di grande costrutto trovo che fossero gli argenti e gli arredi sacri cavati dal Ferruccio dalla cattedrale di Volterra; eccone la nota che si conserva nelLiber omnium rerum mobilium et immobilium sacristiae Vulterrarum.1º. Nostra Donna col Figliuolo in braccio di argento, libbre 5 con base di rame dorato. — 2.º Tabernacolo grande di argento con piè di rame dorato con 6 smalti nel nodo: smalti 6 al piede con 6 angiolletti con tutti i loro pinnacoli con crocetta insieme o crocifisso, di libbre 13. — 3.º Turibolo di argento con sette guglie nel cerchio grande, e nel secondo cerchio guglie quattro e mezzo, ad una manca la punta, libbre 7, once 2. — 4.º Un turibolo di argento con sei guglie nel primo cerchio, che v'è una spiccata, di peso libbre 3, once 9. — 5.º Una navicella di argento con due smalti et due serpenti: dentro vi è un cucchiaio di argento: libbre 2, once 2, mal peso. — 6.º Un paio di ampolle di argento con arme del Gherardi, di libbre 1, once 4, — 7.º Una pace con Nostra Donna di argento con dodici castoni et pietre 8 et perle quattro con arme del Gherardi, di peso once 8. — 8.º Una cassetta di argento da olio santo, libbre 1, once 11. Et una lingua di argento con filo di oro, once 2. — 9.º Una croce di legno coperta di argento con crocifisso di argento, libbre 2, once 10. — 10.º Una crocetta di argento con crocifisso e coralli, cinque bottoni, once 8. — 11.º L'argento che cuopriva uno evangelistario di legno. — 12.º L'argento di uno epistolario. — 13.º Una corona ad uso di crocifisso con gigli ottantaquattro, con quattro madreperle per giglio ed uno castone; et uno smalto senza pietra, libbre 1, once 6. — 14º Una tavola di legno coperta di argento ad uso dello altare maggiore con quadri ventuno. — 15.º Un bacinetto di argento coll'arme di Iacopo Gherardi, di peso libbre 1, once 5. — 16.º Una croce di argento, libbre 6, once 10. — 17.º Un calice di argento smaltato con arme del Guelfuccio, libbre 2, once 3. — 18.º Un calice grande di argento smaltato, libbre 3, once 10. — 19.º Un calice e patena di argento, libbre 2, once 2. — 20.º Un calice e patena di argento, smaltato, libbre 2. — 21.º Un calice e patena di argento all'inghilesesmaltato, libbre 2. — 22.º Una patena. — 23.º Un bottone di argento, libbre 1, once 3. — 24.º Un anello con giglio, un cammeo e quattro pietre, due rubini e due smaragdi e quattro perle, legato in oro.Nelle Cronache Volterrane, dettate con evidente stizza in vituperio del Ferruccio e dei Fiorentini, leggiamo che le milizie ferrucciane su la prima giunta a Volterra combatterono comechè stanche non mica per virtù ma per fame, non avendo recato con esso loro tanto da potersi sdigiunare — ancora che il Ferruccio, fatto prigioni quattordici Spagnoli, lasciò morirli d'inedia, dopochè taluno di loro per attutire il tormento della sete ebbe bevuto la propria orina, — di più, che il Ferruccio assalito dal marchese Del Vasto e da Fabrizio Maramaldo perse l'animo e si apprestava a fuggirsi co' cavalli fuori di porta a Selca, se Morgante da Castiglione non lo incorava persuadendolo a mostrare buon viso alla fortuna: — finalmente, che il nepote di Bartolo Tedaldi prendendo in mano la barba della statua di santo Ottaviano lavorata in argento esclamasse: «Questo vecchio provvederà;» per la quale cosa si sa di certo che gli si cangrenassero le mani, e dopo tre giorni miseramente morisse.Così la racconta il Parelli, op. cit., p. 180; diversa il Sassetti nella Vita del Ferruccio: Non fu santo Ottaviano (secondo lui) bensì san Vittore; nè il nepote del Tedaldi lo percosse, ma gli levò il frontale di argento, e quanto stesse infermo si tace. Altri altramente: cose vecchie e non pertanto (stupendo a dirsi!) se non del pari adesso universalmente credute, del pari almeno date ad intendere. Il principe di Oranges bene altra preda fece agli altari; imperciocchè, passando per l'Aquila, ne arraffò la cassa di argento dove stava riposto il corpo di san Bernardino da Siena, convertendola in suo uso; e di lui gli scrittori la più parte servi della fortuna tacquero perchè ei sostenne le parti del papa; e nota che l'Aquila era città suddita e amica dello imperatore, Volterra ribelle alla Repubblica; e il principe faceva per sè, il Ferruccio per la patria: — nella necessità della quale (osserva il Sassetti,Vita di Francesco Ferruccio), con lo esempio di Davitte, che ai soldati diede a mangiare la vittima mancandogli altri argomenti, non èforseimpio costume adoperare le cose destinale al culto divino.» E diceva meglio se lasciavaforsenella penna — Degli argenti il Ferruccio coniò monete da quattro grossi; con gli ori, mezzi ducati; ma pochi, perchè a mezzo giugno mancanti i danari per le paghe, i Côrsi gli si abbottinarono ricusando combattere.273.E fece male a non lo impiccare, dacchè si ha dal canonico Parelli.Seconda calamità volterrana: «Mi ricordo che un giorno mentre tutti erano alla muraglia, abbandonato il resto della città, Taddeo de' Guiducci prigione del Ferruccio mi disse all'orecchio: Aiutami con quanti più puoi raccogliere, e apriamo le porte a Fabrizio, Onde Ferruccio sia oppresso, e noi vendicati. — Ed avendogli io risposto: Mancano le armi. — Non è buona ragione, — riprese; e per non dar sospetto si allontanò. Di fatto se il Ferruccio avesse avuto sentore di questo segreto colloquio, ci avrebbe senz'altro appiccati. Ed io copertamente tentai molti sul disegno del Guiducci, ma niuno volle assentire.» Pag. 351. Ah! il perdono, il perdono troppo spesso provammo rugiada caduta sopra masse di granito; tuttavolta perdoniamo sempre...274.Che la faccenda stesse come si racconta, e non altrimenti, non se ne può dubitare dopo che in questo modo la riporta Filippo Sassetti nellaVita del Ferruccio; e meglio ancora il Parelli, nemico del Ferruccio, nellaSeconda calamità volterranea; il quale se lascia alquanto di dubbiezza pel suo dire avviluppato di ambage, questa viene tolta affatto dal testimonio pienissimo del capitano Goro da Montebenichi, cui ebbe tanto in disgrazia il Ferruccio che stette a un pelo di farlo impiccare.Lettera del Ferruccio ai Dieci, 30 novem. 1529.275.Sassetti,Vita di F. Ferruccio. —Seconda calamità volterrana.—Diariodi Camillo Incontri. —Ricordi MS.del capitano Goro da Montebenichi, nella Magliabechiana. —Appendice 14, tomo 4 dell'Archivio storico italiano.276.Altri riporta il signor Camillo morisse di archibugiata in una coscia, tocca nello scaramucciare con gl'inimici: non mancò chi disse averlo fatto il Ferruccio, comechè costui avesse congiurato di consegnare una porta della fortezza al marchese Del Vasto, e il Segni sembra inclini a questo parere.Storie, lib. IV. — Non credere niente; il Ferruccio non era uomo da cotali ripieghi scellerati, quanto codardi; se avesse colto il signor Camillo in fallo di tradimento, lo avrebbe fatto impiccare alla ricisa e forse ammazzato egli stesso, come per minor colpa stette a un pelo che non togliesse la vita al conte Gherardo della Gherardesca di Castagneto, secondo che fu raccontato di sopra.277.Ab ingentibus lacertis validissimo centurione.Lo dice il Giovio nelleStorie.278.Tutti i particolari di queste memorabili fazioni di guerra non si sono potuti riportare senza distendere a soverchia lunghezza il racconto: di questo però vada persuaso il lettore, che il Ferruccio, il quale pure aveva veduto le battaglie tra Spagnoli e Francesi nel regno, scrivendo ai Dieci li chiariva «da tre anni in qua non essersi vedute maggiori battaglie in Italia.» Nel giorno 13 giugno tre furono gli assalti: il primo con dodici compagnie, il secondo con diciotto, il terzo con venticinque, combatterono dall'alba fino alle 23 ore di sera, e dei nimici morironvi 400, altrettanti i feriti: ai nostri mancò la munizione di polvere. Il Ferruccio rimase ferito nel secondo, non già nel primo assalto: molti dicono di una sola ferita: il Varchi ne parla in plurale: nella lettera del 6 luglio scritta dai commissari di Volterra ai Dieci, oltre la percossa ricevuta alla batteria, si rammenta la cascata da cavallo: e il Diario dello Incontri riporta del pari di una mala ferita che si fece al ginocchio, per esserglisi abbattuto sotto il cavallo mentre con gran impeto si spingeva ad ammazzare un Volterrano che vide starsene scioperato invece di accorrere ai bastioni: alla quale si aggiunse la febbre: — e si fe' portare dove si combatteva per essere veduto dai soldati. Questo secondo assalto incominciò il 21 giugno, un'ora prima del giorno; dopo 500 cannonate che atterrarono in più parti le mura riparate con botti, materasse e terra, alle ore 20 salirono all'assalto: tre volte si spinsero su la breccia, e tre furono respinti così duramente che dopo quattro ore si dettero alla fuga lasciando sul campo 800 tra morti e feriti. Quando l'esercito imperiale si partì con tanta vergogna, i Ferrucciani gli corsero dietro menando rumore con teglie, padelle e corni, dicendogli villania. — Fabrizio aveva tratto seco 500 fanti e 5000 cavalli: il marchese 4000 fanti: bagaglioni e marraioli non si contano.279.Ai traditori era costume di sfasciare una lista di cima in fondo della casa che abitavano; nell'assedio ciò fu praticato contro in casa di Baccio Valori (Varchi,Stor.)280.Manni,Vita di Lapaccio da Montelupo.281.«Nous revinmes a Paris, où madame de Chèvreuse ne fut pas plus tòt arrivèe qu'on apprit l'exècution de monsieur de Chalais, qui fut fort cruelle, parce que, ayant fait evader le bourreau, on fut obligè de la faire faire par un soldat, qui le massacra de telle sorte qu'il lui donna vingt-deux coups avant de l'achever. Madame de Chalais, sa mere, monta sur l'èchafaud et l'assista courageusement jusqu'a la mort.» (Mémoires de M. de La Porte, valet-de-chambre de Louis XIV.)282.Le perfectionnement moral, l. 3, sect. 2, chap. VI.283.Matth, c. XI, v. 16.284.Matth. c. XXVII, v. 51.285.Voyeur-Collard.286.Samuel., c. VIII.287.V. Cousin; e più dure parole gli si risparmiano per la pietà che ebbe di provvedere in tempi anco più maligni di questi onorato sepolcro a Santorre Santarosa spento a Sfatteria presso Navarino.288.Memorie del calcio fiorentino, tratte da diverse scritture e dedicate alle AA. Serenissime di Ferdinando principe di Toscana e Violante di Baviera. — Firenze, 1688.289.Iliade, lib. 23.290.Lib. 8.291.Lettere ai Dieci del 14 ottobre, 19 dicembre et 7 marzo 1529, dove si legge: «Ne ho fatti tre capitani...; uno di questi si chiama Pietro Orlandini... et non lo crederia ricompensare a donarli un castello in modo si è portato.»292.Nell'Apologia di Cappuccid'Jacopo Pitti, p. 367, si legge; «Di questa fellonia ne ricevè il capitano Piero dai Medici 6 ducati il mese di provvisione (e non furono troppo!) e il Giugni se ne andò per vergogna a finire la vita in Maremma di Pisa, essendogli stato detto da Alessandro Vitelli nel palazzo dei Medici, dove egli compariva come benemerito: — Addio, messer Andrea; voi ci deste quell'Empoli.»293.Varchi,Stor., l. 11; MS. dell'Ambascieria di Baldassare Carducci in Franciapresso Gino Capponi; Nardi,Storia.294.Luigi Alamanni, comunque accolto e onorato dal re Francesco, tanto non potè trattenersi, che nella satira II non gliene facesse rimprovero:Non fu peccato il mio parer sì lieveNon ricovrar quel dì la bella donna,Che per voi troppo amar giogo riceve.295.Di Francia non possiamo essere nemici mai; però non a fine di rimbeccare gli svergognati scrittori che le nostre rose, tristi o stupidi, e forse ambedue, appo i Francesi bistrattano, dei quali io so che i dabbene di cotesto popolo hanno onta e gravezza, ma sì a chiarire quale di noi ab antiquo abbia fatto governo la Francia, e vedano se meritiamo che un giorno ci dia mano a rilevarci, io porrò alcune citazioni intorno alla fede di Francesco I re gentiluomo, com'egli vantavasi.Nel maggio del 1529 Baldassare Carducci oratore fiorentino domandandogli: «E noi, venendo Cesare, che abbiamo adunque da fare?...» Il re rispondeva: «Non vi abbandonerò; noi siamo una cosa stessa.» Lettere di Carlo Cappello oratore veneziano a Firenze, pag. 25. — Nella Legazione di Baldassare Carducci in Francia ms. presso Gino Capponi si legge: «Stringendo più volte questa maestà a ricordarsi della devozione e fede delle signorie vostre verso di lei in questa composizione, ha con tanta efficacia dimostro l'obbligo che gli parve avere con quelle che non si potria dire più; affermandomi non essersi mai per fare alcuna composizionesenza total benefizio e conservazione di cotesta città, la quale reputa non manco che sua.Ed ultimamente mi ha ripetuto queste medesime ragioni di assicurazioni il gran maestro, ricordandogli io il medesimo, dicendomi:Ambasciatore, se voi trovate mai che questa maestà faccia conclusione alcuna con Cesare, che voi non siate in precipuo luogo nominati e compresi, dite che io non sia uomo di onore, anzi ch'io sia un traditore.» Ancora, il medesimo Carducci scrive che Francesco I «nel consiglio voltandosi a ciascheduno di noi con le più grate ed amorevoli parole che si potesse immaginare, ne assicurava divoler mettere la vita e abbandonare il riscatto dei figliuoli per la conservazione degli stati di ciascuno dei collegati.»Poco dopo il povero uomo, che giurista era e non uso a pescare nelle torbide acque delle corti, tutto smagato, avvisa: «Io non posso senza infinito dispiacere di animo significare l'empia ed inumana determinazione di questa maestà e suoi agenti in questo trattato di pace stretto contro mille promesse e giuramenti del non concludere cosa alcuna senza la partecipazione degli oratori, degli aderenti e collegati, come più volte si è per me scritto e significato alle signorie vostre e per gli altri oratori ai signori loro. E nondimeno, senza farne alcuno di noi partecipe, questa mattina hanno pubblicato la composizione e pace con grandi solennità ed altre dimostrazioni di allegrezzasenza includere alcuno... Talchè sarà una perpetua memoria alla città nostra e a tutta Italia quanto sia da prestar la fede alle loro collegazioni, promesse e giuramenti.» (Lettera ai Dieci, 5 d'agosto 1529.)Nella medesima lettera più oltre: «Confesso veramente in questo potermisi imputare avere prestato fede a tante affermazioni di non concludere mai senza collegati, ma parimente e più hanno peccato tutti gli altri oratori, i quali hanno dato ai loro signori molta più certa speranza che non ho dato io alle signorie vostre. E parmi avere ad essere scusato ricordando alle signorie vostre l'ultima asserzione del re, dove si trovò Bartolomeo Cavalcanti, e come anco per una sua avranno inteso, cose che certamente avrebbero ingannato ogni uomo, visto che espressamente e con giuramento disse non essere mai per comporsi con Cesare altrimenti, e piuttosto voler perdere i figliuoli che mancare ai confederati.»E tutto questo non basta: allora, come sempre, i Francesi trascorsero all'ira e alla minaccia contro quelli che non si volevano lasciare tradire pei comodi loro; imperciocchè l'oratore veneziano avendo detto al gran maestro che alla sua repubblica bastava l'animo difendersi sola, nè per fargli piacere avrebbe lasciato le cose di Puglia, anzi nel presagio didecezioneavere già mandato 50 galere ad Otranto per tenerle ferme, quegli rispose: «Guardate che, non avendo voi un nemico, non ne abbiate due.» Medesima lettera.E questo accordo era già fatto, perchè il Trattato di Cambray non solo conteneva il patto dell'abbandono delle cose di Puglia per parte dei Francesi, ma sì anche che, intimati i Veneziani a sgombrare il regno, caso mai non avessero obbedito, il re di Francia avrebbe sovvenuto di 20 mila ducati il mese l'imperatore per cacciarneli a forza. (Documenti, Molini, Documento 302.) Abbiamo visto che Francesco I non rendeva i danari imprestati, onde i Fiorentini non si potessero aiutare; — nè volle fermarsi qui, che, udendo come i Fiorentini di Lione stessero per mandare 50 mila ducati a casa, emanò un perfido bando proibitivo sotto asprissime pene di portare fuori del regno argento ed oro monetato. (Lettera di Carlo Cappello pag. 202.) — Così non restituiva i danari nè gli lasciava dare.Indi a breve mutò il re di Francia, e allora, essendo morta Firenze, aizzò Siena per far morire anch'essa. I Francesi dove toccarono fin qui spensero. — Enorme cosa parve anco ai partigiani di Francia il trattato di Cambray; e Iacopo Pitti nell'Apologia dei Cappucci, pag. 368, 369, s'industria rovesciarne la colpa sopra «i cattivi ministri corrotti dal papa, che fece cardinale il vescovo di Tarbes fratello di Grammonto, principale consigliero del re, al quale avendo egli data commessione che spedisse subito per la gente domandata dal Carduccio, non ne fece altro, andando pochi giorni di poi a trovare il re in campagna, con lettere finte come i Fiorentini erano tanto stretti dalla fame che trattavano l'accordo, e però aveva sospeso l'ordine di spedire la gente di arme, acciocchè sua maestà non s'inimicasse col papa nè con Cesare, senza il benefizio degli amici fiorentini. Il che creduto agevolmente dal re seguitò nelle caccie, ma sopraggiunto dall'oratore dolente di tanta tardanza, gli manifestò la cagione: la quale mostra in contrario da lui, con assicurarlo che in Firenze era da vivere per due mesi, allora fu di nuovo data... la commessione: il quale con la medesima astuzia fermò un'altra volta quel re.» E poco dopo: «Come il re intese che egli (il Ferruccio) si metteva in punto con le genti raccolte in Pisa, si pelava la barba temendo che non fosse dalla fazione francese seguitato in Italia.» Traveggole di partigiani sono elleno queste; Francesco I sapeva bene e meglio quello che accadeva in giornata a Firenze, e rimane lettera nobilissima del vescovo di Tarbes oratore di Francia a Roma a cotesto re dove lo ragguaglia di ogni cosa. Merita cotesta lettera sia divulgata, ed io lo farò per ora di sunto e traducendo, però che nell'originale sia lunga troppo ed a comprendersi difficile; ha la data dell'aprile 1530; fu estratta da G. Molini dalla Libreria reale di Parigi, e occorre stampata nell'Appendice IX dell'Arch. Stor. Ital., pag. 473. L'oratore racconta come avessero dato ad intendere al papa che gli avrebbero condotto Firenze a chiedergli perdono con la corda al collo, ma che per ciò conseguire ci era bisogno di quattrini e di molti: però che il papa improvvido di partiti, aveva fatto disegno di vendere fino a 26 cappelli cardinalizi per cavarne un 600 mila ducati; dalle quali cose l'oratore, commosso, si era condotto il lunedì santo al papa; a cui chiesta licenza di aprirgli l'animo suo come cristiano, prete, vescovo, epperò suo sottoposto, non già come oratore, ed ottenutala disse, essere statomirabilmente sbigottitoper la impresa di Firenze pensando alla fama di lui papa e al grado eccelso che occupava, e più poi della tenacità nel proseguirla, correndo per le bocche dei soldati il detto, avere loro dato il pontefice carta bianca di fare di ogni erba fascio: considerasse che da ciò non poteva ricavarne altro che spesa, travaglio, fastidi, amaritudini e disgusto; perchè di avere Firenze per fame bisognava deporre il pensiero, ed egli poterlo accertare che ci era vittovaglia fino a novembre, durante questo tempo donde trarrebbe i quattrini? Bene avere inteso ch'egli pensava cavare 4 o 500 mila scudi dalla creazione dei cardinali, ma considerasse che con questo partito spianterebbe la Chiesa, perchè, oltre ai vituperii che poteva aspettarsene dai luterani, egli metterebbe tal peste nel collegio che di qui a cento anni se ne proverebbero gli effetti. — Il papa rispose: essere la creazione dei cardinali la faccenda che più lo noiava, anche quando si trattava di gente dabbene, per la copia grande che se ne aveva; conoscere a prova che l'oratore favellava d'incanto, ma che l'onore suo lo costringeva a questo, — Allora gli dissi che non ci era onore nè utile, perchè avendo Firenze in rovina, di qui a venti anni non ne avrebbe approfittato di uno scudo, mentre vi avrebbe speso tutto il suo e quello degli altri; e badasse che la creazione dei cardinali non avesse ad essere la sua estrema unzione, perchè, fatto questo, gli era chiusa ogni via a raccogliere pecunia, correndo rischio di non essere più obbedito come papa, cascare in obbrobrio presso i principi cristiani, e dato in balia ai suoi nemici, i quali spoglierebbero la Chiesa di quanto le avanza; ed io conosceva di tal cuore che venuto a questo si sarebbe lasciato morire di fame e di angoscia. Rispose che ben per lui se Firenze non fosse mai stata... e se poteva io consigliarlo a chinare il capo davanti sette od otto paltonieri di Firenze che avevano menato il popolo a precipizio: non dovermi essere ignoto ch'egli si sarebbe attirato l'odio dei principali cittadini che esulano fuori di patria e quotidianamente lo stimolano a tirare innanzi, che in altro modo si troverebbero diserti per avergli fatto servizio... Di qui altre parole e per ultimo la proposta di calare a composizione, auspice Francia, con promessa di condurre la pratica per modo che la domanda di accordo si movesse piuttosto dai Fiorentini che dal papa, quante volte questi lasciassero ferma la libertà, come aveva sempre detto, ed allora diceva, ma queste erano lustre, però che fine e premio della guerra mossa da Clemente contro la patria sua fosse la tirannide.

211.Il difetto di questo danaro fece posare in Romagna il Carnesecchi e, com'egli scrive Dieci, «di lione lo mutò in lepre, perchè senza il denaro, ch'è il nervo della guerra, non si può far niente.»Assedio di Firenze, pag. 271. E sì che a tutti parve mandato da Dio per essere quasi un secondo Ferruccio.

211.Il difetto di questo danaro fece posare in Romagna il Carnesecchi e, com'egli scrive Dieci, «di lione lo mutò in lepre, perchè senza il denaro, ch'è il nervo della guerra, non si può far niente.»Assedio di Firenze, pag. 271. E sì che a tutti parve mandato da Dio per essere quasi un secondo Ferruccio.

212.Borghini,Arme delle famiglie fiorentine, pag. 149.

212.Borghini,Arme delle famiglie fiorentine, pag. 149.

213.Varchi,Storia, lib. X; Vasari,Vita di Andrea.

213.Varchi,Storia, lib. X; Vasari,Vita di Andrea.

214.Vasari, nota dell'edizione di Roma. Alfredo di Musset ha scritto un dramma sopra Andrea del Sarto, e invito a leggerlo i miei lettori italiani.

214.Vasari, nota dell'edizione di Roma. Alfredo di Musset ha scritto un dramma sopra Andrea del Sarto, e invito a leggerlo i miei lettori italiani.

215.Josuè, cap. X, v. 14.

215.Josuè, cap. X, v. 14.

216.Dante,Inferno, canto XXVII; il cristiano fu Guido da Montefeltro; il papa Bonifazio VIII.

216.Dante,Inferno, canto XXVII; il cristiano fu Guido da Montefeltro; il papa Bonifazio VIII.

217.Nardi,Storia, lib. VIII. Ed è fatale che la madre sua, come attesta il Busini per confessioni di Bacio Maruccelli, gli scrivesse di levarsi da quella impresa perchè era ingiusta e vi capiterebbe male.Assedio di Firenze, pag. 108.

217.Nardi,Storia, lib. VIII. Ed è fatale che la madre sua, come attesta il Busini per confessioni di Bacio Maruccelli, gli scrivesse di levarsi da quella impresa perchè era ingiusta e vi capiterebbe male.Assedio di Firenze, pag. 108.

218.Varchi,Storia, lib. X; Nardi,Storia, lib. VIII.

218.Varchi,Storia, lib. X; Nardi,Storia, lib. VIII.

219.Nardi,Stor., lib. VIII, pag. 216.

219.Nardi,Stor., lib. VIII, pag. 216.

220.Donato Giannotti,Vita di Francesco Ferruccio.

220.Donato Giannotti,Vita di Francesco Ferruccio.

221.Storie, lib. X.

221.Storie, lib. X.

222.Ricord. Malisp.,Stor., cap. 76.

222.Ricord. Malisp.,Stor., cap. 76.

223.Nella lettera del Ferruccio ai Dieci del 26 ottobre 1520, con la quale annunzia la presa di Castelfiorentino, occorrono queste parole notabili: «Infra li prigioni v'è uno gentile homo napolitano et certi altri ricchi di Castelfiorentino, che sto fra due di appiccarli: che certamente meritano maggiore punizione gli subditi nostri che sono contro alla città, che li soldati che vengono ad oppressare quella.»

223.Nella lettera del Ferruccio ai Dieci del 26 ottobre 1520, con la quale annunzia la presa di Castelfiorentino, occorrono queste parole notabili: «Infra li prigioni v'è uno gentile homo napolitano et certi altri ricchi di Castelfiorentino, che sto fra due di appiccarli: che certamente meritano maggiore punizione gli subditi nostri che sono contro alla città, che li soldati che vengono ad oppressare quella.»

224.Vedi con quanta stupenda parsimonia ragguaglia il Ferruccio i Dieci di Libertà e Pace, lettera 38, di questa fazione su la quale spesero molte e generose parole, secondo che merita, il Varchi,Storie, tomo II, e gli altri storici. Notabile è questo, che il Ferruccio nella breve lettera dimenticata perfino di annunziar la prigionia del castellano spagnuolo onde per via di proscritto aggiunse: «Mi ero scordato di dire alle Vostre Signorie quel che più vale: che in la fortezza di Saminiato si è preso un commissario spagnuolo mandato dal principe per patrone a Saminiato: el quale tengo presso di me per farne la volontà di quelle.»

224.Vedi con quanta stupenda parsimonia ragguaglia il Ferruccio i Dieci di Libertà e Pace, lettera 38, di questa fazione su la quale spesero molte e generose parole, secondo che merita, il Varchi,Storie, tomo II, e gli altri storici. Notabile è questo, che il Ferruccio nella breve lettera dimenticata perfino di annunziar la prigionia del castellano spagnuolo onde per via di proscritto aggiunse: «Mi ero scordato di dire alle Vostre Signorie quel che più vale: che in la fortezza di Saminiato si è preso un commissario spagnuolo mandato dal principe per patrone a Saminiato: el quale tengo presso di me per farne la volontà di quelle.»

225.Varchi,Storie, lib. XI.

225.Varchi,Storie, lib. XI.

226.Il Ferruccio con lettera del 7 novembre 1529 conforta il commessario Tosinghi della sua mala ventura con garbo singolare: «Per la vostra intendo voi essere ritornato in Pisa con le bande, et del non avere obtenuto Peccioli, et di esserne feriti et morti alquanti. È usanza di guerra. Basta solo avere inteso che le fanterie nostre hanno facto el debito; et del resto non si ha a tenere conto alcuno.»

226.Il Ferruccio con lettera del 7 novembre 1529 conforta il commessario Tosinghi della sua mala ventura con garbo singolare: «Per la vostra intendo voi essere ritornato in Pisa con le bande, et del non avere obtenuto Peccioli, et di esserne feriti et morti alquanti. È usanza di guerra. Basta solo avere inteso che le fanterie nostre hanno facto el debito; et del resto non si ha a tenere conto alcuno.»

227.Queste diverse zuffe avvennero a Marti, a San Romano e a Montopoli; riunite in una le trasporto sopra un terreno diverso.

227.Queste diverse zuffe avvennero a Marti, a San Romano e a Montopoli; riunite in una le trasporto sopra un terreno diverso.

228.Varchi,Storie.

228.Varchi,Storie.

229.Varchi,Storie.

229.Varchi,Storie.

230.Strana cosa: questo sviscerato amore delle meretrici per la patria occorre nelle storie. Quando Serse minacciò gli estremi danni alla libertà della Grecia, tutte le meretrici greche recaronsi a Corinto per propiziare Diana. — Donde avviene questo? Avviene perchè ogni anima non cade mai tanto basso che non senta la necessità di risorgere; e a tale intento si agguanta a qualunque canapo le venga offerto dalla fortuna.

230.Strana cosa: questo sviscerato amore delle meretrici per la patria occorre nelle storie. Quando Serse minacciò gli estremi danni alla libertà della Grecia, tutte le meretrici greche recaronsi a Corinto per propiziare Diana. — Donde avviene questo? Avviene perchè ogni anima non cade mai tanto basso che non senta la necessità di risorgere; e a tale intento si agguanta a qualunque canapo le venga offerto dalla fortuna.

231.Diario del Monaldi in fine delleStorie pistolesi.

231.Diario del Monaldi in fine delleStorie pistolesi.

232.Ruberto monaco,Stor., lib. V.

232.Ruberto monaco,Stor., lib. V.

233.Hans Werner.

233.Hans Werner.

234.Tasso,Sonetto.

234.Tasso,Sonetto.

235.Luca XXIV, v. 27.

235.Luca XXIV, v. 27.

236.Varchi,Storie.

236.Varchi,Storie.

237.«Leggesi scritto da Elinando che nel contado d'Universa fu un povero uomo il quale era buono, e che temeva iddio, et era carbonaio, e di quell'arte si vivea. E avendo accesa la fossa de carboni una volta e stando la notte in una sua capannetta a guardia dell'accesa fossa, sentì in su l'ora della mezza notte grandi strida. Uscì fuori per vedere che fosse: e vide, venire verso la fossa correndo e stridendo una femmina scapigliata e gnuda: e dietro le venia uno cavaliere in su uno cavallo nero correndo, con uno coltello ignudo in mano: e della bocca e degli occhi e del naso del cavaliere e del cavallo uscia flamma di fuoco ardente. Giugnendo la femmina alla fossa che ardeva, non passò più oltre, e nella fossa non ardiva gittarsi; ma correndo intorno alla fossa, fu sopraggiunta dal cavaliere che dietro le correa: la quale traendo guai, presa per li svolazzanti capelli, crudelmente ferì per lo mezzo del petto col coltello che tenea in mano. E cadendo in terra con molto spargimento di sangue, la riprese per l'insanguinati capelli e gittolla nella fossa de' carboni ardenti, dove lasciandola stare per alcuno spazio di tempo, tutto focosa e arsa la ritolse: e ponendolasi davanti in sul collo del cavallo, correndo se n'andò per la via donde era venuto.» — VediPassavanti,Specchio della vera penitenza, cap. II.

237.«Leggesi scritto da Elinando che nel contado d'Universa fu un povero uomo il quale era buono, e che temeva iddio, et era carbonaio, e di quell'arte si vivea. E avendo accesa la fossa de carboni una volta e stando la notte in una sua capannetta a guardia dell'accesa fossa, sentì in su l'ora della mezza notte grandi strida. Uscì fuori per vedere che fosse: e vide, venire verso la fossa correndo e stridendo una femmina scapigliata e gnuda: e dietro le venia uno cavaliere in su uno cavallo nero correndo, con uno coltello ignudo in mano: e della bocca e degli occhi e del naso del cavaliere e del cavallo uscia flamma di fuoco ardente. Giugnendo la femmina alla fossa che ardeva, non passò più oltre, e nella fossa non ardiva gittarsi; ma correndo intorno alla fossa, fu sopraggiunta dal cavaliere che dietro le correa: la quale traendo guai, presa per li svolazzanti capelli, crudelmente ferì per lo mezzo del petto col coltello che tenea in mano. E cadendo in terra con molto spargimento di sangue, la riprese per l'insanguinati capelli e gittolla nella fossa de' carboni ardenti, dove lasciandola stare per alcuno spazio di tempo, tutto focosa e arsa la ritolse: e ponendolasi davanti in sul collo del cavallo, correndo se n'andò per la via donde era venuto.» — VediPassavanti,Specchio della vera penitenza, cap. II.

238.In un manoscritto intitolato: Ambasceriadi messer Baldassare Carducci alla corte di Francia, ho trovato tre lettere di Pierfilippo Pandolfini, dalle quali si recava apertamente qual fosse il consiglio di Nicolò e della sua parte, che per la morte di lui non cessò di avere seguito nella Repubblica: — poi trattandosi di giudicarlo — «et anche certi Priori si condussero in modo che non si potè ottenere che la cosa s'investigasse, benchè ognuno abbia tocco con mano havere Nicolò tenuta questa pratica con gl'imperiali, et PP. non per sapere i loro progressi, ma per indurre una parte di quell'esercito alla volta di Toscana per ridurre lo Stato in mano di pochi et suoi, de' quali lui intendeva essere principe e capo...» e più sotto: «Ho parlato con messer Antonio del Vecchio, oratore sanese, quale partì due giorni sono, e diceva havere lui saputo le pratiche che Nicolò teneva con il papa e con gl'imperiali, et scusandolo di bontà, dice che non voleva distruggere lo Stato, ma dalla partecipazione di quello escluderne tanta moltitudine.» —Lettera di Pierfilippo Pandolfini a messer Carducci Baldassare, del 26 aprile 1529.

238.In un manoscritto intitolato: Ambasceriadi messer Baldassare Carducci alla corte di Francia, ho trovato tre lettere di Pierfilippo Pandolfini, dalle quali si recava apertamente qual fosse il consiglio di Nicolò e della sua parte, che per la morte di lui non cessò di avere seguito nella Repubblica: — poi trattandosi di giudicarlo — «et anche certi Priori si condussero in modo che non si potè ottenere che la cosa s'investigasse, benchè ognuno abbia tocco con mano havere Nicolò tenuta questa pratica con gl'imperiali, et PP. non per sapere i loro progressi, ma per indurre una parte di quell'esercito alla volta di Toscana per ridurre lo Stato in mano di pochi et suoi, de' quali lui intendeva essere principe e capo...» e più sotto: «Ho parlato con messer Antonio del Vecchio, oratore sanese, quale partì due giorni sono, e diceva havere lui saputo le pratiche che Nicolò teneva con il papa e con gl'imperiali, et scusandolo di bontà, dice che non voleva distruggere lo Stato, ma dalla partecipazione di quello escluderne tanta moltitudine.» —Lettera di Pierfilippo Pandolfini a messer Carducci Baldassare, del 26 aprile 1529.

239.Avendo trovato il cartello originale quale fu mandato da Ludovico Martelli e da Dante da Castiglione, mi parve religione riportarlo per lo appunto. Lo compose messere Salvestro Aldobrandini padre di Clemente VIII, dottore solenne. Si trova stampato nell'Archivio storico,nuova serie, tomo IV, parte 2.

239.Avendo trovato il cartello originale quale fu mandato da Ludovico Martelli e da Dante da Castiglione, mi parve religione riportarlo per lo appunto. Lo compose messere Salvestro Aldobrandini padre di Clemente VIII, dottore solenne. Si trova stampato nell'Archivio storico,nuova serie, tomo IV, parte 2.

240.Fausto,Del duello, lib. I, pag. 54.

240.Fausto,Del duello, lib. I, pag. 54.

241.Guicciardini,Storia, lib. XV; Robertson,Vita di Carlo V.

241.Guicciardini,Storia, lib. XV; Robertson,Vita di Carlo V.

242.Vita di Benvenuto Cellini.

242.Vita di Benvenuto Cellini.

243.Varchi,Stor., lib. X.

243.Varchi,Stor., lib. X.

244.VedeteI destini dell'Europa.

244.VedeteI destini dell'Europa.

245.Varchi,Stor., lib. X.

245.Varchi,Stor., lib. X.

246.Varchi,Stor.

246.Varchi,Stor.

247.Il luogo del combattimento dicesi fosse sol poggio Baroncelli, oggi Imperiale. Vengo assicurato da persona la quale ha veduto alcune scritture della nobilissima famiglia del Caccia che il luogo del combattimento non fu veramente sul poggio Baroncelli, ma bensì alle radici dello stesso, cioè in un prato che è alla metà della strada che conduce al convento nominato laPace.Scene di Vite e Ritratti, ecc.

247.Il luogo del combattimento dicesi fosse sol poggio Baroncelli, oggi Imperiale. Vengo assicurato da persona la quale ha veduto alcune scritture della nobilissima famiglia del Caccia che il luogo del combattimento non fu veramente sul poggio Baroncelli, ma bensì alle radici dello stesso, cioè in un prato che è alla metà della strada che conduce al convento nominato laPace.Scene di Vite e Ritratti, ecc.

248.Questa camicia si componeva con esecrabili superstizioni; credevano difendesse da ogni male. Vedi Bedino,Dæmonomania.

248.Questa camicia si componeva con esecrabili superstizioni; credevano difendesse da ogni male. Vedi Bedino,Dæmonomania.

249.Varchi,Stor.

249.Varchi,Stor.

250.È pregio dell'opera riportare certo aneddoto riferito nellaVita di padre Gerolamo Savonarolascritta da fra Pacifico Burlamacchi lucchese al capitolo che incomincia:Come Lorenzo dei Medici ammalato volle confessarsi da lui.— Lorenzo trovandosi infermo a morte, domandò il confessore; ed avendo appresso don Guido degli Angioli e messer Mariano della Barba, suoi famigliari, disse: Non voglio alcuno di loro; mandate per il padre priore di San Marco, perchè io non ho ancora trovato religioso alcuno se non lui. — Andò dunque un messo a chiamarlo da parte di Lorenzo, al quale egli rispose: Dite a Lorenzo ch'io non sono il suo bisogno, perchè noi non saremo d'accordo; però non è espediente ch'io venga. — Ritornato il servo con questa ambasciata, disse di nuovo Lorenzo: Torna al padre priore e digli che al tutto venga, perchè io voglio essere d'accordo con lui e far tutto quello che sua riverenzia mi dirà. — Ritornato dunque il servitore a San Marco e fatta la proposta al padre priore, egli prese subito il cammino verso Careggio, villa di Lorenzo lontana due miglia dalla città, dov'egli giaceva ammalato, e per compagno suo prese fra Gregorio vecchio, al quale per la via rivelò che Lorenzo al tutto doveva morire di quella infermità nè poteva scampare. Giunto questo al luogo ed entrato nella camera di Lorenzo, salutatolo prima con le debite cerimonie, dopo alquanto di ragionamento disse Lorenzo: Padre, io mi vorrei confessare, ma tre peccati mi ritirano addietro e quasi mi pongono in disperazione. — Al quale egli disse: E quali sono questi tre peccati? — Rispose allora Lorenzo: I tre peccati sono questi, i quali non so se Dio me li perdonerà: il primo è il sacco di Volterra, che patì per le promesse ch'io feci, — dove molte fanciulle persero la verginità, ed infiniti altri mali vi furono commessi; — il secondo peccato è il Monte delle fanciulle delle quali molte ne sono capitate male standosi in casa per non avere riavuta la dote loro; — il terzo peccato è il caso dei Pazzi, dove molti innocenti furono morti. Alle quali cose rispose il frate: Lorenzo, non vi mettete tante disperazioni al cuore perchè Dio è misericordioso ed anco a voi farà misericordia, se vorrete osservare tre cose ch'io vi dirò. — Allora disse Lorenzo: E quali sono queste tre cose? — Rispose il padre: La prima è: che voi abbiate una grande e viva fede che Dio possa e voglia perdonarvi. — Al quale rispose Lorenzo: Questa ci è grande, e credo così, — Soggiunge il padre: Egli è necessario ancora che ogni cosa male acquistata sia da voi restituita, in quanto sia possibile, lasciando ai vostri figliuoli tante sostanze che sieno decenti a cittadini privati. — Alle quali parole stette Lorenzo alquanto sopra di sè e di poi disse: Ed ancora questo farò. — Seguì allora il padre la terza cosa dicendo: Ultimo è necessario che si restituisca Fiorenza in libertà e nello stato popolare a uso di repubblica. — Alle quali parole Lorenzo voltò le spalle nè mai gli dette altra risposta; onde il padre si partì e lasciollo senz'altra confessione. Nè dopo molto spazio di tempo Lorenzo spirò e passò all'altra vita.

250.È pregio dell'opera riportare certo aneddoto riferito nellaVita di padre Gerolamo Savonarolascritta da fra Pacifico Burlamacchi lucchese al capitolo che incomincia:Come Lorenzo dei Medici ammalato volle confessarsi da lui.— Lorenzo trovandosi infermo a morte, domandò il confessore; ed avendo appresso don Guido degli Angioli e messer Mariano della Barba, suoi famigliari, disse: Non voglio alcuno di loro; mandate per il padre priore di San Marco, perchè io non ho ancora trovato religioso alcuno se non lui. — Andò dunque un messo a chiamarlo da parte di Lorenzo, al quale egli rispose: Dite a Lorenzo ch'io non sono il suo bisogno, perchè noi non saremo d'accordo; però non è espediente ch'io venga. — Ritornato il servo con questa ambasciata, disse di nuovo Lorenzo: Torna al padre priore e digli che al tutto venga, perchè io voglio essere d'accordo con lui e far tutto quello che sua riverenzia mi dirà. — Ritornato dunque il servitore a San Marco e fatta la proposta al padre priore, egli prese subito il cammino verso Careggio, villa di Lorenzo lontana due miglia dalla città, dov'egli giaceva ammalato, e per compagno suo prese fra Gregorio vecchio, al quale per la via rivelò che Lorenzo al tutto doveva morire di quella infermità nè poteva scampare. Giunto questo al luogo ed entrato nella camera di Lorenzo, salutatolo prima con le debite cerimonie, dopo alquanto di ragionamento disse Lorenzo: Padre, io mi vorrei confessare, ma tre peccati mi ritirano addietro e quasi mi pongono in disperazione. — Al quale egli disse: E quali sono questi tre peccati? — Rispose allora Lorenzo: I tre peccati sono questi, i quali non so se Dio me li perdonerà: il primo è il sacco di Volterra, che patì per le promesse ch'io feci, — dove molte fanciulle persero la verginità, ed infiniti altri mali vi furono commessi; — il secondo peccato è il Monte delle fanciulle delle quali molte ne sono capitate male standosi in casa per non avere riavuta la dote loro; — il terzo peccato è il caso dei Pazzi, dove molti innocenti furono morti. Alle quali cose rispose il frate: Lorenzo, non vi mettete tante disperazioni al cuore perchè Dio è misericordioso ed anco a voi farà misericordia, se vorrete osservare tre cose ch'io vi dirò. — Allora disse Lorenzo: E quali sono queste tre cose? — Rispose il padre: La prima è: che voi abbiate una grande e viva fede che Dio possa e voglia perdonarvi. — Al quale rispose Lorenzo: Questa ci è grande, e credo così, — Soggiunge il padre: Egli è necessario ancora che ogni cosa male acquistata sia da voi restituita, in quanto sia possibile, lasciando ai vostri figliuoli tante sostanze che sieno decenti a cittadini privati. — Alle quali parole stette Lorenzo alquanto sopra di sè e di poi disse: Ed ancora questo farò. — Seguì allora il padre la terza cosa dicendo: Ultimo è necessario che si restituisca Fiorenza in libertà e nello stato popolare a uso di repubblica. — Alle quali parole Lorenzo voltò le spalle nè mai gli dette altra risposta; onde il padre si partì e lasciollo senz'altra confessione. Nè dopo molto spazio di tempo Lorenzo spirò e passò all'altra vita.

251.Uno di questi, Giovambattista Niccolini, fiore di cuore e d'ingegno veracemente italiani, in ogni fortuna leale amico mio: gli altri cessarono essermi amici; se poi abbiano continuato ad amare la patria a me non istà giudicare: questo diranno i nostri figliuoli cessate che sieno le passioni le quali adesso contaminano gl'intelletti.

251.Uno di questi, Giovambattista Niccolini, fiore di cuore e d'ingegno veracemente italiani, in ogni fortuna leale amico mio: gli altri cessarono essermi amici; se poi abbiano continuato ad amare la patria a me non istà giudicare: questo diranno i nostri figliuoli cessate che sieno le passioni le quali adesso contaminano gl'intelletti.

252.Ahimè! adesso ne anche questo rimane più. Cercina, la casa di Dante da Castiglione, e stata venduta all'incanto perespropriazione forzataa istanza dei creditori. Durano tuttavia in fiore le famiglie di quelli che tradirono la patria o non la sovvennero...O sommo GioveChe fosti in terra per noi crocifisso,Son gli giusti occhi tuoi rivolti altrove?

252.Ahimè! adesso ne anche questo rimane più. Cercina, la casa di Dante da Castiglione, e stata venduta all'incanto perespropriazione forzataa istanza dei creditori. Durano tuttavia in fiore le famiglie di quelli che tradirono la patria o non la sovvennero...

O sommo GioveChe fosti in terra per noi crocifisso,Son gli giusti occhi tuoi rivolti altrove?

O sommo Giove

Che fosti in terra per noi crocifisso,

Son gli giusti occhi tuoi rivolti altrove?

253.L'ultima lettera che scrisse ai Dieci il Ferruccio il 1 agosto 1530 da Pescia, col poscritto in data del 2 da Calamec, si crede che sia nella Biblioteca di lord Ashburnham, a cui l'avrebbe venduta Guglielmo Libri.

253.L'ultima lettera che scrisse ai Dieci il Ferruccio il 1 agosto 1530 da Pescia, col poscritto in data del 2 da Calamec, si crede che sia nella Biblioteca di lord Ashburnham, a cui l'avrebbe venduta Guglielmo Libri.

254.Venti anni dopo che fu dettato il libro, io lo rivedo, confitto su questo scoglio di Corsica dalla legge dura dello esilio: nè dello esilio m'incresce, bensì della perduta libertà della patria, e, più ancora della libertà perduta, della mansuetudine pecorina affatto con la quale il patrizio volgo e il plebeo sopporta questa perdita in pace.

254.Venti anni dopo che fu dettato il libro, io lo rivedo, confitto su questo scoglio di Corsica dalla legge dura dello esilio: nè dello esilio m'incresce, bensì della perduta libertà della patria, e, più ancora della libertà perduta, della mansuetudine pecorina affatto con la quale il patrizio volgo e il plebeo sopporta questa perdita in pace.

255.Segni,Stor.lib. IV.

255.Segni,Stor.lib. IV.

256.L'altro sorrida e misticoPer man lo piglia e diceFa cuor, — sei giunto al termineDel tramite infelice.E gli orna il crin d'un candidoFior vago in sullo stelo:«Martirio» in terra appellasi,«Gloria» si appella in cielo.(Beatrice di Tenda, ballata di Orombello).

256.

L'altro sorrida e misticoPer man lo piglia e diceFa cuor, — sei giunto al termineDel tramite infelice.E gli orna il crin d'un candidoFior vago in sullo stelo:«Martirio» in terra appellasi,«Gloria» si appella in cielo.(Beatrice di Tenda, ballata di Orombello).

L'altro sorrida e mistico

Per man lo piglia e dice

Fa cuor, — sei giunto al termine

Del tramite infelice.

E gli orna il crin d'un candido

Fior vago in sullo stelo:

«Martirio» in terra appellasi,

«Gloria» si appella in cielo.

(Beatrice di Tenda, ballata di Orombello).

257.Dante,Sonetto.

257.Dante,Sonetto.

258.Nardi,Stor., lib. V.

258.Nardi,Stor., lib. V.

259.A Pisa gli si aggiunse il signor Camillo Appiano; sicchè in tutti potevano sommare a 2000 fanti e 130 cavalli.

259.A Pisa gli si aggiunse il signor Camillo Appiano; sicchè in tutti potevano sommare a 2000 fanti e 130 cavalli.

260.Sasselli,Vita di Francesco Ferruccio.

260.Sasselli,Vita di Francesco Ferruccio.

261.Dicono Lorenzo il Magnifico, ed invece allora lo chiamavano magnifico messer Lorenzo, come magnifico Niccolò da Uzzano magnifico Diotisalvi Neroni, e via discorrendo.

261.Dicono Lorenzo il Magnifico, ed invece allora lo chiamavano magnifico messer Lorenzo, come magnifico Niccolò da Uzzano magnifico Diotisalvi Neroni, e via discorrendo.

262.Dissertazione del Riccobaldi, pag. 5.

262.Dissertazione del Riccobaldi, pag. 5.

263.Cronache di frate Giuliano Ughi della Cavallina, minore osservante, pag. 161.

263.Cronache di frate Giuliano Ughi della Cavallina, minore osservante, pag. 161.

264.Giacchi,Ricerche sopra Volterra, tomo II, pag. 191. Il Buccinelli narra che nel 1493 Giuliano Cecchi, proposto di Pescia, donò con pubblica scrittura questa reliquia a Volterra.

264.Giacchi,Ricerche sopra Volterra, tomo II, pag. 191. Il Buccinelli narra che nel 1493 Giuliano Cecchi, proposto di Pescia, donò con pubblica scrittura questa reliquia a Volterra.

265.Vita di F. Ferrucciodi Filippo Sassetti: le segnate sono parole precise di Ferruccio.

265.Vita di F. Ferrucciodi Filippo Sassetti: le segnate sono parole precise di Ferruccio.

266.Il Sassetti, che più distesamente degli altri parla delle cose di Volterra, narra che il primo a salire il bastione fu l'alfiere del capitano Nicolò Strozzi, detto il Contadino.

266.Il Sassetti, che più distesamente degli altri parla delle cose di Volterra, narra che il primo a salire il bastione fu l'alfiere del capitano Nicolò Strozzi, detto il Contadino.

267.Causa della lite fu questa. Otto da Montauto, mandato dai Dieci in Mugello a reprimere le scorrerie di Ramazzotto, prendere al Trebbio Maria Salviati ed ammazzargli il figliuolo, va, e trovato Ramazzotto partito, non cura l'ordine circa la prigionia e morte della moglie e del figliuolo di Giovanni delle Bande Nere: per la qual cosa i Signori lo sostengono in Firenze. Ragionandosi su questo fatto tra Nicolò e Francesco, quegli commendava assai Otto per non avere sofferto di eseguire opera indegna di soldato, mentre questi lo riprendeva come disobbediente e indisciplinato: su di che essendosi ricambiati parole ingiuriose, il Ferruccio mise mano allo stocco e corse addosso allo Strozzi per ferirlo; i circostanti, postisi fra mezzo, impedirono si facesse sangue. — Sul movere alla volta di Volterra i Dieci ordinarono al Ferruccio di cacciare via ogni rancore che avesse contro il capitano Nicolò Strozzi per amore della Repubblica. Vuolsi avvertire che Nicolò parlava da quel solenne galantuomo ch'egli era; ma il Montauto tradiva come si vide poi dai premii che per la sua slealtà ebbe dal papa.

267.Causa della lite fu questa. Otto da Montauto, mandato dai Dieci in Mugello a reprimere le scorrerie di Ramazzotto, prendere al Trebbio Maria Salviati ed ammazzargli il figliuolo, va, e trovato Ramazzotto partito, non cura l'ordine circa la prigionia e morte della moglie e del figliuolo di Giovanni delle Bande Nere: per la qual cosa i Signori lo sostengono in Firenze. Ragionandosi su questo fatto tra Nicolò e Francesco, quegli commendava assai Otto per non avere sofferto di eseguire opera indegna di soldato, mentre questi lo riprendeva come disobbediente e indisciplinato: su di che essendosi ricambiati parole ingiuriose, il Ferruccio mise mano allo stocco e corse addosso allo Strozzi per ferirlo; i circostanti, postisi fra mezzo, impedirono si facesse sangue. — Sul movere alla volta di Volterra i Dieci ordinarono al Ferruccio di cacciare via ogni rancore che avesse contro il capitano Nicolò Strozzi per amore della Repubblica. Vuolsi avvertire che Nicolò parlava da quel solenne galantuomo ch'egli era; ma il Montauto tradiva come si vide poi dai premii che per la sua slealtà ebbe dal papa.

268.Giovanni Parelli volterrano dettò una cronaca di questi casi e le pose il titoloSeconda calamità volterrana; comparve nell'Appendice dell'Arch. stor. ital., volgarizzata per Marco Tabarrini. Badisi che questo Parelli, per essere canonico, si mostra più parziale del papa e però dei Medici che non della patria e della libertà.

268.Giovanni Parelli volterrano dettò una cronaca di questi casi e le pose il titoloSeconda calamità volterrana; comparve nell'Appendice dell'Arch. stor. ital., volgarizzata per Marco Tabarrini. Badisi che questo Parelli, per essere canonico, si mostra più parziale del papa e però dei Medici che non della patria e della libertà.

269.Giacchi,Saggio di ricerche, ecc. sopra Volterra, — Riccobaldi,Ragion. V.

269.Giacchi,Saggio di ricerche, ecc. sopra Volterra, — Riccobaldi,Ragion. V.

270.Il prete che ferì nel collo Lorenzo dei Medici il vecchio era da Volterra e si chiamava Antonio Maffei.

270.Il prete che ferì nel collo Lorenzo dei Medici il vecchio era da Volterra e si chiamava Antonio Maffei.

271.Isaia, 40.

271.Isaia, 40.

272.Nè molti nè di grande costrutto trovo che fossero gli argenti e gli arredi sacri cavati dal Ferruccio dalla cattedrale di Volterra; eccone la nota che si conserva nelLiber omnium rerum mobilium et immobilium sacristiae Vulterrarum.1º. Nostra Donna col Figliuolo in braccio di argento, libbre 5 con base di rame dorato. — 2.º Tabernacolo grande di argento con piè di rame dorato con 6 smalti nel nodo: smalti 6 al piede con 6 angiolletti con tutti i loro pinnacoli con crocetta insieme o crocifisso, di libbre 13. — 3.º Turibolo di argento con sette guglie nel cerchio grande, e nel secondo cerchio guglie quattro e mezzo, ad una manca la punta, libbre 7, once 2. — 4.º Un turibolo di argento con sei guglie nel primo cerchio, che v'è una spiccata, di peso libbre 3, once 9. — 5.º Una navicella di argento con due smalti et due serpenti: dentro vi è un cucchiaio di argento: libbre 2, once 2, mal peso. — 6.º Un paio di ampolle di argento con arme del Gherardi, di libbre 1, once 4, — 7.º Una pace con Nostra Donna di argento con dodici castoni et pietre 8 et perle quattro con arme del Gherardi, di peso once 8. — 8.º Una cassetta di argento da olio santo, libbre 1, once 11. Et una lingua di argento con filo di oro, once 2. — 9.º Una croce di legno coperta di argento con crocifisso di argento, libbre 2, once 10. — 10.º Una crocetta di argento con crocifisso e coralli, cinque bottoni, once 8. — 11.º L'argento che cuopriva uno evangelistario di legno. — 12.º L'argento di uno epistolario. — 13.º Una corona ad uso di crocifisso con gigli ottantaquattro, con quattro madreperle per giglio ed uno castone; et uno smalto senza pietra, libbre 1, once 6. — 14º Una tavola di legno coperta di argento ad uso dello altare maggiore con quadri ventuno. — 15.º Un bacinetto di argento coll'arme di Iacopo Gherardi, di peso libbre 1, once 5. — 16.º Una croce di argento, libbre 6, once 10. — 17.º Un calice di argento smaltato con arme del Guelfuccio, libbre 2, once 3. — 18.º Un calice grande di argento smaltato, libbre 3, once 10. — 19.º Un calice e patena di argento, libbre 2, once 2. — 20.º Un calice e patena di argento, smaltato, libbre 2. — 21.º Un calice e patena di argento all'inghilesesmaltato, libbre 2. — 22.º Una patena. — 23.º Un bottone di argento, libbre 1, once 3. — 24.º Un anello con giglio, un cammeo e quattro pietre, due rubini e due smaragdi e quattro perle, legato in oro.Nelle Cronache Volterrane, dettate con evidente stizza in vituperio del Ferruccio e dei Fiorentini, leggiamo che le milizie ferrucciane su la prima giunta a Volterra combatterono comechè stanche non mica per virtù ma per fame, non avendo recato con esso loro tanto da potersi sdigiunare — ancora che il Ferruccio, fatto prigioni quattordici Spagnoli, lasciò morirli d'inedia, dopochè taluno di loro per attutire il tormento della sete ebbe bevuto la propria orina, — di più, che il Ferruccio assalito dal marchese Del Vasto e da Fabrizio Maramaldo perse l'animo e si apprestava a fuggirsi co' cavalli fuori di porta a Selca, se Morgante da Castiglione non lo incorava persuadendolo a mostrare buon viso alla fortuna: — finalmente, che il nepote di Bartolo Tedaldi prendendo in mano la barba della statua di santo Ottaviano lavorata in argento esclamasse: «Questo vecchio provvederà;» per la quale cosa si sa di certo che gli si cangrenassero le mani, e dopo tre giorni miseramente morisse.Così la racconta il Parelli, op. cit., p. 180; diversa il Sassetti nella Vita del Ferruccio: Non fu santo Ottaviano (secondo lui) bensì san Vittore; nè il nepote del Tedaldi lo percosse, ma gli levò il frontale di argento, e quanto stesse infermo si tace. Altri altramente: cose vecchie e non pertanto (stupendo a dirsi!) se non del pari adesso universalmente credute, del pari almeno date ad intendere. Il principe di Oranges bene altra preda fece agli altari; imperciocchè, passando per l'Aquila, ne arraffò la cassa di argento dove stava riposto il corpo di san Bernardino da Siena, convertendola in suo uso; e di lui gli scrittori la più parte servi della fortuna tacquero perchè ei sostenne le parti del papa; e nota che l'Aquila era città suddita e amica dello imperatore, Volterra ribelle alla Repubblica; e il principe faceva per sè, il Ferruccio per la patria: — nella necessità della quale (osserva il Sassetti,Vita di Francesco Ferruccio), con lo esempio di Davitte, che ai soldati diede a mangiare la vittima mancandogli altri argomenti, non èforseimpio costume adoperare le cose destinale al culto divino.» E diceva meglio se lasciavaforsenella penna — Degli argenti il Ferruccio coniò monete da quattro grossi; con gli ori, mezzi ducati; ma pochi, perchè a mezzo giugno mancanti i danari per le paghe, i Côrsi gli si abbottinarono ricusando combattere.

272.Nè molti nè di grande costrutto trovo che fossero gli argenti e gli arredi sacri cavati dal Ferruccio dalla cattedrale di Volterra; eccone la nota che si conserva nelLiber omnium rerum mobilium et immobilium sacristiae Vulterrarum.1º. Nostra Donna col Figliuolo in braccio di argento, libbre 5 con base di rame dorato. — 2.º Tabernacolo grande di argento con piè di rame dorato con 6 smalti nel nodo: smalti 6 al piede con 6 angiolletti con tutti i loro pinnacoli con crocetta insieme o crocifisso, di libbre 13. — 3.º Turibolo di argento con sette guglie nel cerchio grande, e nel secondo cerchio guglie quattro e mezzo, ad una manca la punta, libbre 7, once 2. — 4.º Un turibolo di argento con sei guglie nel primo cerchio, che v'è una spiccata, di peso libbre 3, once 9. — 5.º Una navicella di argento con due smalti et due serpenti: dentro vi è un cucchiaio di argento: libbre 2, once 2, mal peso. — 6.º Un paio di ampolle di argento con arme del Gherardi, di libbre 1, once 4, — 7.º Una pace con Nostra Donna di argento con dodici castoni et pietre 8 et perle quattro con arme del Gherardi, di peso once 8. — 8.º Una cassetta di argento da olio santo, libbre 1, once 11. Et una lingua di argento con filo di oro, once 2. — 9.º Una croce di legno coperta di argento con crocifisso di argento, libbre 2, once 10. — 10.º Una crocetta di argento con crocifisso e coralli, cinque bottoni, once 8. — 11.º L'argento che cuopriva uno evangelistario di legno. — 12.º L'argento di uno epistolario. — 13.º Una corona ad uso di crocifisso con gigli ottantaquattro, con quattro madreperle per giglio ed uno castone; et uno smalto senza pietra, libbre 1, once 6. — 14º Una tavola di legno coperta di argento ad uso dello altare maggiore con quadri ventuno. — 15.º Un bacinetto di argento coll'arme di Iacopo Gherardi, di peso libbre 1, once 5. — 16.º Una croce di argento, libbre 6, once 10. — 17.º Un calice di argento smaltato con arme del Guelfuccio, libbre 2, once 3. — 18.º Un calice grande di argento smaltato, libbre 3, once 10. — 19.º Un calice e patena di argento, libbre 2, once 2. — 20.º Un calice e patena di argento, smaltato, libbre 2. — 21.º Un calice e patena di argento all'inghilesesmaltato, libbre 2. — 22.º Una patena. — 23.º Un bottone di argento, libbre 1, once 3. — 24.º Un anello con giglio, un cammeo e quattro pietre, due rubini e due smaragdi e quattro perle, legato in oro.

Nelle Cronache Volterrane, dettate con evidente stizza in vituperio del Ferruccio e dei Fiorentini, leggiamo che le milizie ferrucciane su la prima giunta a Volterra combatterono comechè stanche non mica per virtù ma per fame, non avendo recato con esso loro tanto da potersi sdigiunare — ancora che il Ferruccio, fatto prigioni quattordici Spagnoli, lasciò morirli d'inedia, dopochè taluno di loro per attutire il tormento della sete ebbe bevuto la propria orina, — di più, che il Ferruccio assalito dal marchese Del Vasto e da Fabrizio Maramaldo perse l'animo e si apprestava a fuggirsi co' cavalli fuori di porta a Selca, se Morgante da Castiglione non lo incorava persuadendolo a mostrare buon viso alla fortuna: — finalmente, che il nepote di Bartolo Tedaldi prendendo in mano la barba della statua di santo Ottaviano lavorata in argento esclamasse: «Questo vecchio provvederà;» per la quale cosa si sa di certo che gli si cangrenassero le mani, e dopo tre giorni miseramente morisse.

Così la racconta il Parelli, op. cit., p. 180; diversa il Sassetti nella Vita del Ferruccio: Non fu santo Ottaviano (secondo lui) bensì san Vittore; nè il nepote del Tedaldi lo percosse, ma gli levò il frontale di argento, e quanto stesse infermo si tace. Altri altramente: cose vecchie e non pertanto (stupendo a dirsi!) se non del pari adesso universalmente credute, del pari almeno date ad intendere. Il principe di Oranges bene altra preda fece agli altari; imperciocchè, passando per l'Aquila, ne arraffò la cassa di argento dove stava riposto il corpo di san Bernardino da Siena, convertendola in suo uso; e di lui gli scrittori la più parte servi della fortuna tacquero perchè ei sostenne le parti del papa; e nota che l'Aquila era città suddita e amica dello imperatore, Volterra ribelle alla Repubblica; e il principe faceva per sè, il Ferruccio per la patria: — nella necessità della quale (osserva il Sassetti,Vita di Francesco Ferruccio), con lo esempio di Davitte, che ai soldati diede a mangiare la vittima mancandogli altri argomenti, non èforseimpio costume adoperare le cose destinale al culto divino.» E diceva meglio se lasciavaforsenella penna — Degli argenti il Ferruccio coniò monete da quattro grossi; con gli ori, mezzi ducati; ma pochi, perchè a mezzo giugno mancanti i danari per le paghe, i Côrsi gli si abbottinarono ricusando combattere.

273.E fece male a non lo impiccare, dacchè si ha dal canonico Parelli.Seconda calamità volterrana: «Mi ricordo che un giorno mentre tutti erano alla muraglia, abbandonato il resto della città, Taddeo de' Guiducci prigione del Ferruccio mi disse all'orecchio: Aiutami con quanti più puoi raccogliere, e apriamo le porte a Fabrizio, Onde Ferruccio sia oppresso, e noi vendicati. — Ed avendogli io risposto: Mancano le armi. — Non è buona ragione, — riprese; e per non dar sospetto si allontanò. Di fatto se il Ferruccio avesse avuto sentore di questo segreto colloquio, ci avrebbe senz'altro appiccati. Ed io copertamente tentai molti sul disegno del Guiducci, ma niuno volle assentire.» Pag. 351. Ah! il perdono, il perdono troppo spesso provammo rugiada caduta sopra masse di granito; tuttavolta perdoniamo sempre...

273.E fece male a non lo impiccare, dacchè si ha dal canonico Parelli.Seconda calamità volterrana: «Mi ricordo che un giorno mentre tutti erano alla muraglia, abbandonato il resto della città, Taddeo de' Guiducci prigione del Ferruccio mi disse all'orecchio: Aiutami con quanti più puoi raccogliere, e apriamo le porte a Fabrizio, Onde Ferruccio sia oppresso, e noi vendicati. — Ed avendogli io risposto: Mancano le armi. — Non è buona ragione, — riprese; e per non dar sospetto si allontanò. Di fatto se il Ferruccio avesse avuto sentore di questo segreto colloquio, ci avrebbe senz'altro appiccati. Ed io copertamente tentai molti sul disegno del Guiducci, ma niuno volle assentire.» Pag. 351. Ah! il perdono, il perdono troppo spesso provammo rugiada caduta sopra masse di granito; tuttavolta perdoniamo sempre...

274.Che la faccenda stesse come si racconta, e non altrimenti, non se ne può dubitare dopo che in questo modo la riporta Filippo Sassetti nellaVita del Ferruccio; e meglio ancora il Parelli, nemico del Ferruccio, nellaSeconda calamità volterranea; il quale se lascia alquanto di dubbiezza pel suo dire avviluppato di ambage, questa viene tolta affatto dal testimonio pienissimo del capitano Goro da Montebenichi, cui ebbe tanto in disgrazia il Ferruccio che stette a un pelo di farlo impiccare.Lettera del Ferruccio ai Dieci, 30 novem. 1529.

274.Che la faccenda stesse come si racconta, e non altrimenti, non se ne può dubitare dopo che in questo modo la riporta Filippo Sassetti nellaVita del Ferruccio; e meglio ancora il Parelli, nemico del Ferruccio, nellaSeconda calamità volterranea; il quale se lascia alquanto di dubbiezza pel suo dire avviluppato di ambage, questa viene tolta affatto dal testimonio pienissimo del capitano Goro da Montebenichi, cui ebbe tanto in disgrazia il Ferruccio che stette a un pelo di farlo impiccare.Lettera del Ferruccio ai Dieci, 30 novem. 1529.

275.Sassetti,Vita di F. Ferruccio. —Seconda calamità volterrana.—Diariodi Camillo Incontri. —Ricordi MS.del capitano Goro da Montebenichi, nella Magliabechiana. —Appendice 14, tomo 4 dell'Archivio storico italiano.

275.Sassetti,Vita di F. Ferruccio. —Seconda calamità volterrana.—Diariodi Camillo Incontri. —Ricordi MS.del capitano Goro da Montebenichi, nella Magliabechiana. —Appendice 14, tomo 4 dell'Archivio storico italiano.

276.Altri riporta il signor Camillo morisse di archibugiata in una coscia, tocca nello scaramucciare con gl'inimici: non mancò chi disse averlo fatto il Ferruccio, comechè costui avesse congiurato di consegnare una porta della fortezza al marchese Del Vasto, e il Segni sembra inclini a questo parere.Storie, lib. IV. — Non credere niente; il Ferruccio non era uomo da cotali ripieghi scellerati, quanto codardi; se avesse colto il signor Camillo in fallo di tradimento, lo avrebbe fatto impiccare alla ricisa e forse ammazzato egli stesso, come per minor colpa stette a un pelo che non togliesse la vita al conte Gherardo della Gherardesca di Castagneto, secondo che fu raccontato di sopra.

276.Altri riporta il signor Camillo morisse di archibugiata in una coscia, tocca nello scaramucciare con gl'inimici: non mancò chi disse averlo fatto il Ferruccio, comechè costui avesse congiurato di consegnare una porta della fortezza al marchese Del Vasto, e il Segni sembra inclini a questo parere.Storie, lib. IV. — Non credere niente; il Ferruccio non era uomo da cotali ripieghi scellerati, quanto codardi; se avesse colto il signor Camillo in fallo di tradimento, lo avrebbe fatto impiccare alla ricisa e forse ammazzato egli stesso, come per minor colpa stette a un pelo che non togliesse la vita al conte Gherardo della Gherardesca di Castagneto, secondo che fu raccontato di sopra.

277.Ab ingentibus lacertis validissimo centurione.Lo dice il Giovio nelleStorie.

277.Ab ingentibus lacertis validissimo centurione.Lo dice il Giovio nelleStorie.

278.Tutti i particolari di queste memorabili fazioni di guerra non si sono potuti riportare senza distendere a soverchia lunghezza il racconto: di questo però vada persuaso il lettore, che il Ferruccio, il quale pure aveva veduto le battaglie tra Spagnoli e Francesi nel regno, scrivendo ai Dieci li chiariva «da tre anni in qua non essersi vedute maggiori battaglie in Italia.» Nel giorno 13 giugno tre furono gli assalti: il primo con dodici compagnie, il secondo con diciotto, il terzo con venticinque, combatterono dall'alba fino alle 23 ore di sera, e dei nimici morironvi 400, altrettanti i feriti: ai nostri mancò la munizione di polvere. Il Ferruccio rimase ferito nel secondo, non già nel primo assalto: molti dicono di una sola ferita: il Varchi ne parla in plurale: nella lettera del 6 luglio scritta dai commissari di Volterra ai Dieci, oltre la percossa ricevuta alla batteria, si rammenta la cascata da cavallo: e il Diario dello Incontri riporta del pari di una mala ferita che si fece al ginocchio, per esserglisi abbattuto sotto il cavallo mentre con gran impeto si spingeva ad ammazzare un Volterrano che vide starsene scioperato invece di accorrere ai bastioni: alla quale si aggiunse la febbre: — e si fe' portare dove si combatteva per essere veduto dai soldati. Questo secondo assalto incominciò il 21 giugno, un'ora prima del giorno; dopo 500 cannonate che atterrarono in più parti le mura riparate con botti, materasse e terra, alle ore 20 salirono all'assalto: tre volte si spinsero su la breccia, e tre furono respinti così duramente che dopo quattro ore si dettero alla fuga lasciando sul campo 800 tra morti e feriti. Quando l'esercito imperiale si partì con tanta vergogna, i Ferrucciani gli corsero dietro menando rumore con teglie, padelle e corni, dicendogli villania. — Fabrizio aveva tratto seco 500 fanti e 5000 cavalli: il marchese 4000 fanti: bagaglioni e marraioli non si contano.

278.Tutti i particolari di queste memorabili fazioni di guerra non si sono potuti riportare senza distendere a soverchia lunghezza il racconto: di questo però vada persuaso il lettore, che il Ferruccio, il quale pure aveva veduto le battaglie tra Spagnoli e Francesi nel regno, scrivendo ai Dieci li chiariva «da tre anni in qua non essersi vedute maggiori battaglie in Italia.» Nel giorno 13 giugno tre furono gli assalti: il primo con dodici compagnie, il secondo con diciotto, il terzo con venticinque, combatterono dall'alba fino alle 23 ore di sera, e dei nimici morironvi 400, altrettanti i feriti: ai nostri mancò la munizione di polvere. Il Ferruccio rimase ferito nel secondo, non già nel primo assalto: molti dicono di una sola ferita: il Varchi ne parla in plurale: nella lettera del 6 luglio scritta dai commissari di Volterra ai Dieci, oltre la percossa ricevuta alla batteria, si rammenta la cascata da cavallo: e il Diario dello Incontri riporta del pari di una mala ferita che si fece al ginocchio, per esserglisi abbattuto sotto il cavallo mentre con gran impeto si spingeva ad ammazzare un Volterrano che vide starsene scioperato invece di accorrere ai bastioni: alla quale si aggiunse la febbre: — e si fe' portare dove si combatteva per essere veduto dai soldati. Questo secondo assalto incominciò il 21 giugno, un'ora prima del giorno; dopo 500 cannonate che atterrarono in più parti le mura riparate con botti, materasse e terra, alle ore 20 salirono all'assalto: tre volte si spinsero su la breccia, e tre furono respinti così duramente che dopo quattro ore si dettero alla fuga lasciando sul campo 800 tra morti e feriti. Quando l'esercito imperiale si partì con tanta vergogna, i Ferrucciani gli corsero dietro menando rumore con teglie, padelle e corni, dicendogli villania. — Fabrizio aveva tratto seco 500 fanti e 5000 cavalli: il marchese 4000 fanti: bagaglioni e marraioli non si contano.

279.Ai traditori era costume di sfasciare una lista di cima in fondo della casa che abitavano; nell'assedio ciò fu praticato contro in casa di Baccio Valori (Varchi,Stor.)

279.Ai traditori era costume di sfasciare una lista di cima in fondo della casa che abitavano; nell'assedio ciò fu praticato contro in casa di Baccio Valori (Varchi,Stor.)

280.Manni,Vita di Lapaccio da Montelupo.

280.Manni,Vita di Lapaccio da Montelupo.

281.«Nous revinmes a Paris, où madame de Chèvreuse ne fut pas plus tòt arrivèe qu'on apprit l'exècution de monsieur de Chalais, qui fut fort cruelle, parce que, ayant fait evader le bourreau, on fut obligè de la faire faire par un soldat, qui le massacra de telle sorte qu'il lui donna vingt-deux coups avant de l'achever. Madame de Chalais, sa mere, monta sur l'èchafaud et l'assista courageusement jusqu'a la mort.» (Mémoires de M. de La Porte, valet-de-chambre de Louis XIV.)

281.«Nous revinmes a Paris, où madame de Chèvreuse ne fut pas plus tòt arrivèe qu'on apprit l'exècution de monsieur de Chalais, qui fut fort cruelle, parce que, ayant fait evader le bourreau, on fut obligè de la faire faire par un soldat, qui le massacra de telle sorte qu'il lui donna vingt-deux coups avant de l'achever. Madame de Chalais, sa mere, monta sur l'èchafaud et l'assista courageusement jusqu'a la mort.» (Mémoires de M. de La Porte, valet-de-chambre de Louis XIV.)

282.Le perfectionnement moral, l. 3, sect. 2, chap. VI.

282.Le perfectionnement moral, l. 3, sect. 2, chap. VI.

283.Matth, c. XI, v. 16.

283.Matth, c. XI, v. 16.

284.Matth. c. XXVII, v. 51.

284.Matth. c. XXVII, v. 51.

285.Voyeur-Collard.

285.Voyeur-Collard.

286.Samuel., c. VIII.

286.Samuel., c. VIII.

287.V. Cousin; e più dure parole gli si risparmiano per la pietà che ebbe di provvedere in tempi anco più maligni di questi onorato sepolcro a Santorre Santarosa spento a Sfatteria presso Navarino.

287.V. Cousin; e più dure parole gli si risparmiano per la pietà che ebbe di provvedere in tempi anco più maligni di questi onorato sepolcro a Santorre Santarosa spento a Sfatteria presso Navarino.

288.Memorie del calcio fiorentino, tratte da diverse scritture e dedicate alle AA. Serenissime di Ferdinando principe di Toscana e Violante di Baviera. — Firenze, 1688.

288.Memorie del calcio fiorentino, tratte da diverse scritture e dedicate alle AA. Serenissime di Ferdinando principe di Toscana e Violante di Baviera. — Firenze, 1688.

289.Iliade, lib. 23.

289.Iliade, lib. 23.

290.Lib. 8.

290.Lib. 8.

291.Lettere ai Dieci del 14 ottobre, 19 dicembre et 7 marzo 1529, dove si legge: «Ne ho fatti tre capitani...; uno di questi si chiama Pietro Orlandini... et non lo crederia ricompensare a donarli un castello in modo si è portato.»

291.Lettere ai Dieci del 14 ottobre, 19 dicembre et 7 marzo 1529, dove si legge: «Ne ho fatti tre capitani...; uno di questi si chiama Pietro Orlandini... et non lo crederia ricompensare a donarli un castello in modo si è portato.»

292.Nell'Apologia di Cappuccid'Jacopo Pitti, p. 367, si legge; «Di questa fellonia ne ricevè il capitano Piero dai Medici 6 ducati il mese di provvisione (e non furono troppo!) e il Giugni se ne andò per vergogna a finire la vita in Maremma di Pisa, essendogli stato detto da Alessandro Vitelli nel palazzo dei Medici, dove egli compariva come benemerito: — Addio, messer Andrea; voi ci deste quell'Empoli.»

292.Nell'Apologia di Cappuccid'Jacopo Pitti, p. 367, si legge; «Di questa fellonia ne ricevè il capitano Piero dai Medici 6 ducati il mese di provvisione (e non furono troppo!) e il Giugni se ne andò per vergogna a finire la vita in Maremma di Pisa, essendogli stato detto da Alessandro Vitelli nel palazzo dei Medici, dove egli compariva come benemerito: — Addio, messer Andrea; voi ci deste quell'Empoli.»

293.Varchi,Stor., l. 11; MS. dell'Ambascieria di Baldassare Carducci in Franciapresso Gino Capponi; Nardi,Storia.

293.Varchi,Stor., l. 11; MS. dell'Ambascieria di Baldassare Carducci in Franciapresso Gino Capponi; Nardi,Storia.

294.Luigi Alamanni, comunque accolto e onorato dal re Francesco, tanto non potè trattenersi, che nella satira II non gliene facesse rimprovero:Non fu peccato il mio parer sì lieveNon ricovrar quel dì la bella donna,Che per voi troppo amar giogo riceve.

294.Luigi Alamanni, comunque accolto e onorato dal re Francesco, tanto non potè trattenersi, che nella satira II non gliene facesse rimprovero:

Non fu peccato il mio parer sì lieveNon ricovrar quel dì la bella donna,Che per voi troppo amar giogo riceve.

Non fu peccato il mio parer sì lieve

Non ricovrar quel dì la bella donna,

Che per voi troppo amar giogo riceve.

295.Di Francia non possiamo essere nemici mai; però non a fine di rimbeccare gli svergognati scrittori che le nostre rose, tristi o stupidi, e forse ambedue, appo i Francesi bistrattano, dei quali io so che i dabbene di cotesto popolo hanno onta e gravezza, ma sì a chiarire quale di noi ab antiquo abbia fatto governo la Francia, e vedano se meritiamo che un giorno ci dia mano a rilevarci, io porrò alcune citazioni intorno alla fede di Francesco I re gentiluomo, com'egli vantavasi.Nel maggio del 1529 Baldassare Carducci oratore fiorentino domandandogli: «E noi, venendo Cesare, che abbiamo adunque da fare?...» Il re rispondeva: «Non vi abbandonerò; noi siamo una cosa stessa.» Lettere di Carlo Cappello oratore veneziano a Firenze, pag. 25. — Nella Legazione di Baldassare Carducci in Francia ms. presso Gino Capponi si legge: «Stringendo più volte questa maestà a ricordarsi della devozione e fede delle signorie vostre verso di lei in questa composizione, ha con tanta efficacia dimostro l'obbligo che gli parve avere con quelle che non si potria dire più; affermandomi non essersi mai per fare alcuna composizionesenza total benefizio e conservazione di cotesta città, la quale reputa non manco che sua.Ed ultimamente mi ha ripetuto queste medesime ragioni di assicurazioni il gran maestro, ricordandogli io il medesimo, dicendomi:Ambasciatore, se voi trovate mai che questa maestà faccia conclusione alcuna con Cesare, che voi non siate in precipuo luogo nominati e compresi, dite che io non sia uomo di onore, anzi ch'io sia un traditore.» Ancora, il medesimo Carducci scrive che Francesco I «nel consiglio voltandosi a ciascheduno di noi con le più grate ed amorevoli parole che si potesse immaginare, ne assicurava divoler mettere la vita e abbandonare il riscatto dei figliuoli per la conservazione degli stati di ciascuno dei collegati.»Poco dopo il povero uomo, che giurista era e non uso a pescare nelle torbide acque delle corti, tutto smagato, avvisa: «Io non posso senza infinito dispiacere di animo significare l'empia ed inumana determinazione di questa maestà e suoi agenti in questo trattato di pace stretto contro mille promesse e giuramenti del non concludere cosa alcuna senza la partecipazione degli oratori, degli aderenti e collegati, come più volte si è per me scritto e significato alle signorie vostre e per gli altri oratori ai signori loro. E nondimeno, senza farne alcuno di noi partecipe, questa mattina hanno pubblicato la composizione e pace con grandi solennità ed altre dimostrazioni di allegrezzasenza includere alcuno... Talchè sarà una perpetua memoria alla città nostra e a tutta Italia quanto sia da prestar la fede alle loro collegazioni, promesse e giuramenti.» (Lettera ai Dieci, 5 d'agosto 1529.)Nella medesima lettera più oltre: «Confesso veramente in questo potermisi imputare avere prestato fede a tante affermazioni di non concludere mai senza collegati, ma parimente e più hanno peccato tutti gli altri oratori, i quali hanno dato ai loro signori molta più certa speranza che non ho dato io alle signorie vostre. E parmi avere ad essere scusato ricordando alle signorie vostre l'ultima asserzione del re, dove si trovò Bartolomeo Cavalcanti, e come anco per una sua avranno inteso, cose che certamente avrebbero ingannato ogni uomo, visto che espressamente e con giuramento disse non essere mai per comporsi con Cesare altrimenti, e piuttosto voler perdere i figliuoli che mancare ai confederati.»E tutto questo non basta: allora, come sempre, i Francesi trascorsero all'ira e alla minaccia contro quelli che non si volevano lasciare tradire pei comodi loro; imperciocchè l'oratore veneziano avendo detto al gran maestro che alla sua repubblica bastava l'animo difendersi sola, nè per fargli piacere avrebbe lasciato le cose di Puglia, anzi nel presagio didecezioneavere già mandato 50 galere ad Otranto per tenerle ferme, quegli rispose: «Guardate che, non avendo voi un nemico, non ne abbiate due.» Medesima lettera.E questo accordo era già fatto, perchè il Trattato di Cambray non solo conteneva il patto dell'abbandono delle cose di Puglia per parte dei Francesi, ma sì anche che, intimati i Veneziani a sgombrare il regno, caso mai non avessero obbedito, il re di Francia avrebbe sovvenuto di 20 mila ducati il mese l'imperatore per cacciarneli a forza. (Documenti, Molini, Documento 302.) Abbiamo visto che Francesco I non rendeva i danari imprestati, onde i Fiorentini non si potessero aiutare; — nè volle fermarsi qui, che, udendo come i Fiorentini di Lione stessero per mandare 50 mila ducati a casa, emanò un perfido bando proibitivo sotto asprissime pene di portare fuori del regno argento ed oro monetato. (Lettera di Carlo Cappello pag. 202.) — Così non restituiva i danari nè gli lasciava dare.Indi a breve mutò il re di Francia, e allora, essendo morta Firenze, aizzò Siena per far morire anch'essa. I Francesi dove toccarono fin qui spensero. — Enorme cosa parve anco ai partigiani di Francia il trattato di Cambray; e Iacopo Pitti nell'Apologia dei Cappucci, pag. 368, 369, s'industria rovesciarne la colpa sopra «i cattivi ministri corrotti dal papa, che fece cardinale il vescovo di Tarbes fratello di Grammonto, principale consigliero del re, al quale avendo egli data commessione che spedisse subito per la gente domandata dal Carduccio, non ne fece altro, andando pochi giorni di poi a trovare il re in campagna, con lettere finte come i Fiorentini erano tanto stretti dalla fame che trattavano l'accordo, e però aveva sospeso l'ordine di spedire la gente di arme, acciocchè sua maestà non s'inimicasse col papa nè con Cesare, senza il benefizio degli amici fiorentini. Il che creduto agevolmente dal re seguitò nelle caccie, ma sopraggiunto dall'oratore dolente di tanta tardanza, gli manifestò la cagione: la quale mostra in contrario da lui, con assicurarlo che in Firenze era da vivere per due mesi, allora fu di nuovo data... la commessione: il quale con la medesima astuzia fermò un'altra volta quel re.» E poco dopo: «Come il re intese che egli (il Ferruccio) si metteva in punto con le genti raccolte in Pisa, si pelava la barba temendo che non fosse dalla fazione francese seguitato in Italia.» Traveggole di partigiani sono elleno queste; Francesco I sapeva bene e meglio quello che accadeva in giornata a Firenze, e rimane lettera nobilissima del vescovo di Tarbes oratore di Francia a Roma a cotesto re dove lo ragguaglia di ogni cosa. Merita cotesta lettera sia divulgata, ed io lo farò per ora di sunto e traducendo, però che nell'originale sia lunga troppo ed a comprendersi difficile; ha la data dell'aprile 1530; fu estratta da G. Molini dalla Libreria reale di Parigi, e occorre stampata nell'Appendice IX dell'Arch. Stor. Ital., pag. 473. L'oratore racconta come avessero dato ad intendere al papa che gli avrebbero condotto Firenze a chiedergli perdono con la corda al collo, ma che per ciò conseguire ci era bisogno di quattrini e di molti: però che il papa improvvido di partiti, aveva fatto disegno di vendere fino a 26 cappelli cardinalizi per cavarne un 600 mila ducati; dalle quali cose l'oratore, commosso, si era condotto il lunedì santo al papa; a cui chiesta licenza di aprirgli l'animo suo come cristiano, prete, vescovo, epperò suo sottoposto, non già come oratore, ed ottenutala disse, essere statomirabilmente sbigottitoper la impresa di Firenze pensando alla fama di lui papa e al grado eccelso che occupava, e più poi della tenacità nel proseguirla, correndo per le bocche dei soldati il detto, avere loro dato il pontefice carta bianca di fare di ogni erba fascio: considerasse che da ciò non poteva ricavarne altro che spesa, travaglio, fastidi, amaritudini e disgusto; perchè di avere Firenze per fame bisognava deporre il pensiero, ed egli poterlo accertare che ci era vittovaglia fino a novembre, durante questo tempo donde trarrebbe i quattrini? Bene avere inteso ch'egli pensava cavare 4 o 500 mila scudi dalla creazione dei cardinali, ma considerasse che con questo partito spianterebbe la Chiesa, perchè, oltre ai vituperii che poteva aspettarsene dai luterani, egli metterebbe tal peste nel collegio che di qui a cento anni se ne proverebbero gli effetti. — Il papa rispose: essere la creazione dei cardinali la faccenda che più lo noiava, anche quando si trattava di gente dabbene, per la copia grande che se ne aveva; conoscere a prova che l'oratore favellava d'incanto, ma che l'onore suo lo costringeva a questo, — Allora gli dissi che non ci era onore nè utile, perchè avendo Firenze in rovina, di qui a venti anni non ne avrebbe approfittato di uno scudo, mentre vi avrebbe speso tutto il suo e quello degli altri; e badasse che la creazione dei cardinali non avesse ad essere la sua estrema unzione, perchè, fatto questo, gli era chiusa ogni via a raccogliere pecunia, correndo rischio di non essere più obbedito come papa, cascare in obbrobrio presso i principi cristiani, e dato in balia ai suoi nemici, i quali spoglierebbero la Chiesa di quanto le avanza; ed io conosceva di tal cuore che venuto a questo si sarebbe lasciato morire di fame e di angoscia. Rispose che ben per lui se Firenze non fosse mai stata... e se poteva io consigliarlo a chinare il capo davanti sette od otto paltonieri di Firenze che avevano menato il popolo a precipizio: non dovermi essere ignoto ch'egli si sarebbe attirato l'odio dei principali cittadini che esulano fuori di patria e quotidianamente lo stimolano a tirare innanzi, che in altro modo si troverebbero diserti per avergli fatto servizio... Di qui altre parole e per ultimo la proposta di calare a composizione, auspice Francia, con promessa di condurre la pratica per modo che la domanda di accordo si movesse piuttosto dai Fiorentini che dal papa, quante volte questi lasciassero ferma la libertà, come aveva sempre detto, ed allora diceva, ma queste erano lustre, però che fine e premio della guerra mossa da Clemente contro la patria sua fosse la tirannide.

295.Di Francia non possiamo essere nemici mai; però non a fine di rimbeccare gli svergognati scrittori che le nostre rose, tristi o stupidi, e forse ambedue, appo i Francesi bistrattano, dei quali io so che i dabbene di cotesto popolo hanno onta e gravezza, ma sì a chiarire quale di noi ab antiquo abbia fatto governo la Francia, e vedano se meritiamo che un giorno ci dia mano a rilevarci, io porrò alcune citazioni intorno alla fede di Francesco I re gentiluomo, com'egli vantavasi.

Nel maggio del 1529 Baldassare Carducci oratore fiorentino domandandogli: «E noi, venendo Cesare, che abbiamo adunque da fare?...» Il re rispondeva: «Non vi abbandonerò; noi siamo una cosa stessa.» Lettere di Carlo Cappello oratore veneziano a Firenze, pag. 25. — Nella Legazione di Baldassare Carducci in Francia ms. presso Gino Capponi si legge: «Stringendo più volte questa maestà a ricordarsi della devozione e fede delle signorie vostre verso di lei in questa composizione, ha con tanta efficacia dimostro l'obbligo che gli parve avere con quelle che non si potria dire più; affermandomi non essersi mai per fare alcuna composizionesenza total benefizio e conservazione di cotesta città, la quale reputa non manco che sua.Ed ultimamente mi ha ripetuto queste medesime ragioni di assicurazioni il gran maestro, ricordandogli io il medesimo, dicendomi:Ambasciatore, se voi trovate mai che questa maestà faccia conclusione alcuna con Cesare, che voi non siate in precipuo luogo nominati e compresi, dite che io non sia uomo di onore, anzi ch'io sia un traditore.» Ancora, il medesimo Carducci scrive che Francesco I «nel consiglio voltandosi a ciascheduno di noi con le più grate ed amorevoli parole che si potesse immaginare, ne assicurava divoler mettere la vita e abbandonare il riscatto dei figliuoli per la conservazione degli stati di ciascuno dei collegati.»

Poco dopo il povero uomo, che giurista era e non uso a pescare nelle torbide acque delle corti, tutto smagato, avvisa: «Io non posso senza infinito dispiacere di animo significare l'empia ed inumana determinazione di questa maestà e suoi agenti in questo trattato di pace stretto contro mille promesse e giuramenti del non concludere cosa alcuna senza la partecipazione degli oratori, degli aderenti e collegati, come più volte si è per me scritto e significato alle signorie vostre e per gli altri oratori ai signori loro. E nondimeno, senza farne alcuno di noi partecipe, questa mattina hanno pubblicato la composizione e pace con grandi solennità ed altre dimostrazioni di allegrezzasenza includere alcuno... Talchè sarà una perpetua memoria alla città nostra e a tutta Italia quanto sia da prestar la fede alle loro collegazioni, promesse e giuramenti.» (Lettera ai Dieci, 5 d'agosto 1529.)

Nella medesima lettera più oltre: «Confesso veramente in questo potermisi imputare avere prestato fede a tante affermazioni di non concludere mai senza collegati, ma parimente e più hanno peccato tutti gli altri oratori, i quali hanno dato ai loro signori molta più certa speranza che non ho dato io alle signorie vostre. E parmi avere ad essere scusato ricordando alle signorie vostre l'ultima asserzione del re, dove si trovò Bartolomeo Cavalcanti, e come anco per una sua avranno inteso, cose che certamente avrebbero ingannato ogni uomo, visto che espressamente e con giuramento disse non essere mai per comporsi con Cesare altrimenti, e piuttosto voler perdere i figliuoli che mancare ai confederati.»

E tutto questo non basta: allora, come sempre, i Francesi trascorsero all'ira e alla minaccia contro quelli che non si volevano lasciare tradire pei comodi loro; imperciocchè l'oratore veneziano avendo detto al gran maestro che alla sua repubblica bastava l'animo difendersi sola, nè per fargli piacere avrebbe lasciato le cose di Puglia, anzi nel presagio didecezioneavere già mandato 50 galere ad Otranto per tenerle ferme, quegli rispose: «Guardate che, non avendo voi un nemico, non ne abbiate due.» Medesima lettera.

E questo accordo era già fatto, perchè il Trattato di Cambray non solo conteneva il patto dell'abbandono delle cose di Puglia per parte dei Francesi, ma sì anche che, intimati i Veneziani a sgombrare il regno, caso mai non avessero obbedito, il re di Francia avrebbe sovvenuto di 20 mila ducati il mese l'imperatore per cacciarneli a forza. (Documenti, Molini, Documento 302.) Abbiamo visto che Francesco I non rendeva i danari imprestati, onde i Fiorentini non si potessero aiutare; — nè volle fermarsi qui, che, udendo come i Fiorentini di Lione stessero per mandare 50 mila ducati a casa, emanò un perfido bando proibitivo sotto asprissime pene di portare fuori del regno argento ed oro monetato. (Lettera di Carlo Cappello pag. 202.) — Così non restituiva i danari nè gli lasciava dare.

Indi a breve mutò il re di Francia, e allora, essendo morta Firenze, aizzò Siena per far morire anch'essa. I Francesi dove toccarono fin qui spensero. — Enorme cosa parve anco ai partigiani di Francia il trattato di Cambray; e Iacopo Pitti nell'Apologia dei Cappucci, pag. 368, 369, s'industria rovesciarne la colpa sopra «i cattivi ministri corrotti dal papa, che fece cardinale il vescovo di Tarbes fratello di Grammonto, principale consigliero del re, al quale avendo egli data commessione che spedisse subito per la gente domandata dal Carduccio, non ne fece altro, andando pochi giorni di poi a trovare il re in campagna, con lettere finte come i Fiorentini erano tanto stretti dalla fame che trattavano l'accordo, e però aveva sospeso l'ordine di spedire la gente di arme, acciocchè sua maestà non s'inimicasse col papa nè con Cesare, senza il benefizio degli amici fiorentini. Il che creduto agevolmente dal re seguitò nelle caccie, ma sopraggiunto dall'oratore dolente di tanta tardanza, gli manifestò la cagione: la quale mostra in contrario da lui, con assicurarlo che in Firenze era da vivere per due mesi, allora fu di nuovo data... la commessione: il quale con la medesima astuzia fermò un'altra volta quel re.» E poco dopo: «Come il re intese che egli (il Ferruccio) si metteva in punto con le genti raccolte in Pisa, si pelava la barba temendo che non fosse dalla fazione francese seguitato in Italia.» Traveggole di partigiani sono elleno queste; Francesco I sapeva bene e meglio quello che accadeva in giornata a Firenze, e rimane lettera nobilissima del vescovo di Tarbes oratore di Francia a Roma a cotesto re dove lo ragguaglia di ogni cosa. Merita cotesta lettera sia divulgata, ed io lo farò per ora di sunto e traducendo, però che nell'originale sia lunga troppo ed a comprendersi difficile; ha la data dell'aprile 1530; fu estratta da G. Molini dalla Libreria reale di Parigi, e occorre stampata nell'Appendice IX dell'Arch. Stor. Ital., pag. 473. L'oratore racconta come avessero dato ad intendere al papa che gli avrebbero condotto Firenze a chiedergli perdono con la corda al collo, ma che per ciò conseguire ci era bisogno di quattrini e di molti: però che il papa improvvido di partiti, aveva fatto disegno di vendere fino a 26 cappelli cardinalizi per cavarne un 600 mila ducati; dalle quali cose l'oratore, commosso, si era condotto il lunedì santo al papa; a cui chiesta licenza di aprirgli l'animo suo come cristiano, prete, vescovo, epperò suo sottoposto, non già come oratore, ed ottenutala disse, essere statomirabilmente sbigottitoper la impresa di Firenze pensando alla fama di lui papa e al grado eccelso che occupava, e più poi della tenacità nel proseguirla, correndo per le bocche dei soldati il detto, avere loro dato il pontefice carta bianca di fare di ogni erba fascio: considerasse che da ciò non poteva ricavarne altro che spesa, travaglio, fastidi, amaritudini e disgusto; perchè di avere Firenze per fame bisognava deporre il pensiero, ed egli poterlo accertare che ci era vittovaglia fino a novembre, durante questo tempo donde trarrebbe i quattrini? Bene avere inteso ch'egli pensava cavare 4 o 500 mila scudi dalla creazione dei cardinali, ma considerasse che con questo partito spianterebbe la Chiesa, perchè, oltre ai vituperii che poteva aspettarsene dai luterani, egli metterebbe tal peste nel collegio che di qui a cento anni se ne proverebbero gli effetti. — Il papa rispose: essere la creazione dei cardinali la faccenda che più lo noiava, anche quando si trattava di gente dabbene, per la copia grande che se ne aveva; conoscere a prova che l'oratore favellava d'incanto, ma che l'onore suo lo costringeva a questo, — Allora gli dissi che non ci era onore nè utile, perchè avendo Firenze in rovina, di qui a venti anni non ne avrebbe approfittato di uno scudo, mentre vi avrebbe speso tutto il suo e quello degli altri; e badasse che la creazione dei cardinali non avesse ad essere la sua estrema unzione, perchè, fatto questo, gli era chiusa ogni via a raccogliere pecunia, correndo rischio di non essere più obbedito come papa, cascare in obbrobrio presso i principi cristiani, e dato in balia ai suoi nemici, i quali spoglierebbero la Chiesa di quanto le avanza; ed io conosceva di tal cuore che venuto a questo si sarebbe lasciato morire di fame e di angoscia. Rispose che ben per lui se Firenze non fosse mai stata... e se poteva io consigliarlo a chinare il capo davanti sette od otto paltonieri di Firenze che avevano menato il popolo a precipizio: non dovermi essere ignoto ch'egli si sarebbe attirato l'odio dei principali cittadini che esulano fuori di patria e quotidianamente lo stimolano a tirare innanzi, che in altro modo si troverebbero diserti per avergli fatto servizio... Di qui altre parole e per ultimo la proposta di calare a composizione, auspice Francia, con promessa di condurre la pratica per modo che la domanda di accordo si movesse piuttosto dai Fiorentini che dal papa, quante volte questi lasciassero ferma la libertà, come aveva sempre detto, ed allora diceva, ma queste erano lustre, però che fine e premio della guerra mossa da Clemente contro la patria sua fosse la tirannide.


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